Il riso si comunica per contagio al Roghi e a Giuditta.
Il riso si comunica per contagio al Roghi e a Giuditta.
MAURI
(c. s. irritato un po') — Scusi, signora, se le dico che in questo, veramente, non c'è niente da ridere.
ROGHI
(ridendo ancora) Ma come no, abbiate pazienza!
MAURI
Perchè non capite che cosa voglia dire capitare a venticinque anni, pieno di sogni in un paesucolo più piccolo, più brutto — scusate — di questo vostro, e marcirvi quattro, cinque, dieci eterni anni, pretore!
ROGHI
(a don Camillo) Ah, ecco dunque, è giudice davvero!
DON CAMILLO
(con forza convinta) È matto!
MAURI
(subito, serio) Mi sono dimesso. — Una vita che non si può figurare! come nessuno di voi, che vi marcite dentro qua, può conoscere! — Neanche tu, sai, Flora; che pure hai conosciuti tutti gli orroridella vita! Ma, Dio mio, sono orrori almeno! — Non una vita fatta di niente. — Niente! — Ombra. — Silenzio d'un tempo che non passa mai. — Neanche acqua da bere. — Acqua di cisterna, amara, renosiccia... — Ma non sarebbe nulla! È quel silenzio! quel silenzio! Figuratevi che vi si sente anche un soffio di vento, quando scuote la fune della cisterna giù in piazza, e la carrucola che ne stride; mentre voi, dentro... — Ah! Un piano di vecchio tavolino, unto, polveroso, ingombro di carte giudiziarie — e una mosca che vi scorre a tratti, sopra. E tutta la vita lì, in quella mosca che voi state a guardare per ore e ore. — Ebbene, immaginate di sentire un giorno, in quel silenzio, il suono d'un pianoforte: l'unico del paese. Vi corsi incontro come un assetato! E sissignori, sposai quella donna più vecchia di me, che mi parve bellissima e intelligentissima, solo perchè aveva quel pianoforte. — Perchè musica, musica io ho studiato, capite? non ho mai studiato legge io. — Sono un musicista, io! — E quella — dacchè la sposai — m'ha chiamato sempre pretore. Sì, sì, e anche i figli! — Quattro — cresciuti con lei in campagna — a-nal-fa-be-ti. — Anch'essi, anch'essi — non mi chiamano mica papà!pretoremi chiamano! anzi: —Preto'!, come la madre. —È in casa il Preto'?—No, è alla pretura, il Preto'!
Scoppiano a ridere tutti, tranne Fulvia.
Scoppiano a ridere tutti, tranne Fulvia.
ROGHI
(tra le risa) Oh bella! oh bella!
MAURI
Ridete, sì, ridete! Voglio riderne anch'io, ora! — Me ne sono liberato, vivaddio! — D'amoree d'accordo — sì! Con qualche carezza, anche. — E l'avrei strozzata, v'assicuro!
DON CAMILLO
(vedendo apparire dalla porticina dell'orto, in fondo, Silvio Gelli, che viene avanti tra quelle risa, costernato) Oh, Dio sia lodato, ecco qua finalmente il signor professore!
Alto di statura, SILVIO GELLI, di circa cinquant'anni, ossuto, poderoso, porta occhiali a staffa, cerchiati d'oro. Non ha barba nè baffi. Quasi calva la sommità del capo; ma lunghe ciocche di capelli biondastri, scoloriti, gli scendono scompostamente su la fronte e su le tempie. Egli se le rialza di tanto in tanto, e si tiene allora, per un tratto, le mani sul capo, come per un gesto di meditazione, che gli è abituale. Ha l'aria tra stordita e aggrondata d'un uomo che attraversi una grave crisi di coscienza. Ma vuol dissimularla. Per cui, spesso, resta quasi ottusamente inerte, con un sorriso freddo e vano, rassegato sulle labbra: espressione involontaria d'un che di beffardo, che è nella sua natura, e che quasi affiora a sua insaputa da antiche, maligne passioni, non ancora spente in lui, sebbene già da un pezzo domate. A urtarlo un po' in queste pause di ottusa inerzia, che sono in lui come ambigui arresti di difesa morale, egli s'intorbida: quel sorriso vano gli si scompone in una contratta smorfia di dolore, come se gli bisognasse che il dolore gli diventasse anche fisico, per poterlo sentire. Da queste contrazioni la sua fisonomia riassomma poi ricomposta, o meglio, quasi impostata in una grave e stanca aria di probità, che vorrebbe apparire da gran tempo serena, come lontanissima ormai da quelle passioni che pure or ora, in tempestoso fermento, lo hanno travagliato.Al suo entrare Fulvia si rizza in piedi felinamente, con lo stesso animo che, tredici anni addietro, la condusse alla perdizione. Ê per lei, questo, il momento d'una prova suprema. E in tutto il suo aspetto sarà dunque la risoluzione ferma d'affrontar questa prova, già meditata e preparata oscuramente nella scena antecedente, a costo di qualunque crudezza, mettendo a nudo come un vivo lacerto la sua coscienza e quella di lui, con la più brutale sincerità, avvalendosi anche della presenza di quel suo pazzo amante.
Alto di statura, SILVIO GELLI, di circa cinquant'anni, ossuto, poderoso, porta occhiali a staffa, cerchiati d'oro. Non ha barba nè baffi. Quasi calva la sommità del capo; ma lunghe ciocche di capelli biondastri, scoloriti, gli scendono scompostamente su la fronte e su le tempie. Egli se le rialza di tanto in tanto, e si tiene allora, per un tratto, le mani sul capo, come per un gesto di meditazione, che gli è abituale. Ha l'aria tra stordita e aggrondata d'un uomo che attraversi una grave crisi di coscienza. Ma vuol dissimularla. Per cui, spesso, resta quasi ottusamente inerte, con un sorriso freddo e vano, rassegato sulle labbra: espressione involontaria d'un che di beffardo, che è nella sua natura, e che quasi affiora a sua insaputa da antiche, maligne passioni, non ancora spente in lui, sebbene già da un pezzo domate. A urtarlo un po' in queste pause di ottusa inerzia, che sono in lui come ambigui arresti di difesa morale, egli s'intorbida: quel sorriso vano gli si scompone in una contratta smorfia di dolore, come se gli bisognasse che il dolore gli diventasse anche fisico, per poterlo sentire. Da queste contrazioni la sua fisonomia riassomma poi ricomposta, o meglio, quasi impostata in una grave e stanca aria di probità, che vorrebbe apparire da gran tempo serena, come lontanissima ormai da quelle passioni che pure or ora, in tempestoso fermento, lo hanno travagliato.
Al suo entrare Fulvia si rizza in piedi felinamente, con lo stesso animo che, tredici anni addietro, la condusse alla perdizione. Ê per lei, questo, il momento d'una prova suprema. E in tutto il suo aspetto sarà dunque la risoluzione ferma d'affrontar questa prova, già meditata e preparata oscuramente nella scena antecedente, a costo di qualunque crudezza, mettendo a nudo come un vivo lacerto la sua coscienza e quella di lui, con la più brutale sincerità, avvalendosi anche della presenza di quel suo pazzo amante.
SILVIO
(notando la presenza del Mauri, ìlare tra la ilarità degli altri, e l'aria di sfida della moglie) Ah, di nuovo qua?
MAURI
(irrompente) — Sissignore. E son venuto per...
FULVIA
(pronta, troncando, imperiosa) Lasciate parlar me! (Al marito, recisamente) Qua di nuovo, sì. — Prega tutti questi signori di lasciarci soli.
DON CAMILLO
Oh, subito, signora. Soltanto tengo a dichiarare al signor professore...
FULVIA
(interrompendo di nuovo, per troncare) Che questo signore è entrato a forza. — Va bene!
MAURI
(a don Camillo, accennando a Fulvia) Ma se siamo già d'accordo!
LA NÀCCHERI
(al cognato) Se son d'accordo! Che storie!
SILVIO
(a Fulvia) L'hai forse chiamato tu?
FULVIA
Non l'ho chiamato io. — Dobbiamo parlar di questo.
SILVIO
Sento che c'è un accordo...
FULVIA
Nessun accordo. Non è vero!
MAURI
Io son venuto da me.
FULVIA
(c. s.) Aspettate a parlare!
DON CAMILLO
E su, su, andiamo noi, andiamo via! (invitando col gesto a uscire il Roghi, Giuditta, e la Nàccheri).
LA NÀCCHERI
(rivoltandoglisi) Ecco, ecco... Ma diciamo anche noi, a nostra volta, al signore e alla signora, che noi qua...
DON CAMILLO
(sulle spine) Ma no, via, Marianna, che dite?
LA NÀCCHERI
Dico che siamo alla fine d'aprile, ohè! e che col maggio, voi sapete bene, cominciano a venire i forestieri per la cura delle acque.
SILVIO
Conto, per me, di ripartire prestissimo, signora.
LA NÀCCHERI
La prescriverà, m'immagino, anche lei ai suoi ammalati, signor professore! Ora, noi, qua, dobbiamoancora rimettere in ordine la pensione, ecco!
DON CAMILLO
Ma non vorrei che il signor professore credesse...
SILVIO
Lei sa bene che ho ragioni impellenti d'andar via al più presto.
ROGHI
Ma se non dovesse oggi, signor professore — ecco, io vorrei...
SILVIO
(accennando alla moglie) Vi prego...
ROGHI
Sì, sì, attenda, attenda con comodo, signor professore! Io posso aspettare... aspetterò, ritornerò...
DON CAMILLO
Ritiriamoci, ritiriamoci adesso...
Spinge fuori il Roghi, la Nàccheri, Giuditta ed esce per ultimo, inchinandosi e richiudendo l'uscio a vetri.
Spinge fuori il Roghi, la Nàccheri, Giuditta ed esce per ultimo, inchinandosi e richiudendo l'uscio a vetri.
FULVIA
(subito, nervosamente) Ecco, Silvio. Questo signore, che conosco appena...
MAURI
(ferito, protestando) Ma no, Flora!
FULVIA
Vi ho detto di lasciare parlar me!
MAURI
Ma se gli dici così, scusa!
FULVIA
Che volete che significhi, per una come me, conoscere uno da poco o da molto? (Voltandosi verso il marito) «Flora» hai sentito? — Mi chiama Flora!
MAURI
(in tono di rimprovero) Fulvia!
FULVIA
(precipitosamente) No, no, Flora, Flora — sono Flora. — (Di nuovo al marito) Mi si chiama subito per nome, e mi si dà del tu.
SILVIO
A me premerebbe ora di sapere, come e perchè — dopo quanto è avvenuto — si trovi qua di nuovo codesto signore.
FULVIA
Ecco, sì. — Questo signore, Silvio, crede sinceramente ch'io abbia voluto uccidermi per lui. E non è vero!
MAURI
Ah, non è vero?
FULVIA
Non è vero. L'ho fatto per me. Ditegli comee dove m'avete conosciuta. Basterà per farglielo comprendere.
SILVIO
Ma io non voglio saperlo!
FULVIA
Ero arrestata.
MAURI
(subito protestando) No! Che arrestata! Che dici!
FULVIA
Con un mandato di comparizione, sì. Complicata in un volgarissimo delitto.
MAURI
(c. s.) Ma che! Non creda! Prosciolta in Camera di Consiglio!
SILVIO
Vi dico che non voglio saperlo!
MAURI
(seguitando con foga) Venuta soltanto per deporre. Lo so io! Fu a Perugia, guardi, un mese appena dopo il mio trasferimento colà. C'era io nella sala del giudice istruttore, mio collega. Fu nel processo per l'assassinio d'un tal Gamba.
FULVIA
Con cui ero andata a Perugia.
MAURI
Sì, un pittore...
FULVIA
Ma che pittore! Un miserabile applicatore mosaicista della fabbrica di Murano.
MAURI
Già... venuto per restaurare non so che mosaico...
FULVIA
Un mascalzone che s'ubriacava tutti i giorni.
MAURI
E la picchiava! la picchiava!
FULVIA
Fu trovato morto, una notte, sulla strada, con la testa spaccata.
Silvio Gelli si rialza i capelli sul capo e vi trattiene le mani.
Silvio Gelli si rialza i capelli sul capo e vi trattiene le mani.
MAURI
(scattando al gesto di Silvio Gelli) Orrore, eh? «Fin dov'era caduta!» eh? — Ma mi faccia il piacere! lasci andare!
FULVIA
(subito, forte) Non declamate, al vostro solito!
MAURI
(senza darle retta, seguitando, ma in tono più basso, rivolto a Silvio) Lei m'insegna che tutto sta nel togliersi d'addosso, una prima volta, sotto gli occhi di tutti, l'abito, che ci ha imposto la società. Si provi, lei che sorride...
SILVIO
Ma io non sorrido.
MAURI
Ha sorriso! — Si provi, si provi a rubare una volta cinque lire e faccia che venga scoperto nell'atto di rubare. Me ne saprà dire qualche cosa! — Ma lei non ruba... Grazie! — E questa disgraziata avrebbe fatto quello che fece, se lei, suo marito...
FULVIA
(troncando, fierissima) Basta! Vi proibisco di seguitare!
SILVIO
(piano, calmo) Io sono venuto qua...
MAURI
Per perdonare, lo sappiamo!
SILVIO
(pronto, fermo, grave) No! — Per riconoscere il danno degli antichi miei torti verso questa donna. Non m'aspettavo però che altri qua, oltre lei, potesse arrogarsi di rinfacciarmeli.
MAURI
(subito, a sfida) E riparare?
FULVIA
(c. s.) Aspettate! Non sapete ciò che vi dite!
MAURI
No, io dicoriparare, Flora! E lo dico davanti a lui! Perchè ho anch'io il mio torto verso di te. Tu mi hai perdonato, ma io sono qua per riparare, per riparare!
FULVIA
(col piglio di chi non vuol discutere) Dunque — sta bene — ecco — io ti volevo dir questo, Silvio: — che egli è pronto...
MAURI
(insistendo, pigiando, sfidando) A riparare, sì, a riparare!
FULVIA
(esasperatamente, sdegnata, gridando) Ma non dite a riparare — fate ridere — se io non vi riconosco il torto, di cui volete accusarvi! — Oh quest'è bella! — Avete mentito con me — come tanti... Che volete che me n'importi? (Rivolgendosi di scatto al marito) Senti forse anche tu qualche dovere verso me per avermi salvata? — No, niente, caro! Grazie!
SILVIO
(stordito) Come! Io...
FULVIA
(subito incalzando, ma col tono di chi vuol ragionare) Sei forse venuto qua come medico, per operarmi?
SILVIO
No.
FULVIA
(c. s.) Ma anche operandomi — (cosa che nessuno però ti chiese di fare).
MAURI
Io m'opposi! io m'opposi!
FULVIA
(c. s. senza badare al Mauri) Io, per me certo, non te lo chiesi — è vero?
SILVIO
(impacciato, come sopraffatto, non sapendo a che cosa tenda quell'interrogatorio) No... — io lo feci...
FULVIA
(subito, venendogli in a ajuto, con uno strano lustro negli occhi) Quasi irresistibilmente, è vero?
SILVIO
Vendendoti in quello stato...
FULVIA
E dunque! — Ero come morta. Fu un miracolo anche per te! — Se sapessi come credo adesso ai miracoli!
SILVIO
Che vuoi, insomma, concludere?
FULVIA
Niente. Questo. Che non devi credere neanche tu d'aver adesso verso di me qualche dovere peravermi così... diciamo «restituito alla vita». — Nessun dovere, nessun dovere. Non ne accetto! — Nè da te, nè da altri. Nè doveri, nè riparazioni.
SILVIO
E che intendi di fare allora?
MAURI
Se ne viene con me!
FULVIA
Sono qua. Vedete voi... Giacchè mi trovo tra un dovere che riconosco insussistente, e un rimorso che dichiaro immaginario...
SILVIO
Tu sei sempre la stessa!
FULVIA
Ah, questo sì, vedi? questo sì, mi fa veramente piacere! Che i miei capelli tinti, questa mia faccia d'ora, non ti impediscano di vedermi ancora, di fronte a te, quella di prima!
SILVIO
Ma ti vedo adesso, così — in questo momento! Non ti ho veduta così in tutti questi giorni!
MAURI
Ci sono io, ora, qua!
FULVIA
(subito, voltandosi a lui) Voi non ci siete per nulla! Vi ho detto di non parlare! (Rivolgendosidi nuovo al marito) Mi hai veduta come un tempo? Perciò sei stato tutto... non so, come sospeso...
SILVIO
Io?
FULVIA
Sì, turbato, incerto... pentito dentro di te — ne sono sicura!
SILVIO
No, di che?
FULVIA
Ma d'aver fatto qua, inconsultamente, più di quanto t'eri proposto!
SILVIO
No! non è vero! — Non per questo!
FULVIA
Ma sul serio ti credi molto cambiato tu?
SILVIO
Potresti giudicarne dal fatto che mi trovo qua.
FULVIA
Ah, ma non t'aspettavi questo, venendo qua!
SILVIO
No — ah, questo no! questo no davvero! — Non sarei venuto!
FULVIA
(pronta, con disprezzo) E dunque puoi andartene!
SILVIO
(contenendosi) Io dico, che tu debba tenermi qua, ora, così, (accenna al Mauri).
MAURI
Ma so tutto io, sa! Di lei — so tutto!
SILVIO
Che sapete? Ciò che vi avrà detto lei, saprete! Dei miei torti. Non di ciò che ho sofferto per essi.
FULVIA
Molto hai sofferto?
SILVIO
Molto — se mi ha condotto qua. Non m'obbligherai a dirlo davanti a un estraneo.
FULVIA
Ah no, caro, fuori! fuori! — Perchè questo estraneo, caro, è qua, — non tanto per me — quanto per te.
MAURI
E io non sono un estraneo per lei! (indica Fulvia).
SILVIO
(rispondendo a Fulvia) — Per me? Che vuol dire?
FULVIA
Oh! d'un gran professore come sei ora, non s'immagina certo! Quasi ho soggezione io stessa, a dirlo. Ma se sono qua — e così — con questo accanto, o con un altro — via, tu sai bene che è per te — per te, com'eri prima! — Che vuoi? posso ricordarmi soltanto d'allora, io! Di quando giocavi con me, che avevo appena diciott'anni, come un gatto col topolino — per il gusto di vedere dove sarei arrivata. — Ecco qua, dove sono arrivata. — E tu hai molto sofferto! — Sarei curiosa di saper come.
SILVIO
Te l'ho detto, come.
FULVIA
No: scusa: m'hai detto anzi, che non ti riesce di soffrire.
SILVIO
Che non sento — t'ho detto, — di toccare la mia sofferenza: in me, in te... Questo t'ho detto!
FULVIA
Ah già! Il vuoto, sì.
SILVIO
Tu non puoi comprendere. E certe cose non si spiegano.
FULVIA
Non avevi nessuno con te? (allude, con questo, alla figlia, e s'infosca più che mai).
SILVIO
Mi vedevo inetto...
FULVIA
Indegno, no?
SILVIO
Anche indegno. Perchè ho riconosciuto, che tu eri andata via per causa mia. E perciò appunto non m'è riuscito mai di colmarlo, questo vuoto.
FULVIA
(con sprezzo) Ma dunque dici che hai sofferto per me!
SILVIO
No. Non come tu credi. Neanche in questo momento. No! Per la vita, che è così...
MAURI
Ah, questo è vero! Ha ragione! Anch'io, sa!
SILVIO
(senza badargli) Tu qua t'uccidi... un altro là impazzisce... chi crede di ragionare, e non conclude nulla...
MAURI
(quasi tra sè) La vita è brutale! Se lo so!
SILVIO
(c. s.) Vengo qua, dico: «Muore; vuol andarsene in pace; va', va' accorri...» — E il mio sentimento s'infrange qua contro una realtà che non potevo immaginare.
FULVIA
Che vuoi fare ora?
SILVIO
M'hai aggredito, appena entrato — con codesto signore. Non vuoi doveri, non vuoi riparazioni. — Non so... Ti vedo decisa — non so a che cosa...
FULVIA
(con voce improvvisa, come per una subitanea scoperta) Tu non sai, caro mio, quanta malizia hai ancora nello sguardo, quando — senza volerlo — guardi di sottecchi.
SILVIO
(stordito) Io?
FULVIA
Tu, tu, sì.
SILVIO
Malizia?
FULVIA
Malizia, malizia. Me ne sono accorta così bene! ora, sì — or ora — come ti sei voltato a guardare così (imita il modo).
SILVIO
Fastidio, forse — o stanchezza.
FULVIA
No. Malizia, malizia. Quella di prima! Devi darti per forza, anche adesso, un'aria di fronte a me. Questa, o un'altra. — Tutti gli uominive la date! Ma dimenticate come le donne vi hanno veduto, quando non ve la date più, in certi momenti. Mi spiego? E perciò le donne ridono sotto il naso, poi, nel veder le arie degli uomini. — O ne provano dispetto o disgusto. — Ma questo ora non importa.
SILVIO
Tieni a liberarmi d'ogni dovere, per mettere a prova davvero, se sono o non sono cambiato?
FULVIA
No no — non per questo! Ma ecco — vedi la tua malizia?
SILVIO
No, Fulvia — credi! È soltanto perchè una prova su questo non potrei dartela!
FULVIA
E io non la voglio! — Non capisci che non voglio da te nessun obbligod'ora? Io sono ora... quella che sono. Non voglio approfittarmi della tua venuta, vincolandoti per la vita che m'hai ridata. Di questa mia vita d'ora, di quel che sono ora, di tutto ciò che può accadermi ora, non m'importa più nulla — proprio nulla! E tu saresti uno sciocco, se te ne facessi qualche scrupolo. Sei accorso qua, perchè credesti che non potessi sopravvivere. Peggio per me, se non sono morta!
MAURI
(con forza) Ma ci sono qua io, Flora!
FULVIA
(subito con leggerezza sprezzante, mostrandolo al marito) Ecco — vedi? — c'è lui. — Volevo dirti questo!
MAURI
(c. s.) Io: io — tutto per te!
FULVIA
(quasi atterrita) Per carità, non parlate d'amore! — (Al marito) Disposto, pronto a riprendermi con sè.
MAURI
Con me! Per sempre!
FULVIA
Bravo, caro! Come dicono i fidanzati.
MAURI
(con forza) No! — Come posso dirtelo soltanto io!
FULVIA
(spiegando, come sopra al marito) Ha lasciato per me moglie e figliuoli. — Anche il posto, non è vero?
MAURI
Tutto!
FULVIA
E m'offrirà una bellissima posizione! — Darà concerti in provincia! Peccato che la voce, con questa mia vitaccia, mi si sia arrochita! Ci metteremmoinsieme: lui sonerebbe e io canterei! (scoppia a ridere stridulamente).
MAURI
(ferito) Tu dunque ridi di me?
FULVIA
(subito) No, no: credo, credo nella vostra bravura di pianista.
SILVIO
(sdegnato) Tutto questo, via, non è serio!
FULVIA
E ti fa molta impressione? — A me, nessuna. — Vi prego, insomma, di non darvi pensiero di me, nessuno dei due. Quante volte devo dirlo? — Stabiliamo così alla buona. — Ho vissuto per anni, caro mio, giorno per giorno. Mi sono mancate le cose più necessarie; e il domani senza certezza non mi spaventa più. Può passarsi, il destino, tutti i suoi capricci, con me. — Son cosa sua (S'accosta al marito e lo guarda con uno strano, orribile ammiccamento di donna perduta). — Anche quei tuoi, sai?
SILVIO
(smorendo) Che, miei?
FULVIA
(ridendo, ma con un misto di pianto, in una convulsione che diverrà man mano più forte, quanto più, per vincerla, ella si strazierà, dicendo di sè le cose più crude) Mah! quelli che ti passasti, quand'ero come una bambina, e m'insegnavi cose che mi parevano orribili!
SILVIO
(per richiamarla a sè) Fulvia!
FULVIA
Mi sono divenuti familiari.
SILVIO
(c. s.) Fulvia! Fulvia!
FULVIA
Oh, sai, famosa!
SILVIO
Tu hai la voluttà di dilaniarti!
FULVIA
Con le tue mani, sì. — Le ho fatte sapere anche a lui, sai? Perciò egli spasima così di me! (Subito — staccando — al colmo dell'orgasmo — grida tre volte) Che schifo! Che schifo! Che schifo! (Segue come un nitrito, e in un brivido lungo di ribrezzo, restringendosi tutta in sè con le mani afferrate ai capelli e il volto nascosto dalle braccia aggiunge) Ah Dio, che schifo!
Subito, Silvio e Mauri le si fanno accosto, premurosi e sconvolti, e mentre l'orgasmo di lei par che si scarichi in un tremore convulso, di freddo, le parlano insieme concitatamente.
Subito, Silvio e Mauri le si fanno accosto, premurosi e sconvolti, e mentre l'orgasmo di lei par che si scarichi in un tremore convulso, di freddo, le parlano insieme concitatamente.
SILVIO
Non è possibile seguitare così!
MAURI
(supplice) Ma come, Flora! Se ti ho tenuta come una santa! come una santa!
FULVIA
(all'improvviso, rizzandosi ancora convulsa, ma di nuovo risoluta, e ponendo le mani sulle spalle del Mauri) Sì, è vero, sì! — Voi, sì! (subito correggendosi, spiccatamente) Tu, sì! — Ma fammi il piacere: — zitto!
MAURI
(felice, provandosi a prenderle una mano per baciargliela) Oh Flora! Grazie!
FULVIA
(ritraendo subito la mano, con ribrezzo) No... no... no...
MAURI
Mi basterà che tu abbia così... pena... pena soltanto... codesta pena che hai, del mio amore, e niente più — niente! — È così dolce, che mi basterà.
FULVIA
(in fretta) Sì, va bene. (Poi, rivolgendosi al marito) Dunque, sarà così, — Vado con lui. — Puoi ripartirtene, caro, con la coscienza tranquilla d'aver compiuto una buona azione.
SILVIO
(la guarda con occhi pieni d'una sofferenza atroce, poi contenendosi a stento, dice gravemente) Io ti prego, Fulvia, di levarmi da questa situazione.
FULVIA
Ti dico sinceramente. Che tu sii venuto, — è una buona azione. Dell'altra che hai compiuto,quasi senza volerlo, e che non era certo nella tua intenzione, venendo — se si riduce per me a un cattivo servizio — in coscienza ti dico che non posso nè voglio fartene responsabile — dunque puoi proprio ripartirtene in pace con te stesso. — O al più, guarda — se proprio lo vuoi — (non ho più nulla del mio!) — vedi? e sono una donna veramente volgare — puoi darmi un po' di denaro — come a lui l'ha dato sua moglie! (scoppia a ridere indicando il Mauri).
MAURI
(scattando) No! — niente danaro! no! Non accettar danaro da lui, Flora!
FULVIA
Stupido! Non capisci che non è per noi? Dico per lui! Quanto più ne dà, per lui, meglio è. — Si vede così chiaro che (pigiando con intenzione le parole) —non ostante ch'io faccia di tutto— gli persiste un certo rimorso. — Gli propongo, di liquidarlo in contanti.
SILVIO
(non potendone più, con estrema risolutezza) Basta così, Fulvia! — Io debbo parlarti!
FULVIA
(con furore appena contenuto e aria di minaccia) Ah, no, sai! Non arrischiarti ora a parlarmi di ciò che ti leggo negli occhi!
MAURI
(tra sè, sogghignando) Della figlia!... della figlia!
SILVIO
Debbo pure parlartene!
FULVIA
Guai a te, se lo fai! Ma non vedi che sto qui da un'ora a imbrattarmi di fango per impedirti di parlarne?
SILVIO
Non vuoi dunque che te ne parli?
FULVIA
No!
SILVIO
Mi provochi!
FULVIA
Se hai sfuggito di parlarne anche poc'anzi!
SILVIO
Te ne parlo adesso!
FULVIA
Ti sfido a farlo; con me così (passa un braccio sul collo di Mauri) decisa ad andarmene con lui!
SILVIO
Sta bene. — Vado... Ma bada che veramente tu perdi ora ogni diritto d'accusarmi!
FULVIA
Io? (Rivolgendosi al Mauri) L'ho accusato? (A lui) T'ho lodato; ringraziato; t'ho detto d'andartene via tranquillo. — Sei tu, là, impedito.Insisti tu! Vuoi parlare, per cercarti scuse, ch'io non ti chiedo.
MAURI
(c. s.) Eh — lo specchio! lo specchio!
SILVIO
(provocante) Che dite voi, specchio?
MAURI
(placido, quasi sorridente) Quello, caro signore, che ci mettiamo noi stessi davanti, senza saperlo. Ce lo troviamo davanti; ci pare che ci parli un altro, e siamo noi stessi. — Io lo so bene.
SILVIO
Lo saprete per voi!
MAURI
Anche per lei, anche per lei!
SILVIO
(a Fulvia) Perchè mi butti in faccia un rimorso, ch'io stesso t'ho dichiarato e provato?
FULVIA
No, scusa: voglio levartelo!
SILVIO
Come? così? «imbrattandoti di fango» per accrescermelo?
FULVIA
(con voce nuova, di disperata sincerità, quasi avvilita, come se fosse arrivata al punto di nonpoter più sostenere la sua parte) Ah Dio, sono stata qua tanti giorni con lui — e lui stesso ha detto come — quella di prima — con tutto il cuore sospeso — il mio cuore d'un tempo — là, nella mia casa — il mio cuore di madre — tutti questi giorni in attesa che mi parlasse della figlia — dicendo a me stessa: «stai così... stai così... egli ora è buono!... è venuto... ora te ne parla, ora te ne parla...».
SILVIO
(forte, vibratamente, per rompere la commozione di lei) Ma se non potevo parlartene!
FULVIA
(subito, violenta, cangiando tono anche lei) E perchè vuoi parlarmene adesso?
SILVIO
Ma per dirti appunto perchè non te n'ho parlato!
FULVIA
Ora non voglio più saperlo! — Sono ragioni per te!
SILVIO
No, non per me! Per tua figlia!
FULVIA
Ragioni di non parlarmene? Anche per lei?
SILVIO
Unicamente per lei!
FULVIA
Perchè mi crede morta, è vero? — Eh, si sa! — Storia vecchia! — Chi gliel'ha detto? gliel'hai detto tu, che sono morta?
SILVIO
Non gliel'ho detto io...
FULVIA
L'ha creduto da sè, e tu gliel'hai lasciato credere? — E va bene. Basta. Lo supponevo. — Vuoi dire che il miracolo di farmi rivivere anche per lei, non puoi farlo?
SILVIO
No, dimmi tu, se lo credi, se lo vedi possibile! — Non faccio altro che pensare a questo da un mese. Subito, dacchè vidi la possibilità che tu guarissi. — Tu hai atteso che te ne parlassi. Ma non te n'ho parlato per questo! — Come si può fare? — Dimmi tu! — Rispunti a casa, ora, così?
FULVIA
(con orrore) No, no!
SILVIO
(seguitando) Dove sei stata tutto questo tempo? E perchè le si è lasciato credere che tu fossi morta, senz'esser vero?
FULVIA
Non è possibile — no!
SILVIO
Ecco — lo vedi tu stessa!
FULVIA
E credi che me n'importi? — Se fossi morta davvero... Ma non sono! Non lo dico per me, bada! Tu non sai ancora, caro mio, tutto intero il miracolo che hai operato! — Non me lo sarei mai atteso! — Stato di grazia! — Tornata per un momento come allora... Caro mio, se non puoi farmi rivivere per tua figlia, può lei ora, invece, rivivere per me!
SILVIO
(stordito, costernato) Che dici? per te? E come?
FULVIA
Lei — o un'altra — se l'ho già in me, per me è la stessa!
SILVIO
Fulvia, che dici?
MAURI
Come! — Tu dunque...?
FULVIA
E perchè sono così spensierata? — Per questo! — Non vedi che non m'importa più di niente?
MAURI
Ti sei lasciata riprendere da lui?
SILVIO
(levandosi ormai d'ogni ambascia, d'ogni dubbio, con animo fermissimamente risoluto) Ah — se è così — senz'altro, allora!
FULVIA
Che cosa?
MAURI
(quasi tra sè) Ma questo è un tradimento!
SILVIO
Avevo già pensato — prima che tu dicessi questo — che c'era forse un mezzo — uno solo — per riparare!
FULVIA
Che mezzo? Se mi hai uccisa per lei!
SILVIO
No — c'è! c'è! — E ora, senz'altro, bisogna che tu lo accetti, per quanto possa esser duro per te e per me.
FULVIA
E sarebbe?
SILVIO
Verrai con me!
MAURI
No, Flora! Non farlo! non farlo!
SILVIO
Lei ora lo farà!
FULVIA
(a Mauri, per rassicurarlo) Aspettate! (Al marito, con aria di sfida) Con te, dove?
SILVIO
Dove? A casa!
FULVIA
E come?
SILVIO
(subito, con forza) Come moglie! come moglie!
FULVIA
E se c'è lei che mi crede morta?
SILVIO
Ecco, sì — questo è duro — e irreparabile! — Ma bisogna superar questo, nel solo modo in cui è possibile!
FULVIA
Non capisco come dici!
SILVIO
Ma che tu sii moglie, anche se in apparenza per lei non potrai esser madre!
FULVIA
Moglie senz'esser madre? Ah, tu intendi «un'altra»?
MAURI
(subito) È una barbarie! è una barbarie!
FULVIA
Ma io non sonoun'altra!
SILVIO
Certo! Sarà solo apparenza! Tu sarai pure la madre!
FULVIA
E lei mi crederà la matrigna?
MAURI
Non accettare, Flora! non accettare! È una barbarie!
SILVIO
Non c'è altro mezzo! — Se questa è una barbarie, che è meglio? la condizione che le offrite voi?
MAURI
Meglio, sì! centomila volte meglio! La fame, Flora... con me! Meglio! Pensa che strazio, essereun'altraper tua figlia!
SILVIO
Se puoi sopportarlo...
FULVIA
(subito, con sprezzo, ma già sopra pensiero) Ma non è questo! Sopporto tutto, io! — Se la figlia è mia — io non sono un'altra — sono sua madre! (Si alza e come se cominciasse a comprendere soltanto ora) Tu dunque mi riprenderesti con te?
MAURI
(trasecolato) Accetti?
FULVIA
(senza badare al Mauri, rivolgendosi al marito, o piuttosto, parlando quasi tra sè) Ma come? — Ah già, il matrimonio c'è... Non ci sarebbe più bisogno di nulla!
SILVIO
È solo per lei! Apparenza...
MAURI
(tra sè) Ah che tradimento!... Lasciarsi riprendere da lui!
FULVIA
(c. s.) Ha già sedici anni... Certo non può avere nessuna memoria di me.
SILVIO
Ne aveva poco più di tre...
FULVIA
(subito, con scherno) Quando io morii... — (Poi, riprendendosi) Ma gli altri? Potranno riconoscermi!
SILVIO
Nessuno, dove sto ora — quasi in campagna. Ma questo non importa! Cambieremo paese.
MAURI
(risoluto) Dunque, per me, Flora, è proprio finito? Non è possibile, bada! non è possibile!
FULVIA
(scrollandosi, infastidita) Ma che volete voi!
MAURI
(terribile) Come, che voglio! E come faccio io ora? Come resto senza di te?
SILVIO
(facendoglisi innanzi) Dovreste capire che non è più tempo di parlare così!
MAURI
(c. s.) Io ho spezzato, distrutto la mia vita per lei!
FULVIA
(interrompendosi, rivolta al marito) Lascia, aspetta. Gli parlo io...
MAURI
(abbracciandola, frenetico) Non voglio sentir nulla! Sei mia! Non ti lascio!
SILVIO
(avventandosi per strappargliela) Ah, con la violenza?
FULVIA
(divincolandosi) Lasciatemi!
MAURI
(c. s.) Non ti lascio! Non la lascio!
FULVIA
(riuscendo a liberarsi e respingendolo) Lasciatemi, vi dico!
SILVIO
Fuori! Fuori di qua! Via, fuori!
MAURI
(rompendo in disperati singhiozzi) Ma per pietà, almeno!
FULVIA
(vibrante) Che pietà volete, se io avevo già troncato ogni legame con voi?
MAURI
Ma io, no! io, no!
FULVIA
Questo vostro pianto, ora, è veramente di più!
MAURI
Una vita... Come se non fossi uno, io! — Mi stronchi... — dici che sono di più!