DIALOGHI D'ESTETA

(Romolo Quaglino.Dialoghi di esteta. Milano, tipografia Treves, 1899. Un vol. di 270 pag. in 16.)

Chi apre il libro, allettato dalla simbolica copertina — un vaso da profumi, da cui sortono nuvole d'incenso dentro i vortici delle quali s'intravedono figure in atteggiamenti ed espressioni diverse — può credere, a prima vista, che si tratti di un volume di poesie. Tra i grandi margini bianchi si allineano infatti righe più o meno corte che hanno l'apparenza di versi, di strofe: ma cominciando a leggere, egli si avvede che l'esteta ha voluto ingannarlo. Ingannarlo fino a un certo punto: giacchè se non ci sono i versi, c'è la poesia; se non ci sono i piedi esatti degli endecasillabi, dei settenari, c'è però un quissimile di ritmo che non irrita l'orecchio e che anzi lo alletta con studiate cadenze di accenti, con abili avvolgimenti di periodo da tenere benissimo luogo di verso, senza la ibrida intenzione della prosa poetica. Aperto a caso il libro, egli legge:

Sul roseo avorio de le carte,bruni ed alati,come uccelli stanchi,dormono i sogni:reliquie e dianedi cuori vecchi e nuovi,pianto di avelli.Ma se la dolcezzadi grandi occhi feminei,sole e rugiada, cali, —se una voce pallida,nel silenzio odoroso d'un talamoesile mormorio, li ravvivi;se una mano bianca e fine,gigli su rose,fremendo,con la diafana unghiali carezzi, —su dal sepolcro del volumeavello biancoove il dolore si acqueta,vagano bruni ed alaticome uccelli all'alba,e bisbigliano,e l'anima del poetasale, per le dita, lievea baciar, ebbra di amore,le inanellate gemme della Pietosa.

Sul roseo avorio de le carte,bruni ed alati,come uccelli stanchi,dormono i sogni:reliquie e dianedi cuori vecchi e nuovi,pianto di avelli.Ma se la dolcezzadi grandi occhi feminei,sole e rugiada, cali, —se una voce pallida,nel silenzio odoroso d'un talamoesile mormorio, li ravvivi;se una mano bianca e fine,gigli su rose,fremendo,con la diafana unghiali carezzi, —su dal sepolcro del volumeavello biancoove il dolore si acqueta,vagano bruni ed alaticome uccelli all'alba,e bisbigliano,e l'anima del poetasale, per le dita, lievea baciar, ebbra di amore,le inanellate gemme della Pietosa.

E il caso ha servito bene il curioso lettore. Egli allora farà come la Pietosa — non importa se la sua mano non è rosea, e se le sue unghie non sono diafane — sfoglieràaltre pagine, cercherà altri segni pei quali possa davvero sentire l'anima del poeta salir su ad accarezzargli — se nonle inanellate gemmeo la chioma, forse, assente — il cuore o lo spirito; e vorrà cominciare daccapo.

Certamente la lettura non riesce facile. Questi dialoghi che l'esteta intraprende con figure evocate, sogni, simboli d'idee o di sentimenti — Ignazio di Lojola, la fede dominatrice; il Valentino, l'astuzia e la forza; don Giovanni, l'amore l'insaziabile e insaziato; Fausto, l'ansioso e vacuo ricercatore della scienza assoluta; Salvat, il bruto ribelle; o con creature senza nome, pittori, poeti, vecchi, monaci, folla; o con esseri ai quali la sua immaginazione, usando del primitivo privilegio dei fanciulli e dei selvaggi, concede vita, anima, volontà, parola; o col demone tentatore che è dentro di lui; tutti questi dialoghi non potevano essere ragionamenti ordinati, filati, discussioni pedantesche, poichè dovevano e volevano riuscire espressione lirica di concetti e di sentimenti, poichè richiedevano all'onda musicale di un particolar ritmo e all'immagine la loro forza di rappresentazione, la loro forma.

L'esteta è un irrequieto. Il pensatore contrasta col rincorritore del fantasma della bellezza. Che vuole? Che sogna? Vorrebbe un mondo più buono, più giusto, e sopratutto più bello. E' vede un continuo, incessante trasformarsi di tutte le forze naturali, comprese quelledel pensiero. E se gli nomini, la storia, il passato, non rispondono alla sua insistente interrogazione, si rivolge alla Natura, dove c'è anche il pensiero involuto nascosto, e tenta di aver da essa una risposta.

Ne la fede de l'immortalitàrapida correl'ora nemica:ne l'orgoglio degli ordiniancor l'insanieappar feconda.

Ne la fede de l'immortalitàrapida correl'ora nemica:ne l'orgoglio degli ordiniancor l'insanieappar feconda.

Che importa?

L'idea è l'inarrivabile amoretutti soffrono per lei,tutti sannoche nessuno mai la stringeràtra le braccia, vinta.

L'idea è l'inarrivabile amoretutti soffrono per lei,tutti sannoche nessuno mai la stringeràtra le braccia, vinta.

Ed egli inneggia agliStilitiche salgono su la colonna di Simeone e tendono le braccia al cielo, immemori delle miserie terrene.

esulare dal corpo, è la gioiaalmeno, l'illusione buona dell'ora:esular, quietamente,come un'umile cosa,come un'anima pavida tra le anime.

esulare dal corpo, è la gioiaalmeno, l'illusione buona dell'ora:esular, quietamente,come un'umile cosa,come un'anima pavida tra le anime.

Deliziosa elevazione che dura poco; il mondo si agita, vuole operare; nell'azione è la forza; ma fra tante orgogliose forze operanti per la vita materiale o perla gloria, l'Estetaè tentato soltanto dall'orgogliosa umiltà di fare un'opera di bellezza,olocausto a Dio e agli uomini,

senza che la vanità di un nomeinutile sgorbio, la profani.

senza che la vanità di un nomeinutile sgorbio, la profani.

E il compenso?

Che vale la passione dell'operasenza il premio di un bacio?

Che vale la passione dell'operasenza il premio di un bacio?

D'un bacio e dell'amore; se pure l'amore varrà a saziare o a dar pace all'anima irrequieta, al corpo fremente.

Che vale l'amore, se non può essere trasfusione di un corpo in altro corpo, di un'anima in altra anima? E mentre egli anela al corpo della suaEsteta, il ricordo della madre lo turba, e l'amore carnale gli sembra una profanazione, anzi quasi un incesto. E laEstetagli dice tristamente:

— Volete che io mi allontani?

— Volete che io mi allontani?

L'ESTETA

Lo desidero:la voluttà non ci darebbe che rimorsi, —la creazione indicibili angosce,e rimorsi fors'anche.

Lo desidero:la voluttà non ci darebbe che rimorsi, —la creazione indicibili angosce,e rimorsi fors'anche.

LA ESTETA

Non ci ritroveremo mai più?

Non ci ritroveremo mai più?

L'ESTETA

Un giorno, si compirà forseil miracolo d'oblìo.Qui, dove la vostra anima bambinae la recente anima vostra pensa,qui, forse.

Un giorno, si compirà forseil miracolo d'oblìo.Qui, dove la vostra anima bambinae la recente anima vostra pensa,qui, forse.

LA ESTETA

Vi sovvenga che la mia vita è così umileche la morte non saprebbe esserlo di più.

Vi sovvenga che la mia vita è così umileche la morte non saprebbe esserlo di più.

Ma a che giovano queste rinuncie? Il cuore non appaga, la mente non si acqueta. L'avvenire urge;Il trionfo dell'Idea vuole tutte le braccia e tutte le menti.

L'Esteta è pieno di scoramento:

Ancora ne li attoniti occhi,reca lo spasimo d'una mortale cadutail terrore d'un incuboimprovvisamente scomparso.Sognò lotte e baci,dominazioni e rinuncie,cose belle oltre la Verità,dolci, oltre l'Amore,eterne, oltre la Fede.. . . . . . . . . . . . . .Sorrise a tutte le veneri,benedisse a tutte le forze,a tutti i connubi sospirò.. . . . . . . . . . . . . .Doloroso miracolo:la visione tangibile si oscuradi maligne nebbie.

Ancora ne li attoniti occhi,reca lo spasimo d'una mortale cadutail terrore d'un incuboimprovvisamente scomparso.Sognò lotte e baci,dominazioni e rinuncie,cose belle oltre la Verità,dolci, oltre l'Amore,eterne, oltre la Fede.

. . . . . . . . . . . . . .

Sorrise a tutte le veneri,benedisse a tutte le forze,a tutti i connubi sospirò.

. . . . . . . . . . . . . .

Doloroso miracolo:la visione tangibile si oscuradi maligne nebbie.

E finisce con domandarsi tristamente: Sia pure che l'uomo nello spazio e nel tempo s'inganni, ma esso è però un mondo, un occhio dell'infinito;

perchè dunquenon vuol recare intornola serenità e la luce,come il cielo e le stelle?

perchè dunquenon vuol recare intornola serenità e la luce,come il cielo e le stelle?

Ho tentato di riassumere questo poema lirico di una anima solitaria, che si tormenta fra le strette del sillogismo e del sentimento, citando il più largamente possibile per dare ai lettori un'idea approssimativa non soltanto dei concetti ma anche della forma.

Secondo me, il poeta ha fatto bene a sciogliersi dalle pastoie del ritmo, che non concede certe libere agilità neppure ai suoi più poderosi domatori. E se nel suo tentativo ha qualche volta ecceduto, sia condensando troppo, sia trascorrendo in istonature prosatiche incurante di mettere a dura prova l'intelligenza o la schifiltà stilistica del lettore, non bisogna fargliene troppo carico, in grazia di quei larghi brani dell'opera sua dov'egli raggiunge l'ideale voluto attingere, come nei cantiL'orgogliosa umiltà,La metamorfosie specialmente nelPreludioal cantoMarmi e bronzi, invocazione della Bellezza, e nellaOscura rinunzia, che mi sembra la cosa più squisita di tutto il volume.

Il quale, se, come ho accennato, non è di facile lettura, è poi tale perchè, nell'intenzione dell'autore, non è destinato al volgo dei lettori.

Nel grottesco s'adombraqualche aristocrazia;nel crudele, qualche idealità;e il valore della vitaconsiste nel saper morire.

Nel grottesco s'adombraqualche aristocrazia;nel crudele, qualche idealità;e il valore della vitaconsiste nel saper morire.

Ecco una sua schietta dichiarazione.

Al Quaglino intanto non si potrà dire che abbia scelto questa libera forma di ritmo perchè il verso non obbedisce alla sua mano. Egli ha pubblicato due volumi di versi, dove alla vigoria e all'originalità del concetto è accoppiata una vigoria e sovente una stranezza di forma — stranezza più visibile nel primo,Modi, anime e simboli, che nel secondoFiori brumali— le quali dimostrano ch'egli si sente anche capace di abusare della padronanza della forma ritmica, contorcendola a sua voglia e capriccio, e non sempre con buon resultato.

Dopo questiDialoghi d'esteta, che hanno nel loro sciolto ritmo dolcezze e sfumature veramente notevoli, è da augurarsi che il pensiero del poeta divenga più limpido, più tranquillo, più trasparente, e che il sentimento prenda la mano su di esso, perchè, ritmo rimato o sciolto, la sua parola trovi più larga eco nei cuori: e non intendo dire: nel volgo dei cuori.

Ricordano ilMoschettieredi Alessandro Dumas, il vecchio, giornale che era scritto daAlessandre Dumas père et seul, e che fece sorridere e anche ridere, al suo apparire, per la ingenua vanità di quelseul. IlMoschettiereparlava di tutto: dall'articolo di fondo spoliticante, passava alle ricette culinarie, delle quali il Dumas era forse più orgoglioso che delConte di Montecristoe deiTre Moschettieri; gli articoli di viaggi e di varietà si avvicendavano coi capitoli degli ultimi suoi stanchi romanzi, con frammenti di memorie, cioè, di strabilianti fantasie. Veramente ilseulnon era poi una novità. Alfonso Karr aveva scritto anche lui da solo,Les Guépes, ma non aveva inalberato quell'aggettivo con la spavalderia del simpaticissimo fanciullone che fu per tutta la vita Alessandro Dumas.

Le Cronache drammatiche, apparse ieri l'altro, somigliano alMoschettieree alleVespein questo soltanto:saranno un opuscolo settimanale scritto tutto da Edoardo Boutet e si occuperanno unicamente di cose riguardanti il teatro.

Arrivano in buon punto. Da qualche anno, per opera di attori e di scrittori, viene risuscitato nel pubblico italiano l'interesse, se non l'entusiasmo, di trenta anni fa, quando una nuova produzione drammatica, data nella capitale provvisoria, occupava per settimane gli spiriti e faceva quasi tacere le discussioni politiche.

Oggi, l'interesse non è scevro di un senso di scetticismo, effetto delle delusioni seguite alle illusioni eccessive. Ma bisogna dire che noi, da schietti meridionali, da latini, siamo trascorsi dall'eccesso delle speranze all'eccesso della sfiducia: e se leCronache drammaticheriusciranno a mettere le cose in equilibrio, faranno opera degna di grandissima lode.

Nessuno, io credo, in Italia, è più adatto di Edoardo Boutet a operare questo miracolo. Egli è un topo di palcoscenico. Da anni, sua occupazione e preoccupazione sono stati gli attori e gli autori drammatici. Con franchezza straordinaria, spesso brutale, egli ha detto la sua opinione su tutto e su tutti, ogni volta che l'occasione si è presentata. I suoi articoli nelCorriere di Romadello Scarfoglio lo misero in vista. La gente che leggeva quegli scritti, si domandava con curiosità:

Chi è mai questo nuovopaysan du Danubeche irrompe nella cronaca teatrale? — E la curiosità non veniva eccitatasoltanto dalle cose che egli diceva, ma dallo stile con cui le diceva; stile pieno di immagini, lutulento, imbarazzato, eppure innegabilmente efficace. Sotto l'impaccio della parola e della frase, si sentiva l'uomo sincero, convinto; una specie di apostolo e di profeta.

Allora il giornale quotidiano non era un organo frettoloso d'informazioni com'è divenuto oggi. Il cronista teatrale aveva dignità di critico; non si trovava obbligato di far sapere la sua opinione immediatamente dopo lo spettacolo a cui aveva assistito; dal teatro non doveva correre in tipografia, e là improvvisare l'articolo e darne le cartelle ai compositori di mano in mano che le scriveva, senza avere tempo neppure di rileggerle. Durava il bel costume dell'appendice del lunedì; delle novità date il venerdì sera — e che egli era in caso di riudire nelle sere seguenti, se state tali da ottenere di essere replicate — l'appendicistapoteva scrivere pensatamente, con comodo; e la curiosità del pubblico veniva anche aguzzata dall'attesa, e trovava piena soddisfazione nel poter leggere, il lunedì, i giudizii degli appendicisti teatrali più in voga; giacchè allora accadeva che alcuneappendici drammaticheassumessero il valore di un piccolo avvenimento letterario.

Edoardo Boutet portava qualcosa di nuovo, di speciale nella critica drammatica: la perfetta conoscenza dei misteri del palcoscenico. Di rimpetto a lui, gliappendicistidel lunedì di dieci anni avanti sembravanopersone impettite, troppo serie, quasi accademiche. Egli era uno sbarazzino e nello stesso tempo uno checredeva, che si infiammava, e che talvolta arrivava fino ad assumere atteggiamenti apocalittici, fino a far intravvedere che tra la critica teatrale e lui egli supponesse un'assoluta identità di persona.

Anche quando era ingiusto, o meglio, anche quando s'ingannava (non c'è ingiustizia nello ingannarsi) sotto la violenza del giudizio e della frase si scorgeva benissimo la sincerità del suo sdegno. Quella che per lui era un'offesa all'arte, sembrava anche si mutasse in offesa personale; ma sembrava così per la montatura del periodo che gli si aggrovigliava tra le mani tremanti di santissimo sdegno. I puristi, leggendo, si sentivano venire la pelle d'oca, ma non cessavano di leggerlo. Gli attori flagellati a sangue, le attrici contristate nella loro vanità, gli autori redarguiti con accompagnamento di sferzate fingevano di disprezzarlo, di sorridere di quelle sue sfuriate, ma poi gli davano ragione. Conosco qualcuno che non ha potuto tenergli broncio neppure un giorno, dopo un articolo che lo aveva stritolato la sera avanti, nel primoCapitan Fracassadi gloriosa memoria. Critico e autore, il giorno dopo erano a braccetto in Piazza Colonna e ridevano assieme, con gran meraviglia di parecchi che immaginavano forse di doverli vedere piuttosto presi pei capelli,dato che l'autore drammatico avesse avuto dei capelli afferrabili; e non ne aveva.

Da quei giorni, molt'acqua è passata sotto i ponti del Tevere. Edoardo Boutet ha sentito anche lui la mortificazione degli anni. Può darsi — ma non pare — che il vedersi mancare lo spazio e il tempo, per le invadenti necessità giornalistiche, lo abbia un po' scoraggiato. I suoi grandi articoli, le sue encicliche drammatiche si erano fatte rare. Di quando in quando, laNuova Antologia, laRivista d'Italiaportavano un suo studio di attrice, una sua disquisizione intorno a qualche soggetto di attualità drammatica; studio e disquisizione dove egli mostrava la grande abilità di sapersi adattare all'ambiente, di parlare con moderazione di concetti e di forma — sì, anche di forma — che gli dava l'aria di persona un po' costretta a raffrenarsi, a comportarsi come chi si trova in un circolo di conversazione fuori dell'usuale.

Di quando in quando, una scappata, un razzo, l'iniziamento di una serie di studi sur un particolare soggetto presto interrotta e non più ripresa; nient'altro.

Si vedeva l'uomo che avrebbe voluto parlare, chiacchierare a suo agio e che non poteva più farlo, perchè il proto gl'insidiava le righe, perchè l'articolo politico, la cronaca, la satira gli contendevano lo spazio. Edoardo Boutet però è un parlatore brioso, delizioso, un conversatore; e il suo dialetto napoletano non formala minore attrattiva delle sue improvvisazioni familiari. Ha dovuto dire dentro di sè: Mi si tura la bocca o, per lo meno, mi si trattiene il braccio, mi si lesina lo spazio? Ebbene, io non posso sentirmi soffocare, io voglio sfogarmi. Ho tante e tante cose da dire! Debbo attendere un'occasione propizia che forse non si presenterà o chi sa quando si presenterà? No; fondo una piccola rivista settimanale e in essa sarò libero di sfogarmi e di scapricciarmi come voglio e come non posso più fare da un pezzo!

Ed ecco leCronache drammatiche, comparse il 2 aprile, col sorriso della Pasqua di Resurrezione, quasi anche il giorno della prima pubblicazione dovesse essere un buon augurio! Sedici fitte pagine in 16º.

OraCarambaè a suo agio. Ogni domenica, egli avrà la sua tribuna, il suo pulpito, o più propriamente il suo salotto. Egli non scrive, discorre. Qualcuno che lo vede frequentemente e che prende gran gusto nello stare ad ascoltarlo, ha esclamato: Ah, se Edoardo Boutet si risolvesse a scrivere le sueCronachein dialetto napoletano! Che festa sarebbe!

Sarà una festa egualmente! Anche a dispetto di certe velleità di affettazioni stilistiche che da qualche tempo egli predilige, come questa che chiude il suo primo articolo,Il sogno della Duse: — E intanto, in cosiffatta imperante e straripante dissennattezza, si compie, forse,il delitto di uccidere la ignota animadestinata di un teatro italiano a gettar le fondamenta!

Sarà una festa egualmente. Edoardo Boutet non diverrà mai un pedante: nonscriveràmai,parlerà: ed è la sua caratteristica e sarà la sua forza. Passare una mezz'ora con lui, per via di quelle fosforescenti e svariate pagine delleCronache drammatiche, diventerà presto un piacere che si tramuterà in dolce abitudine, anche per coloro che non si occupano esclusivamente di cose drammatiche.

E sarà una festa e una cosa seria.

Le cose che egli dice ridendo sono anzi le più serie.

Leggete l'aneddoto intorno ad Adamo Alberti, illustre impresario, tempo fa, del teatro deiFiorentinia Napoli; leggete l'articoloSpettacolo di onoreche chiude il primo fascicolo. Sono del Boutet più schietto, e di quello che non ha bisogno di scrivere in dialetto napoletano per riuscire efficace e nello stesso tempo divertente.

Eh, sì, mancava! Ed ho fatto tanto di cuore leggendone l'annuncio in una rivista genovese.

Questa volta eravamo davvero ingrati, come ci qualificano i francesi. Da parecchi anni molte brave persone si sono sbracciate in Francia per fondare unaSocietà di studi italianicol generosissimo scopo di far sparire qualchepiccolo malinteso nato in questi ultimi tempitra l'Italia e la sua sorella latina; e nessuno finora aveva pensato di far sorgere qualcosa di simile tra noi per aiutare quelle brave persone nella fratellevole impresa!

Di tratto in tratto, a grandi intervalli in verità, i giornali francesi recano la notizia di una conferenza molto applaudita di soggetto italiano, dell'invito a uno dei nostri scrittori più in voga per andare a conferenziare colà; e il rumore degli applausi e dei brindisi nei banchetti passa le Alpi e commuove i cuori sensibilidi quegli italiani che amano politicamente la Francia per lo meno quanto la loro patria, e, stavo per dire, anche più. Milano ci ha dato l'esempio di una doverosa cortesia invitando Edoardo Rod per una conferenza: ma il caso è rimasto isolato.

Durante questo tempo, i francesi hanno iniziato per la letteratura italiana contemporanea quel che facevano da un pezzo per altre letterature straniere. Si sono degnati di accorgersi che c'è un po' di buono anche tra noi. Un accademico, che aveva prima scoperto i romanzieri russi, scopriva Gabriele D'Annunzio e lo presentava all'ammirazione del mondo intero, giacchè quando Parigi ammira, per la sua naturale funzione di cervello del mondo, induce tutte le nazioni civili a sentire e pensare come lui. Rivolti, così per caso, gli occhi a quest'umile Italia, meravigliati che avevamo anche noi parecchi poeti, parecchi romanzieri degni della loro curiosità i francesi si sono messi a farseli tradurre, per risparmiarsi la fatica di leggerli nella lingua originale. E così è avvenuto che parecchi italiani, che non avevano mai sentito la tentazione di leggere il loro D'Annunzio nelle belle edizioni del Treves, hanno avuto il piacere di gustarlo nelle traduzioni dell'Hérelle.

È probabile che in questoemballement, come colà dicono, di Parigi per la letteratura italiana, laSocietà di studi italianientri per qualche cosa; è probabile ancheche non c'entri nè punto nè poco. Io non ho elementi per giudicarlo. Ipiccoli malintesi nati in questi ultimi tempifra l'Italia e la Francia non hanno, mi sembra, niente che vedere con la letteratura; e se si dovesse badare allo scopo dellaSocietà per gli studi italianie apprezzarne il risultato dai fatti, non si avrebbe, credo, nessuna ragione di rallegrarsi dell'efficacia di quegli studi.I piccoli malintesipermangono, se pure non aumentano. LaSocietà per gli studi italianinon ha potuto, per esempio, impedire che i francesi, quando han voluto trovare l'epiteto più infamante con cui bollare Emilio Zola, scegliessero quello d'italiano. Venduto agli ebrei, tedesco, traditore della patria, insultatore dell'esercito non sembrando sufficienti, ogni insulto è stato riassunto in quella parola!

Qualche scontroso potrà dire:

— Siamo proprio buffi! Che alcuni francesi, di buona volontà abbiano sentito il bisogno di fondare unaSocietà per gli studi italiani, non c'è da stupirne. Tra cento mila francesi, appena appena uno intende un po' l'italiano. Tra gli scrittori francesi, a stento tre o quattro non hanno citato un periodo, una frase italiana senza infiorarla di spropositi. È naturale dunque che essi si vergognino della loro ignoranza e cerchino di porvi riparo. Ma noi? Noi leggiamo tutto quel che ci viene dalla Francia; noi conosciamo la loro letteratura contemporanea quasi assai meglio della nostra; le nostreriviste, i nostri giornali letterari, i nostri stessi giornali politici rigurgitano di saggi, come si dice, di studi, di recensioni di libri francesi; dovrei dire di panegirici, di inni, anche per libri mediocrissimi che, scritti in italiano passerebbero inosservati. Che diamine dobbiamo studiare più di quel che facciamo?

C'è chi si sente commuovere le viscere pei trionfi del D'Annunzio, per le traduzioni dei romanzi del Serao, del Rovetta, del Butti, del Neera? Primieramente questo fatto non ha niente di speciale. È venuta la nostra volta. Passata la moda dei romanzieri russi, dei drammaturgi e romanzieri norvegiani, la curiosità si è rivolta verso di noi, come domani si rivolgerebbe verso i Lapponi e gli Ottentoti, se essi avessero la fortuna di possedere una letteratura.

Questa curiosità intellettuale però fa molto onore ai francesi di oggi; è una loro qualità nuova, e di cui bisogna rallegrarsi in onore dello spirito umano. Ma coloro che vedono in questa curiosità un sintomo di sentimenti di altra natura, si ingannano grossolanamente.

Per disgrazia, la letteratura è una cosa, la politica è un'altra. Politicamente tra francesi e tedeschi c'è un dissidio mortale. Spiritualmente, mai come oggi la cultura tedesca è stata assorbita e assimilata in Francia; se ne veggono i segni dappertutto, nella scienza e nell'arte. Chi da questo assorbimento e assimilamentovolesse indurne che francesi e tedeschi siano avviati a darsi un abbraccio politico, direbbe una corbelleria.

La letteratura è come la religione; invade la immaginazione, il sentimento, ma diventa cosa pratica fino a un certo punto; mai più in là. Così noi, teoreticamente cristiani, praticamente siamo tali fino a un certo punto, e forse non andremo mai più in là.

È male, è cosa deplorevole, ma non possiamo impedire che sia così. In certi momenti, quando interessi tutt'altro che spirituali vengono in ballo, la bestia che dorme nel nostro organismo si sveglia a un tratto e ruggisce e sbrana e divora a dispetto di tutto e di tutti. I fratelli cristiani si ammazzano tra loro peggio dei turchi e dei selvaggi; le nozioni del tuo e del mio, i sentimenti di tolleranza, di libertà, di eguaglianza diventano belle parole e nient'altro, utili soltanto per darla a intendere ai semplici, agli sciocchi che si lasciano illudere facilmente.

Diciannove secoli di cristianesimo, di filosofia, di scienza, non hanno cavato un ragno dal buco, non sono riusciti ad ammansire un po' la bestia umana! Di addomesticarla non si può parlare.

Ora neiquelques traversa cui accenna il programma dellaSocietà francese per gli studi italiani— e che non sono dices derniers temps, e non hanno origini così antiche che bisognerebbe andare a indagarle nelle tenebrepreistoriche — queiquelques traverstra italiani e francesi riguardano la bestia, cioè la politica; e non c'è società di studi francesi e italiani che possano dissiparli. In questo caso: — Chi si guarda si salva, dice il proverbio.

Ma io tolgo la parola allo scontroso; non voglio impicciarmi di politica per conto suo. E siccome egli ha parlato di bestia ed ha citato un proverbio, aggiungerò soltanto che è bene non fidarsi troppo delle bestie; e che l'altro proverbio: — Il lupo cangia il pelo e non il vizio — non deve intendersi unicamente per questi poveri animali. E torno alla letteratura.

Oh, nessuno è più lieto di me che sia, finalmente, arrivato in Francia un buon quarto d'ora per gli scrittori italiani; ma ne sono lieto più pei francesi che per noi. Gli scrittori italiani insomma, rimangono quel che sono. Hanno valore? Riconosciuto o no dagli altri, questo valore non aumenta, nè diminuisce. Non hanno valore? E l'immeritata ammirazione sarà fenomeno effimero, senza importanza.

Mi fa gran piacere intanto che lo spirito francese abbia abbattuta un'altra barriera e varcato un altro confine intellettuale. Era eccessivamente esclusivo; troppo e orgogliosamente si lusingava e si compiaceva che poco o niente esistesse nel mondo fuori dei suoi poeti, dei suoi romanzieri, dei suoi drammaturghi. Ora invece può giustamente e diversamente inorgoglirsi, vedendo che il resto del mondo non ha lasciato passare nessunaforma della letteratura francese senza giovarsene, senza appropriarsi tutti i processi tecnici di essa, ma anche non senza aggiungervi qualcosa, non senza apportarvi qualche necessaria innovazione. E la letteratura italiana contemporanea gli darà probabilmente, per ragione di conformità d'indole e di tradizioni, maggiore elemento di orgoglio che qualunque altra.

Noi italiani abbiamo forse barriere da abbattere, confini da varcare, specialmente con la Francia letteraria? Se mai, abbiamo bisogno di ritrarci un pochino in casa nostra, per rifarci la salute con la sana aria paesana.

E poichè per la politica laSocietà degli studi francesinon approderebbe a niente, come a niente ha approdato in Francia laSocietà per gli studi italiani; poichè, per quel che riguarda l'arte letteraria, essa risulterebbe assolutamente superflua, conchiudo:

— Vogliamo fare ancora un altro po' di accademia? Facciamola pure. Vogliamo prendere altre indigestioni con banchetti internazionali, e sgolarci in risonanti brindisi, e smanacciarci in applausi di convenzione? Divertiamoci pure. Si fanno tante cose inutili in questo mondo, che una di meno o una di più non sarà la rovina di nessuno.

1.F. Cavallotti:La sposa di Mènecle, Pref. XIII.

1.F. Cavallotti:La sposa di Mènecle, Pref. XIII.

2.L. Capuana,Per l'Arte, pag. 15 e seg.

2.L. Capuana,Per l'Arte, pag. 15 e seg.

3.F. Cavallotti, pref. all'Alcibiade, pag. 11. Ediz. citata.

3.F. Cavallotti, pref. all'Alcibiade, pag. 11. Ediz. citata.

4.Cavallotti, Alcibiade, la critica e il secolo di Pericle, pag. 269 edizione citata.

4.Cavallotti, Alcibiade, la critica e il secolo di Pericle, pag. 269 edizione citata.

5.Ivi, ivi.

5.Ivi, ivi.

6.(Edoardo Rod.Essai sur Goethe. Paris, Perrin et C. editeurs, 1898).

6.(Edoardo Rod.Essai sur Goethe. Paris, Perrin et C. editeurs, 1898).

7.Enrico Corradini,La Verginità, Firenze 1898.

7.Enrico Corradini,La Verginità, Firenze 1898.

8.T. Massarani, Epistola al Faldella pel Cinquantesimo dello Statuto — Roma, Forzani e C. 1898.

8.T. Massarani, Epistola al Faldella pel Cinquantesimo dello Statuto — Roma, Forzani e C. 1898.

9.Vedi a pag. 50 dei mieiIsmi contemporanei.

9.Vedi a pag. 50 dei mieiIsmi contemporanei.

Nota del TrascrittoreOrtografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le grafie alternative (studi-studî, vigoria-vigorìa, d'Annunzio-D'Annunzio e simili), correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. Sono stati corretti i seguenti refusi (tra parentesi il testo originale):viii- delle premesse [promesse], bisogna accettarne70- di sconvenienza verso Sarah Bernhardt [Shara Bernardth]157- l'Andrea Sperelli, il Tullio [Tullo] Hermil159- la schiettezza [schietta], la sincerità diventano203- Baldini e Castoldi [Gantoldi] editori240- ci riempiamo la bocca col tronfio [trionfo] assioma

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le grafie alternative (studi-studî, vigoria-vigorìa, d'Annunzio-D'Annunzio e simili), correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. Sono stati corretti i seguenti refusi (tra parentesi il testo originale):


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