VII
Un po’ con le buone, un po’ con le brusche, Arrigo persuase l’Eugenia a recarsi da mamma Gilda. La Mercedes concedeva la camera, ma non voleva nemmeno vederla in faccia quella svergognata! E poi arrossiscono, le signorine!... E parlan male delle ragazze libere, le signorine!... Quanto ad Arrigo poi, non credesse neanche per sogno di finire la cosa in quel modo. Non appena l’altra si fosse liberata, farebbero conti e patti chiari. Perchè, se a lui piaceva passare il tempo con le ragazze così dette oneste, lei non ci avrebbe messo nè due nè quattro a tornarsene con Giannotto, il quale già le correva appresso di bel nuovo ed era, se non altro, una persona molto più delicata.
Intanto diede lei stessa le duecento lire che gli mancavano per pagar mamma Gilda; ossia non le diede, poichè non le aveva, ma firmò un’altra cambiale. Ad Arrigo mamma Gilda non faceva credito neppure di cinque lire. Se l’intendessero poi fra loro....
L’Eugenia venne due volte; così pallida, così spaurita, che mamma Gilda dovette súbito cominciare con somministrarle un bicchierino di cordiale. Trovò che aveva una brutta faccia ed un corpo di poco avvenire, ma per intanto non fece obbiezioni. Tutte le donne, a qualsiasi classe appartengano e per quanto sia grande la distanza che le divide, sentono sempre l’una verso l’altra quella specie di sororale pietà che nasce in loro dall’esser tutte parimenti esposte agli stessi pericoli ed agli stessi dolori. All’Eugeniamamma Gilda ispirò tanta fiducia, che d’un tratto si mise a piangere contro la sua spalla, credendola forse una suora di carità .
L’altra, colei che sapeva l’arte, era una megera inanellata e adorna di capelli finti, con un fare untuoso, cauto, la bocca melliflua, le mani calzate di mezzi guanti in filo di Scozia; carezzava l’Eugenia chiamandola «piccina» e dicendole molte cose amorevoli a bassa voce.
Poichè Arrigo le impacciava senz’alcuna utilità , lo mandaron via, e dissero a lei, dopo averla sottomessa a qualche preparativo, di tornare, ma sola, il giorno seguente.
Egli tuttavia non si fidava, e l’accompagnò anche il giorno appresso. Rimase ad aspettarla in istrada, seduto al tavolino d’un caffè ch’era nelle vicinanze. Il cuore gli batteva con celerità , fosse paura o rimorso. Che ore interminabili! Ma cosa facevano lassù? Finalmente vide scendere la megera; le andò incontro e volle interrogarla.
— Tutto bene, tutto bene, — questa rispose in fretta. — Ma è meglio che non ci facciamo notare. Occorre prudenza... A rivederla.
E con un bel sorriso della sua bocca molle come un’ostrica, filò via rasente il muro. Mezz’ora dopo scese l’Eugenia, tutta curva, sbiancata come un cencio, un po’ barcollante.
Egli accorse:
— Dunque?
Soffriva, era tutta contratta, non rispose.
Involontariamente si teneva le mani sul ventre e si mordeva il labbro smorto; a un certo punto si appoggiò con tutto il peso della persona contro il braccio di lui, come nella vertigine di uno svenimento. Erano sempre su la soglia della casa; egli fece venire una vettura e vi sospinse l’Eugenia.
— Dunque? raccontami... Non puoi parlare?
Ella scosse il capo.
— Soffri?
— Sì, molto, — disse fievolmente.
— Ma non è tutto finito?
— Finito, ma...
— Cosa?
— Una emorragia, credo...
— Non cessa?
— No. E dolori, così forti, così forti!... Vorrei urlare...
Dette in uno scroscio di lacrime, nascondendo la faccia contro la sua spalla.
— Povera me, ho paura!...
— Vedrai, non sarà nulla. Un poco di pazienza: i dolori passeranno.
Ogni scossa della vettura le traeva un piccolo grido; era così contraffatta da non potersi più riconoscere; stava china sul grembo straziato come per soffocarne gli spasimi. Egli era turbato, e per mostrarle un poco d’amore le mise un braccio intorno alla cintura. Non aveva busto, la gonna era mezzo sganciata sotto il corto mantello: egli sentì che ad ogni tratto sussultava, come se un acerbo dolore, nel grembo, la martellasse. Allora la baciò sul collo, dove i capelli schiacciati e sciolti serbavano l’impronta del cuscino su cui s’era dibattuta; fu carezzevole per darle coraggio, per farla guarire con un poco di persuasione.
Giunti presso la casa comune, si divisero; ella, trascinandosi a fatica, salì nelle sue stanze; ma non potendo più reggere ai dolori si mise in letto. Egli rincasò pure, attendendo la sera. Una indefinibile paura gli opprimeva il cuore; passò venti volte nella corte per spiare dalle finestre nella casa del farmacista: ogni tanto lo vedeva seduto presso l’uscio a leggere il giornale, ogni tanto in bottega a vendere medicine.
Era già tardi, stavano già pranzando, ed Arrigo sperava ormai che tutto finisse bene, quando il Riotti entrò come un pazzo mettendosi a gridare:
— Venite! venite! Donna Grazia, vi prego!... l’Eugenia, l’Eugenia...
— Che c’è!
— L’Eugenia muore! Correte!
Donna Grazia corse di sopra, gli altri si adunaron nella bottega del farmacista, chi per le scale, chi a pian terreno.Solo Arrigo rimase fuori, nella corte, pavido come la morte.
Si trovò che l’Eugenia era sul letto, svenuta, con le coltri gettate all’indietro, madide di sangue; e dappertutto ne gocciolava: sangue, sangue.
Paolo andò a telefonare per un medico, Stefano si mise ad empire catinelle d’acqua, sua moglie a far compresse. Le diedero aceto a fiutare, le aspersero la fronte, le strofinarono le tempie, senza che nemmeno si movesse. Il Riotti si dimenava disperato, voleva far mille cose, ma non poteva più guidare i proprii atti.
— Cos’è mai? cos’è mai?... S’è messa in letto senza dirmi nulla. Salvatela, donna Grazia, per l’amore di Dio! Toccatele il cuore, fate che rinvenga almeno! Che parli! — E piangeva.
Sopraggiunse il medico, un amico del Riotti, un vecchio. Allontanò tutti dal letto, si chinò su la svenuta, guardò, guardò meglio... poi volse gli occhi intorno, con stupore.
— Ma cos’è — gemeva il padre. — Dimmi se c’è pericolo...
— Mándali via, — disse questi laconico, segnando i due estranei. I del Ferrante si ritrassero e chiusero l’uscio.
— Un aborto, — fece il medico.
— Eh! Sei pazzo?
— Emorragìa in seguito a procurato aborto, — ribadì chiaramente il medico. E con quella pacatezza dell’uomo solito a lenire il male altrui, comunque sia generato, si mise a prodigarle i rimedi e le cure necessarie.
Ma ciò che il Riotti fece, non è a potersi dire. Prese colui per le spalle, scotendolo, gridò che se n’andasse, ch’era fuor di senno quella sera; poi si diede a girare per la camera, in piccoli cerchi, urtando contro i mobili. Donna Grazia socchiuse la porta e scivolò dentro; si mise ad aiutare il medico, il quale finalmente, non potendo altro ottenere dal Riotti, gl’intimò che tacesse o l’avrebbe cacciato a forza, poichè, se il vicinato udiva quelle voci, egli avrebbe dovuto denunziar la cosa.
La ragazza ora stralunava gli occhi e rinveniva lentamente; il fiotto di sangue cominciava con lasciarsi frenare. Ma ella vaneggiava, e qualche frase rotta le uscì dalla bocca. Disse molte cose incomprensibili, poi un nome distinto, ch’era quello di Arrigo, le suonò su le labbra. E lo chiamava, e quel nome tornava in tutte le frasi del suo delirio, quel nome che raccontava il suo grande peccato.
Ma quando scesero a cercare di lui, egli non v’era più. Era scomparso, fuggito, e nella corte i vicini bisbigliavano già una storia, guardando quella finestra del mezzanino dietro la quale passavan ombre.