III.Similmente, o Signore, per spiegare il grande trionfo delle voci, bisogna riferirsi alla legge della richiesta. Più si è andato svolgendo nel nostro secolo la sollecitudine per l'incremento orchestrale, più vedemmo crescere lo spirito d'invenzione e lo studio intorno agli strumenti. Ecco che al violoncello e al contrabasso è stata aumentata la quarta corda, ecco che quasi tutti gli strumenti si sono migliorati nei registri, nell'estensione, nell'agilità, nella dolcezza, nel timbro vario della voce; ecco che molti anche se ne sono inventati di sana pianta; anzi le invenzioni si moltiplicarono in modo che ad un Congresso musicale tenutosi in America due anni fa, fu emesso un voto per infrenare piuttosto che incoraggiare tutta quella smania produttrice e inventrice. Nel secolo passato un somigliante fenomeno si avverava in Italia rispetto alla voce umana e rispetto al bel canto.Qui era la gran base; e qui naturalmente nasceva la gran gara. I maestri del secolo passatoprendevano in mano la voce umana, permettetemi la similitudine, come gli orafi fiorentini prendevano in mano i gioielli preziosi; e la brunivano e lavoravano in tutti i modi fino a renderla opera perfetta e impeccabile; la sfaccettavano in tutti i sensi come un brillante meraviglioso di cui si volevano rendere tutti i lumi e tutti i riflessi. L'insegnamento delbel canto, nel secolo passato tendeva insomma a dare alla voce tutta quanta la sua immaginabile virtuosità nell'estensione, nella solidità, nel timbro, nell'agilità, nei passaggi, nei tempi rubati — quei preziosi tempi rubati con cui l'esperta malìa del cantante si compiaceva come a tormentare la misura del canto, creando nell'animo degli ascoltatori una specie di deliziosa perplessità, la quale si convertiva poi in una squisita dilettazione, quando, verso la cadenza, il tempo rientrava nella sua musicale normalità.Tutto questo formava un grande insieme di teorie e di pratiche magistrali, elaboratissime, delle quali non abbiamo adesso un'idea. Adesso i nostri giovani apprendisti della musica esecutiva studiano in media un anno e mezzo, poi si lanciano sulla scena ad eseguire promiscuamente ilBarbiere di Siviglia, ilTrovatore, ilLohengrin. Allora la sollecitudine didattica dei maestri si proponeva di spremere tutto quanto era nelleviscere, per così dire, della voce umana, traendola fino agli ultimi limiti della natura.... Anzi non si contentarono! E quando arrivarono a quegli ultimi limiti essi non dubitarono di violarli crudelmente, sacrilegamente, creando i sopranisti. Se è vero ciò che hanno detto alcuni storici che molte delle crudeltà di Nerone furono procurate da certa sua effervescenza estetica e da una cupidità artistica non contenuta nei confini del naturale, bisognerà anche rassegnarsi a credere che i nostri padri furono veramente dei neroniani.... Indarno qualche delicato spirito protestava; indarno l'austero Parini tuonava con la celebre ode: “Oh misero mortale — Ove cerchi il diletto? — Ei tra le placid'ale — Di natura ha ricetto. — Là con avida brama — Sussurrando ti chiama. — Aborro in su la scena — Un canoro elefante — Che si trascina appena — Su le adipose piante. — E manda per gran foce — Di bocca un fil di voce.„Ma la verità, è, o Signore, che questo “fil di voce„ era così squisitamente educato e adoperato, che creava tutto un ordine di sensazioni musicali sconosciute a noi e delle quali i nostri vecchi erano amantissimi. E pare veramente che la loro arte fosse sotto ogni aspetto meravigliosa e in armonia coll'indole e con gli intendimenti alla musica teatrale di quell'epoca. Il medioevoaveva fabbricati i nani pel diletto delle corti; nel secolo decimosettimo e decimottavo l'Italia creò e divulgò i sopranisti pei diletti dei teatri e delle sacre cappelle, principiando da quelle del papa.La scuola poi e la disciplina con cui erano educati questi singolari strumenti umani hanno qualche cosa di mirabile, quasi di leggendario. Esisteva in Bologna, al principio del secolo passato, un celebre maestro, il Pistocchi, la cui scuola era considerata come una fucina perfetta di sopranisti. Egli obbligava i suoi giovani a studiare per sette anni di seguito il solfeggio; e si comprende che da questa palestra così pazientemente prolungata uscissero cantori perfetti come il Bernacchi. A Napoli, il Porpora era pure maestro consideratissimo e certo non meno del Pistocchi esigente e rigoroso. Raccontano che dava agli alunni una pagina di solfeggio, una specie di epitome del bel canto in cui erano accolti i casi più difficili nell'uso della voce, tutti i passi, i salti, le emissioni, le malizie, gli inganni per indurre nel pubblico meravigliosi e inaspettati effetti di canto. Allievo della scuola di Porpora fu il famoso Farinello, colui che divenne poi quasi l'arbitro della Spagna e onnipotente a corte quando a lui solo riuscì con tre o quattro ariette a blandire la noia profonda e giudicata incurabile di Filippo V.Raccontano che il Farinello, essendo scolaro del Porpora, da quattro anni tutti i giorni andava ripetendo i passi, le scale, i gorgheggi di quella tal pagina. Un giorno impazientito, si permise di chiedere al Porpora per quanto tempo ancora ne avrebbe avuto. Il maestro rispose asciutto: ancora per tre anni!... E la risposta non dovette essere molto confortante.Ma è altrettanto certo che da questa eroica elaborazione e da questo magistero, perseveranti fino alla crudeltà, uscivano cantanti dei quali le cronache del tempo dicono cose assolutamente sbalorditive. Il Bernacchi e il Farinello divennero col tempo rivali e una volta s'incontrarono a Bologna verso la metà del secolo. Il pubblico li attendeva in un duetto del maestro Hasse, detto il Sassone, dove ognuno dei due doveva fare l'ultima prova del proprio talento. Raccontano che in mezzo ad una trepida aspettazione, ad un silenzio profondo i due campioni prima espressero il puro tema melodico su cui cadeva la gara. Il Farinello più giovane stupì il pubblico con variazioni audacissime; e il Bernacchi, di rimando, sulle prime tenne validamente testa all'avversario; ma poi, crescendo sempre le difficoltà inaspettate e le ardue bizzarrie del canto farinelliano, il Bernacchi ebbe una astuzia da vecchio lottatore. Ad un tratto abbandonò il sistema delle variazionie dei trilli e ripresentò al pubblico il bel tema melodico in tutta la sua primitiva purezza e semplicità. L'entusiasmo del pubblico, a quell'effetto inatteso, non ebbe più confini. Fu domandato il bis e il Bernacchi lo concesse; ma quando fu per riprendere la sua frase, sentì nell'orchestra una certa inquietudine, una certa titubanza. Si volse a guardare; e si avvide che anche i suonatori, anche il direttore d'orchestra piangevano....Emozioni e delizie delle quali sarebbe difficile farsi ora una idea, o Signore; emozioni e delizie che trovano forse una parte di spiegazione nella stemperata sensibilità allora di moda; ma fatta ogni tara possibile, rimane sempre certo che, dietro a tutto quel delirio di pubblico, doveva esservi un'arte, nel suo genere, sorprendente e perfetta.Ho nominato più sopra il Crescentini. Una sera del 1806 a Parigi egli cantava al Teatro Imperiale quella sua arietta “Ombra adorata aspettami„. Chi sa quante volte l'avevano intesa! Poichè è da notare che questi famosissimi sopranisti, una volta che avevano condotte all'ultimo pulimento quattro o cinque arie, poco d'altro si curavano e con esse passeggiavano trionfanti l'Europa. Era tale il favore del pubblico per la preziosità dell'arte loro che non avevan bisogno di abbondare in quantità; bastava la qualità squisita. Ebbene, Crescentini quella serasuscitò tanto entusiasmo a Parigi che perfino l'anima fredda, alla musica almeno, di Napoleone I, se ne commosse; e seguendo un movimento improvviso mandò al sopranista nientemeno che la croce della Corona di ferro.... Fu uno scandalo; e si levò una tal gara di mormorazioni che Napoleone se ne impensierì. E se ne deve esser tanto impensierito che perfino nelMemoriale di Sant'Elenaricorda il fatto. — Io ho disposto (dice l'imperatore) di scettri e di corone, ho disposto d'interi popoli senza che i miei ci trovassero da ridire. È bastato che io mandassi una povera croce di cavaliere al sopranista Crescentini per sollevare quasi una rivoluzione.... — Anche si narra che una sera in un salone parigino molto celebre di quel tempo le mormorazioni scoppiavano e s'accaloravano d'ogni parte. — Una vera indegnità!... Come mai l'Imperatore ha potuto conferire ad un miserabile cantante la onorificenza che egli fondò a premiare i valorosi in campo, i feriti per la patria? — Per fortuna la bella Grazzini, famosa cantante, ebbe un motto felice, che mise un po' di calma. — Finalmente anche il povero Crescentini era un ferito.... nel campo dell'arte! —Ma il trionfo per me più significante di questa arte dei sopranisti, mi pare quello conseguito dal Velluti a Londra nel 1826. Vedete comeci avviciniamo alla nostra epoca. Il Velluti aveva cantato nell'Aureliano in Palmiradi Rossini; era stato l'ultimo suo trionfo e volle andare a ripeterlo a Londra. Si credeva in Inghilterra che quella infelice anomalia non esistesse più nel mondo, e fu uno stupore ingrato, un unanime scontento quando si seppe che c'erano anche dei soprani. Parve che la rigida coscienza anglosassone si volesse ribellare per davvero. Il povero Velluti fu accolto con segni poco lieti, la prima sera dell'esecuzione. Volti arcigni e glaciale silenzio.... Ma poi, malgrado tutti quei propositi di resistenza e d'austerità, il Velluti finì per conquidere il pubblico inglese in modo che lo portarono in trionfo a casa con musica e fiaccole!
Similmente, o Signore, per spiegare il grande trionfo delle voci, bisogna riferirsi alla legge della richiesta. Più si è andato svolgendo nel nostro secolo la sollecitudine per l'incremento orchestrale, più vedemmo crescere lo spirito d'invenzione e lo studio intorno agli strumenti. Ecco che al violoncello e al contrabasso è stata aumentata la quarta corda, ecco che quasi tutti gli strumenti si sono migliorati nei registri, nell'estensione, nell'agilità, nella dolcezza, nel timbro vario della voce; ecco che molti anche se ne sono inventati di sana pianta; anzi le invenzioni si moltiplicarono in modo che ad un Congresso musicale tenutosi in America due anni fa, fu emesso un voto per infrenare piuttosto che incoraggiare tutta quella smania produttrice e inventrice. Nel secolo passato un somigliante fenomeno si avverava in Italia rispetto alla voce umana e rispetto al bel canto.
Qui era la gran base; e qui naturalmente nasceva la gran gara. I maestri del secolo passatoprendevano in mano la voce umana, permettetemi la similitudine, come gli orafi fiorentini prendevano in mano i gioielli preziosi; e la brunivano e lavoravano in tutti i modi fino a renderla opera perfetta e impeccabile; la sfaccettavano in tutti i sensi come un brillante meraviglioso di cui si volevano rendere tutti i lumi e tutti i riflessi. L'insegnamento delbel canto, nel secolo passato tendeva insomma a dare alla voce tutta quanta la sua immaginabile virtuosità nell'estensione, nella solidità, nel timbro, nell'agilità, nei passaggi, nei tempi rubati — quei preziosi tempi rubati con cui l'esperta malìa del cantante si compiaceva come a tormentare la misura del canto, creando nell'animo degli ascoltatori una specie di deliziosa perplessità, la quale si convertiva poi in una squisita dilettazione, quando, verso la cadenza, il tempo rientrava nella sua musicale normalità.
Tutto questo formava un grande insieme di teorie e di pratiche magistrali, elaboratissime, delle quali non abbiamo adesso un'idea. Adesso i nostri giovani apprendisti della musica esecutiva studiano in media un anno e mezzo, poi si lanciano sulla scena ad eseguire promiscuamente ilBarbiere di Siviglia, ilTrovatore, ilLohengrin. Allora la sollecitudine didattica dei maestri si proponeva di spremere tutto quanto era nelleviscere, per così dire, della voce umana, traendola fino agli ultimi limiti della natura.... Anzi non si contentarono! E quando arrivarono a quegli ultimi limiti essi non dubitarono di violarli crudelmente, sacrilegamente, creando i sopranisti. Se è vero ciò che hanno detto alcuni storici che molte delle crudeltà di Nerone furono procurate da certa sua effervescenza estetica e da una cupidità artistica non contenuta nei confini del naturale, bisognerà anche rassegnarsi a credere che i nostri padri furono veramente dei neroniani.... Indarno qualche delicato spirito protestava; indarno l'austero Parini tuonava con la celebre ode: “Oh misero mortale — Ove cerchi il diletto? — Ei tra le placid'ale — Di natura ha ricetto. — Là con avida brama — Sussurrando ti chiama. — Aborro in su la scena — Un canoro elefante — Che si trascina appena — Su le adipose piante. — E manda per gran foce — Di bocca un fil di voce.„
Ma la verità, è, o Signore, che questo “fil di voce„ era così squisitamente educato e adoperato, che creava tutto un ordine di sensazioni musicali sconosciute a noi e delle quali i nostri vecchi erano amantissimi. E pare veramente che la loro arte fosse sotto ogni aspetto meravigliosa e in armonia coll'indole e con gli intendimenti alla musica teatrale di quell'epoca. Il medioevoaveva fabbricati i nani pel diletto delle corti; nel secolo decimosettimo e decimottavo l'Italia creò e divulgò i sopranisti pei diletti dei teatri e delle sacre cappelle, principiando da quelle del papa.
La scuola poi e la disciplina con cui erano educati questi singolari strumenti umani hanno qualche cosa di mirabile, quasi di leggendario. Esisteva in Bologna, al principio del secolo passato, un celebre maestro, il Pistocchi, la cui scuola era considerata come una fucina perfetta di sopranisti. Egli obbligava i suoi giovani a studiare per sette anni di seguito il solfeggio; e si comprende che da questa palestra così pazientemente prolungata uscissero cantori perfetti come il Bernacchi. A Napoli, il Porpora era pure maestro consideratissimo e certo non meno del Pistocchi esigente e rigoroso. Raccontano che dava agli alunni una pagina di solfeggio, una specie di epitome del bel canto in cui erano accolti i casi più difficili nell'uso della voce, tutti i passi, i salti, le emissioni, le malizie, gli inganni per indurre nel pubblico meravigliosi e inaspettati effetti di canto. Allievo della scuola di Porpora fu il famoso Farinello, colui che divenne poi quasi l'arbitro della Spagna e onnipotente a corte quando a lui solo riuscì con tre o quattro ariette a blandire la noia profonda e giudicata incurabile di Filippo V.
Raccontano che il Farinello, essendo scolaro del Porpora, da quattro anni tutti i giorni andava ripetendo i passi, le scale, i gorgheggi di quella tal pagina. Un giorno impazientito, si permise di chiedere al Porpora per quanto tempo ancora ne avrebbe avuto. Il maestro rispose asciutto: ancora per tre anni!... E la risposta non dovette essere molto confortante.
Ma è altrettanto certo che da questa eroica elaborazione e da questo magistero, perseveranti fino alla crudeltà, uscivano cantanti dei quali le cronache del tempo dicono cose assolutamente sbalorditive. Il Bernacchi e il Farinello divennero col tempo rivali e una volta s'incontrarono a Bologna verso la metà del secolo. Il pubblico li attendeva in un duetto del maestro Hasse, detto il Sassone, dove ognuno dei due doveva fare l'ultima prova del proprio talento. Raccontano che in mezzo ad una trepida aspettazione, ad un silenzio profondo i due campioni prima espressero il puro tema melodico su cui cadeva la gara. Il Farinello più giovane stupì il pubblico con variazioni audacissime; e il Bernacchi, di rimando, sulle prime tenne validamente testa all'avversario; ma poi, crescendo sempre le difficoltà inaspettate e le ardue bizzarrie del canto farinelliano, il Bernacchi ebbe una astuzia da vecchio lottatore. Ad un tratto abbandonò il sistema delle variazionie dei trilli e ripresentò al pubblico il bel tema melodico in tutta la sua primitiva purezza e semplicità. L'entusiasmo del pubblico, a quell'effetto inatteso, non ebbe più confini. Fu domandato il bis e il Bernacchi lo concesse; ma quando fu per riprendere la sua frase, sentì nell'orchestra una certa inquietudine, una certa titubanza. Si volse a guardare; e si avvide che anche i suonatori, anche il direttore d'orchestra piangevano....
Emozioni e delizie delle quali sarebbe difficile farsi ora una idea, o Signore; emozioni e delizie che trovano forse una parte di spiegazione nella stemperata sensibilità allora di moda; ma fatta ogni tara possibile, rimane sempre certo che, dietro a tutto quel delirio di pubblico, doveva esservi un'arte, nel suo genere, sorprendente e perfetta.
Ho nominato più sopra il Crescentini. Una sera del 1806 a Parigi egli cantava al Teatro Imperiale quella sua arietta “Ombra adorata aspettami„. Chi sa quante volte l'avevano intesa! Poichè è da notare che questi famosissimi sopranisti, una volta che avevano condotte all'ultimo pulimento quattro o cinque arie, poco d'altro si curavano e con esse passeggiavano trionfanti l'Europa. Era tale il favore del pubblico per la preziosità dell'arte loro che non avevan bisogno di abbondare in quantità; bastava la qualità squisita. Ebbene, Crescentini quella serasuscitò tanto entusiasmo a Parigi che perfino l'anima fredda, alla musica almeno, di Napoleone I, se ne commosse; e seguendo un movimento improvviso mandò al sopranista nientemeno che la croce della Corona di ferro.... Fu uno scandalo; e si levò una tal gara di mormorazioni che Napoleone se ne impensierì. E se ne deve esser tanto impensierito che perfino nelMemoriale di Sant'Elenaricorda il fatto. — Io ho disposto (dice l'imperatore) di scettri e di corone, ho disposto d'interi popoli senza che i miei ci trovassero da ridire. È bastato che io mandassi una povera croce di cavaliere al sopranista Crescentini per sollevare quasi una rivoluzione.... — Anche si narra che una sera in un salone parigino molto celebre di quel tempo le mormorazioni scoppiavano e s'accaloravano d'ogni parte. — Una vera indegnità!... Come mai l'Imperatore ha potuto conferire ad un miserabile cantante la onorificenza che egli fondò a premiare i valorosi in campo, i feriti per la patria? — Per fortuna la bella Grazzini, famosa cantante, ebbe un motto felice, che mise un po' di calma. — Finalmente anche il povero Crescentini era un ferito.... nel campo dell'arte! —
Ma il trionfo per me più significante di questa arte dei sopranisti, mi pare quello conseguito dal Velluti a Londra nel 1826. Vedete comeci avviciniamo alla nostra epoca. Il Velluti aveva cantato nell'Aureliano in Palmiradi Rossini; era stato l'ultimo suo trionfo e volle andare a ripeterlo a Londra. Si credeva in Inghilterra che quella infelice anomalia non esistesse più nel mondo, e fu uno stupore ingrato, un unanime scontento quando si seppe che c'erano anche dei soprani. Parve che la rigida coscienza anglosassone si volesse ribellare per davvero. Il povero Velluti fu accolto con segni poco lieti, la prima sera dell'esecuzione. Volti arcigni e glaciale silenzio.... Ma poi, malgrado tutti quei propositi di resistenza e d'austerità, il Velluti finì per conquidere il pubblico inglese in modo che lo portarono in trionfo a casa con musica e fiaccole!