V
Quando, il giorno seguente, Arrigo rivide l’Eugenia, l’avvolse tutta in uno sguardo lento, iroso, lascivo, di cui la fanciulla si sentì turbata. Egli la rivedeva com’era la notte innanzi, ritta e nuda, con le due braccia ricolme de’ seni gonfi. Ed aveva subitamente concepito sopra di lei un pensiero avido, che non gli si staccava dal cervello. Cominciò a farlesi attorno, carezzevole, audace, prendendole qualche volta una mano, se la sorprendeva in una stanza o nel giardino, sola. Ed ella si faceva rossa, cercava di schermirsi con una sorridente ritrosia, bruciando insieme dal desiderio ch’egli osasse ancor più. Tutti i romanzi d’amore letti con tanto fuoco le risalivan ora nella fantasia. Il suo calmo e pudico desiderio aveva qualche momento di perdizione.
Una volta, in un angolo buio, Arrigo la baciò; e vi era in quel suo bacio tanta violenza torbida che la fanciulla se ne sentì come sopraffatta. Anche a lei l’estate metteva nelle calde vene un male indefinibile. Ora lo seguiva, lo cercava, temendo ch’egli se ne avvedesse, temendo che quella sua bella e rossa bocca le potesse dare un bacio più forte, il più forte bacio... Sentiva nascere il peccato in sè con uno sfinimento ch’era come una morte voluttuosa. E cominciò dalle piccole colpe, con lui, ch’era un maestro lento e paziente, un tentatore pieno di temerità.
Seppero l’odore dell’erba calda, dietro i cespugli, la mollezza della riva del fiume, e s’incamminarono sotto il sole, per la strada polverosa, verso il bosco taciturno. Poi, una sera, egli le disse per le scale:
— Vieni da me.
Ella attese, attese; attese che l’amica dormisse, che il campanile suonasse nella notte un’ora inoltrata, che laluna compisse un mezzo giro per la camera, che tutti i mobili avessero scricchiolato nel silenzio, facendola sussultare... si volse, si rivolse nel letto, volle, non volle, fredda, sudata, attenta, paurosa, tesa come una corda vibrátile... poi scese piano piano, tutta tremando, a piedi scalzi... — e v’andò.
················
— Mi sposerai?
— Certo.
Egli aveva le labbra odorose d’altri baci, soavi e selvagge come un ricco miele.
Allora ella gli parlò dell’avvenire, d’una casa che avrebbero, intima e tranquilla, d’una fedeltà indissolubile, d’un amore senza fine. Ed egli nel cuore cinico ne rise, perch’era di quelli che feriscono senza conoscere il male che fanno.
Venivano al sabato sera il Riotti e il del Ferrante insieme; ripartivano col primo treno del lunedì. Eran gite, la domenica, scampagnate per i colli, merende nei boschi, sorbetti variopinti e fette di cocomero, la sera.
Si ballava, sotto i padiglioni, si ballava, con l’organo di Barberia infaticabile... Il Riotti e donna Grazia, una domenica sera, fecero un giro di polca insieme: egli n’ebbe male alla schiena per una settimana, ella ne ringiovanì. Paolo andò a caccia di grilli, e ne trovò uno che cantava — come cantava! — tutta notte, sul poggiolo. La piccola Anna Laura colse frutte nei frutteti, e montò sopra l’asinello di un vicino, e finì con rotolare in un fossato, senza farsi male, però. Ma sgualcì l’abitino che portava, il suo più bello.
E Stefano pagò le spese, rimanendo curvo tutta la settimana a metter lenti negli occhiali. Ed i roseti apersero tutte le rose e le stracciarono fiocco a fiocco, lembo a lembo, come ventagli di carta; e le more, lungo i fossi, tra i dirupi, cominciarono a vaiare; ed il grillo del poggiolo scappò via, quando la luna finì... E l’Eugenia rimase incinta, quando la luna finì.
Si ballava, sotto i padiglioni, si ballava...