XIV

XIV

— Sali e spógliati, Lora — egli le aveva detto a piè dell’ascensore, forse perchè temeva di affrettare quella imminente ora notturna. — Córicati presto e riposa bene.

— Ma tu non sali? — domandò ella indugiando.

— Sì, fra poco. Ancora non ho sonno; rimango a fumare un’altra sigaretta.

— Io pure non ho sonno... — ella fece.

Ma egli la persuase con dolcezza:

— Domani faremo una gita, bisognerà levarci di buon’ora. Va e dormi.

Egli rimase a camminare nell’atrio lungamente, poi scese di nuovo nel giardino, tornò verso il lago. Vide la camera illuminata sul terrazzo del primo piano; quella intensa luce lo affascinava, distogliendolo da ogni altro pensiero.

— Lora si spoglia, — pensò. E vide gli abiti che si toglieva, ne sentì l’odore.

Le sue braccia lo tormentavano, il petto che le usciva dalla camicia di batista gli sbocciò nel pensiero come un mazzo di fresche rose; i suoi piedini ancor calzati, li vide che andavano qua e là, per la camera, con quella irrequietezza or pigra or frettolosa della donna che si spoglia. — E adesso Lora si péttina, — pensò. E intese il crepitìo del pettine di tartaruga nella treccia disciolta. L’odore di quei capelli empì l’aria per dov’egli passava.

La vide curva sul catino a rinfrescarsi la faccia; immaginò che per una sua civetteria feminea s’incipriasse tutta, prima di coricarsi. Quell’odor morbido della cipria e della sua pelle profumata, commisto insieme, gli alitòsotto le narici come una cosa viva. Ed egli la vide sedersi vicino al letto, stirarsi un poco nella pigrizia, nella delizia dell’imminente riposo, accavallare una gamba su l’altra per togliersi la scarpina, lasciarla cadere su lo scendiletto, poi farsi scorrere lentamente, giù dal polpaccio, la finissima calza nera, ed il piccolo piede uscirne, polito come un gioiello d’avorio, inquieto nella sua forma sottile, nervoso come una mano. Indugiare un poco a togliersi parimenti l’altra scarpina, l’altra calza, guardarsi intorno con quello sguardo svogliato di colei che non vorrebbe dormir sola, poi levarsi, prendere di su la coltre una bella camicia tutta pizzi e nastrini, prepararla con qualche movimento carezzevole, slacciarsi quella che portava indosso e lasciarla scivolare giù, come una guaina, con un sorriso lento....

Si andava per l’ultima volta a guardar nello specchio, poi si coricava.

Egli si raffigurò queste cose minutamente, angosciosamente, come alcuno che bevesse a piccoli sorsi un veleno soavissimo. La tepida notte lo fasciava di profumi troppo forti; un indefinibile silenzio pieno d’agitazioni pendeva tra cielo e terra; la nascosta vita notturna si moltiplicava intorno a lui, nell’ebbro giardino.

Traverso il fogliame degli alberi guardava con una specie di stupefazione quella finestra illuminata, sul terrazzo del primo piano.

D’un tratto, non potè più resistere a quelle visioni, traversò il giardino in fretta, e salì.

Ella era uscita sul terrazzo deserto, s’era stesa pigramente nella poltrona a sdraio, ed or l’aspettava, guardando nel miracolo della notte, ove tremava con una specie di furiosa intensità la magnificenza delle stelle.

— Che fai lì fuori? Non ti sei dunque coricata?

Un po’ ebbra di stelle, di silenzio e d’amore, tese a lui le due braccia senza rispondere.

— Perchè non ti spogli? — domandò egli ancora.

— Aspettavo te, — ella rispose con una voce lenta, un po’ velata.

Il lieve alito notturno era passato fra i suoi capelli; nel suo viso batteva la bianchezza del raggio lunare.— Fa umido la sera, — egli osservò; — non rimaner fuori troppo a lungo.

Poi, volgendosi con rapidità: — Ora è tardi, — le disse; — dormi bene. Addio.

— Rigo... — ella profferì a bassa voce, quasi fosse ancora sperduta nel sogno. E v’era un poco d’ebrietà nella sua femminile indolenza, ne’ suoi modi ambigui, nella voce con cui lo chiamava. — Rigo, vieni qui: siéditi.

Gli fece un piccolo posto accanto a sè. Egli ubbidì silenziosamente. Il calore di quel dolce corpo gli si propagò nelle vene come un piacere avvelenato e lentissimo. Stava curvo sopra il suo volto; le mani della fanciulla gli carezzavano i capelli, la fronte.

Allora ella si mise a parlargli piano, facendo lunghe pause, con trepidazione.

— Non devi lasciarmi sola... Questa notte più che mai sento il bisogno di esserti vicina, molto vicina, perchè sarebbe una vera malinconia mettere una parete, chiudere un uscio, fra me e te... Non vedi che notte magnifica? C’è un odore di gelsomini che vola per l’aria come una polvere ubbriacante. Poi mi sento piena di torpore, questa notte... Báciami!... Ho le mani calde, senti... Mi fanno male... Brúciano. Voglio rimaner qui tutta la notte, a parlarti, a carezzarti, piuttosto che rimaner sola.

Cacciava le dita ne’ suoi folti capelli, come alle volte si fa, nelle pellicce tepide, l’inverno. E continuava:

— Là, nel giardino, m’hai dette cose talmente gravi, che ne sono turbata; vorrei piangere, ma in fondo al mio cuore v’è una gioia che ride, una specie di speranza inesprimibile... Non lasciarmi sola. Od anche mi piacerebbe fare una cosa che non ho fatta mai: venire nel tuo letto, addormentarmi vicino a te... Báciami! E poi dimmi qualcosa di veramente pericoloso... Anche una parola innocente, se non vuoi dirmi altro... Ti amo, e sola non potrò dormire... perchè ho voglia che tu mi baci. Senti come la mia bocca è innamorata... Bàciami! Sono tua... tua... préndimi! Non desidero altro che soffrire di te... per te... Fammi un po’ male... dammi un bacio, uno solo, senza fine.. chínati...

Queste parole, dette vicino alla sua bocca, lo addormentavan come la musica d’un soave malefizio, fasciavan i suoi sensi dolorosi d’un ineffabile ristoro, e chiudendo gli occhi egli s’irrigidiva per ascoltarla. Su la sua carne fredda passava un gran brivido di piacere; una consumazione insensibile, uno struggimento senza fine si propagava in lui, sotto la carezza di quella voce.

Ella disse ancora, snervata, spossata:

— Guarda: chiudo gli occhi... dormo. Chínati un poco, báciami!... ho tanto sonno... ti amo. Sii dolce con me... Ascolta: non c’è rumore, nessuno ci guarda... báciami!

Come un pazzo egli le baciò la bocca, la fronte, le tempie, il collo, i polsi, le mani, con un roco ansito nella gola soffocata, e la baciò per tutta la sua carne profumata finchè il respiro gli venne meno. Poi si levò scapigliato, si sciolse da lei che lo teneva, la ricacciò con violenza sui cuscini, corse nella sua propria camera, vi si chiuse.

Ella dette un piccolo grido, e vibrante com’era sotto il flagello di quei baci, ruppe in un convulso di lacrime, poi restò per qualche attimo quasi priva di vita.

La mezza luna saliva sopra le montagne, alta, limpida, lontana dalle stelle.

Egli si buttò sul letto, mordendo i cuscini, aggrappandosi alle coltri, per dominare il tumulto che dentro lo schiantava, e non udir quella voce sommessa che dietro l’uscio lo supplicava, e non guardar più oltre nella terribile possibilità di quell’ora.

La notte s’inoltrava, limpida, quasi tremante, verso i culmini del suo glorioso fulgore, disseminando nella curva dell’infinito una più grande magnificenza di stelle. Il lago, le rive, abitate dall’ombre notturne, invase dall’ambiguità del silenzio, si vestivan di bianchi splendori nell’incantesimo della notte.

Trascorse un tempo che a lui parve infinito, poi gli sembrò di comprendere ch’ell’avesse cominciato a svestirsi. Non più intese per il pavimento il rumore de’ suoi tacchi sottili, ma il camminar soffice di due pianelle che andassero frettolose; allora ebbe la tentazione d’accostarsi all’usciointerno, che li divideva, e mettersi ad ascoltare. Ma subitamente invece la porta verso il corridoio s’aperse, ed ella entrò.

Era in vestaglia, paurosa, pallida, e ristette sul limitare. Egli balzò giù dal letto, rimase attonito a guardarla.

— Che vuoi?... — balbettò con voce soffocata.

— Nulla, — rispose. Lo guardò. Negli occhi alterati aveva una luce insolita; l’espressione di quel viso era singolarmente mutata. Qualcosa di aspro e di selvaggio era pure in lei, nella sua bocca per solito così ridente.

— Non dormirai stanotte?

— No.

Allora il fratello si mise a camminare cupamente per la camera, senza passarle vicino, come se meditasse contro lei qualche orribile cosa.

Ma rapidamente aperse la finestra ed uscì sul terrazzo.

Roteavano tutte le stelle, per l’immensità piena di tremito, come un turbine di coriandoli d’oro.

Ella, furtiva, gli scivolò appresso, così leggera che non la udì, e gli si appese al collo. Non aveva più busto, non aveva più che una vestaglia quasi diafana, che mal nascondeva la camicia ricolma e la gonnella corta; il suo corpo gli si fasciava intorno alla persona come una morbida sciarpa di seta si fascia, nel vento, intorno al collo che la porta. Le si disfecero anche i capelli, ch’eran tenuti da un pettine solo, e, senza cadere del tutto, gonfi e morbidi le ingombrarono la nuca.

Dolorosamente, amaramente, le loro bocche si congiunsero. Ella sentì così vicino lo spasimo della dedizione che s’attorcigliò a lui come un’edera, gli si avvinse intorno come un nodo.

La polvere di gelsomino volava in alto a vampate, ondeggiava per l’aria soffice, divampava dall’aperto giardino come un incenso invisibile: ogni cosa per intorno pareva esser pregna di quest’odore possente. Una fontana sola dominava il silenzio della notte, lanciando i suoi fili d’argento nell’intrico dei rami frondosi, dove, ad intervalli, un’ombra si mutava subitamente in splendore.

Tutto quanto avevano sofferto, patito, rifiutato al propriodesiderio colpevole, si disperdeva come un fumo di sterpi nella vertigine di quell’ora. Nulla più li divideva, se non il terrore di quella immensa gioia; l’indugio stesso che frammettevano al loro peccato era un peccato infinitamente più grande.

Ella si perdeva, ridendo e singhiozzando, sotto le sue carezze molteplici; nella gola turgida le saliva già il grido felice di quel vertiginoso dolore.

Ebbro di averla toccata, egli la sollevò nelle braccia, ed il suo peso non gli fece compiere che uno sforzo lieve. Aperse l’uscio serrato, la portò nella sua camera. Il pettine che le ratteneva i capelli, cadde sul pavimento, rimbalzò; le belle trecce le si diffusero per le spalle seminude, mentre si teneva strettamente al suo collo formando con le braccia avvinte una forte catena. I suoi piedini gli battevano contro le ginocchia, nel camminare. L’adagiò sul letto, e, curvatosi, immerse la bocca nel tepore della sua gola palpitante, mentre la vedeva contorcersi e tremare di sofferenza, quanto più, nel delirio, con le sue disperate labbra egli la baciava.

Allora strappò i vestiti da sè, da lei, furiosamente. Si sentiva rombar nelle tempie l’urlo della notte infinita; perdeva la conoscenza d’ogni altra cosa che non fosse quella carne viva.

E la freschezza della coltre li raccolse in un sol nodo convulso, li strinse, bocca su bocca, in un terribile disperato piacere...

················

Nel suo letto insonne di vergine ell’aveva imparato l’amore; nelle origini stesse della sua vita un oscuro istinto l’aveva irrimediabilmente condannata a peccare; il suo grembo di donna la condannava ad essere un delizioso e temibile strumento di voluttà.

Era inconsapevolmente lasciva; tutti i peccati della carne possedevano già il suo corpo intatto. Gli dava da bere il suo fiato, lo soffocava ne’ suoi capelli, si raccoglieva i seni come due bei grappoli maturi e li offriva crudelmente alla sua bocca, perchè ne godesse il sapore;si torceva con agile furia, battendo insieme le ginocchia nell’impazienza dello spasimo da cui voleva sentirsi ferire.

Ma in quell’attimo, dalle radici più vive dell’essere, un male opaco, denso come fumo, greve come piombo, traboccò nelle sue vene, pervase il più profondo gorgo della sua vita, la ruppe nelle giunture, le si strinse intorno alla gola come un capestro soffocante. Ed in quel male torbido, così vicino all’urlo del piacere, tutto l’odio virgineo che portava nel grembo inconsapevole si ribellò nell’attimo della dedizione. Con le sue mani, ch’eran state lascive, cercò di respingerlo, di afferrarlo, serrando la sua gola, torcendo la sua bocca umida, graffiandolo nel viso; e mentre pativa il bisogno di sentir infranta per sempre la disperata sua verginità, d’un tratto le forze l’abbandonarono, la vita le sfuggì dalle vene con un lievissimo grido.

Allora egli vide subitamente in quella faccia svenuta, come nella trasparenza d’un’acqua ferma, salir la faccia grave del lor padre taciturno, aprire su quelle palpebre chiuse i suoi dolorosi occhi pallidi, scavare in quelle piane tempie le fosse delle sue tempie senili, e vide nella faccia della sorella svenuta le scarne fattezze di lui, la fronte carica d’anni, l’amara bocca dalle labbra esangui, che si movevano per maledirlo...

Un abominevole terrore lo colse; di nuovo il cilicio della colpa non consumata lo ferì nella carne, fin nell’anima, con più irte spine. Balzò indietro, come di fronte ad un fantasma, e perdutamente fuggì.

Passava la notte glauca per il cielo della prima estate; le stelle splendevano così vicino alle finestre, che pareva, stendendo una mano, di poterle quasi toccare...

La mattina dopo si guardaron in faccia, lividi, come se avessero commesso un delitto. A lei dolevano tutte le membra; i nervi esasperati le vibravano come funi troppo tese; le alitava intorno alle narici un profumo voluttuosodi baci. E sentiva solamente il bisogno di giacer supina, fra le carezze di quell’amante che amava, e dargli tutta sè stessa come una coppa traboccante, e soffrire da lui quel maraviglioso dolore, ch’egli le aveva crudelmente risparmiato. Pur affranta com’era, le pareva che mai le sue vene si fossero sentite così gonfie di vita, che mai l’urto del suo sangue le avesse portato al cervello una più torbida voluttà. Sentiva un bisogno quasi malato di tornargli vicino, di accarezzarlo con tutto il suo corpo, con tutta l’anima sua, poich’egli portava in sè il piacere inebbriante, e si sarebbe inginocchiata con umiltà pur di goderne ancora la struggente inquietudine.

Ma nella faccia di lui, devastata e folle, non era che una enorme paura. La paura di quegli occhi pallidi che lo avevano guardato, la notte, d’improvviso, fra i baci. E rivedeva la faccia grave del lor padre taciturno, la senile bocca maledicente, su cui s’era trovato curvo nell’attimo estremo, quando stava per impadronirsi di lei.

Già, per ogni angolo, sovr’ogni cosa, rivedeva quella immagine, velata di silenzio e di malinconia. Era il fantasma che andava insieme col suo peccato, che gliene avrebbe ora e per sempre impedita la consumazione. Tra lui e lei c’era lo sguardo di quegli occhi pallidi; nella vampa stessa del suo desiderio quell’ombra passava come una fredda minaccia. Su la bella bocca profanata vedeva rinascere la memoria, il segno quasi, dei loro baci; ma quando più la tentazione attanagliava il suo cuor maledetto, ecco fra loro lo spettro paterno, la sinistra pallida faccia che appariva nel viso di lei.

Allora capì d’essere dannato, capì che uno spavento inesorabile ormai dominava il suo spirito, e lo piegava, e lo teneva prigioniero, trascinandolo, quasi alla catena, come un cane sitibondo lungo la riva d’un fiume. Comprese di non essere più padrone della propria volontà e di non potere nè ribellarsi nè ubbidire a sè medesimo, poichè fra lui ed il suo amore c’era tutta la potenza di quella legge umana che le più forti anime talvolta non riescono a sovvertire, c’era lo sgominio invincibile delpeccato che in tutti i tempi era stato maledetto, c’eran le oscure leggi della procreazione e del sangue, c’era la forza terribile delle parole, che vieta di chiamare amante una sorella e vieta che il nostro desiderio si fermi sul limitare della casa dov’ebbimo la culla, dove arde la fiamma inviolabile del focolare, dove siede il nume domestico a tutela della perpetua famiglia.

Comprese pure d’essere un debole, cui facevano paura le grandi anomalie della vita, un timido, che preferiva languire sotto il flagello del suo male anzichè impadronirsi d’una spietata felicità.

Solamente una grande anima può essere capace d’un grande peccato ed è molte volte più facile riscattarsi nel terrore della colpa, che affrontarne con tutto l’animo la tragica bellezza. Per concedere al proprio desiderio quella stupenda e orrenda libertà, che non riconosce divieti, bisogna disprezzare infinitamente gli uomini e tutto ciò che ubbidisce a pregiudizi umani. Ma egli non era che la vittima del suo fenomeno d’amore, nè sapeva in alcuna guisa divenirne il padrone. Aveva guardato infatti con occhi temerari verso le cime ove spazia l’anima dei veri sovvertitori; ma forse gli mancava quella coscienza dell’individuale arbitrio che sola poteva uguagliare il suo coraggio alla temerità del volo: una legge fortuita aveva imprigionato in quest’uomo mediocre l’amore d’un dio.

E però tentava liberarsene con ogni potere della sua volontà, riconoscendosi pieno di umili paure davanti alla fiamma di una così grande passione. Ma colui che dice a sè stesso: «Diméntica!» — non fa che insidiar la sua colpa con una tentazione più forte, non fa che avvelenare il proprio desiderio con l’attesa di una più grande voluttà.

Egli aveva passata la notte insonne a ragionar con sè stesso, a prevedere ogni possibile conseguenza, e n’era uscito con un proposito fermo: quello di allontanarsi dalla sorella, di non più rimanere un istante vicino a lei, perchè solo nella fuga, nella lontananza, nel tempo, egli ancora vedeva una remota salvezza.

Le andò presso, le parlò come non aveva mai parlato ad alcuna creatura del mondo, tanta era la dolcezza che traboccava dalle sue parole.

Disse d’aver pensato a sè stesso ed a lei, a lei sopra tutto, e d’aver compreso che stavano per prepararsi entrambi, con le lor proprie mani, una irremediabile rovina. Ch’ella era giovine, e doveva pur vivere, mentr’egli non avrebbe mai consentito a dividerla con chicchessia. E nessuna illusione le facesse velo. Oggi, forse, la sua gioia più grande consisteva per lei nel sacrificio di sè stessa, ma inevitabilmente verrebbe un giorno, e forse non lontano, in cui se ne sarebbe troppo tardi pentita. Infatti, quante aspirazioni, quante impazienze già non tormentavano la sua fervida giovinezza! Poich’ella era una bambina di vent’anni, ed a vent’anni l’amore, anche un’amore così torbido, non può essere che una ventata sentimentale, un soffio di perverso ardore, che sfuma e passa e non lascia memoria di sè... Poi, a lungo andare, nulla si può nascondere. La gente, prima o poi, se ne sarebbe avveduta. E allora?... Si sentiva ella il coraggio di subire apertamente una tale vergogna? Li avrebbero tutti esecrati, fuggiti come due cani lebbrosi, come due stregati, e non sarebbe rimasta per loro nè famiglia, nè amici, nè avvenire, nè pace, nè alcuno di que’ conforti umani che pur son necessari ad ogni creatura. Inoltre non eran ricchi, e bisognava quindi che, ognuno per la propria strada, provvedessero all’avvenire, visto ch’entrambi s’eran scelta una via diversa da quella ch’era segnata nel lor destino. Ricchi forse, molto ricchi, avrebbero potuto fuggire in un paese dove nessuno li conoscesse nè potesse conoscerli mai, e là dimenticare ch’eran nati dalla stessa madre, dallo stesso padre, per solo ricordarsi che si amavano.

Ma se pure questo fosse, avrebbero mai trovato pace nella lor propria coscienza? «Ricórdati! — egli le diceva; — tutto si può far tacere, tranne la voce inesorabile che si alza dall’intimo del nostro cuore. Ed il rimorso, vedi, è il nemico più terribile fra quanti ci riserba la vita.»

Non solo; ma se un figlio nascesse dal lor peccato? se mai dessero al mondo una creatura così maledetta fin dall’origine? se di lor due, fratello e sorella, si generasse una creatura infamata, esclusa da tutte le leggi umane, che li avrebbe fatti tremare ogniqualvolta pronunziasse conla sua bocca infantile quelle prime parole che si balbettano: «mamma, papà...»

Aveva mai pensato a tutto questo, lei? No certamente; perch’era giovine ancora, inesperta d’ogni pericolo, e si lasciava prendere senza riflessione dalla follìa del suo amore, ch’era solamente «il suo primo amore...»

Anche per lui era il primo, il solo, veramente l’unico. Ed ella ne sarebbe certo guarita; egli no. Egli avrebbe fatto il possibile per dimenticare, ma tutto questo non avrebbe servito che a mescergli nelle vene più profondamente il suo velenoso male. Per lei, senza dubbio, non era che un capriccio lieve, una folata di vento, un’ondata impetuosa di calore ne’ suoi freschi vent’anni... Oh, non dicesse di no! Egli lo sapeva bene, e questa era forse la sua tortura più grande. Ma egli era invece un uomo già maturo, ed anzi, un uomo rimasto fino allora insensibile a tutte le passioni; cosicchè gli si era scatenata nell’anima una buia tempesta, una di quelle tempeste che travolgono e distruggono intera una vita. Per quanto lottasse con ogni sua forza, ormai non v’era più scampo; in lui era entrato subitamente un altr’uomo, ben diverso da quello ch’egli era stato fino allora; la sua mente, il suo cuore, i suoi sensi, tutto era mutato. La sua libera gioventù si era incatenata il giorno ch’egli aveva cominciato ad amarla, ed ormai viveva come sotto la magìa d’un sortilegio, non sapeva più dominarsi, era uscito di sè.

Bisognava che s’armasse di tutta la sua forza per non trascinare anche lei nella propria rovina, bisognava che le volesse un bene infinito, più che amore, un’adorazione senza limiti, per venire a dirle quel che le diceva:

— «Parto, fuggo, non mi vedrai più. Devo starti lontano a costo di morirne, devo rinunziare a te perchè tu sia felice più tardi. Devo trovare nelle mie forze umane la forza spietata di non prenderti, e andarmene, solo, a rifugiarmi chissà dove, io che ti amo, io che non vivo un momento senza pensare a te, io, che dovunque vada, porterò nei sensi e nell’anima la tua memoria, più viva e più terribile di te... Poi, non è tutto. Sei difesa, vigilata; c’è tuo padre, nostro padre, che ti difende. Ogni volta che le mie labbra volessero baciarti, ora lo vedrei. Stanotte,quand’eravamo insieme, quand’eri quasi mia, d’un tratto egli è venuto, l’ho visto. Era lì, fra me e te, che mi guardava con i suoi occhi fermi. La sua faccia si è confusa nella tua faccia. Ho inteso che nostro padre ci malediva. Ed ora il suo fantasma non mi abbandona più. Comprendi, Loretta, comprendi che ne impazzirei?...

«Solo ti domando una cosa: abbi pietà di me. Non far nulla per trattenermi, non piangere, non ripetere che avresti voluto esser mia. Invece tu devi odiarmi, perchè questo amore che ho per te, ricórdati! è una cosa orrenda. Fa quello che vuoi: tornatene a casa, o rimani, o va dove sarai felice. Ma non dimenticare che un uomo fugge, butta fuori dalla vita il suo cuore morto, per salvare te, unicamente per salvare dalla rovina la sua sorella che amava...

«Più tardi, quando sarai donna, pensa che se la mia colpa fu grande ho anche lottato quanto un uomo può lottare per ribellarmi a questa colpa. E tu non dirmi niente, Lora... non mi cercare mai più. Parto súbito, stamane, fra un’ora...»

E partì.


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