III. — LA CONNESSIONE DELLE FORMAZIONI PSICHICHE

1. Poichè ogni formazione psichica si compone di una moltiplicità di processi elementari, i quali non sono soliti nè incominciare, nè cessare tutti proprio allo stesso momento, la connessione che riunisce in un tutto gli elementi, si estende sempre oltre questo tutto in modo, che formazioni diverse, contemporanee e successive, si trovano alla lor volta collegate tra loro, benchè meno strettamente. Noi diciamocoscienzaquesta connessione delle formazioni psichiche.

Il concetto di coscienza non designa quindi affatto cosa che esista oltre e fuori dei processi psichici; nè si riferisce solo alla somma di questi processi senza alcun riguardo ai rapporti loro; ma veramente esprime quella generale combinazione dei processi psichici, nella quale spiccano le singole formazioni psichiche come composizioni più intime. Noi diciamo “senza coscienza„ lo stato psichico in cui questa connessione è interrotta, come nel sonno profondo, nel deliquio; e parliamo di “perturbamenti della coscienza„ quando avvengono anormali variazioni nella connessione delle formazioni psichiche, senza che queste per sè stesse abbiano a presentare alterazioni di sorta.

La coscienza così intesa, come una connessione che abbraccia processi psichici contemporanei e consecutivi, si presenta all’ esperienza dapprima nelle manifestazioni psichiche dell’individuocomecoscienza individuale. Ma, poichè può sorgere una analoga connessione anche per unioni di individui, benchè limitata a certi lati della vita psichica, nel concetto generale di coscienza si possono distinguere i concetti subordinati dicoscienza collettiva, dicoscienzanazionalee altri simili. Ma la coscienza individuale, alla cui trattazione qui ci limiteremo, è pur sempre la base di tutte queste ulteriori forme di coscienza (Sul concetto di coscienza collettiva v. sotto § 21, 14).

2. La coscienza individuale soggiace alle stesse condizioni esterne che tutto l’insieme dei fatti psichici, del quale essa è soltanto un’espressione diversa, che serve specialmente a mettere in luce le relazioni reciproche delle parti onde esso è costituito. Come sostrato delle manifestazioni di una coscienza individuale ci si offre dappertutto un individuale organismo animale; nell’uomo e negli animali a lui somiglianti l’organo principale della coscienza è la corteccia del cervello, nei cui tessuti cellulari e fibrosi sono rappresentati tutti gli organi che stanno in relazione coi processi psichici. Noi possiamo considerare la connessione generale degli elementi corticali del cervello come l’espressione fisiologica della connessione dei processi psichici data nella coscienza; e la divisione di funzioni nelle diverse regioni corticali, come il correlativo fisiologico delle varietà numerose dei singoli processi di coscienza. Ma certamente in quel centralissimo organo del nostro corpo la divisione di funzioni è pur sempre soltanto relativa; ogni formazione psichica composta presuppone sempre la cooperazione di numerosi elementi e di molte regioni centrali. Quando l’asportazione di certe parti della corteccia produce alterazione nei movimenti volontari, nelle sensazioni o fa impossibile il formarsi di certe classi di rappresentazioni, possiamo naturalmente conchiudere che quelle parti racchiudono anelli indispensabili nella catena dei processi fisici che corrono paralleli ai processi psichici in esame. Ma l’ipotesi più volte fatta in base a questi fenomeni, che esista nel cervello un organo delimitato per la facoltà della parola, dello scrivere, o che le rappresentazioni visive, sonore, verbali siano poste in speciali cellule della corteccia, questa e simili ipotesi non solo presuppongono rozze idee fisiologiche, ma non si possono nemmeno accordare coll’analisi psicologica delle funzioni. Infatti, psicologicamente considerate, non fanno che dare veste moderna alla più infelice forma della teoria delle facoltà, alla frenologia.

2a. Intorno alla localizzazione di certe funzioni psicofisiche nella corteccia cerebrale, mediante osservazioni anatomopatologiche sull’uomo ed esperimenti sugli animali, si potè dimostrare: 1) la coordinazione di certe regioni corticali a determinati domini periferici sensitivi e muscolari; così la corteccia del lobo occipitale corrisponde alla retina; una parte del parietalealla superficie tattile, il lobo temporale al senso dell’udito; i centri dei singoli domini muscolari stanno in generale immediatamente a lato o fra i centri di senso, che sono con quelli in relazione funzionale; 2) il nascere di complesse alterazioni, quando cessino di funzionare certe altre regioni corticali, le quali, sembra, non siano direttamente collegate alle parti periferiche del corpo, ma siano inserite fra mezzo ad altre regioni centrali. Sotto quest’ultimo riguardo si è potuto con sicurezza determinare solo la coordinazione di certe parti del lobo temporale alle funzioni dellafavella, di quelle anteriori per l’articolazione della parola (la loro distruzione rende impossibile la coordinazione motoria, donde la così detta “afasia atactica„) di quelle posteriori per la formazione della rappresentazione verbale (la loro distruzione annulla la coordinazione sensoria e produce la così detta “afasia amnestica„). Si è ancora osservato questo fatto particolare: essere queste funzioni localizzate esclusivamente nel lobo temporalesinistro, non nel destro, così che soltanto se quello, non se questo, è distrutto per apoplessia, viene meno la funzione della favella. Del resto in tutti questi casi, così per le alterazioni più semplici come per le più complesse, coll’andare del tempo si ha una graduale restituzione delle funzioni, probabilmente perchè altre regioni prendono la vece delle regioni corticali distrutte, e per solito le più vicine (nelle perturbazioni della favella forse anche le regioni della parte opposta del corpo, non mai prima esercitate a questo ufficio). Fino ad ora non sono state con sicurezza dimostrate le localizzazioni di altre funzioni psichiche più complesse, come quelle dei processi di memoria e di associazione, e quando alcuni anatomi designano certe regioni corticali, come “centri psichici„, questa denominazione si appoggia provvisoriamente solo, in parte su ricerche di interpretazione molto dubbia fatte sugli animali, in parte sul semplice fatto anatomico, che non si possono trovare fibre motorie o sensorie, che direttamente vanno ai centri, e che gl’intrecci fibrosi dei centri si sviluppano relativamente tardi. A questa specie di centri appartiene specialmente la corteccia dellobo frontale, il quale nel cervello umano presenta uno sviluppo particolarmente grande. Sull’osservazione più volte ripetuta, che la distruzione di questa regione cerebrale produce tosto l’incapacità di tenere fissata l’attenzione, e alcuni altri difetti intellettuali che probabilmente hanno la stessa causa, si fonda l’ipotesi che quella regione si debba considerare come il centro delle funzioni dell’appercezioneche sotto esporremo (4) o di tutte quelle parti della esperienza psichica, nelle quali, come nei sentimenti, si esplica la connessione unitaria della vita psichica (v. sopra pag. 72). Ma questa ipotesi richiede ancora una più sicura conferma dall’esperienza. In quelle osservazioni, secondo le quali, in contraddizione a quanto si è detto, parziali lesioni del lobo frontale potrebbero aver luogo senza perturbazioni notevoli dell’intelligenza, non è possibile in alcun modo vedere una prova certa contro la funzione per pura ipotesi attribuita a quella regione centrale. Infatti l’esperienza di molti casi ci insegna che proprio nelle parti centrali superiori, forse a causa dell’intrecciarsi in più sensi delle fibre nervose e a causa delle varie forme, nelle quali elementi diversi vengonoa sostituirsi a vicenda, possono prodursi lesioni localmente limitate, senza che vi siano affatto sintomi esterni. Del resto l’espressione “centro„ in tutti questi casi si deve naturalmente intendere nel senso dato dal generale rapporto delle funzioni psichiche alle fisiche, cioè nel senso di un parallelismo di elementari processi psichici e fisici corrispondente ai diversi punti di vista della trattazione delle scienze naturali e della psicologia (v. § 1, 2 e § 22, 9).

2a. Intorno alla localizzazione di certe funzioni psicofisiche nella corteccia cerebrale, mediante osservazioni anatomopatologiche sull’uomo ed esperimenti sugli animali, si potè dimostrare: 1) la coordinazione di certe regioni corticali a determinati domini periferici sensitivi e muscolari; così la corteccia del lobo occipitale corrisponde alla retina; una parte del parietalealla superficie tattile, il lobo temporale al senso dell’udito; i centri dei singoli domini muscolari stanno in generale immediatamente a lato o fra i centri di senso, che sono con quelli in relazione funzionale; 2) il nascere di complesse alterazioni, quando cessino di funzionare certe altre regioni corticali, le quali, sembra, non siano direttamente collegate alle parti periferiche del corpo, ma siano inserite fra mezzo ad altre regioni centrali. Sotto quest’ultimo riguardo si è potuto con sicurezza determinare solo la coordinazione di certe parti del lobo temporale alle funzioni dellafavella, di quelle anteriori per l’articolazione della parola (la loro distruzione rende impossibile la coordinazione motoria, donde la così detta “afasia atactica„) di quelle posteriori per la formazione della rappresentazione verbale (la loro distruzione annulla la coordinazione sensoria e produce la così detta “afasia amnestica„). Si è ancora osservato questo fatto particolare: essere queste funzioni localizzate esclusivamente nel lobo temporalesinistro, non nel destro, così che soltanto se quello, non se questo, è distrutto per apoplessia, viene meno la funzione della favella. Del resto in tutti questi casi, così per le alterazioni più semplici come per le più complesse, coll’andare del tempo si ha una graduale restituzione delle funzioni, probabilmente perchè altre regioni prendono la vece delle regioni corticali distrutte, e per solito le più vicine (nelle perturbazioni della favella forse anche le regioni della parte opposta del corpo, non mai prima esercitate a questo ufficio). Fino ad ora non sono state con sicurezza dimostrate le localizzazioni di altre funzioni psichiche più complesse, come quelle dei processi di memoria e di associazione, e quando alcuni anatomi designano certe regioni corticali, come “centri psichici„, questa denominazione si appoggia provvisoriamente solo, in parte su ricerche di interpretazione molto dubbia fatte sugli animali, in parte sul semplice fatto anatomico, che non si possono trovare fibre motorie o sensorie, che direttamente vanno ai centri, e che gl’intrecci fibrosi dei centri si sviluppano relativamente tardi. A questa specie di centri appartiene specialmente la corteccia dellobo frontale, il quale nel cervello umano presenta uno sviluppo particolarmente grande. Sull’osservazione più volte ripetuta, che la distruzione di questa regione cerebrale produce tosto l’incapacità di tenere fissata l’attenzione, e alcuni altri difetti intellettuali che probabilmente hanno la stessa causa, si fonda l’ipotesi che quella regione si debba considerare come il centro delle funzioni dell’appercezioneche sotto esporremo (4) o di tutte quelle parti della esperienza psichica, nelle quali, come nei sentimenti, si esplica la connessione unitaria della vita psichica (v. sopra pag. 72). Ma questa ipotesi richiede ancora una più sicura conferma dall’esperienza. In quelle osservazioni, secondo le quali, in contraddizione a quanto si è detto, parziali lesioni del lobo frontale potrebbero aver luogo senza perturbazioni notevoli dell’intelligenza, non è possibile in alcun modo vedere una prova certa contro la funzione per pura ipotesi attribuita a quella regione centrale. Infatti l’esperienza di molti casi ci insegna che proprio nelle parti centrali superiori, forse a causa dell’intrecciarsi in più sensi delle fibre nervose e a causa delle varie forme, nelle quali elementi diversi vengonoa sostituirsi a vicenda, possono prodursi lesioni localmente limitate, senza che vi siano affatto sintomi esterni. Del resto l’espressione “centro„ in tutti questi casi si deve naturalmente intendere nel senso dato dal generale rapporto delle funzioni psichiche alle fisiche, cioè nel senso di un parallelismo di elementari processi psichici e fisici corrispondente ai diversi punti di vista della trattazione delle scienze naturali e della psicologia (v. § 1, 2 e § 22, 9).

3. Quella connessione dei processi psichici, in cui per noi consiste il concetto di coscienza, è in parte simultanea e in parte successiva.Simultaneamentela somma dei processi momentanei ci è data in ogni momento come un tutto, le cui parti sono riunite da un legame più o meno stretto. Masuccessivamenteo lo stato psichico dato in un certo momento direttamente deriva da quello presente nel momento immediatamente anteriore, in quanto che certi processi scompaiono, altri durano nel loro corso e altri ancora incominciano; oppure, quando si sono frapposti stati d’incoscienza, i processi di nuova formazione entrano in relazione con quelli che prima erano stati presenti. In tutti questi casi egualmente l’estensione delle singole connessioni che si stabiliscono fra i processi passati e i seguenti, determina lo stato della coscienza. Come lo stato di coscienza passa in quello d’incoscienza quando quella connessione è spezzata, così si ha uno stato di coscienza incompleta quando esistono solo deboli nessi fra un dato momento e i processi precedenti a questo. Dopo lo stato d’incoscienza di solito la coscienza, solo lentamente, riprende la sua altezza normale, perchè soltanto a poco a poco si ristabiliscono i nessi cogli anteriori prodotti della vita psichica.

E però possiamo distinguere deigradinella coscienza. Il limite inferiore, il punto zero di questi gradi, è l’incoscienza completa. Da questa, che come l’assenza assoluta di ogni connessione psichica trova il suo contrario nella coscienza, si deve distinguereil divenire incoscienti di singoli contenuti psichici. Questo sempre ha luogo nel continuo flusso dei processi psichici, perchè non solo possono sparire rappresentazioni e sentimenti complessi, ma anche elementi singoli di queste formazioni, mentre ne subentrano di nuovi. E nel continuo divenir coscienti e incoscienti di singoli processi elementari o composti sta appunto quella connessionesuccessivadella coscienza, la quale in sè e per sè presuppone a sua condizione quell’avvicendarsi. Qualunque elemento psichico sparito dalla coscienza diciamo che è divenutoincosciente, presupponendo con ciò la possibilità, che essoabbia a rinnovarsi, cioè che esso abbia a rientrare nell’attuale connessione dei processi psichici. La nostra conoscenza degli elementi divenuti incoscienti non può riferirsi più in là di questa possibilità del rinnovamento. Pertanto nel senso psicologico questi elementi divenuti incoscienti costituiscono solodisposizioniper le formazioni di futuri componenti dei processi psichici, le quali vanno ad unirsi a quelle anteriormente presenti. Per la psicologia sono assolutamente infruttuose le ipotesi sullo stato dell’“incosciente„ e sui “processi incoscienti„, che si suppone esistano insieme ai processi di coscienza dati a noi nell’esperienza; ci sono però fenomenifisiciche accompagnano quelle disposizioni psichiche e che si possono direttamente dimostrare o arguire da alcune esperienze. Questi fenomeni fisici concomitanti consistono negli effetti chel’esercizioproduce su tutti gli organi o specialmente sugli organi nervosi. Per l’esercizio noi vediamo in generaleresa più facile una funzionee in tal modo favorito il riprodursi della stessa funzione. Ma anche qui noi non conosciamo addentro le modificazioni che sono prodotte dall’esercizio nella struttura degli elementi nervosi; pur ce ne possiamo sempre fare un’idea mediante analogie meccaniche: ricordandoci, ad es., che la resistenza di sfregamento diminuisce quando due superfici fra loro stesse si limano.

4. Già per la formazione delle rappresentazioni di tempo (pag. 124) si disse che in una serie di rappresentazioni successive, per ogni istante prevale nella nostra coscienza quella immediatamentepresente. In modo analogosingolicontenuti predominano anche nella connessione simultanea della coscienza, ad es., in un’accordo di suoni, in una giustaposizione di oggetti estesi. Nei due casi noi diciamo queste differenze di conoscenzachiarezzaedistintezza[26], e indichiamo colla prima l’apprendimento del contenuto stesso relativamente più favorevole, colla seconda intendiamo quella delimitazione meglio determinata di un contenuto rispetto ad altri contenuti psichici, proprietà questa che di solito va unita a quella prima. Noi diciamoattenzionequello stato caratterizzato da speciali sentimenti, che accompagna l’apprendimento più chiaro di un contenuto psichico;appercezione, quel singolo processo per cui un contenuto psichico qualsiasi è portato a chiara cognizione. All’appercezionesi contrappone lapercezione,[27]quello speciale apprendimento di contenuti non accompagnato dallo stato psichico dell’attenzione. Sull’analogia del punto visivo esterno dell’occhio diciamo i contenuti sui quali è concentrata l’attenzione:punto visivo della coscienza, oppurepunto visivo interno, e il complesso dei contenuti presenti in un dato momento:campo visivo della coscienzaocampo visivo interno. Il passaggio di un processo psichico nello stato di incosciente è detto:cadere sotto la soglia della coscienza; il sorgere di un processo:levarsi sopra la soglia della coscienza. Naturalmente tutte queste sono espressioni simboliche, che non devono essere prese alla lettera, ma il loro uso si raccomanda a causa della brevità intuitiva che esse permettono nella descrizione dei processi di coscienza.

5. Se ci studiamo ora di rappresentare efficacemente, mediante le suddette espressioni simboliche, l’avvicendarsi delle formazioni psichiche nella loro connessione, possiamo immaginarlo come un continuo andirivieni: formazioni psichiche entrano dapprima nel campo visivo interno, poi da questo passano nel punto visivo interno, per poi ritornare in quello prima di sparire interamente. Allato a questa vicenda delle formazioni giungenti all’appercezione, è pure un’andirivieni di quelle che sono solamente percepite; queste entrano nel campo visivo e poi ne escono senza pervenir mai al punto visivo. Tanto le formazioni appercepite quanto le percepite possono avere diversi gradi di chiarezza. Nel caso delle formazioni appercepite questo fatto si dimostra in ciò, che la chiarezza e la distintezza dell’appercezione variano a seconda dello stato della coscienza. E ciò si può facilmente provare, se si appercepisce più volte successivamente una stessa impressione; le appercezioni successive, posto che rimangano immutate le altre condizioni, diventano per solito più chiare e distinte. Per le formazioni semplicemente percepite possiamo assai facilmente osservare le differenze nei gradi di chiarezza, quando agiscono impressioni composte. Troviamo allora, specialmente se le impressioni hanno agito solo per un istante, che anche per i componenti rimasti in sè e per sè oscuri sono possibili diverse gradazioni, sembrando essersi levati alcuni più, altri meno sopra la soglia della coscienza.

6. Naturalmente tutti questi fatti possono essere stabiliti non da casuali autoosservazioni, ma da osservazioni sperimentali atal fine condotte. Tra i contenuti di coscienza i più opportuni per l’osservazione sono le formazioni di rappresentazione, perchè possono essere facilmente prodotte in ogni tempo da impressioni esterne. Ora in una rappresentazione di tempo, come già si è notato al § 11 (pag. 125), la parte appartenente al momentopresenteè quella che regolarmente si trova nel punto visivo della coscienza. Dei componenti le rappresentazioni già passate, le impressioni passate da poco appartengono ancora al campo visivo, mentre quelle passate da lungo tempo sono sparite dalla coscienza. Una rappresentazione di spazio invece, se costituisce soltanto un tutto estensivo limitato, può essere appercepita nella sua completa estensione in un unico momento. Se essa è più complessa, le sue parti devono passare pel punto visivo interno successivamente, affinchè essa possa pienamente giungere ad una chiara percezione. Da quanto si è detto risulta cherappresentazioni composte di spazio(specialmente impressioni visive momentanee), sono le più opportune per ottenere una misura del numero dei contenuti che possono essereappercepitiin un singolo atto, ossia dellacapacità dell’attenzione; invecerappresentazioni composte di tempo, (ad esempio, impressioni ritmiche, battute) servono a misurare il numero dei contenuti che possono essere riuniti in un dato momento nella coscienza, ossia a misurarela capacità della coscienza. Gli esperimenti fatti a tale scopo danno, a seconda delle condizioni speciali, per la capacità dell’attenzione una sfera d’azione da 6-12 impressioni semplici, per quella della coscienza da 16-40. Qui i numeri minori valgono per quelle impressioni che o non formano connessioni di rappresentazioni, o ne formano solo di relativamente molto piccole; i numeri maggiori per quelle, nelle quali gli elementi sono riuniti in rappresentazioni per quanto è possibile complesse.

6a. La prima di queste determinazioni, quella dellacapacità dell’attenzione, si può compiere nel modo più esatto usando delle impressioni visive di spazio. Infatti, se rischiarando momentaneamente mediante una scintilla elettrica, o facendo cadere davanti agli oggetti uno schermo munito da un’apertura, si può facilmente ottenere che gli oggetti agiscano quasiistantaneamente, e che tutti insieme cadano sul punto di più chiara visione, le condizioni fisiologiche non dovrebbero essere d’ostacolo all’appercezione di un numero d’impressioni maggiore di quello, che è possibile appercepire a causa della limitata capacità dell’attenzione. A questo scopo prima del rischiaramento momentaneo si deve assegnare all’occhio un punto da fissare sulla parte di mezzo della superficie racchiudente le impressioni. Compito l’esperimento, si può immediatamente constatare che, se tutto fu disposto in opportunamaniera, il numero degli oggetti veduti distintamente nel senso fisiologico, è stato maggiore del numero di quelli colti dalla capacità dell’attenzione. Se l’impressione momentanea era costituita di lettere dell’alfabeto, ci avviene di leggere solo più tardi alcune lettere, nel momento del rischiaramento vedute solo indistinte, cioè quando ci siamo richiamata un’imagine mnemonica dell’impressione. Ed essendo questa imagine mnemonica ben separata nel tempo dall’impressione corrispondente, la determinazione della capacità dell’attenzione non resta per nulla turbata da questo fatto; che anzi con un’osservazione soggettiva molto accurata è facile fissare lo stato dell’attenzione nel momento dell’impressione e distinguerlo dai successivi atti di memoria, che sempre sono da quello separati da notevoli intervalli di tempo. Gli esperimenti fatti in tal modo insegnano che la capacità dell’attenzione non è affatto una grandezza costante, ma che essa, anche quando la tensione dell’attenzione ha presso a poco la medesima grandezza massima, dipende in parte dalla natura semplice o composta delle impressioni, in parte dall’essere queste più o meno famigliari. Le più semplici impressioni di spazio sono punti in una disposizione qualsiasi: di essi sei al massimo possono essere appercepiti in una sola volta. Le impressioni di una natura un po’ più complessa ma nota, come linee, cifre, lettere, sono appercepite simultaneamente di regola nel numero di tre, quattro e, nelle condizioni più favorevoli, di cinque. Sembra che questi limiti valgano anche pel senso tattile, colla differenza che in esso soltanto le più semplici di queste impressioni, i punti, possono in caso favorevole essere colti insieme nel numero di sei. Per impressioni note di natura complessa, il numero delle rappresentazioni si abbassa anche pel senso della vista, mentre cresce notevolmente quello dei singoli elementi. Possiamo appercepire due e persino tre parole conosciute di una sola sillaba, il che corrisponde a un numero di dieci sino a dodici singole lettere. In tutti i casi è falsa l’affermazione da molti fatta, che l’attenzione in un dato momento non può essere riferita che adunasola rappresentazione.Queste osservazioni non contrastano meno a quell’opinione qualche volta messa innanzi, che l’attenzione possa scorrere di continuo e con grande rapidità una quantità di singole rappresentazioni. Se nell’esperimento suesposto si cerca di completare col ricordo l’imagine appercepita distintamente proprio nell’istante successivo all’impressione, appare che occorre un tempo assai notevole per rendersi presente un’impressione non appercepita nel primo istante e che in questo processo l’imagine prima appercepita sfugge sempre all’attenzione. Quindi il muoversi successivo dell’attenzione su una moltitudine di dati psichici è un processodiscontinuo, il quale consta di una pluralità di singoli atti appercettivi, che si seguono. Questa discontinuità è spiegata dal fatto, che ogni singola appercezione si compone di un periodo di tensione crescente e di uno secondo di tensione decrescente. La tensione massima, che sta fra i due, può notevolmente variare nella sua durata: essa o è molto breve, come per le impressioni momentanee e rapidamente varianti, oppure dura più a lungo nel caso di una unilaterale direzione dell’attenzione sudeterminati oggetti. Persino quando si concentra l’attenzione su oggetti di natura costante è pur sempre inevitabile un’interruzione di un intervallo qualsiasi fra l’avvicendarsi dei periodi di tensione e rilassamento. E questo si può facilmente osservare nelle funzioni solite dell’attenzione. Ma anche qui l’osservazione sperimentale porta a più precise conclusioni. Se, mentre tutti gli altri stimoli di senso sono, quant’è possibile, esclusi, lasciamo agire su un organo di senso un’impressione debole, continua, duratura, sulla quale è diretta l’attenzione, si osserva che l’impressione in certi intervalli, per lo più irregolari, i quali si producono per impressioni molto deboli già dopo 3-6″ e per quelle alquanto più forti solo dopo 18-24″, diventa per un breve tempo indistinta, oppure sembra sparire del tutto, per poi ripresentarsi. Queste oscillazioni si devono senz’altro distinguere da quelle dell’intensità dell’impressione, e di ciò ce ne convinciamo facilmente, se di proposito in una serie d’esperimenti, o facciamo oggettivamente più debole l’impressione, o ne interrompiamo l’azione. E possiamo allora insieme osservare chedueproprietà caratteristiche essenzialmente differenziano quelle variazioni soggettive da quelle prodotte oggettivamente: in primo luogo abbiamo sempre la rappresentazione della persistenza dell’impressione, sin tanto che questa con semplice vicenda passa nel campo più oscuro della coscienza e poi di nuovo da questo entra nel punto visivo dell’attenzione; allo stesso modo che anche nell’esperimento con impressioni momentanee abbiamo una rappresentazione indeterminata e oscura delle parti dell’impressioni non appercepite. In secondo luogo quelle oscillazioni dell’attenzione, oltre che dall’aumento o diminuzione di chiarezza nelle impressioni, sono sempre accompagnate da caratteristici sentimenti e sensazioni, i quali mancano affatto nelle variazioni oggettive. I sentimenti consistono in quelli, dei quali diremo, dell’attesa e dell’attività, che regolarmente crescono colla tensione dell’attenzione, decrescono col rilassamento di essa; le sensazioni appartengono all’organo di senso, su cui ha agito l’impressione o almeno si irradiano da esso; consistono quindi in sensazioni di tensione della membrana del timpano, dell’accomodazione e della convergenza, ecc. È proprio questa doppia serie di proprietà, che separa i concetti della chiarezza e della distintezza dei contenuti psichici dall’intensità sensibile dei medesimi. Nella coscienza un’impressione forte può essere oscura, e una debole invece chiara. Fra questi due concetti in sè e per sè diversi esiste una relazione solo per ciò, che fra impressioni di diversa intensità generalmente la più forte tende ad impadronirsi del centro appercettivo. Ma che poi essa sia appercepita più distintamente, dipende sempre ancora da altre condizioni. Abbiamo un fatto simile nella condizione privilegiata, che nell’azione di più impressioni visive tocca a quelle che cadono sul punto di visione più distinta. Per solito gli oggetti fissati sono anche gli appercepiti. Ma i su descritti esperimenti, con impressioni momentanee possono dimostrare che anche questa connessione può venire a mancare. E questo avviene, se volontariamente dirigiamo l’attenzione su un punto situato nella parte laterale del campo visivo: allora l’oggettoveduto indistintamentediventa un oggettodistintamente rappresentato.

6a. La prima di queste determinazioni, quella dellacapacità dell’attenzione, si può compiere nel modo più esatto usando delle impressioni visive di spazio. Infatti, se rischiarando momentaneamente mediante una scintilla elettrica, o facendo cadere davanti agli oggetti uno schermo munito da un’apertura, si può facilmente ottenere che gli oggetti agiscano quasiistantaneamente, e che tutti insieme cadano sul punto di più chiara visione, le condizioni fisiologiche non dovrebbero essere d’ostacolo all’appercezione di un numero d’impressioni maggiore di quello, che è possibile appercepire a causa della limitata capacità dell’attenzione. A questo scopo prima del rischiaramento momentaneo si deve assegnare all’occhio un punto da fissare sulla parte di mezzo della superficie racchiudente le impressioni. Compito l’esperimento, si può immediatamente constatare che, se tutto fu disposto in opportunamaniera, il numero degli oggetti veduti distintamente nel senso fisiologico, è stato maggiore del numero di quelli colti dalla capacità dell’attenzione. Se l’impressione momentanea era costituita di lettere dell’alfabeto, ci avviene di leggere solo più tardi alcune lettere, nel momento del rischiaramento vedute solo indistinte, cioè quando ci siamo richiamata un’imagine mnemonica dell’impressione. Ed essendo questa imagine mnemonica ben separata nel tempo dall’impressione corrispondente, la determinazione della capacità dell’attenzione non resta per nulla turbata da questo fatto; che anzi con un’osservazione soggettiva molto accurata è facile fissare lo stato dell’attenzione nel momento dell’impressione e distinguerlo dai successivi atti di memoria, che sempre sono da quello separati da notevoli intervalli di tempo. Gli esperimenti fatti in tal modo insegnano che la capacità dell’attenzione non è affatto una grandezza costante, ma che essa, anche quando la tensione dell’attenzione ha presso a poco la medesima grandezza massima, dipende in parte dalla natura semplice o composta delle impressioni, in parte dall’essere queste più o meno famigliari. Le più semplici impressioni di spazio sono punti in una disposizione qualsiasi: di essi sei al massimo possono essere appercepiti in una sola volta. Le impressioni di una natura un po’ più complessa ma nota, come linee, cifre, lettere, sono appercepite simultaneamente di regola nel numero di tre, quattro e, nelle condizioni più favorevoli, di cinque. Sembra che questi limiti valgano anche pel senso tattile, colla differenza che in esso soltanto le più semplici di queste impressioni, i punti, possono in caso favorevole essere colti insieme nel numero di sei. Per impressioni note di natura complessa, il numero delle rappresentazioni si abbassa anche pel senso della vista, mentre cresce notevolmente quello dei singoli elementi. Possiamo appercepire due e persino tre parole conosciute di una sola sillaba, il che corrisponde a un numero di dieci sino a dodici singole lettere. In tutti i casi è falsa l’affermazione da molti fatta, che l’attenzione in un dato momento non può essere riferita che adunasola rappresentazione.

Queste osservazioni non contrastano meno a quell’opinione qualche volta messa innanzi, che l’attenzione possa scorrere di continuo e con grande rapidità una quantità di singole rappresentazioni. Se nell’esperimento suesposto si cerca di completare col ricordo l’imagine appercepita distintamente proprio nell’istante successivo all’impressione, appare che occorre un tempo assai notevole per rendersi presente un’impressione non appercepita nel primo istante e che in questo processo l’imagine prima appercepita sfugge sempre all’attenzione. Quindi il muoversi successivo dell’attenzione su una moltitudine di dati psichici è un processodiscontinuo, il quale consta di una pluralità di singoli atti appercettivi, che si seguono. Questa discontinuità è spiegata dal fatto, che ogni singola appercezione si compone di un periodo di tensione crescente e di uno secondo di tensione decrescente. La tensione massima, che sta fra i due, può notevolmente variare nella sua durata: essa o è molto breve, come per le impressioni momentanee e rapidamente varianti, oppure dura più a lungo nel caso di una unilaterale direzione dell’attenzione sudeterminati oggetti. Persino quando si concentra l’attenzione su oggetti di natura costante è pur sempre inevitabile un’interruzione di un intervallo qualsiasi fra l’avvicendarsi dei periodi di tensione e rilassamento. E questo si può facilmente osservare nelle funzioni solite dell’attenzione. Ma anche qui l’osservazione sperimentale porta a più precise conclusioni. Se, mentre tutti gli altri stimoli di senso sono, quant’è possibile, esclusi, lasciamo agire su un organo di senso un’impressione debole, continua, duratura, sulla quale è diretta l’attenzione, si osserva che l’impressione in certi intervalli, per lo più irregolari, i quali si producono per impressioni molto deboli già dopo 3-6″ e per quelle alquanto più forti solo dopo 18-24″, diventa per un breve tempo indistinta, oppure sembra sparire del tutto, per poi ripresentarsi. Queste oscillazioni si devono senz’altro distinguere da quelle dell’intensità dell’impressione, e di ciò ce ne convinciamo facilmente, se di proposito in una serie d’esperimenti, o facciamo oggettivamente più debole l’impressione, o ne interrompiamo l’azione. E possiamo allora insieme osservare chedueproprietà caratteristiche essenzialmente differenziano quelle variazioni soggettive da quelle prodotte oggettivamente: in primo luogo abbiamo sempre la rappresentazione della persistenza dell’impressione, sin tanto che questa con semplice vicenda passa nel campo più oscuro della coscienza e poi di nuovo da questo entra nel punto visivo dell’attenzione; allo stesso modo che anche nell’esperimento con impressioni momentanee abbiamo una rappresentazione indeterminata e oscura delle parti dell’impressioni non appercepite. In secondo luogo quelle oscillazioni dell’attenzione, oltre che dall’aumento o diminuzione di chiarezza nelle impressioni, sono sempre accompagnate da caratteristici sentimenti e sensazioni, i quali mancano affatto nelle variazioni oggettive. I sentimenti consistono in quelli, dei quali diremo, dell’attesa e dell’attività, che regolarmente crescono colla tensione dell’attenzione, decrescono col rilassamento di essa; le sensazioni appartengono all’organo di senso, su cui ha agito l’impressione o almeno si irradiano da esso; consistono quindi in sensazioni di tensione della membrana del timpano, dell’accomodazione e della convergenza, ecc. È proprio questa doppia serie di proprietà, che separa i concetti della chiarezza e della distintezza dei contenuti psichici dall’intensità sensibile dei medesimi. Nella coscienza un’impressione forte può essere oscura, e una debole invece chiara. Fra questi due concetti in sè e per sè diversi esiste una relazione solo per ciò, che fra impressioni di diversa intensità generalmente la più forte tende ad impadronirsi del centro appercettivo. Ma che poi essa sia appercepita più distintamente, dipende sempre ancora da altre condizioni. Abbiamo un fatto simile nella condizione privilegiata, che nell’azione di più impressioni visive tocca a quelle che cadono sul punto di visione più distinta. Per solito gli oggetti fissati sono anche gli appercepiti. Ma i su descritti esperimenti, con impressioni momentanee possono dimostrare che anche questa connessione può venire a mancare. E questo avviene, se volontariamente dirigiamo l’attenzione su un punto situato nella parte laterale del campo visivo: allora l’oggettoveduto indistintamentediventa un oggettodistintamente rappresentato.

6b. Come le impressioni momentanee di spazio servono a determinare la capacità dell’attenzione, quelle che si seguono nel tempo, possono essere usate per ottenere una misura dellacapacità della coscienza. Qui prendiamo le mosse dalla premessa, che una successione di impressioni può essere riunita in un tutto rappresentativo, soltanto se quelle impressioni si trovano, almeno per un momento, contemporaneamente unite nella coscienza. Se, ad es., si fa agire una serie di battute, evidentemente, mentre il suono presente è appercepito, i suoni immediatamente passati si trovano ancora nel campo visivo della coscienza; la loro chiarezza però decresce tanto più, quanto più sono lontani nel tempo dall’impressione momentaneamente appercepita, e a un certo limite le impressioni, che sono andate di gran lunga più addietro, saranno del tutto sparite dalla coscienza. Se si riesce a determinare questo limite, si ha anche una misura diretta per la capacità della coscienza, almeno nelle condizioni in cui si compie la ricerca. E come mezzo per la determinazione di questo limite ci serve appunto la facoltà di paragonare direttamente le rappresentazioni, che si seguono nel tempo. Tosto che una di tali rappresentazioni è presente nella coscienza come un tutto unitario, noi possiamo anche con essa paragonare una rappresentazione successiva, e decidere se questa sia o non sia eguale a quella. Un tale raffronto non è più assolutamente possibile, quando la serie temporale trascorsa costituisce un contenuto di coscienza non affatto connesso, essendo una parte dei suoi componenti già passata nello stato incosciente, prima che il decorso della serie abbia toccata la fine. Pertanto non si ha bisogno che di delimitare due serie successive di battute, ad es., quali possono essere fissate dalle battute di un metronomo, indicando il principio di ogni serie con un segnale, ad es., con un suono di campanello. Fintanto che ogni serie costituisce nella, coscienza un tutto connesso, è possibile, in base all’impressione immediata e naturalmente evitando di contare le battute, decidere se la seconda serie è o non è eguale alla prima. E qui si nota anche che si giunge ad ottenere l’impressione dell’eguaglianza mediante quegli elementi sentimentali delle rappresentazioni di tempo, dei quali già si fece cenno (pag. 126); ad ogni battuta della seconda serie precede infatti un sentimento d’attesa corrispondente alla battuta analoga della prima serie, così che ogni membro di una serie in più o in meno produce un perturbamento nell’attesa e insieme un sentimento di delusione. Da ciò deriva che non è necessario siano presenti nella coscienza almeno due serie susseguentisi, ma è richiesto soltanto che le impressioni diunaserie si raccolgano in un tutto rappresentativo. La delimitazione relativamente sicura, di cui la coscienza è per questo riguardo capace, appare distintamente anche in ciò, che è possibile riconoscere sicuramente l’identità di due rappresentazioni di tempo, sintanto che queste non raggiungono il limite valevole per le condizioni date, mentre appena questo limite è sorpassato, il giudizio diventa assolutamente incerto. Allora la misura che si ottiene della capacità si dimostra, per uno stato costante dell’attenzione, dipendente in parte dalla rapidità, con cui le impressioni si seguono nel tempo, in parte dalla connessione ritmica più o meno completadelle impressioni stesse. Per un limite inferiore di velocità, che raggiunga circa i 4″, non è più assolutamente possibile collegare le impressioni, che si seguono in una rappresentazione di tempo; quando giunge la nuova impressione, la precedente è già sparita dalla coscienza. Per un limite superiore sino a circa 0,18″, è pure impossibile la formazione di rappresentazioni di tempo distintamente delimitate perchè l’attenzione non può più seguire le impressioni. La più favorevole rapidità sta in una successione di battute media da 0,2-0,3″. In questo caso possono ancora essere insieme colte otto impressioni doppie o sedici singole, quando si ha la partizione ritmica di2⁄3di battuta, la più semplice che sorge abitualmente di per sè in una appercezione non forzata. Il tempo di4⁄4coll’accentuazione più forte sulla prima battuta, colla media sulla quinta, si dimostra il più favorevole per raccogliere nella coscienza il numero massimo di impressioni singole; con esso possono essere insieme ritenuti, come massimo, 5 tempi o 40 impressioni singole. Se questi numeri vengono paragonati con quelli ottenuti per la capacità dell’attenzione (pag. 172), e si eguagliano le impressioni di tempo semplici e composte a quelle di spazio corrispondenti, la capacità della coscienza sorpassa di circa quattro volte quella dell’attenzione.

6b. Come le impressioni momentanee di spazio servono a determinare la capacità dell’attenzione, quelle che si seguono nel tempo, possono essere usate per ottenere una misura dellacapacità della coscienza. Qui prendiamo le mosse dalla premessa, che una successione di impressioni può essere riunita in un tutto rappresentativo, soltanto se quelle impressioni si trovano, almeno per un momento, contemporaneamente unite nella coscienza. Se, ad es., si fa agire una serie di battute, evidentemente, mentre il suono presente è appercepito, i suoni immediatamente passati si trovano ancora nel campo visivo della coscienza; la loro chiarezza però decresce tanto più, quanto più sono lontani nel tempo dall’impressione momentaneamente appercepita, e a un certo limite le impressioni, che sono andate di gran lunga più addietro, saranno del tutto sparite dalla coscienza. Se si riesce a determinare questo limite, si ha anche una misura diretta per la capacità della coscienza, almeno nelle condizioni in cui si compie la ricerca. E come mezzo per la determinazione di questo limite ci serve appunto la facoltà di paragonare direttamente le rappresentazioni, che si seguono nel tempo. Tosto che una di tali rappresentazioni è presente nella coscienza come un tutto unitario, noi possiamo anche con essa paragonare una rappresentazione successiva, e decidere se questa sia o non sia eguale a quella. Un tale raffronto non è più assolutamente possibile, quando la serie temporale trascorsa costituisce un contenuto di coscienza non affatto connesso, essendo una parte dei suoi componenti già passata nello stato incosciente, prima che il decorso della serie abbia toccata la fine. Pertanto non si ha bisogno che di delimitare due serie successive di battute, ad es., quali possono essere fissate dalle battute di un metronomo, indicando il principio di ogni serie con un segnale, ad es., con un suono di campanello. Fintanto che ogni serie costituisce nella, coscienza un tutto connesso, è possibile, in base all’impressione immediata e naturalmente evitando di contare le battute, decidere se la seconda serie è o non è eguale alla prima. E qui si nota anche che si giunge ad ottenere l’impressione dell’eguaglianza mediante quegli elementi sentimentali delle rappresentazioni di tempo, dei quali già si fece cenno (pag. 126); ad ogni battuta della seconda serie precede infatti un sentimento d’attesa corrispondente alla battuta analoga della prima serie, così che ogni membro di una serie in più o in meno produce un perturbamento nell’attesa e insieme un sentimento di delusione. Da ciò deriva che non è necessario siano presenti nella coscienza almeno due serie susseguentisi, ma è richiesto soltanto che le impressioni diunaserie si raccolgano in un tutto rappresentativo. La delimitazione relativamente sicura, di cui la coscienza è per questo riguardo capace, appare distintamente anche in ciò, che è possibile riconoscere sicuramente l’identità di due rappresentazioni di tempo, sintanto che queste non raggiungono il limite valevole per le condizioni date, mentre appena questo limite è sorpassato, il giudizio diventa assolutamente incerto. Allora la misura che si ottiene della capacità si dimostra, per uno stato costante dell’attenzione, dipendente in parte dalla rapidità, con cui le impressioni si seguono nel tempo, in parte dalla connessione ritmica più o meno completadelle impressioni stesse. Per un limite inferiore di velocità, che raggiunga circa i 4″, non è più assolutamente possibile collegare le impressioni, che si seguono in una rappresentazione di tempo; quando giunge la nuova impressione, la precedente è già sparita dalla coscienza. Per un limite superiore sino a circa 0,18″, è pure impossibile la formazione di rappresentazioni di tempo distintamente delimitate perchè l’attenzione non può più seguire le impressioni. La più favorevole rapidità sta in una successione di battute media da 0,2-0,3″. In questo caso possono ancora essere insieme colte otto impressioni doppie o sedici singole, quando si ha la partizione ritmica di2⁄3di battuta, la più semplice che sorge abitualmente di per sè in una appercezione non forzata. Il tempo di4⁄4coll’accentuazione più forte sulla prima battuta, colla media sulla quinta, si dimostra il più favorevole per raccogliere nella coscienza il numero massimo di impressioni singole; con esso possono essere insieme ritenuti, come massimo, 5 tempi o 40 impressioni singole. Se questi numeri vengono paragonati con quelli ottenuti per la capacità dell’attenzione (pag. 172), e si eguagliano le impressioni di tempo semplici e composte a quelle di spazio corrispondenti, la capacità della coscienza sorpassa di circa quattro volte quella dell’attenzione.

7. A quelle proprietà, che noi attribuiamo ai contenuti della coscienza e al loro rapporto reciproco, e designiamo come gradi della loro chiarezza e distintezza, ancora altre si collegano regolarmente, e queste sono da noi immediatamente apprese come processiconcomitanti. Esse consistono in parte in processi sentimentali, che sono caratteristici per determinate forme di decorso della percezione e appercezione, in parte in sensazioni alquanto variabili. È soprattutto il modo dell’entratadei contenuti psichici nel campo visivo e nel punto visivo della coscienza, che varia a seconda delle condizioni del momento. Se un processo psichico si leva al di sopra della soglia della coscienza, gli elementi sentimentali di esso, quando hanno un’intensità sufficiente, sono di solito avvertiti pei primi, tanto che essi già penetrano energicamente nel punto visivo della coscienza, prima ancora che sia stato appercepito qualcuno degli elementi rappresentativi. Questo può aver luogo così quando agiscono impressioni nuove, come quando emergono processi anteriori. In tal modo si formano quelle speciali disposizioni d’animo, delle quali non ci sappiamo ben spiegare le cause; disposizioni d’animo, che portano in sè talora il carattere del piacere o dispiacere, talora e più spesso quello della tensione. In quest’ultimo caso l’improvvisa apparizione che gli elementi rappresentativi, appartenenti ai sentimenti, fanno entro i limiti dell’attenzione è accompagnata da sentimenti del sollievo o della soddisfazione. Gli stessi statid’animo possono disporsi anche quando si ripensa ad una cosa sparita; spesso qui oltre il sentimento di tensione, come al solito presente, appare già vivace lo speciale tono sentimentale della rappresentazione dimenticata, mentre essa stessa ancora si trattiene nello sfondo oscuro della coscienza. Similmente, come più tardi vedremo (§16), negli atti di conoscimento e riconoscimento sentimenti speciali precedono sempre l’appercezione distinta delle rappresentazioni. Negli esperimenti con momentaneo rischiaramento del campo visivo è possibile stabilire ad arte un tale stato d’animo, quando si facciano agire nella vista indiretta impressioni con un tono sentimentale forte al massimo grado. Tutti questi esperimenti sembrano dimostrare che ogni contenuto della coscienza esercita sull’attenzione un effetto, in seguito al quale esso stesso si dà a conoscere in parte mediante il suo proprio colorito sentimentale, in parte mediante i sentimenti già per sè legati alla funzione dell’attenzione. L’effetto totale che questi oscuri contenuti della coscienza hanno sull’attenzione si fonde, secondo le leggi generali della combinazione dei componenti del sentimento (pag. 129), coi sentimenti legati ai contenuti chiari della coscienza, dando luogo a un unico sentimento totale.

8. Se un contenuto psichico entra nelpunto visivodella coscienza, ai processi sentimentali sino ad ora descritti, altri speciali vengono ad aggiungersi, i quali possono presentarsi in forme molto diverse a seconda delle condizioni, nelle quali quel contenuto entra nel punto visivo interno. Queste condizioni offrono due tipi diversi di decorso, i quali in gran parte si ricollegano con quelle manifestazioni sentimentali, già ricordate, che precedono e preparano l’appercezione di un contenuto.

Nel primo caso: il nuovo contenuto si presenta all’attenzione improvvisamente e senza quella preparatoria azione sentimentale; noi indichiamo questo tipo di decorso come quello dellaappercezione passiva. Mentre il contenuto giunge a maggior chiarezza nei suoi elementi rappresentativi e sentimentali, con esso si collega dapprima un sentimento delpatire, il quale, appartenendo alla direzione dei sentimenti deprimenti, è in generale tanto più forte, quanto più intensivo è il processo psichico e più grande la rapidità della sua apparizione; ma questo sentimento declina ben presto, per poi passare nel sentimento contrario eccitante dell’attività. Ai due sentimenti vanno anche unite sensazioni caratteristiche negli apparati muscolari del dominio sensoriale, cui appartengono i componenti rappresentativi del processo. Il sentimento del patire suole essere accompagnatoda una sensazione ben presto passeggiera di rilassamento, quello dell’attività da una sensazione di tensione, che succede alla prima.

Nel secondo caso: il nuovo contenuto è preparato dalle manifestazioni sentimentali già accennate (7), quindi l’attenzione è diretta su di esso già prima del suo apparire; noi indichiamo questo tipo di decorso come quello dell’appercezione attiva. Qui l’appercezione del contenuto è preceduta da un sentimento dell’attesa, ora per un tempo molto breve, ma ora anche per un tempo abbastanza lungo. Questo sentimento appartiene generalmente alla direzione dei sentimenti di tensione e talora anche a quella degli eccitanti, pure potendo essere presenti nel tempo stesso sentimenti di piacere o di dispiacere dovuti agli elementi rappresentativi. Questo sentimento dell’attesa è di solito collegato a sensazioni di tensione discretamente forti nei corrispondenti domini muscolari. Ma al momento, in cui il contenuto entra nel punto visivo, quel sentimento è sostituito da quello, con durata per lo più molto breve, della soddisfazione, il quale ha sempre il carattere di un sentimento di sollievo, benchè a seconda delle circostanze possa essere di natura deprimente od eccitante e legato a sentimenti di piacere o di dispiacere. A questo sentimento della soddisfazione segue immediatamente quello stesso dell’attività, che accompagna la fine dell’appercezione passiva e che alla sua volta è legato ad un aumento delle sensazioni di tensione.

8a. L’osservazione sperimentale di queste diverse forme di processi può essere molto opportunamente compiuta mediante gli esperimenti di reazione descritti nel § 14, 11 segg. In essi è possibile stabilire nella reazione a impressioni inattese il tipo dell’appercezione passiva, nella reazione a impressioni attese quello dell’appercezione attiva. Di più è dato anche osservare che fra queste differenze tipiche stanno gradi di transizione; infatti, o la forma passiva può accostarsi all’attiva a causa della debolezza del primo stadio, o l’attiva alla passiva per il fatto che in un improvviso rilassamento dell’attesa il successivo stato contrario del sentimento di soddisfazione, il sollievo e la depressione, diventa più pronunciato del solito. Ma nella realtà anche qui si trovano processi in una connessione continua, i quali costituiscono veri contrari solo in casi estremi.

8a. L’osservazione sperimentale di queste diverse forme di processi può essere molto opportunamente compiuta mediante gli esperimenti di reazione descritti nel § 14, 11 segg. In essi è possibile stabilire nella reazione a impressioni inattese il tipo dell’appercezione passiva, nella reazione a impressioni attese quello dell’appercezione attiva. Di più è dato anche osservare che fra queste differenze tipiche stanno gradi di transizione; infatti, o la forma passiva può accostarsi all’attiva a causa della debolezza del primo stadio, o l’attiva alla passiva per il fatto che in un improvviso rilassamento dell’attesa il successivo stato contrario del sentimento di soddisfazione, il sollievo e la depressione, diventa più pronunciato del solito. Ma nella realtà anche qui si trovano processi in una connessione continua, i quali costituiscono veri contrari solo in casi estremi.

9. A chi esattamente consideri questo lato sentimentale dei processi d’attenzione, appare tosto come esso pienamente concordi col generale contenuto sentimentale deiprocessi di volere. E insieme risulta chiaro che l’appercezione passiva corrisponde nel suo carattereessenziale a un atto impulsivo semplice, l’attiva a un atto volontario composto. Infatti nell’appercezione passiva il contenuto psichico, che si presenta all’attenzione impreparata, può evidentemente essere considerato come quell’unico motivo, che, senza lotta alcuna con altri motivi, determina l’atto dell’appercezione; di più questa è anche qui decisamente legata a quel sentimento dell’attività caratteristico per tutte le azioni di volere. Al contrario nell’appercezione attiva ancora altri contenuti psichici coi loro effetti sentimentali si presentano continuamente all’attenzione durante lo stadio sentimentale di preparazione, e però alla fine l’atto appercettivo può sembrare un atto volontario e in molti casi anche un atto di scelta, cioè quando la lotta fra i diversi contenuti diventa essa stessa chiaramente cosciente. In questi ultimi casi già la vecchia psicologia aveva riconosciuta la presenza di un tale atto di scelta, perchè parlava di “attenzione volontaria„. Ma anche qui, proprio come negli atti di volere esterni, la volontà fu fatta entrare in campo inconseguentemente, perchè si disconobbe il punto, onde solo poteva essere derivata. Infatti, non si volle ammettere che la così detta “attenzione involontaria„ è soltanto una forma più semplice di un atto di volere interno; e poi si contrapposero “attenzione„ e “volontà„ proprio al modo della vecchia teoria delle facoltà, come potenze psichiche di natura diversa, che in certi casi si collegano e in certi altri si escludono. Invece ambedue evidentemente sono espressioni di concetti, che si riferiscono alla medesima classe di processi psichici, con questa sola differenza, che i processi di appercezione o di attenzione abbracciano fra i processi di volere quelli che a sè e per sè, in quanto non seguiti da ulteriori processi, si svolgono senza effetti esterni, solo come atti così detti interni.

10. A questi atti interni di volere, che designiamo come processi d’attenzione, si annette ancora la formazione di un concetto estremamente importante per l’intero sviluppo psichico, concetto che senza dubbio si è compito nella forma logica solo mediante il sussidio della riflessione scientifica, ma che ha già in quegli stessi processi il suo sostrato reale. Intendiamo parlare della formazione del concetto delsoggetto, cui va parallela la presupposizione dioggetti, che si contrappongono al soggetto come una realtà da esso indipendente.

Da quelle parti dell’esperienza immediata, che sono ordinate spazialmente in base al punto d’orientazione già ricordato (pag. 106) e che noi indichiamo o comeoggetti(Gegenstände), cioè come un qualcosa che sta di contro (ein Gegenüberstehendes) al percipiente, oppurequando consideriamo il loro modo di formazione psicologica, comerappresentazioni(Vorstellungen) cioè come un qualcosa che il percipiente pone innanzi a sè;[28](ein vor sich Hingestelltes); da queste parti costitutive della esperienza si distinguono tutti quei contenuti, che non partecipano di quest’ordine spaziale, benchè siano con esso in relazione continua. Questi contenuti stanno fra loro, come abbiamo veduto nei § 12-14, in istretta connessione, potendosi sempre considerare isentimenticome parziali contenuti momentanei delleemozioni, le emozioni come parti costitutive diprocessi di volere. Soltanto il processo, può sempre arrestarsi a uno dei gradi anteriori, perchè molto spesso un sentimento non produce alcuna emozione notevole, o l’emozione declina, senza che sia realmente sorto quell’atto di volere, che in essa era preparato. Tutti questi processi affettivi si possono pertanto di nuovo subordinare alprocesso di volere. Infatti questo è il decorso completo, del quale i due altri processi sono parti o di più semplice o di più composta natura. Da questo ponto di vista si comprende, come il sentimento semplice nei suoi contrari, tra i quali si muove, in parte contenga una direzione di volere, in parte esprima la grandezza della energia volitiva presente in un dato momento, e finalmente in parte corrisponda a una determinata fase dello stesso processo di volere. Ladirezione del volereè evidentemente indicata dalle direzioni fondamentali del piacere e dispiacere, le quali corrispondono direttamente a una tendenza o ad una avversione qualitativamente differenziate. L’energia di voleretrova la sua espressione nelle direzioni fondamentali dell’eccitamento e dell’acquietamento; infine lefasiopposte del processo di volere sono rappresentate dai sentimenti contrari di tensione e di sollievo.

11. Se in tal guisa il volere risulta essere il fatto fondamentale, in cui trovano radice tutti i processi, gli elementi psichici dei quali sono i sentimenti per altra parte nel processo dell’appercezione, cui l’analisi psicologica riconosce tutti i caratteri dell’atto di volere, questo fatto fondamentale entra in relazione diretta coicontenuti rappresentatividella coscienza. Infatti, essendo i processi di volere concepiti come processi in sè connessi e omogenei malgrado ogni differenza dei loro contenuti, sorge un immediato sentimento di questa connessione, sentimento che è dapprima legato al sentimento dell’attività presente in ogni stato di volere, ma che poi inseguito alle già ricordate relazioni del volere si estende alla totalità dei contenuti di coscienza. Noi diciamo l’“io„ questo sentimento della connessione di tutte l’esperienze psichiche individuali. Esso è unsentimentoe non una rappresentazione, come spesso è denominato; ma, al pari di tutti i sentimenti, è legato a certe sensazioni e rappresentazioni; questi componenti rappresentativi, che stanno in più strette relazioni coll’“io„, sono le sensazioni generali e la rappresentazione del proprio corpo.

Autocoscienzanoi chiamiamo quel contenuto sentimentale e rappresentativo, che nasce appunto nel modo suddetto, e, separandosi dall’intero contenuto di coscienza, si fonde col sentimento dell’io. Esso, al pari della coscienza, non è affatto una realtà diversa dai processi onde si compone, ma soltanto la connessione di questi processi, la quale, specialmente nei suoi elementi rappresentativi, non può mai essere nettamente separata dalle rimanenti parti della coscienza. Questo appare innanzi tutto dall’essere le rappresentazioni del proprio corpo ora saldamente fuse col sentimento dell’ioed ora separate da esso come rappresentazioni oggettive, e dal fatto, che in generale l’autocoscienza nel suo sviluppo tende sempre più a ritirarsi sulla propria base sentimentale.

12. Appunto da questa separazione dell’autocoscienza dal restante contenuto di coscienza ha origine la contrapposizione delsoggettoe deglioggetti, la quale è senza dubbio già preparata nelle differenze particolari degli originari contenuti di coscienza, ma raggiunge una forma chiara solo in conseguenza di quella separazione. Conformemente a questo suo sviluppo psicologico, il concetto del soggetto ha tre diversi significati di estensione differente, i quali si sostituiscono a vicenda. Nel senso più stretto, il soggetto è la connessione dei processi di volere, che si esplica nel sentimento dell’io. In senso alquanto più largo, esso abbraccia il contenuto reale di questi processi di volere unitamente ai sentimenti ed alle emozioni, che li preparano. Infine nel più largo significato esso si estende anche al fondamento rappresentativo costante, che quei processi soggettivi hanno nel corpo dell’individuo, come sede delle sensazioni generali. Ma questo più largo significato è nello sviluppo reale il primissimo e quello più stretto nel flusso reale dei processi psichici ricade sempre in uno dei significati più larghi, perchè esso può essere raggiunto pienamente solo nell’astrazione concettuale. In tal guisa esso propriamente non costituisce che un limite, al quale può in vario grado accostarsi la reale autoconcezione del soggetto.

12a. Colla distinzione del soggetto e degli oggetti, oppure come anche si sogliono esprimere questi concetti, quando si riduca il primo alle sue basi sentimentali, e si riassuma il secondo in un concetto generale, colla distinzione dell’ioe delmondo esternoè posta la base a tutte quelle riflessioni, alle quali il dualismo, dapprima diffusosi nella popolare intuizione dell’universo e poi da questa passato anche nei sistemi filosofici, deve la propria origine. In questo senso anche la psicologia suole essere contrapposta come scienza del soggetto a tutte le altre scienze e specialmente alle scienze naturali (v. § 1, 3a). Questa concezione potrebbe essere giusta solo allorchè la distinzione dell’iodalmondo esternofosse un fatto originario precedente ad ogni esperienza, e i concetti del soggetto e dell’oggetto potessero una volta per tutte essere univocamente contrapposti. Ma nè la prima nè la seconda condizione si avvera. L’autocoscienza si fonda piuttosto su una serie di processi psichici, essa è il prodotto e non il sostrato di questi processi, e però anche soggetto e oggetto non costituiscono contenuti dell’esperienza nè originariamente nè mai assolutamente diversi, bensì essi sono concetti di riflessione formatisi in seguito ai rapporti reciproci tra le singole parti costituenti il contenuto in sè affatto unico della nostra esperienza immediata.

12a. Colla distinzione del soggetto e degli oggetti, oppure come anche si sogliono esprimere questi concetti, quando si riduca il primo alle sue basi sentimentali, e si riassuma il secondo in un concetto generale, colla distinzione dell’ioe delmondo esternoè posta la base a tutte quelle riflessioni, alle quali il dualismo, dapprima diffusosi nella popolare intuizione dell’universo e poi da questa passato anche nei sistemi filosofici, deve la propria origine. In questo senso anche la psicologia suole essere contrapposta come scienza del soggetto a tutte le altre scienze e specialmente alle scienze naturali (v. § 1, 3a). Questa concezione potrebbe essere giusta solo allorchè la distinzione dell’iodalmondo esternofosse un fatto originario precedente ad ogni esperienza, e i concetti del soggetto e dell’oggetto potessero una volta per tutte essere univocamente contrapposti. Ma nè la prima nè la seconda condizione si avvera. L’autocoscienza si fonda piuttosto su una serie di processi psichici, essa è il prodotto e non il sostrato di questi processi, e però anche soggetto e oggetto non costituiscono contenuti dell’esperienza nè originariamente nè mai assolutamente diversi, bensì essi sono concetti di riflessione formatisi in seguito ai rapporti reciproci tra le singole parti costituenti il contenuto in sè affatto unico della nostra esperienza immediata.

13. La connessione dei processi psichici, che costituisce l’essenza della coscienza, ha necessariamente la sua prima origine in queiprocessi di combinazione, che hanno continuamente luogo fra gli elementi dei singoli contenuti di coscienza. Questi processi, che già operano quando sorgono singole formazioni psichiche, devono pure produrre tanto la simultanea unità dello stato di coscienza presente in un dato momento, quanto la continuità degli stati di coscienza successivi. Ma essi sono di una natura straordinariamente varia; ognuno ha il suo colorito individuale, che non si ripete mai affatto invariato in un secondo caso. Pure le loro generalissime differenze possono essere ordinate sotto quelle particolarità, che l’attenzione offre da un lato nella passiva ricezione di impressioni, dall’altro nell’appercezione attiva delle stesse. Per avere a disposizione brevi espressioni ad indicare tali differenze, diciamoassociazioniquelle connessioni, che si formano di solito nello stato passivo dell’attenzione, ecombinazioni appercettivequelle che presuppongono uno stato attivo.


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