XI
Un altro giorno l’attese nella via, come se l’incontrasse per caso. E la guardò dirittamente, sorridendole ancora. Aveva pur notato una piccola sorpresa in lei, vedendolo passare. La seguì per un tratto, assai discretamente, però lasciandosi vedere; poi volse altrove. Ogni giorno le mandò fiori, ed i più belli ed i più rari che trovava. Una mattina la incontrò, mentr’ella usciva dalla guantaia; un pomeriggio di nebbia s’imbatterono insieme su la porta della stessa pasticceria, e presero il tè vicini. Una sera, ch’ella non cantava, s’incontrarono nello stesso teatro. Ella era in un palco, insieme con altre signore, altre cantanti forse, e ad un certo punto egli si accorse che domandava di lui. Non le seppero dir nulla, certo... Ma ella portava alla cintura un grappolo di rose gialle: per caso, quel giorno, egli le aveva mandate rose gialle. Poi sentiva di non darle noia, di non esserle indifferente; lo sentiva con quella inspiegabile certezza che la donna trasfonde in noi quando riusciamo a piacerle. Ed è forse il momento più soave di tutto l’amore.
Ormai pensò ch’era venuto il momento propizio per inviarle una lettera. Ma un pensiero lo trattenne. Scrivere in italiano ad una forestiera sarebbe stata cosa poco elegante, mentr’egli con lo stile francese non aveva troppa familiarità, e nemmeno con l’ortografia, per vero dire. Parlando, ne faceva uso con una certa speditezza, e Dio sa come ancora, perchè lo aveva studiato poco tempo a scuola, poi vi si era meglio addestrato da sè, leggendo qualche libro, facendo la corte a qualche canzonettista francese.
Rinunziò dunque a mandarle una lettera, ebbe ancora pazienza. Ella ricasava tutte le sere alla stessa ora, ed eglisapeva benissimo per quali strade. Una volta, incontrandola, salutò. Ella rispose, appena appena, con un semiriso ambiguo su l’orlo della bocca limpida, che pareva una bocca di donna innamorata. Ed affrettò il passo. Egli non insistette. Gli batteva un po’ il cuore.
Adesso la salutava sempre, tutte le volte che l’incontrava, lasciandole dietro uno sguardo lungo, un cauto sorriso della sua bella bocca limpida e rossa.
Una sera l’accompagnò da presso, quasi di fianco, sino alla porta di casa.
Un’altra sera l’aspettò presso la soglia del teatro, dov’ella giungeva in carrozza chiusa, per cantare.
A quell’ora gli strilloni gridavano il libretto dell’opera, gli incettatori offrivan palchi e poltrone ai passanti; entravan gli ultimi del lubbione; un venditore d’arance chiacchierava con due guardie di pubblica sicurezza, fra le ceste ripiene de’ suoi frutti divampanti.
Quando giunse la sua carrozza, Arrigo s’avvicinò alla portiera, l’aperse, e scoprendosi il capo le tese la mano per scendere. Di maraviglia ella sorrise.
Era ammantellata fino al collo, per timore della nebbia fina, che poteva nuocerle.
Ella mise la mano inguantata nella sua mano, vi si appoggiò, sorrise, gli disse in fretta:
— Venite a trovarmi... — E passò via, strisciandogli vicino, rapida, leggera; poi súbito scomparve nella piccola porta, lasciando per lungo tempo dietro di sè un’ondata di profumo.
Egli rimase a guardare come un ebete il venditore di arance, che or faceva qualche passo, avanti, indietro, lungo le sue ceste, fischiettando piano piano; poi si rimise il cappello in capo e sentì che dentro il cuore gli cantava....
Gli cantava una bella canzone di gioconda vita, un inno fervido, concorde con tutte le sue speranze vertiginose, tanto può sul cuore più saldo la parola fuggevole d’una donna.
Ora la piazza, vegliata in cerchio dagli alberi ancor bianchi di recente nevicata, fra la nebbia rosea, fra l’austerità dei quattro palazzi che la chiudevano per intorno, si andava lentamente animando della sua vita serale.Frotte passavano, rade, folte, già satolle del pingue desinare, ciascuno rannicchiando il collo nei caldi baveri ad ogni soffio di vento, godendosi tuttavia quell’ozio della passeggiata che riposa dal diurno lavoro. Gente sola, nemica del tempo freddo, che striscia lungo i muri, tutta curva, come per proteggere una bronchite latente; pedine che vanno in fretta, con un far donnesco di cose appartenenti alla strada, forse digiune ancora, in cerca dell’invaghito; lavoratori tardivi che se ne tornano zufolando; cavallucci cascanti, che più vanno e più s’azzoppano su la pietra pericolosa, trainando nel veicolo dai vetri appannati qualche scapolo senza cucina al suo pranzo tardivo; belle pariglie scalpitanti, che trascorron da palazzo a palazzo; automobili silenziose, veloci, che lanciano sui marciapiedi un gran fascio di luce, passando.
Un crescere di sfaccendati, che sboccano da ogni contrada, s’incontran, s’intreccian, si fermano a ciarlare dei lor casi domestici, fra le grida monotone dei giornalai, le nenie dei banditori di spettacoli, l’eco semidispersa delle orchestre che allietano le birrerie, la canzonaccia di qualche vagabondo, la zuffa di due cani.
Egli camminò fra queste cose, respirando a pieni polmoni l’aria frizzante, ingollando il fumo gonfio d’una sigaretta che gli spargeva per le vene una specie di torpore benefico.
E la vedeva ora nel suo camerino, presso la specchiera ingonnellata di garza, prepararsi lentamente all’acconciatura da scena sotto le mani dell’abbigliatrice, con la partitura davanti agli occhi, ed ogni tanto accennandone un motivo, provandosi la voce.
La vedeva tendere le labbra verso lo specchio, per disporvi sopra il soverchio belletto, stenderne un poco sui pomelli delle gote, mettere il nero fosco intorno agli occhi, perchè brillassero più vivi.
Poi, diritta, lasciandosi cadere la camicia sbottonata giù da le spalle come una rotta guaina, sorretto appena dal busto basso il ricolmo del seno, stendervi sopra, e su la gola, e su le spalle, e su le braccia, una pasta molle,odorosa, quasi limpida, che sùbito vi aderiva, luccicando, e poi facendosi opaca, man mano che la cameriera leggermente vi passava sopra con il piumino della cipria, e le stendeva sul dorso, fino a mezza schiena, la medesima imbiancatura.
Per tal modo il suo busto nudo andava prendendo una bianchezza di perla, una trasparenza così delicata che pareva quasi azzurra e lasciava intorno, per la piccola camera, un buon odore di mandorle amare.
«Domani,» — egli meditò fra sè stesso. E trascorsa la prima ebbrezza, la sua calma ragione lo riprese; pensò che un piccolo errore poteva perderlo, adesso più che mai, e con l’anima piena di trepidazione imaginò lungamente quell’incontro vicino.
Era tardi; se ne andò a pranzare.
Ella sedeva davanti al pianoforte sfogliando musica, quand’egli entrò. Per un momento si trovaron nell’impaccio entrambi, poichè non sapevano affatto come dirsi la prima parola.
— Debbo ringraziarvi... — ella cominciò.
— Di cosa?
Ella segnò due mazzi di que’ fiori ch’egli le mandava ogni giorno come un messaggio. Era seduta su lo sgabello girevole del pianoforte, a mezzo rivolta verso di lui, a mezzo verso il leggìo. E lasciando correre la mano sbadata su l’avorio e su l’ebano della tastiera, che riluceva nella penombra, sogguardando a lui dal volto chino, con una grazia indefinibile sorrideva.
— Sono stato scortese... — disse il giovine.
— Sì, un poco... — ella rispose.
Ma il rimprovero quasi era carezza, tanto soave ne fu l’accento.
— Non avevo altro modo per avvicinarmi a voi, — diss’egli per iscusarsi. — Molte volte non si può scegliere la strada. Ma dovete perdonarmi, perchè il mio desiderio di conoscervi è stato così grande, e insieme così rispettoso....
Egli lasciava cadere le parole pianamente, con insinuazione, stando ritto e fermo nel mezzo del salotto, irrigidendo la sua persona per non mostrarsi turbato. Ella ascoltava, guardandolo attentamente, con un sorriso impercettibilmente ironico su l’orlo delle sue labbra fini.
Lo guardava con l’occhio vigile della donna che misura una propria impressione anteriore e la raffronta con un’altra più immediata, stando curva insieme sopra un pericolo o sopra una delusione. Lo guardava perplessa, poich’era stata in verità un po’ leggera dicendogli di venire nella sua casa, e quell’uomo, quello sconosciuto, in fondo poteva credersi lecita qualche pretensione sopra di lei. Ma la sua maniera d’essere non le faceva paura; egli piuttosto l’incuriosiva, l’aveva incuriosita stranamente fin dal primo giorno quando s’erano incontrati in quel negozio di fioraio. «Per la signora Tatiana Ruskaia,» aveva egli detto, nel mettere il suo biglietto da visita fra le belle orchidee; e il tono di quella voce, l’espressione di quel sorriso, non si erano mai dipartiti dalla sua mente. «Per la signora Tatiana Ruskaia...» Egli aveva pronunziato il suo nome in un modo singolare, con un accento così nuovo, quasi con timore e quasi con baldanza, non obliquamente, ma guardandola in viso, ma sorridendo a lei che gli era del tutto sconosciuta: ed anche questo le piaceva. Così le piacevano i suoi begli occhi neri, la sua bocca sensuale, dalla dentatura lucente come cristallo. Quando più tardi lo aveva riveduto per via, quand’egli le era passato vicino, quasi toccandola, e poi le aveva camminato dinanzi, agile, con una franca sicurezza della sua bella persona, ella ne aveva provato un senso molesto e dolce insieme, come se nell’intimo della sua natura femminile una specie di turbamento insolito avesse d’un tratto risvegliata la sonnolenta inerzia del suo cuore. E senza volerlo aveva pensato a lui, di giorno, di sera; lo aveva qualchevolta cercato per via con occhi distratti; si era sentita trepidare, nell’avvicinarsi alle strade ove per solito le accadeva d’incontrarlo.
Egli non era stato importuno: le aveva parlato, sì, madi lontano, con la forza de’ suoi occhi veementi; le aveva detto: «Mi piaci,» le aveva detto anzi: «Ti voglio...» ma dolcemente, senza molestarla nè offenderla.
Stando in scena, o dietro la scena, le avveniva spesso di cercare unicamente la sua presenza tra i confusi ordini della platea; le avveniva di aspettare ogni giorno quel suo mazzo di fiori con una singolare ansietà, e fors’anco si sarebbe sentita piena di malinconia se un giorno egli non avesse pensato a mandarle fiori.
Quest’uomo la imprigionava nella sua forza come nel piacere d’una carezza che le stringesse tutta la persona. Quando la ravvolgeva nello sguardo luminoso de’ suoi forti occhi, ella ne sentiva quasi un male; senza volerlo, senza spiegarsene il perchè, le pareva che gli avrebbe perdonato qualsiasi audacia; e quand’usciva dal teatro, vibrante, accesa dalla passione che aveva trasfusa nel suo canto, avrebbe voluto incontrarlo, passargli vicino, sentirsi fortemente, improvvisamente, prendere fra le braccia da lui.
Perchè gli aveva dette quelle parole impensate nello scender di carrozza? Era stata, in verità, una frase involontaria, come se le sue labbra avessero parlato da sole, tanto si era turbata nel vederlo subitamente avvicinarsi alla portiera.
Ed ecco, era lì davanti a lei, le parlava.
Si era sentita quel giorno irrequieta e nervosa, poichè l’aspettava; s’era guardata nello specchio, in tutti gli specchi, molte volte, poichè l’aspettava. Era una curiosità malsana, sciocca, la sua; non avrebbe dovuto lasciarsi andare così leggermente al primo capriccio che le frullasse per il capo! E quasi con ira, nell’aspettarlo, se lo andava ripetendo ogni tratto: «Sì, una vera leggerezza, una vera pazzia!...» Egli sarebbe venuto, l’avrebbe trovato volgare e sciocco: la sera stessa non ci avrebbe ripensato più. Capricci di donna un poco sola, che afferrano chi se ne va per il mondo in cerca di tentazioni, con la testa molto accesa, l’anima un po’ vuota... capricci che son tanto più forti quanto più sembrano assurdi, e nascon nei cuori viziati, nei cuori avvezzi a soddisfare con troppa facilità ogni loro desiderio. Sarebbe venuto, e, forse, guardandolomeglio, ella si sarebbe accorta che in lui non v’era nulla di tanto singolare; forse la sua voce, udita meglio, le sarebbe dispiaciuta; i suoi gesti, la sua persona, la sua maniera di ridere non le avrebbero più ispirato quel desiderio femminile d’essere per lui una vera donna; forse, alla fine, se ne sarebbe sentita libera, ne avrebbe riso a cuore aperto, con quel riso giocondo che scoppia in noi quando ci accorgiamo d’essere passati, senza pur cadervi, troppo vicino all’amore.
E lo guardava.
Era un uomo insolito. Fra mille, dopo anni di lontananza, lo avrebbe riconosciuto. Pure stando fermo, e se pur taceva, un contrassegno della sua singolarità era visibile in ogni attitudine della persona. I capelli foltissimi, più che neri, d’una lucentezza quasi violacea, gli si spartivan disugualmente da un lato e dall’altro della fronte, formando sopra il pallore delle tempie due dissimili onde, invano appianate dal pettine o lisciate dalla mano in un gesto assiduo di pensiero. Le linee del suo volto eran ferme, precise, quasi eccessivamente pure; ma la bocca, un po’ aspra quand’era chiusa e piena di soavità nel sorridere, gli occhi dalle palpebre oscure, gli occhi mutevoli come il colore d’un’acqua sotto un variar di nubi, mettevano in quella fredda bellezza una imperfezione gradevole, una specie di selvatica vita, che pareva splendere di continue palpitazioni. Tutto era in lui bello ma temibile: così la mano, piccola e nervosa, che pareva nella sua delicatezza esprimere un non so che di rapace, l’alta statura e complessa, che serbava nella sua forza un’ammirevole agilità, così lo strano contrasto fra l’accuratezza esteriore dell’abito con quello che aveva in sè di non ancora domato e lisciato, l’aria di sofferenza che v’era nel suo sorriso, la malvagità subitanea che brillava come una lama in taluni suoi sguardi.
Tutto questo ella vide, pensò, conobbe, in pochi attimi. La sua mano correva su la tastiera, fuggevole, come inseguendo con ogni nota un pensiero.
— Avete detto «un poco...» — egli fece per interrompere quel silenzio che gli pesava. — Sono stato un pocoscortese... Forse. Ma voglio esserlo ancor più. Voglio dirvi, e forse ne riderete, che per voi, senza sapere nulla di voi, ho provato qualcosa di così forte, di così nuovo, che mi è sembrato di potervi amare terribilmente anche se avessi dovuto non conoscervi mai. La prima sera che v’ho intesa cantare....
— Ma voi chi siete? — ella lo interruppe, con un gesto vivo di malessere.
— Io? chi sono?
Egli parve cercare un poco la risposta.
— Nulla sono. Uno fra i tanti, uno fra i mille che vi avranno fatta la corte, non è vero? Quello che vi è capitato con me, può capitarvi ad ogni momento, non è vero? Nulla sono. Di me non potrei dirvi cosa alcuna. Faccio una vita semplice. Amo più essere solo che con altri. Non ho passioni; non ne ho avuta alcuna, finora. Sì, una soltanto: la musica. E non lavoro. Mi siete piaciuta molto e súbito, in un modo che mi ha fatto quasi male. Se anche ne riderete, son contento di avervelo potuto dire.
Ella piegò leggermente il capo e si prese una mano nell’altra, girando gli anelli che portava su le dita. Ora, col dorso, poggiava contro il pianoforte; le ginocchia sovrapposte davano alla sua gonna l’apparenza di una grande ala. Non rideva; era visibilmente commossa; visibilmente.
— E allora?... — ella fece, sollevando verso di lui con timore la faccia un po’ confusa.
— Allora ditemi se potrò sperare di vedervi qualche volta, non più da lontano soltanto, e se potrò domandare anche a voi, per esempio: Chi siete?... e continuare a dirvi le cose un po’ ridicole che vi ho dette oggi, e raccontarvi la storia dei giorni pieni d’inquietudine che ho vissuti nell’attesa di parlare con voi....
— Ebbene... sì! — ella fece dopo una pausa, raccogliendo il ginocchio pieghevole nelle mani congiunte.
Fuori la neve cominciava a cadere, lieve, piana.