a. 1285

Di fatto l'anno seguente, cioè 1285, indizione 13.º il giorno subito dopo l'Epifania, ed era Domenica, Re Carlo morì presso Foggia, fu portato a Napoli, ed ivi sepolto[68]. E noto che, dopo parecchi anni di regno, morì il giorno compleanno della sua incoronazione. Egli fu ottimo guerriero, e lavò l'onta di que' Francesi, che erano andati oltremare con Re Lodovico il Santo. Lasciò dopo sè molti eredi legittimi, figli e nipoti, e della sua morte una santa donna n'aveva avuta chiara visione. Una donna di Barletta, nello stesso anno 1285, ebbe una visione mostratale da Dio, della quale parlandone ai frati Minori, di cui era dovota, disse: Ho veduto in una visione notturna uno che stava davanti a me e diceva: Prima che avvenga, sappi sin d'ora che, entro un anno, per volere di Dio, quattro notabilissimi personaggi entreranno nel regno della morte,ove è la sede assegnata ad ogni viventeGiobbe 3.º: E il primo sarà Re Carlo; il secondo, Papa Martino; il terzo, Filippo Re di Francia; il quarto, Pietro d'Aragona. E gli eventi s'argomentarono di provarlo; conciossiachè ogni cosasuccedette giusta la predizione. Questa donna, quando morì Re Carlo, ebbe un'altra visione, e raccontandola ai frati Minori, disse: Parevami d'essere in un ampio e bellissimo giardino, ove vidi un gigantesco e terribile drago, dal cui cospetto io spaventata fuggiva con quanta lena di correre io aveva. Ma il drago di corsa velocissima m'inseguiva, gridando e pregandomi con voce umana di aspettarlo, chè mi voleva parlare. Avendo io udito quella voce che suonava umana, mi soffermai, volendo udire che cosa dicesse; e voltami a lui, gli dico: Chi siete voi, e che volete dirmi? E in risposta disse: Io sono Re Carlo, che abitava in questo bellissimo Giardino, d'onde Pietro d'Aragona con un frusto di carne ora mi scaccia. E alludeva alla moglie di Pietro d'Aragona, per cagion della quale occupò contro Re Carlo il Regno di Sicilia. E che la moglie venga significata col nome di Carne, si ha in Giobbe 1º.... Dopo poi che i frati Minori ebbero saputo della morte di Re Carlo, riconobbero che quella donna aveva veduta una visione vera. Nello stesso millesimo, dopo la morte di Re Carlo, si vide un'ecclisse di luna, ai 4 di Marzo, nell'ora in cui cantavamo il mattutino, cioè nella Domenica dilætare Jerusalem(allegrati, Gerusalemme); nella quale Domenica il Sommo Pontefice dà la Rosa. Questa Rosa è d'oro e contiene entro di se musco e balsamo; in che si rappresenta la Trinità delle sostanze di Cristo.... Il musco, che trasuda dal liocorno, e colla sua essenza aromatica conforta lo spirito, significa il corpo di Cristo...... Il balsamo, che è caldo e odorifero, denota l'anima di Cristo..... L'oro...... raffigura la divinità..... Il Papa dona questa Rosa al Prefetto di Roma. Il Papa dunque dando la Rosa viene a significare le accennate sostanze e spiega il mistero. Parimente il Doge di Venezia co' suoi Veneziani, nel giorno dell'Ascensione del Signore, sposa il marecoll'anello d'oro; parte per festa ed allegria; parte mosso da una specie di antica idolatria, per la quale i Veneziani sacrificano a Nettuno; parte, per indicare che i Veneziani hanno il dominio del mare. Poi i pescatori, a cui piace, chè d'altronde non vi sono forzati, si cavan nudi, e colla bocca piena di olio, che poi mandan fuori, si buttano nel profondo del mare a ripescare l'anello; e chi lo può trovare, senza contrasto, è suo.... Nel millesimo stesso sussegnato, la Pasqua cadde ai 25 di Marzo, cioè il giorno dell'Annunciazione della Beata Vergine, la qual coincidenza alcuni credevano infausta; il che si aspetta che accada di nuovo fra dieci anni, cioè nel 1295. E nello stesso anno, il giorno della Pasqua di Risurrezione, Papa Martino IV fece un solenne pontificale; e poi nel Mercordì fra l'ottava, nel qual giorno si cantò alla messa l'introitoVenite, benedicti(Venite, o Benedetti), chiuse la sua carriera mortale; e volle essere sepolto ad Assisi nella chiesa del beato Francesco, perchè era amico intimo dell'Ordine de' frati Minori. E immediatamente, dopo l'ottava di Pasqua, ai 2 d'Aprile, ebbe successore Giacomo Savelli Romano, che era del novero del Collegio de' Cardinali, anzi ne era l'anziano, vecchio, carico d'anni, malazzato, affetto di podagra e di chiragra; e prese nome Onorio IV. Dopo che fu fatto Papa, andò subito a Roma, e richiamò i Cardinali, sparsi in Legazioni per le varie provincie, a fine di trattare con loro della pacificazione del mondo. Era stato lasciato esecutore del testamento di Papa Martino IV; e mandò al figlio di Re Carlo, che era in Sicilia prigioniero di Pietro d'Aragona, un ingente tesoro in grazia di amicizia; e incoronò Carlo, nipote di Re Carlo; e si spera che farà molto bene, come si dice, e come pare che egli stesso assicuri....

Delle insidie e della callidità del diavolo, che colla sua finezza tenta di trarre in inganno i servi di Dio.

Delle insidie e della callidità del diavolo, che colla sua finezza tenta di trarre in inganno i servi di Dio.

Dopo l'assunzione dì Onorio al papato, un certo religioso riconobbe d'essere stato deluso. Vivente ancora Papa Martino, al religioso preaccennato frequentemente appariva il diavolo, e gli prometteva il Papato per subito dopo la morte del Papa d'allora. Ma il frate, come raccontò ad un suo amico, col quale ebbe un colloquio confidenziale intorno a questa cosa, pareva che non si curasse del Papato, se non in quanto desiderava, diventando Papa, di poter rappacificare il mondo. Ma l'amico tanto intimo, a cui svelava il secreto dell'anima, gli disse che a lui pareva impossibile, stante che egli non era persona eminente, nè di gran conto, e perchè i Cardinali, a cui spetta l'elezione, non avevano di lui nessuna conoscenza; ma egli rispondeva che quell'elezione non è opera umana.... In seguito morì il Papa, e fu creato Papa altri, non egli; quindi se ne rimase frustrato nella ricevuta promessa, ed ingannato.... Il religioso preaccennato, a cui tali cose accaddero, era un frate Minore, di cui taccio il nome a fine di bene.... Tutte queste prenarrate cose, quando quarantacinque anni fa, io abitava nel convento di Pisa, le seppi da frate Riccardo, il quale, quando avvennero, dimorava nel convento di Pisa, ed ammaestrano ad aversi buona guardia dalle insidie del diavolo.... Visse un sant'uomo, frate Minore, nativo d'Imola, di nome Benintendi, sublimato all'Ordine del sacerdozio. Egli aveva abitato meco più anni nel convento di Ravenna; era gradito confessore, ogni notte faceva trecento genuflessioni, e digiunò ogni giorno tutto il tempo di vita sua. Una volta fu condotta a questo frate una donna invasa dal diavolo..... Ad uno scongiuro il diavolo se ne volò via confuso e deluso con grida di pianto e di dolore, e la donna, ringraziandone Iddio, ne fu completamente liberata..... quindi il beato Francesco, quando il suo compagno fu una notte bastonato dai demonii alla Corte di un Cardinale,si narra che gli dicesse: I diavoli sono i gastaldi del nostro Signore, destinati a tenere gli uomini in guardia di sè stessi. Anzi io penso ch'egli abbia permesso a suoi gastaldi di irrompere sopra di noi, perchè questa nostra dimora nella Corte de' magnati, non fa buon esempio al popolo. Nella diocesi di Parma, sul monte Bardone, vi è un castello, che si chiama Berceto, trenta miglia distante da Parma. Era di quel paese un certo chierico, di nome Guglielmo, che dimorava a Parma. E quando una volta la moglie di un tal Ghidini fabbroferraio, che era figlia di un certo Pieco abitante nel Borgo delle asse, fu ossessa dal diavolo, quel chierico andò a lei, e cominciò a scongiurare il diavolo, comandandogli di uscire da quella donna: e il demonio rispose: Uscirò sì da lei, ma io ti ordirò tale una tela, per la quale tu non potrai più molestarmi, nè costringermi ad uscire da' miei abitacoli. Perchè sappi già sin d'ora che io farò che tu sia ucciso tra breve, e che tu altri ucciderai. E l'evento avverò la minaccia. Pochi mesi dopo, in Parma stessa, ebbe egli ad altercare in un cortile con un Arduino di Chiavari, e si accapigliarono; ma un forte urtò contro un altro forte, ed ambedue soccombettero. Il fatto me l'ha raccontato chi era presente, e vide quando l'un l'altro si uccisero; e quale dalle labbra di lui la ho udita, tale fedelmente ve la trascrivo. E fu frate Giacomino de' Tortelli, che vide e me lo narrò, che ora è frate Minore; e la donna che prima era ossessa dal demonio, ne fu pienamente libera, ed è in Parma nel monastero dell'Ordine di S. Chiara. Il Ghidini suo marito entrò nell'Ordine de' frati Minori; e, convertitosi a mal in cuore, e datosi a vita non sua, rivolse l'animo al passato, e uscì dal convento durante il noviziato, e vive nel secolo, acciocchèchi è ingiusto sielo ancora più: e chi è contaminato contaminisi vieppiùecc. Apocalissi 22.º. Del resto Arduino di Chiavari era uomo dilettere, bello, robusto, battagliero, e aveva fatto quello stesso giorno suoi bagagli per partire all'indomani da Parma, e ritornare alla terra nativa. La terra, d'ond'era nativo, si chiama Chiavari, in riva al mare, nella diocesi di Genova, presso Lavagna, dove abitavano i frati Minori. Ed io mi vi son trovato più volte. Ed ivi presso si ha abbondanza di buon vino di vernaccia; e il vino di quella terra è generoso e delizioso tanto, che possono qui trovar loro luogo i versi fatti per quel liquore da un certo Trutanno, che disse:

Vinum de vite —— det nobis gaudia vitæ.Si duo sunt vina, —— mihi de meliore propina.Non prosunt vina —— nisi fiat repetitio trina.Dum quartum poto,— succedunt gaudia voto.Ad potum quintum, —— mens vadit in laberyntum.Sexta potationum —— me cogit abire supinum

Vinum de vite —— det nobis gaudia vitæ.Si duo sunt vina, —— mihi de meliore propina.Non prosunt vina —— nisi fiat repetitio trina.Dum quartum poto,— succedunt gaudia voto.Ad potum quintum, —— mens vadit in laberyntum.Sexta potationum —— me cogit abire supinum

Vinum de vite —

— det nobis gaudia vitæ.

Si duo sunt vina, —

— mihi de meliore propina.

Non prosunt vina —

— nisi fiat repetitio trina.

Dum quartum poto,

— succedunt gaudia voto.

Ad potum quintum, —

— mens vadit in laberyntum.

Sexta potationum —

— me cogit abire supinum

Se il vin di grappoli — Il sen m'innonda,Sento rinascermi — vita gioconda.Se hai vin, che è lacrima — D'uve diverse,Dei più gradevole — Vo' me ne verse.Se non ripetesi — Tre volte a prova,Tre volte il bevere, — Il ber non giova.Se un quarto calice — Ne bacio e ingollo,Mi grilla il giolito — Sin nel midollo.Se un'altra ciotola — M'empie i desiri,Mi danno il dondolo — I capogiri.Se il sesto tónfano — Nel sen n'imbotto,Supin mi corico; — Sono arcicotto.

Se il vin di grappoli — Il sen m'innonda,Sento rinascermi — vita gioconda.Se hai vin, che è lacrima — D'uve diverse,Dei più gradevole — Vo' me ne verse.Se non ripetesi — Tre volte a prova,Tre volte il bevere, — Il ber non giova.Se un quarto calice — Ne bacio e ingollo,Mi grilla il giolito — Sin nel midollo.Se un'altra ciotola — M'empie i desiri,Mi danno il dondolo — I capogiri.Se il sesto tónfano — Nel sen n'imbotto,Supin mi corico; — Sono arcicotto.

Se il vin di grappoli — Il sen m'innonda,

Sento rinascermi — vita gioconda.

Se hai vin, che è lacrima — D'uve diverse,

Dei più gradevole — Vo' me ne verse.

Se non ripetesi — Tre volte a prova,

Tre volte il bevere, — Il ber non giova.

Se un quarto calice — Ne bacio e ingollo,

Mi grilla il giolito — Sin nel midollo.

Se un'altra ciotola — M'empie i desiri,

Mi danno il dondolo — I capogiri.

Se il sesto tónfano — Nel sen n'imbotto,

Supin mi corico; — Sono arcicotto.

..... Di otto pericoli, che si notano dall'Apostolo, edi esempi di pericoli..... Hai l'esempio di S.ª Chiara, che in Ispagna liberò i sommersi in un fiume.... Parimente quello del beato Francesco, tuffato da' ladroni nelle nevi, una volta che viaggiando per una selva, cantava in francese lodi a Dio, come accenna il responsorio:mentre a corpo seminudo; e come disse il beato Francesco stesso: Se il diavolo può avere tra mani un pelo d'un uomo, tosto lo fa crescere in una trave; e come disse il Ministro Generale frate Bonaventura, una volta che predicava ai frati in Bologna, ove io mi trovava in persona: Consentire alle suggestioni e alle tentazioni del demonio, è tanto, quanto precipitarsi dalla guglia di un'altissima torre, e, giunti a mezzo, volersi appigliare ad un palo o ad una stanga, per non ruinare a fondo....... Erano a studio in Bologna tre scolari e amici Toscani, i quali avevano tra loro stabilito di entrare insieme nell'Ordine de' frati Minori. E sperando senza dubbio di entrare nell'Ordine del beato Francesco, come avevano deliberato, convennero nella proposta di andare uno di loro in Toscana per denari, onde potersi vestire e fare le altre spese, volute dalla convenienza di chi lascia il mondo, ed entra novizzo in una Religione... Passato Casalecchio[69]e arrivato al ponte del Reno sulla via che va a Crespellano[70], il diavolo gli diede uno spintone, e lo precipitò nel fiume, e ve lo sommerse e annegò; e dopo tempo ne fu trovato il cadavere nel Polesine, e non fu creduto degno di sepoltura. (Il Polesine è la terra, in cui frate Pellegrino di Bologna aveva le sue possessioni. Frate Pellegrino poi è uomo tutto dato alle cose dello spirito, e letterato, che non beve mai che acqua, e abborre dal vino; e fu due volte Ministro nell'Ordine de' frati Minori, cioè nella provinciadi Grecia e nella provincia di Genova). Ma non vedendosi ritornare il primo compagno, perchè nol poteva, essendo stato annegato dal demonio, piacque ai due rimasti a Bologna, che l'un di loro andasse in Toscana per il medesimo scopo del primo, ed anche per far ricerche dell'amico smarrito; ma arrivato al luogo sopradetto, e proceduto pochi passi avanti, il diavolo lanciò dal tetto di una piccola chiesa sul capo di questo scolare, una grossa pietra che gliene franse il cranio, e cadde subito morto, e fu quivi sepolto presso la stessa chiesa. Ma non ritornando neppure il secondo, perchè nol poteva, il terzo entrò nell'Ordine senza sapere quale caso avesse incolto i compagni. Questi è frate Pietro di Cori[71], dalla cui bocca ho saputo la storia che scrivo; il quale mentre era ancora nel noviziato di Bologna, fu compagno di un frate sacerdote, che andava a confessare nel Polesine. E trovandosi quel frate, che era sacerdote, occupato in chiesa a confessare, ed il novizzo fuori, a chiacchierare con quelli del contado, sopravvenne un indemoniato, che pareva crudele e terribile. A cui frate Pietro disse: Io riconoscerò che veramente hai il demonio in corpo, se saprai parlar meco in latino, e se mi dirai che avvenne di tre scolari, che erano compagni, e come ordinò ciascun di loro i fatti suoi. Allora il demonio cominciò a parlare, e parlava un sì corretto latino, che frate Pietro se ne meravigliò altissimamente, a udire un uomo rozzo e campagnuolo parlare così, e in quel modo argomentare. Ed insistendo sul fare inchiesta dei tre compagni, disse che egli stesso n'aveva uccisi due, come più sopra è detto. E ricercatolo del terzo compagno, rispose: Non so che sia avvenuto del terzo perchè fuggì e si allontanò da me; Ma potrà fuggirmi, non sfuggirmi, poichè io lo circuirò e ridurrò a tale porto, che chiunquene abbia udito parlare ne avrà il tintinnio in ambe le orecchie. Interrogò dunque frate Pietro gli abitanti di quella terra, se il demonio avesse detto il vero del cadavere dello scolare ivi rinvenuto, ed attestarono che era vero punto per punto quanto il diavolo esponeva. Avendo poi fatto cercare accuratamente dell'altro compagno riseppe essere egualmente vero. E tanto basti. Crebbe costui nell'Ordine de' frati Minori, diventò uomo di molta letteratura, peritissimo nel diritto canonico, buono di leggere tutta la Bibbia in lingua francese; e passando giorno sopra giorno, ed anno sopra anno accumulandosi, fu eletto Ministro nella provincia di Genova, in Sicilia, e in Toscana sette anni. Fu uomo sempre pieno di sospetti, che insultava facilmente e copriva di vituperi le persone per poterle tenere a stecco. Esaltava cui voleva, cui voleva umiliava; uomo di più faccie, astuto, malizioso, volpe scaltrita, ipocrita vile ed abbietto; uomo pestifero e maledetto, odiato terribilmente da Papa Alessandro IV; e detestato a morte. Era figlio di un Sacerdote della diocesi del predetto Papa, quando questi era ancora ne' gradi minori della gerarchia. Fu mio Ministro e Custode, quand'io era in Toscana; e, dopo che ne partii, commise tante turpitudini ed enormità, che non sono da raccontare, per cui fu dai frati condegnamente castigato. Più volte uscì dall'Ordine, e terminò malamente la sua vita, a ragione de' suoi meriti. Quindi si mostrano vere anche le cose che predisse di lui il demonio... Pertanto tutte queste cose ho narrato avendone porta occasione quel frate che fu ingannato dal demonio, a cui compariva e prometteva il papato; cose che possono tornare utili a conoscere le finezze e le malizie del diavolo. ... Ora ritorniamo alla storia profana, e continuiamo ciò che resta a dirsi. L'anno 1285, indizione 13.ª, millesimo che incominciammo già più addietro, tutto il mese di marzo fu tanta la molestia delle pulci, e ne fu tantal'abbondanza da parere, ed essere anche troppe per piena estate. E perciò mi tornano a mente que' versi soliti a dirsi:

Inxfinita —— tria sunt animalia dira:Sunt pulices fortes, —— cimices, culicumque cohortes;Sed pulices saltu —— fugiunt, culicesque volatu;Et cimices pravi —— nequeunt foetore necari etc.Tre v'hanno insetti a nomi in X cadenti:Pulci, zanzare e cimici fetenti.La pulce fugge a salti e ti canzona;Va la zanzara a volo, e 'l flauto suona;La cimice se schiacci uggiosa e lenta,Col vindice fetor a te s'avventa; ecc.

Inxfinita —— tria sunt animalia dira:Sunt pulices fortes, —— cimices, culicumque cohortes;Sed pulices saltu —— fugiunt, culicesque volatu;Et cimices pravi —— nequeunt foetore necari etc.

Inxfinita —

— tria sunt animalia dira:

Sunt pulices fortes, —

— cimices, culicumque cohortes;

Sed pulices saltu —

— fugiunt, culicesque volatu;

Et cimices pravi —

— nequeunt foetore necari etc.

Tre v'hanno insetti a nomi in X cadenti:Pulci, zanzare e cimici fetenti.La pulce fugge a salti e ti canzona;Va la zanzara a volo, e 'l flauto suona;La cimice se schiacci uggiosa e lenta,Col vindice fetor a te s'avventa; ecc.

Tre v'hanno insetti a nomi in X cadenti:

Pulci, zanzare e cimici fetenti.

La pulce fugge a salti e ti canzona;

Va la zanzara a volo, e 'l flauto suona;

La cimice se schiacci uggiosa e lenta,

Col vindice fetor a te s'avventa; ecc.

Nello stesso millesimo ai 7 di Marzo, Sabato, verso sera, si udirono orribili tuoni e spaventosi, e si videro lampi, quasi incendii del cielo, e tosto imperversò una grossissima grandine, che distrusse le ortaglie e gli alberi da frutta, come i mandorli, i melagrani, e i fichi primaticci, ossia i fioroni.... Così anche a Milano si celebrò un Capitolo generale dell'Ordine de' frati Minori, nel giorno di Pentecoste, che fu ai 13 di Maggio. E furono dimessi molti Ministri, e fu modificato il nostro Statuto, a cui quà fu aggiunto, là tolto; e frate Pietro, Ministro della Guascogna, che era maestro con cattedra, fu Vicario in quel Capitolo, come se fosse stato Ministro Generale, perchè frate Buonagrazia, ultimo Ministro Generale era morto. Per la elezione del Ministro Generale però ottenne la maggioranza dei voti e fu creato frate Arlotto da Prato di Toscana, maestro con cattedra, che faceva lezioni a Parigi. Parimente in quell'anno fu celebrato un Capitologenerale dell'Ordine de' frati Predicatori a Bologna; e siccome anch'essi erano acefali, fu eletto frate Munione spagnuolo Maestro dell'Ordine de' frati Predicatori. E sappi che quelli, che noi frati Minori chiamiamo Ministri Generali, essi li chiamano Maestri Maggiori, che comandano agli altri.... E tutto sta bene, perchè vi è differenza di nomi, ma in sostanza tutto riguarda e converge a Dio.... Sappi anche che i frati Predicatori ebbero più Maestri transalpini che cisalpini; e la ragione forse è questa che il loro fondatore, cioè San Domenico, fu un ultramontano. Noi per contrario ne abbiamo avuto più di Italiani che di transalpini. E questo per tre ragioni: Primo, perchè il beato Francesco è Italiano; secondo, perchè è sempre maggiore il numero dei votanti Italiani; terzo perchè sanno più di governo. E gli Italiani temono che se i francesi avessero il predominio nel governo dell'Ordine, si rilasserebbe il rigore della Religione. Avverti che eglino si lamentano se abbiamo maestri di cattedra, dottorati a Parigi. Noi di rincontro ci adoperiamo ad ogni potere per non aver Ministri Generali Francesi per le ragioni addotte più sopra.... Nota, che ad un certo frate de' Predicatori, tutto dedicatosi alle cose dello spirito, fu rivelato in una visione che i Predicatori avrebbero avuto tanti Maestri Generali, quante sono lettere in questa parola:Dirigimur(siamo diretti) che sono nove; ed a verificarsi completamente non restano più che due lettere, cioè u ed r. Poichè prendi la prima lettera, ed hai Domenico; prendi la seconda, ed avraiJordanum(Giordano); prendi la terza, ed avrai Raimondo; la quarta, ed hai Ioannem (Giovanni); la quinta, ed hai Gumberto; la sesta, ed hai di nuovoIoannem(Giovanni); prendi la settima, ed hai Munione che ora governa l'Ordine. Esempio quasi identico reca il beato Gregorio nel Dialogo libro 3º.... E nota che l'Abbate Gioachimo, a cui Iddio rivelò il futuro, disseche l'Ordine dei Predicatori doveva patire coll'Ordine de' Chierici; e che l'Ordine de' Minori doveva durare fino alla fine. Nello stesso millesimo preindicato, nel quale si sono celebrati que' due Capitoli generali, il Marchese Guglielmo di Monferrato coll'aiuto dei Torriani di Milano e con altri amici condusse un grosso esercito contro i Milanesi che erano dentro la città. Anche i Modenesi avevano tra loro accesa discordia, e più volte diedero di piglio alle armi. I Tartari invasero tutta l'Ungheria e devastarono tutto con ogni maniera di stragi, d'incendi e di rapine; e in quella invasione uccisero tutti i frati d'un convento di Predicatori, tranne due rannicchiati in un nascondiglio. Finalmente i Tartari fecero pace col Re d'Ungheria, a cui il Re dei Tartari mandò una lettera di questo tenore: «Davide Giovanni Re di Tarso e dell'isola orientale e delle genti, che vi abitano, al Re degli Ungheri (invia) la sua grazia e quella del suo popolo, grazia cui il Dio Trino ed Uno ecc. Come piacque al Signore il nostro cuore si è elevato al di sopra di tutto ciò che si dice uomo terreno, e il nostro trono si è alzato sopra il collo dei ribelli, sicchè i Re della terra adorano la cintura de' nostri lombi, tranne il Re di Francia cui D.... in un dialogo chiama il fedele e il cattolico, e mi disse: Non stendere la mano sopra di lui; la nostra spada divorerà i nemici del crocefisso, e i nostri cavalli e li nostri asini manicheranno i resti di loro; i piedi de' nostri dromedarii e de' nostri camelli non sono più bifidi per la rigidezza che contrassero; moviamo i nostri accampamenti in inverno; sia pace a tutti; mandino a noi vino in ricambio di balsamo, frumento invece di oro puro, poichè stiamo pellegrinando lungi dalle nostre sedi, chiamati da una stella, che ne guida. Nostra cura è di riportare alle loro Terre[72]il Signor nostro Baldassaree i nostri cognati Gaspare e Melchiorre». Mentre si spargeva sangue in tutte queste battaglie, mi tornavano a mente le parole di nostro Signor Gesù Cristo ai discepoli, Matteo 23.º.... Così nell'anno stesso sussegnato, il Re di Francia, dopo la morte di Re Carlo suo zio, condusse un grosso innumerevole esercito in Ispagna contro Pietro di Aragona, chè lo voleva annientare. Così sono le cose oggi, giorno di S. Sisto 1285; se ne ignora la fine perchè gli eventi di una guerra sono sempre incerti.... Parimenti lo stesso anno i Modenesi fuorusciti combatterono un'asprissima battaglia contro i Modenesi di dentro la città, e da ambo le parti si pugnò accanitamente, e molti caddero feriti sul campo, molti ne furono morti, e molti rimasero prigionieri. Lo stesso anno tornarono ad azzuffarsi presso Gorzano, e si rinnovò la strage dell'altra volta, poichè vi fu grande carneficina da ambo le parti, e molti popolani e cavallieri vi trovarono l'ultimo giorno di vita. Tuttavia i Modenesi di dentro la città si vantavano d'aver avuto il sopravvento in tutte e due le battaglie, e quindi dalla vittoria pigliando audacia, andarono ad incendiare Balugola[73], che è un borgo del Modenese in montagna. Parimente nello stesso anno di comune accordo la fanteria e la cavalleria della città di Modena andò al castello di Rubiera, che è sulla strada publica, nella diocesi di Reggio, e quelli di Sassuolo fecero altrettanto; però non avvenne tra loro fusione, se ne stettero a campo separati. E vi andò il Podestà di Reggio con dodici ambasciatori Reggiani, e vi ritrovarono anche frati Minori e Predicatori, e si fece lo scambio e il rilascio dei prigionieri, che in tutto tra l'una e l'altra parte erano 400. E questo fu fatto la vigilia di S. Pietro in Vincoli, ultimo del mesedi Luglio; ma già sin da molto tempo prima ne erano intervenute lunghe trattative. Tuttavia perdurò fra loro una guerra vigorosa e sanguinosa, e de' Modenesi tra della parte di que' di dentro, e di quella di fuori, che abitavano a Sassuolo, ne furono morti 1500; i più notabili de' quali sono: Matteo Montecucoli[74], Guglielmino di Monteveglio[75], Ponzio Provenzale, Capitano delle milizie dei Modenesi della città, Gherardo Rangone, Gherardino Boschetti, Giovanni da Rosa, l'Arciprete di Bazoara de' Presuli, Rainiero dei Denti di Balugola, Raimonduccio Grassoni, Nordulo da Livizzano[76], Nevo da Levizzano, Gigliolo de' Poltronieri, Bartolomeo di Campiglio[77], Tomaso di Lovoleto[78], Ardizzone di Lovoleto, Neri di Leccaterra (questi fu valentissimo nel rotare la spada e vibrare la lancia), Carentano dei Carentani, il Modenese de' Ricci, Zaccaria di Tripino, Francesco di Spezzano[79], Tommaso di Spezzano. Qui si chiude il catalogo de' notabili Modenesi uccisi a tempo di quella accanita guerra che tra loro stoltamente si fecero. Ci pensino eglino! Ora è a dire alcunchè de' Genovesi. Tiene la Signorìa di Genova Uberto Spinola, e nel 1285, agli 8 di Giugno, con cento galee filò pel porto di Pisa per forzarlo, ed impadronirsene; e i Lucchesi colle loro milizie corsero contro i Pisani a Ripafratta[80], ove è un castello de' Pisani presso il Serchio, e diedero il guasto all'agro Pisano, mettendo a fuoco le case, le vigne, le biade. E l'anno precedente Genovesi e Pisani due volteavevano tra loro cozzato in battaglia navale, ed i Pisani furono sconfitti, a tale che di Pisani tra morti e prigionieri 10,000 furon messi fuori di combattimento; di Genovesi solo 200. E nota che il sunnominato Uberto tenne di forza la Signoria di Genova dodici anni, e contrastando all'ambizione de' Grimaldi, che parteggiavano per la Chiesa. Parimente l'anno prenotato, Papa Onorio IV mandò ordinando ai Lucchesi che avevano stretto d'assedio Ripafratta, castello dei Pisani sul Serchio, di cessare dalla guerra contro Pisa; e inoltre scomunicò tutti quelli, che avevano ostilmente impugnate le armi contro i Pisani, perchè questi ora si sono annidati sotto lo scudo e la protezione della Chiesa, essendo che dove abbondò il peccato, sovrabbonderà anche la grazia, dice l'Apostolo ai Romani 5.º. Nello stesso anno cominciarono le fondamenta della chiesa dei frati Minori di Reggio; e frate Giglino di Corrado da Reggio ne pose, il venerdì dell'ottava di Pentecoste, 18 di Maggio, la prima pietra nel pilastro anteriore lungo la via, che è vicina alla casa della Chiesa di S. Giacomo. Quell'anno fu anche molto piovoso, e non passava giorno senza pioggia, e i contadini n'erano di mal umore, perchè non potevano fare i loro lavori; e ne accagionavano i frati Minori, perchè gettando le fondamenta della loro Chiesa, avevano dissotterrate le ossa dei morti. E quell'anno non portò piena raccolta, perchè il frumento in qualche luogo fu distrutto parte dalla grandine, parte da altre calamità. La state poi non fu ristorata da nessuna pioggia, e s'ebbe grande siccità, anzi aridità; nè vi fu abbondanza d'ortaglie perchè gli orti non erano irrigui, nè si ottenne dal cielo beneficio di pioggia. Si ebbe carestia di zucche e diminuti[81], di vino, di olio, di rape, di castagne e dimolte altre specie di frutta. L'anno stesso vi fu un eclisse di sole, verso sera, un lunedì 4 Giugno, ma fu un eclisse parziale, ristretto, e veduto da pochi, perchè il cielo in quel giorno era nebuloso. Di questi eclissi di sole, di luna, e di stelle, sappi ch'io ne ho veduto spesse volte, dopo che sono entrato nell'Ordine dei frati Minori; ed avvengono non solo perchè Iddio lo predisse, dicendo Luca 23ª.... ma anche perchè portendono, ossia dimostrano, qualche cosa che ha da accadere. Però tra gli altri eclissi di sole, che si sono veduti a miei giorni, il più notevole fu quello del 1239, di cui ho parlato quanto basta più indietro; e di luna, il più maraviglioso fu quello che si vide il primo anno del pontificato di Gregorio X, in Maggio, verso l'ora del mattutino, quando apparve nella luna il segno della Croce, e che in quella notte durò a lungo, e fu veduto da molti in varie parti del mondo. Questo segno nella luna poi comparve ancora l'anno 1272, indizione 15ª. Poi tra gli altri prodigi di stelle, massimo fu quello che si fece vedere a tutto il mondo ai tempi di Papa Urbano IV. L'anno in cui morì apparve in cielo una stella cometa, a modo di fiaccola, verso la festa di S. Apollinare, e continuò a mostrarsi sino alla morte del Papa; della quale apparizione parimente ho scritto più sopra alla rubrica dell'anno 1264.... Le comete i latini le chiamano con parola che significa crinite, perchè mandano uno sprazzo di luce, che somiglia ad una chioma svolazzante; e gli Stoici ne annoverano più di trenta, i cui nomi ed effetti alcuni astrologinotarono. Dei più cospicui lavori pubblici compiuti dai Parmigiani par bene parlarne ora. Nel millesimo sussegnato i Parmigiani cominciarono un grandioso palazzo e bello sulla piazza nuova, e fecero costruire la porta di S. Benedetto, e cominciarono il ponte di pietra sull'Enza, torrente che interseca la pubblica strada, che va da Parma a Reggio, a cinque miglia da Parma; e fecero fare una grossa campana per la torre del Comune, essendosi rotta quella che v'era prima; e siccome per mancanza di metallo non si formarono le anse, od orecchie, e perciò non si poteva legare ed appendere, fu dallo stesso maestro fusa una seconda volta, ma non era sonora per qualche difetto, che, pur si crede, debba avere. Onde i Parmigiani mandarono a Pisa in cerca di un valente maestro, che loro gettasse una buona campana. E il maestro da Pisa venne a Parma sfarzosamente vestito, come un gran Barone; ed alloggiò nel convento dei frati Predicatori, ove fece la campana con quella maggiore e migliore diligenza, che ebbe e potè, avendo ricevuto metallo nuovo ed in gran quantità, come volle; e ne disegnò una forma bellissima... inoltre la gettò sulle fondamenta della chiesa de' Predicatori, che era già fondata, perchè temeva che il metallo sfuggisse dalla forma per di sotto. Ma nulla giovarono tante diligenze, e la campana fusa non fu trovata buona, nè quanto alla forma, nè quanto alla sonorità. E così Iddio punì l'orgoglio de' Parmigiani, che volevano avere una campana che si udisse sino a Reggio e a Borgo S. Donnino, ma appena si sentiva per Parma. E i Parmigiani spesero in quell'anno a fare e rifare una campana mille lire imperiali, nè poterono averla buona. Nel convento poi dei frati Predicatori in Parma non abitavano allora che quattro frati per custodire il locale. Poichè i frati Predicatori fuggirono da Parma per cagione di una donna che si chiamava Alina, che l'avevano que' frati fatta bruciareviva per eretica; nè erano ancora ivi tornati ad abitare, stantechè a ritornare volevano esserne onorificamente pregati; ma i Parmigiani si curavan poco di loro, perchè riguardo ai Religiosi sono sempre duri e poco ossequenti. Parimente, nello stesso millesimo, i Parmigiani costruirono una grossa muraglia lungo il torrente Parma, ad oriente della chiesa di S. Maria del Tempio[82], a partire dal ponte di donna Egidia verso il ponte di pietra, sul quale decorre la strada publica, ed ove si vendono le mercerie. Così in quell'anno eressero due torri in riva al Taro, l'una sulla destra, l'altra sulla sinistra di quel torrente, là dove esso mette foce in Po; e stesero una catena di ferro tra l'una e l'altra torre, acciocchè nessuno potesse in quel luogo entrare nè uscire per acqua con merci senza il placito dei Parmigiani. Altrettanto fecero sull'Enza, dove presso Enzano sbocca in Po; altrettanto sulla Parma, presso Colorno, ovvero Copermio. In quell'anno nella villa di Poviglio, che è nella diocesi di Parma, nel breve giro di tre mesi morirono ottanta uomini; e questa è regola generale, ossia una sperienza provata, che quante volte vi è morìa di bovini, altrettante l'anno successivo sopravviene mortalità di uomini. Infierì anche in Roma una micidiale pestilenza, sicchè sotto Papa Onorio IV, di soli mitrati tra Abbati e Vescovi, dalla Pasqua sino all'Assunzione della beata Vergine, ne morirono ventiquattro. E nello stesso anno i Parmigiani deliberarono di fare un ponte di pietra sul Taro, che è distante da Parma cinque miglia, sulla strada pubblica, che va a Borgo S. Donnino. Inoltre costruirono una torre nel castello di Grondola[83], che hanno sull'Apennino a tre miglia daPontremoli. Ma per isvolgere meglio questo argomento delle opere fatte dai Parmigiani, è necessario rifarci indietro, e nominare anche quelle che furono compiute prima che noi fossimo nati.

L'anno dunque dell'Incarnazione del Signore 1196 fu cominciato il battistero di Parma; e mio padre, come ho saputo da lui stesso, collocovvi la pietra fondamentale per memoria e ricordo ai posteri. Tra il battistero e casa mia non vi era spazio in mezzo. E mio padre si chiamava Guido di Adamo, ed io figlio suo frate Salimbene dell'Ordine de' frati Minori.

L'anno 1199 que' di Borgo S. Donnino fecero stormo co' carrocci contro i Piacentini e i Milanesi e quelli che tenevano da parte loro, e furono sconfitti i Borghigiani.

L'anno 1207 furono fatte le pile del ponte di pietra sul torrente Parma, e nevicò strabocchevolmente e si chiama la neve di S. Agata, perchè fioccò in quel giorno, e i nati dopo d'allora la ricordano e ne parlano come di cosa straordinaria, chè arrivò all'altezza della statura d'un uomo. E fu quell'anno stesso che il beato Francesco fondò l'Ordine de' frati Minori, regnando Papa Innocenzo III, nel decimo anno del suo pontificato, e visse nell'Ordine stesso venti anni interi.

L'anno 1210 furono scavate le fossa di santa Croce di Parma, e l'Imperatore Ottone venne a Parma.

L'anno 1211 fu coniata la prima moneta dei piccoli denari di Parma, e si incominciò la fabbrica della casa della Religion Vecchia di Parma.

L'anno 1213 i Cremonesi, da soli, rapirono il carroccio ai Milanesi.

L'anno 1215 Roberto di Manfredo di Pio, Modenese, fu Podestà di Parma, e i Parmigiani e i Cremonesi assediarono Castelnovo de' Piacentini.

L'anno 1216 gelò il Po.

L'anno 1217 si raccolse un esercito a Zibello[84].

L'anno 1221 Torello Strada di Pavia fu Podestà di Parma; e allora si cominciò a fabbricare il palazzo nuovo del Comune di Parma.

L'anno 1222 fu Podestà di Parma Enrico degli Avvocati di Cremona; e quest'anno sul principio della sua Podesteria si ebbe, per Natale, uno spaventevole terremoto, che spesso è rammemorato da chi sopravvisse, od è nato dopo.

L'anno 1224 fu Podestà di Parma Manfredo Cornazzani, e morì Obizzo Vescovo di Parma, oriondo di Lavagna, e zio di Papa Innocenzo IV.

L'anno 1226 venne a Parma Federico Imperatore.

L'anno 1227 Torello Strada, di Pavia fu di nuovo Podestà di Parma. E allora si cominciò a costruire il castello così detto di Torello[85]contro Borgo S. Donnino, perchè i Borghigiani non volevano stare all'obbedienza de' Parmigiani; ma siccome poi i Borghigiani si sottomisero al Comune di Parma, perciò i Parmigiani desistettero dalla costruzione del castello. Questo per ora sia detto de' lavori pubblici e delle gesta dei Parmigiani. Altrove forse diremo d'altro, se si presenteràoccasione di parlarne, e se mi parrà opportuno. Si continui dunque il millesimo cominciato. L'anno pertanto suindicato, cioè 1285, Manfredo Torta degli Alberghetti di Faenza morì nella villa di Sezaria a cinque miglia da Faenza; e fu ucciso in una con suo figlio da' suoi consanguinei, mentre reduce da Ravenna era a pranzo con loro. E lo stesso anno i nipoti del conte Taddeo di Buonconte insorsero contro Malatesta di Rimini, e lo percossero, e volevano ucciderlo a Cesena presso la casa degli Eremitani, per aiuto de' quali potè evadersi, perchè la loro porta era aperta. Così in quell'anno fu deliberato dai Reggiani, in pieno Consiglio, che i pescivendoli non potessero vendere pesce a cominciare dal principio di quaresima sin dopo Pasqua, sotto comminatoria e pena di venticinque lire di bonini; la quale deliberazione fu appuntino eseguita. La cagione poi di questa deliberazione fu che quando i cavallieri, o i giudici domandavano ad un pescivendolo: Quanto vale questo pesce? esso richiestone due o tre volte, sdegnava di rispondere, anzi si voltava da altra parte, e chiacchierava col compare dicendogli: Compare, poni quà, spingi là il cesto, o il cavagno. D'onde quel de' Proverbii XXIX:Il servo non si corregge con parole: benchè intenda, però non risponderà.... Oltre ciò volevano di una piccola tinca, o anguilla tre o quattro grossi. Ma i pescatori e i pescivendoli vedendo che quello era stato stabilito contro loro si eseguiva con fermezza e con rigore, e che ne avevan danno, poichè tutti i loro pesci furono numerati e posti in vivai da starvi sino a dopo Pasqua, andarono ai frati Minori scongiurandoli di supplicare il Podestà, il Capitano e gli Anziani e tutto il Consiglio di voler ritirare quella legge, e promettevano di vendere il loro pesce, a chi voleva comprarne, a prezzo ragionevole e discreto, con cortesia e a buon mercato. Ma non pertanto fu disdetta la deliberazione presa, secondo laparola detta dall'Apostolo per Esaù nella lettera agli Ebrei 12.ªImperciocchè non trovò luogo di pentimento benchè richiedesse quello con lagrime. Ed i Reggiani minacciavano di fare altrettanto ai beccai, se per Pasqua non vendessero le carni al macello con cortesia e a prezzo ragionevole. Il che udendo buccinare i beccai, si regolarono secondo che insegna la Sapienza ne' Proverbii XIX:Percuoti lo schernitore, e il semplice ne diventerà avvedutoecc. Gherardo Varoli, Giudice, fu il primo a denunziare in Consiglio la malizia dei pescivendoli, e la sua denunzia fece prendere quella deliberazione.... Parimente nel millesimo soprassegnato, cioè 1285 quei di Sassuolo catturarono 800 donne di quelli che erano dentro Modena, uscite alle vigne a vendemmiare, e le condussero a Sassuolo in prigione. Il che avvenne un martedì, 4 Settembre; ma presto furono prosciolte, perchè i Modenesi della città ne catturarono similmente di quelle dei Sassuolesi. Furono anche presi il 21 Settembre, giorno di S. Matteo Apostolo, ventiquattro di quei di Sassuolo dai Modenesi della città che erano a Rubiera, e li sorpresero nella villa di Corticella[86], ad un miglio e mezzo da Rubiera; tra cui furono i principali: Burigardo, che era maestro della milizia di Sassuolo, prode dell'armi e dotto nell'arte militare, (questi era di Gap, che è piccola città della Provenza. Fu questi che aveva consigliato di catturare le dette donne e mandarle in carcere; e lo stesso mese fu anch'egli preso e condotto nelle prigioni di Modena). Un altro de' più cospicui fu il Conte Lesnardo di Crema; tutti gli altri erano Francesi, meno uno di Modena. E nota che, come dissero poscia i Modenesi di dentro la città, se Burigardo, quando in principio corse in aiuto di quei di Sassuolo, avesse fatto un colpo di mano ardito sopra la città,eglino erano deliberati di svignarsela e abbandonare Modena; tanto il timore era diventato loro consigliere e padrone. Ma Iddio meglio dispose ne' suoi decreti; perchè ai 7 di Ottobre fu firmato un compromesso tra i Modenesi fuorusciti e quelli di dentro la città. E Guido di Correggio e Matteo suo fratello furono i principali autori di quella pacificazione, e de' patti convenuti; anche Mastino Sanvitali di Parma molto s'adoperò a fine che i Modenesi si riamicassero; e Frate Pietro da Collecchio di Parma, dell'Ordine de' frati Minori e lettore nel convento di Modena, egualmente e fedelmente se ne curò, recandosi con insistenza dai sunnominati personaggi, e correndo e ricorrendo da Modena a Sassuolo e viceversa, rapportando, come loro nunzio, quanto avevano detto le parti. Però era intendimento tanto di quei della città di Modena, come di quelli di Sassuolo, che in ogni modo un componimento si conchiudesse. Perocchè la miseria e la povertà avevano già vinto gli uni e gli altri ed erano vincolati a grossi debiti, e le loro casse erano al verde; e le avevano esauste i Toscani, i Francesi, i Romagnuoli e molte altre genti cogli stipendi che ricevevano. Anch'io frate Salimbene di Parma dell'Ordine de' frati Minori, accompagnai in occasione di quelle trattative frate Pietro da Collecchio, e andai a Sassuolo da Manfredino e pregai lui, non meno che gli altri maggiorenti de' fuorusciti Modenesi, a non respingere, per quanto dipendeva da loro, le proposte di pace.... I quali risposero con cortesia e benignità che in ogni modo volevano la pace co' loro concittadini, e che erano dell'animo disposti ad accettare le proposte di coloro che s'erano intromessi in quell'affare, quantunque paressero loro gravi, e realmente le fossero. A que' giorni andai a Carpi per festeggiare ivi il giorno del beato Francesco. Arrivando là vi trovai i messi secreti del Marchese d'Este adunati nella chiesa plebana, e nell'ora stessa giunsero da ParmaGuido da Correggio e Matteo suo fratello; e tosto tennero tra loro consiglio intorno al trattato di pace. E perchè i pensieri pigliano forza e maturità dai consigli, intanto di notte.... interloquirono, e stabilirono un progetto, cui nessuno a Carpi conobbe, tranne l'Arciprete della Chiesa plebana. E la mattina per tempissimo i messi del Marchese partirono per Ferrara, e Guido e Matteo andarono a Modena, e cominciarono a trattare della pace. Pochi giorni dopo poi, i prenominati due fratelli, si recarono a Parma, e pregarono il Podestà, il Capitano e tutto il Consiglio a volersi intromettere in quella pacificazione de' Modenesi, perchè la volevan pur fare colla loro annuenza; e il Capitano, il Podestà e tutto il Consiglio acconsentirono. Allora Guido prese a prestito dai Parmigiani mille lire, ed altrettante ne prese dai Reggiani Matteo, per pagare lo stipendio ai soldati che erano in Modena e licenziarli, per trattare la pace con maggiore speranza di riescita. Queste trattative però si strascicarono per molti giorni, perchè le passioni erano molto accese e la matassa assai intricata. E mandarono a Reggio Burigardo, che era in ceppi a Modena, e il Conte Lesnardo con alcuni altri, e vi furono ritenuti prigioni nel palazzo del Comune. Poscia Guido da Correggio andò e prese Burigardo e lo condusse a Correggio, che è una villa nella diocesi di Reggio, ed ivi gli fece gli onori; poi lo condusse a Castelnuovo[87], nella diocesi di Parma, dove sì egli che suo fratello Matteo da Correggio hanno loro possedimenti, ed ivi lo onorò magnificamente banchettando e servendo squisite imbandigioni. E Burigardo disse a Guido: Se mi ti dessi anche in mano per ischiavo, io non ricambierei condegnamente la tua gentilezza. E aggiunse: Voi mi liberaste dal carcere diModena, o Guido, e mi sottraeste dalle unghie de' miei nemici, e di quelli che mi tendevano insidie, e tramavano alla mia vita. Perciò ogni volta che avesse da insorgere guerra contro di voi, per tutta la mia vita mi troverete sulla breccia in vostro aiuto, in vostro servizio. Di che Guido gli rese grazie, lo lasciò andar libero in pace, anzi lo accompagnò sino a luogo sicuro. E Burigardo andò a Sassuolo, e da quelli di Sassuolo fu accolto e veduto festosamente e onorificamente, come fosse arrivato un Angelo del cielo. E nota che Burigardo non mancò di reverenza verso Dio; e fugli devoto a segno che aveva sempre in sua Corte un proprio cappellano che ciascun giorno diceva messa e celebrava i divini uffici per lui. Quando fu a Reggio mandò regalando ai frati Minori un grosso doppiero da accendersi, in onore del corpo del Signore, al momento della elevazione nella messa. Ma quando Burigardo fu ritornato a Sassuolo, allora si disperò della pace; e que' di Sassuolo incominciarono a rifortificare il loro castello. Però Matteo da Correggio nel Consiglio de' Modenesi parlò assai caldamente in favore di quei di Sassuolo, e perorò splendidamente producendo allegazioni in favor loro; e si mostrò vivamente sdegnato co' Modenesi, perchè non volevano dare l'amplesso della pace ai loro concittadini fuorusciti, e perchè essi due fratelli dovettero stare occupati, per le trattative di quella pace, dal giorno del beato Francesco sino al giorno di Santa Lucia. Inoltre i Modenesi avevano eletto Guido a loro Podestà per l'anno seguente, il quale aveva anche ordinato che fossero diroccati tutti i castelli e le fortezze che erano nella diocesi di Modena, come era stato convenuto nel trattato di pace. Partissi adunque Matteo da Modena focosamente sdegnato per le cagioni suesposte, dicendo che porterebbe la sua dimora tra quelli di Sassuolo, dacchè per loro bene i Modenesi non volevano ascoltarlo. AncheGuido suo fratello fece altrettanto, minacciando di associarsi ad Obizzo vescovo di Parma, che teneva le parti di quei di Sassuolo, e combattere per tutta vita sua contro i Modenesi, finchè non fosse ristabilita la pace in Modena..... Il che ponderando i Modenesi, riconobbero d'aver operato male, perchè avevano già seminate le campagne, e avevano edificate case per la diocesi; ma se perdurava la guerra non c'era lume di speranza di raccoglierne il frutto; laonde mandaron dicendo che volevano in ogni modo rappacificarsi coi loro concittadini..... Così stanno le cose oggi, poco prima di Natale. Vedremo come va a finire. Però della pace de' Lombardi confido poco; perchè quando penso alle loro pacificazioni, mi par di vedere quel gioco che fanno i ragazzi, quando l'uno pone le sue mani sulle ginocchia, e l'altro vi soprapone le sue, e quando l'uno vuol essere vincitore trae rapidamente le mani che ha sotto e le porta sopra a quelle del compagno battendole d'un colpo forte, e così si dà l'aria del vincitore. Ma spesso di vincitore lo vediamo vinto; donde nacque il detto:


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