INDICE

INDICEDedicaPag.3Prima rivoluzione di Milano”7Giuramento di Pontida”11Battaglia di Legnano”16Girolamo Olgiati”26Spagnuoli, Francesi e Tedeschi, o il giro di tre secoli”31Gli ultimi 34 anni della dominazione Austriaca”46Notaintorno alla censura del cessato dominio Austriaco”49”   dei fatti successi in Settembre 1847”52”   dei fatti successi in gennaio, ed altri che precedono la rivoluzione”55Le Cinque gloriose giornate, coi fatti successi durante i medesimi, la corrispondenza tra il maresciallo Radetzky e i Consoli esteri, Lettere segrete dell’ex Polizia, ecc. ecc.”66La vittoria”158Notaintorno alcuni distinti individui”176Altre atrocità commesse dagli Austriaci”190Rivoluzione delle Provincie”202IlTe Deumper la scacciata degli Austriaci”208Le pompe funebri pei martiri della patria”211Cenni necrologici di alcuni martiri della patria”222Inni diversi”231Documenti citati nell’opera”237Ai Lettori”277NOTE:[1]Bianchini, Cose rimarchevoli della città di Novara, p. 36.[2]Quest’avvenimento non fu veramente nè di gloria all’Imperatore, nè di biasimo a Milano. Con un’armata immensa, atta a conquistare un regno, doveva certamente prendersi una città abbandonata e sola in mezzo a tanti e sì potenti aggressori. Nè l’Imperatore scortato da tanti e sì poderosi mezzi, allora mostrò quel vigore militare che caratterizza un gran generale.Verri, Cap.vii.[3]Govean,Il Giuramento di Pontida.[4]Verri, Muratori, Govean ed altri.[5]Verri, Cap.viii.[6]Felice Govean,L’Assedio di Alessandria.[7]Costò ben caro a Federico II l’aver ritentato contro di noi la sorte del Barbarossa, suo avolo, non avendo guadagnato alla fine che di rendere celebre e rinomata anche laCoorte degli Incoronaticondotta da Enrico da Monza, e la compagnia di eletta gioventù dei dintorni di Trezzo diretta da Ottobello Mairano o Mariano, dal quale si riportò strepitosa vittoria nelle vicinanze di Cassino Scanasio.[8]Govean, laBattaglia di Legnano, pag. 8 e seg. Torino, tipografia Baricco ed Arnaldi, 1848.[9]Stando però alla storia troviamo che Federico non rimase fra gli estinti sul campo di Legnano, ma che cinque giorni dopo mentre si facevano accurate ricerche della sua salma e l’imperatrice sua moglie vestiva a lutto, comparve quasi per incanto nella città di Pavia vivo e sano tutto baldanzoso ed involto nel suo manto imperiale. Da questa terribile sconfitta conobbe però Federico il bisogno di riconciliarsi col Capo della Chiesa, e più tardi colla pace di Costanza lasciò alle città della Confederazione Lombarda il possesso della libertà e dei diritti che da gran tempo avevano, riservando a sè l’alto dominio con alcune appellazioni.L’autore.[10]Ai 14 agosto del 1339 fu riconosciuto Signore di Milano, dopo che erasi distinto in molte guerresche imprese viventi i fratelli ed i nepoti. Dapprima ebbe compagno nel potere Giovanni suo fratello, che vi rinunziò spontaneamente per essersi dato allo stato ecclesiastico. La durezza del governo di Luchino forma un mirabile contrasto con quello di Azzone, e fu perciò causa nel 1340 di una congiura ordita da due Aliprandi e da Francesco Pusterla, con intenzione di porre in luogo di lui i suoi nipoti, figli del suo fratello Stefano. La trama fu scoperta: i due Aliprandi vennero lasciati morire di fame, ed il Pusterla perì sul patibolo colla moglie e due figli adolescenti. Da indi in poi Luchino divenne vie più crudele, e da quel momento la camera ove dormiva fu sempre custodita da due enormi cani. Egli morì di veleno procuratogli dalla moglie Isabella dal Fiesco, donna sfrenata ne’ suoi amori.[11]Barnabò, al dire degli scrittori contemporanei, fu crudele perchè avaro, superstizioso perchè immerso nei delitti.[12]Milano osservato in tutte le sue vicende dall’epoca della sua fondazione, fino all’istallamento del nuovo governo della repubblica Italiana, di G. D.[13]Morto nell’anno 1447 il duca Filippo Maria Visconti, la famiglia sovrana di questo nome si spense, e la città di Milano si trovò divisa in vari partiti. Vi era chi voleva darsi al Re di Napoli, che Filippo Maria aveva dichiarato nel suo testamento successore al ducato; chi allo Sforza, perchè era marito di Bianca Maria (figlia naturale del duca), e perchè questo guerriero poteva liberare la città dal nemico con lo strano suo indomabile valore; ed altri partiti tendevano invece a proclamare loro signore il Duca di Savoja, fratello della vedova Duchessa, amata e venerata da tutti per le sue virtù. Ma i partigiani del re Alfonso in sulle prime emersero sugli allri, a cagione che alcune squadre di Aragonesi state spedite in ajuto del Duca sotto il comando di Raimondo Boysì, entrarono nel castello e nella rocchetta, ed i capitani ducali Guido Antonio Manfredi da Faenza, Carlo Gonzaga, Lodovico dal Verme, Guido Torelli ed i fratelli Sanseverino, giurarono concordemente ad Alfonso devozione e fedeltà. Compiutisi frattanto i tumultuosi funerali del duca Filippo Maria, gli affari politici presero un ben diverso aspetto. Antonio Trivulzio, Teodoro Bosso, Giorgio Lampugnano e Francesco Cotta, personaggi tutti che avevano molta autorità nella patria, conosciuto il vero stato delle cose rivolsero ogni cura al debito provvedimento e convocati tosto i cittadini delle sei porte e dei quartieri della città, li persuasero a non sottomettersi ad alcuno, poichè uomo non v’era che arrogar si potesse su di loro validi diritti. Elessero quindi per ciascheduna porta quattro deputati, col cui voto formarono un supremo consiglio ed un governo repubblicano. I deputati che ascendevano al numero di ventiquattro, dovevano esser rinnovati ogni due mesi, ad esempio della repubblica di Firenze, e denominarsicapitani e difensori della libertà. In appresso i Milanesi sentirono il bisogno dell’elezione di un capitano generale, che con valore positivo in prima, e poi colla fama di fatti celebri incutesse spavento ai vicini nemici, e precipuamente ai Veneziani, che più degli altri li tormentavano. La scelta non poteva cadere che sopra il conte Francesco Sforza, uomo nel quale concorrevano tutte le qualità e prerogative personali per richiamare sovra di sè lo sguardo di una potenza qual’era lo Stato di Milano. Oltre che Francesco era in grido del miglior capitano del suo secolo, era capo di un esercito, le cui bandiere venivano ognor salutate dalla vittoria.[14]Vedi in fine documento I.[15]Vedi documento n. II.[16]A proposito di libertà di stampa è necessario, sebbene fuori del mio assunto, il far conoscere quanto piccola ed insofferente fosse divenuta la nostra Censura sotto la direzione del signor Ragazzi Questo zelante interprete delle disposizioni del cessato dominio Austriaco, già commesso di Polizia a Pavia, ove dovette battere una vergognosa ritirata per salvare la vita minacciatagli dagli studenti, ebbe pochi giorni prima della Rivoluzione la conferma di capo della Censura ed il titolo di consigliere imperiale, con l’aumento di qualche centinaja di fiorini, premio delle sue ribalderie. Egli si vantava che avrebbe messo l’ordine alle stamperie di Milano, che il numero era esorbitante, e che dovevasi ridurle ad un terzo; che le opere erano perniciose; e n’aveva ben ragione parlando di quelle che si stampavano a Milano, perchè ad eccezione di pochi articoli di giornali, il resto non era che qualche traduzione ed altro di nessuna importanza. Ma non voglio narrare che un fatto mio, mentre pel corso di nove anni ebbi sgraziatamente a dipendere da quest’ufficio, e se dovessi pubblicare tutti i commenti, annotazioni, osservazioni, ec., avrei da far ridere per qualche ora gli amici. Nel novembre 1846 presentai un mio articolo a quest’ufficio per essere licenziato: ma dopo lungo esame mi fu rimandato coll’a tergo: L’Imperiale Regia Censura non è autorizzata a permettere la pubblicazione del presente articolo. Non sapeva a chi rivolgermi. M’informai da un impiegato della stessa Censura, il quale mi disse:può rivolgersi all’Eccelso I. R. Governo, o meglio all’Ufficio Generale di Vienna. Accettai questo secondo partito, ed approfittandomi d’un amico che si portava a quella capitale gli consegnai lo scritto e glielo raccomandai caldamente. Egli l’affidò ad uno di quegli agenti aulici, il quale mi promise, dietro un pattuito premio, che mi avrebbe servitostatim. Passarono alcuni mesi e nessuna risposta. Finalmente venne spedito colla massima segretezza al Governo di Milano, il quale lo mandò alla Polizia, e quindi alla Censura per le informazioni. La Censura di Vienna domandava laragione perchè non si dovesse permettere quell’articolo: la Censura di Milano intese la domanda? il lettore lo giudichi dalla risposta.Il signor Tettoni è persona comperata dal sig. N., parla pubblicamente in teatro ed in caffè che si è fissato di farla dire a quest’I. R. Censura. Questo è quanto si ha l’onore di partecipare, ec. Quant’analogia alla domanda! Questa risposta fatta colla massima cautela venne letta, copiata e trasmessami dal mio incaricato di Vienna. La suprema Censura credette bene di non restituirmi più l’originale, nè di parteciparmi le disposizioni in proposito.In altra occasione però anteriore a questa, essendo stato favorito dalla stessa suprema Censura, feci le mie meraviglie coll’ex marchese Ragazzi, e questi mi risposeesser avvenuto perchè i Viennesi non intendevano l’italiano.Era giunto a tale il rigore della Censura, che oltre alle ristrettezze per quanto si stampava nel paese, restava assolutamente proibita l’introduzione dei fogli politici stampati all’estero, e segnatamente quei di Piemonte, di Toscana e dello Stato Pontificio, dopo l’esaltazione del Sommo Pio al Soglio di Pietro; le grandi opere di Gioberti, le tragedie di Nicolini, gli scritti di Balbo, Azeglio, Mazzini e Petiti; le poesie del Giusti e di Berchet, e di tant’altri che per ogni dove sorgevano a predicare l’indipendenza e l’unione Italiana, portava a chi li possedeva una condanna criminale se cittadino, lo sfratto di tutti gli Stati se forestiero.[17]Il giorno 8 di settembre è consacrato dai Milanesi alla festa della Natività di M. V. titolare della loro cattedrale. A solennizzarla con maggior lustro ed anche in onore del nuovo Arcivescovo, si volle rinnovar quell’istessa illuminazione della piazza del Duomo e della piazza Fontana colla quale aveva tre giorni prima condecorato il di lui solenne ingresso in questa Metropolitana. Quando verso le ore dieci e mezzo parecchi cittadini venendo dalla porta Ticinese accompagnati da gran folla di popolo procederono fino alla piazza del Duomo, cantando l’inno di Pio Nono. Fermatisi avanti ilCaffè Reale, oracaffè Pio IX, rinnovarono quel cantico.—Quivi le guardie di Polizia, istigate dal conte Bolza, si fecero avanti per impedire che si proseguisse di cantare. Si venne alle mani, ed a’ nostri riescì di far fuggire i poliziotti. Di poi tranquilli s’avviarono alla piazza Fontana, e dopo di aver gridato viva Pio Nono, viva l’arcivescovo Romilli, ricominciò nuovamente il lieto canto. Allora si mosse la truppa a cavallo e collo squadrone sfoderato tentò dissipare il popolo che affollatissimo si traeva sotto le finestre dell’Arcivescovo per applaudire.—Non trovando possibile il farsi strada nella calca i soldati diedero di sperone al cavallo, e minacciando e ferendo giunsero a farsi largo fra le disperate grida delle donne, dei fanciulli, degli uomini tutti inabili alla difesa, mentre non erano provvisti nè anche di un bastone. A tanto spettacolo atterrito Monsignor Arcivescovo dovette discendere sulla piazza accompagnato da altro sacerdote, e procurò con acconce parole di manifestare il suo contento all’amato gregge per quelle dimostrazioni, pregandolo a volersi contenere e ritornare alla propria abitazione. Da un lato parole consolanti, dall’altra minacce e sfogo di rabbia; fino a tanto che Monsignor Arcivescovo fu costretto di far entrare la truppa nel cortile del suo palazzo. Più di trenta rimasero feriti e tutta gente che fuggiva, siccome fece provato l’esser feriti o nelle spalle o nella schiena. Altrettanti furono malconci dall’urto della folla, il negoziante Ezechiele Abate restò morto non d’asfissia, come asserì la Gazzetta di Milano, ma da una percossa datagli nel petto da un agente di Polizia, ed a una donna fu tagliato un’orecchia.Un articolo pubblicato nellaGazzetta di Milanodel giorno 9 di questo mese, invertendo la cosa a suo modo, fece di questa scena il più scellerato quadro in nostro svantaggio. Speriamo ora che l’Italia è fatta libera, sarà pur libera la Gazzetta del signor Lambertini, e non costretta a pubblicare articoli infamanti la sua nazione ed i suoi concittadini, siccome usò in questi ultimi mesi.Per alcune sere la Polizia di Milano raddoppiò le sue pattuglie. Armati a cavallo, armati a piedi, tutti dovevano minacciare, ferire, ed i vili non ardivano di attaccare la gioventù attruppata sugli angoli della città ad aspettarli. Inveivano contro i fuggitivi e contro quelli che soli e tranquilli si portavano alle loro case. Valga questo fatto per mille ch’io potrei narrare. Certo signor Olgiati, persona proba e benevisa da tutti i suoi conoscenti, la sera del giorno 11 ritornando dal Teatro alla Scala alla sua abitazione in contrada di S. Romano, attraversando il corso s’incontrò in una pattuglia che correva dietro ad una famiglia fuggente. Soffermatasi all’arrivo dell’Olgiati, lo minaccia: egli tenta fuggire, ma essi con un colpo di moschetto lo atterrano e quindi gli danno tre puntate di bajonetta che fortunatamente poco più gli faceano che scalfirgli la pelle, difeso da un fascio di carta che aveva nella tasca dell’abito dinanzi al petto. Riavutosi dallo spavento si portò a casa, ed il giorno dopo avendo dirette le sue querele ed alla Polizia ed al Governatore, non gli fu dato ascolto, e poco mancò che non lo trattassero da mascalzone e da malvivente.[18]Il malcontento per la tracotante superchieria del governo e della Polizia austriaca andava di giorno in giorno serpendo negli animi degli abitanti del regno Lombardo-Veneto. I Giornali italiani ed esteri procuravano di farci comprendere il bisogno di stringerci, di unirci insieme, di distruggere quelle gare municipali che pur troppo furono causa di tanti danni, per poi scacciare il comune nemico. I primi a darne l’esempio furono i Piemontesi. Il Re Carlo Alberto, il solo principe italiano, vide il suo Stato in via di progresso stabile e costante, e seguendo i moti del suo cuore, uniformi ai principi politici dell’immortale Pio IX, volle con le più ampie concessioni riformarlo e metterlo a livello delle più incivilite nazioni d’Europa. Ed allora le città, i borghi ed i villaggi della monarchia Sabauda, dimenticandosi i torti sofferti a’ tempi delle fazioni, che le mantennero in continuo odio fra esse fino a questi giorni, si scambiarono le bandiere, si perdonarono le offese, tra le più esultanti feste di gioja giurarono stretta unione e vera fratellanza, avendo compreso la gran massima che nell’unione sta la forza.Allora gli amici della buona causa italiana vollero vedere se anche nelle provincie Lombardo-Venete si sarebbe compreso il bisogno d’unirsi. Era necessaria una dimostrazione manifesta, e si deliberò l’abbandono dell’uso di fumare. Un gran sacrificio doveva costare agli abitanti, poichè troppo invalsa era fra loro questa sconcia consuetudine che fruttava cinque milioni annui all’austriaco erario. Pur nondimeno tosto che questa deliberazione venne detta fra amici, essi la propagarono e dalla capitale passò nelle provincie, e quindi nei piccoli paesi e villaggi sino nel Tirolo Italiano, per modo che tutta la popolazione giurò in secreto che l’ultimo giorno di dicembre 1847 sarebbe stato l’ultimo per l’uso della pipa. Per facilitare la diffusione del gran patto si fece litografare l’avvertimento popolare che riporto tra i documenti il n.oIII.La Polizia di Milano che consumava parecchie centinaja di migliaja fiorini in ispionaggi, resa consapevole di questo accordo, stette in aspettativa che si avverasse il fatto e come giunse il 1.ogennajo fu convinta della realtà. La politica di quest’officio inquisitorio inappellabile fu sempre quella di voler ridurre la popolazione con mezzi turpi e violenti a schiavitù. Ora ecco l’argine ch’essa credette opporre al torrente: il giorno due, a mezzodì fece aprire le prigioni ad una turba di malviventi e di gente perduta, ingiungendo loro di andare in frotte fumando e provocando con ogni pretesto tumulti e collisioni fra la tranquilla popolazione, ed a meglio ottenere l’intento li fece regalare quattro zigari e tre lire austriache per ciascheduno. A questi ribaldi si aggiunsero le pattuglie, destinate a proteggere l’ordine e la vita del cittadino, cui si dava novello incarico di commettere turbolenze e prepotenti arresti. Pattuglie a piedi, a cavallo di tutte le nazioni soggette all’Austria e poliziotti, percorrono le vie più popolose, insultando, minacciando, percuotendo ed arrestando persone d’ogni qualità e d’ogni sesso. Fra gli arrestati vi fu pure il nostro podestà Gabrio Casati, mentre arringava al popolo consigliandolo a quiete e prudenza. La nuova di questo arresto fece ricapricciare i cittadini che giurarono in un momento di vendicarne l’affronto.Questo illustre cittadino sostenendo la primaria carica municipale con varie prove di virtù seppe acquistarsi l’affetto di tutti i Milanesi, che in lui salutano un padre, un amico, ed un degno rappresentante e sostenitore dei diritti municipali, ed ultimamente il primo motore della liberazione della patria. Sia bastante prova del suo zelo, del suo amor patriottico la protesta con cui il 9 febbrajo reclamò dal Governatore della Lombardia contro l’iniquo abuso di potere verso alcuni cittadini. Vedi documento n.oIV.Il podestà Casati, cui s’erano aggiunti gli assessori Crivelli, Beretta e Bellotti, personaggi franchi ed energici, trovatisi davanti al Direttore di Polizia, esposero con parole di calda verità e di libero sfogo la misera condizione del paese, gli insulti, le vezzazioni e le persecuzioni di che i cittadini erano fatti scopo; e l’assessor Beretta aggiunse francamente esser opinione generale che la provocazione di tal trambusto partisse dalla Polizia; proposizione questa che mise il Direttore su tutte le furie; ma non si ebbe altra soddisfazione. In tutta la notte si continuavano le provocazioni e gli arresti, per modo che al mattino le prigioni erano talmente stipate di gente d’ogni età e d’ogni condizione, che gli stessi commissari esaminatori ne facevano le più alte meraviglie (Ultimi fatti di Milano ne’ giorni 2, 3 e 4 gennajo. Losanna, 1848), e così terminò quell’infausto giorno. Il mattino seguente si pubblicò sugli angoli più frequentati della città l’avviso della Polizia che riporto tra i documenti al n.oV, il quale destò ne’ cittadini la più alta indignazione.Fino al mezzodì di questo giorno non si lasciava presagire sinistri incontri. Se non che all’apparire delle pattuglie il popolo si affollò e l’agitazione cominciò più fervente del giorno prima. Dal castello alla Polizia correvano alquanti messaggi, e tra Radetzky e Torresani si va tramando l’esterminio della città. L’istessa paga e lo stesso regalo che si diede il giorno precedente si rinnovò pure in oggi non solo agli scarcerati, ma ben anco ai soldati di linea delgrande impero, che frammischiali ai ladri ed ai borsajuoli vanno a scorribandare per la Corsia de’ Servi. «Verso le cinque ore Milano (scrive l’autore degliUltimi fatti di Milano) fu invasa da parecchie centinaja di soldati, quali per una via, quali per un’altra accorrenti al Corso maggiore: cavalieri e fanti col zigaro in bocca, colla sciabola snudata, irrompano sulla quasi muta moltitudine, e menando colpi alla cieca, offendono qui un braccio, là un cranio, più in là un tergo; e siccome l’ubbriaco s’infervora nella ferocia, mano mano che essi ferivano, più le ferite divenivano profonde, più i colpi lesti e vigorosi. L’inerme popolo così repentinamente assalito grida: non pensa alla resistenza perchè non sa se invece di cento non siano mille, dieci mila. I fanciulli strillano, le donne svengono, i vecchi cadono; e sui fanciulli, sulle donne, sui vecchi, la tedesca ebrietà si disfoga. La carneficina è fatta generale: nè v’è salvezza per alcuno, imperocchè in tutta la folla non v’ha nè una spada, nè uno de’ tanti stili che la fantasia de’ sciocchi romanzatori impresta sempre agli Italiani. Questo nefando assassinio si commetteva in faccia alle tranquille pattuglie sulla Corsia de’ Servi. La moltitudine guatava intorno trasognata ma non fuggiva. Dappertutto i devastatori incontravano un muro vivo di gente, la quale comecchè inerme, li sfidava. Uno di que’, che non osiamo ormai chiamare soldati, inviperito dal nessuno spavento prodotto, acciuffa un fanciulletto di undici anni, spazzacammino seminudo, lo atterra ginocchione, e lo vuole costringere a fumare, il fanciullo ricusa d’obbedire; l’altro insiste, e il generoso undecenne rimane fiero e rincaponito rimpetto alle minacce; e qui la penna a ritroso scrive che quel fanciullo ebbe spaccato il cranio da ripetuti fendenti di sciabola, ed orridamente mutilato le membra. Poco oltre verso la Galleria De-Cristoforis passava un Manganini, consigliere, frequente convitato a’ pranzi di Torresani, aulico inquisitore in una delle tetre commissioni austriache contro i carbonari; lo stesso Salvotti non che il Manganini avrebbe ricapricciato assistendo ai fatti che insanguinavano le vie di Milano; perciocchè l’ottuagenario consigliere fremendo alla vista di quelle barbarie della soldatesca, parlò come parla il cuore nei momenti che l’interesse ed il calcolo lo lasciano parlare. Di repente, il vegliardo viene agguantato da un militare, che percuotendolo gli ingiunge di tacersene, da quel povero vecchio ch’era. Ma il povero vecchio che forse in quell’istante ricevette da Dio la redenzione alle antiche viltà commesse, ripetè tremante per la collera che egli, il soldato che l’aveva ingriffato e tutti i suoi compagni erano altrettanti assassini: e tanto bastò perchè due terribili colpi di sciabola gli partissero il capo in due, e stramazzone piombasse a terra. Al caldo cadavere tosto intorno s’agglomerano sinistre persone, una delle quali fu vista, da due testimonj che noi potremmo citare, introdurre nella scarsella sinistra dell’abito del giacente uno stilo; il quale stilo doveva poi figurare con pompa nei rapporti della Polizia, ed autorizzare le sfacciate menzogne dell’Allgemeine Zeitung.»«Gli ubbriachi andavan menando colpi a dritta e mancina contro le persone, e tanta era la rabbia del ferire, che le lame urtavano perfino ne’ muri, nelle porte, nel selciato. Nella bottega di un noto librajo, rimpelto alla Galleria De-Cristoforis (Carlo Turati), gli assassini entrarono, ferirono qual poterono aggiungere, e poi furono visti, da un giovine che si rannicchiò sotto al tavolo dell’officina, trinciare colpi disperati contro le scanzie, contro fogli di carta disposti di fila in fila, contro libri quasi consapevoli che la stampa dev’essere la ruina di chi protegge consimile soldatesca.»«Il dì andava imbrunendo. Nelle altre vie della città radi ma forse ancora più brutali, alcuni soldati s’erano sparpagliati a diffondere parte di quel terrore che sulla corsia dominava. Due o tre di essi, nel mentre che il resto dell’orda ferendo e percuotendo batteva il corso di Porta Comasina, entrarono in una bottega di povero rivenditor di vino, tagliarono una mano al padrone che l’aveva sposta fuor dell’imposta; abbrancò l’uno la moglie, l’altro la figlia, e d’inenarrabili insulti ricoprirono ambedue; ed un terzo scese nella cantina, bevvè quanto e più che voleva, e risalì barcolando, lasciando tutte le botti sbarrate, e così tutta la sostanza del poveretto sperduta. Nell’ampia via dell’Orso la masnada pareva più ebbra che altrove: due perseguono un onesto cittadino: questi fugge entro una casa, oltrepassa la dimora della portinaja, e sale la prima scala che gli si offre: i due persecutori nella loro furia non veggono quasi che fra loro ed il fuggente v’ha un cancello di ferro: entrano nell’uscio a manca e vogliono inoltrarsi: la portinaja s’oppone all’invasione, ed ha chiuso il secondo uscio che mette al cortile:Aprite Italiana! gridano quei feroci dando color d’insulto a sì nobile parola: ma quella si tien salda. Di repente essi si arrestano a guardarla con disonesto sogghigno. Duro caso fu ch’ella fosse una bella giovinetta di circa 18 anni. I malandrini vollero bruttarle la faccia con baci puzzanti di fumo ed acquavite, ma perciocchè ella opponeva loro viva difesa, la arrestarono e via trascinarono incatenata come ribellata alla legge. Sappiamo per certo che non se n’è più potuto aver novella: la disperata madre è corsa dal padrone di casa, il padrone dal parroco, il parroco alla Polizia; tentennamenti di spalle, ed un che vuole? sono tutte le soddisfazioni che una madre ha potuto avere».«Nell’osteria detta dellaFoppasi contaminò, e poscia si ferì una donna: la stessa padrona ricevette colpi di fendente; un fanciullo che strillava troppo forte ebbe tagliato un braccio; un’infelice ch’erasi ricoverato nella cantina fu ucciso con più di dodici colpi: e per giunta il poco denaro che si trovava nel piccolo forziere del tavolo della cucina fu involato; diciamo in fra parentesi che questo sintomo di ladroneccio si manifestò quasi generalmente. L’ortolano de’Fate-bene-fratelliebbe rotta una gamba da un colpo di fucile per aver dimostrato orrore di simile strage.»«La strada Sant’Angelo fu teatro di tremenda tragedia. Gli operai del fabbricator di carrozze Sala, compiuto il lavoro se ne ritornavano tranquilli alle rispettive loro abitazioni; forse essi non sapevano pure la strage che correva le vie di Milano. Giunti presso la caserma di fanteria, già pria chiostro di Sant’Angelo, si vedono repentinamente impigliati fra due schiere di soldati armati di fucile con bajonette, ed odono parola che ordina d’investirli senza misericordia. Spaventati si sbandano disordinatamente, ed ogni fuggente s’ode alle terga un feroce branco d’inseguenti. Uno de’ miseri venne confitto contro un albero, e già esanime, la bajonetta andò passando e ripassando il corpo suo; un altro venne massacrato sotto una panca di bottega nella quale aveva cercato rifugio: nove altri furono feriti alle spalle; di diciotto che erano, sette soli riescirono a scamparsela».«Se l’orrore non fosse già abbastanza efficace noi potremmo venir qui narrando altri molti fatti, di donne vilipese, di mercanti svaligiati, e poi appesi col capo all’ingiù nella loro stessa bottega, di mutilazioni nefande, d’atti insomma soprannaturali di ferocia: ma noi non registriamo che fatti di cui abbiamo fondata certezza: e davvero sono fatti che ammettano più incredulità che se fossero inventati».«Singolare destino è che fra i morti la maggior parte fosse di tal qualità, qual certo non l’avrebbe voluto la Polizia: il vecchio Manganini a lei devoto; il cuoco di Ficquelmont; un operaio del Sala, padre di sei figli; un fanciullo, una donna, e va dicendo. Ricordiamo pure qui con orrore due circostanze: l’ordine preventivo (!!!) mandato allo spedale di tener pronti tutti i dottori pei feriti che colà si porterebbero..... e l’avviso dato alla Somailoff di non lasciar sortire di casa le persone di servizio dopo le tre».Tanti nefandi assassinj destarono negli animi dei Milanesi i sentimenti della più alta vendetta. Si giurò in secreto l’esterminio degli Austriaci; non vi dovevano essere più accordi fra noi e loro. Non vi ebbe che un voto:gli Austriaci dovranno abbandonare non solo la Lombardia ma tutta intera l’Italia. I nostri fratelli, di questa bella nazione prediletta dal sole, si commossero alle nostre sciagure, e ci promisero ajuto. Al Piemonte, fatto segno della accanita politica austriaca, si attribuiva l’origine delle tante dimostrazioni che ad ogni giorno ad ogni ora si andavano facendo. Il teatro alla Scala, unico sito di convegno della più alta Società di Milano, fu abbandonato, non vi fu un divertimento straordinario, non una festa da ballo, non una soirée, non un segno di carnevale.Ed intanto che si fa, che si spera? petulanti avvisi della Polizia si leggono affissi ed accomunati coi sinceri proclami del Municipio, e colle menzognere parole dell’ex Vicerè. Vedi il citato documento n. V, ed i numeri VI, VII e VIII. Si voleva una soddisfazione: invano la dimandano il nostro Podestà e gli Assessori municipali. L’insulto alla popolazione fu pubblico, pubblica ne doveva essere l’ammenda: ma no, le ricompense tutte furono per gli assassini, per noi le carceri, gli esili e tutti gli avvilimenti. L’ex Vicerè, Torresani e Radetzky si scambiarono vicendevolmente le loro congratulazioni, gli agenti della Polizia ebbero larghe rimunerazioni, ed il Feld-Maresciallo esponeva a’ suoi soldati, coll’Ordine del giorno del 18 gennajo, la persuasione del suo Principe di conservarsi il regno Lombardo-Veneto fidando nella sua spada e nel valore delle truppe, di cui avevano già date belle prove in settembre e nei primi di gennajo. V. documento n.oIX.Il Corso Francesco sì perchè ricordava i tristi avvenimenti del gennajo e sì per il nome che portava divenne odioso a tutti i buoni cittadini, i quali si rivolsero a Porta Romana, e quivi incominciarono un nuovo corso che denominaronoCorso Pio IX. L’universale scontentezza obbligò la Congregazione Municipale di Milano, sulla proposta fatta dal signor Nazari, Deputato alla Centrale, a stendere una supplica a Ferdinando I, nella quale si mostravano i difetti della pubblica amministrazione ed il modo di correggerli. Fu spedita al trono coll’organo vicereale, ed in pendenza delle risoluzioni sovrane il fermento nel popolo andava crescendo. Un giorno si stabiliva un’adunanza per assistere secretamente a’ divini uffici che si facevano celebrare per le vittime della rabbia tedesca. Un altro giorno un gran concorso alla Scala per festeggiare la Costituzione che gli altri principi italiani davano a’ loro sudditi, e via discorrendo.—Il Vicerè con un secondo proclama invita alla quiete assicurando che egli teneva le redini del governo, e che avendo inoltrato nelle vie legali una dimostranza all’imperatore si lusingava di veder esauditi i voti dei Milanesi. Vedi documento n.oX. Ma questo secondo proclama acquistò minor credenza del primo, e non andò molto che ci persuademmo del vero. Dopo alcuni giorni un proclama di Ferdinando I, spedito da Vienna, ci avvertiva che l’imperatore aveva sempre trattato il regno Lombardo-Veneto come tutti gli altri Stati della Monarchia, e conchiudeva che in ogni caso egli confidava nel valore e nella fedeltà delle sue truppe, saldo baluardo del trono, e nella maggioranza della nazione. Vedi documento XI, al quale tien dietro il n.oXII dell’ex imperiale regio governo.Frattanto la notizia giunta in Milano della vittoria riportata dai Palermitani sulle truppe del re recò grande consolazione a noi. Erano Italiani depressi e conculcati quanto noi, che si erano levato il giogo dal collo. A dimostrare la nostra gioja si cominciò col recarsi alla cattedrale per ivi recitare in nostro cuore ilTe Deum. Più di 16 mila furono, a detta dei più, gli accorrenti, e ben più di 150 carrozze furono da me contate, che colle spalle voltate verso il palazzo di Corte erano fatte segno di un commesso di Polizia, il quale colla matita ed un pezzo di carta andava enumerandoli; ed io facendo mostra di arricciarmi i mustacchi potei girargli intorno e leggere su quella carta i marchesi B.... e V.... il primo con tre carrozze, ed il secondo con due. E sull’interno della cattedrale, che assiepata di gente non lascia luogo a far un passo, che si fa? La Polizia che ne era stata avvertita, fece vestire daLionsduecento sgherri ed armatigli di stili ingiunse loro di cacciarsi nella folla, di eccitar tumulto con grida sediziose, e nello scompiglio di ferire a destra ed a sinistra. Il colpo tuttavia andò fallito; ma per questa mascherata spese la Polizia la somma di 7000 lire austriache.—In appresso per maggiormente manifestare la nostra contentezza si adottò un cappello alla foggia de’ Calabresi, e la Polizia sempre più insospettita contro di noi, sollecitamente pubblica un avviso con cui si proibisce assolutamente l’uso di tal sorta di cappelli, come qualunque altro distintivo (V. documento n.oXIII), e fatti domandare tutti i cappellaj li volle obbligare a ritirarli sotto severe pene. Ai cappelli colla piuma si sostituì l’antica forma, mettendovi però una piccola fibbia d’acciajo sul davanti, e da alcuni si faceva inoltre una piuma collo stesso pelo del cappello. Non andò guari che due proclami ci pervengono da Vienna. L’uno guarentisce la Polizia contro qualunque diceria del popolo, e le affida un assoluto potere, l’altro istituisce il giudizio statario pei delitti politici, la cui procedura sommaria non doveva oltrepassare quattordici giorni a contare da quello in cui l’imputato si presentava all’esame, e portava la pena di morte da eseguirsi colla forca. (V. documenti n.oXIV e XV.)Non la sola Lombardia si scosse ad una sì vandalica legge, ma l’intera penisola, la Francia, l’Inghilterra. Quest’ultima nazione col mezzo del suo ministro Lord Palmerston dirigeva verso la fine di febbrajo ai primi di marzo una nota all’ambasciatore inglese a Vienna, con cui gl’imponeva di far valere tutta la sua eloquenza e buon giudizio, onde indurre il Gabinetto di Vienna a cambiar sistema nell’Austria, onde conciliarsi tutti li diversi Stati della Monarchia e non aspettare che una rivoluzione sorgesse in danno della Monarchia stessa. L’Austria tuttavia fece la sorda, sempre confidente nelle sue truppe, nei mezzi che la provvidenza gli somministrava aspettava di piè fermo che la nostra pazienza si stancasse. Non erano però di questo parere l’ex Vicerè ed il Feld-Maresciallo. Il ministro Ficquelmont li aveva avvertiti che noi si armavamo, che la nostra pazienza aveva toccata la meta. E come non accorgersene? La nobiltà aveva abbandonata la Corte. Il teatro alla Scala, come abbiamo veduto, abbandonato dai nostri cittadini e frequentato solo dagli uffiziali del presidio austriaco si chiamavaCaserma alla Scala; l’allontanamento da qualunque dimostrazione che desse il più piccolo indizio di contento o di attaccamento alla Corte era generale. Il Carnevale (per essere state proibite le feste, maschere, ecc., come dal documento n.oXVI) si terminò col martedì in luogo della domenica a significare così l’osservanza del rito romano, nonchè dall’ambrosiano, e una maggiore osservanza a Pio IX, e via via dicendo che non la si finirebbe più.Il Vicerè intanto apparecchiasi ad una partenza colla sicurezza che non avrà più ritorno. Egli fa incassare tutto quello che può e suo e non suo, sopra diverse carra che lo precedono verso Verona. Radetzky pensa di chiudersi in castello, e ad onta delle proteste del Municipio (V. documento n.oXVII) fa erigere alcuni fortini intorno ad esso. Graziosa fu la satira o piuttosto profezia che riporto, esposta dai Milanesi sopra alcuni angoli della città e del castello in occasione di questa fabbrica:Porchi de Todisch!El savì che si mal vist:Vorri fabbricaaChe si minga vi alter i padron de caa:Cosa serva che tribulee,Che prima de Pasqua avii de fa S. Michee.Molti altri accidenti, che precedono la rivoluzione avrei a raccontare, i quali a danno della verità vennero svisati dalla nostra Gazzetta privilegiata: ma se dovessi entrare a fatti particolari sarei infinito; mentre ben pochi sono quelli di un ceto distinto che non ebbero a soffrire perquisizioni della cessata Polizia austriaca. Tra questi sarebbero i due fatti successi il 12 e il 14 febbrajo, narrati falsamente dalla suddetta Gazzetta, l’esclusione degli Studenti all’intervento dei funerali del professore di filosofia dottor Carlo Ravizza, come pure molto vi sarebbe a dire delle stragi commesse a Pavia ed a Padova, ma sarebbe un correre oltre il segno, avendo io promesso di parlare solamente degli avvenimenti di Milano.[19]Vedi documento n.oXVIII.[20]Fra i primi che accorrevano al ex palazzo Governativo alla testa di una distinta squadriglia, fuvvi il doltor fisico Paolo Rossignoli. Egli colle armi che gli somministrava l’amico Ercole Durini toglieva la vita e le armi ai soldati ivi di guardia. Quindi impossessatosi della carrozza dell’Arcivescovo, faceva la prima barricata dal lato di S. Maria della Passione. Si portò poscia alla bottega dell’armajuolo Colombo, ove potè armare la sua squadriglia. Indi, facendo barricate, si avanzò sul piazzale delle Galline, ed ivi trinceratosi con quattro barricate fatte colle vetture del Marzari ed innalzato il vessillo tricolore nel mezzo della piazzetta, obbligò di poi il prete della chiesa di S. Protaso a far suonare campana a martello.Alla presa del palazzo di Polizia gli venne ferito al fianco il pittore Tenconi, che medicò in casa Mangili e fece quindi trasportare all’Ospedale. Proseguendo a far eseguire le barricate sino a S. Marcellino, fu ferito, sull’angolo del Lauro, da una palla che gli sfiorò l’ultima costola al fianco destro, da molti Croati appostati sul ponte Vetro nella sera della prima gloriosa e più difficile giornata.La scelta compagnia del dottor Paolo Rossignoli era composta oltre a’ suoi due cugini Franceseo e Giuseppe Rossignoli, dei conti Guido ed Emmanuele Borromeo, di Oreste Zaffanelli, di Carati Enrico, Valentino Rossi, Ermenegildo Fumagalli, Quiroli Bartolomeo, Luigi Zanner, Pellegata Giuseppe, Santino Sando, Angelo Corsi e Fiando fratelli.Il primo che dal Broletto portasse al Palazzo di Governo la bandiera tricolore fu il signor Gio. Battista Grondona, impiegato alla Giunta del Censo. Egli schivò fortunatamente un colpo di fucile direttogli da una delle guardie, stesa, poi morta a terra da un nobile cittadino.Merita speciale ricordanza anche l’avvocato Antonio Negri, che munito di semplice bastone, fu tra i primi a disarmare il corpo di guardia del Palazzo di Governo, e tra quelli che fecero prigioniero O’Donell. In appresso munito di arme da fuoco, a Porta Romana respinse quasi solo una forte mano di Croati; all’Arco di Porta Nuova tra un nembo di palle coraggiosamente avanzando incuorò gli altri; finalmente, benchè ferito in una gamba, salito con alcuni altri sul terrazzino di detto Arco, col molestare continuamente l’inimico contribuì non poco a farlo sloggiare di quel punto importantissimo.Parimente non v’ha dimenticato il coraggioso cittadino Carlo Peroli, che pure con un colpo di pistola al Governo uccise uno dei soldati di guardia; e di là in compagnia del conte Durini, passando alla contrada di S. Paolo fece eseguire la prima barricata in capo a quella contrada, incoraggiando ed obbligando una turba di cittadini a quel lavoro. Trovatosi quindi con alcuni suoi compagni al negozio dell’armajolo Colombo e vedendo che costui cercava di temporeggiare, egli con una leva di ferro sforzò la bottega, ed armatosi potè in compagnia del suo amico Cavalieri perseguitare la truppa che passava per la contrada del Rebecchino. Incaricato del signor Barbò ad andare ai Monforti per liberare uno zio del medesimo, unitosi ad una squadra de’ nostri, volò a levare dall’assedio un vecchio rispettabile. Indi scavalcando colle scale a mano la casa Cicogna, entrò nelle ortaglie, ov’era accampato un corpo di Croati, contro cui combattè. In questo scontro restò ferito il cittadino Mariani.Racconti di 200 e più testimonj oculari.[21]Il signor Giuseppe Nova fece prigioniero il vicepresidente O’Donell, che consegnò al conte Alessandro Greppi. Più avanti avrò occasione di parlare del coraggioso giovine signor Nova.[22]Gli ultimi cinque giorni degli Austriaci in Milano, relazioni e reminiscenze. Milano, tipogr. Borroni e Scotti, pag. 13. Come uno dei primi pubblicati, questo libro manca di qualche fatto, ma non va senza lode per le notizie esatte ed importanti che racchiude.[23]Narra l’autore deiRacconti di 200 e più testimoni oculari dei fatti delle gloriose cinque giornate di Milano, «che uscendo tre carrozze, due a due cavalli, ed una ad un cavallo solo, ed attraversando la piazza dalla parte della contrada Cusani per recarsi al dazio di Porta Tenaglia, staccasi un drappello di cavalleria ussera e si presenta alla portiera scaricandovi diversi colpi di carabina. Nè contento di questo, adopera lo squadrone per finire di sacrificare le vittime che in esse si contenevano. Una delle carrozze a due cavalli prese la fuga dirigendosi verso la casa Dal Verme, e da’ militari stessi venne condotta in castello, attraversando la linea delle piantaggioni; l’altra con un solo cavallo, portatasi a carriera verso la strada che percorreva, tutto ad un tratto soffermossi, e per quanto facesse il vetturale o qualche cittadino accorso in ajuto, non fu possibile di rimuovere dal suo posto il cavallo; la terza soffermossi dirimpetto alla porta del castello, e vi stette per un’ora e mezzo circa, sotto ad una dirotta pioggia, custodita da due usseri, uno per parte della portiera, venne poi tradotta in castello, e verso sera si vide a ritornare il medesimo legno. Asseriscono poi che alla mattina susseguente si trovarono due cavalli morti da colpi di squadrone sulla piazza del castello, e furono riconosciuti i medesimi attaccati al legno fuggitivo. Un cocchiere si vide cadere nel momento che fu assalito; nulla seppesi di coloro che erano nei legni, sendo che i colpi di cannone e della fanteria e cavalleria che trovavasi sulla piazza fecero ritirare tutti gli astanti.IlLombardoin proposito ai fatti della prima giornata ci reca la seguente importante notizia: «Veniamo assicurati che al primo sorgere della nostra rivoluzione, la mattina del sabbato 18 corr., que’buoni galantuominidi Radetzky, Torresani e De Betta avevano formato il seguente piano: ottomila uomini divisi in cento sessanta compagnie di cinquanta uomini ciascuna, dovevano invadere la città e portarsi a saccheggiare duecento case dei più distinti signori di Milano, che sarebbero state indicate dal Torresani, nel mentre stesso che altri sei o sette mila uomini avrebbero tenuto a freno il popolo, impadronendosi delle principali contrade e mitragliando, e fucilando senza misericordia tutti coloro che avessero opposta qualche resistenza.—Se questo piano iniquo ed orribile non fu condotto ad esecuzione, lo dobbiamo all’opposizione energica fattagli dal generale Wallmoden, che protestò non avrebbe mai preso parte a tal azione che infamasse per sempre il suo nome e l’armi ch’ei comandava.—Anche il generale Woyna protestò nel senso medesimo.—Il 20 si trattava di sottoporre il generale Wallmoden ad un giudizio di guerra.»«Furono intercettate due lettere famigliari che reciprocamente si dirigevano i due figli maggiori del ex vicerè del cessato Regno Lombardo-Veneto.—In queste i due Principini ed Arciduchini d’Austria si mostravano più che persuasi, e spiegavano il più vivo desiderio che Radetzky cannoneggiasse la loro diletta Milano con pezzi da ventiquattro, e che domata la rivoluzione facesse piantare due forche, che incominciassero il lungo loro esercizio dall’appiccare quelbaron fottutodel podestà Casati».[24]Narra il citato autore deiRacconti di 200 e più testimoni, che alla testa della gendarmeria precedesse a cavallo il commesso dell’ex polizia Zamarra.[25]Onde non tralasciare i fatti principali e più interessanti che mi guidano sul corso di questi cinque giorni, devo tratto tratto servirmi anche di notizie già pubblicate da altri, molte delle quali erano trasmesse anche a me nello stesso tempo che venivano spedite al raccoglitore Ronchi, e ad estensori di giornali. Fra queste crediamo degna di riportare la seguente narrazione dell’avvocato Michele Cavalleri, abitante nella contrada di S. Pietro alla Vigna, n.o2812. «Alle ore 5 circa del giorno 18 marzo, sentii di repente numerosi colpi di fucile in istrada, quindi due palle che ruppero i vetri della mia stanza e fischiarono poche dita da me discosto.»«Alla novità del fatto, mi avvicinai alla finestra e mi corse agli occhi una numerosa schiera di granatieri ungheresi, difilati lungo la parete opposta della contrada e collo schioppo approntato alla guancia verso tutti i piani della casa. Repentissimi, violenti colpi di scure alla porta, grida feroci lungo la strada, un alto lamento nell’interno della casa mi annunziavano la presenza di una ferale disgrazia.»«Venni nell’attigua stanza e quivi un’altra fucilata: al repentino evento tosto pensai, che in tal guisa si desse principio ad una sistematica distruzione di casa in casa, vedendone gli abitatori innocui, disarmati e ravvolti fra un diluvio di donne e di figli correnti, lagrimanti, stridenti.»«Il servitore mi avvisò, che le scuri avevano già fessa la porta, e che a momenti i soldati irrompevano; non esservi altro scampo che il fuggire attraverso i tetti. Grazie alla generosa opera del cittadino Meresalli, impiegato all’ex-governo, affittuario al terzo piano della casa Piazza, Torre de’ Meriggi, congiuntamente a 16 altre persone, padri e madri di famiglia, avemmo, per una finestra laterale al tetto, ingresso nella sua abitazione, e da questa facemmo passaggio a quella dei conjugi Perelli, abitanti al quarto piano di detta casa, dove ospitalmente ricevuto questo profugo stuolo, ebbe per tutta notte asilo e conforto di cibo: che anzi lo scrivente congiuntamente alla sua famiglia, e ad altro, tutti depaurati dal saccheggio e tutti sotto la legge di morte, per molti giorni ancora fruirono di tale asilo che una benemerente carità aveva con proprio pericolo aperto.»«Appena chiusa la finestra d’ingresso, appena chiuso l’uscio della casa di nostra dimora, i granatieri salirono sul tetto dietro le nostre pedate, collo schioppo alla faccia, determinati ad inseguirci e a far fuoco contro gli usci e le finestre chiuse; quando una voce dei loro diede ordine di fermarsi, non presentando il generale silenzio un sospetto alcuno di nostra vicinissima presenza.»«Fu in questo stadio, che per la seconda volta il certo pericolo di morte ancora più acerbamente portava angoscia all’anima, perocchè noi avremmo inviluppato nella nostra disgrazia i benefattori che ci avevano raccolti.»«Non rinvenuta la preda nella parte più alta della casa, corsero i soldati ungheresi alla più bassa, nelle cantine, dove infatti giacevano occultate donne e numerosi fanciulli d’ogni età.»«Ma essi volevano e cercavano gli uomini, s’avvennero in un figlio del portinajo da tempo infermo, che ferocemente maltrattarono, perchè inabile a sorreggersi. Corsero ai piani di abitazione, gettate a terra le porte, ogni cosa misero a soqquadro, con bajonetta o spada forarono i ritratti, sfracellarono quanto eravi di friabile, gettarono contro terra e con ogni studio di rovina ciò tutto che non poteva levarsi; a colpi di sciabola e scure sforarono i mobili, sfondarono armadj, cassettoni, tavoli; distrussero in una parola quanto loro si presentava davanti, ponendo mano a danaro, orologi, argenterie e lasciando dietro di sè quasi dappertutto un caos di rovine, conducendo però seco loro il portinaio col figlio, il mercante di mobili e due giovinotti.»«Ma qual fu l’origine di tante angoscie e di tanti disastri! L’essere caduta in istrada una griglia dal secondo piano, senza offesa di persona, pochi passi distante da due o tre granatieri. Essi chiamarono a stormo dalla vicina casa del generale in capo Radetzky, e dalla vicina caserma di san Francesco, in modo che quasi 100 uomini di ogni arma e specialmente circa 60 granatieri, vennero a compiere con frenesia ferina tanto ingloriosa impresa.»«Meritano quivi una particolare ricordanza i fatti di due donne di servizio Marianna De-Giuli e Giuseppa Rimondi, che tutti i giorni dalla domenica in poi, attraverso i colpi di fucile che piovevano lungo la linea della mia contrada d’abitazione, incaricavansi di far provvigione per le 32 persone quasi tutte donne e fanciulle che a lei commettevansi per la mancante provvista del vivere: e della cittadina Alessio Giuseppina, maestra di scuola, che nel momento del personale pericolo, non dimenticò l’importanza del suo magisterio, ricevendo di piede fermo l’uffiziale ed i soldati, cui disse, che essendo donna ed educatrice, per propria inoffensività e per incolumità delle proprie educande, aspettavasi esente da ogni militare violenza. L’uffiziale dei granatieri ungheresi, fatta visita al domicilio, rispose congedandosi, che egli non aveva sete che di vite maschili, e dappoi ebbe a dire che era per esso un gran piacere l’uccidere 50 o 60 italiani.»[26]Baracchi,Le gloriose cinque giornate dei Milanesi. Opuscoletto interessante e scritto con molta verità.[27]Vedi atrocità commesse dagli Austriaci durante la rivoluzione di Milano, estratte da documenti officiali.[28]Il 22Marzo, giornale ufficiale, n. I.[29]Ad alcuno sembrerà fuori di posto questa risoluzione del Re Sardo, che a noi non pervenne che il giorno 24, ma quando si avrà riguardo esser ciò successo in seguito alla rivoluzione del primo giorno cesserà ogni censura.[30]Circa alle ore due e mezzo pomeridiane del giorno 22 marzo, una grossa palla di spingarda, distrusse in parte una torretta di camino nella casa dello stesso Signor Uboldo in Pantano.[31]Intorno alle dette maravigliose barricate mobili abbiamo anche i seguenti particolari nella Gazzetta Officiale del 22 marzo. «Antonio Carnevali, già professore di matematica e strategia alla scuola militare di Pavia sotto il cessato regno italiano, nominato in questi cinque giorni alla direzione delle fortificazioni campali, fu egli che immaginò il piano di quell’operazione. A quest’uopo concepì l’idea di alcune barricate mobili che servissero a proteggere i nostri bersaglieri contro i colpi dell’inimico nell’atto che si avanzavano verso la Porta. Mentre scriviamo ci sta sott’occhio un ordine sottoscritto da lui, perchè si formassero delle grosse fascine cilindriche del diametro di once 60 e lunghe once 40, e quest’ordine è accompagnato da un piccolo disegno illustrativo. L’incarico di ridurre ad esecuzione questo pensiero delle barricate mobili, se lo assunse il pittore Gaetano Borgocarati, giovine oltre ogni credere coraggioso, che in tutto il tempo dell’assedio prestò utilissimi servigi alla causa comune, combattendo valorosamente e sprezzando qualsiasi pericolo. Questi si ridusse sulla piazzetta di S. Pietro in Gessate, ed ivi raccolto intorno a sè buon numero di operatori, ebbe ben presto costrutto tre di quelle barricate mobili, quindi due altre ne condusse a termini nel vicino Orfanotrofio dei maschi. Visitate dal Carnevali queste enorme fascine, e approvatane la costruzione, egli stesso insegnava il modo di farle rotolare maestrevolmente ad opportuna distanza una dall’altra e a scala onde potessero negli intervalli di esse uscire i nostri combattenti e offendere il nemico. All’atto pratico furono trovate di grandissimi vantaggi.[32]L’arresto di un corriere da Verona mise in nostro possesso due lettere scritte in tedesco da uno dei figli dell’ex Vicerè al suo fratello Ernesto. Ne diamo la traduzione nel documento n. XIX, stata pubblicata già nel giornaleIl 22 marzo.[33]V. Gazzetta di Milano del giorno 19 aprile.[34]La presa di Porta Tosa, così detta Porta Vittoria, narrazione di G. B.[35]Cosa rincrescevole veramente è per uno storico sincero e imparziale il non potere, per difetto di notizie autentiche, registrare i nomi di tutti coloro che in questi gloriosi avvenimenti sia con la mano sia col senno ben meritarono della patria. D’altra parte il merito vero, sempre modesto, ripugna da qualunque ostentazione, e solo fa premio a sè delle opere sue, intantochè colui forse che solo per mostra impugnò l’armi, o stette nascosto nei momenti del maggiore pericolo, viene dopo la vittoria ad assordar la città de’ suoi vanti, e a trarre in inganno la credulità dei più che non potendo o non osando smentirlo, consacra, divulgando come fatti veri le loro vanterie, sì che il cronista, indotto dalla voce pubblica, si rende complice involontario della menzogna, e così come già disse il cantor di Gerusalemme liberata:I premj usurpa del valor la frode.Se non che il tempo vien poi a riparar le più volte questi torti dalla fama, ed a rendere a ciascuno il suo.[36]Alle ore tre e mezzo pomeridiane il Console generale Francese inviava a lutti gli altri Consoli esteri residenti in Milano le seguenti lettere coll’unita protesta al maresciallo Radetsky che riportiamo dal GiornaleL’Amico del Popolo.Signore e caro Collega!Si teme d’un bombardamento, e si desidera, nell’interesse dell’umanità, che il corpo consolare residente in Milano protesti contro un atto così selvaggio, se è vero tal cosa.Io ed il Console generale, abbiamo promesso ai membri della Municipalità, riuniti in casa del signor conte C. Taverna di unirsi a voi per redigere e firmare se ha luogo questa protesta. Vi prego dunque di venire da me e tutti i vostri colleghi, per discorrere ciò che si può fare in interesse dell’umanità e dei nostri nazionali. La riunione avrà luogo alle cinque pomeridiane.Aggradite, ecc.Il Console GeneraleFerd. Denois.Milano, 19 marzo.Al Console di....Sig. Maresciallo.Ci venne detto che l’autorità militare ha minacciato la città di un bombardamento, se, il che non possiamo credere, dovesse essere adottata una tal misura estrema in una città di 160,000 anime, in una città ove risiede un sì gran numero de’nostri compatriotti, noi saremo obbligati, signor Maresciallo, di protestare presso V. E. in nome dei Governi, contro un atto di tal sorta.In ogni caso, facciamo conto abbastanza sulla vostra giustizia ed umanità, per sperare che V. E. ci farebbe avvertiti e ci accorderebbe il tempo necessario di poter mettere i nostri nazionali e le loro proprietà al sicuro dei danni a cui potrebbero trovarsi esposti, come si farebbe certamente in simile caso verso i sudditi austriaci nei nostri rispettivi paesi.Aggradite, ecc.Milano, 19 marzo 1848.Ferd. Denois,Console generale di Francia.—Cav. Gaetti Deangeli,Console generale di Sardegna.—De Simoni,Console generale dello Stato Pontificio.—Raymond,Console Generale della Svizzera.—Cambel,Vice-Console Inglese.—Valerio,Console del Belgio.A Sua Ecc. il Maresciallo Radetzky.[37]Ma non ebbe tempo di appieno effettuare il suo disegno, chè dopo conquistato dai nostri quell’infame covo di scellerati e di scelleragini, ne furono trasportati ben cinque gran sacchi di carte, fra le quali molte importantissime e segrete che recano manifesti gl’iniqui e nefandi misterj della metternichiana Polizia. Di queste carte noi produciamo il seguente motu proprio dell’ex Direttore, donde appunto si vede come già da due mesi quel provvidissimo Magistrato avesse preparato l’esilio de’ migliori nostri cittadini e il lutto di tante famiglie. L’originale di questo documento conservasi presso il benemerito Comitato di Sicurezza Pubblica, che ci permise di pubblicarlo come allegato autentico nel nostro sunto storico.Urgent.Milano 28, 1848.Agli I. R. Sig. Comis.iSuperiori dirigentila Polizia nelle Provincie Lombarde.(eccetto Milano.)(riservato alla sola persona)La invito Sig. Commis.oSup.ea voler compilare e trasmettermi colla maggiore possibile Sollecitudine un Elenco delle persone domiciliate in codesta provincia, contro le quali a seconda della maggiore o minore loro pericolosità converrebbe, onde renderle inocue negli atuali momenti di perturbazioni adottare al caso la misura dell’internamento nelle provincie tedesche della Monarchia Austriaca, sia in via forzosa, o sia mediante passaporto da rilasciarsi ai medesimi; non che di quelle, alle quali Ella riputasse per ora sufficiente di fare una conveniente avvertenza colla comminatoria d’un formale precetto politico oppur anche della loro deportazione.Nell’accompagnare un tale Elenco Ella vorrà esporre succintamente i motivi dai quali fosse consigliata l’una o l’altra delle misure succennate.Le faccio obbligo di serbare sul tenore di questo riservatissimo incarico il più scrupoloso segreto verso Chichesia.TorresaniMp.[38]Nel nostro tempio di S. Carlo si celebrarono le sue pompe funebri il giorno 15 di aprile, e dalla Gazzetta di Milano, prendiamo le seguenti notizie in proposito:Ammirabile e commovente funzione funebre celebravasi oggi nel maestoso tempio di S. Carlo a suffragio dell’anima generosa e forte di Giuseppe Broggi, che con tanto valore difese nelle prime due delle rinomatecinque giornatei punti più accanitamente attaccati dall’artiglieria austriaca a Porta Nuova, a Porta Orientale, ed a S. Babila.Quel prode che già militando per la Francia erasi battuto e distinto sulle spiagge d’Africa, munito di quell’armi medesime, d’onde non usciva colpo in fallo, distruggeva il nemico in modo da incuterli spavento: ma una palla da cannone di rimbalzo lo stese sfracellato con un colpo a terra, in mezzo a suoi fidi amici Rusca e Biffi che erangli compagni alla vittoria. Così pure del suo eletto drappello erano di conserva alla pugna Emilio Morosini, De Cristoforis, fratelli Biffi, Attilio Mozzoni, Enrico Dandolo, Angelo Fava, Re, Carlo Mancini, Croff, Negri ed altri.Sulla porta del Tempio leggevasi questa bella iscrizione:Α————————☧————————ΩGRAN DIO DELLE CLEMENZESIA TU PROPIZIOALL’ANIMA DICARLO GIUSEPPE BROGGIGIA’ MILITE NELLE GALLICHE LEGIONI DELL’ALGERIACOSTUMATO ARDITO FIORE D’ITALI PRODICOLPITO IN MILANO DA BELLICO FERALE TORMENTOMENTRE CROCESIGNATO DIPIOIL MAGNANIMODIFENDEVA IMPAVIDO IL PONTE DELLA CONCORDIASPEZZAVA DELLO INORGOGLITO NEMICO IL TEVTONICO GIOGOCON BRAMOSÌA DI RINTVZZARLO TRA I GHIACCI DEL NORTEVINDICE DELLA VILIPESA RAGIONE DE’ TRATTATIDELLA RELIGIONE DELLA VMANITA’MORÌ VITTIMA DELL’INDIPENDENZA ASSOLVTA D’ITALIAIL XIX. MARZO M.DCCC.XLVIII DI ANNI XXXIII,TRA IL COMPIANTO DE’ SVOI CONCITTADINICON ISMISVRATO PERPETVO DESIDERIODEI BRAVI COMMILITONIIn mezzo al tempio, tutt’addobbato a gramaglia e ricco di fiammeggianti cerei, sorgeva la mole funebre, delineata a foggia militare, ideata magnificamente dal pittore Firmini. Il piedestallo sorgente dalle gradinate era tutt’intorno fregiato di uniti fucili, come n’era la sommità del catafalco, nel di cui mezzo stava piantato il gran vessillo tricolore, donato per tale scopo alla Chiesa. Armi e trofei congiunti e ben distribuiti, d’invenzione del Frattini, e bandiere e vasi e fiaccole ardenti lo corredavano con verdi cipressi ai lati, di tal mirabile effetto che tutta l’anima n’era commossa. Scelta musica del maestro Raj era da numerosi artisti eseguita, e tutto il Clero, e per quanto riguarda la Chiesa gratuitamente prestatosi, avea secondato il desiderio de’ molti amici del defunto che sostennero varie altre spese.Una Deputazione del Governo provvisorio intervenne alla funzione, ed il Comando militare con altri Dicasterj. Tutta la Guardia civica d’infanteria e cavalleria vi si è recata ad onorar la memoria del prode estinto; e numeroso stuolo di signore vestite a bruno vi concorsero pur esse in mezzo a folla straordinaria per spargere una lagrima su quel feretro.Alla tomba fu letto un breve e interessante discorso che incominciava colle seguenti parole:«Fratelli!«A forte e sentito dolore mal risponde la parola, e più eloquente d’ogni parola sono i nostri volti composti a solenne mestizia. Fra le nere gramaglie e i funebri riti, nel raccoglimento religioso della preghiera siamo convenuti intorno una bara per rendere pietosa testimonianza di affetto; e il cuor nostro palpita ancora delle più vive emozioni. Noi pregammo la pace del Signore all’anima benedetta di un martire delle cinque giornate, e qui ci accogliemmo a spargere sul suo sepolcro un fiore, e una lagrima di memoria e di riconoscenza.—Cittadini! questa terra che calchiamo è terra di valorosi; quella tomba che pur ora baciammo nell’espansione dell’anima racchiude una salma preziosa, la salma di Giuseppe Broggi abbracciata strettamente in amplesso fraterno a quelle de’ prodi, che combattendo da leoni morirono da eroi nelle nostre mille barricate, e inaugurarono coi martiri di Palermo l’evo glorioso dell’italiano riscatto».E finiva dicendo:«Salve o salve, anima grande; tu volasti all’amplesso di Dio colla fede più viva, che il tuo sacrifizio avrebbe fruttato la nostra vittoria, la tua morte la nostra redenzione. Quivi ove rotti furono violentemente i ceppi del terreno tuo carcere, scorgerà fra breve una pietra, su cui leggeremo scolpito il tuo nome. Il tempo logorerà la pietra ed il nome; ma esso surviverà perenne nelle nostre gloriose tradizioni, nelle prime due pagine della storia delle cinque giornate, nel nostro e nel cuore conoscente del popolo italiano».[39]A chiunque non ha assistito alla nostra gloriosa rivoluzione non sembreranno inutili certi casi così strani, che molte volte nei momenti del massimo furore ci spingeva contro nostra voglia a ridere.[40]Gazzetta di Milanodel giorno 8 aprile.[41]VediRacconti di 200 e più testimoni oculari.—L’autore delle lettereInfamie e crudeltà degli Austriaci, narra questo fatto più in disteso e con qualche diversità. Ciò rimetto al giudizio di chi legge e più di chi ne fu testimonio.[42]COMITATO DI VIGILANZA ALLA SICUREZZA PERSONALECasa Taverna; Contrada de’ BigliPresidente, Dott.Angelo Fava.Membri, Dott.Andrea Lissoni.—Avv.Agostino Sopransi.—Avv.Pier Ambrogio Curti.—francesco Carcano.—SegretarioAncona Luigi.—Aggiunto,Cesare Viviani.—Capitano della Guardia del Comitato,Manzoni Luigi.COMITATO DI FINANZACasa TavernaMembri,Alessandro Litta Modignani.—Gaetano Taccioli.—Cesare Clerici.COMITATO DI GUERRAC. Cattaneo.—Cernuschi.—Terzaghi.—Clerici.COMITATO DI DIFESACasa Vidiserti, Contrada del Monte; 1263 C.Direttore in Capo,Riccardo Ceroni.Comandante, Organizzat. della Guardia Civ.,Antonio Lissoni.Comandante di tutte le forze attive, A.Anfossi.Direttore di tutti i punti di difesa, A.Carnevali.Direttore delle ronde, delle pattuglie e dei Corpi di Guardia,Luigi Torelli.Segretarj,G. Alessandro Biaggi.—Luigi Narducci.COMITATO DELLA SUSSISTENZACasa Pezzoli, Corsia del Giardino.Negri Luigi.—Ferranti Eugenio.—Lugo Ferdinando.—Lampato Francesco.—Besevi Emilio.—Besozzi Antonio.—Molossi Pietro.[43]Fra le case incendiate in città fu quella delCaffè della Campagna, situato di contro al dazio, dove restarono morti varj Croati ed un ussaro col suo cavallo, ivi appiattati mentre aprivasi una via di salvezza al numeroso vicinato da cui era sgraziatamente abitata; la nuova casa dell’Osteria della Stella, situata a capo del borgo di questo nome; ed altre fuori della porta, tra le quali si annoverano ilCaffè Gnocchi, del quale incendio narrerò la storia genuina, l’Osteria dell’Asse, il nuovo caseggiato dell’Osteria dell’Angelo, la casa vicina all’Osteria del Leone, ed altri fabbricati alla stazione della strada ferrata.[44]Venni assicurato che ai primi colpi dei nostri piccoli cannoni, una staffetta ne recasse precipitosamente la notizia al vecchio condottiero d’armate che se ne stava ritirato in castello, il quale sbalordito esclamò:I birbanti hanno anche i cannoni!! Siamo perduti!!![45]Vedi il nome di alcuni dei più distinti descritti nella nota a pag. 176.[46]Essendosi poi questo vessillo rivolto sulla corona della Madonna e lacerato dal vento, Dunant ne fece sostituire un altro di minore dimensione, fissato sopra cordaggio uso marina, come vedesi tutt’oggi.[47]Il 22 Marzo, Gazzetta Officiale N. 1.[48]I nomi di quegli infelici che furono condotti in ostaggio dagli Austriaci nella loro fuga sono:De Herra, figlio del consigliere, direttore del Liceo.—Brambilla Agostino, d’Inzago.—Peloso, dottore.—Obicino Enrico, possidente.—Fortis Guglielmo, negoziante.—BelgiojosoconteGiuseppe, assessore municipale.—Manzoni Filippo, figlio del poetaAlessandro.—PorromarcheseGibertoe fratelloGiulio, figli del marcheseLuigi.—Porronobile Carlo, figlio del presidente della Congregazione Centrale.—Crespi Carlo, ragioniere.—Mascazzini, dottore.—De Capitani.—ManzolinobileGiulio, impiegato municipale.—DuriniconteErcole.—Appiani, ingegnere.—Bellati, delegato provinciale.—Giani, impiegato municipale.[49]Questo degno Sacerdote è meritevole di miglior sorte per il suo zelo e santo amor di patria: stato perciò non troppo beneviso dal cessato governo Austriaco.[50]Vedi documento n.oXX.[51]DallaGazzetta Officialeil 22 Marzo, pag. 15.[52]Dovevano per titolo di merito istorico ristamparsi in questa Cronaca, come anteriori agl’inni seguenti, iCantici del Riscatto Lombardodel Prof. Dott. Samuele Biava, che primi diventarono popolari per mezzo di musica corale: ma essendo parecchi si pubblicheranno tra poco in una appendice a questo volume.L’editore.[53]Feld-Maresciallo.[54]Il testo tedesco dicevaHundsfott.[55]Traduzione letterale.[56]Qui segue una parola inintelligibile.[57]Cantù Ignazio. Gli ultimi Cinque Giorni degli Austriaci in Milano.Osio Carlo, Alcuni fatti delle gloriose cinque giornate.Racconti di 200 e più testimoni oculari dei fatti delle gloriose cinque giornate.Narrazioni dei maravigliosi successi accaduti durante la memorabile lotta sostenuta dai Lombardi nei cinque giorni di marzo 1848.G. B.La presa di Porta Tosa, così detta Porta Vittoria, e le vicende della casa detta della Birreria sul bastione, o le prodezze dei Lombardi nelle cinque memorabili giornate del marzo 1848.Ceruti Domenico. I cinque giorni di marzo, Lettera al suo amico e concittadino Angelo Guangiroli.G. L. B. Infamie e crudeltà Austriache; valore e generosità dei Lombardi nel marzo 1848 (si sono pubblicate 4 lettere).Bollettino Storico della rivoluzione di Milano di marzo 1848, compilato giornalmente da un cittadino abitante sul Corso di Porta Romana.Due Parole di Osservazione sul Bollettino storico della rivoluzione di Milano di marzo 1848 ecc., scritte da un altro cittadino pure di Porta Romana.Baracchi Francesco. Le gloriose cinque giornate dei Milanesi.Bianconi Antonio. Origine, progresso e fine della rivoluzione di Milano.Relazione epistolare delle cose memorande avvenute in Milano nei giorni 18, 19, 20, 21, 22 e 23 del mese di marzo l’anno 1848.Coppi. Della dominazione Austriaca in Milano dal 1814 a tutta la rivoluzione dei Milanesi incominciata col giorno 18 marzo 1848 e terminata nel 23 dello stesso mese ed anno.Veridica descrizione delle più lacrimevoli turpitudini, scelleratezze ed assassinj infamemente e vilmente commesse dalle brutali e barbare orde Austriache nella città e dintorni di Milano nei giorni della rivoluzione del corrente marzo; desunte ed autenticate da fonti testimoniali e personali (fino ad ora si è pubblicato un solo foglio di 12 pagine).Le cinque gloriose giornate della rivoluzione Milanese, descritte da un Medico, che vi fu testimonio e parte, con un’Appendice relativa ai giorni 23 e 24 marzo; ed infine il Canto di Guerra degl’Italiani.Bertolotti F. Relazione storica del dominio de’ Tedeschi in Milano dal 1814 sino alla rivoluzione di Marzo 1848, operata dai Milanesi, e sfratto delle truppe Austriache dalla Lombardia. Poema in quattro canti. Milano, 1848.Labadini. Poche parole scritte e declamate nel giorno 6 aprile 1848 nella Piazza del Duomo di Milano sul feretro dei prodi fratelli Lombardi morti per la patria nelle cinque gloriose giornate del marzo 1848.Bonatti Gaetano. Le barricate di Milano.—Quest’importante lavoro artistico che ci ricorda i mezzi di nostra salvezza nelle gloriose cinque giornate, viene pubblicato a fascicoli di quattro tavole ciascuno, con brevi descrizioni. Il merito dell’incisore Gaetano Bonatti è bastantemente conosciuto per ogni dove perchè io abbia a parlarne in questo luogo. Assistito da valenti artisti il Bonatti si è assunto a questa bell’impresa, l’unica nel suo genere, che perciò la raccomando caldamente a tutti, onde ciascuno possa conservare pei nipoti una prova del nostro ingegno, non disgiunto dal valore in questo memorabile avvenimento.

INDICEDedicaPag.3Prima rivoluzione di Milano”7Giuramento di Pontida”11Battaglia di Legnano”16Girolamo Olgiati”26Spagnuoli, Francesi e Tedeschi, o il giro di tre secoli”31Gli ultimi 34 anni della dominazione Austriaca”46Notaintorno alla censura del cessato dominio Austriaco”49”   dei fatti successi in Settembre 1847”52”   dei fatti successi in gennaio, ed altri che precedono la rivoluzione”55Le Cinque gloriose giornate, coi fatti successi durante i medesimi, la corrispondenza tra il maresciallo Radetzky e i Consoli esteri, Lettere segrete dell’ex Polizia, ecc. ecc.”66La vittoria”158Notaintorno alcuni distinti individui”176Altre atrocità commesse dagli Austriaci”190Rivoluzione delle Provincie”202IlTe Deumper la scacciata degli Austriaci”208Le pompe funebri pei martiri della patria”211Cenni necrologici di alcuni martiri della patria”222Inni diversi”231Documenti citati nell’opera”237Ai Lettori”277

NOTE:[1]Bianchini, Cose rimarchevoli della città di Novara, p. 36.[2]Quest’avvenimento non fu veramente nè di gloria all’Imperatore, nè di biasimo a Milano. Con un’armata immensa, atta a conquistare un regno, doveva certamente prendersi una città abbandonata e sola in mezzo a tanti e sì potenti aggressori. Nè l’Imperatore scortato da tanti e sì poderosi mezzi, allora mostrò quel vigore militare che caratterizza un gran generale.Verri, Cap.vii.[3]Govean,Il Giuramento di Pontida.[4]Verri, Muratori, Govean ed altri.[5]Verri, Cap.viii.[6]Felice Govean,L’Assedio di Alessandria.[7]Costò ben caro a Federico II l’aver ritentato contro di noi la sorte del Barbarossa, suo avolo, non avendo guadagnato alla fine che di rendere celebre e rinomata anche laCoorte degli Incoronaticondotta da Enrico da Monza, e la compagnia di eletta gioventù dei dintorni di Trezzo diretta da Ottobello Mairano o Mariano, dal quale si riportò strepitosa vittoria nelle vicinanze di Cassino Scanasio.[8]Govean, laBattaglia di Legnano, pag. 8 e seg. Torino, tipografia Baricco ed Arnaldi, 1848.[9]Stando però alla storia troviamo che Federico non rimase fra gli estinti sul campo di Legnano, ma che cinque giorni dopo mentre si facevano accurate ricerche della sua salma e l’imperatrice sua moglie vestiva a lutto, comparve quasi per incanto nella città di Pavia vivo e sano tutto baldanzoso ed involto nel suo manto imperiale. Da questa terribile sconfitta conobbe però Federico il bisogno di riconciliarsi col Capo della Chiesa, e più tardi colla pace di Costanza lasciò alle città della Confederazione Lombarda il possesso della libertà e dei diritti che da gran tempo avevano, riservando a sè l’alto dominio con alcune appellazioni.L’autore.[10]Ai 14 agosto del 1339 fu riconosciuto Signore di Milano, dopo che erasi distinto in molte guerresche imprese viventi i fratelli ed i nepoti. Dapprima ebbe compagno nel potere Giovanni suo fratello, che vi rinunziò spontaneamente per essersi dato allo stato ecclesiastico. La durezza del governo di Luchino forma un mirabile contrasto con quello di Azzone, e fu perciò causa nel 1340 di una congiura ordita da due Aliprandi e da Francesco Pusterla, con intenzione di porre in luogo di lui i suoi nipoti, figli del suo fratello Stefano. La trama fu scoperta: i due Aliprandi vennero lasciati morire di fame, ed il Pusterla perì sul patibolo colla moglie e due figli adolescenti. Da indi in poi Luchino divenne vie più crudele, e da quel momento la camera ove dormiva fu sempre custodita da due enormi cani. Egli morì di veleno procuratogli dalla moglie Isabella dal Fiesco, donna sfrenata ne’ suoi amori.[11]Barnabò, al dire degli scrittori contemporanei, fu crudele perchè avaro, superstizioso perchè immerso nei delitti.[12]Milano osservato in tutte le sue vicende dall’epoca della sua fondazione, fino all’istallamento del nuovo governo della repubblica Italiana, di G. D.[13]Morto nell’anno 1447 il duca Filippo Maria Visconti, la famiglia sovrana di questo nome si spense, e la città di Milano si trovò divisa in vari partiti. Vi era chi voleva darsi al Re di Napoli, che Filippo Maria aveva dichiarato nel suo testamento successore al ducato; chi allo Sforza, perchè era marito di Bianca Maria (figlia naturale del duca), e perchè questo guerriero poteva liberare la città dal nemico con lo strano suo indomabile valore; ed altri partiti tendevano invece a proclamare loro signore il Duca di Savoja, fratello della vedova Duchessa, amata e venerata da tutti per le sue virtù. Ma i partigiani del re Alfonso in sulle prime emersero sugli allri, a cagione che alcune squadre di Aragonesi state spedite in ajuto del Duca sotto il comando di Raimondo Boysì, entrarono nel castello e nella rocchetta, ed i capitani ducali Guido Antonio Manfredi da Faenza, Carlo Gonzaga, Lodovico dal Verme, Guido Torelli ed i fratelli Sanseverino, giurarono concordemente ad Alfonso devozione e fedeltà. Compiutisi frattanto i tumultuosi funerali del duca Filippo Maria, gli affari politici presero un ben diverso aspetto. Antonio Trivulzio, Teodoro Bosso, Giorgio Lampugnano e Francesco Cotta, personaggi tutti che avevano molta autorità nella patria, conosciuto il vero stato delle cose rivolsero ogni cura al debito provvedimento e convocati tosto i cittadini delle sei porte e dei quartieri della città, li persuasero a non sottomettersi ad alcuno, poichè uomo non v’era che arrogar si potesse su di loro validi diritti. Elessero quindi per ciascheduna porta quattro deputati, col cui voto formarono un supremo consiglio ed un governo repubblicano. I deputati che ascendevano al numero di ventiquattro, dovevano esser rinnovati ogni due mesi, ad esempio della repubblica di Firenze, e denominarsicapitani e difensori della libertà. In appresso i Milanesi sentirono il bisogno dell’elezione di un capitano generale, che con valore positivo in prima, e poi colla fama di fatti celebri incutesse spavento ai vicini nemici, e precipuamente ai Veneziani, che più degli altri li tormentavano. La scelta non poteva cadere che sopra il conte Francesco Sforza, uomo nel quale concorrevano tutte le qualità e prerogative personali per richiamare sovra di sè lo sguardo di una potenza qual’era lo Stato di Milano. Oltre che Francesco era in grido del miglior capitano del suo secolo, era capo di un esercito, le cui bandiere venivano ognor salutate dalla vittoria.[14]Vedi in fine documento I.[15]Vedi documento n. II.[16]A proposito di libertà di stampa è necessario, sebbene fuori del mio assunto, il far conoscere quanto piccola ed insofferente fosse divenuta la nostra Censura sotto la direzione del signor Ragazzi Questo zelante interprete delle disposizioni del cessato dominio Austriaco, già commesso di Polizia a Pavia, ove dovette battere una vergognosa ritirata per salvare la vita minacciatagli dagli studenti, ebbe pochi giorni prima della Rivoluzione la conferma di capo della Censura ed il titolo di consigliere imperiale, con l’aumento di qualche centinaja di fiorini, premio delle sue ribalderie. Egli si vantava che avrebbe messo l’ordine alle stamperie di Milano, che il numero era esorbitante, e che dovevasi ridurle ad un terzo; che le opere erano perniciose; e n’aveva ben ragione parlando di quelle che si stampavano a Milano, perchè ad eccezione di pochi articoli di giornali, il resto non era che qualche traduzione ed altro di nessuna importanza. Ma non voglio narrare che un fatto mio, mentre pel corso di nove anni ebbi sgraziatamente a dipendere da quest’ufficio, e se dovessi pubblicare tutti i commenti, annotazioni, osservazioni, ec., avrei da far ridere per qualche ora gli amici. Nel novembre 1846 presentai un mio articolo a quest’ufficio per essere licenziato: ma dopo lungo esame mi fu rimandato coll’a tergo: L’Imperiale Regia Censura non è autorizzata a permettere la pubblicazione del presente articolo. Non sapeva a chi rivolgermi. M’informai da un impiegato della stessa Censura, il quale mi disse:può rivolgersi all’Eccelso I. R. Governo, o meglio all’Ufficio Generale di Vienna. Accettai questo secondo partito, ed approfittandomi d’un amico che si portava a quella capitale gli consegnai lo scritto e glielo raccomandai caldamente. Egli l’affidò ad uno di quegli agenti aulici, il quale mi promise, dietro un pattuito premio, che mi avrebbe servitostatim. Passarono alcuni mesi e nessuna risposta. Finalmente venne spedito colla massima segretezza al Governo di Milano, il quale lo mandò alla Polizia, e quindi alla Censura per le informazioni. La Censura di Vienna domandava laragione perchè non si dovesse permettere quell’articolo: la Censura di Milano intese la domanda? il lettore lo giudichi dalla risposta.Il signor Tettoni è persona comperata dal sig. N., parla pubblicamente in teatro ed in caffè che si è fissato di farla dire a quest’I. R. Censura. Questo è quanto si ha l’onore di partecipare, ec. Quant’analogia alla domanda! Questa risposta fatta colla massima cautela venne letta, copiata e trasmessami dal mio incaricato di Vienna. La suprema Censura credette bene di non restituirmi più l’originale, nè di parteciparmi le disposizioni in proposito.In altra occasione però anteriore a questa, essendo stato favorito dalla stessa suprema Censura, feci le mie meraviglie coll’ex marchese Ragazzi, e questi mi risposeesser avvenuto perchè i Viennesi non intendevano l’italiano.Era giunto a tale il rigore della Censura, che oltre alle ristrettezze per quanto si stampava nel paese, restava assolutamente proibita l’introduzione dei fogli politici stampati all’estero, e segnatamente quei di Piemonte, di Toscana e dello Stato Pontificio, dopo l’esaltazione del Sommo Pio al Soglio di Pietro; le grandi opere di Gioberti, le tragedie di Nicolini, gli scritti di Balbo, Azeglio, Mazzini e Petiti; le poesie del Giusti e di Berchet, e di tant’altri che per ogni dove sorgevano a predicare l’indipendenza e l’unione Italiana, portava a chi li possedeva una condanna criminale se cittadino, lo sfratto di tutti gli Stati se forestiero.[17]Il giorno 8 di settembre è consacrato dai Milanesi alla festa della Natività di M. V. titolare della loro cattedrale. A solennizzarla con maggior lustro ed anche in onore del nuovo Arcivescovo, si volle rinnovar quell’istessa illuminazione della piazza del Duomo e della piazza Fontana colla quale aveva tre giorni prima condecorato il di lui solenne ingresso in questa Metropolitana. Quando verso le ore dieci e mezzo parecchi cittadini venendo dalla porta Ticinese accompagnati da gran folla di popolo procederono fino alla piazza del Duomo, cantando l’inno di Pio Nono. Fermatisi avanti ilCaffè Reale, oracaffè Pio IX, rinnovarono quel cantico.—Quivi le guardie di Polizia, istigate dal conte Bolza, si fecero avanti per impedire che si proseguisse di cantare. Si venne alle mani, ed a’ nostri riescì di far fuggire i poliziotti. Di poi tranquilli s’avviarono alla piazza Fontana, e dopo di aver gridato viva Pio Nono, viva l’arcivescovo Romilli, ricominciò nuovamente il lieto canto. Allora si mosse la truppa a cavallo e collo squadrone sfoderato tentò dissipare il popolo che affollatissimo si traeva sotto le finestre dell’Arcivescovo per applaudire.—Non trovando possibile il farsi strada nella calca i soldati diedero di sperone al cavallo, e minacciando e ferendo giunsero a farsi largo fra le disperate grida delle donne, dei fanciulli, degli uomini tutti inabili alla difesa, mentre non erano provvisti nè anche di un bastone. A tanto spettacolo atterrito Monsignor Arcivescovo dovette discendere sulla piazza accompagnato da altro sacerdote, e procurò con acconce parole di manifestare il suo contento all’amato gregge per quelle dimostrazioni, pregandolo a volersi contenere e ritornare alla propria abitazione. Da un lato parole consolanti, dall’altra minacce e sfogo di rabbia; fino a tanto che Monsignor Arcivescovo fu costretto di far entrare la truppa nel cortile del suo palazzo. Più di trenta rimasero feriti e tutta gente che fuggiva, siccome fece provato l’esser feriti o nelle spalle o nella schiena. Altrettanti furono malconci dall’urto della folla, il negoziante Ezechiele Abate restò morto non d’asfissia, come asserì la Gazzetta di Milano, ma da una percossa datagli nel petto da un agente di Polizia, ed a una donna fu tagliato un’orecchia.Un articolo pubblicato nellaGazzetta di Milanodel giorno 9 di questo mese, invertendo la cosa a suo modo, fece di questa scena il più scellerato quadro in nostro svantaggio. Speriamo ora che l’Italia è fatta libera, sarà pur libera la Gazzetta del signor Lambertini, e non costretta a pubblicare articoli infamanti la sua nazione ed i suoi concittadini, siccome usò in questi ultimi mesi.Per alcune sere la Polizia di Milano raddoppiò le sue pattuglie. Armati a cavallo, armati a piedi, tutti dovevano minacciare, ferire, ed i vili non ardivano di attaccare la gioventù attruppata sugli angoli della città ad aspettarli. Inveivano contro i fuggitivi e contro quelli che soli e tranquilli si portavano alle loro case. Valga questo fatto per mille ch’io potrei narrare. Certo signor Olgiati, persona proba e benevisa da tutti i suoi conoscenti, la sera del giorno 11 ritornando dal Teatro alla Scala alla sua abitazione in contrada di S. Romano, attraversando il corso s’incontrò in una pattuglia che correva dietro ad una famiglia fuggente. Soffermatasi all’arrivo dell’Olgiati, lo minaccia: egli tenta fuggire, ma essi con un colpo di moschetto lo atterrano e quindi gli danno tre puntate di bajonetta che fortunatamente poco più gli faceano che scalfirgli la pelle, difeso da un fascio di carta che aveva nella tasca dell’abito dinanzi al petto. Riavutosi dallo spavento si portò a casa, ed il giorno dopo avendo dirette le sue querele ed alla Polizia ed al Governatore, non gli fu dato ascolto, e poco mancò che non lo trattassero da mascalzone e da malvivente.[18]Il malcontento per la tracotante superchieria del governo e della Polizia austriaca andava di giorno in giorno serpendo negli animi degli abitanti del regno Lombardo-Veneto. I Giornali italiani ed esteri procuravano di farci comprendere il bisogno di stringerci, di unirci insieme, di distruggere quelle gare municipali che pur troppo furono causa di tanti danni, per poi scacciare il comune nemico. I primi a darne l’esempio furono i Piemontesi. Il Re Carlo Alberto, il solo principe italiano, vide il suo Stato in via di progresso stabile e costante, e seguendo i moti del suo cuore, uniformi ai principi politici dell’immortale Pio IX, volle con le più ampie concessioni riformarlo e metterlo a livello delle più incivilite nazioni d’Europa. Ed allora le città, i borghi ed i villaggi della monarchia Sabauda, dimenticandosi i torti sofferti a’ tempi delle fazioni, che le mantennero in continuo odio fra esse fino a questi giorni, si scambiarono le bandiere, si perdonarono le offese, tra le più esultanti feste di gioja giurarono stretta unione e vera fratellanza, avendo compreso la gran massima che nell’unione sta la forza.Allora gli amici della buona causa italiana vollero vedere se anche nelle provincie Lombardo-Venete si sarebbe compreso il bisogno d’unirsi. Era necessaria una dimostrazione manifesta, e si deliberò l’abbandono dell’uso di fumare. Un gran sacrificio doveva costare agli abitanti, poichè troppo invalsa era fra loro questa sconcia consuetudine che fruttava cinque milioni annui all’austriaco erario. Pur nondimeno tosto che questa deliberazione venne detta fra amici, essi la propagarono e dalla capitale passò nelle provincie, e quindi nei piccoli paesi e villaggi sino nel Tirolo Italiano, per modo che tutta la popolazione giurò in secreto che l’ultimo giorno di dicembre 1847 sarebbe stato l’ultimo per l’uso della pipa. Per facilitare la diffusione del gran patto si fece litografare l’avvertimento popolare che riporto tra i documenti il n.oIII.La Polizia di Milano che consumava parecchie centinaja di migliaja fiorini in ispionaggi, resa consapevole di questo accordo, stette in aspettativa che si avverasse il fatto e come giunse il 1.ogennajo fu convinta della realtà. La politica di quest’officio inquisitorio inappellabile fu sempre quella di voler ridurre la popolazione con mezzi turpi e violenti a schiavitù. Ora ecco l’argine ch’essa credette opporre al torrente: il giorno due, a mezzodì fece aprire le prigioni ad una turba di malviventi e di gente perduta, ingiungendo loro di andare in frotte fumando e provocando con ogni pretesto tumulti e collisioni fra la tranquilla popolazione, ed a meglio ottenere l’intento li fece regalare quattro zigari e tre lire austriache per ciascheduno. A questi ribaldi si aggiunsero le pattuglie, destinate a proteggere l’ordine e la vita del cittadino, cui si dava novello incarico di commettere turbolenze e prepotenti arresti. Pattuglie a piedi, a cavallo di tutte le nazioni soggette all’Austria e poliziotti, percorrono le vie più popolose, insultando, minacciando, percuotendo ed arrestando persone d’ogni qualità e d’ogni sesso. Fra gli arrestati vi fu pure il nostro podestà Gabrio Casati, mentre arringava al popolo consigliandolo a quiete e prudenza. La nuova di questo arresto fece ricapricciare i cittadini che giurarono in un momento di vendicarne l’affronto.Questo illustre cittadino sostenendo la primaria carica municipale con varie prove di virtù seppe acquistarsi l’affetto di tutti i Milanesi, che in lui salutano un padre, un amico, ed un degno rappresentante e sostenitore dei diritti municipali, ed ultimamente il primo motore della liberazione della patria. Sia bastante prova del suo zelo, del suo amor patriottico la protesta con cui il 9 febbrajo reclamò dal Governatore della Lombardia contro l’iniquo abuso di potere verso alcuni cittadini. Vedi documento n.oIV.Il podestà Casati, cui s’erano aggiunti gli assessori Crivelli, Beretta e Bellotti, personaggi franchi ed energici, trovatisi davanti al Direttore di Polizia, esposero con parole di calda verità e di libero sfogo la misera condizione del paese, gli insulti, le vezzazioni e le persecuzioni di che i cittadini erano fatti scopo; e l’assessor Beretta aggiunse francamente esser opinione generale che la provocazione di tal trambusto partisse dalla Polizia; proposizione questa che mise il Direttore su tutte le furie; ma non si ebbe altra soddisfazione. In tutta la notte si continuavano le provocazioni e gli arresti, per modo che al mattino le prigioni erano talmente stipate di gente d’ogni età e d’ogni condizione, che gli stessi commissari esaminatori ne facevano le più alte meraviglie (Ultimi fatti di Milano ne’ giorni 2, 3 e 4 gennajo. Losanna, 1848), e così terminò quell’infausto giorno. Il mattino seguente si pubblicò sugli angoli più frequentati della città l’avviso della Polizia che riporto tra i documenti al n.oV, il quale destò ne’ cittadini la più alta indignazione.Fino al mezzodì di questo giorno non si lasciava presagire sinistri incontri. Se non che all’apparire delle pattuglie il popolo si affollò e l’agitazione cominciò più fervente del giorno prima. Dal castello alla Polizia correvano alquanti messaggi, e tra Radetzky e Torresani si va tramando l’esterminio della città. L’istessa paga e lo stesso regalo che si diede il giorno precedente si rinnovò pure in oggi non solo agli scarcerati, ma ben anco ai soldati di linea delgrande impero, che frammischiali ai ladri ed ai borsajuoli vanno a scorribandare per la Corsia de’ Servi. «Verso le cinque ore Milano (scrive l’autore degliUltimi fatti di Milano) fu invasa da parecchie centinaja di soldati, quali per una via, quali per un’altra accorrenti al Corso maggiore: cavalieri e fanti col zigaro in bocca, colla sciabola snudata, irrompano sulla quasi muta moltitudine, e menando colpi alla cieca, offendono qui un braccio, là un cranio, più in là un tergo; e siccome l’ubbriaco s’infervora nella ferocia, mano mano che essi ferivano, più le ferite divenivano profonde, più i colpi lesti e vigorosi. L’inerme popolo così repentinamente assalito grida: non pensa alla resistenza perchè non sa se invece di cento non siano mille, dieci mila. I fanciulli strillano, le donne svengono, i vecchi cadono; e sui fanciulli, sulle donne, sui vecchi, la tedesca ebrietà si disfoga. La carneficina è fatta generale: nè v’è salvezza per alcuno, imperocchè in tutta la folla non v’ha nè una spada, nè uno de’ tanti stili che la fantasia de’ sciocchi romanzatori impresta sempre agli Italiani. Questo nefando assassinio si commetteva in faccia alle tranquille pattuglie sulla Corsia de’ Servi. La moltitudine guatava intorno trasognata ma non fuggiva. Dappertutto i devastatori incontravano un muro vivo di gente, la quale comecchè inerme, li sfidava. Uno di que’, che non osiamo ormai chiamare soldati, inviperito dal nessuno spavento prodotto, acciuffa un fanciulletto di undici anni, spazzacammino seminudo, lo atterra ginocchione, e lo vuole costringere a fumare, il fanciullo ricusa d’obbedire; l’altro insiste, e il generoso undecenne rimane fiero e rincaponito rimpetto alle minacce; e qui la penna a ritroso scrive che quel fanciullo ebbe spaccato il cranio da ripetuti fendenti di sciabola, ed orridamente mutilato le membra. Poco oltre verso la Galleria De-Cristoforis passava un Manganini, consigliere, frequente convitato a’ pranzi di Torresani, aulico inquisitore in una delle tetre commissioni austriache contro i carbonari; lo stesso Salvotti non che il Manganini avrebbe ricapricciato assistendo ai fatti che insanguinavano le vie di Milano; perciocchè l’ottuagenario consigliere fremendo alla vista di quelle barbarie della soldatesca, parlò come parla il cuore nei momenti che l’interesse ed il calcolo lo lasciano parlare. Di repente, il vegliardo viene agguantato da un militare, che percuotendolo gli ingiunge di tacersene, da quel povero vecchio ch’era. Ma il povero vecchio che forse in quell’istante ricevette da Dio la redenzione alle antiche viltà commesse, ripetè tremante per la collera che egli, il soldato che l’aveva ingriffato e tutti i suoi compagni erano altrettanti assassini: e tanto bastò perchè due terribili colpi di sciabola gli partissero il capo in due, e stramazzone piombasse a terra. Al caldo cadavere tosto intorno s’agglomerano sinistre persone, una delle quali fu vista, da due testimonj che noi potremmo citare, introdurre nella scarsella sinistra dell’abito del giacente uno stilo; il quale stilo doveva poi figurare con pompa nei rapporti della Polizia, ed autorizzare le sfacciate menzogne dell’Allgemeine Zeitung.»«Gli ubbriachi andavan menando colpi a dritta e mancina contro le persone, e tanta era la rabbia del ferire, che le lame urtavano perfino ne’ muri, nelle porte, nel selciato. Nella bottega di un noto librajo, rimpelto alla Galleria De-Cristoforis (Carlo Turati), gli assassini entrarono, ferirono qual poterono aggiungere, e poi furono visti, da un giovine che si rannicchiò sotto al tavolo dell’officina, trinciare colpi disperati contro le scanzie, contro fogli di carta disposti di fila in fila, contro libri quasi consapevoli che la stampa dev’essere la ruina di chi protegge consimile soldatesca.»«Il dì andava imbrunendo. Nelle altre vie della città radi ma forse ancora più brutali, alcuni soldati s’erano sparpagliati a diffondere parte di quel terrore che sulla corsia dominava. Due o tre di essi, nel mentre che il resto dell’orda ferendo e percuotendo batteva il corso di Porta Comasina, entrarono in una bottega di povero rivenditor di vino, tagliarono una mano al padrone che l’aveva sposta fuor dell’imposta; abbrancò l’uno la moglie, l’altro la figlia, e d’inenarrabili insulti ricoprirono ambedue; ed un terzo scese nella cantina, bevvè quanto e più che voleva, e risalì barcolando, lasciando tutte le botti sbarrate, e così tutta la sostanza del poveretto sperduta. Nell’ampia via dell’Orso la masnada pareva più ebbra che altrove: due perseguono un onesto cittadino: questi fugge entro una casa, oltrepassa la dimora della portinaja, e sale la prima scala che gli si offre: i due persecutori nella loro furia non veggono quasi che fra loro ed il fuggente v’ha un cancello di ferro: entrano nell’uscio a manca e vogliono inoltrarsi: la portinaja s’oppone all’invasione, ed ha chiuso il secondo uscio che mette al cortile:Aprite Italiana! gridano quei feroci dando color d’insulto a sì nobile parola: ma quella si tien salda. Di repente essi si arrestano a guardarla con disonesto sogghigno. Duro caso fu ch’ella fosse una bella giovinetta di circa 18 anni. I malandrini vollero bruttarle la faccia con baci puzzanti di fumo ed acquavite, ma perciocchè ella opponeva loro viva difesa, la arrestarono e via trascinarono incatenata come ribellata alla legge. Sappiamo per certo che non se n’è più potuto aver novella: la disperata madre è corsa dal padrone di casa, il padrone dal parroco, il parroco alla Polizia; tentennamenti di spalle, ed un che vuole? sono tutte le soddisfazioni che una madre ha potuto avere».«Nell’osteria detta dellaFoppasi contaminò, e poscia si ferì una donna: la stessa padrona ricevette colpi di fendente; un fanciullo che strillava troppo forte ebbe tagliato un braccio; un’infelice ch’erasi ricoverato nella cantina fu ucciso con più di dodici colpi: e per giunta il poco denaro che si trovava nel piccolo forziere del tavolo della cucina fu involato; diciamo in fra parentesi che questo sintomo di ladroneccio si manifestò quasi generalmente. L’ortolano de’Fate-bene-fratelliebbe rotta una gamba da un colpo di fucile per aver dimostrato orrore di simile strage.»«La strada Sant’Angelo fu teatro di tremenda tragedia. Gli operai del fabbricator di carrozze Sala, compiuto il lavoro se ne ritornavano tranquilli alle rispettive loro abitazioni; forse essi non sapevano pure la strage che correva le vie di Milano. Giunti presso la caserma di fanteria, già pria chiostro di Sant’Angelo, si vedono repentinamente impigliati fra due schiere di soldati armati di fucile con bajonette, ed odono parola che ordina d’investirli senza misericordia. Spaventati si sbandano disordinatamente, ed ogni fuggente s’ode alle terga un feroce branco d’inseguenti. Uno de’ miseri venne confitto contro un albero, e già esanime, la bajonetta andò passando e ripassando il corpo suo; un altro venne massacrato sotto una panca di bottega nella quale aveva cercato rifugio: nove altri furono feriti alle spalle; di diciotto che erano, sette soli riescirono a scamparsela».«Se l’orrore non fosse già abbastanza efficace noi potremmo venir qui narrando altri molti fatti, di donne vilipese, di mercanti svaligiati, e poi appesi col capo all’ingiù nella loro stessa bottega, di mutilazioni nefande, d’atti insomma soprannaturali di ferocia: ma noi non registriamo che fatti di cui abbiamo fondata certezza: e davvero sono fatti che ammettano più incredulità che se fossero inventati».«Singolare destino è che fra i morti la maggior parte fosse di tal qualità, qual certo non l’avrebbe voluto la Polizia: il vecchio Manganini a lei devoto; il cuoco di Ficquelmont; un operaio del Sala, padre di sei figli; un fanciullo, una donna, e va dicendo. Ricordiamo pure qui con orrore due circostanze: l’ordine preventivo (!!!) mandato allo spedale di tener pronti tutti i dottori pei feriti che colà si porterebbero..... e l’avviso dato alla Somailoff di non lasciar sortire di casa le persone di servizio dopo le tre».Tanti nefandi assassinj destarono negli animi dei Milanesi i sentimenti della più alta vendetta. Si giurò in secreto l’esterminio degli Austriaci; non vi dovevano essere più accordi fra noi e loro. Non vi ebbe che un voto:gli Austriaci dovranno abbandonare non solo la Lombardia ma tutta intera l’Italia. I nostri fratelli, di questa bella nazione prediletta dal sole, si commossero alle nostre sciagure, e ci promisero ajuto. Al Piemonte, fatto segno della accanita politica austriaca, si attribuiva l’origine delle tante dimostrazioni che ad ogni giorno ad ogni ora si andavano facendo. Il teatro alla Scala, unico sito di convegno della più alta Società di Milano, fu abbandonato, non vi fu un divertimento straordinario, non una festa da ballo, non una soirée, non un segno di carnevale.Ed intanto che si fa, che si spera? petulanti avvisi della Polizia si leggono affissi ed accomunati coi sinceri proclami del Municipio, e colle menzognere parole dell’ex Vicerè. Vedi il citato documento n. V, ed i numeri VI, VII e VIII. Si voleva una soddisfazione: invano la dimandano il nostro Podestà e gli Assessori municipali. L’insulto alla popolazione fu pubblico, pubblica ne doveva essere l’ammenda: ma no, le ricompense tutte furono per gli assassini, per noi le carceri, gli esili e tutti gli avvilimenti. L’ex Vicerè, Torresani e Radetzky si scambiarono vicendevolmente le loro congratulazioni, gli agenti della Polizia ebbero larghe rimunerazioni, ed il Feld-Maresciallo esponeva a’ suoi soldati, coll’Ordine del giorno del 18 gennajo, la persuasione del suo Principe di conservarsi il regno Lombardo-Veneto fidando nella sua spada e nel valore delle truppe, di cui avevano già date belle prove in settembre e nei primi di gennajo. V. documento n.oIX.Il Corso Francesco sì perchè ricordava i tristi avvenimenti del gennajo e sì per il nome che portava divenne odioso a tutti i buoni cittadini, i quali si rivolsero a Porta Romana, e quivi incominciarono un nuovo corso che denominaronoCorso Pio IX. L’universale scontentezza obbligò la Congregazione Municipale di Milano, sulla proposta fatta dal signor Nazari, Deputato alla Centrale, a stendere una supplica a Ferdinando I, nella quale si mostravano i difetti della pubblica amministrazione ed il modo di correggerli. Fu spedita al trono coll’organo vicereale, ed in pendenza delle risoluzioni sovrane il fermento nel popolo andava crescendo. Un giorno si stabiliva un’adunanza per assistere secretamente a’ divini uffici che si facevano celebrare per le vittime della rabbia tedesca. Un altro giorno un gran concorso alla Scala per festeggiare la Costituzione che gli altri principi italiani davano a’ loro sudditi, e via discorrendo.—Il Vicerè con un secondo proclama invita alla quiete assicurando che egli teneva le redini del governo, e che avendo inoltrato nelle vie legali una dimostranza all’imperatore si lusingava di veder esauditi i voti dei Milanesi. Vedi documento n.oX. Ma questo secondo proclama acquistò minor credenza del primo, e non andò molto che ci persuademmo del vero. Dopo alcuni giorni un proclama di Ferdinando I, spedito da Vienna, ci avvertiva che l’imperatore aveva sempre trattato il regno Lombardo-Veneto come tutti gli altri Stati della Monarchia, e conchiudeva che in ogni caso egli confidava nel valore e nella fedeltà delle sue truppe, saldo baluardo del trono, e nella maggioranza della nazione. Vedi documento XI, al quale tien dietro il n.oXII dell’ex imperiale regio governo.Frattanto la notizia giunta in Milano della vittoria riportata dai Palermitani sulle truppe del re recò grande consolazione a noi. Erano Italiani depressi e conculcati quanto noi, che si erano levato il giogo dal collo. A dimostrare la nostra gioja si cominciò col recarsi alla cattedrale per ivi recitare in nostro cuore ilTe Deum. Più di 16 mila furono, a detta dei più, gli accorrenti, e ben più di 150 carrozze furono da me contate, che colle spalle voltate verso il palazzo di Corte erano fatte segno di un commesso di Polizia, il quale colla matita ed un pezzo di carta andava enumerandoli; ed io facendo mostra di arricciarmi i mustacchi potei girargli intorno e leggere su quella carta i marchesi B.... e V.... il primo con tre carrozze, ed il secondo con due. E sull’interno della cattedrale, che assiepata di gente non lascia luogo a far un passo, che si fa? La Polizia che ne era stata avvertita, fece vestire daLionsduecento sgherri ed armatigli di stili ingiunse loro di cacciarsi nella folla, di eccitar tumulto con grida sediziose, e nello scompiglio di ferire a destra ed a sinistra. Il colpo tuttavia andò fallito; ma per questa mascherata spese la Polizia la somma di 7000 lire austriache.—In appresso per maggiormente manifestare la nostra contentezza si adottò un cappello alla foggia de’ Calabresi, e la Polizia sempre più insospettita contro di noi, sollecitamente pubblica un avviso con cui si proibisce assolutamente l’uso di tal sorta di cappelli, come qualunque altro distintivo (V. documento n.oXIII), e fatti domandare tutti i cappellaj li volle obbligare a ritirarli sotto severe pene. Ai cappelli colla piuma si sostituì l’antica forma, mettendovi però una piccola fibbia d’acciajo sul davanti, e da alcuni si faceva inoltre una piuma collo stesso pelo del cappello. Non andò guari che due proclami ci pervengono da Vienna. L’uno guarentisce la Polizia contro qualunque diceria del popolo, e le affida un assoluto potere, l’altro istituisce il giudizio statario pei delitti politici, la cui procedura sommaria non doveva oltrepassare quattordici giorni a contare da quello in cui l’imputato si presentava all’esame, e portava la pena di morte da eseguirsi colla forca. (V. documenti n.oXIV e XV.)Non la sola Lombardia si scosse ad una sì vandalica legge, ma l’intera penisola, la Francia, l’Inghilterra. Quest’ultima nazione col mezzo del suo ministro Lord Palmerston dirigeva verso la fine di febbrajo ai primi di marzo una nota all’ambasciatore inglese a Vienna, con cui gl’imponeva di far valere tutta la sua eloquenza e buon giudizio, onde indurre il Gabinetto di Vienna a cambiar sistema nell’Austria, onde conciliarsi tutti li diversi Stati della Monarchia e non aspettare che una rivoluzione sorgesse in danno della Monarchia stessa. L’Austria tuttavia fece la sorda, sempre confidente nelle sue truppe, nei mezzi che la provvidenza gli somministrava aspettava di piè fermo che la nostra pazienza si stancasse. Non erano però di questo parere l’ex Vicerè ed il Feld-Maresciallo. Il ministro Ficquelmont li aveva avvertiti che noi si armavamo, che la nostra pazienza aveva toccata la meta. E come non accorgersene? La nobiltà aveva abbandonata la Corte. Il teatro alla Scala, come abbiamo veduto, abbandonato dai nostri cittadini e frequentato solo dagli uffiziali del presidio austriaco si chiamavaCaserma alla Scala; l’allontanamento da qualunque dimostrazione che desse il più piccolo indizio di contento o di attaccamento alla Corte era generale. Il Carnevale (per essere state proibite le feste, maschere, ecc., come dal documento n.oXVI) si terminò col martedì in luogo della domenica a significare così l’osservanza del rito romano, nonchè dall’ambrosiano, e una maggiore osservanza a Pio IX, e via via dicendo che non la si finirebbe più.Il Vicerè intanto apparecchiasi ad una partenza colla sicurezza che non avrà più ritorno. Egli fa incassare tutto quello che può e suo e non suo, sopra diverse carra che lo precedono verso Verona. Radetzky pensa di chiudersi in castello, e ad onta delle proteste del Municipio (V. documento n.oXVII) fa erigere alcuni fortini intorno ad esso. Graziosa fu la satira o piuttosto profezia che riporto, esposta dai Milanesi sopra alcuni angoli della città e del castello in occasione di questa fabbrica:Porchi de Todisch!El savì che si mal vist:Vorri fabbricaaChe si minga vi alter i padron de caa:Cosa serva che tribulee,Che prima de Pasqua avii de fa S. Michee.Molti altri accidenti, che precedono la rivoluzione avrei a raccontare, i quali a danno della verità vennero svisati dalla nostra Gazzetta privilegiata: ma se dovessi entrare a fatti particolari sarei infinito; mentre ben pochi sono quelli di un ceto distinto che non ebbero a soffrire perquisizioni della cessata Polizia austriaca. Tra questi sarebbero i due fatti successi il 12 e il 14 febbrajo, narrati falsamente dalla suddetta Gazzetta, l’esclusione degli Studenti all’intervento dei funerali del professore di filosofia dottor Carlo Ravizza, come pure molto vi sarebbe a dire delle stragi commesse a Pavia ed a Padova, ma sarebbe un correre oltre il segno, avendo io promesso di parlare solamente degli avvenimenti di Milano.[19]Vedi documento n.oXVIII.[20]Fra i primi che accorrevano al ex palazzo Governativo alla testa di una distinta squadriglia, fuvvi il doltor fisico Paolo Rossignoli. Egli colle armi che gli somministrava l’amico Ercole Durini toglieva la vita e le armi ai soldati ivi di guardia. Quindi impossessatosi della carrozza dell’Arcivescovo, faceva la prima barricata dal lato di S. Maria della Passione. Si portò poscia alla bottega dell’armajuolo Colombo, ove potè armare la sua squadriglia. Indi, facendo barricate, si avanzò sul piazzale delle Galline, ed ivi trinceratosi con quattro barricate fatte colle vetture del Marzari ed innalzato il vessillo tricolore nel mezzo della piazzetta, obbligò di poi il prete della chiesa di S. Protaso a far suonare campana a martello.Alla presa del palazzo di Polizia gli venne ferito al fianco il pittore Tenconi, che medicò in casa Mangili e fece quindi trasportare all’Ospedale. Proseguendo a far eseguire le barricate sino a S. Marcellino, fu ferito, sull’angolo del Lauro, da una palla che gli sfiorò l’ultima costola al fianco destro, da molti Croati appostati sul ponte Vetro nella sera della prima gloriosa e più difficile giornata.La scelta compagnia del dottor Paolo Rossignoli era composta oltre a’ suoi due cugini Franceseo e Giuseppe Rossignoli, dei conti Guido ed Emmanuele Borromeo, di Oreste Zaffanelli, di Carati Enrico, Valentino Rossi, Ermenegildo Fumagalli, Quiroli Bartolomeo, Luigi Zanner, Pellegata Giuseppe, Santino Sando, Angelo Corsi e Fiando fratelli.Il primo che dal Broletto portasse al Palazzo di Governo la bandiera tricolore fu il signor Gio. Battista Grondona, impiegato alla Giunta del Censo. Egli schivò fortunatamente un colpo di fucile direttogli da una delle guardie, stesa, poi morta a terra da un nobile cittadino.Merita speciale ricordanza anche l’avvocato Antonio Negri, che munito di semplice bastone, fu tra i primi a disarmare il corpo di guardia del Palazzo di Governo, e tra quelli che fecero prigioniero O’Donell. In appresso munito di arme da fuoco, a Porta Romana respinse quasi solo una forte mano di Croati; all’Arco di Porta Nuova tra un nembo di palle coraggiosamente avanzando incuorò gli altri; finalmente, benchè ferito in una gamba, salito con alcuni altri sul terrazzino di detto Arco, col molestare continuamente l’inimico contribuì non poco a farlo sloggiare di quel punto importantissimo.Parimente non v’ha dimenticato il coraggioso cittadino Carlo Peroli, che pure con un colpo di pistola al Governo uccise uno dei soldati di guardia; e di là in compagnia del conte Durini, passando alla contrada di S. Paolo fece eseguire la prima barricata in capo a quella contrada, incoraggiando ed obbligando una turba di cittadini a quel lavoro. Trovatosi quindi con alcuni suoi compagni al negozio dell’armajolo Colombo e vedendo che costui cercava di temporeggiare, egli con una leva di ferro sforzò la bottega, ed armatosi potè in compagnia del suo amico Cavalieri perseguitare la truppa che passava per la contrada del Rebecchino. Incaricato del signor Barbò ad andare ai Monforti per liberare uno zio del medesimo, unitosi ad una squadra de’ nostri, volò a levare dall’assedio un vecchio rispettabile. Indi scavalcando colle scale a mano la casa Cicogna, entrò nelle ortaglie, ov’era accampato un corpo di Croati, contro cui combattè. In questo scontro restò ferito il cittadino Mariani.Racconti di 200 e più testimonj oculari.[21]Il signor Giuseppe Nova fece prigioniero il vicepresidente O’Donell, che consegnò al conte Alessandro Greppi. Più avanti avrò occasione di parlare del coraggioso giovine signor Nova.[22]Gli ultimi cinque giorni degli Austriaci in Milano, relazioni e reminiscenze. Milano, tipogr. Borroni e Scotti, pag. 13. Come uno dei primi pubblicati, questo libro manca di qualche fatto, ma non va senza lode per le notizie esatte ed importanti che racchiude.[23]Narra l’autore deiRacconti di 200 e più testimoni oculari dei fatti delle gloriose cinque giornate di Milano, «che uscendo tre carrozze, due a due cavalli, ed una ad un cavallo solo, ed attraversando la piazza dalla parte della contrada Cusani per recarsi al dazio di Porta Tenaglia, staccasi un drappello di cavalleria ussera e si presenta alla portiera scaricandovi diversi colpi di carabina. Nè contento di questo, adopera lo squadrone per finire di sacrificare le vittime che in esse si contenevano. Una delle carrozze a due cavalli prese la fuga dirigendosi verso la casa Dal Verme, e da’ militari stessi venne condotta in castello, attraversando la linea delle piantaggioni; l’altra con un solo cavallo, portatasi a carriera verso la strada che percorreva, tutto ad un tratto soffermossi, e per quanto facesse il vetturale o qualche cittadino accorso in ajuto, non fu possibile di rimuovere dal suo posto il cavallo; la terza soffermossi dirimpetto alla porta del castello, e vi stette per un’ora e mezzo circa, sotto ad una dirotta pioggia, custodita da due usseri, uno per parte della portiera, venne poi tradotta in castello, e verso sera si vide a ritornare il medesimo legno. Asseriscono poi che alla mattina susseguente si trovarono due cavalli morti da colpi di squadrone sulla piazza del castello, e furono riconosciuti i medesimi attaccati al legno fuggitivo. Un cocchiere si vide cadere nel momento che fu assalito; nulla seppesi di coloro che erano nei legni, sendo che i colpi di cannone e della fanteria e cavalleria che trovavasi sulla piazza fecero ritirare tutti gli astanti.IlLombardoin proposito ai fatti della prima giornata ci reca la seguente importante notizia: «Veniamo assicurati che al primo sorgere della nostra rivoluzione, la mattina del sabbato 18 corr., que’buoni galantuominidi Radetzky, Torresani e De Betta avevano formato il seguente piano: ottomila uomini divisi in cento sessanta compagnie di cinquanta uomini ciascuna, dovevano invadere la città e portarsi a saccheggiare duecento case dei più distinti signori di Milano, che sarebbero state indicate dal Torresani, nel mentre stesso che altri sei o sette mila uomini avrebbero tenuto a freno il popolo, impadronendosi delle principali contrade e mitragliando, e fucilando senza misericordia tutti coloro che avessero opposta qualche resistenza.—Se questo piano iniquo ed orribile non fu condotto ad esecuzione, lo dobbiamo all’opposizione energica fattagli dal generale Wallmoden, che protestò non avrebbe mai preso parte a tal azione che infamasse per sempre il suo nome e l’armi ch’ei comandava.—Anche il generale Woyna protestò nel senso medesimo.—Il 20 si trattava di sottoporre il generale Wallmoden ad un giudizio di guerra.»«Furono intercettate due lettere famigliari che reciprocamente si dirigevano i due figli maggiori del ex vicerè del cessato Regno Lombardo-Veneto.—In queste i due Principini ed Arciduchini d’Austria si mostravano più che persuasi, e spiegavano il più vivo desiderio che Radetzky cannoneggiasse la loro diletta Milano con pezzi da ventiquattro, e che domata la rivoluzione facesse piantare due forche, che incominciassero il lungo loro esercizio dall’appiccare quelbaron fottutodel podestà Casati».[24]Narra il citato autore deiRacconti di 200 e più testimoni, che alla testa della gendarmeria precedesse a cavallo il commesso dell’ex polizia Zamarra.[25]Onde non tralasciare i fatti principali e più interessanti che mi guidano sul corso di questi cinque giorni, devo tratto tratto servirmi anche di notizie già pubblicate da altri, molte delle quali erano trasmesse anche a me nello stesso tempo che venivano spedite al raccoglitore Ronchi, e ad estensori di giornali. Fra queste crediamo degna di riportare la seguente narrazione dell’avvocato Michele Cavalleri, abitante nella contrada di S. Pietro alla Vigna, n.o2812. «Alle ore 5 circa del giorno 18 marzo, sentii di repente numerosi colpi di fucile in istrada, quindi due palle che ruppero i vetri della mia stanza e fischiarono poche dita da me discosto.»«Alla novità del fatto, mi avvicinai alla finestra e mi corse agli occhi una numerosa schiera di granatieri ungheresi, difilati lungo la parete opposta della contrada e collo schioppo approntato alla guancia verso tutti i piani della casa. Repentissimi, violenti colpi di scure alla porta, grida feroci lungo la strada, un alto lamento nell’interno della casa mi annunziavano la presenza di una ferale disgrazia.»«Venni nell’attigua stanza e quivi un’altra fucilata: al repentino evento tosto pensai, che in tal guisa si desse principio ad una sistematica distruzione di casa in casa, vedendone gli abitatori innocui, disarmati e ravvolti fra un diluvio di donne e di figli correnti, lagrimanti, stridenti.»«Il servitore mi avvisò, che le scuri avevano già fessa la porta, e che a momenti i soldati irrompevano; non esservi altro scampo che il fuggire attraverso i tetti. Grazie alla generosa opera del cittadino Meresalli, impiegato all’ex-governo, affittuario al terzo piano della casa Piazza, Torre de’ Meriggi, congiuntamente a 16 altre persone, padri e madri di famiglia, avemmo, per una finestra laterale al tetto, ingresso nella sua abitazione, e da questa facemmo passaggio a quella dei conjugi Perelli, abitanti al quarto piano di detta casa, dove ospitalmente ricevuto questo profugo stuolo, ebbe per tutta notte asilo e conforto di cibo: che anzi lo scrivente congiuntamente alla sua famiglia, e ad altro, tutti depaurati dal saccheggio e tutti sotto la legge di morte, per molti giorni ancora fruirono di tale asilo che una benemerente carità aveva con proprio pericolo aperto.»«Appena chiusa la finestra d’ingresso, appena chiuso l’uscio della casa di nostra dimora, i granatieri salirono sul tetto dietro le nostre pedate, collo schioppo alla faccia, determinati ad inseguirci e a far fuoco contro gli usci e le finestre chiuse; quando una voce dei loro diede ordine di fermarsi, non presentando il generale silenzio un sospetto alcuno di nostra vicinissima presenza.»«Fu in questo stadio, che per la seconda volta il certo pericolo di morte ancora più acerbamente portava angoscia all’anima, perocchè noi avremmo inviluppato nella nostra disgrazia i benefattori che ci avevano raccolti.»«Non rinvenuta la preda nella parte più alta della casa, corsero i soldati ungheresi alla più bassa, nelle cantine, dove infatti giacevano occultate donne e numerosi fanciulli d’ogni età.»«Ma essi volevano e cercavano gli uomini, s’avvennero in un figlio del portinajo da tempo infermo, che ferocemente maltrattarono, perchè inabile a sorreggersi. Corsero ai piani di abitazione, gettate a terra le porte, ogni cosa misero a soqquadro, con bajonetta o spada forarono i ritratti, sfracellarono quanto eravi di friabile, gettarono contro terra e con ogni studio di rovina ciò tutto che non poteva levarsi; a colpi di sciabola e scure sforarono i mobili, sfondarono armadj, cassettoni, tavoli; distrussero in una parola quanto loro si presentava davanti, ponendo mano a danaro, orologi, argenterie e lasciando dietro di sè quasi dappertutto un caos di rovine, conducendo però seco loro il portinaio col figlio, il mercante di mobili e due giovinotti.»«Ma qual fu l’origine di tante angoscie e di tanti disastri! L’essere caduta in istrada una griglia dal secondo piano, senza offesa di persona, pochi passi distante da due o tre granatieri. Essi chiamarono a stormo dalla vicina casa del generale in capo Radetzky, e dalla vicina caserma di san Francesco, in modo che quasi 100 uomini di ogni arma e specialmente circa 60 granatieri, vennero a compiere con frenesia ferina tanto ingloriosa impresa.»«Meritano quivi una particolare ricordanza i fatti di due donne di servizio Marianna De-Giuli e Giuseppa Rimondi, che tutti i giorni dalla domenica in poi, attraverso i colpi di fucile che piovevano lungo la linea della mia contrada d’abitazione, incaricavansi di far provvigione per le 32 persone quasi tutte donne e fanciulle che a lei commettevansi per la mancante provvista del vivere: e della cittadina Alessio Giuseppina, maestra di scuola, che nel momento del personale pericolo, non dimenticò l’importanza del suo magisterio, ricevendo di piede fermo l’uffiziale ed i soldati, cui disse, che essendo donna ed educatrice, per propria inoffensività e per incolumità delle proprie educande, aspettavasi esente da ogni militare violenza. L’uffiziale dei granatieri ungheresi, fatta visita al domicilio, rispose congedandosi, che egli non aveva sete che di vite maschili, e dappoi ebbe a dire che era per esso un gran piacere l’uccidere 50 o 60 italiani.»[26]Baracchi,Le gloriose cinque giornate dei Milanesi. Opuscoletto interessante e scritto con molta verità.[27]Vedi atrocità commesse dagli Austriaci durante la rivoluzione di Milano, estratte da documenti officiali.[28]Il 22Marzo, giornale ufficiale, n. I.[29]Ad alcuno sembrerà fuori di posto questa risoluzione del Re Sardo, che a noi non pervenne che il giorno 24, ma quando si avrà riguardo esser ciò successo in seguito alla rivoluzione del primo giorno cesserà ogni censura.[30]Circa alle ore due e mezzo pomeridiane del giorno 22 marzo, una grossa palla di spingarda, distrusse in parte una torretta di camino nella casa dello stesso Signor Uboldo in Pantano.[31]Intorno alle dette maravigliose barricate mobili abbiamo anche i seguenti particolari nella Gazzetta Officiale del 22 marzo. «Antonio Carnevali, già professore di matematica e strategia alla scuola militare di Pavia sotto il cessato regno italiano, nominato in questi cinque giorni alla direzione delle fortificazioni campali, fu egli che immaginò il piano di quell’operazione. A quest’uopo concepì l’idea di alcune barricate mobili che servissero a proteggere i nostri bersaglieri contro i colpi dell’inimico nell’atto che si avanzavano verso la Porta. Mentre scriviamo ci sta sott’occhio un ordine sottoscritto da lui, perchè si formassero delle grosse fascine cilindriche del diametro di once 60 e lunghe once 40, e quest’ordine è accompagnato da un piccolo disegno illustrativo. L’incarico di ridurre ad esecuzione questo pensiero delle barricate mobili, se lo assunse il pittore Gaetano Borgocarati, giovine oltre ogni credere coraggioso, che in tutto il tempo dell’assedio prestò utilissimi servigi alla causa comune, combattendo valorosamente e sprezzando qualsiasi pericolo. Questi si ridusse sulla piazzetta di S. Pietro in Gessate, ed ivi raccolto intorno a sè buon numero di operatori, ebbe ben presto costrutto tre di quelle barricate mobili, quindi due altre ne condusse a termini nel vicino Orfanotrofio dei maschi. Visitate dal Carnevali queste enorme fascine, e approvatane la costruzione, egli stesso insegnava il modo di farle rotolare maestrevolmente ad opportuna distanza una dall’altra e a scala onde potessero negli intervalli di esse uscire i nostri combattenti e offendere il nemico. All’atto pratico furono trovate di grandissimi vantaggi.[32]L’arresto di un corriere da Verona mise in nostro possesso due lettere scritte in tedesco da uno dei figli dell’ex Vicerè al suo fratello Ernesto. Ne diamo la traduzione nel documento n. XIX, stata pubblicata già nel giornaleIl 22 marzo.[33]V. Gazzetta di Milano del giorno 19 aprile.[34]La presa di Porta Tosa, così detta Porta Vittoria, narrazione di G. B.[35]Cosa rincrescevole veramente è per uno storico sincero e imparziale il non potere, per difetto di notizie autentiche, registrare i nomi di tutti coloro che in questi gloriosi avvenimenti sia con la mano sia col senno ben meritarono della patria. D’altra parte il merito vero, sempre modesto, ripugna da qualunque ostentazione, e solo fa premio a sè delle opere sue, intantochè colui forse che solo per mostra impugnò l’armi, o stette nascosto nei momenti del maggiore pericolo, viene dopo la vittoria ad assordar la città de’ suoi vanti, e a trarre in inganno la credulità dei più che non potendo o non osando smentirlo, consacra, divulgando come fatti veri le loro vanterie, sì che il cronista, indotto dalla voce pubblica, si rende complice involontario della menzogna, e così come già disse il cantor di Gerusalemme liberata:I premj usurpa del valor la frode.Se non che il tempo vien poi a riparar le più volte questi torti dalla fama, ed a rendere a ciascuno il suo.[36]Alle ore tre e mezzo pomeridiane il Console generale Francese inviava a lutti gli altri Consoli esteri residenti in Milano le seguenti lettere coll’unita protesta al maresciallo Radetsky che riportiamo dal GiornaleL’Amico del Popolo.Signore e caro Collega!Si teme d’un bombardamento, e si desidera, nell’interesse dell’umanità, che il corpo consolare residente in Milano protesti contro un atto così selvaggio, se è vero tal cosa.Io ed il Console generale, abbiamo promesso ai membri della Municipalità, riuniti in casa del signor conte C. Taverna di unirsi a voi per redigere e firmare se ha luogo questa protesta. Vi prego dunque di venire da me e tutti i vostri colleghi, per discorrere ciò che si può fare in interesse dell’umanità e dei nostri nazionali. La riunione avrà luogo alle cinque pomeridiane.Aggradite, ecc.Il Console GeneraleFerd. Denois.Milano, 19 marzo.Al Console di....Sig. Maresciallo.Ci venne detto che l’autorità militare ha minacciato la città di un bombardamento, se, il che non possiamo credere, dovesse essere adottata una tal misura estrema in una città di 160,000 anime, in una città ove risiede un sì gran numero de’nostri compatriotti, noi saremo obbligati, signor Maresciallo, di protestare presso V. E. in nome dei Governi, contro un atto di tal sorta.In ogni caso, facciamo conto abbastanza sulla vostra giustizia ed umanità, per sperare che V. E. ci farebbe avvertiti e ci accorderebbe il tempo necessario di poter mettere i nostri nazionali e le loro proprietà al sicuro dei danni a cui potrebbero trovarsi esposti, come si farebbe certamente in simile caso verso i sudditi austriaci nei nostri rispettivi paesi.Aggradite, ecc.Milano, 19 marzo 1848.Ferd. Denois,Console generale di Francia.—Cav. Gaetti Deangeli,Console generale di Sardegna.—De Simoni,Console generale dello Stato Pontificio.—Raymond,Console Generale della Svizzera.—Cambel,Vice-Console Inglese.—Valerio,Console del Belgio.A Sua Ecc. il Maresciallo Radetzky.[37]Ma non ebbe tempo di appieno effettuare il suo disegno, chè dopo conquistato dai nostri quell’infame covo di scellerati e di scelleragini, ne furono trasportati ben cinque gran sacchi di carte, fra le quali molte importantissime e segrete che recano manifesti gl’iniqui e nefandi misterj della metternichiana Polizia. Di queste carte noi produciamo il seguente motu proprio dell’ex Direttore, donde appunto si vede come già da due mesi quel provvidissimo Magistrato avesse preparato l’esilio de’ migliori nostri cittadini e il lutto di tante famiglie. L’originale di questo documento conservasi presso il benemerito Comitato di Sicurezza Pubblica, che ci permise di pubblicarlo come allegato autentico nel nostro sunto storico.Urgent.Milano 28, 1848.Agli I. R. Sig. Comis.iSuperiori dirigentila Polizia nelle Provincie Lombarde.(eccetto Milano.)(riservato alla sola persona)La invito Sig. Commis.oSup.ea voler compilare e trasmettermi colla maggiore possibile Sollecitudine un Elenco delle persone domiciliate in codesta provincia, contro le quali a seconda della maggiore o minore loro pericolosità converrebbe, onde renderle inocue negli atuali momenti di perturbazioni adottare al caso la misura dell’internamento nelle provincie tedesche della Monarchia Austriaca, sia in via forzosa, o sia mediante passaporto da rilasciarsi ai medesimi; non che di quelle, alle quali Ella riputasse per ora sufficiente di fare una conveniente avvertenza colla comminatoria d’un formale precetto politico oppur anche della loro deportazione.Nell’accompagnare un tale Elenco Ella vorrà esporre succintamente i motivi dai quali fosse consigliata l’una o l’altra delle misure succennate.Le faccio obbligo di serbare sul tenore di questo riservatissimo incarico il più scrupoloso segreto verso Chichesia.TorresaniMp.[38]Nel nostro tempio di S. Carlo si celebrarono le sue pompe funebri il giorno 15 di aprile, e dalla Gazzetta di Milano, prendiamo le seguenti notizie in proposito:Ammirabile e commovente funzione funebre celebravasi oggi nel maestoso tempio di S. Carlo a suffragio dell’anima generosa e forte di Giuseppe Broggi, che con tanto valore difese nelle prime due delle rinomatecinque giornatei punti più accanitamente attaccati dall’artiglieria austriaca a Porta Nuova, a Porta Orientale, ed a S. Babila.Quel prode che già militando per la Francia erasi battuto e distinto sulle spiagge d’Africa, munito di quell’armi medesime, d’onde non usciva colpo in fallo, distruggeva il nemico in modo da incuterli spavento: ma una palla da cannone di rimbalzo lo stese sfracellato con un colpo a terra, in mezzo a suoi fidi amici Rusca e Biffi che erangli compagni alla vittoria. Così pure del suo eletto drappello erano di conserva alla pugna Emilio Morosini, De Cristoforis, fratelli Biffi, Attilio Mozzoni, Enrico Dandolo, Angelo Fava, Re, Carlo Mancini, Croff, Negri ed altri.Sulla porta del Tempio leggevasi questa bella iscrizione:Α————————☧————————ΩGRAN DIO DELLE CLEMENZESIA TU PROPIZIOALL’ANIMA DICARLO GIUSEPPE BROGGIGIA’ MILITE NELLE GALLICHE LEGIONI DELL’ALGERIACOSTUMATO ARDITO FIORE D’ITALI PRODICOLPITO IN MILANO DA BELLICO FERALE TORMENTOMENTRE CROCESIGNATO DIPIOIL MAGNANIMODIFENDEVA IMPAVIDO IL PONTE DELLA CONCORDIASPEZZAVA DELLO INORGOGLITO NEMICO IL TEVTONICO GIOGOCON BRAMOSÌA DI RINTVZZARLO TRA I GHIACCI DEL NORTEVINDICE DELLA VILIPESA RAGIONE DE’ TRATTATIDELLA RELIGIONE DELLA VMANITA’MORÌ VITTIMA DELL’INDIPENDENZA ASSOLVTA D’ITALIAIL XIX. MARZO M.DCCC.XLVIII DI ANNI XXXIII,TRA IL COMPIANTO DE’ SVOI CONCITTADINICON ISMISVRATO PERPETVO DESIDERIODEI BRAVI COMMILITONIIn mezzo al tempio, tutt’addobbato a gramaglia e ricco di fiammeggianti cerei, sorgeva la mole funebre, delineata a foggia militare, ideata magnificamente dal pittore Firmini. Il piedestallo sorgente dalle gradinate era tutt’intorno fregiato di uniti fucili, come n’era la sommità del catafalco, nel di cui mezzo stava piantato il gran vessillo tricolore, donato per tale scopo alla Chiesa. Armi e trofei congiunti e ben distribuiti, d’invenzione del Frattini, e bandiere e vasi e fiaccole ardenti lo corredavano con verdi cipressi ai lati, di tal mirabile effetto che tutta l’anima n’era commossa. Scelta musica del maestro Raj era da numerosi artisti eseguita, e tutto il Clero, e per quanto riguarda la Chiesa gratuitamente prestatosi, avea secondato il desiderio de’ molti amici del defunto che sostennero varie altre spese.Una Deputazione del Governo provvisorio intervenne alla funzione, ed il Comando militare con altri Dicasterj. Tutta la Guardia civica d’infanteria e cavalleria vi si è recata ad onorar la memoria del prode estinto; e numeroso stuolo di signore vestite a bruno vi concorsero pur esse in mezzo a folla straordinaria per spargere una lagrima su quel feretro.Alla tomba fu letto un breve e interessante discorso che incominciava colle seguenti parole:«Fratelli!«A forte e sentito dolore mal risponde la parola, e più eloquente d’ogni parola sono i nostri volti composti a solenne mestizia. Fra le nere gramaglie e i funebri riti, nel raccoglimento religioso della preghiera siamo convenuti intorno una bara per rendere pietosa testimonianza di affetto; e il cuor nostro palpita ancora delle più vive emozioni. Noi pregammo la pace del Signore all’anima benedetta di un martire delle cinque giornate, e qui ci accogliemmo a spargere sul suo sepolcro un fiore, e una lagrima di memoria e di riconoscenza.—Cittadini! questa terra che calchiamo è terra di valorosi; quella tomba che pur ora baciammo nell’espansione dell’anima racchiude una salma preziosa, la salma di Giuseppe Broggi abbracciata strettamente in amplesso fraterno a quelle de’ prodi, che combattendo da leoni morirono da eroi nelle nostre mille barricate, e inaugurarono coi martiri di Palermo l’evo glorioso dell’italiano riscatto».E finiva dicendo:«Salve o salve, anima grande; tu volasti all’amplesso di Dio colla fede più viva, che il tuo sacrifizio avrebbe fruttato la nostra vittoria, la tua morte la nostra redenzione. Quivi ove rotti furono violentemente i ceppi del terreno tuo carcere, scorgerà fra breve una pietra, su cui leggeremo scolpito il tuo nome. Il tempo logorerà la pietra ed il nome; ma esso surviverà perenne nelle nostre gloriose tradizioni, nelle prime due pagine della storia delle cinque giornate, nel nostro e nel cuore conoscente del popolo italiano».[39]A chiunque non ha assistito alla nostra gloriosa rivoluzione non sembreranno inutili certi casi così strani, che molte volte nei momenti del massimo furore ci spingeva contro nostra voglia a ridere.[40]Gazzetta di Milanodel giorno 8 aprile.[41]VediRacconti di 200 e più testimoni oculari.—L’autore delle lettereInfamie e crudeltà degli Austriaci, narra questo fatto più in disteso e con qualche diversità. Ciò rimetto al giudizio di chi legge e più di chi ne fu testimonio.[42]COMITATO DI VIGILANZA ALLA SICUREZZA PERSONALECasa Taverna; Contrada de’ BigliPresidente, Dott.Angelo Fava.Membri, Dott.Andrea Lissoni.—Avv.Agostino Sopransi.—Avv.Pier Ambrogio Curti.—francesco Carcano.—SegretarioAncona Luigi.—Aggiunto,Cesare Viviani.—Capitano della Guardia del Comitato,Manzoni Luigi.COMITATO DI FINANZACasa TavernaMembri,Alessandro Litta Modignani.—Gaetano Taccioli.—Cesare Clerici.COMITATO DI GUERRAC. Cattaneo.—Cernuschi.—Terzaghi.—Clerici.COMITATO DI DIFESACasa Vidiserti, Contrada del Monte; 1263 C.Direttore in Capo,Riccardo Ceroni.Comandante, Organizzat. della Guardia Civ.,Antonio Lissoni.Comandante di tutte le forze attive, A.Anfossi.Direttore di tutti i punti di difesa, A.Carnevali.Direttore delle ronde, delle pattuglie e dei Corpi di Guardia,Luigi Torelli.Segretarj,G. Alessandro Biaggi.—Luigi Narducci.COMITATO DELLA SUSSISTENZACasa Pezzoli, Corsia del Giardino.Negri Luigi.—Ferranti Eugenio.—Lugo Ferdinando.—Lampato Francesco.—Besevi Emilio.—Besozzi Antonio.—Molossi Pietro.[43]Fra le case incendiate in città fu quella delCaffè della Campagna, situato di contro al dazio, dove restarono morti varj Croati ed un ussaro col suo cavallo, ivi appiattati mentre aprivasi una via di salvezza al numeroso vicinato da cui era sgraziatamente abitata; la nuova casa dell’Osteria della Stella, situata a capo del borgo di questo nome; ed altre fuori della porta, tra le quali si annoverano ilCaffè Gnocchi, del quale incendio narrerò la storia genuina, l’Osteria dell’Asse, il nuovo caseggiato dell’Osteria dell’Angelo, la casa vicina all’Osteria del Leone, ed altri fabbricati alla stazione della strada ferrata.[44]Venni assicurato che ai primi colpi dei nostri piccoli cannoni, una staffetta ne recasse precipitosamente la notizia al vecchio condottiero d’armate che se ne stava ritirato in castello, il quale sbalordito esclamò:I birbanti hanno anche i cannoni!! Siamo perduti!!![45]Vedi il nome di alcuni dei più distinti descritti nella nota a pag. 176.[46]Essendosi poi questo vessillo rivolto sulla corona della Madonna e lacerato dal vento, Dunant ne fece sostituire un altro di minore dimensione, fissato sopra cordaggio uso marina, come vedesi tutt’oggi.[47]Il 22 Marzo, Gazzetta Officiale N. 1.[48]I nomi di quegli infelici che furono condotti in ostaggio dagli Austriaci nella loro fuga sono:De Herra, figlio del consigliere, direttore del Liceo.—Brambilla Agostino, d’Inzago.—Peloso, dottore.—Obicino Enrico, possidente.—Fortis Guglielmo, negoziante.—BelgiojosoconteGiuseppe, assessore municipale.—Manzoni Filippo, figlio del poetaAlessandro.—PorromarcheseGibertoe fratelloGiulio, figli del marcheseLuigi.—Porronobile Carlo, figlio del presidente della Congregazione Centrale.—Crespi Carlo, ragioniere.—Mascazzini, dottore.—De Capitani.—ManzolinobileGiulio, impiegato municipale.—DuriniconteErcole.—Appiani, ingegnere.—Bellati, delegato provinciale.—Giani, impiegato municipale.[49]Questo degno Sacerdote è meritevole di miglior sorte per il suo zelo e santo amor di patria: stato perciò non troppo beneviso dal cessato governo Austriaco.[50]Vedi documento n.oXX.[51]DallaGazzetta Officialeil 22 Marzo, pag. 15.[52]Dovevano per titolo di merito istorico ristamparsi in questa Cronaca, come anteriori agl’inni seguenti, iCantici del Riscatto Lombardodel Prof. Dott. Samuele Biava, che primi diventarono popolari per mezzo di musica corale: ma essendo parecchi si pubblicheranno tra poco in una appendice a questo volume.L’editore.[53]Feld-Maresciallo.[54]Il testo tedesco dicevaHundsfott.[55]Traduzione letterale.[56]Qui segue una parola inintelligibile.[57]Cantù Ignazio. Gli ultimi Cinque Giorni degli Austriaci in Milano.Osio Carlo, Alcuni fatti delle gloriose cinque giornate.Racconti di 200 e più testimoni oculari dei fatti delle gloriose cinque giornate.Narrazioni dei maravigliosi successi accaduti durante la memorabile lotta sostenuta dai Lombardi nei cinque giorni di marzo 1848.G. B.La presa di Porta Tosa, così detta Porta Vittoria, e le vicende della casa detta della Birreria sul bastione, o le prodezze dei Lombardi nelle cinque memorabili giornate del marzo 1848.Ceruti Domenico. I cinque giorni di marzo, Lettera al suo amico e concittadino Angelo Guangiroli.G. L. B. Infamie e crudeltà Austriache; valore e generosità dei Lombardi nel marzo 1848 (si sono pubblicate 4 lettere).Bollettino Storico della rivoluzione di Milano di marzo 1848, compilato giornalmente da un cittadino abitante sul Corso di Porta Romana.Due Parole di Osservazione sul Bollettino storico della rivoluzione di Milano di marzo 1848 ecc., scritte da un altro cittadino pure di Porta Romana.Baracchi Francesco. Le gloriose cinque giornate dei Milanesi.Bianconi Antonio. Origine, progresso e fine della rivoluzione di Milano.Relazione epistolare delle cose memorande avvenute in Milano nei giorni 18, 19, 20, 21, 22 e 23 del mese di marzo l’anno 1848.Coppi. Della dominazione Austriaca in Milano dal 1814 a tutta la rivoluzione dei Milanesi incominciata col giorno 18 marzo 1848 e terminata nel 23 dello stesso mese ed anno.Veridica descrizione delle più lacrimevoli turpitudini, scelleratezze ed assassinj infamemente e vilmente commesse dalle brutali e barbare orde Austriache nella città e dintorni di Milano nei giorni della rivoluzione del corrente marzo; desunte ed autenticate da fonti testimoniali e personali (fino ad ora si è pubblicato un solo foglio di 12 pagine).Le cinque gloriose giornate della rivoluzione Milanese, descritte da un Medico, che vi fu testimonio e parte, con un’Appendice relativa ai giorni 23 e 24 marzo; ed infine il Canto di Guerra degl’Italiani.Bertolotti F. Relazione storica del dominio de’ Tedeschi in Milano dal 1814 sino alla rivoluzione di Marzo 1848, operata dai Milanesi, e sfratto delle truppe Austriache dalla Lombardia. Poema in quattro canti. Milano, 1848.Labadini. Poche parole scritte e declamate nel giorno 6 aprile 1848 nella Piazza del Duomo di Milano sul feretro dei prodi fratelli Lombardi morti per la patria nelle cinque gloriose giornate del marzo 1848.Bonatti Gaetano. Le barricate di Milano.—Quest’importante lavoro artistico che ci ricorda i mezzi di nostra salvezza nelle gloriose cinque giornate, viene pubblicato a fascicoli di quattro tavole ciascuno, con brevi descrizioni. Il merito dell’incisore Gaetano Bonatti è bastantemente conosciuto per ogni dove perchè io abbia a parlarne in questo luogo. Assistito da valenti artisti il Bonatti si è assunto a questa bell’impresa, l’unica nel suo genere, che perciò la raccomando caldamente a tutti, onde ciascuno possa conservare pei nipoti una prova del nostro ingegno, non disgiunto dal valore in questo memorabile avvenimento.

[1]Bianchini, Cose rimarchevoli della città di Novara, p. 36.[2]Quest’avvenimento non fu veramente nè di gloria all’Imperatore, nè di biasimo a Milano. Con un’armata immensa, atta a conquistare un regno, doveva certamente prendersi una città abbandonata e sola in mezzo a tanti e sì potenti aggressori. Nè l’Imperatore scortato da tanti e sì poderosi mezzi, allora mostrò quel vigore militare che caratterizza un gran generale.Verri, Cap.vii.[3]Govean,Il Giuramento di Pontida.[4]Verri, Muratori, Govean ed altri.[5]Verri, Cap.viii.[6]Felice Govean,L’Assedio di Alessandria.[7]Costò ben caro a Federico II l’aver ritentato contro di noi la sorte del Barbarossa, suo avolo, non avendo guadagnato alla fine che di rendere celebre e rinomata anche laCoorte degli Incoronaticondotta da Enrico da Monza, e la compagnia di eletta gioventù dei dintorni di Trezzo diretta da Ottobello Mairano o Mariano, dal quale si riportò strepitosa vittoria nelle vicinanze di Cassino Scanasio.[8]Govean, laBattaglia di Legnano, pag. 8 e seg. Torino, tipografia Baricco ed Arnaldi, 1848.[9]Stando però alla storia troviamo che Federico non rimase fra gli estinti sul campo di Legnano, ma che cinque giorni dopo mentre si facevano accurate ricerche della sua salma e l’imperatrice sua moglie vestiva a lutto, comparve quasi per incanto nella città di Pavia vivo e sano tutto baldanzoso ed involto nel suo manto imperiale. Da questa terribile sconfitta conobbe però Federico il bisogno di riconciliarsi col Capo della Chiesa, e più tardi colla pace di Costanza lasciò alle città della Confederazione Lombarda il possesso della libertà e dei diritti che da gran tempo avevano, riservando a sè l’alto dominio con alcune appellazioni.L’autore.[10]Ai 14 agosto del 1339 fu riconosciuto Signore di Milano, dopo che erasi distinto in molte guerresche imprese viventi i fratelli ed i nepoti. Dapprima ebbe compagno nel potere Giovanni suo fratello, che vi rinunziò spontaneamente per essersi dato allo stato ecclesiastico. La durezza del governo di Luchino forma un mirabile contrasto con quello di Azzone, e fu perciò causa nel 1340 di una congiura ordita da due Aliprandi e da Francesco Pusterla, con intenzione di porre in luogo di lui i suoi nipoti, figli del suo fratello Stefano. La trama fu scoperta: i due Aliprandi vennero lasciati morire di fame, ed il Pusterla perì sul patibolo colla moglie e due figli adolescenti. Da indi in poi Luchino divenne vie più crudele, e da quel momento la camera ove dormiva fu sempre custodita da due enormi cani. Egli morì di veleno procuratogli dalla moglie Isabella dal Fiesco, donna sfrenata ne’ suoi amori.[11]Barnabò, al dire degli scrittori contemporanei, fu crudele perchè avaro, superstizioso perchè immerso nei delitti.[12]Milano osservato in tutte le sue vicende dall’epoca della sua fondazione, fino all’istallamento del nuovo governo della repubblica Italiana, di G. D.[13]Morto nell’anno 1447 il duca Filippo Maria Visconti, la famiglia sovrana di questo nome si spense, e la città di Milano si trovò divisa in vari partiti. Vi era chi voleva darsi al Re di Napoli, che Filippo Maria aveva dichiarato nel suo testamento successore al ducato; chi allo Sforza, perchè era marito di Bianca Maria (figlia naturale del duca), e perchè questo guerriero poteva liberare la città dal nemico con lo strano suo indomabile valore; ed altri partiti tendevano invece a proclamare loro signore il Duca di Savoja, fratello della vedova Duchessa, amata e venerata da tutti per le sue virtù. Ma i partigiani del re Alfonso in sulle prime emersero sugli allri, a cagione che alcune squadre di Aragonesi state spedite in ajuto del Duca sotto il comando di Raimondo Boysì, entrarono nel castello e nella rocchetta, ed i capitani ducali Guido Antonio Manfredi da Faenza, Carlo Gonzaga, Lodovico dal Verme, Guido Torelli ed i fratelli Sanseverino, giurarono concordemente ad Alfonso devozione e fedeltà. Compiutisi frattanto i tumultuosi funerali del duca Filippo Maria, gli affari politici presero un ben diverso aspetto. Antonio Trivulzio, Teodoro Bosso, Giorgio Lampugnano e Francesco Cotta, personaggi tutti che avevano molta autorità nella patria, conosciuto il vero stato delle cose rivolsero ogni cura al debito provvedimento e convocati tosto i cittadini delle sei porte e dei quartieri della città, li persuasero a non sottomettersi ad alcuno, poichè uomo non v’era che arrogar si potesse su di loro validi diritti. Elessero quindi per ciascheduna porta quattro deputati, col cui voto formarono un supremo consiglio ed un governo repubblicano. I deputati che ascendevano al numero di ventiquattro, dovevano esser rinnovati ogni due mesi, ad esempio della repubblica di Firenze, e denominarsicapitani e difensori della libertà. In appresso i Milanesi sentirono il bisogno dell’elezione di un capitano generale, che con valore positivo in prima, e poi colla fama di fatti celebri incutesse spavento ai vicini nemici, e precipuamente ai Veneziani, che più degli altri li tormentavano. La scelta non poteva cadere che sopra il conte Francesco Sforza, uomo nel quale concorrevano tutte le qualità e prerogative personali per richiamare sovra di sè lo sguardo di una potenza qual’era lo Stato di Milano. Oltre che Francesco era in grido del miglior capitano del suo secolo, era capo di un esercito, le cui bandiere venivano ognor salutate dalla vittoria.[14]Vedi in fine documento I.[15]Vedi documento n. II.[16]A proposito di libertà di stampa è necessario, sebbene fuori del mio assunto, il far conoscere quanto piccola ed insofferente fosse divenuta la nostra Censura sotto la direzione del signor Ragazzi Questo zelante interprete delle disposizioni del cessato dominio Austriaco, già commesso di Polizia a Pavia, ove dovette battere una vergognosa ritirata per salvare la vita minacciatagli dagli studenti, ebbe pochi giorni prima della Rivoluzione la conferma di capo della Censura ed il titolo di consigliere imperiale, con l’aumento di qualche centinaja di fiorini, premio delle sue ribalderie. Egli si vantava che avrebbe messo l’ordine alle stamperie di Milano, che il numero era esorbitante, e che dovevasi ridurle ad un terzo; che le opere erano perniciose; e n’aveva ben ragione parlando di quelle che si stampavano a Milano, perchè ad eccezione di pochi articoli di giornali, il resto non era che qualche traduzione ed altro di nessuna importanza. Ma non voglio narrare che un fatto mio, mentre pel corso di nove anni ebbi sgraziatamente a dipendere da quest’ufficio, e se dovessi pubblicare tutti i commenti, annotazioni, osservazioni, ec., avrei da far ridere per qualche ora gli amici. Nel novembre 1846 presentai un mio articolo a quest’ufficio per essere licenziato: ma dopo lungo esame mi fu rimandato coll’a tergo: L’Imperiale Regia Censura non è autorizzata a permettere la pubblicazione del presente articolo. Non sapeva a chi rivolgermi. M’informai da un impiegato della stessa Censura, il quale mi disse:può rivolgersi all’Eccelso I. R. Governo, o meglio all’Ufficio Generale di Vienna. Accettai questo secondo partito, ed approfittandomi d’un amico che si portava a quella capitale gli consegnai lo scritto e glielo raccomandai caldamente. Egli l’affidò ad uno di quegli agenti aulici, il quale mi promise, dietro un pattuito premio, che mi avrebbe servitostatim. Passarono alcuni mesi e nessuna risposta. Finalmente venne spedito colla massima segretezza al Governo di Milano, il quale lo mandò alla Polizia, e quindi alla Censura per le informazioni. La Censura di Vienna domandava laragione perchè non si dovesse permettere quell’articolo: la Censura di Milano intese la domanda? il lettore lo giudichi dalla risposta.Il signor Tettoni è persona comperata dal sig. N., parla pubblicamente in teatro ed in caffè che si è fissato di farla dire a quest’I. R. Censura. Questo è quanto si ha l’onore di partecipare, ec. Quant’analogia alla domanda! Questa risposta fatta colla massima cautela venne letta, copiata e trasmessami dal mio incaricato di Vienna. La suprema Censura credette bene di non restituirmi più l’originale, nè di parteciparmi le disposizioni in proposito.In altra occasione però anteriore a questa, essendo stato favorito dalla stessa suprema Censura, feci le mie meraviglie coll’ex marchese Ragazzi, e questi mi risposeesser avvenuto perchè i Viennesi non intendevano l’italiano.Era giunto a tale il rigore della Censura, che oltre alle ristrettezze per quanto si stampava nel paese, restava assolutamente proibita l’introduzione dei fogli politici stampati all’estero, e segnatamente quei di Piemonte, di Toscana e dello Stato Pontificio, dopo l’esaltazione del Sommo Pio al Soglio di Pietro; le grandi opere di Gioberti, le tragedie di Nicolini, gli scritti di Balbo, Azeglio, Mazzini e Petiti; le poesie del Giusti e di Berchet, e di tant’altri che per ogni dove sorgevano a predicare l’indipendenza e l’unione Italiana, portava a chi li possedeva una condanna criminale se cittadino, lo sfratto di tutti gli Stati se forestiero.[17]Il giorno 8 di settembre è consacrato dai Milanesi alla festa della Natività di M. V. titolare della loro cattedrale. A solennizzarla con maggior lustro ed anche in onore del nuovo Arcivescovo, si volle rinnovar quell’istessa illuminazione della piazza del Duomo e della piazza Fontana colla quale aveva tre giorni prima condecorato il di lui solenne ingresso in questa Metropolitana. Quando verso le ore dieci e mezzo parecchi cittadini venendo dalla porta Ticinese accompagnati da gran folla di popolo procederono fino alla piazza del Duomo, cantando l’inno di Pio Nono. Fermatisi avanti ilCaffè Reale, oracaffè Pio IX, rinnovarono quel cantico.—Quivi le guardie di Polizia, istigate dal conte Bolza, si fecero avanti per impedire che si proseguisse di cantare. Si venne alle mani, ed a’ nostri riescì di far fuggire i poliziotti. Di poi tranquilli s’avviarono alla piazza Fontana, e dopo di aver gridato viva Pio Nono, viva l’arcivescovo Romilli, ricominciò nuovamente il lieto canto. Allora si mosse la truppa a cavallo e collo squadrone sfoderato tentò dissipare il popolo che affollatissimo si traeva sotto le finestre dell’Arcivescovo per applaudire.—Non trovando possibile il farsi strada nella calca i soldati diedero di sperone al cavallo, e minacciando e ferendo giunsero a farsi largo fra le disperate grida delle donne, dei fanciulli, degli uomini tutti inabili alla difesa, mentre non erano provvisti nè anche di un bastone. A tanto spettacolo atterrito Monsignor Arcivescovo dovette discendere sulla piazza accompagnato da altro sacerdote, e procurò con acconce parole di manifestare il suo contento all’amato gregge per quelle dimostrazioni, pregandolo a volersi contenere e ritornare alla propria abitazione. Da un lato parole consolanti, dall’altra minacce e sfogo di rabbia; fino a tanto che Monsignor Arcivescovo fu costretto di far entrare la truppa nel cortile del suo palazzo. Più di trenta rimasero feriti e tutta gente che fuggiva, siccome fece provato l’esser feriti o nelle spalle o nella schiena. Altrettanti furono malconci dall’urto della folla, il negoziante Ezechiele Abate restò morto non d’asfissia, come asserì la Gazzetta di Milano, ma da una percossa datagli nel petto da un agente di Polizia, ed a una donna fu tagliato un’orecchia.Un articolo pubblicato nellaGazzetta di Milanodel giorno 9 di questo mese, invertendo la cosa a suo modo, fece di questa scena il più scellerato quadro in nostro svantaggio. Speriamo ora che l’Italia è fatta libera, sarà pur libera la Gazzetta del signor Lambertini, e non costretta a pubblicare articoli infamanti la sua nazione ed i suoi concittadini, siccome usò in questi ultimi mesi.Per alcune sere la Polizia di Milano raddoppiò le sue pattuglie. Armati a cavallo, armati a piedi, tutti dovevano minacciare, ferire, ed i vili non ardivano di attaccare la gioventù attruppata sugli angoli della città ad aspettarli. Inveivano contro i fuggitivi e contro quelli che soli e tranquilli si portavano alle loro case. Valga questo fatto per mille ch’io potrei narrare. Certo signor Olgiati, persona proba e benevisa da tutti i suoi conoscenti, la sera del giorno 11 ritornando dal Teatro alla Scala alla sua abitazione in contrada di S. Romano, attraversando il corso s’incontrò in una pattuglia che correva dietro ad una famiglia fuggente. Soffermatasi all’arrivo dell’Olgiati, lo minaccia: egli tenta fuggire, ma essi con un colpo di moschetto lo atterrano e quindi gli danno tre puntate di bajonetta che fortunatamente poco più gli faceano che scalfirgli la pelle, difeso da un fascio di carta che aveva nella tasca dell’abito dinanzi al petto. Riavutosi dallo spavento si portò a casa, ed il giorno dopo avendo dirette le sue querele ed alla Polizia ed al Governatore, non gli fu dato ascolto, e poco mancò che non lo trattassero da mascalzone e da malvivente.[18]Il malcontento per la tracotante superchieria del governo e della Polizia austriaca andava di giorno in giorno serpendo negli animi degli abitanti del regno Lombardo-Veneto. I Giornali italiani ed esteri procuravano di farci comprendere il bisogno di stringerci, di unirci insieme, di distruggere quelle gare municipali che pur troppo furono causa di tanti danni, per poi scacciare il comune nemico. I primi a darne l’esempio furono i Piemontesi. Il Re Carlo Alberto, il solo principe italiano, vide il suo Stato in via di progresso stabile e costante, e seguendo i moti del suo cuore, uniformi ai principi politici dell’immortale Pio IX, volle con le più ampie concessioni riformarlo e metterlo a livello delle più incivilite nazioni d’Europa. Ed allora le città, i borghi ed i villaggi della monarchia Sabauda, dimenticandosi i torti sofferti a’ tempi delle fazioni, che le mantennero in continuo odio fra esse fino a questi giorni, si scambiarono le bandiere, si perdonarono le offese, tra le più esultanti feste di gioja giurarono stretta unione e vera fratellanza, avendo compreso la gran massima che nell’unione sta la forza.Allora gli amici della buona causa italiana vollero vedere se anche nelle provincie Lombardo-Venete si sarebbe compreso il bisogno d’unirsi. Era necessaria una dimostrazione manifesta, e si deliberò l’abbandono dell’uso di fumare. Un gran sacrificio doveva costare agli abitanti, poichè troppo invalsa era fra loro questa sconcia consuetudine che fruttava cinque milioni annui all’austriaco erario. Pur nondimeno tosto che questa deliberazione venne detta fra amici, essi la propagarono e dalla capitale passò nelle provincie, e quindi nei piccoli paesi e villaggi sino nel Tirolo Italiano, per modo che tutta la popolazione giurò in secreto che l’ultimo giorno di dicembre 1847 sarebbe stato l’ultimo per l’uso della pipa. Per facilitare la diffusione del gran patto si fece litografare l’avvertimento popolare che riporto tra i documenti il n.oIII.La Polizia di Milano che consumava parecchie centinaja di migliaja fiorini in ispionaggi, resa consapevole di questo accordo, stette in aspettativa che si avverasse il fatto e come giunse il 1.ogennajo fu convinta della realtà. La politica di quest’officio inquisitorio inappellabile fu sempre quella di voler ridurre la popolazione con mezzi turpi e violenti a schiavitù. Ora ecco l’argine ch’essa credette opporre al torrente: il giorno due, a mezzodì fece aprire le prigioni ad una turba di malviventi e di gente perduta, ingiungendo loro di andare in frotte fumando e provocando con ogni pretesto tumulti e collisioni fra la tranquilla popolazione, ed a meglio ottenere l’intento li fece regalare quattro zigari e tre lire austriache per ciascheduno. A questi ribaldi si aggiunsero le pattuglie, destinate a proteggere l’ordine e la vita del cittadino, cui si dava novello incarico di commettere turbolenze e prepotenti arresti. Pattuglie a piedi, a cavallo di tutte le nazioni soggette all’Austria e poliziotti, percorrono le vie più popolose, insultando, minacciando, percuotendo ed arrestando persone d’ogni qualità e d’ogni sesso. Fra gli arrestati vi fu pure il nostro podestà Gabrio Casati, mentre arringava al popolo consigliandolo a quiete e prudenza. La nuova di questo arresto fece ricapricciare i cittadini che giurarono in un momento di vendicarne l’affronto.Questo illustre cittadino sostenendo la primaria carica municipale con varie prove di virtù seppe acquistarsi l’affetto di tutti i Milanesi, che in lui salutano un padre, un amico, ed un degno rappresentante e sostenitore dei diritti municipali, ed ultimamente il primo motore della liberazione della patria. Sia bastante prova del suo zelo, del suo amor patriottico la protesta con cui il 9 febbrajo reclamò dal Governatore della Lombardia contro l’iniquo abuso di potere verso alcuni cittadini. Vedi documento n.oIV.Il podestà Casati, cui s’erano aggiunti gli assessori Crivelli, Beretta e Bellotti, personaggi franchi ed energici, trovatisi davanti al Direttore di Polizia, esposero con parole di calda verità e di libero sfogo la misera condizione del paese, gli insulti, le vezzazioni e le persecuzioni di che i cittadini erano fatti scopo; e l’assessor Beretta aggiunse francamente esser opinione generale che la provocazione di tal trambusto partisse dalla Polizia; proposizione questa che mise il Direttore su tutte le furie; ma non si ebbe altra soddisfazione. In tutta la notte si continuavano le provocazioni e gli arresti, per modo che al mattino le prigioni erano talmente stipate di gente d’ogni età e d’ogni condizione, che gli stessi commissari esaminatori ne facevano le più alte meraviglie (Ultimi fatti di Milano ne’ giorni 2, 3 e 4 gennajo. Losanna, 1848), e così terminò quell’infausto giorno. Il mattino seguente si pubblicò sugli angoli più frequentati della città l’avviso della Polizia che riporto tra i documenti al n.oV, il quale destò ne’ cittadini la più alta indignazione.Fino al mezzodì di questo giorno non si lasciava presagire sinistri incontri. Se non che all’apparire delle pattuglie il popolo si affollò e l’agitazione cominciò più fervente del giorno prima. Dal castello alla Polizia correvano alquanti messaggi, e tra Radetzky e Torresani si va tramando l’esterminio della città. L’istessa paga e lo stesso regalo che si diede il giorno precedente si rinnovò pure in oggi non solo agli scarcerati, ma ben anco ai soldati di linea delgrande impero, che frammischiali ai ladri ed ai borsajuoli vanno a scorribandare per la Corsia de’ Servi. «Verso le cinque ore Milano (scrive l’autore degliUltimi fatti di Milano) fu invasa da parecchie centinaja di soldati, quali per una via, quali per un’altra accorrenti al Corso maggiore: cavalieri e fanti col zigaro in bocca, colla sciabola snudata, irrompano sulla quasi muta moltitudine, e menando colpi alla cieca, offendono qui un braccio, là un cranio, più in là un tergo; e siccome l’ubbriaco s’infervora nella ferocia, mano mano che essi ferivano, più le ferite divenivano profonde, più i colpi lesti e vigorosi. L’inerme popolo così repentinamente assalito grida: non pensa alla resistenza perchè non sa se invece di cento non siano mille, dieci mila. I fanciulli strillano, le donne svengono, i vecchi cadono; e sui fanciulli, sulle donne, sui vecchi, la tedesca ebrietà si disfoga. La carneficina è fatta generale: nè v’è salvezza per alcuno, imperocchè in tutta la folla non v’ha nè una spada, nè uno de’ tanti stili che la fantasia de’ sciocchi romanzatori impresta sempre agli Italiani. Questo nefando assassinio si commetteva in faccia alle tranquille pattuglie sulla Corsia de’ Servi. La moltitudine guatava intorno trasognata ma non fuggiva. Dappertutto i devastatori incontravano un muro vivo di gente, la quale comecchè inerme, li sfidava. Uno di que’, che non osiamo ormai chiamare soldati, inviperito dal nessuno spavento prodotto, acciuffa un fanciulletto di undici anni, spazzacammino seminudo, lo atterra ginocchione, e lo vuole costringere a fumare, il fanciullo ricusa d’obbedire; l’altro insiste, e il generoso undecenne rimane fiero e rincaponito rimpetto alle minacce; e qui la penna a ritroso scrive che quel fanciullo ebbe spaccato il cranio da ripetuti fendenti di sciabola, ed orridamente mutilato le membra. Poco oltre verso la Galleria De-Cristoforis passava un Manganini, consigliere, frequente convitato a’ pranzi di Torresani, aulico inquisitore in una delle tetre commissioni austriache contro i carbonari; lo stesso Salvotti non che il Manganini avrebbe ricapricciato assistendo ai fatti che insanguinavano le vie di Milano; perciocchè l’ottuagenario consigliere fremendo alla vista di quelle barbarie della soldatesca, parlò come parla il cuore nei momenti che l’interesse ed il calcolo lo lasciano parlare. Di repente, il vegliardo viene agguantato da un militare, che percuotendolo gli ingiunge di tacersene, da quel povero vecchio ch’era. Ma il povero vecchio che forse in quell’istante ricevette da Dio la redenzione alle antiche viltà commesse, ripetè tremante per la collera che egli, il soldato che l’aveva ingriffato e tutti i suoi compagni erano altrettanti assassini: e tanto bastò perchè due terribili colpi di sciabola gli partissero il capo in due, e stramazzone piombasse a terra. Al caldo cadavere tosto intorno s’agglomerano sinistre persone, una delle quali fu vista, da due testimonj che noi potremmo citare, introdurre nella scarsella sinistra dell’abito del giacente uno stilo; il quale stilo doveva poi figurare con pompa nei rapporti della Polizia, ed autorizzare le sfacciate menzogne dell’Allgemeine Zeitung.»«Gli ubbriachi andavan menando colpi a dritta e mancina contro le persone, e tanta era la rabbia del ferire, che le lame urtavano perfino ne’ muri, nelle porte, nel selciato. Nella bottega di un noto librajo, rimpelto alla Galleria De-Cristoforis (Carlo Turati), gli assassini entrarono, ferirono qual poterono aggiungere, e poi furono visti, da un giovine che si rannicchiò sotto al tavolo dell’officina, trinciare colpi disperati contro le scanzie, contro fogli di carta disposti di fila in fila, contro libri quasi consapevoli che la stampa dev’essere la ruina di chi protegge consimile soldatesca.»«Il dì andava imbrunendo. Nelle altre vie della città radi ma forse ancora più brutali, alcuni soldati s’erano sparpagliati a diffondere parte di quel terrore che sulla corsia dominava. Due o tre di essi, nel mentre che il resto dell’orda ferendo e percuotendo batteva il corso di Porta Comasina, entrarono in una bottega di povero rivenditor di vino, tagliarono una mano al padrone che l’aveva sposta fuor dell’imposta; abbrancò l’uno la moglie, l’altro la figlia, e d’inenarrabili insulti ricoprirono ambedue; ed un terzo scese nella cantina, bevvè quanto e più che voleva, e risalì barcolando, lasciando tutte le botti sbarrate, e così tutta la sostanza del poveretto sperduta. Nell’ampia via dell’Orso la masnada pareva più ebbra che altrove: due perseguono un onesto cittadino: questi fugge entro una casa, oltrepassa la dimora della portinaja, e sale la prima scala che gli si offre: i due persecutori nella loro furia non veggono quasi che fra loro ed il fuggente v’ha un cancello di ferro: entrano nell’uscio a manca e vogliono inoltrarsi: la portinaja s’oppone all’invasione, ed ha chiuso il secondo uscio che mette al cortile:Aprite Italiana! gridano quei feroci dando color d’insulto a sì nobile parola: ma quella si tien salda. Di repente essi si arrestano a guardarla con disonesto sogghigno. Duro caso fu ch’ella fosse una bella giovinetta di circa 18 anni. I malandrini vollero bruttarle la faccia con baci puzzanti di fumo ed acquavite, ma perciocchè ella opponeva loro viva difesa, la arrestarono e via trascinarono incatenata come ribellata alla legge. Sappiamo per certo che non se n’è più potuto aver novella: la disperata madre è corsa dal padrone di casa, il padrone dal parroco, il parroco alla Polizia; tentennamenti di spalle, ed un che vuole? sono tutte le soddisfazioni che una madre ha potuto avere».«Nell’osteria detta dellaFoppasi contaminò, e poscia si ferì una donna: la stessa padrona ricevette colpi di fendente; un fanciullo che strillava troppo forte ebbe tagliato un braccio; un’infelice ch’erasi ricoverato nella cantina fu ucciso con più di dodici colpi: e per giunta il poco denaro che si trovava nel piccolo forziere del tavolo della cucina fu involato; diciamo in fra parentesi che questo sintomo di ladroneccio si manifestò quasi generalmente. L’ortolano de’Fate-bene-fratelliebbe rotta una gamba da un colpo di fucile per aver dimostrato orrore di simile strage.»«La strada Sant’Angelo fu teatro di tremenda tragedia. Gli operai del fabbricator di carrozze Sala, compiuto il lavoro se ne ritornavano tranquilli alle rispettive loro abitazioni; forse essi non sapevano pure la strage che correva le vie di Milano. Giunti presso la caserma di fanteria, già pria chiostro di Sant’Angelo, si vedono repentinamente impigliati fra due schiere di soldati armati di fucile con bajonette, ed odono parola che ordina d’investirli senza misericordia. Spaventati si sbandano disordinatamente, ed ogni fuggente s’ode alle terga un feroce branco d’inseguenti. Uno de’ miseri venne confitto contro un albero, e già esanime, la bajonetta andò passando e ripassando il corpo suo; un altro venne massacrato sotto una panca di bottega nella quale aveva cercato rifugio: nove altri furono feriti alle spalle; di diciotto che erano, sette soli riescirono a scamparsela».«Se l’orrore non fosse già abbastanza efficace noi potremmo venir qui narrando altri molti fatti, di donne vilipese, di mercanti svaligiati, e poi appesi col capo all’ingiù nella loro stessa bottega, di mutilazioni nefande, d’atti insomma soprannaturali di ferocia: ma noi non registriamo che fatti di cui abbiamo fondata certezza: e davvero sono fatti che ammettano più incredulità che se fossero inventati».«Singolare destino è che fra i morti la maggior parte fosse di tal qualità, qual certo non l’avrebbe voluto la Polizia: il vecchio Manganini a lei devoto; il cuoco di Ficquelmont; un operaio del Sala, padre di sei figli; un fanciullo, una donna, e va dicendo. Ricordiamo pure qui con orrore due circostanze: l’ordine preventivo (!!!) mandato allo spedale di tener pronti tutti i dottori pei feriti che colà si porterebbero..... e l’avviso dato alla Somailoff di non lasciar sortire di casa le persone di servizio dopo le tre».Tanti nefandi assassinj destarono negli animi dei Milanesi i sentimenti della più alta vendetta. Si giurò in secreto l’esterminio degli Austriaci; non vi dovevano essere più accordi fra noi e loro. Non vi ebbe che un voto:gli Austriaci dovranno abbandonare non solo la Lombardia ma tutta intera l’Italia. I nostri fratelli, di questa bella nazione prediletta dal sole, si commossero alle nostre sciagure, e ci promisero ajuto. Al Piemonte, fatto segno della accanita politica austriaca, si attribuiva l’origine delle tante dimostrazioni che ad ogni giorno ad ogni ora si andavano facendo. Il teatro alla Scala, unico sito di convegno della più alta Società di Milano, fu abbandonato, non vi fu un divertimento straordinario, non una festa da ballo, non una soirée, non un segno di carnevale.Ed intanto che si fa, che si spera? petulanti avvisi della Polizia si leggono affissi ed accomunati coi sinceri proclami del Municipio, e colle menzognere parole dell’ex Vicerè. Vedi il citato documento n. V, ed i numeri VI, VII e VIII. Si voleva una soddisfazione: invano la dimandano il nostro Podestà e gli Assessori municipali. L’insulto alla popolazione fu pubblico, pubblica ne doveva essere l’ammenda: ma no, le ricompense tutte furono per gli assassini, per noi le carceri, gli esili e tutti gli avvilimenti. L’ex Vicerè, Torresani e Radetzky si scambiarono vicendevolmente le loro congratulazioni, gli agenti della Polizia ebbero larghe rimunerazioni, ed il Feld-Maresciallo esponeva a’ suoi soldati, coll’Ordine del giorno del 18 gennajo, la persuasione del suo Principe di conservarsi il regno Lombardo-Veneto fidando nella sua spada e nel valore delle truppe, di cui avevano già date belle prove in settembre e nei primi di gennajo. V. documento n.oIX.Il Corso Francesco sì perchè ricordava i tristi avvenimenti del gennajo e sì per il nome che portava divenne odioso a tutti i buoni cittadini, i quali si rivolsero a Porta Romana, e quivi incominciarono un nuovo corso che denominaronoCorso Pio IX. L’universale scontentezza obbligò la Congregazione Municipale di Milano, sulla proposta fatta dal signor Nazari, Deputato alla Centrale, a stendere una supplica a Ferdinando I, nella quale si mostravano i difetti della pubblica amministrazione ed il modo di correggerli. Fu spedita al trono coll’organo vicereale, ed in pendenza delle risoluzioni sovrane il fermento nel popolo andava crescendo. Un giorno si stabiliva un’adunanza per assistere secretamente a’ divini uffici che si facevano celebrare per le vittime della rabbia tedesca. Un altro giorno un gran concorso alla Scala per festeggiare la Costituzione che gli altri principi italiani davano a’ loro sudditi, e via discorrendo.—Il Vicerè con un secondo proclama invita alla quiete assicurando che egli teneva le redini del governo, e che avendo inoltrato nelle vie legali una dimostranza all’imperatore si lusingava di veder esauditi i voti dei Milanesi. Vedi documento n.oX. Ma questo secondo proclama acquistò minor credenza del primo, e non andò molto che ci persuademmo del vero. Dopo alcuni giorni un proclama di Ferdinando I, spedito da Vienna, ci avvertiva che l’imperatore aveva sempre trattato il regno Lombardo-Veneto come tutti gli altri Stati della Monarchia, e conchiudeva che in ogni caso egli confidava nel valore e nella fedeltà delle sue truppe, saldo baluardo del trono, e nella maggioranza della nazione. Vedi documento XI, al quale tien dietro il n.oXII dell’ex imperiale regio governo.Frattanto la notizia giunta in Milano della vittoria riportata dai Palermitani sulle truppe del re recò grande consolazione a noi. Erano Italiani depressi e conculcati quanto noi, che si erano levato il giogo dal collo. A dimostrare la nostra gioja si cominciò col recarsi alla cattedrale per ivi recitare in nostro cuore ilTe Deum. Più di 16 mila furono, a detta dei più, gli accorrenti, e ben più di 150 carrozze furono da me contate, che colle spalle voltate verso il palazzo di Corte erano fatte segno di un commesso di Polizia, il quale colla matita ed un pezzo di carta andava enumerandoli; ed io facendo mostra di arricciarmi i mustacchi potei girargli intorno e leggere su quella carta i marchesi B.... e V.... il primo con tre carrozze, ed il secondo con due. E sull’interno della cattedrale, che assiepata di gente non lascia luogo a far un passo, che si fa? La Polizia che ne era stata avvertita, fece vestire daLionsduecento sgherri ed armatigli di stili ingiunse loro di cacciarsi nella folla, di eccitar tumulto con grida sediziose, e nello scompiglio di ferire a destra ed a sinistra. Il colpo tuttavia andò fallito; ma per questa mascherata spese la Polizia la somma di 7000 lire austriache.—In appresso per maggiormente manifestare la nostra contentezza si adottò un cappello alla foggia de’ Calabresi, e la Polizia sempre più insospettita contro di noi, sollecitamente pubblica un avviso con cui si proibisce assolutamente l’uso di tal sorta di cappelli, come qualunque altro distintivo (V. documento n.oXIII), e fatti domandare tutti i cappellaj li volle obbligare a ritirarli sotto severe pene. Ai cappelli colla piuma si sostituì l’antica forma, mettendovi però una piccola fibbia d’acciajo sul davanti, e da alcuni si faceva inoltre una piuma collo stesso pelo del cappello. Non andò guari che due proclami ci pervengono da Vienna. L’uno guarentisce la Polizia contro qualunque diceria del popolo, e le affida un assoluto potere, l’altro istituisce il giudizio statario pei delitti politici, la cui procedura sommaria non doveva oltrepassare quattordici giorni a contare da quello in cui l’imputato si presentava all’esame, e portava la pena di morte da eseguirsi colla forca. (V. documenti n.oXIV e XV.)Non la sola Lombardia si scosse ad una sì vandalica legge, ma l’intera penisola, la Francia, l’Inghilterra. Quest’ultima nazione col mezzo del suo ministro Lord Palmerston dirigeva verso la fine di febbrajo ai primi di marzo una nota all’ambasciatore inglese a Vienna, con cui gl’imponeva di far valere tutta la sua eloquenza e buon giudizio, onde indurre il Gabinetto di Vienna a cambiar sistema nell’Austria, onde conciliarsi tutti li diversi Stati della Monarchia e non aspettare che una rivoluzione sorgesse in danno della Monarchia stessa. L’Austria tuttavia fece la sorda, sempre confidente nelle sue truppe, nei mezzi che la provvidenza gli somministrava aspettava di piè fermo che la nostra pazienza si stancasse. Non erano però di questo parere l’ex Vicerè ed il Feld-Maresciallo. Il ministro Ficquelmont li aveva avvertiti che noi si armavamo, che la nostra pazienza aveva toccata la meta. E come non accorgersene? La nobiltà aveva abbandonata la Corte. Il teatro alla Scala, come abbiamo veduto, abbandonato dai nostri cittadini e frequentato solo dagli uffiziali del presidio austriaco si chiamavaCaserma alla Scala; l’allontanamento da qualunque dimostrazione che desse il più piccolo indizio di contento o di attaccamento alla Corte era generale. Il Carnevale (per essere state proibite le feste, maschere, ecc., come dal documento n.oXVI) si terminò col martedì in luogo della domenica a significare così l’osservanza del rito romano, nonchè dall’ambrosiano, e una maggiore osservanza a Pio IX, e via via dicendo che non la si finirebbe più.Il Vicerè intanto apparecchiasi ad una partenza colla sicurezza che non avrà più ritorno. Egli fa incassare tutto quello che può e suo e non suo, sopra diverse carra che lo precedono verso Verona. Radetzky pensa di chiudersi in castello, e ad onta delle proteste del Municipio (V. documento n.oXVII) fa erigere alcuni fortini intorno ad esso. Graziosa fu la satira o piuttosto profezia che riporto, esposta dai Milanesi sopra alcuni angoli della città e del castello in occasione di questa fabbrica:Porchi de Todisch!El savì che si mal vist:Vorri fabbricaaChe si minga vi alter i padron de caa:Cosa serva che tribulee,Che prima de Pasqua avii de fa S. Michee.Molti altri accidenti, che precedono la rivoluzione avrei a raccontare, i quali a danno della verità vennero svisati dalla nostra Gazzetta privilegiata: ma se dovessi entrare a fatti particolari sarei infinito; mentre ben pochi sono quelli di un ceto distinto che non ebbero a soffrire perquisizioni della cessata Polizia austriaca. Tra questi sarebbero i due fatti successi il 12 e il 14 febbrajo, narrati falsamente dalla suddetta Gazzetta, l’esclusione degli Studenti all’intervento dei funerali del professore di filosofia dottor Carlo Ravizza, come pure molto vi sarebbe a dire delle stragi commesse a Pavia ed a Padova, ma sarebbe un correre oltre il segno, avendo io promesso di parlare solamente degli avvenimenti di Milano.[19]Vedi documento n.oXVIII.[20]Fra i primi che accorrevano al ex palazzo Governativo alla testa di una distinta squadriglia, fuvvi il doltor fisico Paolo Rossignoli. Egli colle armi che gli somministrava l’amico Ercole Durini toglieva la vita e le armi ai soldati ivi di guardia. Quindi impossessatosi della carrozza dell’Arcivescovo, faceva la prima barricata dal lato di S. Maria della Passione. Si portò poscia alla bottega dell’armajuolo Colombo, ove potè armare la sua squadriglia. Indi, facendo barricate, si avanzò sul piazzale delle Galline, ed ivi trinceratosi con quattro barricate fatte colle vetture del Marzari ed innalzato il vessillo tricolore nel mezzo della piazzetta, obbligò di poi il prete della chiesa di S. Protaso a far suonare campana a martello.Alla presa del palazzo di Polizia gli venne ferito al fianco il pittore Tenconi, che medicò in casa Mangili e fece quindi trasportare all’Ospedale. Proseguendo a far eseguire le barricate sino a S. Marcellino, fu ferito, sull’angolo del Lauro, da una palla che gli sfiorò l’ultima costola al fianco destro, da molti Croati appostati sul ponte Vetro nella sera della prima gloriosa e più difficile giornata.La scelta compagnia del dottor Paolo Rossignoli era composta oltre a’ suoi due cugini Franceseo e Giuseppe Rossignoli, dei conti Guido ed Emmanuele Borromeo, di Oreste Zaffanelli, di Carati Enrico, Valentino Rossi, Ermenegildo Fumagalli, Quiroli Bartolomeo, Luigi Zanner, Pellegata Giuseppe, Santino Sando, Angelo Corsi e Fiando fratelli.Il primo che dal Broletto portasse al Palazzo di Governo la bandiera tricolore fu il signor Gio. Battista Grondona, impiegato alla Giunta del Censo. Egli schivò fortunatamente un colpo di fucile direttogli da una delle guardie, stesa, poi morta a terra da un nobile cittadino.Merita speciale ricordanza anche l’avvocato Antonio Negri, che munito di semplice bastone, fu tra i primi a disarmare il corpo di guardia del Palazzo di Governo, e tra quelli che fecero prigioniero O’Donell. In appresso munito di arme da fuoco, a Porta Romana respinse quasi solo una forte mano di Croati; all’Arco di Porta Nuova tra un nembo di palle coraggiosamente avanzando incuorò gli altri; finalmente, benchè ferito in una gamba, salito con alcuni altri sul terrazzino di detto Arco, col molestare continuamente l’inimico contribuì non poco a farlo sloggiare di quel punto importantissimo.Parimente non v’ha dimenticato il coraggioso cittadino Carlo Peroli, che pure con un colpo di pistola al Governo uccise uno dei soldati di guardia; e di là in compagnia del conte Durini, passando alla contrada di S. Paolo fece eseguire la prima barricata in capo a quella contrada, incoraggiando ed obbligando una turba di cittadini a quel lavoro. Trovatosi quindi con alcuni suoi compagni al negozio dell’armajolo Colombo e vedendo che costui cercava di temporeggiare, egli con una leva di ferro sforzò la bottega, ed armatosi potè in compagnia del suo amico Cavalieri perseguitare la truppa che passava per la contrada del Rebecchino. Incaricato del signor Barbò ad andare ai Monforti per liberare uno zio del medesimo, unitosi ad una squadra de’ nostri, volò a levare dall’assedio un vecchio rispettabile. Indi scavalcando colle scale a mano la casa Cicogna, entrò nelle ortaglie, ov’era accampato un corpo di Croati, contro cui combattè. In questo scontro restò ferito il cittadino Mariani.Racconti di 200 e più testimonj oculari.[21]Il signor Giuseppe Nova fece prigioniero il vicepresidente O’Donell, che consegnò al conte Alessandro Greppi. Più avanti avrò occasione di parlare del coraggioso giovine signor Nova.[22]Gli ultimi cinque giorni degli Austriaci in Milano, relazioni e reminiscenze. Milano, tipogr. Borroni e Scotti, pag. 13. Come uno dei primi pubblicati, questo libro manca di qualche fatto, ma non va senza lode per le notizie esatte ed importanti che racchiude.[23]Narra l’autore deiRacconti di 200 e più testimoni oculari dei fatti delle gloriose cinque giornate di Milano, «che uscendo tre carrozze, due a due cavalli, ed una ad un cavallo solo, ed attraversando la piazza dalla parte della contrada Cusani per recarsi al dazio di Porta Tenaglia, staccasi un drappello di cavalleria ussera e si presenta alla portiera scaricandovi diversi colpi di carabina. Nè contento di questo, adopera lo squadrone per finire di sacrificare le vittime che in esse si contenevano. Una delle carrozze a due cavalli prese la fuga dirigendosi verso la casa Dal Verme, e da’ militari stessi venne condotta in castello, attraversando la linea delle piantaggioni; l’altra con un solo cavallo, portatasi a carriera verso la strada che percorreva, tutto ad un tratto soffermossi, e per quanto facesse il vetturale o qualche cittadino accorso in ajuto, non fu possibile di rimuovere dal suo posto il cavallo; la terza soffermossi dirimpetto alla porta del castello, e vi stette per un’ora e mezzo circa, sotto ad una dirotta pioggia, custodita da due usseri, uno per parte della portiera, venne poi tradotta in castello, e verso sera si vide a ritornare il medesimo legno. Asseriscono poi che alla mattina susseguente si trovarono due cavalli morti da colpi di squadrone sulla piazza del castello, e furono riconosciuti i medesimi attaccati al legno fuggitivo. Un cocchiere si vide cadere nel momento che fu assalito; nulla seppesi di coloro che erano nei legni, sendo che i colpi di cannone e della fanteria e cavalleria che trovavasi sulla piazza fecero ritirare tutti gli astanti.IlLombardoin proposito ai fatti della prima giornata ci reca la seguente importante notizia: «Veniamo assicurati che al primo sorgere della nostra rivoluzione, la mattina del sabbato 18 corr., que’buoni galantuominidi Radetzky, Torresani e De Betta avevano formato il seguente piano: ottomila uomini divisi in cento sessanta compagnie di cinquanta uomini ciascuna, dovevano invadere la città e portarsi a saccheggiare duecento case dei più distinti signori di Milano, che sarebbero state indicate dal Torresani, nel mentre stesso che altri sei o sette mila uomini avrebbero tenuto a freno il popolo, impadronendosi delle principali contrade e mitragliando, e fucilando senza misericordia tutti coloro che avessero opposta qualche resistenza.—Se questo piano iniquo ed orribile non fu condotto ad esecuzione, lo dobbiamo all’opposizione energica fattagli dal generale Wallmoden, che protestò non avrebbe mai preso parte a tal azione che infamasse per sempre il suo nome e l’armi ch’ei comandava.—Anche il generale Woyna protestò nel senso medesimo.—Il 20 si trattava di sottoporre il generale Wallmoden ad un giudizio di guerra.»«Furono intercettate due lettere famigliari che reciprocamente si dirigevano i due figli maggiori del ex vicerè del cessato Regno Lombardo-Veneto.—In queste i due Principini ed Arciduchini d’Austria si mostravano più che persuasi, e spiegavano il più vivo desiderio che Radetzky cannoneggiasse la loro diletta Milano con pezzi da ventiquattro, e che domata la rivoluzione facesse piantare due forche, che incominciassero il lungo loro esercizio dall’appiccare quelbaron fottutodel podestà Casati».[24]Narra il citato autore deiRacconti di 200 e più testimoni, che alla testa della gendarmeria precedesse a cavallo il commesso dell’ex polizia Zamarra.[25]Onde non tralasciare i fatti principali e più interessanti che mi guidano sul corso di questi cinque giorni, devo tratto tratto servirmi anche di notizie già pubblicate da altri, molte delle quali erano trasmesse anche a me nello stesso tempo che venivano spedite al raccoglitore Ronchi, e ad estensori di giornali. Fra queste crediamo degna di riportare la seguente narrazione dell’avvocato Michele Cavalleri, abitante nella contrada di S. Pietro alla Vigna, n.o2812. «Alle ore 5 circa del giorno 18 marzo, sentii di repente numerosi colpi di fucile in istrada, quindi due palle che ruppero i vetri della mia stanza e fischiarono poche dita da me discosto.»«Alla novità del fatto, mi avvicinai alla finestra e mi corse agli occhi una numerosa schiera di granatieri ungheresi, difilati lungo la parete opposta della contrada e collo schioppo approntato alla guancia verso tutti i piani della casa. Repentissimi, violenti colpi di scure alla porta, grida feroci lungo la strada, un alto lamento nell’interno della casa mi annunziavano la presenza di una ferale disgrazia.»«Venni nell’attigua stanza e quivi un’altra fucilata: al repentino evento tosto pensai, che in tal guisa si desse principio ad una sistematica distruzione di casa in casa, vedendone gli abitatori innocui, disarmati e ravvolti fra un diluvio di donne e di figli correnti, lagrimanti, stridenti.»«Il servitore mi avvisò, che le scuri avevano già fessa la porta, e che a momenti i soldati irrompevano; non esservi altro scampo che il fuggire attraverso i tetti. Grazie alla generosa opera del cittadino Meresalli, impiegato all’ex-governo, affittuario al terzo piano della casa Piazza, Torre de’ Meriggi, congiuntamente a 16 altre persone, padri e madri di famiglia, avemmo, per una finestra laterale al tetto, ingresso nella sua abitazione, e da questa facemmo passaggio a quella dei conjugi Perelli, abitanti al quarto piano di detta casa, dove ospitalmente ricevuto questo profugo stuolo, ebbe per tutta notte asilo e conforto di cibo: che anzi lo scrivente congiuntamente alla sua famiglia, e ad altro, tutti depaurati dal saccheggio e tutti sotto la legge di morte, per molti giorni ancora fruirono di tale asilo che una benemerente carità aveva con proprio pericolo aperto.»«Appena chiusa la finestra d’ingresso, appena chiuso l’uscio della casa di nostra dimora, i granatieri salirono sul tetto dietro le nostre pedate, collo schioppo alla faccia, determinati ad inseguirci e a far fuoco contro gli usci e le finestre chiuse; quando una voce dei loro diede ordine di fermarsi, non presentando il generale silenzio un sospetto alcuno di nostra vicinissima presenza.»«Fu in questo stadio, che per la seconda volta il certo pericolo di morte ancora più acerbamente portava angoscia all’anima, perocchè noi avremmo inviluppato nella nostra disgrazia i benefattori che ci avevano raccolti.»«Non rinvenuta la preda nella parte più alta della casa, corsero i soldati ungheresi alla più bassa, nelle cantine, dove infatti giacevano occultate donne e numerosi fanciulli d’ogni età.»«Ma essi volevano e cercavano gli uomini, s’avvennero in un figlio del portinajo da tempo infermo, che ferocemente maltrattarono, perchè inabile a sorreggersi. Corsero ai piani di abitazione, gettate a terra le porte, ogni cosa misero a soqquadro, con bajonetta o spada forarono i ritratti, sfracellarono quanto eravi di friabile, gettarono contro terra e con ogni studio di rovina ciò tutto che non poteva levarsi; a colpi di sciabola e scure sforarono i mobili, sfondarono armadj, cassettoni, tavoli; distrussero in una parola quanto loro si presentava davanti, ponendo mano a danaro, orologi, argenterie e lasciando dietro di sè quasi dappertutto un caos di rovine, conducendo però seco loro il portinaio col figlio, il mercante di mobili e due giovinotti.»«Ma qual fu l’origine di tante angoscie e di tanti disastri! L’essere caduta in istrada una griglia dal secondo piano, senza offesa di persona, pochi passi distante da due o tre granatieri. Essi chiamarono a stormo dalla vicina casa del generale in capo Radetzky, e dalla vicina caserma di san Francesco, in modo che quasi 100 uomini di ogni arma e specialmente circa 60 granatieri, vennero a compiere con frenesia ferina tanto ingloriosa impresa.»«Meritano quivi una particolare ricordanza i fatti di due donne di servizio Marianna De-Giuli e Giuseppa Rimondi, che tutti i giorni dalla domenica in poi, attraverso i colpi di fucile che piovevano lungo la linea della mia contrada d’abitazione, incaricavansi di far provvigione per le 32 persone quasi tutte donne e fanciulle che a lei commettevansi per la mancante provvista del vivere: e della cittadina Alessio Giuseppina, maestra di scuola, che nel momento del personale pericolo, non dimenticò l’importanza del suo magisterio, ricevendo di piede fermo l’uffiziale ed i soldati, cui disse, che essendo donna ed educatrice, per propria inoffensività e per incolumità delle proprie educande, aspettavasi esente da ogni militare violenza. L’uffiziale dei granatieri ungheresi, fatta visita al domicilio, rispose congedandosi, che egli non aveva sete che di vite maschili, e dappoi ebbe a dire che era per esso un gran piacere l’uccidere 50 o 60 italiani.»[26]Baracchi,Le gloriose cinque giornate dei Milanesi. Opuscoletto interessante e scritto con molta verità.[27]Vedi atrocità commesse dagli Austriaci durante la rivoluzione di Milano, estratte da documenti officiali.[28]Il 22Marzo, giornale ufficiale, n. I.[29]Ad alcuno sembrerà fuori di posto questa risoluzione del Re Sardo, che a noi non pervenne che il giorno 24, ma quando si avrà riguardo esser ciò successo in seguito alla rivoluzione del primo giorno cesserà ogni censura.[30]Circa alle ore due e mezzo pomeridiane del giorno 22 marzo, una grossa palla di spingarda, distrusse in parte una torretta di camino nella casa dello stesso Signor Uboldo in Pantano.[31]Intorno alle dette maravigliose barricate mobili abbiamo anche i seguenti particolari nella Gazzetta Officiale del 22 marzo. «Antonio Carnevali, già professore di matematica e strategia alla scuola militare di Pavia sotto il cessato regno italiano, nominato in questi cinque giorni alla direzione delle fortificazioni campali, fu egli che immaginò il piano di quell’operazione. A quest’uopo concepì l’idea di alcune barricate mobili che servissero a proteggere i nostri bersaglieri contro i colpi dell’inimico nell’atto che si avanzavano verso la Porta. Mentre scriviamo ci sta sott’occhio un ordine sottoscritto da lui, perchè si formassero delle grosse fascine cilindriche del diametro di once 60 e lunghe once 40, e quest’ordine è accompagnato da un piccolo disegno illustrativo. L’incarico di ridurre ad esecuzione questo pensiero delle barricate mobili, se lo assunse il pittore Gaetano Borgocarati, giovine oltre ogni credere coraggioso, che in tutto il tempo dell’assedio prestò utilissimi servigi alla causa comune, combattendo valorosamente e sprezzando qualsiasi pericolo. Questi si ridusse sulla piazzetta di S. Pietro in Gessate, ed ivi raccolto intorno a sè buon numero di operatori, ebbe ben presto costrutto tre di quelle barricate mobili, quindi due altre ne condusse a termini nel vicino Orfanotrofio dei maschi. Visitate dal Carnevali queste enorme fascine, e approvatane la costruzione, egli stesso insegnava il modo di farle rotolare maestrevolmente ad opportuna distanza una dall’altra e a scala onde potessero negli intervalli di esse uscire i nostri combattenti e offendere il nemico. All’atto pratico furono trovate di grandissimi vantaggi.[32]L’arresto di un corriere da Verona mise in nostro possesso due lettere scritte in tedesco da uno dei figli dell’ex Vicerè al suo fratello Ernesto. Ne diamo la traduzione nel documento n. XIX, stata pubblicata già nel giornaleIl 22 marzo.[33]V. Gazzetta di Milano del giorno 19 aprile.[34]La presa di Porta Tosa, così detta Porta Vittoria, narrazione di G. B.[35]Cosa rincrescevole veramente è per uno storico sincero e imparziale il non potere, per difetto di notizie autentiche, registrare i nomi di tutti coloro che in questi gloriosi avvenimenti sia con la mano sia col senno ben meritarono della patria. D’altra parte il merito vero, sempre modesto, ripugna da qualunque ostentazione, e solo fa premio a sè delle opere sue, intantochè colui forse che solo per mostra impugnò l’armi, o stette nascosto nei momenti del maggiore pericolo, viene dopo la vittoria ad assordar la città de’ suoi vanti, e a trarre in inganno la credulità dei più che non potendo o non osando smentirlo, consacra, divulgando come fatti veri le loro vanterie, sì che il cronista, indotto dalla voce pubblica, si rende complice involontario della menzogna, e così come già disse il cantor di Gerusalemme liberata:I premj usurpa del valor la frode.Se non che il tempo vien poi a riparar le più volte questi torti dalla fama, ed a rendere a ciascuno il suo.[36]Alle ore tre e mezzo pomeridiane il Console generale Francese inviava a lutti gli altri Consoli esteri residenti in Milano le seguenti lettere coll’unita protesta al maresciallo Radetsky che riportiamo dal GiornaleL’Amico del Popolo.Signore e caro Collega!Si teme d’un bombardamento, e si desidera, nell’interesse dell’umanità, che il corpo consolare residente in Milano protesti contro un atto così selvaggio, se è vero tal cosa.Io ed il Console generale, abbiamo promesso ai membri della Municipalità, riuniti in casa del signor conte C. Taverna di unirsi a voi per redigere e firmare se ha luogo questa protesta. Vi prego dunque di venire da me e tutti i vostri colleghi, per discorrere ciò che si può fare in interesse dell’umanità e dei nostri nazionali. La riunione avrà luogo alle cinque pomeridiane.Aggradite, ecc.Il Console GeneraleFerd. Denois.Milano, 19 marzo.Al Console di....Sig. Maresciallo.Ci venne detto che l’autorità militare ha minacciato la città di un bombardamento, se, il che non possiamo credere, dovesse essere adottata una tal misura estrema in una città di 160,000 anime, in una città ove risiede un sì gran numero de’nostri compatriotti, noi saremo obbligati, signor Maresciallo, di protestare presso V. E. in nome dei Governi, contro un atto di tal sorta.In ogni caso, facciamo conto abbastanza sulla vostra giustizia ed umanità, per sperare che V. E. ci farebbe avvertiti e ci accorderebbe il tempo necessario di poter mettere i nostri nazionali e le loro proprietà al sicuro dei danni a cui potrebbero trovarsi esposti, come si farebbe certamente in simile caso verso i sudditi austriaci nei nostri rispettivi paesi.Aggradite, ecc.Milano, 19 marzo 1848.Ferd. Denois,Console generale di Francia.—Cav. Gaetti Deangeli,Console generale di Sardegna.—De Simoni,Console generale dello Stato Pontificio.—Raymond,Console Generale della Svizzera.—Cambel,Vice-Console Inglese.—Valerio,Console del Belgio.A Sua Ecc. il Maresciallo Radetzky.[37]Ma non ebbe tempo di appieno effettuare il suo disegno, chè dopo conquistato dai nostri quell’infame covo di scellerati e di scelleragini, ne furono trasportati ben cinque gran sacchi di carte, fra le quali molte importantissime e segrete che recano manifesti gl’iniqui e nefandi misterj della metternichiana Polizia. Di queste carte noi produciamo il seguente motu proprio dell’ex Direttore, donde appunto si vede come già da due mesi quel provvidissimo Magistrato avesse preparato l’esilio de’ migliori nostri cittadini e il lutto di tante famiglie. L’originale di questo documento conservasi presso il benemerito Comitato di Sicurezza Pubblica, che ci permise di pubblicarlo come allegato autentico nel nostro sunto storico.Urgent.Milano 28, 1848.Agli I. R. Sig. Comis.iSuperiori dirigentila Polizia nelle Provincie Lombarde.(eccetto Milano.)(riservato alla sola persona)La invito Sig. Commis.oSup.ea voler compilare e trasmettermi colla maggiore possibile Sollecitudine un Elenco delle persone domiciliate in codesta provincia, contro le quali a seconda della maggiore o minore loro pericolosità converrebbe, onde renderle inocue negli atuali momenti di perturbazioni adottare al caso la misura dell’internamento nelle provincie tedesche della Monarchia Austriaca, sia in via forzosa, o sia mediante passaporto da rilasciarsi ai medesimi; non che di quelle, alle quali Ella riputasse per ora sufficiente di fare una conveniente avvertenza colla comminatoria d’un formale precetto politico oppur anche della loro deportazione.Nell’accompagnare un tale Elenco Ella vorrà esporre succintamente i motivi dai quali fosse consigliata l’una o l’altra delle misure succennate.Le faccio obbligo di serbare sul tenore di questo riservatissimo incarico il più scrupoloso segreto verso Chichesia.TorresaniMp.[38]Nel nostro tempio di S. Carlo si celebrarono le sue pompe funebri il giorno 15 di aprile, e dalla Gazzetta di Milano, prendiamo le seguenti notizie in proposito:Ammirabile e commovente funzione funebre celebravasi oggi nel maestoso tempio di S. Carlo a suffragio dell’anima generosa e forte di Giuseppe Broggi, che con tanto valore difese nelle prime due delle rinomatecinque giornatei punti più accanitamente attaccati dall’artiglieria austriaca a Porta Nuova, a Porta Orientale, ed a S. Babila.Quel prode che già militando per la Francia erasi battuto e distinto sulle spiagge d’Africa, munito di quell’armi medesime, d’onde non usciva colpo in fallo, distruggeva il nemico in modo da incuterli spavento: ma una palla da cannone di rimbalzo lo stese sfracellato con un colpo a terra, in mezzo a suoi fidi amici Rusca e Biffi che erangli compagni alla vittoria. Così pure del suo eletto drappello erano di conserva alla pugna Emilio Morosini, De Cristoforis, fratelli Biffi, Attilio Mozzoni, Enrico Dandolo, Angelo Fava, Re, Carlo Mancini, Croff, Negri ed altri.Sulla porta del Tempio leggevasi questa bella iscrizione:Α————————☧————————ΩGRAN DIO DELLE CLEMENZESIA TU PROPIZIOALL’ANIMA DICARLO GIUSEPPE BROGGIGIA’ MILITE NELLE GALLICHE LEGIONI DELL’ALGERIACOSTUMATO ARDITO FIORE D’ITALI PRODICOLPITO IN MILANO DA BELLICO FERALE TORMENTOMENTRE CROCESIGNATO DIPIOIL MAGNANIMODIFENDEVA IMPAVIDO IL PONTE DELLA CONCORDIASPEZZAVA DELLO INORGOGLITO NEMICO IL TEVTONICO GIOGOCON BRAMOSÌA DI RINTVZZARLO TRA I GHIACCI DEL NORTEVINDICE DELLA VILIPESA RAGIONE DE’ TRATTATIDELLA RELIGIONE DELLA VMANITA’MORÌ VITTIMA DELL’INDIPENDENZA ASSOLVTA D’ITALIAIL XIX. MARZO M.DCCC.XLVIII DI ANNI XXXIII,TRA IL COMPIANTO DE’ SVOI CONCITTADINICON ISMISVRATO PERPETVO DESIDERIODEI BRAVI COMMILITONIIn mezzo al tempio, tutt’addobbato a gramaglia e ricco di fiammeggianti cerei, sorgeva la mole funebre, delineata a foggia militare, ideata magnificamente dal pittore Firmini. Il piedestallo sorgente dalle gradinate era tutt’intorno fregiato di uniti fucili, come n’era la sommità del catafalco, nel di cui mezzo stava piantato il gran vessillo tricolore, donato per tale scopo alla Chiesa. Armi e trofei congiunti e ben distribuiti, d’invenzione del Frattini, e bandiere e vasi e fiaccole ardenti lo corredavano con verdi cipressi ai lati, di tal mirabile effetto che tutta l’anima n’era commossa. Scelta musica del maestro Raj era da numerosi artisti eseguita, e tutto il Clero, e per quanto riguarda la Chiesa gratuitamente prestatosi, avea secondato il desiderio de’ molti amici del defunto che sostennero varie altre spese.Una Deputazione del Governo provvisorio intervenne alla funzione, ed il Comando militare con altri Dicasterj. Tutta la Guardia civica d’infanteria e cavalleria vi si è recata ad onorar la memoria del prode estinto; e numeroso stuolo di signore vestite a bruno vi concorsero pur esse in mezzo a folla straordinaria per spargere una lagrima su quel feretro.Alla tomba fu letto un breve e interessante discorso che incominciava colle seguenti parole:«Fratelli!«A forte e sentito dolore mal risponde la parola, e più eloquente d’ogni parola sono i nostri volti composti a solenne mestizia. Fra le nere gramaglie e i funebri riti, nel raccoglimento religioso della preghiera siamo convenuti intorno una bara per rendere pietosa testimonianza di affetto; e il cuor nostro palpita ancora delle più vive emozioni. Noi pregammo la pace del Signore all’anima benedetta di un martire delle cinque giornate, e qui ci accogliemmo a spargere sul suo sepolcro un fiore, e una lagrima di memoria e di riconoscenza.—Cittadini! questa terra che calchiamo è terra di valorosi; quella tomba che pur ora baciammo nell’espansione dell’anima racchiude una salma preziosa, la salma di Giuseppe Broggi abbracciata strettamente in amplesso fraterno a quelle de’ prodi, che combattendo da leoni morirono da eroi nelle nostre mille barricate, e inaugurarono coi martiri di Palermo l’evo glorioso dell’italiano riscatto».E finiva dicendo:«Salve o salve, anima grande; tu volasti all’amplesso di Dio colla fede più viva, che il tuo sacrifizio avrebbe fruttato la nostra vittoria, la tua morte la nostra redenzione. Quivi ove rotti furono violentemente i ceppi del terreno tuo carcere, scorgerà fra breve una pietra, su cui leggeremo scolpito il tuo nome. Il tempo logorerà la pietra ed il nome; ma esso surviverà perenne nelle nostre gloriose tradizioni, nelle prime due pagine della storia delle cinque giornate, nel nostro e nel cuore conoscente del popolo italiano».[39]A chiunque non ha assistito alla nostra gloriosa rivoluzione non sembreranno inutili certi casi così strani, che molte volte nei momenti del massimo furore ci spingeva contro nostra voglia a ridere.[40]Gazzetta di Milanodel giorno 8 aprile.[41]VediRacconti di 200 e più testimoni oculari.—L’autore delle lettereInfamie e crudeltà degli Austriaci, narra questo fatto più in disteso e con qualche diversità. Ciò rimetto al giudizio di chi legge e più di chi ne fu testimonio.[42]COMITATO DI VIGILANZA ALLA SICUREZZA PERSONALECasa Taverna; Contrada de’ BigliPresidente, Dott.Angelo Fava.Membri, Dott.Andrea Lissoni.—Avv.Agostino Sopransi.—Avv.Pier Ambrogio Curti.—francesco Carcano.—SegretarioAncona Luigi.—Aggiunto,Cesare Viviani.—Capitano della Guardia del Comitato,Manzoni Luigi.COMITATO DI FINANZACasa TavernaMembri,Alessandro Litta Modignani.—Gaetano Taccioli.—Cesare Clerici.COMITATO DI GUERRAC. Cattaneo.—Cernuschi.—Terzaghi.—Clerici.COMITATO DI DIFESACasa Vidiserti, Contrada del Monte; 1263 C.Direttore in Capo,Riccardo Ceroni.Comandante, Organizzat. della Guardia Civ.,Antonio Lissoni.Comandante di tutte le forze attive, A.Anfossi.Direttore di tutti i punti di difesa, A.Carnevali.Direttore delle ronde, delle pattuglie e dei Corpi di Guardia,Luigi Torelli.Segretarj,G. Alessandro Biaggi.—Luigi Narducci.COMITATO DELLA SUSSISTENZACasa Pezzoli, Corsia del Giardino.Negri Luigi.—Ferranti Eugenio.—Lugo Ferdinando.—Lampato Francesco.—Besevi Emilio.—Besozzi Antonio.—Molossi Pietro.[43]Fra le case incendiate in città fu quella delCaffè della Campagna, situato di contro al dazio, dove restarono morti varj Croati ed un ussaro col suo cavallo, ivi appiattati mentre aprivasi una via di salvezza al numeroso vicinato da cui era sgraziatamente abitata; la nuova casa dell’Osteria della Stella, situata a capo del borgo di questo nome; ed altre fuori della porta, tra le quali si annoverano ilCaffè Gnocchi, del quale incendio narrerò la storia genuina, l’Osteria dell’Asse, il nuovo caseggiato dell’Osteria dell’Angelo, la casa vicina all’Osteria del Leone, ed altri fabbricati alla stazione della strada ferrata.[44]Venni assicurato che ai primi colpi dei nostri piccoli cannoni, una staffetta ne recasse precipitosamente la notizia al vecchio condottiero d’armate che se ne stava ritirato in castello, il quale sbalordito esclamò:I birbanti hanno anche i cannoni!! Siamo perduti!!![45]Vedi il nome di alcuni dei più distinti descritti nella nota a pag. 176.[46]Essendosi poi questo vessillo rivolto sulla corona della Madonna e lacerato dal vento, Dunant ne fece sostituire un altro di minore dimensione, fissato sopra cordaggio uso marina, come vedesi tutt’oggi.[47]Il 22 Marzo, Gazzetta Officiale N. 1.[48]I nomi di quegli infelici che furono condotti in ostaggio dagli Austriaci nella loro fuga sono:De Herra, figlio del consigliere, direttore del Liceo.—Brambilla Agostino, d’Inzago.—Peloso, dottore.—Obicino Enrico, possidente.—Fortis Guglielmo, negoziante.—BelgiojosoconteGiuseppe, assessore municipale.—Manzoni Filippo, figlio del poetaAlessandro.—PorromarcheseGibertoe fratelloGiulio, figli del marcheseLuigi.—Porronobile Carlo, figlio del presidente della Congregazione Centrale.—Crespi Carlo, ragioniere.—Mascazzini, dottore.—De Capitani.—ManzolinobileGiulio, impiegato municipale.—DuriniconteErcole.—Appiani, ingegnere.—Bellati, delegato provinciale.—Giani, impiegato municipale.[49]Questo degno Sacerdote è meritevole di miglior sorte per il suo zelo e santo amor di patria: stato perciò non troppo beneviso dal cessato governo Austriaco.[50]Vedi documento n.oXX.[51]DallaGazzetta Officialeil 22 Marzo, pag. 15.[52]Dovevano per titolo di merito istorico ristamparsi in questa Cronaca, come anteriori agl’inni seguenti, iCantici del Riscatto Lombardodel Prof. Dott. Samuele Biava, che primi diventarono popolari per mezzo di musica corale: ma essendo parecchi si pubblicheranno tra poco in una appendice a questo volume.L’editore.[53]Feld-Maresciallo.[54]Il testo tedesco dicevaHundsfott.[55]Traduzione letterale.[56]Qui segue una parola inintelligibile.[57]Cantù Ignazio. Gli ultimi Cinque Giorni degli Austriaci in Milano.Osio Carlo, Alcuni fatti delle gloriose cinque giornate.Racconti di 200 e più testimoni oculari dei fatti delle gloriose cinque giornate.Narrazioni dei maravigliosi successi accaduti durante la memorabile lotta sostenuta dai Lombardi nei cinque giorni di marzo 1848.G. B.La presa di Porta Tosa, così detta Porta Vittoria, e le vicende della casa detta della Birreria sul bastione, o le prodezze dei Lombardi nelle cinque memorabili giornate del marzo 1848.Ceruti Domenico. I cinque giorni di marzo, Lettera al suo amico e concittadino Angelo Guangiroli.G. L. B. Infamie e crudeltà Austriache; valore e generosità dei Lombardi nel marzo 1848 (si sono pubblicate 4 lettere).Bollettino Storico della rivoluzione di Milano di marzo 1848, compilato giornalmente da un cittadino abitante sul Corso di Porta Romana.Due Parole di Osservazione sul Bollettino storico della rivoluzione di Milano di marzo 1848 ecc., scritte da un altro cittadino pure di Porta Romana.Baracchi Francesco. Le gloriose cinque giornate dei Milanesi.Bianconi Antonio. Origine, progresso e fine della rivoluzione di Milano.Relazione epistolare delle cose memorande avvenute in Milano nei giorni 18, 19, 20, 21, 22 e 23 del mese di marzo l’anno 1848.Coppi. Della dominazione Austriaca in Milano dal 1814 a tutta la rivoluzione dei Milanesi incominciata col giorno 18 marzo 1848 e terminata nel 23 dello stesso mese ed anno.Veridica descrizione delle più lacrimevoli turpitudini, scelleratezze ed assassinj infamemente e vilmente commesse dalle brutali e barbare orde Austriache nella città e dintorni di Milano nei giorni della rivoluzione del corrente marzo; desunte ed autenticate da fonti testimoniali e personali (fino ad ora si è pubblicato un solo foglio di 12 pagine).Le cinque gloriose giornate della rivoluzione Milanese, descritte da un Medico, che vi fu testimonio e parte, con un’Appendice relativa ai giorni 23 e 24 marzo; ed infine il Canto di Guerra degl’Italiani.Bertolotti F. Relazione storica del dominio de’ Tedeschi in Milano dal 1814 sino alla rivoluzione di Marzo 1848, operata dai Milanesi, e sfratto delle truppe Austriache dalla Lombardia. Poema in quattro canti. Milano, 1848.Labadini. Poche parole scritte e declamate nel giorno 6 aprile 1848 nella Piazza del Duomo di Milano sul feretro dei prodi fratelli Lombardi morti per la patria nelle cinque gloriose giornate del marzo 1848.Bonatti Gaetano. Le barricate di Milano.—Quest’importante lavoro artistico che ci ricorda i mezzi di nostra salvezza nelle gloriose cinque giornate, viene pubblicato a fascicoli di quattro tavole ciascuno, con brevi descrizioni. Il merito dell’incisore Gaetano Bonatti è bastantemente conosciuto per ogni dove perchè io abbia a parlarne in questo luogo. Assistito da valenti artisti il Bonatti si è assunto a questa bell’impresa, l’unica nel suo genere, che perciò la raccomando caldamente a tutti, onde ciascuno possa conservare pei nipoti una prova del nostro ingegno, non disgiunto dal valore in questo memorabile avvenimento.

[1]Bianchini, Cose rimarchevoli della città di Novara, p. 36.

[2]Quest’avvenimento non fu veramente nè di gloria all’Imperatore, nè di biasimo a Milano. Con un’armata immensa, atta a conquistare un regno, doveva certamente prendersi una città abbandonata e sola in mezzo a tanti e sì potenti aggressori. Nè l’Imperatore scortato da tanti e sì poderosi mezzi, allora mostrò quel vigore militare che caratterizza un gran generale.

Verri, Cap.vii.

[3]Govean,Il Giuramento di Pontida.

[4]Verri, Muratori, Govean ed altri.

[5]Verri, Cap.viii.

[6]Felice Govean,L’Assedio di Alessandria.

[7]Costò ben caro a Federico II l’aver ritentato contro di noi la sorte del Barbarossa, suo avolo, non avendo guadagnato alla fine che di rendere celebre e rinomata anche laCoorte degli Incoronaticondotta da Enrico da Monza, e la compagnia di eletta gioventù dei dintorni di Trezzo diretta da Ottobello Mairano o Mariano, dal quale si riportò strepitosa vittoria nelle vicinanze di Cassino Scanasio.

[8]Govean, laBattaglia di Legnano, pag. 8 e seg. Torino, tipografia Baricco ed Arnaldi, 1848.

[9]Stando però alla storia troviamo che Federico non rimase fra gli estinti sul campo di Legnano, ma che cinque giorni dopo mentre si facevano accurate ricerche della sua salma e l’imperatrice sua moglie vestiva a lutto, comparve quasi per incanto nella città di Pavia vivo e sano tutto baldanzoso ed involto nel suo manto imperiale. Da questa terribile sconfitta conobbe però Federico il bisogno di riconciliarsi col Capo della Chiesa, e più tardi colla pace di Costanza lasciò alle città della Confederazione Lombarda il possesso della libertà e dei diritti che da gran tempo avevano, riservando a sè l’alto dominio con alcune appellazioni.

L’autore.

[10]Ai 14 agosto del 1339 fu riconosciuto Signore di Milano, dopo che erasi distinto in molte guerresche imprese viventi i fratelli ed i nepoti. Dapprima ebbe compagno nel potere Giovanni suo fratello, che vi rinunziò spontaneamente per essersi dato allo stato ecclesiastico. La durezza del governo di Luchino forma un mirabile contrasto con quello di Azzone, e fu perciò causa nel 1340 di una congiura ordita da due Aliprandi e da Francesco Pusterla, con intenzione di porre in luogo di lui i suoi nipoti, figli del suo fratello Stefano. La trama fu scoperta: i due Aliprandi vennero lasciati morire di fame, ed il Pusterla perì sul patibolo colla moglie e due figli adolescenti. Da indi in poi Luchino divenne vie più crudele, e da quel momento la camera ove dormiva fu sempre custodita da due enormi cani. Egli morì di veleno procuratogli dalla moglie Isabella dal Fiesco, donna sfrenata ne’ suoi amori.

[11]Barnabò, al dire degli scrittori contemporanei, fu crudele perchè avaro, superstizioso perchè immerso nei delitti.

[12]Milano osservato in tutte le sue vicende dall’epoca della sua fondazione, fino all’istallamento del nuovo governo della repubblica Italiana, di G. D.

[13]Morto nell’anno 1447 il duca Filippo Maria Visconti, la famiglia sovrana di questo nome si spense, e la città di Milano si trovò divisa in vari partiti. Vi era chi voleva darsi al Re di Napoli, che Filippo Maria aveva dichiarato nel suo testamento successore al ducato; chi allo Sforza, perchè era marito di Bianca Maria (figlia naturale del duca), e perchè questo guerriero poteva liberare la città dal nemico con lo strano suo indomabile valore; ed altri partiti tendevano invece a proclamare loro signore il Duca di Savoja, fratello della vedova Duchessa, amata e venerata da tutti per le sue virtù. Ma i partigiani del re Alfonso in sulle prime emersero sugli allri, a cagione che alcune squadre di Aragonesi state spedite in ajuto del Duca sotto il comando di Raimondo Boysì, entrarono nel castello e nella rocchetta, ed i capitani ducali Guido Antonio Manfredi da Faenza, Carlo Gonzaga, Lodovico dal Verme, Guido Torelli ed i fratelli Sanseverino, giurarono concordemente ad Alfonso devozione e fedeltà. Compiutisi frattanto i tumultuosi funerali del duca Filippo Maria, gli affari politici presero un ben diverso aspetto. Antonio Trivulzio, Teodoro Bosso, Giorgio Lampugnano e Francesco Cotta, personaggi tutti che avevano molta autorità nella patria, conosciuto il vero stato delle cose rivolsero ogni cura al debito provvedimento e convocati tosto i cittadini delle sei porte e dei quartieri della città, li persuasero a non sottomettersi ad alcuno, poichè uomo non v’era che arrogar si potesse su di loro validi diritti. Elessero quindi per ciascheduna porta quattro deputati, col cui voto formarono un supremo consiglio ed un governo repubblicano. I deputati che ascendevano al numero di ventiquattro, dovevano esser rinnovati ogni due mesi, ad esempio della repubblica di Firenze, e denominarsicapitani e difensori della libertà. In appresso i Milanesi sentirono il bisogno dell’elezione di un capitano generale, che con valore positivo in prima, e poi colla fama di fatti celebri incutesse spavento ai vicini nemici, e precipuamente ai Veneziani, che più degli altri li tormentavano. La scelta non poteva cadere che sopra il conte Francesco Sforza, uomo nel quale concorrevano tutte le qualità e prerogative personali per richiamare sovra di sè lo sguardo di una potenza qual’era lo Stato di Milano. Oltre che Francesco era in grido del miglior capitano del suo secolo, era capo di un esercito, le cui bandiere venivano ognor salutate dalla vittoria.

[14]Vedi in fine documento I.

[15]Vedi documento n. II.

[16]A proposito di libertà di stampa è necessario, sebbene fuori del mio assunto, il far conoscere quanto piccola ed insofferente fosse divenuta la nostra Censura sotto la direzione del signor Ragazzi Questo zelante interprete delle disposizioni del cessato dominio Austriaco, già commesso di Polizia a Pavia, ove dovette battere una vergognosa ritirata per salvare la vita minacciatagli dagli studenti, ebbe pochi giorni prima della Rivoluzione la conferma di capo della Censura ed il titolo di consigliere imperiale, con l’aumento di qualche centinaja di fiorini, premio delle sue ribalderie. Egli si vantava che avrebbe messo l’ordine alle stamperie di Milano, che il numero era esorbitante, e che dovevasi ridurle ad un terzo; che le opere erano perniciose; e n’aveva ben ragione parlando di quelle che si stampavano a Milano, perchè ad eccezione di pochi articoli di giornali, il resto non era che qualche traduzione ed altro di nessuna importanza. Ma non voglio narrare che un fatto mio, mentre pel corso di nove anni ebbi sgraziatamente a dipendere da quest’ufficio, e se dovessi pubblicare tutti i commenti, annotazioni, osservazioni, ec., avrei da far ridere per qualche ora gli amici. Nel novembre 1846 presentai un mio articolo a quest’ufficio per essere licenziato: ma dopo lungo esame mi fu rimandato coll’a tergo: L’Imperiale Regia Censura non è autorizzata a permettere la pubblicazione del presente articolo. Non sapeva a chi rivolgermi. M’informai da un impiegato della stessa Censura, il quale mi disse:può rivolgersi all’Eccelso I. R. Governo, o meglio all’Ufficio Generale di Vienna. Accettai questo secondo partito, ed approfittandomi d’un amico che si portava a quella capitale gli consegnai lo scritto e glielo raccomandai caldamente. Egli l’affidò ad uno di quegli agenti aulici, il quale mi promise, dietro un pattuito premio, che mi avrebbe servitostatim. Passarono alcuni mesi e nessuna risposta. Finalmente venne spedito colla massima segretezza al Governo di Milano, il quale lo mandò alla Polizia, e quindi alla Censura per le informazioni. La Censura di Vienna domandava laragione perchè non si dovesse permettere quell’articolo: la Censura di Milano intese la domanda? il lettore lo giudichi dalla risposta.Il signor Tettoni è persona comperata dal sig. N., parla pubblicamente in teatro ed in caffè che si è fissato di farla dire a quest’I. R. Censura. Questo è quanto si ha l’onore di partecipare, ec. Quant’analogia alla domanda! Questa risposta fatta colla massima cautela venne letta, copiata e trasmessami dal mio incaricato di Vienna. La suprema Censura credette bene di non restituirmi più l’originale, nè di parteciparmi le disposizioni in proposito.

In altra occasione però anteriore a questa, essendo stato favorito dalla stessa suprema Censura, feci le mie meraviglie coll’ex marchese Ragazzi, e questi mi risposeesser avvenuto perchè i Viennesi non intendevano l’italiano.

Era giunto a tale il rigore della Censura, che oltre alle ristrettezze per quanto si stampava nel paese, restava assolutamente proibita l’introduzione dei fogli politici stampati all’estero, e segnatamente quei di Piemonte, di Toscana e dello Stato Pontificio, dopo l’esaltazione del Sommo Pio al Soglio di Pietro; le grandi opere di Gioberti, le tragedie di Nicolini, gli scritti di Balbo, Azeglio, Mazzini e Petiti; le poesie del Giusti e di Berchet, e di tant’altri che per ogni dove sorgevano a predicare l’indipendenza e l’unione Italiana, portava a chi li possedeva una condanna criminale se cittadino, lo sfratto di tutti gli Stati se forestiero.

[17]Il giorno 8 di settembre è consacrato dai Milanesi alla festa della Natività di M. V. titolare della loro cattedrale. A solennizzarla con maggior lustro ed anche in onore del nuovo Arcivescovo, si volle rinnovar quell’istessa illuminazione della piazza del Duomo e della piazza Fontana colla quale aveva tre giorni prima condecorato il di lui solenne ingresso in questa Metropolitana. Quando verso le ore dieci e mezzo parecchi cittadini venendo dalla porta Ticinese accompagnati da gran folla di popolo procederono fino alla piazza del Duomo, cantando l’inno di Pio Nono. Fermatisi avanti ilCaffè Reale, oracaffè Pio IX, rinnovarono quel cantico.—Quivi le guardie di Polizia, istigate dal conte Bolza, si fecero avanti per impedire che si proseguisse di cantare. Si venne alle mani, ed a’ nostri riescì di far fuggire i poliziotti. Di poi tranquilli s’avviarono alla piazza Fontana, e dopo di aver gridato viva Pio Nono, viva l’arcivescovo Romilli, ricominciò nuovamente il lieto canto. Allora si mosse la truppa a cavallo e collo squadrone sfoderato tentò dissipare il popolo che affollatissimo si traeva sotto le finestre dell’Arcivescovo per applaudire.—Non trovando possibile il farsi strada nella calca i soldati diedero di sperone al cavallo, e minacciando e ferendo giunsero a farsi largo fra le disperate grida delle donne, dei fanciulli, degli uomini tutti inabili alla difesa, mentre non erano provvisti nè anche di un bastone. A tanto spettacolo atterrito Monsignor Arcivescovo dovette discendere sulla piazza accompagnato da altro sacerdote, e procurò con acconce parole di manifestare il suo contento all’amato gregge per quelle dimostrazioni, pregandolo a volersi contenere e ritornare alla propria abitazione. Da un lato parole consolanti, dall’altra minacce e sfogo di rabbia; fino a tanto che Monsignor Arcivescovo fu costretto di far entrare la truppa nel cortile del suo palazzo. Più di trenta rimasero feriti e tutta gente che fuggiva, siccome fece provato l’esser feriti o nelle spalle o nella schiena. Altrettanti furono malconci dall’urto della folla, il negoziante Ezechiele Abate restò morto non d’asfissia, come asserì la Gazzetta di Milano, ma da una percossa datagli nel petto da un agente di Polizia, ed a una donna fu tagliato un’orecchia.

Un articolo pubblicato nellaGazzetta di Milanodel giorno 9 di questo mese, invertendo la cosa a suo modo, fece di questa scena il più scellerato quadro in nostro svantaggio. Speriamo ora che l’Italia è fatta libera, sarà pur libera la Gazzetta del signor Lambertini, e non costretta a pubblicare articoli infamanti la sua nazione ed i suoi concittadini, siccome usò in questi ultimi mesi.

Per alcune sere la Polizia di Milano raddoppiò le sue pattuglie. Armati a cavallo, armati a piedi, tutti dovevano minacciare, ferire, ed i vili non ardivano di attaccare la gioventù attruppata sugli angoli della città ad aspettarli. Inveivano contro i fuggitivi e contro quelli che soli e tranquilli si portavano alle loro case. Valga questo fatto per mille ch’io potrei narrare. Certo signor Olgiati, persona proba e benevisa da tutti i suoi conoscenti, la sera del giorno 11 ritornando dal Teatro alla Scala alla sua abitazione in contrada di S. Romano, attraversando il corso s’incontrò in una pattuglia che correva dietro ad una famiglia fuggente. Soffermatasi all’arrivo dell’Olgiati, lo minaccia: egli tenta fuggire, ma essi con un colpo di moschetto lo atterrano e quindi gli danno tre puntate di bajonetta che fortunatamente poco più gli faceano che scalfirgli la pelle, difeso da un fascio di carta che aveva nella tasca dell’abito dinanzi al petto. Riavutosi dallo spavento si portò a casa, ed il giorno dopo avendo dirette le sue querele ed alla Polizia ed al Governatore, non gli fu dato ascolto, e poco mancò che non lo trattassero da mascalzone e da malvivente.

[18]Il malcontento per la tracotante superchieria del governo e della Polizia austriaca andava di giorno in giorno serpendo negli animi degli abitanti del regno Lombardo-Veneto. I Giornali italiani ed esteri procuravano di farci comprendere il bisogno di stringerci, di unirci insieme, di distruggere quelle gare municipali che pur troppo furono causa di tanti danni, per poi scacciare il comune nemico. I primi a darne l’esempio furono i Piemontesi. Il Re Carlo Alberto, il solo principe italiano, vide il suo Stato in via di progresso stabile e costante, e seguendo i moti del suo cuore, uniformi ai principi politici dell’immortale Pio IX, volle con le più ampie concessioni riformarlo e metterlo a livello delle più incivilite nazioni d’Europa. Ed allora le città, i borghi ed i villaggi della monarchia Sabauda, dimenticandosi i torti sofferti a’ tempi delle fazioni, che le mantennero in continuo odio fra esse fino a questi giorni, si scambiarono le bandiere, si perdonarono le offese, tra le più esultanti feste di gioja giurarono stretta unione e vera fratellanza, avendo compreso la gran massima che nell’unione sta la forza.

Allora gli amici della buona causa italiana vollero vedere se anche nelle provincie Lombardo-Venete si sarebbe compreso il bisogno d’unirsi. Era necessaria una dimostrazione manifesta, e si deliberò l’abbandono dell’uso di fumare. Un gran sacrificio doveva costare agli abitanti, poichè troppo invalsa era fra loro questa sconcia consuetudine che fruttava cinque milioni annui all’austriaco erario. Pur nondimeno tosto che questa deliberazione venne detta fra amici, essi la propagarono e dalla capitale passò nelle provincie, e quindi nei piccoli paesi e villaggi sino nel Tirolo Italiano, per modo che tutta la popolazione giurò in secreto che l’ultimo giorno di dicembre 1847 sarebbe stato l’ultimo per l’uso della pipa. Per facilitare la diffusione del gran patto si fece litografare l’avvertimento popolare che riporto tra i documenti il n.oIII.

La Polizia di Milano che consumava parecchie centinaja di migliaja fiorini in ispionaggi, resa consapevole di questo accordo, stette in aspettativa che si avverasse il fatto e come giunse il 1.ogennajo fu convinta della realtà. La politica di quest’officio inquisitorio inappellabile fu sempre quella di voler ridurre la popolazione con mezzi turpi e violenti a schiavitù. Ora ecco l’argine ch’essa credette opporre al torrente: il giorno due, a mezzodì fece aprire le prigioni ad una turba di malviventi e di gente perduta, ingiungendo loro di andare in frotte fumando e provocando con ogni pretesto tumulti e collisioni fra la tranquilla popolazione, ed a meglio ottenere l’intento li fece regalare quattro zigari e tre lire austriache per ciascheduno. A questi ribaldi si aggiunsero le pattuglie, destinate a proteggere l’ordine e la vita del cittadino, cui si dava novello incarico di commettere turbolenze e prepotenti arresti. Pattuglie a piedi, a cavallo di tutte le nazioni soggette all’Austria e poliziotti, percorrono le vie più popolose, insultando, minacciando, percuotendo ed arrestando persone d’ogni qualità e d’ogni sesso. Fra gli arrestati vi fu pure il nostro podestà Gabrio Casati, mentre arringava al popolo consigliandolo a quiete e prudenza. La nuova di questo arresto fece ricapricciare i cittadini che giurarono in un momento di vendicarne l’affronto.

Questo illustre cittadino sostenendo la primaria carica municipale con varie prove di virtù seppe acquistarsi l’affetto di tutti i Milanesi, che in lui salutano un padre, un amico, ed un degno rappresentante e sostenitore dei diritti municipali, ed ultimamente il primo motore della liberazione della patria. Sia bastante prova del suo zelo, del suo amor patriottico la protesta con cui il 9 febbrajo reclamò dal Governatore della Lombardia contro l’iniquo abuso di potere verso alcuni cittadini. Vedi documento n.oIV.

Il podestà Casati, cui s’erano aggiunti gli assessori Crivelli, Beretta e Bellotti, personaggi franchi ed energici, trovatisi davanti al Direttore di Polizia, esposero con parole di calda verità e di libero sfogo la misera condizione del paese, gli insulti, le vezzazioni e le persecuzioni di che i cittadini erano fatti scopo; e l’assessor Beretta aggiunse francamente esser opinione generale che la provocazione di tal trambusto partisse dalla Polizia; proposizione questa che mise il Direttore su tutte le furie; ma non si ebbe altra soddisfazione. In tutta la notte si continuavano le provocazioni e gli arresti, per modo che al mattino le prigioni erano talmente stipate di gente d’ogni età e d’ogni condizione, che gli stessi commissari esaminatori ne facevano le più alte meraviglie (Ultimi fatti di Milano ne’ giorni 2, 3 e 4 gennajo. Losanna, 1848), e così terminò quell’infausto giorno. Il mattino seguente si pubblicò sugli angoli più frequentati della città l’avviso della Polizia che riporto tra i documenti al n.oV, il quale destò ne’ cittadini la più alta indignazione.

Fino al mezzodì di questo giorno non si lasciava presagire sinistri incontri. Se non che all’apparire delle pattuglie il popolo si affollò e l’agitazione cominciò più fervente del giorno prima. Dal castello alla Polizia correvano alquanti messaggi, e tra Radetzky e Torresani si va tramando l’esterminio della città. L’istessa paga e lo stesso regalo che si diede il giorno precedente si rinnovò pure in oggi non solo agli scarcerati, ma ben anco ai soldati di linea delgrande impero, che frammischiali ai ladri ed ai borsajuoli vanno a scorribandare per la Corsia de’ Servi. «Verso le cinque ore Milano (scrive l’autore degliUltimi fatti di Milano) fu invasa da parecchie centinaja di soldati, quali per una via, quali per un’altra accorrenti al Corso maggiore: cavalieri e fanti col zigaro in bocca, colla sciabola snudata, irrompano sulla quasi muta moltitudine, e menando colpi alla cieca, offendono qui un braccio, là un cranio, più in là un tergo; e siccome l’ubbriaco s’infervora nella ferocia, mano mano che essi ferivano, più le ferite divenivano profonde, più i colpi lesti e vigorosi. L’inerme popolo così repentinamente assalito grida: non pensa alla resistenza perchè non sa se invece di cento non siano mille, dieci mila. I fanciulli strillano, le donne svengono, i vecchi cadono; e sui fanciulli, sulle donne, sui vecchi, la tedesca ebrietà si disfoga. La carneficina è fatta generale: nè v’è salvezza per alcuno, imperocchè in tutta la folla non v’ha nè una spada, nè uno de’ tanti stili che la fantasia de’ sciocchi romanzatori impresta sempre agli Italiani. Questo nefando assassinio si commetteva in faccia alle tranquille pattuglie sulla Corsia de’ Servi. La moltitudine guatava intorno trasognata ma non fuggiva. Dappertutto i devastatori incontravano un muro vivo di gente, la quale comecchè inerme, li sfidava. Uno di que’, che non osiamo ormai chiamare soldati, inviperito dal nessuno spavento prodotto, acciuffa un fanciulletto di undici anni, spazzacammino seminudo, lo atterra ginocchione, e lo vuole costringere a fumare, il fanciullo ricusa d’obbedire; l’altro insiste, e il generoso undecenne rimane fiero e rincaponito rimpetto alle minacce; e qui la penna a ritroso scrive che quel fanciullo ebbe spaccato il cranio da ripetuti fendenti di sciabola, ed orridamente mutilato le membra. Poco oltre verso la Galleria De-Cristoforis passava un Manganini, consigliere, frequente convitato a’ pranzi di Torresani, aulico inquisitore in una delle tetre commissioni austriache contro i carbonari; lo stesso Salvotti non che il Manganini avrebbe ricapricciato assistendo ai fatti che insanguinavano le vie di Milano; perciocchè l’ottuagenario consigliere fremendo alla vista di quelle barbarie della soldatesca, parlò come parla il cuore nei momenti che l’interesse ed il calcolo lo lasciano parlare. Di repente, il vegliardo viene agguantato da un militare, che percuotendolo gli ingiunge di tacersene, da quel povero vecchio ch’era. Ma il povero vecchio che forse in quell’istante ricevette da Dio la redenzione alle antiche viltà commesse, ripetè tremante per la collera che egli, il soldato che l’aveva ingriffato e tutti i suoi compagni erano altrettanti assassini: e tanto bastò perchè due terribili colpi di sciabola gli partissero il capo in due, e stramazzone piombasse a terra. Al caldo cadavere tosto intorno s’agglomerano sinistre persone, una delle quali fu vista, da due testimonj che noi potremmo citare, introdurre nella scarsella sinistra dell’abito del giacente uno stilo; il quale stilo doveva poi figurare con pompa nei rapporti della Polizia, ed autorizzare le sfacciate menzogne dell’Allgemeine Zeitung.»

«Gli ubbriachi andavan menando colpi a dritta e mancina contro le persone, e tanta era la rabbia del ferire, che le lame urtavano perfino ne’ muri, nelle porte, nel selciato. Nella bottega di un noto librajo, rimpelto alla Galleria De-Cristoforis (Carlo Turati), gli assassini entrarono, ferirono qual poterono aggiungere, e poi furono visti, da un giovine che si rannicchiò sotto al tavolo dell’officina, trinciare colpi disperati contro le scanzie, contro fogli di carta disposti di fila in fila, contro libri quasi consapevoli che la stampa dev’essere la ruina di chi protegge consimile soldatesca.»

«Il dì andava imbrunendo. Nelle altre vie della città radi ma forse ancora più brutali, alcuni soldati s’erano sparpagliati a diffondere parte di quel terrore che sulla corsia dominava. Due o tre di essi, nel mentre che il resto dell’orda ferendo e percuotendo batteva il corso di Porta Comasina, entrarono in una bottega di povero rivenditor di vino, tagliarono una mano al padrone che l’aveva sposta fuor dell’imposta; abbrancò l’uno la moglie, l’altro la figlia, e d’inenarrabili insulti ricoprirono ambedue; ed un terzo scese nella cantina, bevvè quanto e più che voleva, e risalì barcolando, lasciando tutte le botti sbarrate, e così tutta la sostanza del poveretto sperduta. Nell’ampia via dell’Orso la masnada pareva più ebbra che altrove: due perseguono un onesto cittadino: questi fugge entro una casa, oltrepassa la dimora della portinaja, e sale la prima scala che gli si offre: i due persecutori nella loro furia non veggono quasi che fra loro ed il fuggente v’ha un cancello di ferro: entrano nell’uscio a manca e vogliono inoltrarsi: la portinaja s’oppone all’invasione, ed ha chiuso il secondo uscio che mette al cortile:Aprite Italiana! gridano quei feroci dando color d’insulto a sì nobile parola: ma quella si tien salda. Di repente essi si arrestano a guardarla con disonesto sogghigno. Duro caso fu ch’ella fosse una bella giovinetta di circa 18 anni. I malandrini vollero bruttarle la faccia con baci puzzanti di fumo ed acquavite, ma perciocchè ella opponeva loro viva difesa, la arrestarono e via trascinarono incatenata come ribellata alla legge. Sappiamo per certo che non se n’è più potuto aver novella: la disperata madre è corsa dal padrone di casa, il padrone dal parroco, il parroco alla Polizia; tentennamenti di spalle, ed un che vuole? sono tutte le soddisfazioni che una madre ha potuto avere».

«Nell’osteria detta dellaFoppasi contaminò, e poscia si ferì una donna: la stessa padrona ricevette colpi di fendente; un fanciullo che strillava troppo forte ebbe tagliato un braccio; un’infelice ch’erasi ricoverato nella cantina fu ucciso con più di dodici colpi: e per giunta il poco denaro che si trovava nel piccolo forziere del tavolo della cucina fu involato; diciamo in fra parentesi che questo sintomo di ladroneccio si manifestò quasi generalmente. L’ortolano de’Fate-bene-fratelliebbe rotta una gamba da un colpo di fucile per aver dimostrato orrore di simile strage.»

«La strada Sant’Angelo fu teatro di tremenda tragedia. Gli operai del fabbricator di carrozze Sala, compiuto il lavoro se ne ritornavano tranquilli alle rispettive loro abitazioni; forse essi non sapevano pure la strage che correva le vie di Milano. Giunti presso la caserma di fanteria, già pria chiostro di Sant’Angelo, si vedono repentinamente impigliati fra due schiere di soldati armati di fucile con bajonette, ed odono parola che ordina d’investirli senza misericordia. Spaventati si sbandano disordinatamente, ed ogni fuggente s’ode alle terga un feroce branco d’inseguenti. Uno de’ miseri venne confitto contro un albero, e già esanime, la bajonetta andò passando e ripassando il corpo suo; un altro venne massacrato sotto una panca di bottega nella quale aveva cercato rifugio: nove altri furono feriti alle spalle; di diciotto che erano, sette soli riescirono a scamparsela».

«Se l’orrore non fosse già abbastanza efficace noi potremmo venir qui narrando altri molti fatti, di donne vilipese, di mercanti svaligiati, e poi appesi col capo all’ingiù nella loro stessa bottega, di mutilazioni nefande, d’atti insomma soprannaturali di ferocia: ma noi non registriamo che fatti di cui abbiamo fondata certezza: e davvero sono fatti che ammettano più incredulità che se fossero inventati».

«Singolare destino è che fra i morti la maggior parte fosse di tal qualità, qual certo non l’avrebbe voluto la Polizia: il vecchio Manganini a lei devoto; il cuoco di Ficquelmont; un operaio del Sala, padre di sei figli; un fanciullo, una donna, e va dicendo. Ricordiamo pure qui con orrore due circostanze: l’ordine preventivo (!!!) mandato allo spedale di tener pronti tutti i dottori pei feriti che colà si porterebbero..... e l’avviso dato alla Somailoff di non lasciar sortire di casa le persone di servizio dopo le tre».

Tanti nefandi assassinj destarono negli animi dei Milanesi i sentimenti della più alta vendetta. Si giurò in secreto l’esterminio degli Austriaci; non vi dovevano essere più accordi fra noi e loro. Non vi ebbe che un voto:gli Austriaci dovranno abbandonare non solo la Lombardia ma tutta intera l’Italia. I nostri fratelli, di questa bella nazione prediletta dal sole, si commossero alle nostre sciagure, e ci promisero ajuto. Al Piemonte, fatto segno della accanita politica austriaca, si attribuiva l’origine delle tante dimostrazioni che ad ogni giorno ad ogni ora si andavano facendo. Il teatro alla Scala, unico sito di convegno della più alta Società di Milano, fu abbandonato, non vi fu un divertimento straordinario, non una festa da ballo, non una soirée, non un segno di carnevale.

Ed intanto che si fa, che si spera? petulanti avvisi della Polizia si leggono affissi ed accomunati coi sinceri proclami del Municipio, e colle menzognere parole dell’ex Vicerè. Vedi il citato documento n. V, ed i numeri VI, VII e VIII. Si voleva una soddisfazione: invano la dimandano il nostro Podestà e gli Assessori municipali. L’insulto alla popolazione fu pubblico, pubblica ne doveva essere l’ammenda: ma no, le ricompense tutte furono per gli assassini, per noi le carceri, gli esili e tutti gli avvilimenti. L’ex Vicerè, Torresani e Radetzky si scambiarono vicendevolmente le loro congratulazioni, gli agenti della Polizia ebbero larghe rimunerazioni, ed il Feld-Maresciallo esponeva a’ suoi soldati, coll’Ordine del giorno del 18 gennajo, la persuasione del suo Principe di conservarsi il regno Lombardo-Veneto fidando nella sua spada e nel valore delle truppe, di cui avevano già date belle prove in settembre e nei primi di gennajo. V. documento n.oIX.

Il Corso Francesco sì perchè ricordava i tristi avvenimenti del gennajo e sì per il nome che portava divenne odioso a tutti i buoni cittadini, i quali si rivolsero a Porta Romana, e quivi incominciarono un nuovo corso che denominaronoCorso Pio IX. L’universale scontentezza obbligò la Congregazione Municipale di Milano, sulla proposta fatta dal signor Nazari, Deputato alla Centrale, a stendere una supplica a Ferdinando I, nella quale si mostravano i difetti della pubblica amministrazione ed il modo di correggerli. Fu spedita al trono coll’organo vicereale, ed in pendenza delle risoluzioni sovrane il fermento nel popolo andava crescendo. Un giorno si stabiliva un’adunanza per assistere secretamente a’ divini uffici che si facevano celebrare per le vittime della rabbia tedesca. Un altro giorno un gran concorso alla Scala per festeggiare la Costituzione che gli altri principi italiani davano a’ loro sudditi, e via discorrendo.—Il Vicerè con un secondo proclama invita alla quiete assicurando che egli teneva le redini del governo, e che avendo inoltrato nelle vie legali una dimostranza all’imperatore si lusingava di veder esauditi i voti dei Milanesi. Vedi documento n.oX. Ma questo secondo proclama acquistò minor credenza del primo, e non andò molto che ci persuademmo del vero. Dopo alcuni giorni un proclama di Ferdinando I, spedito da Vienna, ci avvertiva che l’imperatore aveva sempre trattato il regno Lombardo-Veneto come tutti gli altri Stati della Monarchia, e conchiudeva che in ogni caso egli confidava nel valore e nella fedeltà delle sue truppe, saldo baluardo del trono, e nella maggioranza della nazione. Vedi documento XI, al quale tien dietro il n.oXII dell’ex imperiale regio governo.

Frattanto la notizia giunta in Milano della vittoria riportata dai Palermitani sulle truppe del re recò grande consolazione a noi. Erano Italiani depressi e conculcati quanto noi, che si erano levato il giogo dal collo. A dimostrare la nostra gioja si cominciò col recarsi alla cattedrale per ivi recitare in nostro cuore ilTe Deum. Più di 16 mila furono, a detta dei più, gli accorrenti, e ben più di 150 carrozze furono da me contate, che colle spalle voltate verso il palazzo di Corte erano fatte segno di un commesso di Polizia, il quale colla matita ed un pezzo di carta andava enumerandoli; ed io facendo mostra di arricciarmi i mustacchi potei girargli intorno e leggere su quella carta i marchesi B.... e V.... il primo con tre carrozze, ed il secondo con due. E sull’interno della cattedrale, che assiepata di gente non lascia luogo a far un passo, che si fa? La Polizia che ne era stata avvertita, fece vestire daLionsduecento sgherri ed armatigli di stili ingiunse loro di cacciarsi nella folla, di eccitar tumulto con grida sediziose, e nello scompiglio di ferire a destra ed a sinistra. Il colpo tuttavia andò fallito; ma per questa mascherata spese la Polizia la somma di 7000 lire austriache.—In appresso per maggiormente manifestare la nostra contentezza si adottò un cappello alla foggia de’ Calabresi, e la Polizia sempre più insospettita contro di noi, sollecitamente pubblica un avviso con cui si proibisce assolutamente l’uso di tal sorta di cappelli, come qualunque altro distintivo (V. documento n.oXIII), e fatti domandare tutti i cappellaj li volle obbligare a ritirarli sotto severe pene. Ai cappelli colla piuma si sostituì l’antica forma, mettendovi però una piccola fibbia d’acciajo sul davanti, e da alcuni si faceva inoltre una piuma collo stesso pelo del cappello. Non andò guari che due proclami ci pervengono da Vienna. L’uno guarentisce la Polizia contro qualunque diceria del popolo, e le affida un assoluto potere, l’altro istituisce il giudizio statario pei delitti politici, la cui procedura sommaria non doveva oltrepassare quattordici giorni a contare da quello in cui l’imputato si presentava all’esame, e portava la pena di morte da eseguirsi colla forca. (V. documenti n.oXIV e XV.)

Non la sola Lombardia si scosse ad una sì vandalica legge, ma l’intera penisola, la Francia, l’Inghilterra. Quest’ultima nazione col mezzo del suo ministro Lord Palmerston dirigeva verso la fine di febbrajo ai primi di marzo una nota all’ambasciatore inglese a Vienna, con cui gl’imponeva di far valere tutta la sua eloquenza e buon giudizio, onde indurre il Gabinetto di Vienna a cambiar sistema nell’Austria, onde conciliarsi tutti li diversi Stati della Monarchia e non aspettare che una rivoluzione sorgesse in danno della Monarchia stessa. L’Austria tuttavia fece la sorda, sempre confidente nelle sue truppe, nei mezzi che la provvidenza gli somministrava aspettava di piè fermo che la nostra pazienza si stancasse. Non erano però di questo parere l’ex Vicerè ed il Feld-Maresciallo. Il ministro Ficquelmont li aveva avvertiti che noi si armavamo, che la nostra pazienza aveva toccata la meta. E come non accorgersene? La nobiltà aveva abbandonata la Corte. Il teatro alla Scala, come abbiamo veduto, abbandonato dai nostri cittadini e frequentato solo dagli uffiziali del presidio austriaco si chiamavaCaserma alla Scala; l’allontanamento da qualunque dimostrazione che desse il più piccolo indizio di contento o di attaccamento alla Corte era generale. Il Carnevale (per essere state proibite le feste, maschere, ecc., come dal documento n.oXVI) si terminò col martedì in luogo della domenica a significare così l’osservanza del rito romano, nonchè dall’ambrosiano, e una maggiore osservanza a Pio IX, e via via dicendo che non la si finirebbe più.

Il Vicerè intanto apparecchiasi ad una partenza colla sicurezza che non avrà più ritorno. Egli fa incassare tutto quello che può e suo e non suo, sopra diverse carra che lo precedono verso Verona. Radetzky pensa di chiudersi in castello, e ad onta delle proteste del Municipio (V. documento n.oXVII) fa erigere alcuni fortini intorno ad esso. Graziosa fu la satira o piuttosto profezia che riporto, esposta dai Milanesi sopra alcuni angoli della città e del castello in occasione di questa fabbrica:

Porchi de Todisch!El savì che si mal vist:Vorri fabbricaaChe si minga vi alter i padron de caa:Cosa serva che tribulee,Che prima de Pasqua avii de fa S. Michee.

Molti altri accidenti, che precedono la rivoluzione avrei a raccontare, i quali a danno della verità vennero svisati dalla nostra Gazzetta privilegiata: ma se dovessi entrare a fatti particolari sarei infinito; mentre ben pochi sono quelli di un ceto distinto che non ebbero a soffrire perquisizioni della cessata Polizia austriaca. Tra questi sarebbero i due fatti successi il 12 e il 14 febbrajo, narrati falsamente dalla suddetta Gazzetta, l’esclusione degli Studenti all’intervento dei funerali del professore di filosofia dottor Carlo Ravizza, come pure molto vi sarebbe a dire delle stragi commesse a Pavia ed a Padova, ma sarebbe un correre oltre il segno, avendo io promesso di parlare solamente degli avvenimenti di Milano.

[19]Vedi documento n.oXVIII.

[20]Fra i primi che accorrevano al ex palazzo Governativo alla testa di una distinta squadriglia, fuvvi il doltor fisico Paolo Rossignoli. Egli colle armi che gli somministrava l’amico Ercole Durini toglieva la vita e le armi ai soldati ivi di guardia. Quindi impossessatosi della carrozza dell’Arcivescovo, faceva la prima barricata dal lato di S. Maria della Passione. Si portò poscia alla bottega dell’armajuolo Colombo, ove potè armare la sua squadriglia. Indi, facendo barricate, si avanzò sul piazzale delle Galline, ed ivi trinceratosi con quattro barricate fatte colle vetture del Marzari ed innalzato il vessillo tricolore nel mezzo della piazzetta, obbligò di poi il prete della chiesa di S. Protaso a far suonare campana a martello.

Alla presa del palazzo di Polizia gli venne ferito al fianco il pittore Tenconi, che medicò in casa Mangili e fece quindi trasportare all’Ospedale. Proseguendo a far eseguire le barricate sino a S. Marcellino, fu ferito, sull’angolo del Lauro, da una palla che gli sfiorò l’ultima costola al fianco destro, da molti Croati appostati sul ponte Vetro nella sera della prima gloriosa e più difficile giornata.

La scelta compagnia del dottor Paolo Rossignoli era composta oltre a’ suoi due cugini Franceseo e Giuseppe Rossignoli, dei conti Guido ed Emmanuele Borromeo, di Oreste Zaffanelli, di Carati Enrico, Valentino Rossi, Ermenegildo Fumagalli, Quiroli Bartolomeo, Luigi Zanner, Pellegata Giuseppe, Santino Sando, Angelo Corsi e Fiando fratelli.

Il primo che dal Broletto portasse al Palazzo di Governo la bandiera tricolore fu il signor Gio. Battista Grondona, impiegato alla Giunta del Censo. Egli schivò fortunatamente un colpo di fucile direttogli da una delle guardie, stesa, poi morta a terra da un nobile cittadino.

Merita speciale ricordanza anche l’avvocato Antonio Negri, che munito di semplice bastone, fu tra i primi a disarmare il corpo di guardia del Palazzo di Governo, e tra quelli che fecero prigioniero O’Donell. In appresso munito di arme da fuoco, a Porta Romana respinse quasi solo una forte mano di Croati; all’Arco di Porta Nuova tra un nembo di palle coraggiosamente avanzando incuorò gli altri; finalmente, benchè ferito in una gamba, salito con alcuni altri sul terrazzino di detto Arco, col molestare continuamente l’inimico contribuì non poco a farlo sloggiare di quel punto importantissimo.

Parimente non v’ha dimenticato il coraggioso cittadino Carlo Peroli, che pure con un colpo di pistola al Governo uccise uno dei soldati di guardia; e di là in compagnia del conte Durini, passando alla contrada di S. Paolo fece eseguire la prima barricata in capo a quella contrada, incoraggiando ed obbligando una turba di cittadini a quel lavoro. Trovatosi quindi con alcuni suoi compagni al negozio dell’armajolo Colombo e vedendo che costui cercava di temporeggiare, egli con una leva di ferro sforzò la bottega, ed armatosi potè in compagnia del suo amico Cavalieri perseguitare la truppa che passava per la contrada del Rebecchino. Incaricato del signor Barbò ad andare ai Monforti per liberare uno zio del medesimo, unitosi ad una squadra de’ nostri, volò a levare dall’assedio un vecchio rispettabile. Indi scavalcando colle scale a mano la casa Cicogna, entrò nelle ortaglie, ov’era accampato un corpo di Croati, contro cui combattè. In questo scontro restò ferito il cittadino Mariani.Racconti di 200 e più testimonj oculari.

[21]Il signor Giuseppe Nova fece prigioniero il vicepresidente O’Donell, che consegnò al conte Alessandro Greppi. Più avanti avrò occasione di parlare del coraggioso giovine signor Nova.

[22]Gli ultimi cinque giorni degli Austriaci in Milano, relazioni e reminiscenze. Milano, tipogr. Borroni e Scotti, pag. 13. Come uno dei primi pubblicati, questo libro manca di qualche fatto, ma non va senza lode per le notizie esatte ed importanti che racchiude.

[23]Narra l’autore deiRacconti di 200 e più testimoni oculari dei fatti delle gloriose cinque giornate di Milano, «che uscendo tre carrozze, due a due cavalli, ed una ad un cavallo solo, ed attraversando la piazza dalla parte della contrada Cusani per recarsi al dazio di Porta Tenaglia, staccasi un drappello di cavalleria ussera e si presenta alla portiera scaricandovi diversi colpi di carabina. Nè contento di questo, adopera lo squadrone per finire di sacrificare le vittime che in esse si contenevano. Una delle carrozze a due cavalli prese la fuga dirigendosi verso la casa Dal Verme, e da’ militari stessi venne condotta in castello, attraversando la linea delle piantaggioni; l’altra con un solo cavallo, portatasi a carriera verso la strada che percorreva, tutto ad un tratto soffermossi, e per quanto facesse il vetturale o qualche cittadino accorso in ajuto, non fu possibile di rimuovere dal suo posto il cavallo; la terza soffermossi dirimpetto alla porta del castello, e vi stette per un’ora e mezzo circa, sotto ad una dirotta pioggia, custodita da due usseri, uno per parte della portiera, venne poi tradotta in castello, e verso sera si vide a ritornare il medesimo legno. Asseriscono poi che alla mattina susseguente si trovarono due cavalli morti da colpi di squadrone sulla piazza del castello, e furono riconosciuti i medesimi attaccati al legno fuggitivo. Un cocchiere si vide cadere nel momento che fu assalito; nulla seppesi di coloro che erano nei legni, sendo che i colpi di cannone e della fanteria e cavalleria che trovavasi sulla piazza fecero ritirare tutti gli astanti.

IlLombardoin proposito ai fatti della prima giornata ci reca la seguente importante notizia: «Veniamo assicurati che al primo sorgere della nostra rivoluzione, la mattina del sabbato 18 corr., que’buoni galantuominidi Radetzky, Torresani e De Betta avevano formato il seguente piano: ottomila uomini divisi in cento sessanta compagnie di cinquanta uomini ciascuna, dovevano invadere la città e portarsi a saccheggiare duecento case dei più distinti signori di Milano, che sarebbero state indicate dal Torresani, nel mentre stesso che altri sei o sette mila uomini avrebbero tenuto a freno il popolo, impadronendosi delle principali contrade e mitragliando, e fucilando senza misericordia tutti coloro che avessero opposta qualche resistenza.—Se questo piano iniquo ed orribile non fu condotto ad esecuzione, lo dobbiamo all’opposizione energica fattagli dal generale Wallmoden, che protestò non avrebbe mai preso parte a tal azione che infamasse per sempre il suo nome e l’armi ch’ei comandava.—Anche il generale Woyna protestò nel senso medesimo.—Il 20 si trattava di sottoporre il generale Wallmoden ad un giudizio di guerra.»

«Furono intercettate due lettere famigliari che reciprocamente si dirigevano i due figli maggiori del ex vicerè del cessato Regno Lombardo-Veneto.—In queste i due Principini ed Arciduchini d’Austria si mostravano più che persuasi, e spiegavano il più vivo desiderio che Radetzky cannoneggiasse la loro diletta Milano con pezzi da ventiquattro, e che domata la rivoluzione facesse piantare due forche, che incominciassero il lungo loro esercizio dall’appiccare quelbaron fottutodel podestà Casati».

[24]Narra il citato autore deiRacconti di 200 e più testimoni, che alla testa della gendarmeria precedesse a cavallo il commesso dell’ex polizia Zamarra.

[25]Onde non tralasciare i fatti principali e più interessanti che mi guidano sul corso di questi cinque giorni, devo tratto tratto servirmi anche di notizie già pubblicate da altri, molte delle quali erano trasmesse anche a me nello stesso tempo che venivano spedite al raccoglitore Ronchi, e ad estensori di giornali. Fra queste crediamo degna di riportare la seguente narrazione dell’avvocato Michele Cavalleri, abitante nella contrada di S. Pietro alla Vigna, n.o2812. «Alle ore 5 circa del giorno 18 marzo, sentii di repente numerosi colpi di fucile in istrada, quindi due palle che ruppero i vetri della mia stanza e fischiarono poche dita da me discosto.»

«Alla novità del fatto, mi avvicinai alla finestra e mi corse agli occhi una numerosa schiera di granatieri ungheresi, difilati lungo la parete opposta della contrada e collo schioppo approntato alla guancia verso tutti i piani della casa. Repentissimi, violenti colpi di scure alla porta, grida feroci lungo la strada, un alto lamento nell’interno della casa mi annunziavano la presenza di una ferale disgrazia.»

«Venni nell’attigua stanza e quivi un’altra fucilata: al repentino evento tosto pensai, che in tal guisa si desse principio ad una sistematica distruzione di casa in casa, vedendone gli abitatori innocui, disarmati e ravvolti fra un diluvio di donne e di figli correnti, lagrimanti, stridenti.»

«Il servitore mi avvisò, che le scuri avevano già fessa la porta, e che a momenti i soldati irrompevano; non esservi altro scampo che il fuggire attraverso i tetti. Grazie alla generosa opera del cittadino Meresalli, impiegato all’ex-governo, affittuario al terzo piano della casa Piazza, Torre de’ Meriggi, congiuntamente a 16 altre persone, padri e madri di famiglia, avemmo, per una finestra laterale al tetto, ingresso nella sua abitazione, e da questa facemmo passaggio a quella dei conjugi Perelli, abitanti al quarto piano di detta casa, dove ospitalmente ricevuto questo profugo stuolo, ebbe per tutta notte asilo e conforto di cibo: che anzi lo scrivente congiuntamente alla sua famiglia, e ad altro, tutti depaurati dal saccheggio e tutti sotto la legge di morte, per molti giorni ancora fruirono di tale asilo che una benemerente carità aveva con proprio pericolo aperto.»

«Appena chiusa la finestra d’ingresso, appena chiuso l’uscio della casa di nostra dimora, i granatieri salirono sul tetto dietro le nostre pedate, collo schioppo alla faccia, determinati ad inseguirci e a far fuoco contro gli usci e le finestre chiuse; quando una voce dei loro diede ordine di fermarsi, non presentando il generale silenzio un sospetto alcuno di nostra vicinissima presenza.»

«Fu in questo stadio, che per la seconda volta il certo pericolo di morte ancora più acerbamente portava angoscia all’anima, perocchè noi avremmo inviluppato nella nostra disgrazia i benefattori che ci avevano raccolti.»

«Non rinvenuta la preda nella parte più alta della casa, corsero i soldati ungheresi alla più bassa, nelle cantine, dove infatti giacevano occultate donne e numerosi fanciulli d’ogni età.»

«Ma essi volevano e cercavano gli uomini, s’avvennero in un figlio del portinajo da tempo infermo, che ferocemente maltrattarono, perchè inabile a sorreggersi. Corsero ai piani di abitazione, gettate a terra le porte, ogni cosa misero a soqquadro, con bajonetta o spada forarono i ritratti, sfracellarono quanto eravi di friabile, gettarono contro terra e con ogni studio di rovina ciò tutto che non poteva levarsi; a colpi di sciabola e scure sforarono i mobili, sfondarono armadj, cassettoni, tavoli; distrussero in una parola quanto loro si presentava davanti, ponendo mano a danaro, orologi, argenterie e lasciando dietro di sè quasi dappertutto un caos di rovine, conducendo però seco loro il portinaio col figlio, il mercante di mobili e due giovinotti.»

«Ma qual fu l’origine di tante angoscie e di tanti disastri! L’essere caduta in istrada una griglia dal secondo piano, senza offesa di persona, pochi passi distante da due o tre granatieri. Essi chiamarono a stormo dalla vicina casa del generale in capo Radetzky, e dalla vicina caserma di san Francesco, in modo che quasi 100 uomini di ogni arma e specialmente circa 60 granatieri, vennero a compiere con frenesia ferina tanto ingloriosa impresa.»

«Meritano quivi una particolare ricordanza i fatti di due donne di servizio Marianna De-Giuli e Giuseppa Rimondi, che tutti i giorni dalla domenica in poi, attraverso i colpi di fucile che piovevano lungo la linea della mia contrada d’abitazione, incaricavansi di far provvigione per le 32 persone quasi tutte donne e fanciulle che a lei commettevansi per la mancante provvista del vivere: e della cittadina Alessio Giuseppina, maestra di scuola, che nel momento del personale pericolo, non dimenticò l’importanza del suo magisterio, ricevendo di piede fermo l’uffiziale ed i soldati, cui disse, che essendo donna ed educatrice, per propria inoffensività e per incolumità delle proprie educande, aspettavasi esente da ogni militare violenza. L’uffiziale dei granatieri ungheresi, fatta visita al domicilio, rispose congedandosi, che egli non aveva sete che di vite maschili, e dappoi ebbe a dire che era per esso un gran piacere l’uccidere 50 o 60 italiani.»

[26]Baracchi,Le gloriose cinque giornate dei Milanesi. Opuscoletto interessante e scritto con molta verità.

[27]Vedi atrocità commesse dagli Austriaci durante la rivoluzione di Milano, estratte da documenti officiali.

[28]Il 22Marzo, giornale ufficiale, n. I.

[29]Ad alcuno sembrerà fuori di posto questa risoluzione del Re Sardo, che a noi non pervenne che il giorno 24, ma quando si avrà riguardo esser ciò successo in seguito alla rivoluzione del primo giorno cesserà ogni censura.

[30]Circa alle ore due e mezzo pomeridiane del giorno 22 marzo, una grossa palla di spingarda, distrusse in parte una torretta di camino nella casa dello stesso Signor Uboldo in Pantano.

[31]Intorno alle dette maravigliose barricate mobili abbiamo anche i seguenti particolari nella Gazzetta Officiale del 22 marzo. «Antonio Carnevali, già professore di matematica e strategia alla scuola militare di Pavia sotto il cessato regno italiano, nominato in questi cinque giorni alla direzione delle fortificazioni campali, fu egli che immaginò il piano di quell’operazione. A quest’uopo concepì l’idea di alcune barricate mobili che servissero a proteggere i nostri bersaglieri contro i colpi dell’inimico nell’atto che si avanzavano verso la Porta. Mentre scriviamo ci sta sott’occhio un ordine sottoscritto da lui, perchè si formassero delle grosse fascine cilindriche del diametro di once 60 e lunghe once 40, e quest’ordine è accompagnato da un piccolo disegno illustrativo. L’incarico di ridurre ad esecuzione questo pensiero delle barricate mobili, se lo assunse il pittore Gaetano Borgocarati, giovine oltre ogni credere coraggioso, che in tutto il tempo dell’assedio prestò utilissimi servigi alla causa comune, combattendo valorosamente e sprezzando qualsiasi pericolo. Questi si ridusse sulla piazzetta di S. Pietro in Gessate, ed ivi raccolto intorno a sè buon numero di operatori, ebbe ben presto costrutto tre di quelle barricate mobili, quindi due altre ne condusse a termini nel vicino Orfanotrofio dei maschi. Visitate dal Carnevali queste enorme fascine, e approvatane la costruzione, egli stesso insegnava il modo di farle rotolare maestrevolmente ad opportuna distanza una dall’altra e a scala onde potessero negli intervalli di esse uscire i nostri combattenti e offendere il nemico. All’atto pratico furono trovate di grandissimi vantaggi.

[32]L’arresto di un corriere da Verona mise in nostro possesso due lettere scritte in tedesco da uno dei figli dell’ex Vicerè al suo fratello Ernesto. Ne diamo la traduzione nel documento n. XIX, stata pubblicata già nel giornaleIl 22 marzo.

[33]V. Gazzetta di Milano del giorno 19 aprile.

[34]La presa di Porta Tosa, così detta Porta Vittoria, narrazione di G. B.

[35]Cosa rincrescevole veramente è per uno storico sincero e imparziale il non potere, per difetto di notizie autentiche, registrare i nomi di tutti coloro che in questi gloriosi avvenimenti sia con la mano sia col senno ben meritarono della patria. D’altra parte il merito vero, sempre modesto, ripugna da qualunque ostentazione, e solo fa premio a sè delle opere sue, intantochè colui forse che solo per mostra impugnò l’armi, o stette nascosto nei momenti del maggiore pericolo, viene dopo la vittoria ad assordar la città de’ suoi vanti, e a trarre in inganno la credulità dei più che non potendo o non osando smentirlo, consacra, divulgando come fatti veri le loro vanterie, sì che il cronista, indotto dalla voce pubblica, si rende complice involontario della menzogna, e così come già disse il cantor di Gerusalemme liberata:

I premj usurpa del valor la frode.

Se non che il tempo vien poi a riparar le più volte questi torti dalla fama, ed a rendere a ciascuno il suo.

[36]Alle ore tre e mezzo pomeridiane il Console generale Francese inviava a lutti gli altri Consoli esteri residenti in Milano le seguenti lettere coll’unita protesta al maresciallo Radetsky che riportiamo dal GiornaleL’Amico del Popolo.

Signore e caro Collega!

Si teme d’un bombardamento, e si desidera, nell’interesse dell’umanità, che il corpo consolare residente in Milano protesti contro un atto così selvaggio, se è vero tal cosa.

Io ed il Console generale, abbiamo promesso ai membri della Municipalità, riuniti in casa del signor conte C. Taverna di unirsi a voi per redigere e firmare se ha luogo questa protesta. Vi prego dunque di venire da me e tutti i vostri colleghi, per discorrere ciò che si può fare in interesse dell’umanità e dei nostri nazionali. La riunione avrà luogo alle cinque pomeridiane.

Aggradite, ecc.

Il Console Generale

Ferd. Denois.

Milano, 19 marzo.

Al Console di....

Sig. Maresciallo.

Ci venne detto che l’autorità militare ha minacciato la città di un bombardamento, se, il che non possiamo credere, dovesse essere adottata una tal misura estrema in una città di 160,000 anime, in una città ove risiede un sì gran numero de’nostri compatriotti, noi saremo obbligati, signor Maresciallo, di protestare presso V. E. in nome dei Governi, contro un atto di tal sorta.

In ogni caso, facciamo conto abbastanza sulla vostra giustizia ed umanità, per sperare che V. E. ci farebbe avvertiti e ci accorderebbe il tempo necessario di poter mettere i nostri nazionali e le loro proprietà al sicuro dei danni a cui potrebbero trovarsi esposti, come si farebbe certamente in simile caso verso i sudditi austriaci nei nostri rispettivi paesi.

Aggradite, ecc.

Milano, 19 marzo 1848.

Ferd. Denois,Console generale di Francia.—Cav. Gaetti Deangeli,Console generale di Sardegna.—De Simoni,Console generale dello Stato Pontificio.—Raymond,Console Generale della Svizzera.—Cambel,Vice-Console Inglese.—Valerio,Console del Belgio.

A Sua Ecc. il Maresciallo Radetzky.

[37]Ma non ebbe tempo di appieno effettuare il suo disegno, chè dopo conquistato dai nostri quell’infame covo di scellerati e di scelleragini, ne furono trasportati ben cinque gran sacchi di carte, fra le quali molte importantissime e segrete che recano manifesti gl’iniqui e nefandi misterj della metternichiana Polizia. Di queste carte noi produciamo il seguente motu proprio dell’ex Direttore, donde appunto si vede come già da due mesi quel provvidissimo Magistrato avesse preparato l’esilio de’ migliori nostri cittadini e il lutto di tante famiglie. L’originale di questo documento conservasi presso il benemerito Comitato di Sicurezza Pubblica, che ci permise di pubblicarlo come allegato autentico nel nostro sunto storico.

Urgent.

Milano 28, 1848.

Agli I. R. Sig. Comis.iSuperiori dirigentila Polizia nelle Provincie Lombarde.(eccetto Milano.)(riservato alla sola persona)

La invito Sig. Commis.oSup.ea voler compilare e trasmettermi colla maggiore possibile Sollecitudine un Elenco delle persone domiciliate in codesta provincia, contro le quali a seconda della maggiore o minore loro pericolosità converrebbe, onde renderle inocue negli atuali momenti di perturbazioni adottare al caso la misura dell’internamento nelle provincie tedesche della Monarchia Austriaca, sia in via forzosa, o sia mediante passaporto da rilasciarsi ai medesimi; non che di quelle, alle quali Ella riputasse per ora sufficiente di fare una conveniente avvertenza colla comminatoria d’un formale precetto politico oppur anche della loro deportazione.

Nell’accompagnare un tale Elenco Ella vorrà esporre succintamente i motivi dai quali fosse consigliata l’una o l’altra delle misure succennate.

Le faccio obbligo di serbare sul tenore di questo riservatissimo incarico il più scrupoloso segreto verso Chichesia.

TorresaniMp.

[38]Nel nostro tempio di S. Carlo si celebrarono le sue pompe funebri il giorno 15 di aprile, e dalla Gazzetta di Milano, prendiamo le seguenti notizie in proposito:

Ammirabile e commovente funzione funebre celebravasi oggi nel maestoso tempio di S. Carlo a suffragio dell’anima generosa e forte di Giuseppe Broggi, che con tanto valore difese nelle prime due delle rinomatecinque giornatei punti più accanitamente attaccati dall’artiglieria austriaca a Porta Nuova, a Porta Orientale, ed a S. Babila.

Quel prode che già militando per la Francia erasi battuto e distinto sulle spiagge d’Africa, munito di quell’armi medesime, d’onde non usciva colpo in fallo, distruggeva il nemico in modo da incuterli spavento: ma una palla da cannone di rimbalzo lo stese sfracellato con un colpo a terra, in mezzo a suoi fidi amici Rusca e Biffi che erangli compagni alla vittoria. Così pure del suo eletto drappello erano di conserva alla pugna Emilio Morosini, De Cristoforis, fratelli Biffi, Attilio Mozzoni, Enrico Dandolo, Angelo Fava, Re, Carlo Mancini, Croff, Negri ed altri.

Sulla porta del Tempio leggevasi questa bella iscrizione:

Α————————☧————————ΩGRAN DIO DELLE CLEMENZESIA TU PROPIZIOALL’ANIMA DICARLO GIUSEPPE BROGGIGIA’ MILITE NELLE GALLICHE LEGIONI DELL’ALGERIACOSTUMATO ARDITO FIORE D’ITALI PRODICOLPITO IN MILANO DA BELLICO FERALE TORMENTOMENTRE CROCESIGNATO DIPIOIL MAGNANIMODIFENDEVA IMPAVIDO IL PONTE DELLA CONCORDIASPEZZAVA DELLO INORGOGLITO NEMICO IL TEVTONICO GIOGOCON BRAMOSÌA DI RINTVZZARLO TRA I GHIACCI DEL NORTEVINDICE DELLA VILIPESA RAGIONE DE’ TRATTATIDELLA RELIGIONE DELLA VMANITA’MORÌ VITTIMA DELL’INDIPENDENZA ASSOLVTA D’ITALIAIL XIX. MARZO M.DCCC.XLVIII DI ANNI XXXIII,TRA IL COMPIANTO DE’ SVOI CONCITTADINICON ISMISVRATO PERPETVO DESIDERIODEI BRAVI COMMILITONI

In mezzo al tempio, tutt’addobbato a gramaglia e ricco di fiammeggianti cerei, sorgeva la mole funebre, delineata a foggia militare, ideata magnificamente dal pittore Firmini. Il piedestallo sorgente dalle gradinate era tutt’intorno fregiato di uniti fucili, come n’era la sommità del catafalco, nel di cui mezzo stava piantato il gran vessillo tricolore, donato per tale scopo alla Chiesa. Armi e trofei congiunti e ben distribuiti, d’invenzione del Frattini, e bandiere e vasi e fiaccole ardenti lo corredavano con verdi cipressi ai lati, di tal mirabile effetto che tutta l’anima n’era commossa. Scelta musica del maestro Raj era da numerosi artisti eseguita, e tutto il Clero, e per quanto riguarda la Chiesa gratuitamente prestatosi, avea secondato il desiderio de’ molti amici del defunto che sostennero varie altre spese.

Una Deputazione del Governo provvisorio intervenne alla funzione, ed il Comando militare con altri Dicasterj. Tutta la Guardia civica d’infanteria e cavalleria vi si è recata ad onorar la memoria del prode estinto; e numeroso stuolo di signore vestite a bruno vi concorsero pur esse in mezzo a folla straordinaria per spargere una lagrima su quel feretro.

Alla tomba fu letto un breve e interessante discorso che incominciava colle seguenti parole:

«Fratelli!

«A forte e sentito dolore mal risponde la parola, e più eloquente d’ogni parola sono i nostri volti composti a solenne mestizia. Fra le nere gramaglie e i funebri riti, nel raccoglimento religioso della preghiera siamo convenuti intorno una bara per rendere pietosa testimonianza di affetto; e il cuor nostro palpita ancora delle più vive emozioni. Noi pregammo la pace del Signore all’anima benedetta di un martire delle cinque giornate, e qui ci accogliemmo a spargere sul suo sepolcro un fiore, e una lagrima di memoria e di riconoscenza.—Cittadini! questa terra che calchiamo è terra di valorosi; quella tomba che pur ora baciammo nell’espansione dell’anima racchiude una salma preziosa, la salma di Giuseppe Broggi abbracciata strettamente in amplesso fraterno a quelle de’ prodi, che combattendo da leoni morirono da eroi nelle nostre mille barricate, e inaugurarono coi martiri di Palermo l’evo glorioso dell’italiano riscatto».

E finiva dicendo:

«Salve o salve, anima grande; tu volasti all’amplesso di Dio colla fede più viva, che il tuo sacrifizio avrebbe fruttato la nostra vittoria, la tua morte la nostra redenzione. Quivi ove rotti furono violentemente i ceppi del terreno tuo carcere, scorgerà fra breve una pietra, su cui leggeremo scolpito il tuo nome. Il tempo logorerà la pietra ed il nome; ma esso surviverà perenne nelle nostre gloriose tradizioni, nelle prime due pagine della storia delle cinque giornate, nel nostro e nel cuore conoscente del popolo italiano».

[39]A chiunque non ha assistito alla nostra gloriosa rivoluzione non sembreranno inutili certi casi così strani, che molte volte nei momenti del massimo furore ci spingeva contro nostra voglia a ridere.

[40]Gazzetta di Milanodel giorno 8 aprile.

[41]VediRacconti di 200 e più testimoni oculari.—L’autore delle lettereInfamie e crudeltà degli Austriaci, narra questo fatto più in disteso e con qualche diversità. Ciò rimetto al giudizio di chi legge e più di chi ne fu testimonio.

[42]

COMITATO DI VIGILANZA ALLA SICUREZZA PERSONALECasa Taverna; Contrada de’ BigliPresidente, Dott.Angelo Fava.

Membri, Dott.Andrea Lissoni.—Avv.Agostino Sopransi.—Avv.Pier Ambrogio Curti.—francesco Carcano.—SegretarioAncona Luigi.—Aggiunto,Cesare Viviani.—Capitano della Guardia del Comitato,Manzoni Luigi.

COMITATO DI FINANZACasa TavernaMembri,Alessandro Litta Modignani.—Gaetano Taccioli.—Cesare Clerici.

COMITATO DI GUERRAC. Cattaneo.—Cernuschi.—Terzaghi.—Clerici.

COMITATO DI DIFESACasa Vidiserti, Contrada del Monte; 1263 C.

Direttore in Capo,Riccardo Ceroni.Comandante, Organizzat. della Guardia Civ.,Antonio Lissoni.Comandante di tutte le forze attive, A.Anfossi.Direttore di tutti i punti di difesa, A.Carnevali.Direttore delle ronde, delle pattuglie e dei Corpi di Guardia,Luigi Torelli.Segretarj,G. Alessandro Biaggi.—Luigi Narducci.

COMITATO DELLA SUSSISTENZACasa Pezzoli, Corsia del Giardino.Negri Luigi.—Ferranti Eugenio.—Lugo Ferdinando.—Lampato Francesco.—Besevi Emilio.—Besozzi Antonio.—Molossi Pietro.

[43]Fra le case incendiate in città fu quella delCaffè della Campagna, situato di contro al dazio, dove restarono morti varj Croati ed un ussaro col suo cavallo, ivi appiattati mentre aprivasi una via di salvezza al numeroso vicinato da cui era sgraziatamente abitata; la nuova casa dell’Osteria della Stella, situata a capo del borgo di questo nome; ed altre fuori della porta, tra le quali si annoverano ilCaffè Gnocchi, del quale incendio narrerò la storia genuina, l’Osteria dell’Asse, il nuovo caseggiato dell’Osteria dell’Angelo, la casa vicina all’Osteria del Leone, ed altri fabbricati alla stazione della strada ferrata.

[44]Venni assicurato che ai primi colpi dei nostri piccoli cannoni, una staffetta ne recasse precipitosamente la notizia al vecchio condottiero d’armate che se ne stava ritirato in castello, il quale sbalordito esclamò:I birbanti hanno anche i cannoni!! Siamo perduti!!!

[45]Vedi il nome di alcuni dei più distinti descritti nella nota a pag. 176.

[46]Essendosi poi questo vessillo rivolto sulla corona della Madonna e lacerato dal vento, Dunant ne fece sostituire un altro di minore dimensione, fissato sopra cordaggio uso marina, come vedesi tutt’oggi.

[47]Il 22 Marzo, Gazzetta Officiale N. 1.

[48]I nomi di quegli infelici che furono condotti in ostaggio dagli Austriaci nella loro fuga sono:

De Herra, figlio del consigliere, direttore del Liceo.—Brambilla Agostino, d’Inzago.—Peloso, dottore.—Obicino Enrico, possidente.—Fortis Guglielmo, negoziante.—BelgiojosoconteGiuseppe, assessore municipale.—Manzoni Filippo, figlio del poetaAlessandro.—PorromarcheseGibertoe fratelloGiulio, figli del marcheseLuigi.—Porronobile Carlo, figlio del presidente della Congregazione Centrale.—Crespi Carlo, ragioniere.—Mascazzini, dottore.—De Capitani.—ManzolinobileGiulio, impiegato municipale.—DuriniconteErcole.—Appiani, ingegnere.—Bellati, delegato provinciale.—Giani, impiegato municipale.

[49]Questo degno Sacerdote è meritevole di miglior sorte per il suo zelo e santo amor di patria: stato perciò non troppo beneviso dal cessato governo Austriaco.

[50]Vedi documento n.oXX.

[51]DallaGazzetta Officialeil 22 Marzo, pag. 15.

[52]Dovevano per titolo di merito istorico ristamparsi in questa Cronaca, come anteriori agl’inni seguenti, iCantici del Riscatto Lombardodel Prof. Dott. Samuele Biava, che primi diventarono popolari per mezzo di musica corale: ma essendo parecchi si pubblicheranno tra poco in una appendice a questo volume.L’editore.

[53]Feld-Maresciallo.

[54]Il testo tedesco dicevaHundsfott.

[55]Traduzione letterale.

[56]Qui segue una parola inintelligibile.

[57]Cantù Ignazio. Gli ultimi Cinque Giorni degli Austriaci in Milano.

Osio Carlo, Alcuni fatti delle gloriose cinque giornate.

Racconti di 200 e più testimoni oculari dei fatti delle gloriose cinque giornate.

Narrazioni dei maravigliosi successi accaduti durante la memorabile lotta sostenuta dai Lombardi nei cinque giorni di marzo 1848.

G. B.La presa di Porta Tosa, così detta Porta Vittoria, e le vicende della casa detta della Birreria sul bastione, o le prodezze dei Lombardi nelle cinque memorabili giornate del marzo 1848.

Ceruti Domenico. I cinque giorni di marzo, Lettera al suo amico e concittadino Angelo Guangiroli.

G. L. B. Infamie e crudeltà Austriache; valore e generosità dei Lombardi nel marzo 1848 (si sono pubblicate 4 lettere).

Bollettino Storico della rivoluzione di Milano di marzo 1848, compilato giornalmente da un cittadino abitante sul Corso di Porta Romana.

Due Parole di Osservazione sul Bollettino storico della rivoluzione di Milano di marzo 1848 ecc., scritte da un altro cittadino pure di Porta Romana.

Baracchi Francesco. Le gloriose cinque giornate dei Milanesi.

Bianconi Antonio. Origine, progresso e fine della rivoluzione di Milano.

Relazione epistolare delle cose memorande avvenute in Milano nei giorni 18, 19, 20, 21, 22 e 23 del mese di marzo l’anno 1848.

Coppi. Della dominazione Austriaca in Milano dal 1814 a tutta la rivoluzione dei Milanesi incominciata col giorno 18 marzo 1848 e terminata nel 23 dello stesso mese ed anno.

Veridica descrizione delle più lacrimevoli turpitudini, scelleratezze ed assassinj infamemente e vilmente commesse dalle brutali e barbare orde Austriache nella città e dintorni di Milano nei giorni della rivoluzione del corrente marzo; desunte ed autenticate da fonti testimoniali e personali (fino ad ora si è pubblicato un solo foglio di 12 pagine).

Le cinque gloriose giornate della rivoluzione Milanese, descritte da un Medico, che vi fu testimonio e parte, con un’Appendice relativa ai giorni 23 e 24 marzo; ed infine il Canto di Guerra degl’Italiani.

Bertolotti F. Relazione storica del dominio de’ Tedeschi in Milano dal 1814 sino alla rivoluzione di Marzo 1848, operata dai Milanesi, e sfratto delle truppe Austriache dalla Lombardia. Poema in quattro canti. Milano, 1848.

Labadini. Poche parole scritte e declamate nel giorno 6 aprile 1848 nella Piazza del Duomo di Milano sul feretro dei prodi fratelli Lombardi morti per la patria nelle cinque gloriose giornate del marzo 1848.

Bonatti Gaetano. Le barricate di Milano.—Quest’importante lavoro artistico che ci ricorda i mezzi di nostra salvezza nelle gloriose cinque giornate, viene pubblicato a fascicoli di quattro tavole ciascuno, con brevi descrizioni. Il merito dell’incisore Gaetano Bonatti è bastantemente conosciuto per ogni dove perchè io abbia a parlarne in questo luogo. Assistito da valenti artisti il Bonatti si è assunto a questa bell’impresa, l’unica nel suo genere, che perciò la raccomando caldamente a tutti, onde ciascuno possa conservare pei nipoti una prova del nostro ingegno, non disgiunto dal valore in questo memorabile avvenimento.


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