Denudata veritate,Succinctaque brevitateRatione varia,Dico quod non copulariDebent, immo separari,Quae sunt adversaria ecc.
Denudata veritate,Succinctaque brevitateRatione varia,
Denudata veritate,
Succinctaque brevitate
Ratione varia,
Dico quod non copulariDebent, immo separari,Quae sunt adversaria ecc.
Dico quod non copulari
Debent, immo separari,
Quae sunt adversaria ecc.
Messo a nudo, tutto il vero,Dirò breve, ma sincero:Per argomenti e per ragion moltissimeNon si denno mai sposare,Anzi s'han da separareLe nature tra lor dissimilissime. ecc.
Messo a nudo, tutto il vero,Dirò breve, ma sincero:Per argomenti e per ragion moltissimeNon si denno mai sposare,Anzi s'han da separareLe nature tra lor dissimilissime. ecc.
Messo a nudo, tutto il vero,
Dirò breve, ma sincero:
Per argomenti e per ragion moltissime
Non si denno mai sposare,
Anzi s'han da separare
Le nature tra lor dissimilissime. ecc.
Vi fu un tempo che l'Arcivescovo di Ravenna stette chiuso spontaneamente nel suo palazzo d'Argenta[188], a cagione della rottura che aveva col marchese d'Este e col Pallavicino, e non permetteva che nessuno andasse alla sua presenza salvo che pochi famigliari ed inservienti. Eravi a compagnia dell'Arcivescovo un certoPisano, maestro di grammatica, di nome Pellegrino, buono e sant'uomo, e faceva scuola ai ragazzi d'Argenta. Egli era una mia conoscenza ed amicizia, ed amava dal fondo del cuore tutti i frati Minori; e, servendomi a tavola, a pian terreno del palazzo dell'Arcivescovo, presso il Po, perchè io era giunto di recente da Ravenna, gli dissi: Maestro Pellegrino, parlerei volentieri coll'Arcivescovo, se mi si permettesse d'entrare, chè avrei delle novità da raccontargli. E maestro Pellegrino rispose: Ditele a me le nuove che avete, ch'io le riporterò a lui, perchè non vuole che nessuno entri a lui, se non è della famiglia. Allora gli narrai che Papa Urbano IV era morto; e corse subito a riferirlo all'Arcivescovo, che se ne rallegrò assai, perchè sperava di diventar Papa, tanto perchè era Legato, e uomo di gran rinomanza, e che aveva lavorato molto per la Chiesa, quanto perchè il maestro di Negromanzia di Toledo gli aveva presagito che sarebbe diventato grande nella Chiesa. Udita dunque la notizia della morte del Papa, mi mandò un servito di pesci di mare ed una mezza torta; e il famiglio che portava le vivande disse: Il mio Signore vi manda del suo pranzo, e per mezzo mio vi domanda se crediate che il Papa sia veramente morto. Ed erano presenti tre o quattro della famiglia, che erano accorsi per udire. Allora io gli dissi: So di certo che è morto, ed è vacante la sede pontificia. La quale assicurazione riportata al loro Signore, mi mandò un'altra pietanza, poi una terza, facendomi sempre domandare se veramente fosse morto il Papa. E seccandomi di ripetere tante volte la stessa cosa, dissi ai messi dell'Arcivescovo: Volete voi ch'io vi spedisca in poche parole? Accogliendo eglino di buon grado la mia proposta, soggiunsi: In quella barca che vedete là in Po, vi si trova un frate Minore malato, che in quattro giorni arrivò dalla Corte a Ravenna, e fu presente alla sepoltura del Papa, e vi dirà egli tuttoquanto desiderate sapere. S'affrettarono adunque alla barca in Po e udirono da lui confermata la notizia; ed io col mio compagno pranzammo in pace. E giunti a Ferrara col frate malato, tutta la città era già piena della morte del Papa; poichè l'Arcivescovo volendo l'onore d'averlo per primo fatto sapere, aveva mandato annunziando a Ferrara quello, che aveva saputo da noi. Dopo questo, fu fatto Legato maestro Martino da Parma, perchè predicasse una crociata, e designasse quelli che dovevano predicarla, e fregiasse della croce chi fosse accorso in aiuto di Terra Santa. Questi fu allevato in casa de' Pozzolesi di Parma. Papa Innocenzo IV lo nominò Vescovo di Mantova; e fu uomo cortese, umile, benigno, liberale e largo. Invitava volentieri, con cortesia, e molta garbatezza persone a pranzo, ed era un insaziabile bevitore. Fece sontuoso trattamento a frate Regaldo in Mantova, e a tutto il seguito che aveva, quando passò di là per andare alla Corte, e lo fece precedere dal suo siniscalco coll'incarico di fargli le spese sino a Bologna. Ma frate Regaldo non lo permise, dicendo che colla metà delle rendite proprie poteva vivere splendidamente con tutta la famiglia ch'era seco, e che aveva di superfluo l'altra metà. Eppure aveva ottanta cavalcature in quel viaggio, oltre ad una proporzionata famiglia di servi; e quando pranzò a Ferrara ebbe commensali quattro frati Minori, che erano andati a fargli visita. E teneva davanti a sè alla mensa due conche d'argento, entro le quali metteva da mangiare pei poveri; e chi serviva a tavola portava sempre due piatti d'ogni specie di vivande, e li poneva davanti a frate Regaldo, dei quali uno teneva per sè e ne mangiava, l'altro lo versava nelle conche dei poveri; e così faceva ad ogni servito e varietà di pietanze. Frate Regaldo era dell'Ordine dei Minori e Arcivescovo di Rouen, ed uno de' più illustri chierici del mondo. Fu maestro con cattedra a Parigi;lettore di teologia nel convento de' frati; valentissimo nelle dispute, e grazioso oratore. Fece un'opera intorno alle sentenze; fu amico del Re di Francia S. Lodovico, il quale s'adoperò per fargli ottenere l'Arcivescovado di Rouen. Amò molto l'Ordine de' Predicatori, come anche quello de' Minori, di cui è sempre stato benefattore. Era brutto d'aspetto, ma graziosissimo de' modi e de' costumi; fu uomo santo, a Dio divoto, e chiuse santamente la sua vita; che per la misericordia di Dio l'anima sua riposi in pace, e così sia. Ebbe un fratello germano nell'Ordine, bell'uomo e chierico dottissimo, che si appellava frate Adamole Rigalde. Li ho veduti in più luoghi tutti e due. Maestro Martino poi nativo di Parma e Vescovo di Mantova e Legato del Papa, per un affare a lui raccomandato, venne a Ravenna, e ricevette ospitalità nel monastero di S. Giovanni Evangelista, opera dell'Imperatrice Galla Placidia; e dimorando io allora a Ravenna, mi recai a fargli visita, perchè era amico di frate Guido di Adamo, mio fratello, che morì nell'Ordine de' frati Minori. E dopo essere stati a lungo a sedere, io ed il Vescovo Legato ci accostammo ad una finestra del palazzo, e mi dimandò da che parte era il convento de' frati Minori. Allora gli mostrai a dito un edifizio con una magnifica chiesa e un campanile fabbricato a guisa di alta torre, e gli dissi: Quello è il nostro convento, e ce lo diede Filippo Arcivescovo di Ravenna, il quale ha molta deferenza per l'Ordine de' frati Minori, ed è con noi liberale. E il Vescovo soggiunse: Sia egli benedetto, chè opera bene e saggiamente. Poi ripigliò: E credete voi, frate Salimbene, che noi Vescovi, oppressi da tante difficoltà, sollecitudini ed affanni pel nostro gregge, e pe' sudditi nostri, possiamo salvarci, se voi religiosi, che siete in continua comunicazione con Dio, non ci aiutate colle vostre cappe e co' vostri cappucci? A che, per confortarlo, risposi: Il savio ecc. Ciò detto,il Vescovo soggiunse: Iddio ve ne ricambii, frate Salimbene, del conforto che mi date...... Dopo questo, fu mandato in Lombardia un altro Legato un certo Cardinale, che era stato Arcivescovo di Ambrun[189], e del quale avendo parlato più sopra, sono d'avviso che ora non s'abbia a riparlarne. Solo dirò che essendo buon cantore, e buon chierico, e piacendogli l'inno del beato FrancescoO Patriarca pauperum, ne volle imitare il ritmo componendone uno ad onore della Vergine gloriosa, che è:
O consolatrix pauperum,Maria, tuis precibusAuge tuorum numerumIn caritate Christi;Quos tu de mortis manibusPer filium humillimum,Mater, eripuisti.
O consolatrix pauperum,Maria, tuis precibusAuge tuorum numerumIn caritate Christi;
O consolatrix pauperum,
Maria, tuis precibus
Auge tuorum numerum
In caritate Christi;
Quos tu de mortis manibusPer filium humillimum,Mater, eripuisti.
Quos tu de mortis manibus
Per filium humillimum,
Mater, eripuisti.
Àncora fida di chi piange e speraCon un sorriso, tu Vergine pia,Moltiplica de' tuoi la santa schiera,Dolce Maria.De' tuoi, che hai tolti al doloroso ostelloPe' merti di Colui, dolce Maria,Cui ti piacque plasmar d'amor suggello,Vergine pia.
Àncora fida di chi piange e speraCon un sorriso, tu Vergine pia,Moltiplica de' tuoi la santa schiera,Dolce Maria.
Àncora fida di chi piange e spera
Con un sorriso, tu Vergine pia,
Moltiplica de' tuoi la santa schiera,
Dolce Maria.
De' tuoi, che hai tolti al doloroso ostelloPe' merti di Colui, dolce Maria,Cui ti piacque plasmar d'amor suggello,Vergine pia.
De' tuoi, che hai tolti al doloroso ostello
Pe' merti di Colui, dolce Maria,
Cui ti piacque plasmar d'amor suggello,
Vergine pia.
Compose anche una Somma che si denomina Copiosa. Poscia fu mandato dal Papa, come Legato, un certo Cappellano, che coscrisse soldati da ogni città in aiuto di Re Carlo contro Manfredi figlio di Federico. E pronti mandarono i Lombardi e i Romagnoli buona quantità diarmati, che nella battaglia combattuta da Carlo e dall'esercito Francese riportarono vittoria contro Manfredi. Essendo quel Legato venuto a Faenza per la levata di soldati, convocò i frati Minori e i Predicatori in una sala, ove era il Vescovo di Faenza co' suoi canonici; ed io pure fui presente, e in poche parole ci sbrigò, alla francese, che taglian corto a parole; non alla Cremonese, che non la rifinano mai più. Disse vituperi di Manfredi, e in nostra presenza lo diffamò in molte maniere. Poi soggiunse che l'esercito Francese veniva marciando a grandi giornate; e disse vero, come vidi io co' miei occhi nella vicina festa del Natale di Cristo. Finalmente assicurò che lo scopo, per cui si movevano, si conseguirebbe presto con una pronta vittoria. E così fu; sebbene però alcuni di quelli che l'ascoltavano non gli prestassero fede e prendessero a canzonarlo dicendo: Ver, ver, cum bon baton; cioè i Francesi con buoni bastoni riporteranno vittoria. Dopo costui venne un altro Cappellano per Legato in Lombardia, che seppe con molta destrezza ricondurre in Cremona i Cremonesi di parte della Chiesa fuorusciti, che, da lungo tempo espulsi, erravano esuli e vagabondi. Con molta sagacia trovò anche modo di scacciarne Bosio di Dovara[190]e il Pallavicino, e tolse loro la Signoria di Cremona, che tenevano da lungo tempo, facendo immensa strage d'uomini e di cose. Ma i Cremonesi fuorusciti, rientrati nella loro città, diedero agli avversarii pan per focaccia, atterrando le loro torri, smantellandone case e palazzi, occupandone terre e possessioni a uso longobardico. In seguito fu mandato il Cardinale Latino, un giovinetto mingherlino, dell'Ordine de' Predicatori, eletto da Papa Nicolò III Cardinale, e poi Legato, in grazia della parentela che aveva con lui. Questo Legato colle sueordinanze diede vivamente sui nervi alle donne, comandando che non indossassero più vesti a lunga coda, come usavano prima. Ordinò anche che le donne dovessero andare col capo velato, e irritò poi specialmente le Bolognesi l'ordinanza di smettere un certo fregio che a pompa e vanagloria portavano alla spalla sul manto, e che in loro volgare chiamavanoregolio. Dopo i sunnominati, fu Legato in Lombardia e Romagna Bernardo nativo della Provenza, Cardinale della Chiesa romana. Questi, mandato da Papa Martino IV, inviò frate Fatebene, Guardiano de' Minori di Forlì, a Mantova con molte sue lettere per Pinamonte, colle quali lo pregava di rappacificare i suoi vicini e i suoi concittadini, affinchè potessero vivere tranquilli e quieti. E Pinamonte fece ai messi cortese accoglienza come frati Minori e come rappresentanti di un potente Signore, quantunque avess'egli già da tempo fatta legge per la quale dovesse aver mozzo il capo chiunque portasse lettere a Mantova. E in occasione dell'arrivo di questi messi mandò, dono ai frati Minori, un carro di buon vino, ed una mezza mezzina di lardo; ed uno de' suoi figli regalò ai frati stessi una larghissima e buonissima torta e molte altre cose. Furono finalmente di ritorno al Cardinale, riportando lettere di Pinamonte. Che cosa dicessero, Dio lo sa. Ciò avvenne l'anno 1283, verso il dì d'Ognisanti. Pinamonte era un Mantovano, che si aveva usurpato la Signoria della sua città nativa, espellendone que' cittadini che reputava ostili, impadronendosi de' loro beni, smantellandone le torri e le case. Era temuto come il diavolo, vecchio co' capelli tutti bianchi e padre di una turba di figli; tra quali uno, frate Minore, di nome Filippo, buono ed onest'uomo, e lettore di teologia. Questi fu un tempo inquisitore degli eretici, molti ne imprigionò e molti ne estirpò e cacciò in fuga dalla Terra che si chiamava Sermione[191]. QuelPinamonte era solito menar vanto di non aver mai avuto nella sua signoria alcun infortunio, e che ogni cosa gli era sempre andata a seconda. Questa vanteria era però una stoltezza, perchè il Savio dice ecc. Poi sta scritto in una Novella poetica:
Si bene successit, non prima sed ultima spectes.A casu describe diem, non solis ab ortu.Se tristo fu l'evento, oppur feliceNon il principio, ma la fin lo dice.Non quando s'alza il sol, quando s'abbassaGiudicare convien del dì che passa.
Si bene successit, non prima sed ultima spectes.A casu describe diem, non solis ab ortu.
Si bene successit, non prima sed ultima spectes.
A casu describe diem, non solis ab ortu.
Se tristo fu l'evento, oppur feliceNon il principio, ma la fin lo dice.Non quando s'alza il sol, quando s'abbassaGiudicare convien del dì che passa.
Se tristo fu l'evento, oppur felice
Non il principio, ma la fin lo dice.
Non quando s'alza il sol, quando s'abbassa
Giudicare convien del dì che passa.
Parleremo poi ancora di questo Legato, quando arriveremo a Papa Martino IV, che lo inviò Legato in Romagna a fine di riconquistarla, e per la guerra vi si spese 1,400,000 fiorini d'oro; e pel solo assedio di Meldola[192], durato cinque mesi, Papa Martino IV sciupò 300,000 lire imperiali. Questa somma era il frutto di un balzello del decimo della rendita imposto a tutte le chiese da Papa Gregorio X, da erogarsi in soccorso di Terra Santa, e che, stornato, si usò per questa impresa. I sunnominati furono i dodici più cospicui Principi e Legati della Chiesa, mandati in Lombardia ed in Romagna, non solo per la salute delle anime, ma anche contro l'astuzia del Dragone, cioè di Federico, che co' suoi Principi e aderenti tentava con ogni sforzo di incatenare la libertà della Chiesa, e disrompere l'unità de' fedeli. Perciò pensai utile nominare anche alcuni de' Principi di Federico per dare notizia delle cose passate. Perocchè come dice Daniele 5ºL'Iddio altissimo aveva dato Regno, e grandezza, e gloria, e magnificenza(a Federico);e per la magnificenza che gli aveva data, tutti i popoli, nazioni elingue tremavano e temevano nella sua presenzaecc. Federico ex-Imperatore uccise completamente e disperse i nobili del regno di Sicilia, Apuglia, Calabria e Terra di Lavoro, ed altri ne surrogò. Questi sono i Principi che ebbe Federico: Il conte Gualterio di Manopello[193]; Conte Tomaso di Acerra[194]; Conte Rizzardo di Caserta; Marchese Umborgo Bertoldo; Marchese Lancia, Lombardo di Piemonte (la cui sorella, o nipote fu madre del Principe Manfredi, che occupò il regno dopo la morte del padre, e del fratello Corrado, e che fu debellato, ucciso, e privato del regno da Carlo); Rizzardo di Montenegro[195]; Marino di Eboli[196]; Rizzardo di Filangieri; Tebaldo Francese; Pietro di Calabria Maliscalco; Pandolfo di Fasanella[197]; Pietro delle Vigne (questi fu segretario imperiale, assai potente nella Corte dell'Imperatore, che lo nominò suo tesoriere); Taddeo di Sessa[198]giudice; Aldobrandino Cazaconte. N'ebbe anche molti altri per le città d'Italia, a difesa dell'Impero, ed a martello degli ecclesiastici; ma l'istoria loro disdegno di raccontarla..... E nota che quando l'Imperatore elevava a potenza qualcuno, se si accorgeva che avesse abbondanza di ricchezze e d'onori, usava dire: Non ho mai ingrassato un porco, da cui io non ne abbia tratta la sugna, e voleva significare che lo spogliava poi degli onori impartiti, e delle ricchezze accumulate. Ed era alla lettera così. Tanta era la sua avarizia, che trovava sempre appigli per accusare or l'unoor l'altro de' Principi di tradimento dell'Impero. Con tali imputazioni calunniava la persona, e tolto di mezzo il Principe, ne occupava i beni. Ma non impunemente. Per lui fu letteralmente scritto:Con lui finirà l'Impero, perchè, sebbene siano per esservi successori, saranno privi dei titoli e della dignità d'Imperatori romani. Questo vaticinio pare che si avverasse. Or seguendo l'Abbate Gioachimo parliamo di quel diavolo di Dragone, di cui parla nell'Apocalisse 12º....... L'abbate Gioachimo nel libroDelle Figurepone le seguenti parole sopra i capi del Dragone suaccennato: «Prima persecuzione..... Quarta, dei Saraceni; il tempo delle vergini; Macometto; il quarto sigillo. Quinta, dei figli di Babilonia, secondo lo spirito, non alla lettera;Muthselmutus[199]; quinto sigillo. La sesta è la presente; Saladino; sesto sigillo; sono dieci Re, e un altro sorgerà dopo loro, che sarà più potente dei primi. Segue la settima; tempo di calamità e di miseria; questo è il settimo Re, che propriamente si chiama Anticristo, quantunque ne sia per venire un altro dopo lui di non minore malignità, designato dalla coda...... Della Esposizione di Aimone sopra Isaia alla fine del ventesimo capitolo......... È chiaro che la Repubblica deve sottostare al Pontefice romano. Parimente maestro Filippo cancelliere di Parigi descrive ad evidenza la vita del Prelato e dei sudditi sotto l'immagine delle membra del corpo umano..... Ora passiamo a Corrado, figlio di Federico ex-imperatore.
L'anno 1250 Re Corrado figlio di Federico, la cui madre era figlia del Re Giovanni, morto il padre, arrivò permare in Puglia a prendere possesso del Regno di Sicilia; e, presa Napoli, ne distrusse sino alle fondamenta le mura. Ma l'anno successivo del suo regno cominciatosi a malare, un serviziale, che si credeva dato dai medici come curativo, per veleno commistovi, lo trasse al sepolcro. E trasportandosene la salma a Palermo per darle sepoltura, perchè quivi sono le tombe dei Re, arrivato a Messina, i Messinesi per odio e vendetta contro il padre di lui, che una volta aveva oppressi ed uccisi i più cospicui e migliori loro concittadini, ne gettarono le ossa in mare. Anche Corrado stesso aveva fatto loro grave offesa, e finalmente in questo modo ne presero vendetta. Nello stesso anno, in Danimarca, Enrico, inclito Re dei Danesi, fu affogato in mare da suo fratello Abele per rapirgli il Regno, che poi ne ricavò poco onore e vantaggio, poichè l'anno seguente lo uccisero i Frisoni, cui aveva tentato di soggiogare.
L'anno 1251 si radunò in Francia una moltitudine innumerevole di pastori, che dicevano di dover andar oltremare allo sterminio de' Saraceni per vendicare il Re di Francia. E molta gente dalle varie città della Francia si metteva al loro seguito, nè alcuno osava fare loro resistenza; si davano loro vittovaglie e tutto quello che volevano, onde i mandriani abbandonavano i loro armenti per correr loro dietro. E, per affascinarli, colui, che s'era messo alla loro testa, affermava che Dio gli aveva rivelato che il mare si aprirebbe, e che egli condurrebbeli a vendicare il Re di Francia. Ed io, all'udir narrarmi quelle cose, sclamava:Guai ai pastori che abbandonano il proprio gregge!E potranno costoro quello che il Re di Francia col suo esercito non ha potuto fare? Prestò loro fede il volgo de' francesi e terribile insorgeva contro i religiosi, e specialmente contro i Predicatori ed i Minori, perchè essi, avevano predicato la crociata, e apposta la croce al petto di chi seguivaquel Re, che fu poi debellato dai Saraceni. S'arrovellavano dunque i Francesi rimasti a casa contro Cristo, tanto che non mancava loro l'empietà di bestemiarne il nome, che è sopra ogni altro nome benedetto. E quando in quel tempo i frati Minori e i Predicatori cercavano la limosina ai Francesi, questi digrignavano contro loro i denti; e quando vedevano frati, che accattavano, chiamavano qualche altro povero, gli davano danari, e dicevano: Prendi in nome di Macometto, che è più potente di Cristo. E con ciò si adempiva quel detto del Signore, Luca 8ºUn momento credono, e al tempo della tentazione si ritraggono indietro. Miseranda miseria! Mentre il Re di Francia non si turbava per i passati eventi, quel volgo sommoveva una terribile turbolenza! E quella accozzaglia di pastori, perchè i frati Predicatori in una certa città avevano osato lasciarsi sfuggire dalle labbra qualche parola contro di loro, ne smaltellarono siffattamente il convento, che non ne rimase più pietra sopra pietra...... Ma..... l'anno stesso furon ridotti al nulla, e quella ragunata fu distrutta. Lo stesso anno fu preso il castello di Castellarano[200], nella diocesi di Reggio, sulla Secchia. Parimente lo stesso anno il Marchese Uberto Pallavicino andò a Piacenza e concordò fra loro i Piacentini e i Cremonesi; ed i militi uscirono di Piacenza a malgrado del popolo, e stettero il mese di Maggio per le castella dei Piacentini; e Uberto Iniquità, di Piacenza, fu Podestà del popolo Piacentino. L'anno stesso Papa Innocenzo IV, Genovese, venne a Genova da Lione, città di Francia nella Borgogna, ove aveva tenuta la sua sede parecchi anni. Arrivò là il mese di Maggio, e vi ammogliò un suo nipote, alle cui nozze egli assistette con ottanta Vescovi e i suoi Cardinali; ed a mensa furono servite molte varietà d'imbandigioni,e vini di varie specie di tralci, e de' più squisiti e più allegri; eppure ogni servito costava molte marche. Non si videro mai a' dì nostri nozze più sontuose in nessun luogo, sia per altezza di grado de' commensali, sia per la squisitezza e quantità delle imbandigioni, sicchè se l'avesse viste la Regina Saba, anch'ella ne avrebbe fatte le meraviglie. Dopo, il Papa andò a Milano, dove si soffermò un mese e più. In quel tempo della sua dimora a Milano, i Milanesi corsero sopra Lodi e se ne impossessarono. Ma avuta di ciò notizia il Marchese Uberto Pallavicino, che allora signoreggiava in Cremona, con un grosso esercito di Cremonesi e parte di Piacentini, corse, la riprese e s'impadronì del Castello che l'Imperatore s'aveva fatto ivi costrurre (in ogni città, in cui signoreggiò, l'Imperatore volle avere un palazzo o castello). Stettero dunque quivi per bene un mese. E stando quivi a campo il mese di Luglio e di Agosto l'uno di fronte all'altro co' loro eserciti i Milanesi e i Cremonesi, avvenne che i Cremonesi misero a fuoco alcune contrade di quella città, spianarono parte del muro di cinta e le fosse, poi se ne tornarono senza conflitto al loro paese; e i Milanesi ne rimasero padroni. Poscia Innocenzo andò a Brescia, dipoi a Mantova, poi al monastero di S. Benedetto, che è tra il Po ed il Lirone, ove riposa la Contessa Metilde sepolta in un'arca di marmo. E il Papa coi Cardinali, memori dei benefici della Contessa alla Chiesa e ai romani Pontefici, recitarono sulla tomba di lei il salmo:De profundis. Di là passò Innocenzo IV a Ferrara, ove io mi trovava. E mandò avvisando i frati Minori che al suo ingresso in città l'andassero ad incontrare, e gli facessero ala; il che fu lungo tutta la via di S. Paolo. Nunzio di questi ordini fu un frate Minore di Parma, chiamato Buiolo, che era addetto al servizio del Papa, e che dimorava a Corte. Confessore del Papa era poi un'altro frate Minore, dinome Nicola, mio amico, cui poi il Papa creò Vescovo di Assisi; e frate Lorenzo, pure mio amico e compagno, anch'esso dimorava in Corte del Papa, e lo fece Arcivescovo di Antivari; ed, oltre i sunnominati, anche due altri frati Minori erano addetti al servizio del Papa. Il quale si fermò più giorni in Ferrara fra l'ottava del beato Francesco, e predicò dal balcone del palazzo del Vescovo, e gli facevano ala quinci e quindi i Cardinali, e uno di loro, cioè Guglielmo di lui nipote, dopo la predica fece la sua confessione pubblica. E vi era immensa folla di popolo accorsa, quasi adunata al supremo giudizio; e il Papa s'era preso per tema della predica:Beata la gente che ha Dio per suo Signore; beato il popolo designato da Dio suo erede. Dopo la predica, il Papa soggiunse: Iddio fu mio custode quand'io partiva d'Italia e quando soggiornai a Lione; ora che in Italia ritorno, sia egli benedetto per tutti i secoli. E aggiunse: Questa città è mia, vi conforto a vivere in pace, poichè l'ex-Imperatore, che perseguitava la Chiesa, è morto. Io poi era così a costa del Papa, che poteva toccarlo quand'io voleva, perchè egli andava lieto d'avere frati Minori attorno. In quel momento frate Gerardino da Parma, che fu maestro di frate Bonagrazia, mi toccò di gomito, e mi disse: Senti che è morto l'Imperatore, che non l'hai mai voluto credere. Lascia dunque in disparte il tuo Gioachimo,e fatti saggio, o figlio mio, dammene la consolazione, acciochè tu possa ora rispondere qualche cosa a me, che ti rimproverava. I Cardinali, nei giorni della loro fermata a Ferrara, mandarono più volte regalandoci maiali uccisi e già pelati, stati loro donati; e noi a volta nostra, ne facevamo parte alle nostre sorelle dell'Ordine di S. Chiara. Anche il dispensiere del Papa mandonne a dire: Domani il Papa è di partenza per Bologna; mandatemi i vostri barcaiuoli che vi darò il pane e il vino che ne resta, di cui nonabbiamo più bisogno. E così si fece. All'arrivo a Bologna i Bolognesi fecero al Papa una festosissima accoglienza; si fermò poco tra loro, e partissene turbato e quasi improvviso, perchè domandarono che cedesse loro in dono Medicina[201], che è una Terra della Chiesa nella diocesi di Bologna, cui i Bolognesi da lungo tempo avevano violentemente occupata. Ma il Papa non li esaudì, nè gliela donò, anzi rispose: Di forza tenete una Terra della Chiesa, ed ora volete che ve la doni? Andatevene con Dio, ch'io non posso nè voglio darvela. Nulla ostante però, alla sua partenza il Papa trovò molte nobili e belle donne Bolognesi, accorse dalle lor ville alla strada, per cui doveva passare, bramose di vederlo; le benedisse nel nome del Signore, continuò sua via e fece sosta a Perugia. Lo stesso anno arrivò in Lombardia Re Corrado, prima a Verona, poi a Cremona, d'onde ritornò a Verona, e da Verona partì per la Puglia; e fu in Novembre. L'anno stesso fu preso il castello che era nella città di Lodi, e tutti i Lodigiani che vi erano dentro ne ebbero mozza la testa, ed i Pavesi, che pur vi si trovavano, li lasciarono andare liberi senza molestia. Lo stesso anno furono fatti prigioni la maggior parte degli uomini di Tortona dagli Alessandrini e dai Milanesi; e dal Marchese Uberto Pallavicini e dai Cremonesi fu preso in Ottobre il castello di Brescello. Brescello è una Terra posta nella Diocesi di Parma; una volta era città, e fu distrutta sino alle fondamenta dai Longobardi.
L'anno 1252 Ghiberto da Gente, cittadino di Parma, coll'aiuto dei beccai di Parma si fece Signore della città e lo fu molt'anni. Egli fece due buone cose durante la sua signoria: Rappacificò tra loro i Parmigiani, e fece murare alcune porte della città. Ma ne fece anche dicattive, come ne giudicarono i Parmigiani, i quali finalmente si levarono contro di lui, gli rapirono di mano la signoria, atterrarono le sue case nella villa di Campeggine[202]e in Parma, e lo mandarono in esiglio ad Ancona, dove stette sino alla morte. Prima però di essere definitivamente espulso da Parma, quantunque spogliato della signoria e ridotto a vivere come privato cittadino, ebbe la Podesteria di Pisa, e poi quella di Padova; e vi si trovava quando fu trasportato il corpo del beato Antonio alla nuova chiesa, ove era presente anche frate Bonaventura Ministro Generale. Le colpe di Ghiberto da Gente erano queste. Primo, s'avea molta ragione di sospettare della sua fede al partito della Chiesa, che anzi teneva più per la parte del Pallavicino; e siccome aspirava egli alla signoria di Parma, per ciò solo non permetteva che il Pallavicino vi entrasse. Secondo, era troppo ingordamente avaro, tanto che nel tempo della sua Signoria nessuno poteva vendere vittovaglie se non per conto del Comune; e si faceva poi socio con quelli, che erano autorizzati alle vendite, per espillarne da ciascuno parte del lucro....... E spingeva tant'oltre la sua avarizia, che avendogli un milite della Corte domandato che gli desse qualche cosa, gli offerse unBologninoper comperarsi i fichi. Ed io stesso ho veduta, conosciuta, provata e misurata la sua abbietta grettezza a Campeggine, quando a suo non poco vantaggio, io mi era recato colà con frate Bernardino daBuzea........ Terzo, che delle ricchezze de' suoi concittadini si fabbricò alti e magnifici palazzi nella villa di Campeggine ed in Parma, mentre prima non era che un povero soldato; con che provocò l'invidia, e glieli smantellarono..... Quarto, ebbe la follìa di condannare iniquamente alcuni nella persona, come si disse che fece mozzar la testa al Da-Cavaza;altri, nella borsa; e interrogane, che te lo dirà, Giacomo Sanvitali. Così ad alcuni, per denaro, perdonava; contro altri, che non volevano spillarne, infieriva... Il Signore dice Levitico 19º.Abbiate bilancie giuste, peso giusto, moggio giusto, e staio giusto.Tutte queste cose egli falsificò. Quinto, gli fu apposto di prendere uno stipendio annuo troppo vistoso per compenso delle cure che aveva pel governo della città, assegno maggiore di quello che Parma usava pagare agli altri Podestà. La qual cosa non c'era delicatezza a farla, essendo egli nel proprio paese, in casa sua, sulle proprie possessioni; e perciò fu espulso dal governo e dalla città. Sesto, fu una soperchieria quella di adunare il popolo di Parma nella piazza del Comune, tenere una concione, e insignorirsi della città per sè e pe' suoi figli in perpetuo...... (L'utile rettore viene da Dio). Non tale fu Ghiberto da Gente, che portato sugli scudi dai beccai, si usurpò la Signoria di Parma. Settimo, fu una iniquità quella di alterare le monete, e impicciolirle riducendole a minor valore effettivo; alterazione, per la quale, dicono i banchieri che i Parmigiani ebbero un danno maggiore di un quarto del valore di tutta la città. E tienti ben fitto in mente che le due cose, di cui suole più vivamente dolersi il popolo, sono la carestia del frumento, e la falsificazione delle monete. Fece dunque un male assai grave Ghiberto da Gente falsificando le monete più direttamente a fine del vantaggio proprio che del Comune. Ottavo, per dare maggior splendore e grandezza alla sua signoria, ebbe la pazza vanità di formarsi una guardia di cinquecento uomini armati, che gli facessero sempre corteggio, quando che a lui piacesse. Io li ho visti quegli uomini in armi, la vigilia dell'Assunta, quando per ambizione, per pompa, per onore e vana gloria si faceva fare corteo mentre andava coi ceri, secondo l'uso de' Parmigiani, alla chiesa matrice. Poi s'era proposto di far Vescovo di Parma unsuo fratello germano, Abbate nel monastero di S. Benedetto di Leno[203], nella diocesi di Brescia. Ebbe l'ingordigia di voler aggiungere alla sua Signoria le due vicine città di Reggio e di Modena, e voleva ch'io mi maneggiassi di fargli aver Modena; ma io non mi ci volli immischiare, perchè nella seconda Epistola a Timoteo l'Apostolo, 2º dice..... Ebbe però qualche tempo in sua podestà Reggio, ma i Reggiani ne lo cacciarono presto, e lo spogliarono del potere per le angherie e le perversità che in seguito esporremo. Ricordo che, deposto dai Parmigiani dalla Signoria di Parma, nella sua villa di Campeggine in casa sua, gli dissi: Che fate Ghiberto? Perchè non entrate nell'Ordine de' frati Minori? E rispose: Che vorreste farne di me che ho sessant'anni? Ed io soggiunsi: Dareste ad altri il buon esempio di operar bene, e salvereste l'anima vostra. Al che egli di rimando: Intendo bene che mi date un buon consiglio, ma non posso seguirlo perchè vo mulinando nell'animo mio altre cose..... Che volete? M'affaticai in pregarlo, ma non volle saperne di mettersi sul buon sentiero:perocchè aveva meditato iniquità dentro di sè.Di fatto nutriva speranza di vendicarsi dei Parmigiani e dei Reggiani, che l'avevano deposto dalla signoria; e, a meglio riuscirvi, diede per moglie sua figlia Mabilia a Guido da Correggio..... E nota che siccome Ghiberto da Gente diede il bando ed espulse da Parma Bertolino, figlio di Bertolo Tavernieri, così egli fu sbandito ed espulso dai Parmigiani, e abitò nella Marca, e morì in Ancona, dove è sepolto. Ed assegnò per un certo numero d'anni le rendite annue di alcune praterie, che aveva nella diocesi di Parma, ai frati Minori e Predicatori, a risarcimento di rendite incerte loro rapite; e le ebbero; e l'anima sua per la misericordia di Dio riposi in pace, e così sia.Lo stesso anno 1252, per la mediazione del Vescovo di Reggio Guglielmo Fogliani, e di frate Egidio della Religione della Santa Trinità da Campagnola, oriondo di Verona, si pacificarono tra loro i Roberti, i Fogliani e tutti i fuorusciti ed espulsi di Reggio, e questo avvenne alla metà d'Agosto nella chiesa di S. Lorenzo. E, per il meglio della città di Reggio, furono creati gli Anziani, estraendoli a sorte dal Consiglio generale; e a principio furono dodici. E lo stesso anno ad onore di Dio e del beato Prospero e di S. Grisanto, e per il bene della loro città, i suaccennati Anziani, in giorno di sabato, sedici Agosto, convocati di volontà del Consiglio, secondo l'uso e la consueta formola di convocazione, e radunati nel palazzo del Comune, giurarono pace e concordia col prenominato Guglielmo Vescovo di Reggio, e coi Reggiani fuorusciti da una parte, e dall'altra i Reggiani che erano in città. E quell'anno una gran brinata, ai diciotto di Maggio, giorno di domenica, distrusse in più luoghi il frutto dei vigneti.
L'anno 1253, indizione 11ª, Guido da Gente, Parmigiano, fu eletto Podestà di Reggio per arti di Ghiberto da Gente suo fratello, allora Podestà di Parma, e per accordi tra i Reggiani fuorusciti, ed i Reggiani che erano dentro la città. E lo stesso anno, il ventotto d'Ottobre, Martedì, festa dei beati Apostoli Simone e Giuda, Ghiberto da Gente Podestà di Parma, cogli Anziani del Consorzio di Santa Maria Vergine della città di Parma, e con altri probi uomini della medesima città, si recarono con grande esultanza, colle croci, cogli stendali, coi sacerdoti e tutti i religiosi a Porta Santa Croce con tutti gli uomini della città di Reggio, e in Reggio, insieme cogli altri fuorusciti, condussero il Venerabile Guglielmo Fogliani, che ne era stato eletto Vescovo. E il Mercoledì, 29 dello stesso mese, il prenominato Ghiberto Podestà di Parma, in piena adunanza del popolo convocatoa suono di trombe e di campane, nella piazza del Comune di Reggio, fece il concordato tra i fuorusciti e que' di dentro, il quale concordato fu scritto e inserto nello Statuto del Comune; e fu nel giorno stesso 29 Ottobre che Guido da Gente, per arti del prenominato Ghiberto Podestà di Parma e suo fratello, fu fatto Podestà di Reggio. Quell'anno stesso 1253, ai sette di Dicembre, a sera, poco dopo il crepuscolo, l'anno dodicesimo del suo pontificato, morì a Napoli Innocenzo IV, Papa di inclita memoria; e, il giorno appresso, morì Stefano Cardinal prete di Santa Maria in Transtevere; e i loro corpi, sepolti nella chiesa Napoletana, riposino in pace, e così sia. E Bertolino Tavernieri di Parma, che era allora Podestà di Napoli, fece chiudere le porte della città per ritenere i Cardinali dall'andare altrove, e costringerli ad eleggere, senza por tempo in mezzo, il nuovo Papa in Napoli stesso. E siccome non si potevano concordare ad eleggerlo per voti, che le urne davano sempre molto divisi, fu eletto per compromesso. E Ottaviano Cardinal diacono impose il manto al più degno uomo della Corte, come egli disse, cioè a Rainaldo Vescovo di Ostia; e si nominò Papa Alessandro IV, eletto verso la vigilia di Natale; sicchè il giorno di S. Tomaso di Cantorbery ne giunse la notizia a Ferrara. Alessandro IV, oriondo della Campania, fatto Papa l'anno 1253, tenne il pontificato sette anni. Nacque ad Anagni, e si chiamava Rainaldo Vescovo di Ostia. Fu molti anni Cardinale dell'Ordine de' frati Minori, e Papa Gregorio IX gli conferì la Porpora ad istanza e preghiera de' frati Minori stessi. Questi ascrisse al catalogo dei Santi la beata Clara, convertita al cristianesimo dal beato Francesco; e ne compose la colletta e gli inni. Aveva una sorella nell'Ordine di Santa Chiara, ed un nipote nell'Ordine de' frati Minori; ma non creò nè quella, Badessa, nè questo, Cardinale; nè nominò nel suopontificato alcun Cardinale, quantunque allora fossero rimasi solo in otto. Fu uomo di lettere, amante dello studio della teologia, e spesso volentieri predicava, celebrava, e consacrava chiese. Fuse in uno solo i cinque Ordini degli Eremitani che prima s'aveano; conferì all'Ordine dei Minori quel privilegio, che si appellaMare magno. Manteneva costantissima l'amicizia, come appare chiaro da quel che faceva con frate Rainaldo da Tocca dell'Ordine de' Minori, cui amò tanto, che all'amicizia di lui non si può paragonare nè quella di Gionata con Davide, nè quella di Amelio e di Amico. E se anche tutto il mondo avesse detto qualche cosa di male contro frate Rainaldo, il Papa non l'avrebbe creduto, e nè pure ascoltato; e quando bussava all'uscio della camera, il Papa gli andava ad aprire anche a piedi nudi. Questa cosa la vide un altro frate Minore, una volta che era solo in camera col Papa, cioè frate Mansueto da Castiglione Aretino, mio amico, dalle cui labbra io l'ho saputo. Questo Papa non s'immischiò in guerre, e passò pacificamente i suoi giorni. Era tarchiato, corpulento e grasso, come un secondo Eglon; era benigno, clemente, pio, giusto, timorato e divoto di Dio. (Sotto il suo pontificato, Manfredi figlio del fu Imperatore Federico, infingendosi l'educatore di Corradino nipote di Federico, e divulgato ovunque che Corradino era morto, si pose in capo la corona del Regno. La qual cosa essendo a danno del Papa, prima fu scomunicato, poi fu raccolto contro di lui un grosso esercito. Tanto è vero che la menzogna a nulla approda). Questi, come è già detto, canonizzò ad Anagni Santa Chiara dell'Ordine di S. Francesco. Ai tempi di questo Papa, sia che l'epoca si voglia far partire dalla morte, sia dalla deposizione di Federico Imperatore, figlio del fu Imperatore Enrico, fatta da Papa Innocenzo IV, cominciò a vacare l'Impero romano, nulla ostante che dai Principi dell'Alemagna si facesseroparecchie elezioni. E primo di tutti elessero il Langravio di Turingia, e, dopo lui, Guglielmo Conte di Olanda, i quali morirono prima di essere consacrati Imperatori. Dopo la morte poi di Federico II, gli elettori, divisi in due, una parte elevò alla dignità dell'Impero il Re di Castiglia, gli altri il Conte di Cornovaglia, fratello del Re d'Inghilterra, di nome Riccardo. E la divisione di quegli elettori durò molti anni. Questo Papa riprovò due pestiferi libelli, de' quali uno sosteneva che tutti i Religiosi e predicatori della parola di Dio, che vivono di limosine, non possono salvarsi. Autore di questo libello era Guglielmo di Santo Amore, che lo pubblicò a Parigi, e distolse molti maestri e scolari dall'entrare nell'Ordine de' Predicatori e dei Minori. Ma l'autore non ne restò impunito; ed il Papa Alessandro IV e il Re di Francia S. Lodovico lo espulsero da Parigi, senza che potesse avere speranza di ritornarvimai più in eterno, e più oltre...... L'altro libello conteneva molte cose false contro la dottrina dell'Abbate Gioachimo, cose che l'Abbate non aveva scritte; p. e. che il Vangelo e la dottrina del Nuovo Testamento non aveva condotto nessuno alla perfezione, e che dovea chiudersi il suo ciclo l'anno 1260. E sappi che l'autore di questo libello fu frate Girardino di Borgo S. Donnino, che nel secolo fu allevato in Sicilia, e vi insegnò grammatica. Ed entrato poi nell'Ordine de' Minori, dopo tempo fu mandato a Parigi per la provincia di Sicilia[204], e fatto lettoredi teologia; e a Parigi compose il preaccennato libello, e all'insaputa de' frati lo pubblicò; ma ne fu gravemente punito, come ho detto più su........ Pur tuttavia fu rimandato nella sua provincia, e perchè non volle rinsavire, frate Bonaventura Ministro Generale, che era in Francia, lo chiamò presso di sè. E passando per Modena, ove io allora abitava, ed avendo io seco famigliarità, giacchè ero stato seco a Provins e a Sens, quell'anno che il Re di Francia S. Lodovico di buona memoria andò la prima volta oltremare, gli dissi: Disputiamo, se vuoi, intorno alla dottrina dell'Abbate Gioachimo. E rispose: Non disputiamo, ma comunichiamoci le nostre opinioni, e perciò ritiriamoci in luogo appartato. Lo condussi nell'orto, di dietro al dormitorio, ci mettemmo a sedere sotto una vite, e gli dissi: Io ti domando quando e dove nascerà l'Anticristo. E rispose: È già nato ed adulto, e presto eserciterà il suo ministero d'iniquità. E ripigliai: Lo conosci tu? Non l'ho visto di persona, rispose, ma lo conosco bene per quel che se ne scrive. E gli domandai: Dov'è che ne sta scritto? Nella Bibbia, mi rispose. Dimmi dunque in quale punto, perchè la Bibbia la conosco bene. Ma rispose: Non te lo dirò punto, se prima non avremo fra mani la Bibbia. Andai pertanto a prendere la Bibbia, e di ritorno apertala, conobbi che egli riferiva tutto il capitolo 18º di Isaia ad un Re di Spagna, cioè di Castiglia. Il capitolo di Isaia diceva:Guai al paese che fa ombra coll'aleecc. sino alla fine. E gli domandai: Tu dunque dici che questo Re di Castiglia, ora regnante, è l'Anticristo? E rispose: Senza dubbio, l'Anticristo, quel maledetto, di cui parlarono tutti i dottori, e i Santi che hanno trattato di questa materia. E cuculiandolo soggiunsi: Spero in Dio che t'accorgerai d'essere caduto in errore. E mentre io pronunciava queste parole, ecco comparire molti frati e secolari nel prato di dietro al dormitorio, che mesti parlavanotra loro. E mi disse: Va ad ascoltare ciò che dicono, perchè hanno l'apparenza di chi porta tristi notizie. Andai, e, ritornandone, disse: Dicono che Filippo Arcivescovo di Ravenna è prigioniero di Ezzelino. Allora replicò: Vedi, se cominciano i misteri! Dopo mi domandò s'io conoscessi un Veronese, che soggiornava a Parma, e che possedeva lo spirito di Profezia, e scriveva il futuro. Sì, lo conosco, e lo conosco bene, io dissi, ed ho anche veduto le sue scritture. E allora, vedrei volontieri, mi soggiunse, quegli scritti; ti prego, se puoi, di provvedermeli. E risposi: Li dà di buon grado, e va in sollucchero quando glieli cercano e vogliono averli. Ha fatto molte omelie, ch'io ho lette; e, smesso il mestiere di tesserandolo, di cui campava in Parma, è andato nel monastero dei Cisterciensi di Fontevivo[205], ove tutto il dì, vestito da secolare, scrive in una camera assegnatagli dai frati, predice il futuro, e vive a spese del monastero; e potrai andare a vederlo, poichè è distante sol due miglia al di sotto della strada. Allora osservò che i suoi compagni non vorrebbero deviare, e che quindi mi pregava di provvederglieli, che me ne avrebbe avuto grado. Continuò egli dunque il suo viaggio, e non l'ho mai più visto. Io poi andai a quel monastero, quando n'ebbi tempo, e vi trovai un cotal mio amico, frate Alberto Cremonella, entrato con me nell'Ordine de' frati Minori il giorno stesso, in cui io vi fui ammesso da frate Elia, Ministro Generale, in Parma l'anno 1238; ma, durante il noviziato, ne uscì, restò secolare, imparò fisica, e finalmente entrò nell'Ordine e nel monastero di Fontevivo, ove tutti lo stimarono dottissimo. E, quando mi vide, disse gli pareva di aver veduto un angelo del paradiso, essendochè mi amava vivissimamente.Allora gli dissi che mi farebbe un segnalato favore se mi prestasse tutti gli scritti di quel Veronese. E rispose: Sappiate, frate Salimbene, che io sono tenuto in molta considerazione e posso molto in questo monastero, e i frati, per loro bontà, e per quel tanto che so di fisica, mi vogliono bene assai; se desiderate, posso prestarvi tutti i libri del beato Bernardo. Colui, di cui parlate, è morto, e de' suoi scritti neppure una sillaba rimase al mondo; perchè io di mia mano ho abraso tutti gli scritti suoi; e ve ne dirò il come e il perchè. Vi era in questo monastero un certo frate che sapeva benissimo l'arte del raspare le carte, e disse all'Abbate: Padre...... giacchè è più chiaro della luce del sole ch'io debbo morire, poichè io non sono punto migliore de' padri miei, vi prego, Padre, se vi par buono, di assegnarmi alcuni alunni, che amino di imparare a raspar le carte, perchè, morto io, potranno tornare utili a questo monastero. Ma non trovandosi nessuno che volesse imparare, tranne io, così dopo la morte del mio maestro, e di quel Veronese, abrasi tutti i libri di questo, di modo che non ne rimase lettera. E lo feci, parte per esercitarmi nelle abrasioni, parte anche perchè quelle profezie avevano sollevato troppo grave scandalo. Udito questo, io dissi in mio cuore: Anche il libro di Geremia profeta una volta fu bruciato; ma chi lo fece bruciare non ne andò impunito, come si legge in Geremia 36º; anche la legge di Mosè fu bruciata dai Caldei, ed Esdra la riprodusse illuminato dallo Spirito Santo. Così sorse in Parma un uomo, che nella sua semplicità ebbe l'intelletto chiaro delle cose future,perché Iddio parla ai semplici di cuore, Proverbi 3º. Però dopo molti anni, abitando io ad Imola, venne nella mia cella frate Arnolfo mio Guardiano con un certo libretto scritto sul papiro, e mi disse: Un notaio di questa Terra, amico dei frati, mi diede a prestito da leggere questo libro, ch'egli copiò a Roma,quando si trovò colà col Senatore Brancaleone di Bologna, e se lo tiene molto caro, perchè lo compose e lo scrisse frate Girardino di Borgo S. Donnino. Voi leggetelo, che avete studiato sui libri dell'Abbate Gioacchimo, e sappiatemi dire se vi abbia qualche cosa di buono. Lettolo e consideratolo, dissi a frate Arnolfo: questo libro non ha lo stile degli antichi dottori, è frivolo, ed ha cose degne di riso; per cui il libro fu diffamato e riprovato, e vi do il consiglio di gettarlo nel fuoco a bruciare, e a quel vostro amico dite che porti pazienza per amor di Dio e dell'Ordine nostro. Così si fece, e il libro fu bruciato. È vero però che quel frate Girardino, autore dell'opuscolo, dava argomento di credere che avesse in sè qualche cosa di buono. Era famigliare, cortese, liberale, religioso, onesto, costumato, temperante di parole, di cibo, e di bevanda, semplice nel vestire, ossequioso con umiltà e mansuetudine;Un uomo veramente amichevole in società, più amico ancora che un fratello, come disse il Savio ne' Proverbi 18º; ma la protervia nella sua opinione eclissava tutte quelle buone qualità..... E per cagione di questo frate Girardino si fece legge che nessuno nuovo scritto si publichi fuori dell'Ordine, se prima non è stato approvato dal Ministro e dai definitori nel Capitolo provinciale; e se alcuno contravvenga, digiuni tre giorni a pane ed acqua, e siagli tolta l'opera sua....................................
L'anno 1254, Guido, fratello di Ghiberto da Gente, fu fatto Podestà di Reggio, e vi morì nell'anno stesso, e fu sepolto nel convento vecchio dei frati Minori, ove ora abitano le Suore Minori dell'Ordine di S. Chiara. Si noti che anche la elezione di Papa Alessandro IV si può ascrivere a questo millesimo, come al precedente, perchè fu eletto tre o quattro giorni prima di Natale, e ne arrivarono le notizie a Ferrara da Napoli il dì di S. Tomaso di Cantorbery.
L'anno 1255, indizione 13ª, fu data la Podesteria della città di Reggio a Ghiberto da Gente, che era anche Podestà di Parma, e mandovvi, come Vicario, un suo nipote, Guido De-Angeli, cittadino Parmigiano; e il Vicario e Ghiberto da Gente in una furono spogliati della Reggenza della città di Reggio dal collegio dei Giudici, i quali, senza il concorso del Consiglio municipale, elessero Podestà Penazzo, figlio del fu Giliolo da Sesso, il 3 di Marzo, lunedì prima della Quaresima. E perciò sorse gran rottura tra Ghiberto da Gente Podestà di Parma e il Comune di Reggio. E lo stesso anno, Bonifacio, figlio del fu Giacomo da Canossa, stando e tenendo occupata la Rocca detta di Canossa contro l'assenso del Podestà di Reggio....... perciò avendo Trisendo, suo figlio, predato sulla strada del Comune di Reggio, il Podestà e il Comune raccolsero un esercito di montanari attorno alla rocca stessa, e l'assediarono, e vi costruirono trabucchi e màngani, a seconda della volontà di quei di fuori, e ne capitanò le armi e l'impresa Alberto di Canossa, e la rocca fu distrutta. Questa era la rocca della fu Contessa Metilde, fondata da Atto suo avolo, a' tempi di Ottone I, Imperatore, e si chiamavaCanusia.
L'anno 1256, indizione 14ª il sunnominato Giacomo Penazzo da Sesso fu eletto e confermato Podestà di Reggio a voce di popolo e degli Anziani. E lo stesso anno, in Maggio, Guglielmo da Fogliano Vescovo di Reggio vendette ai frati Minori di Reggio, per farne un convento, il palazzo che l'Imperatore aveva donato a Nicolò di lui predecessore, riserbandosi soltanto il diritto di ospitarvi quando si trovasse in quella città. Ed i frati lo comprarono e pagarono coi denari riscossi dalle suore dell'Ordine di Santa Chiara, alle quali avevano venduto il Convento vecchio. (Questo accadde ai tempi di Papa Alessandro IV). Ma siccome i frati Minori comprarono il detto palazzo coll'onere di ospitalità all'Imperatore,in processo di tempo dissero a Rodolfo, che era stato eletto Imperatore di volontà di Papa Gregorio X, che possedevano il palazzo di lui in Reggio e lo abitavano, e che desideravano che la dimora loro fosse da lui consentita. Ed egli rispose che gradiva assai che il suo palazzo avesse tali ospiti, e per amore de' frati Minori rinunziò liberalmente ad ogni diritto ch'egli s'era riservato. E perciò diede loro due lettere segnate col suo sigillo, nelle quali prometteva anche che, se le sue imprese per il possesso dell'Impero volgessero prospere, avrebbe più validamente confermata la sua concessione. Ma siccome il suaccennato convento era angusto, i frati Minori comprarono ancora all'intorno terra e case.
L'anno 1257, indizione 15ª, fu assediato e preso a forza dal Comune di Reggio Castel Adriano, cioè Castellarano[206], e molti furono i morti e molti i prigioni. E que' del Frignano e della diocesi di Reggio che si trovarono nel castello furono tormentati e uccisi.
L'anno 1258, indizione 1ª, Loterengo Andalò, Bolognese, fu Podestà di Reggio; e, l'anno stesso, lo staio di frumento si vendeva cinque soldi e mezzo imperiali, ma clandestinamente e in privato fu venduto anche sei, sette, otto, nove, dieci, sin dodici soldi imperiali.
L'anno 1259, indizione 2ª, i Cremonesi, i Mantovani, i Ferraresi, il Marchese Azzo d'Este, e il Conte di S. Bonifazio, tutti insieme, ad unanimità, giurarono guerra ad Ezzelino da Romano. E l'istess'anno, Ezzelino mosse con grosso esercito contro i Cremonesi sull'Adda, e dai Cremonesi ed alleati vi fu sconfitto, fatto prigioniero, ferito, morto, e sepolto nel Castello di Soncino, che appartiene ai Cremonesi. Ma prima di morire, visse più giorni in quel castello, malato di ferite, di dolore e dicrepacuore, e fu sepolto sotto il palazzo del castello. Credo che dopo la creazione del mondo non abbia mai avuto il diavolo persona così somigliante a sè in ogni più raffinata malizia di dar la morte. Era fratello di Alberico; e furono due demonii; ma di loro abbiamo già parlato più sopra. Nel sussegnato millesimo, Costantinopoli, che era stata già da tempo presa ed occupata dai Francesi e dai Veneziani, fu per forza di guerra riconquistata da Paleologo Imperatore Greco. E lo stesso anno, in Toscana d'Italia, ai Fiorentini ed ai Lucchesi[207]toccò un miserando disastro. Fidenti sul numero e sul valore dei loro invasero il contado di Siena; ma i Sanesi calcolando sull'aiuto di Manfredi, allora Re di Sicilia, uscirono loro incontro a guerra. Ed i Fiorentini ed i Lucchesi ebbero tradigione da parte dei loro. Poichè a principio della battaglia, i capi principali dei Fiorentini passarono dalla parte de' nemici, e in una coi Sanesi infuriarono contro i loro concittadini. Si dice anche che diFiorentini e Lucchesi tra morti e feriti ne restassero sul campo più di seimila. Quell'anno stesso io abitava a Borgo S. Donnino, e composi e scrissi un altro lavoroDelle tristezze, alla maniera di Pateclo. Così pure nel detto anno infierì in Italia una immensa morìa d'uomini e di donne, sicchè all'ora dei vespri avevamo sempre in chiesa due morti. E quella maledizione cominciò la settimana di passione, di modo che in tutta la provincia di Bologna i frati Minori, la domenica delle olive, non poterono ufficiare, tali erano i brividi che provavano; e questa peste durò più mesi. Fu allora che morì Rubino di Soragna, zio di Uberto Pallavicini, e fratello di Marchesopolo, ed io lo confessai. In Borgo S. Donnino perirono di quella pestilenza trecento e più; in Milano molte migliaia; a Firenze parimente molte migliaia; sicchè, per non atterrire i malati, non si suonavano più le campane a morto.
L'anno 1260, indizione 3ª, sorsero i Flagellanti in tutto il mondo, e tutti gli uomini, grandi e piccoli, cavalieri e popolani, andando per le città processionalmente, preceduti dai Vescovi e dai Religiosi, a nudo si flagellavano. E si componevano paci, si restituiva il mal tolto, si confessavano le proprie colpe, sicchè i sacerdoti appena avevano tempo di mangiare; e le loro labbra suonavano parole divine più che umane, e la loro voce era come voce di moltitudine; e gli uomini s'avviavano sul sentiero della salute, e componevano inni a onore e lode di Dio e della beata Vergine, e li cantavano mentre andavano flagellandosi in processione. Il Lunedì, festa d'Ognissanti, tutti i Modenesi piccoli e grandi, e tutti quelli del contado di Modena, il Podestà e il Vescovo collo stendale di tutte le confraternite si recarono a Reggio, e si andarono flagellando per tutta la città; e i più poi passarono a Parma il Martedì successivo al giorno d'Ognissanti. E il Mercoledì, i Reggiani misero in pronto gli stendalid'ogni parocchia, e fecero processioni intorno alla città, e il Podestà di Reggio Ubertino Rubaconti de' Mandelli di Milano, anch'esso s'andò flagellando. Quei di Sassuolo[208], sul principio di questa benedizione, con licenza del Guardiano, mi tolsero dal convento de' frati Minori di Modena, dove io allora abitava, poichè mi amavano molto uomini e donne, e mi condussero a Sassuolo; poi a Reggio, poscia a Parma, e, quando fummo a Parma, trovammo che questa benedizione già vi era. Perocchè volava come aquila che vuol piombare sulla preda; e in ciascuna città durava non pochi giorni; nè vi era alcuno tanto severo, o invecchiato nel male che non si flagellasse volentieri. E chi abborriva dalle flagellazioni era reputato peggiore del diavolo, e lo mostravano a dito, come una singolarità e un uomo diabolico; ma quel che è anche più, poco dopo, era colpito da infortunio di morte, o di malattia. Il solo Pallavicino, che era allora Signore di Cremona, e i suoi Cremonesi respinsero questa benedizione e devozione, perchè come dice l'Ecclesiastico 10º,Quale è il Reggitore d'una città, tali ne sono anche gli abitanti. E fece innalzare le forche lungo il Po, per farvi impiccare quanti entrassero nel suo dominio con queste flagellazioni, amando egli più il suo comodo temporale che la salute delle anime, e la gloria del mondo più che la gloria di Dio. Nulla ostante molti giovani timorati di Parma si proposero di andare colà, disposti anche a morire per il perdono de' loro peccati, per la fede cattolica, e per onore di Dio. Ed io era a Parma, e mi trovavo col Podestà, che era uno di Pistoia, quando disse: «Quell'uomo ha il cuore acciecato, pieno l'animo di malizia, e non sa di cose di Dio: Guardiamoci dall'essergli occasione di far del male, e se non la vuole la benedizione,la benedizione si allontanerà da lui». E soggiunse: Vi pare fratelli, ch'io dica bene? Dite benissimo, io risposi, e siete saggissimo, Signore. Allora egli mandò banditori per tutta Parma comandando e proibendo, colla comminatoria di gravissime pene, che nessun parmigiano osasse passare il Po; e così sbollirono gli ardori. In quel tempo era tenuto in somma reverenza Obizzo Sanvitale Vescovo di Parma. Queste cose avvennero nel millesimo sussegnato, pontificando Papa Alessandro IV, anno sesto del suo pontificato, anno in cui si cominciò a fabbricare la torre di Seggiolo al di là della Tagliata. Lo stesso anno, Gregorio de' Bonici fece il suo ingresso, come Abbate, nel monastero di S. Prospero di Reggio. E la città fu prosciolta dall'interdetto e dalla scomunica, a cui era stata sottoposta sei anni. E, lo stesso anno, doveva avere cominciamento il terzo di que' periodi, in cui l'Abbate Gioachimo divide il mondo. Nel primo di tali periodi, il Padre col mistero operò per mezzo de' Patriarchi e de' figli dei profeti, quantunque le opere della Trinità siano indivisibili; nel secondo, ha operato il Figlio per mezzo degli Apostoli e degli uomini apostolici, del qual periodo il Figlio stesso dice in GiovanniIl padre mio ha operato sino a tuttora, ed io opero. Nel terzo periodo, opererà lo Spirito Santo per mezzo de' Religiosi. Così scrive l'Abbate Gioachimo dell'Ordine di Flora. Il qual ultimo periodo diconlo incominciato con quelle flagellazioni, che si fecero l'anno 1260, indizione 3ª, quando quelli che si flagellavano chiamavano sè stessi voci di Dio, non d'uomini. Lo stesso anno, il Re d'Ungheria, per quistione di territorio, portò guerra al Re di Boemia con un esercito, di cui facevan parte 240000 uomini di cavalleria, raccolti da diversi popoli d'oriente e da' pagani; a cui si fece incontro, per tenergli testa, il Re di Boemia con 100000 uomini di cavalleria, tra' quali è fama che ne avesse 7000 con cavalli coperti di ferro. E azzuffatisisul confine dei due regni, il conflitto delle armi e de' cavalli sollevò tal nembo di polvere che di mezzo e chiaro giorno appena un uomo poteva distinguere un altro uomo. Finalmente gli Ungheri, caduto il loro Re gravemente ferito, voltando le spalle e abbandonandolo, si diedero a fuga precipitata. Ed, oltre ai morti di ferro, si dice che ne restassero sommersi 14000 in un fiume profondo che dovetter passare. Ma avanzandosi il Re di Boemia colla vittoria in Ungheria, fu richiesto di pace dal Re degli Ungari, il quale restituì il territorio, che era stato cagione della guerra; ed un matrimonio risaldò tra loro per l'avvenire l'antica amicizia.
L'anno del Signore 1261, indizione 4.ª, nel Marzo, morì Simone Manfredi, figlio di Giovanni di Bonifacio. Costui fu mio amico, di parte della Chiesa, e in occasione di una grossa guerra si mostrò prode e valoroso campione. Nello stesso millesimo ebbe luogo l'istituzione e l'ordinamento della Regola dei militi della beata Vergine Maria, per opera di frate Rufino Gorgone da Piacenza, che era stato molti anni Ministro a Bologna, e allora era Penitenziere nella Corte del Papa, e si trovava a Bologna per affari della Corte stessa. E ad ordinarla concorsero coll'opera loro gli onorandi personaggi: Loterengo Andalò Bolognese, che ne fu Priore o Prelato; Gruamonte; Ugolino Capizio Lambertini Bolognesi; Bernardo da Sesso ed Egidio di lui fratello; Fizaimone Baratti da Parma; Schianca degli Eleazari da Reggio, e Rainero Adelardi di Modena. Costoro dai contadini, per beffa e canzonatura, si chiamavano i Gaudenti: come se volessero dire che si sono fatti frati perchè nessun altri pigli parte ai loro beni, e volessero goderseli da per sè soli, secondo le parole di quell'avaro, di cui parla l'Ecclesiastico 11.º:C'è chi arrichisce con poca fatica, e questa ricchezza è la sua porzione di mercede, in quanto che dice: Ho trovato per me il mio riposo, ed ora mangeròde' miei beni da solo. Ricordo che quest'Ordine fu costituito in Parma nel tempo dell'Alleluia, a tempo cioè di quell'altra fanatizzante divozione, nella quale si cantava l'Alleluia, e i frati Minori e Predicatori davano a credere di far miracoli, l'anno 1233, sotto il pontificato di Gregorio IX. E fu costituito per opera di frate Bartolomeo da Vicenza, dell'Ordine dei Predicatori, che allora era tenuto in gran conto a Parma, e fu buon uomo; poscia diventò Vescovo della Terra d'ond'era nativo. Ed i predetti frati vestivano lo stesso abito che questi, con mantello bianco e croce rossa. In questo solo differivano, che quelli si chiamavano militi di Gesù Cristo: questi militi di Santa Maria. Ma quelli durarono molti anni, poi venner meno, ed io ne ho veduto l'aurora ed il tramonto; chè pochi si ascrissero al loro Ordine. Parimente questi, che si chiamavano Gaudenti, crescono come il pane in mano ad un affamato, e credono di aver fatto un gran che, un qualche cosa di singolare, appropriandosi la stessa foggia di vestiario. Ma alla Corte di Roma sono stimati poco. E ciò per cinque motivi: 1.º perchè di loro ricchezze non costruirono mai nè monasteri, nè ospedali, nè ponti, nè chiese, nè si sa che abbiano mai fatta altra opera pia; 2.º perchè tolsero a rapina molto di quel d'altri, a uso de' potenti, nè restituirono il mal tolto; 3.º perchè dopo aver sciupate le proprie ricchezze e fatte molte e grosse spese in vanità e in pranzi, accogliendo alle loro mense gli istrioni anzi che i poverelli di Cristo, eglino domandano alla Chiesa romana e vogliono ottenere dal Papa licenza di occupare i conventi dei migliori Religiosi, di qualsia Ordine, ed espellerli dalle loro abitazioni; 4.º perchè sono avarissimi, ela radice d'ogni male è l'avarizia; 5.º ed ultimo, perchè non veggo che servigi facciano alla Chiesa, ed a che siano utili, se non fosse che curano la loro salvezza, la qual cosa da Girolamo si chiamasanta rusticità.... Di questoadunque basti. Oraè da godere coi godenti e da piangere coi piangenti........ Papa Alessandro IV morì l'anno 1261, ed ebbe successore Urbano IV, che diede la Regola di questi Gaudenti.
L'anno del Signore 1262, indizione 5.ª, fu eletto Papa Urbano IV, e a suo tempo fece due cose: Per opera dei crociati mise in fuga l'esercito di Saraceni, che Manfredi, figlio di Federico II Imperatore spodestato, aveva lanciato sul patrimonio della Chiesa, e conferì facoltà a Carlo Conte di Provenza, fratello del Re di Francia, di ritogliere il Regno di Sicilia a Manfredi che l'occupava.
L'anno 1263, indizione 6.ª, Papa Urbano IV diede e confermò l'investitura del Regno di Sicilia a Carlo, e ne privò il sunnominato Manfredi, che lo teneva di forza.
L'anno 1264, indizione 7ª, ai sette d'Agosto apparve una maravigliosa cometa, quale nessuno mai, che allora vivesse, l'avea veduta. Sorgeva con vivacissimo splendore dall'oriente, e allungava una lucidissima coda sino a metà dell'emisfero, verso occidente. E quantunque fosse mandata, forse, come segnale di molti eventi a diverse parti del mondo; questo solo almeno di chiaro si è veduto che, avendo durato tre mesi, al suo apparire Papa Urbano cominciò ad ammalare, e spirò la stessa notte in cui la cometa disparve. E lo stesso anno venne a Modena da Ferrara il Marchese d'Este con forte numero di fanti e di cavalli, e una Domenica, che fu il 20 Dicembre, arrivarono da Firenze 200 militi Guelfi, ad istanza di Giacomino Rangoni, di Manfredo Rosa da Sassuolo e di tutto il partito di lui, cioè della Chiesa, e del Podestà di Modena, Monaldo da Orvieto; e scacciarono dalla città la fazione di quei da Gorzano, che erano del partito imperiale, e tutti i loro aderenti, e restò morto Tomaso di Gorzano, e due della famiglia Bastardi, e distrusserotutto il castello di Gorzano[209]; il qual fatto produsse forte impressione nell'animo di tutti i Reggiani. Lo stesso anno morì anche Papa Urbano IV.
L'anno 1265, indizione 8ª, fu eletto in Perugia Papa Clemente IV, che era allora oltre monti, ed apparteneva al collegio de' Cardinali, e non volle recarsi a ricevere l'investitura del papato senza aver prima visitato in Assisi la chiesa ove giace il gloriosissimo corpo del beato Francesco. Lo stesso anno arrivò a Roma Carlo, fratello del Re di Francia, e fu fatto e confermato Re della Puglia e di Sicilia, d'onde il predetto Carlo, che era stato chiamato da Papa Urbano per la riconquista della Sicilia, venne a Roma per mare, ove era anche stato eletto Senatore. Dipoi invadendo la Puglia, in battaglia campale tolse la vita e il Regno al prenominato Manfredi. Lo stesso anno, i Modenesi e i Guelfi, che erano in Modena, un venerdì 6 Marzo, corsero sopra Reggio, e quei di Fogliano ed i Roberti ruppero con gran violenza Porta Castello, che era murata, ed i Modenesi e i Guelfi entrarono in città, ove si azzuffarono con quei di Sesso, e con furore ed isterminio li espulsero da Reggio. Perciò quei da Sesso coi loro partigiani si ritirarono a Reggiolo, e quasi tutti i popolani, che tenevano dalla parte di quei di Sesso, furono confinati a tre miglia al di sopra della città e della strada Emilia, liberi sulla loro fede e lealtà, tranne quelli che erano cittadini di Sesso. Così i Roberti nominarono subito Podestà Giacomino Rangone di Modena, deponendo Marco Gradenigo di Venezia. In quell'anno, que' di Sesso presero il castello di Canolo[210], che dopo fu ripreso dalla fazione de' Roberti. Parimente in quell'annofu fatta e pattuita una tregua tra i Reggiani, che occupavano Reggio, e quelli che ne erano stati cacciati, a cominciare dal giorno di San Pietro sino a San Michele; e la convenzione fu stabilita per mezzo de' frati Predicatori, cioè frate Federico Priore di detti frati, frate Pellegrino lettore, e frate Pietro Falconi e alcuni frati Minori; della qual tregua trassero utile notevole ambedue le parti. L'anno stesso, verso Natale, arrivò un numeroso esercito Francese in aiuto di Carlo fratello del Re di Francia, che era a Roma. Ed io li ho veduti arrivare mentre andava a predicare in S. Procolo di Faenza, nella festa di S. Giovanni Evangelista. E corsero in Puglia contro Manfredi, figlio di Federico Imperatore deposto, per debellarlo, e lo uccisero e spogliarono di quanto aveva, l'anno 1266, verso Pasqua. E fu gran miracolo che l'anno in cui vennero non si ebbe freddo, nè gelo, nè ghiaccio, nè neve, nè pioggia, nè fango; ma buonissima era la strada, facile e commoda, come fosse il mese di Maggio. E questo avveniva per disposizione di Dio, perchè accorrevano in aiuto della Chiesa, ed a sterminio di quel maledetto Manfredi, che per le sue iniquità fu ben degno di tal fine. Ed erano veramente moltissime, come se ne diceva, e aveva perfino fatto uccidere suo fratello Corrado. E Corrado aveva fatto uccidere Carlo di lui fratello, nato a Ravenna da un'Inglese, moglie di Federico Imperatore, mentre Corrado gli era nato da una figlia del Re Giovanni. Ebbe anche Enrico, il primogenito, da una spagnuola; e Manfredi avevalo avuto da una sorella, o da una figlia d'una sorella del Marchese Lancia, Lombardo di Piemonte. Ma tra tutti i figli dell'Imperatore Federico, a mio avviso, il più valente fu Enzo Re di Sardegna, fatto prigioniero dai Bolognesi, e per molti anni sino alla morte tenuto in carcere. Questi non era legittimo. Anche un altro ne ebbe non legittimo, di nome Federico, cui creò Re in Toscana. Lo stesso anno, Uberto Pallavicino, Podestàdi Cremona, coi Cremonesi e con ogni sua possa tentò di impedire il passo al Conte di Fiandra, Capitano della milizia dell'esercito di Re Carlo. Ma il Conte sforzò il passo dell'Oglio a Palazzolo[211], distrusse il castello di Capriolo[212], e gli abitanti del castello, perchè avevano impiccato uno de' suoi cavalieri, tutti, maschi e femmine, sino ai ragazzi, li fece passare a fil di spada. Il Conte passò poi vicino a Brescia, prese e distrusse Montechiaro, castello dei Bresciani, e poscia andò a Mantova.
Fine del primo volume