VI
Egli tornò una sera, improvvisamente, perchè il suo fantasma non gli dava pace. Voleva rivederla, e poi forse fuggire di nuovo, per sempre. Ma guardarla negli occhi ancora una volta, saper cosa fosse avvenuto di lei dopo quell’ora di commiato.
Le strade che aveva percorse, i letti nei quali era giaciuto, le avventure in cui s’era freddamente involto per cercare uno svago, erano state il calvario supremo del suo disperato amore. La lontananza ed il tempo, che sono per lo più i dissolvitori delle passioni mediocri, non servivano che a rendere più acerbo un amore come il suo.
Tornò, dopo aver inutilmente costretta la sua carne ed il suo spirito alla rinunzia di questa colpa, dopo essersi intimorito con tutte le minacce, battuto coi più duri flagelli e persuaso che nessun rimedio, tranne forse il possesso, lo avrebbe mai guarito di questo implacabile amore.
Veramente egli sentiva pesare su la sua tremante anima un fato mostruoso; era caduto in balìa di quelle forze che sono maggiori della volontà umana, e non più sperava in sè medesimo per la sua liberazione.
Adesso era troppo tardi anche per la salvezza; l’amava; era posseduto di lei, era smarrito nelle oblique vie di questo amore come in un dedalo senza uscita. Perchè tornasse uomo e ricuperasse nel suo senso esatto il valoredella vita, gli era necessario sacrificare al suo terribile nemico tutte le paure dell’anima, che lo tenevano prigioniero.
Una tempesta sensuale s’era scatenata in lui: quest’uomo s’era lasciato pervadere i sensi da una febbre che lo transfigurava, ed il suo mondo interiore non era più che una vicenda continua di allucinazioni, le quali raffiguravan tutte, benchè diversamente, la nuda gioia dell’amplesso. Quest’atto barbaro e dolce era il centro intorno a cui roteava il suo torbido universo.
Da cose fortuite, in lui scaturivan immagini di carnale amore; il suo cervello ed i suoi nervi eran stremati dalla fatica eccessiva di questo continuo desiderio. Non più lei sola egli amava, ma in lei sola tutto ciò che fin dai primi anni aveva tormentato in modi oscuri la sensuale inquietudine, la pericolosa febbre del suo latente vizio. Ed ecco ella diveniva più che mai la forma del piacere inaccessibile, il fuoco dell’ingaudibile amore, il filtro che dà la morte soave, il profumo che addormenta in un sogno di voluttà paradisiaca.
In quei giorni di solitudine aveva ripensato alle vicende trascorse. Perchè non aveva egli osato impadronirsene quand’ella si offriva a lui con tanta passione? Una volta ella gli aveva pur detta semplicemente una verità profonda; gli aveva detto: «Il male più grande è non avere il coraggio d’essere felici.» Oh, se l’avesse ascoltata! Ora certo non si troverebbe in quello stremo d’angoscia e d’aberrazione. Perchè non aveva continuato ad essere, secondo il suo principio, uno spavaldo mietitore d’allegrezze, un vuotatore di calici colmi, un di que’ freddi e temerari uomini che sanno escludere da sè stessi la paura del rimorso?
A quest’ora forse ne sarebbe sazio, forse continuerebbe a trovare in lei un insaziabile piacere; ma in ogni modo, nel precario senso e nel disordine di tutte le cose umane, la loro colpa non avrebbe avuta la coscienza di urtarsi ad insuperabili divieti, così come nulla impediva che due rondini della medesima covata formassero insieme il lor nido, sotto una gronda, alla nuova primavera. Chi mai s’eralevato dalle radici oscure del suo essere a vietargli questo atto di libertà? Quale forza inconoscibile custodiva colei che si chiamava sorella, contro il suo colpevole amore?
V’era dunque intorno ai focolari delle famiglie una legge sacra, non fatta solo dall’arbitrio degli uomini, che malediva i connubî incestuosi e puniva con una morte lenta colui che osasse per avventura spingere lo sguardo sotto le coltri delle sorelle addormentate?
Perchè mai, se alcune v’erano tra le creature femminili, così inflessibilmente vietate al nostro desiderio, perchè mai queste appunto potevano con tanta veemenza parlare a’ suoi sensi? Perchè mai egli, ch’era stato per l’innanzi uno spavaldo possessore del cuor femminile, tremava ora e di voluttà impallidiva, solo pensando alla forma che aveva il suo polso, all’ombra che si formava leggerissima nella piegatura del suo braccio, a quelle sue fine caviglie, che irrequiete apparivano e sparivano tra il muoversi della balza? Oh, se avesse potuto ricevere da un’altra amante queste gioie tormentose! Ma no! ella era piena d’un sapore che all’altre mancava; su lei era sparsa la tentazione come il profumo è quasi tangibile su le corolle di certi fiori. Si chiamava sorella, e la purezza prestigiosa di questo nome pareva ravvolgerla in un velo che tradisse perversamente la sua scintillante nudità.
Tornò con l’anima buia, per vederla o per prenderla, per fuggire da lei o per fuggire con lei, per inginocchiarlesi ai piedi o per rovesciarla brutalmente sotto la forza delle sue dure braccia. Una sola cosa egli conosceva esattamente: l’impossibilità di continuare a starne lontano.
Ed anche aveva inutilmente lottato contro una cieca gelosia, poichè sapeva che un altr’uomo le stava intorno, scaltro e paziente, capace di offrirle tutto quello che a lei potesse piacere. Ne avevano celiato insieme i primi giorni, anzi l’aveva egli stesso ammaestrata nel coltivare la sua piccola tresca. Ed ora, quell’uomo, egli l’odiava; non di rado, nel pensare a quell’uomo, egli presentiva un oscuro pericolo, si lasciava prendere da tentazioni criminose.Con la singolare preveggenza di chi ama, egli tornò sopra tutto per impedire che da costui gli fosse tolta.
Giunse, quando la città riposava in un lento crepuscolo d’estate, mentre la rossa nube di calore che tutto il giorno l’aveva oppressa ed incendiata, lentamente si andava sciogliendo nella ventilata ombra della sera.
Tutto gli parve mutato, nella città che pure conosceva casa per casa, e ch’era stata il teatro delle sue temerarie conquiste. Ed era contento che già fosse la sera, per poterla traversare più facilmente senza incontrarsi con alcuno. Lasciò i bauli alla stazione, e salito in vettura si fece condurre alla casa del padre.
Il percorso era lungo; egli guardava distrattamente in giro; gli batteva il cuore.
L’avrebbe riveduta fra poco; ella era forse passata di lì, per quelle strade, nella giornata. E la vedeva col suo vestitino di tela chiara, il cappello di paglia che le metteva ombra sul viso, forse un di que’ medesimi che aveva portato nel viaggio, l’ombrellino aperto, poggiato su la spalla, un mazzolino di mughetti alla cintura, le scarpine bianche. Andava rasente il muro, frettolosa come sempre, con la sua vitina snella che riceveva elasticamente le ondulazioni del passo; ogni tanto si fermava davanti ai negozi; la gente la guardava.
Una gran pace discese in lui, dopo tanti giorni vissuti con febbre, in una specie d’ossessione. Tornò ad amare la sua città, perch’ella vi abitava, e la vita gli parve nuovamente bella; tutte le aspirazioni che si erano in lui sopite, rinacquero come per incanto. Ebbe voglia di assaporare lungamente questa felicità, volle far qualcosa, una cosa qualsiasi, per convincersi che non era più sotto l’incubo del suo spaventoso tormento; pensò di aver sete, fece fermare ad una bottiglieria, vi discese.
Incontrò sul marciapiede alcuni amici, che, già vestiti da sera, andavano probabilmente a pranzare. Egli li salutò chiamandoli per nome, forte allegramente: essi risposero al suo saluto, ma senza effusione e passarono in fretta. Ne rimase un po’ stupito. Vide poi che ciarlavano, e, gli parve, di lui. Ma non fece gran caso: bevve, risalì in vettura.
— Via, — disse al cocchiere; — frusta e cammina!
D’estate i negozi chiudevano di buon’ora; molte oneste famiglie di piccoli borghesi passeggiavano per le strade in cerca di frescura; i tavolini dei caffè, gremiti di gente, ingombravano i marciapiedi; le tramvie, scorrendo su le rotaie calde, levavan guizzi di scintille azzurre.
Sempre più gli batteva il cuore nell’avvicinarsi alla casa paterna. Giunse. La bottega era già serrata; egli restò qualche attimo davanti al portone per non apparir troppo commosso, poi entrò per la corte e li vide seduti in crocchio: il padre, la madre, Paolo, il Riotti, l’Eugenia, che discorrevano prendendo il fresco.
E lei? Dov’era?... Il cuore gli tremò.
La corte era già piena d’ombra, il lampione della portineria vi spargeva un tremolante riverbero; alle finestre, in alto, v’era gente affacciata: si udiva or una cantilena, or un bisticcio, e qualche scoppio di risa.
Al romore del suo passo, taluno del crocchio si volse; l’Eugenia lo riconobbe.
— Oh... Arrigo! — fece, e si levò. Tutti si volsero al sopraggiunto. Egli tese loro le mani, poichè non poteva parlare. La madre gli venne incontro e l’abbracciò.
— E Loretta?... — egli profferì piano, quasi vergognandosi di quel nome.
Non intesero, o non vollero intendere la sua domanda; nessuno rispose. Paolo gli strinse la mano con un mezzo sorriso, il padre disse appena:
— Bravo, sei tornato. Era un pezzo!
Mai la sua voce era apparsa al figlio così affranta.
Ed il Riotti, con una voce piena di cerimoniosa ironia, declamò:
— È sempre il benvenuto chi torna fra noi.
— State bene tutti? — domandò Arrigo finalmente.
Rispose Paolo:
— Non c’è male, come vedi.
E gli altri tacquero.
Cos’era dunque accaduto? Quelle parole brevi, malcerte, avevano quasi l’aria di nascondere un penoso mistero.
— E Loretta? — egli ridomandò con voce palpitante.
Dopo un silenzio Paolo rispose:
— Non c’è.
— Come non c’è? È fuori?
— Sì, è fuori, — rispose la madre, impacciata.
E gli altri tacquero.
— Ma voi, scusatemi, da che parte venite? — domandò il Riotti.
Egli era rimasto in piedi fra mezzo a loro; lui e l’Eugenia erano rimasti in piedi.
— Io? Di lontano...
— Ah? un gran bel posto! — commentò il Riotti stropicciandosi le mani. La ragazza intanto lo guardava co’ suoi piccoli occhi attoniti, ed una commozione visibile tremava sul fiore della sua placida inerzia femminile.
— Mi sembra che tu non stia molto bene, — osservò la madre. — Ma ci si vede così male qui...
— Sono stato un po’ indisposto negli ultimi giorni... È il gran caldo. — Si girò intorno per nascondere una confusione manifesta, poi disse:
— Vorrei sapere qualcosa di Loretta. Quando rincaserà?
Il padre, la madre, Paolo, si guardaron in faccia un po’ stupiti: supponevano forse ch’egli ne sapesse più di loro.
— Questo non si sa! — cantilenò il Riotti, cui piacevano le parti ironiche. — La signorina non ha ore fisse!
Il padre si levò; l’uscio della retrobottega era lì vicino.
— Vieni, — disse ad Arrigo; — ho da parlarti.
E curvo, camminando a passi faticosi, lo precedette. La madre, Paolo, entraron dopo di loro.
— Ci sarà un consiglio di famiglia, — malignò il farmacista, con la viva tentazione di seguirli. Ma per convenienza suggerì a sè stesso:
— Finisco la mia pipa.
— Gesummaria, che faccia hai, Rigo! — esclamò la madre, entrando nella stanza illuminata. — Figlio mio, cosa t’è accaduto? Non sei più tu!
Egli era di fatti spaventosamente pallido e magro; gli occhi solo vivevano di una vita febbrile nella sua faccia devastata.
Egli cercò di sorridere:
— Sono stato un po’ male... Ho avuta la febbre per molti giorni.
— Ma l’hai ancora... Se ti vedessi, figlio mio!
— No; ora sto bene.
Il padre lo considerava mutamente; Paolo s’avvicinò a lui, con la bontà impacciata delle persone semplici.
— Vuoi prendere qualcosa? — disse, per mostrare la sua premura.
— Grazie, Paolo, nulla.
Tutti e tre si guardarono ancora in silenzio. Nella sua casa egli era più che mai un estraneo; perciò non osavan troppo investigare nella sua vita misteriosa.
V’eran ancora su la credenza i resti della cena; un’insalata condita con aglio odorava forte.
— Allora tu non sai nulla? — domandò il padre.
— Io? Nulla! — esclamò Arrigo, ansioso. — Che c’è?
— Loretta...
— Sì, Loretta, Loretta... — l’aiutò Arrigo, tendendosi a lui con una faccia spettrale.
— È via... è partita... è fuggita insomma...
— Fuggita!?...
Egli barcollò e cadde sopra una sedia. Chiuse gli occhi un momento per riaversi, li riaperse: e rimasero sbarrati, enormi. Tutti e tre allibirono del suo terrore.
— Di’, Arrigo, stai male? — fece Paolo, avvicinandosi ancora come per soccorrerlo.
— No... no... Fuggita?... Ma dove?... con chi?... — chiese con la voce strozzata. La madre corresse:
— Non è fuggita: ha detto che voleva andarsene... l’ha detto prima...
Arrigo radunò tutte le sue forze:
— Ma dove?! — gridò con ira.
— Noi credevamo che tu sapessi tutto, — fece il padre.
— Io? Non so nulla! Oppure suppongo, suppongo appena...
Paolo camminava per la stanza, a fronte bassa, con le mani in saccoccia.
— Sai... è una sgualdrina... — disse.
Arrigo scattò in piedi con un balzo.
— Cos’hai detto!?
L’altro fece con la mano un gesto vago.
— Nulla... dicevo così per dire.
Seguì un torbido silenzio. Tutti e tre guardavano Arrigo quasi con paura. In lui saliva una orrenda collera, i suoi occhi ne lampeggiavano, i suoi pugni eran frementi.
— E nessuno di voi sa dove sia? — domandò con una orribile voce.
Tacquero. Egli fece qualche passo indietro, fin contro il muro, e girò su la sua famiglia uno sguardo minaccioso.
— Non lo sapete?...
Il padre rispose:
— No.
— Da quanti giorni è partita?
— Saranno dieci giorni.
— Dieci? — egli ripetè sordamente. E contò nel suo pensiero il tempo da che s’eran lasciati.
— Questo avete fatto voi! — gridò con veemenza, buttando innanzi la mano come per insultarli.
— Noi?... — mormorò il padre. Paolo scrollò le spalle.
— Sì, voi! Non dovevate lasciarla partire, — disse più duramente, con una voce implacabile.
La madre s’era messa a piangere in una poltrona; Paolo s’era fermato contro un mobile e fissava Arrigo con stupore.
— Noi? — balbettò ancora il padre. — Cosa possiamo fare noi contro voialtri?... Ci ammazzate, e basta!
Uno scoppio di tosse rauca gli ruppe il petto senile; piano piano si lasciò calare sopra una seggiola e continuò a tossire.
Fra l’uscio apparve la faccia barbuta e lucida del Riotti.
— Disturbo? — domandò con mansuetudine.
— Sì, disturba, se ne vada! — gl’intimò Arrigo senza muoversi. L’altro volse uno sguardo su quella scena e si ritrasse a malincuore.
Arrigo fissò il fratello:
— E tu cosa sei qui a fare? — domandò con disprezzo. — Nonti occupi di nulla, tu? Non sai dov’è andata tua sorella?
L’altro divenne paonazzo di collera, bestemmiò qualche parola fra i denti, ma non si comprese nulla. Soltanto lo si vide oscillar sui piedi come se volesse affrontare il fratello.
Il padre si levò di nuovo, con fatica, per gli spasimi che gli fiaccavano il dorso; la sua mano incerta si tese verso il figlio primogenito; il mento scarno gli tremava nella commozione.
Allora, in quel momento ch’egli stava per parlare, per accusare forse, intorno alla fronte di quell’uomo debole che per tutta la sua vita non aveva sopportato se non ingiurie e sventure, una certa solennità si cinse, come se nella sua canizie venerabile, in quella stanza dov’erano la sua donna e due de’ suoi figli, quel vecchio si sentisse veramente il capo della casa, colui che veglia fino all’ultimo sul focolare semispento e può benedire come un santo o maledire senza remissione i figli nati dalla sua virilità.
— Con qual diritto, — disse, — ti permetti tu di condannare tuo padre e tua madre? Tu, che nella tua casa non hai portato altro che malanni? Tu, che ci hai lasciati soli quando avevamo più bisogno di te? Cos’hai fatto nella famiglia, tu, per poter giudicare di noi? Ci hai voltato le spalle: ecco quel che hai fatto! Nè più nè meno che tua sorella, peggio che tua sorella, perchè tu eri il primogenito, quello che aveva il dovere dell’esempio. Sei tu che l’hai portata fuori di casa per il primo, che le hai insegnata la via del vizio, e se oggi è perduta per noi, se oggi si disonora, la colpa non è nostra: è tua! tua!... perchè sei stato un cattivo figlio, e in tutta la tua vita non sarai che un uomo cattivo!...
La sua voce si estenuava; ricadde su la seggiola, soffocato dalla tosse.
Arrigo aveva da principio ascoltata quella voce con un religioso terrore. Ma poi, quando s’intese rinfacciare la sua colpa da colui che non la conosceva, quando pensò che accusavano lui di averla buttata nelle braccia d’un altro, lui che si struggeva d’un amore insanabile, quando sentìche la sua opera nel mondo era stata solamente quella di corrompere, di perdere, di trascinare con sè chi amava, nel suo perverso destino, quando sopra tutto comprese di aver quasi tradito il suo terribile segreto, una ribellione cieca proruppe in lui, contro tutto e contro tutti, contro quel padre istesso che ora l’accusava, quel padre taciturno ch’era venuto a minacciarlo nella sua notte d’amore.
Un riso crudele gli salì fino alla gola e risonò contorcendo la sua bocca sinistra.
— Va bene, — disse lentamente, — va bene!
Poi continuò, scandendo le parole:
— Se Loretta è partita con un amante, io sono un uomo rovinato e perduto... — Fece una pausa e ripetè: — rovinato e perduto.
Si cacciò una mano fra i capelli, tacendo con la bocca una smorfia di dolore; indi riprese:
— Ma non importa. Voi tre... voi tre: padre, madre, fratello, dovevate impedire che partisse a costo di ucciderla. Non lo avete fatto, e siete responsabili di tutto quello che può succedere. Non dimenticatelo: voi tre!
E li segnava col dito ad uno ad uno, ridendo di quel suo riso sinistro.
Paolo s’avanzò verso di lui, fissandolo co’ suoi piccoli occhi intensi. Quando gli fu vicino, rovesciò la testa indietro, duramente, con un atto di sfida.
— Di’ un po’!... cos’hai tu per la Loretta?... — fece, con un tono ambiguo.
— Io?... — pronunziò Arrigo, illividendo.
— Sì, tu, proprio tu! Cos’hai?
Arrigo girò intorno uno sguardo di bestia impaurita e fece atto di rispondere; ma l’altro non gliene diede il tempo, e riprese:
— Bene, ti ripeto: lei è una sgualdrina e tu la vali!
Arrigo istintivamente levò il pugno sopra di lui: la madre dette un urlo. Ma Paolo, nella sua forza tranquilla, non si scompose.
— Ed ora, — disse, — vattene di qui, se non vuoi che ti scacci io!
Col braccio teso gli additava la porta.
Non fu paura fisica, ma una paura morale, fredda, orrenda che lo vinse. Gli parve che avessero guardato nel suo secreto, che mille bocche urlassero ad alta voce l’infamia di cui s’era contaminato...
Chinò la testa silenziosamente, ed uscì.
La strada formicolava di gente; la strada gli parve impetuosa, terribile, fragorosa; la strada lo afferrò, lo travolse nel suo flutto, come un naufrago in balìa della fiumana.