XV APRILE MCMXII

XV APRILE MCMXIIXV APRILE MCMXII

XV APRILE MCMXII

Quando entrai nella piccola infermeria domenicana, al primo sguardo conobbi che l'uomo da bene aveva già abbracciata la nostra suora morte corporale e se la teneva ben sensata contro il suo petto. Primamente, non veduto, lo vidi in uno specchio. Una donna, dolce e severa, che poteva essere Sant'Anna col suo mazzo di chiavi appeso al fianco, m'aveva condotto sul verone di legno ove s'affacciava la camera dell'infermo; e s'era ritratta, per lasciarmi solo con lui, per non farsi testimone inopportunadel nostro turbamento. Nell'appressarmi alla soglia, scorsi su la parete lo specchio e dentrovi, dentro quella specie d'orrore inaccessibile e rischiarato, il vecchio che stava seduto, intentissimo, tenendo ambe le mani premute su l'atroce ospite carnale che gli rodeva la bocca dello stomaco. Mi soffermai, con uno spaventoso tremito nel cuore, perché veramente dentro quel vano la morte eravisibilecome nelle Danze macabre, e tutta l'imagine veramente eradi là dal velo. Egli alzò le ciglia e sussultò abbandonando le mani su le ginocchia, perché mi scoperse anch'egli nella spera e mi vide venire a lui non dalla vita diurna, non dall'aria e dalla luce, ma dal fondo di quel pallido sepolcro. E, com'entrai, mi parve non di varcare una soglia comune ma di superare un limite tremendo.

Non conosco, nella storia della santità, una preparazione al transito più bella di questa. San Francesco, pur conversandocon la sua suora infermitade, lasciò che i medici tentassero di combatterla. Riconobbe d'aver sempre trattato troppo duramente il suo corpo e mostrò di pentirsene. «Giubila, frate corpo, e dammi perdonanza; che or mi conviene satisfare a' tuoi disii.» I dottori pontificii, a Fonte Colombo, gli cavarono sangue, lo vessicarono e cauterizzarono. Col ferro rovente gli affocarono le tempie, mentr'egli pregava «frate focu» che soffrire non lo facesse oltre sopportazione. Ad Assisi, nella casa del Vescovo, di continuo lo curava il medico aretino. Di tratto in tratto era preso da qualche strana voglia e mandava in cerca i suoi frati che talvolta, come nella notte del prezzemolo, s'impazientivano. Alla Porziuncola Giacomina Settesoli gli apprestò quella vivanduzza romana prediletta, quel camangiare di mandorle, che durante la malattia aveva spesso desiderato. Dopo, sentendo prossima la fine, si fece spogliared'ogni vestimento e colcare su la terra ignudo.

Il mio amico dedusse quest'ultimo esempio fin dal principio, non pel suo corpo ma per l'anima sua. Spogliato di tutto egli era come mi pareva non potesse mai uomo spogliarsi. E non gli restava se non quella «nuditate d'Amore» oltre la quale, in paragone di purezza, v'é soltanto la prima luce del mattino. Vidi presso di lui il volume dellaImitazionechiuso. È certo quello il trattato del totale spogliamento: riduce in un pugno di polvere la sostanza in cui l'uomo più si compiace, e senza pietà separa l'uomo da ogni diletta cosa che non sia il compiuto amore. Egli non aveva più nulla da apprendere in quel libro: perciò era desso quivi chiuso, e senza segnali. Ed egli l'aveva tanto praticato e meditato non soltanto come il libro dell'eternità, ma come quello ch'era nato dalla disciplina della sua stirpe «sotto l'ogiva di Francia», vera «conoscenzae virtute d'Occidente.» Né gli restava alcun dubbio intorno a tale origine; talché una volta ch'egli vide il mio esemplare col nome di Tommaso Kempis, scosse il capo. Soleva dire, non senza finezza, che l'Imitazionefranceseggia in latino. Vi riconosceva trasposti i modi e le cadenze della prosa Francesca, e talvolta la levità d'un orecchio che aveva ascoltato la voce dell'allodola paesana.

Nelle lunghe settimane di patimento, dal giorno in cui l'insonne cancro incominciò a morderlo per finirlo, sino all'ora in cui perse la parola terrena per un altro linguaggio, non dimandò d'essere medicato né alleviato, non volle intercessore tra l'infermità e la carne, non chiese che le sofferenze gli fossero attutite ma soltanto che con esse gli fosse accresciuta la forza di sostenerle. «Courage, courage, mon âme!» diceva nello spasimo. «Encore un peu, mon Dieu! Faites-moi souffrir encore unpeu, mais donnez-moi la force de supporter la souffrance.» Quando il morso diveniva meno atroce, egli si faceva gaio e arguto; non soltanto sorrideva ma anche rideva d'un riso schietto. Come dalla città i suoi molti figliuoli e i suoi nipoti numerosissimi e i famigliari suoi devoti venivano a visitarlo, ciascuno adduceva, per giustificare la visita insolita, un pretesto più o men verisimile, credendosi di illuderlo. Egli ben sapeva che quelle erano visite di funebre commiato; e un giorno ch'io ero là, tra quegli affettuosi dissimulatori, l'udii motteggiare con sì vivace grazia che veramente le più celebri delle parole stoiche mi sembrarono cosa ruvida e grossa. Una notte di marzo la figliuola maggiore, ch'era venuta a trattenersi nella casa per assisterlo, dal suo letto udì nella camera del padre un gran ridere. Attonita e un poco sbigottita, si levò e andò a origliare. L'ottimo abate Eugène de Vivié, rettore della parrocchia,consolatore intrepido, aveva voluto vegliar l'infermo nel martirio notturno. Aiutandolo egli a sollevarsi dal guanciale per l'orribile rigurgito che lo travagliava, una inattesa facezia del sofferente aveva suscitata quella ilarità concorde. Ripensai quel rimbrotto di Frate Elia, quando San Francesco giaceva al Vescovado in custodia e voleva che Frate Agnolo e Frate Leone gli cantassero ogni ora le laudi di nostra suora morte per rallegrarsi nel Signore. «Hacci la scolta alla porta; e niuno vorrà credere esser tu un santo uomo, udendo del continovo cantare e sonare nella tua cella.»

Finché la volontà potè comandare le membra affievolite, si trascinò ogni mattina alla Cappella per ricevere il pane eucaristico; del quale solo sembrava nutrirsi, non prendendo nella giornata se non qualche sorso di latte o il succo di qualche frutto. Súbito dopo la comunione, si ritraeva, non avendo più laforza di assistere alla messa. L'ultima volta ch'egli varcò la soglia santa, non ebbe neppure la lena per appressarsi alla mensa di Cristo. Sfinito, fu costretto di sedersi; e il prete scese dall'altare e andò a portargli l'ostia vivente. Come da quel punto nessuno sforzo di volontà più valse, si comunicò per viatico, sino al Venerdì Santo.

Comprendemmo qual fosse la sua segreta e inebriante speranza quando ripeteva: «Encore un peu, mon Dieu! Faites-moi souffrir encore un peu!» Egli sperava di poter vivere sino alla Settimana di Passione, sperava di poter congiungere la sua agonia e la sua morte all'agonia e alla morte del Salvatore. Fu esaudito.

Il giorno che ricevette il sacramento della Estrema Unzione, mandò per me. Egli aveva preso ad amarmi più che s'io gli fossi stato figliuolo unico. I suoi prossimi si stupivano nel vederlo tanto illuminarsi quando gli apparivo. I suoi occhisi volgevano a me interrogandomi, così pallidi che parevano aver perduto quel poco di cilestro a forza di fisare chi sa qual bianchezza abbagliante. Sempre i famigliari, se erano presenti, escivano l'un dopo l'altro perché rimanessimo soli. Per non affaticarlo, non lo lasciavo parlare né gli parlavo con le labbra. Stando al suo fianco, seduto, in silenzio, non mi peritavo di guardarlo intentamente, tanto m'attraeva la bellezza del suo mistero. Lo sentivo morire e vivere. Il suo viso nella macie era come un teschio palese, ricoperto d'un tenue velo di fuoco bianco. Non so dov'egli fosse per trapassare e per ricominciare; ma è certo che, tacendo, simile a un tessitore in sogno, tesseva con la sua morte una vita che non era come la mia vita. La mia vita, che è la mia passione e il mio orrore, la mia vita, che mi rapisce e mi ripugna, si moltiplicava con un'abondanza vorticosa come quando ascolto tra la folla le sinfoniedei grandi maestri. L'amore il dolore e la morte rimescolavano l'oceano della mia musica con braccia titaniche indistinguibili. Talvolta il morituro prendeva il mio polso e lo teneva nella sua mano sul sostegno della seggiola. Allora soffrivo d'avere tuttavia tanto sangue, e così rapido. Mi ritornava il senso del mio corpo, accompagnato da un'angoscia che doveva essere simile allo sforzo vano del generare, quando ne stilla un sudore quasi di tramortimento. E non m'ero mai sentito tanto potente e tanto miserabile.

«Amico», gli parlavo in silenzio «ho avuto molte primavere travagliate, ma non una come questa. So quel che mi significa la dimanda dei vostri occhi buoni, ma non so che rispondere. Le parole che talvolta mi salgono alle labbra, non oso proferirle; anzi oppongo al loro impeto i denti serrati, perché temo di perdermi e di non potermi più ritrovare. Nondimeno mai, da che vivo,non ebbi un istinto e un bisogno di mutazione tanto profondi e agitati. Un giorno, ahimè, molto lontano, nel Camposanto di Pisa, che sembra illuminato dal crepuscolo di quella luce verso cui siete vòlto, meditai su me medesimo

tra i due nericipressi nati dal senodella morte;

tra i due nericipressi nati dal senodella morte;

tra i due neri

cipressi nati dal seno

della morte;

e mi parve che, se avessi dovuto cominciare la mia vita nuova, avrei scelto per luogo del cominciamento quel divino chiostro alzato dall'arte della mia razza non tanto per serbare la terra del Calvario quanto per contenere tra i quattro portici una larva dell'albore immobile ch'era intorno alla Croce.

Forse avverrà che quivi un giorno io rechiil mio spirito, fuor della tempesta,a mutar d'ale.

Forse avverrà che quivi un giorno io rechiil mio spirito, fuor della tempesta,a mutar d'ale.

Forse avverrà che quivi un giorno io rechi

il mio spirito, fuor della tempesta,

a mutar d'ale.

E da quel giorno un'alta creatura «eletta da me, per me perduta», a lunghi intervalli, a traverso le vicendee le lontananze, mi manda il messaggio di quelle tre parole: «Mutar d'ale». Il mio presentimento è dunque divenuto un comandamento di ferro e di diamante? è divenuto alfine la raggiante e lacerante necessità? E la sorte mi mandò fuor della mia terra, verso questo paese occidentale di sabbia e di sete, che non è se non un deserto imboschito, perché la vecchia spoglia mi fosse tratta dalla mano d'un vecchio morente «in verità di santità»? Come la spogliazione dei beni vani fu agevole e quasi senza ombra di rammarico! Si vide che la magnificenza del mio vivere non era nei miei velluti e nei miei cavalli. Un branco di scimmie calpestò e distrusse non senza tardità quel che forse, o prima o poi, avrei distrutto io medesimo in un'ora, per far largo intorno al mio pensiero impaziente. Mi parve che il modo mi offendesse, e m'accorsi che non ero offeso in alcun modo. Avendo perduto qualche bel legnotarlato, qualche bel vetro incrinato, qualche bel ferro arrugginito, entrai nel possesso di questa più bella verità: esser necessario bruciare o smantellare i vecchi tetti, sotto i quali abitammo in carne o in ispirito. Soltanto mi furono tolti il giubilo e l'orgoglio della volontaria arsione.

Or, quando c'incontrammo, io non aveva se non gli strumenti del mio lavoro, la mia lampada fornita, e una vecchia serva che nel servire era più nobile dell'antica regina dal piè d'oca. Ahi, non questo era l'essenziale. «Dopo aver tutto ottenuto per ingegno, per amore o per violenza, bisogna che tu ceda tutto, che tu ti annienti.» Ma che cosa ètuttoper me? e quale la condizione dell'annientamento? So che, per farmi nuovo, io non debbo obbedire a una parola già detta ma a una parola non ancor detta. So che la povertà e l'amore della povertà non hanno alcuna efficacia spirituale nella conquista ch'ioson per intraprendere. Ma il Cristo ha veramente detto tutte le sue parole?

Mai Gesù mi fu più vicino, e mai n'ebbi un senso tanto tragico. In un libro disegnato or è quindici anni, sacro e sacrilego, io imaginavo che il «bellissimo nemico» discendendo dal Golgota dopo il supplizio entrasse nella casa della Veronica e quivi s'intrattenesse con la pia donna a parlare misteriosamente del Re crocifisso mentre nell'ombra la Faccia divina e dolorosa splendeva di sudore e di sangue nel sudario spiegato. Dal giorno del vostro pianto, agli interni miei colloquii col mio nascosto nemico assiste nell'ombra il sudario della Veronica. Ora sento continua sopra il mondo la presenza del sacrifizio di Cristo; e sento per ciò in confuso la mia voce e le mie azioni diversamente ripercuotersi, come quando taluno con gli occhi bendati entra sotto una ignota cupola sonora. Ma chi troveràil luogo dell'eco perfetta e l'accento giusto per la grande ripercussione? Da Ferrara, in un giorno di novembre, mi mossi per cercare un'eco famosa. Camminai per un viale di platani, lungo un argine verde e molle tutto sparso di foglie lionate. Avevo in me l'inquietudine della divinazione; e di tratto in tratto, credendomi di riconoscere il punto, gettavo un richiamo; e ogni richiamo rimaneva senza risposta; e ogni volta più mi cresceva una sorta di tristezza fastidiosa e inutile, perché cercavo un che di divino e il grido era meccanico, la parola di prova era quasi risibile. Allora giunsi a un piccolo poggio verde che ha il nome di Montagnola; e quivi era a diporto una compagnia di giovani cappuccini, condotta da un frate barbuto, e le tonache dei novizii avevano lo stesso colore delle foglie sparse per l'erba. Mi rivolsi al frate per dimandargli novelle dell'eco; ed egli n'aveva una memoria vaga, come di cosascomparsa. Solo sapeva di certo che laggiù un muro era crollato in una casa visitata dall'incendio. I novizii tonduti rimasero pensosi. La luce su la campagna infinita era come quella che passa a traverso gli alabastri. Vagai ancóra intorno al poggio e per gli argini chiamando, provando; e il tono della mia voce mi faceva soffrire, tanto era lontano da quello della mia anima ed estraneo al mistero che perseguivo. Nondimeno la qualità del mio scontento era nuova e mirabile. Tornai su le mie orme, pei viali molli d'acqua piovana. La pianura era senza fine come il cielo. Una campana sonava alla Certosa. Rividi sotto il poggio le foglie e le tonache fulve. M'appressai. I novizii erano assorti e taciturni; e qualcuno aveva in bocca qualche filo d'erba e, tenendo gli occhi bassi, mi pareva che sentisse con le palpebre la freschezza della sua anima. Io dissi: «Non c'è più! Forse è morta. Era la più bella del mondo». I novizii erano pienid'ansia, e forse di miracolo; e mi pareva che inclinassero verso la terra un orecchio musicale. Ma il frate mi disse, placido: «A San Francesco ve n'è una sotto la cupola, che ripete Ave tre volte.» Certi ricordi chiedono di essere interpretati come le visioni; ma dov'è il mio interprete? E, se voi ora per me sollevaste il velo, che scoprireste se non la vostra certezza?

Certo, da una limitazione può nascere la più vasta vita; e una mutilazione può moltiplicare la potenza, come sa il potatore. Certo, qualche parte di me dorme ancora un profondissimo sonno; e me la rivelano in certi mattini i sogni non interpretati. È necessario che io faccia luogo in me a ciò che sorgerà da quel risveglio. Ho talvolta il sentimento delle interne mie lontananze come l'ha di queste Lande lo svenatore di pini. Preparo l'arme acconcia perché anch'io, entrato nel folto, possa aprire nuove ferite onde sgorghi l'aroma epossa mantenerlesempre aperte. Tale è l'insegnamento della Landa.

Ora a ciascun mio pensiero è aderente un altro pensiero, oscuro. Così nella cattedrale notturna le colonne sono illuminate da una sola banda, perché la lampada arde in una sola navata. Bisogna che io accenda all'altra banda un'altra lampada, ma senza spegnere la prima. Ho paura di spegnerla. Debbo vincere questa paura? E chi m'afferma che diverrò più forte? Se mi ritrovassi ottenebrato o diminuito?

Lo so. Gli uomini non edificheranno nuovi templi per nuovi culti. Il prodigio unanime della cattedrale non si rinnoverà. Ma il dio medesimo, che l'ha rempiuta, può un giorno apparirvi con un aspetto per la seconda volta trasfigurato, affacciandosi alla grande Rosa nell'ora in cui dietro lei suole coricarsi l'astro come al confino d'una foresta. Simile alla foresta, la cattedrale d'Occidente può essere penetrata in tutte lesue fibre secolari dalla forza d'una primavera inaudita. Quale avvenire osservano i Profeti protesi dì e notte come vedette e scolte dai contrafforti del Duomo picardo ove riconoscemmo scolpita la Spene di Dante? La pietra commessa e alzata, come quella, al suono degli inni, ha in sé l'infinito del canto: non può contenere una fatalità compiuta e immota ma sì l'aspirazione a una bellezza di continuo perfettibile.

Non vi fu, di là dal torrente di Chedron, nell'Orto degli Ulivi, un apostolo ignoto che si unì agli Undici per ricompire il numero, e non dormì né la prima né la seconda né la terza volta? Tra tutte le persone della tragedia di Cristo due m'attrassero sempre più d'ogni altra, le più misteriose: Lazaro di Betania tornato del buio e il giovine dalla sindone. Non avete mai pensato chi potesse mai essere quel giovine «amictus sindone super nudo», del quale parla il Vangelo di Marco? «E tutti, lasciatolo,se ne fuggirono. E un certo giovine lo seguitava, involto d'un panno lino sopra la carne ignuda, e i fanti lo presero. Ma egli, lasciato il panno, se ne fuggì da loro, ignudo». Chi era quel tredicesimo apostolo, che aveva preso il luogo di Giuda nell'ora dello spavento e della grande angoscia? Solo egli vide il sudore cadere a terra «simile a grumoli di sangue».

Era minore di Giovanni figlio di Salome. Era vestito d'un vestimento leggero. Si fuggì ignudo «reiecta sindone, nudus profugit ab eis». Nulla più si seppe di lui nel mondo. Forse un giorno dirò una imaginazione che di lui mi giunse.»

In tali erramenti divagava il mio spirito, per una specie di dormiveglia intimo ove le imagini più rilevate si avvicendavano con ombre fluttuanti e il ritmo precedeva i pensieri, come quando il sonatore cieco improvvisa su l'organo. E la perplessità si avvicendava con lapaura. E smisurate masse d'anima erano smosse da taluna interrogazione appena distinta, come quando la forza d'un tema entra nella sinfonia. «Che avverrà di me se io mi rendo interamente al vostro Salvatore?» E poi tutto si abbandonava a una fuga dirotta, come quando s'ode rintronare il lastrico sotto la carica dei cavalieri.

E gli uomini cadevanointorno a me guardandominegli occhi, come in sognoquando uno solo è come moltitudinee un viso è come millee il cor supino è pieno di memoriavertiginosa.Ciascun percossoparca gridarmi:Per chi m'uccidi?Ah, ben io so!

E gli uomini cadevanointorno a me guardandominegli occhi, come in sognoquando uno solo è come moltitudinee un viso è come millee il cor supino è pieno di memoriavertiginosa.Ciascun percossoparca gridarmi:Per chi m'uccidi?Ah, ben io so!

E gli uomini cadevano

intorno a me guardandomi

negli occhi, come in sogno

quando uno solo è come moltitudine

e un viso è come mille

e il cor supino è pieno di memoria

vertiginosa.

Ciascun percosso

parca gridarmi:

Per chi m'uccidi?

Ah, ben io so!

Era la materia della mia arte, che si mescolava a quella della mia vita. Una voce della mia tragedia d'amore e di morte, dell'opera che componevo nellemie notti, diveniva oscuramente la voce d'uno di quegli esseri incogniti da me contenuti.

L'andito è neroper ove ci vienetastando con le mani,come il cieco mendico;ma posta ho in terrala lampada perché sotto la portasegni il segnale di luce. Or qualcunoè tra la lampada e la notte.

L'andito è neroper ove ci vienetastando con le mani,come il cieco mendico;ma posta ho in terrala lampada perché sotto la portasegni il segnale di luce. Or qualcunoè tra la lampada e la notte.

L'andito è nero

per ove ci viene

tastando con le mani,

come il cieco mendico;

ma posta ho in terra

la lampada perché sotto la porta

segni il segnale di luce. Or qualcuno

è tra la lampada e la notte.

Con l'anima mia foggiavo due corpi pieni di nero sangue, e vivevo tutto in loro, per comprendere il peccato; poiché è detto che non si possa veramente comprendere la bellezza del Cristo «senza comprendere il peccato». Ugo da Este e Parisina Malatesta m'erano due esploratori di tenebre.

Col peso della carne del mio cuorepesava il mio peccato. E disse: «Io so.Ma che paventi?»

Col peso della carne del mio cuorepesava il mio peccato. E disse: «Io so.Ma che paventi?»

Col peso della carne del mio cuore

pesava il mio peccato. E disse: «Io so.

Ma che paventi?»

Camminavamo verso il barlume di levante con la medesima ambascia. Anche per la nipote di Francesca l'attesa aveva il volto della rimembranza.

Questa penadi sudore Ei sostenne,perché da noisi spiccasse la febbre del peccato...Dici che sogno? Non so quando io chiusigli occhi, non so da qual mai lungo sonnoio mi svegli; non so,non so di quale vitaio viva, in verità. Tutto ritornadal profondo. Commessafu la mia colpa,patito il mio dolore,sofferto il mio spavento;sospesa fu la mia sciagura, inflittala mia morte. Non sogno,o meschina, non sogno: mi rimemoro.Non vivo: di mia vita mi sovviene,mi sovviene di me come discesanel mondo io sia pe' ramid'un nero sangue...

Questa penadi sudore Ei sostenne,perché da noisi spiccasse la febbre del peccato...Dici che sogno? Non so quando io chiusigli occhi, non so da qual mai lungo sonnoio mi svegli; non so,non so di quale vitaio viva, in verità. Tutto ritornadal profondo. Commessafu la mia colpa,patito il mio dolore,sofferto il mio spavento;sospesa fu la mia sciagura, inflittala mia morte. Non sogno,o meschina, non sogno: mi rimemoro.Non vivo: di mia vita mi sovviene,mi sovviene di me come discesanel mondo io sia pe' ramid'un nero sangue...

Questa pena

di sudore Ei sostenne,

perché da noi

si spiccasse la febbre del peccato...

Dici che sogno? Non so quando io chiusi

gli occhi, non so da qual mai lungo sonno

io mi svegli; non so,

non so di quale vita

io viva, in verità. Tutto ritorna

dal profondo. Commessa

fu la mia colpa,

patito il mio dolore,

sofferto il mio spavento;

sospesa fu la mia sciagura, inflitta

la mia morte. Non sogno,

o meschina, non sogno: mi rimemoro.

Non vivo: di mia vita mi sovviene,

mi sovviene di me come discesa

nel mondo io sia pe' rami

d'un nero sangue...

D'un tratto, se bene la mano del morente avvolgesse il mio polso, se bene io ne sentissi il gelo nella mia midolla, un turbine mi separava da lui, un turbine sorto dall'assito di quella camera quieta. E bisognava che io mi levassi a seguitare una virtù che s'era partita da me e aveva superata la soglia. Erano ancóra su la tavola i fiori che avevo recati, e i frutti d'Italia. Erano le spesse arance siciliane, del cui solo succo omai si nutriva il mio amico, a stilla a stilla. «Non più ho bisogno dei vostri fiori e dei vostri frutti ma delle vostre preghiere». Allora discendevo nella Landa carica di polline sulfureo, lasciando dietro di me l'interlocutore silenzioso dei miei dialoghi affrontato col muro ove s'apriva il vano dello specchio inesorabile. E, come tutto in me era disposto al canto, facevo le mie preghiere.

Adunque il giorno che ricevette il sacramento dell'Estrema Unzione, mi mandò a chiamare. Come indugiai un'ora,mandò di nuovo. Pareva ch'egli fosse in grande ansietà. Salendo su per la duna, mi soffermavo per contenere il battito e per guadagnare qualche istante. Intorno alla Cappella era l'odore di quelle lacrime di ragia che sovente sostituiscono l'incenso e il belzuino nei turiboli delle Lande. Quando fui sul verone di legno, incontrai nello specchio il suo sguardo d'attesa. Mi spiava nel fondo del cristallo lugubre ove egli voleva essere testimone continuo del suo perire. Non stava già nel suo letto ma tuttora seduto su la sua seggiola. La sua santità era cresciuta di lume. Non soltanto egli era stato unto del crisma ma aveva anche ricevuto per messaggio la benedizione del Pontefice di Roma. E una reliquia preziosissima era su la tavola, presso di lui.

Soltanto allora seppi ch'egli possedeva nel suo oratorio una scheggia della vera Croce, e che da anni le aveva consacrato una lampada perpetua.

Non osai di sedermi, se bene invitato. Qualcosa di lontano e d'inviolabile era in lui, quasi che il vetro d'un tabernacolo lo proteggesse. Ma, quando mi fisò, il più umano tremito scompose le linee del suo viso spiritale, così ch'io tutto mi contrassi come a ricevere una percossa.

Egli ritrovò in sé il soffio bastante a formare la parola e il discorso, perché credeva di obbedire a un comandamento. Non poteva più tacere, non poteva più attenersi alla muta interrogazione dello sguardo e all'allusione timorosa. Già unto dell'olio santificato, stava per entrare con Dio in quel colloquio che non più consente di volgersi verso l'uomo. Egli non aveva se non quell'ora, sul limite del sepolcro, per indirizzare in via di salute l'anima confidatagli dalla divina providenza. Questo diceva il suo tremito.

Rare volte le mie radici ebbero uno scrollo tanto doloroso. Egli parlò. Iovolgevo le spalle alla luce, e l'ascoltavo inclinato. Dietro di me la Landa stormiva al vento di ponente, e io era come ciascun albero e come la moltitudine. Potrei ottenere dalla mia anima la confessione di ciò che per l'uomo è inconfessabile, ma non otterrò mai ch'ella mi ridica quel che udimmo quivi.

Allora il pianto fu più forte della favella. Una creatura che pareva non aver più sangue, aveva ancor tante lacrime! Le mie mani erano tutte molli; e il rombo di una catastrofe terrestre non m'avrebbe dato lo sgomento che mi dava quel singhiozzo senile, lacerante come l'implorazione d'un fanciullo. Quel che v'è di più profondo in me pareva toccato, e pure conobbi una nuova oltranza; perché mi sentii baciar le mani!

Così l'umiltà chiedeva l'umiltà, l'amore chiamava l'amore. Non so quale atto altrui, nella mia vita, abbia potuto pesare su me come pesò quello. Per lunghe ore fui oppresso da una sofferenzaquasi corporale, come quando l'equilibrio della vita è sconvolto dal germe d'una malattia ignota, che somiglia al presentimento d'una sciagura senza nome. E talvolta era come un rimorso confuso; e talvolta era come un'atroce durezza che si formasse di tutta la mia sostanza fluida, a quel modo che una corrente si congela; e talvolta mi pareva che tutto me medesimo non fosse se non un impedimento enorme a me medesimo, insuperabile, contro cui non avessi potenza ma soltanto ira.

La sera, sedato in parte il tumulto, accesi la lampada con l'animo di sottopormi alla disciplina consueta. Avevo bisogno delle mie mani per continuare la mia opera. Le posai su le carte, nel cerchio del chiarore, per considerarle. Un gran sussulto mi scosse, al ricordo recente. E mi parve, assai più che altre volte, vivessero d'una lor vita propria e quasi non mi appartenessero. Le sollevai e le guardai contro il lume: unpoco tremavano, e tra le dita chiuse ardeva una linea rossa. N'ebbi pietà; poi n'ebbi orgoglio. Nel pollice, nell'indice e nel medio l'ultima fatica aveva approfondito il segno della penna. Pensai ai giovani pallidi e smarriti che me le avevano baciate d'improvviso, me repugnante, nell'ombra. Ma che cosa le mie manidovevanoa quell'atto del morente immacolato? Forse riposarsi, e attendere il novel tempo.

Non si riposarono. Lavorarono fino all'alba.

E in quella notte Ugo disse:

Non v'era in me più forza né coraggioné soffio. Avviluppato in una nubed'angoscia, profondatoero in un'onda amarae calda, con l'orroredella sorte premutosu tutto me. Paroleudivo esciteda non so qual potenza, nella nottesenza vie. La salvezza e il perdimentoeran senz'occhi entrambi.E tutto inevitabileera. E non combattevose non per teanche una volta, se non pel mio vóto,non più nel sanguema nelle lacrime.

Non v'era in me più forza né coraggioné soffio. Avviluppato in una nubed'angoscia, profondatoero in un'onda amarae calda, con l'orroredella sorte premutosu tutto me. Paroleudivo esciteda non so qual potenza, nella nottesenza vie. La salvezza e il perdimentoeran senz'occhi entrambi.E tutto inevitabileera. E non combattevose non per teanche una volta, se non pel mio vóto,non più nel sanguema nelle lacrime.

Non v'era in me più forza né coraggio

né soffio. Avviluppato in una nube

d'angoscia, profondato

ero in un'onda amara

e calda, con l'orrore

della sorte premuto

su tutto me. Parole

udivo escite

da non so qual potenza, nella notte

senza vie. La salvezza e il perdimento

eran senz'occhi entrambi.

E tutto inevitabile

era. E non combattevo

se non per te

anche una volta, se non pel mio vóto,

non più nel sangue

ma nelle lacrime.

E disse Parisina:

O mia vita, o mia morte,dove sei? dove siamo?Siamo nel luogo profondo, e la lampadadell'attesa arde in terra; e suggellataè la pietra su noi,cementata, afforzatacon ispranghe di ferro...

O mia vita, o mia morte,dove sei? dove siamo?Siamo nel luogo profondo, e la lampadadell'attesa arde in terra; e suggellataè la pietra su noi,cementata, afforzatacon ispranghe di ferro...

O mia vita, o mia morte,

dove sei? dove siamo?

Siamo nel luogo profondo, e la lampada

dell'attesa arde in terra; e suggellata

è la pietra su noi,

cementata, afforzata

con ispranghe di ferro...

Ma di nuovo l'usignuolo cantò, con una melodia ancor più alta dopo la pausa. E l'amato implorava:

O voce forte e pura nella nottesenza vie, nel tremorespaventoso degli astri,oh dimmi la parolach'è in me, dimmi la mutaparola che si sforzadi separarsi dal mio cuore, in vano,con sì crudel travaglio!Vivere, vivere, o morire? Dimmi!Morire o vivere?

O voce forte e pura nella nottesenza vie, nel tremorespaventoso degli astri,oh dimmi la parolach'è in me, dimmi la mutaparola che si sforzadi separarsi dal mio cuore, in vano,con sì crudel travaglio!Vivere, vivere, o morire? Dimmi!Morire o vivere?

O voce forte e pura nella notte

senza vie, nel tremore

spaventoso degli astri,

oh dimmi la parola

ch'è in me, dimmi la muta

parola che si sforza

di separarsi dal mio cuore, in vano,

con sì crudel travaglio!

Vivere, vivere, o morire? Dimmi!

Morire o vivere?

E Parisina allora disse:

La notte ha la sua via.

La notte ha la sua via.

La notte ha la sua via.


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