CRONICADI MATTEO VILLANI

CRONICADI MATTEO VILLANILIBRO PRIMOQui comincia la Cronica di Matteo Villani, e prima il prologo, e primo libro.

Esaminando nell’animo la vostra esortazione, carissimi amici, di mettere opera a scrivere le storie e le novità che a’ nostri tempi avverranno, pensai la mia piccola facultà essere debole a cotanta e tale opera seguire. Ma perocchè la vostra richesta mi rende per debito pronto a ubbidire, e il vostro consiglio aggiugne vigore alla stanca mente; e pensando che per la macchia del peccato la generazione umana tutta è sottoposta alle temporali calamità, e a molta miseria, e a innumerabili mali, i quali avvengono nel mondo per varie maniere, e per diversi e strani movimenti,e tempi; come sono inquietazioni di guerre, movimenti di battaglie, furore di popoli, mutamenti di reami, occupazioni di tiranni, pestilenzie, mortalità e fame, diluvi, incendi, naufragi e altre gravi cose, delle quali gli uomini, ne’ cui tempi avvengono, quasi da ignoranza soppresi, più forte si maravigliano, e meno comprendono il divino giudicio, e poco conoscono il consiglio e ’l rimedio dell’avversità, se per memoria di simiglianti casi avvenuti ne’ tempi passati non hanno alcuno ammaestramento: e in quelle che la chiara faccia della prosperità rapporta non sanno usare il debito temperamento; rischiudendo sotto lo scuro velo della ignoranza l’uscimento cadevole, e il fine dubbioso delle mortali cose. Onde pensando che l’opera puote essere fruttuosa, e debba piacere per li naturali desideri degli uomini, mi mossi a cominciare, per esempio di me uomo di leggieri scienza, ad apparecchiar materia a’ savi di concedere del loro tempo alcuna parte, per lasciare agli altri memoria delle cose appariranno di ciò degne a’ loro temporali, e a’ meno sperti speranza con fatica e studio da poter venire a operazioni virtudiose, e a coloro che avranno più alto ingegno, materia di ristrignere su brevità, e con più piacere degli uditori, le nostre storie. Ma perocchè ogni cosa è imperfetta e vana senza l’aiuto della divina grazia, chiamiamo in nostro aiuto la carità divina, Cristo benedetto; il quale è in unità col Padre e con lo Spirito Santo, vive e regna per tutti i secoli, e dà cominciamento e mezzo e termine perfetto a ogni buona operazione.

Trovasi nella santa Scrittura, che avendo il peccato corrotto ogni via della umana carne, Iddio mandò il diluvio sopra la terra: e riservando per la sua misericordia l’umana carne in otto anime, di Noè, e di tre suoi figliuoli e delle loro mogli nell’arca, tutta l’altra generazione nel diluvio sommerse. Dappoi per li tempi multiplicando la gente, sono stati alquanti diluvi particolari, mortalità, corruzioni e pistolenze, fami e molti altri mali, che Iddio ha permesso venire sopra gli uomini per li loro peccati. Tra le quali mortalità troviamo venute le più gravi l’una al tempo di Marco Aurelio, Antonio e Lucio Aurelio Commodo imperadori, gli anni di Cristo 171, la quale cominciò in Babilonia d’Egitto, e comprese molte provincie del mondo. E tornando L. Commodo colle legioni de’ Romani delle parti d’Asia, parea combattesse ostilemente per la loro infezione gli uomini delle provincie ond’elli passavano: e a Roma fece grave sterminio de’ suoi abitanti. E l’altra venne al tempo di Gallo Ostilio Augusto, e Bolusseno suo figliuolo, occupatori dello imperio, e gravi persecutori de’ cristiani, la quale cominciò gli anni di Cristo 254, e durò, ritornando di tempo in tempo, intorno di quindici anni: e fu di diverse e incredibili infermitadi, e comprese molte provincie del mondo. Ma per quello che trovar sipossa per le scritture, dal generale diluvio in qua, non fu universale giudicio di mortalità che tanto comprendesse l’universo, come quella che ne’ nostri dì avvenne. Nella quale mortalità, considerando la moltitudine che allora vivea, in comparazione di coloro che erano in vita al tempo del generale diluvio, assai più ne morirono in questa che in quello, secondo la estimazione di molti discreti. Nella quale mortalità avendo renduta l’anima a Dio l’autore della cronica nominata la Cronica di Giovanni Villani cittadino di Firenze, al quale per sangue e per dilezione fui strettamente congiunto, dopo molte gravi fortune, con più conoscimento della calamità del mondo che la prosperità di quello non m’avea dimostrato, propuosi nell’animo mio fare alla nostra varia e calamitosa materia cominciamento a questo tempo, come a uno rinnovellamento di tempo e secolo, comprendendo annualmente le novità che appariranno di memoria degne, giusta la possa del debole ingegno, come più certa fede per li tempi avvenire ne potremo avere.

Avendo per cominciamento nel nostro principio a raccontare lo sterminio della generazione umana, e convenendone divisare il tempo e il modo, la qualità e la quantità di quella, stupidisce la mente appressandosi a scrivere la sentenzia,che la divina giustizia con molta misericordia mandò sopra gli uomini, degni per la corruzione del peccato di final giudizio. Ma pensando l’utilità salutevole che di questa memoria puote addivenire alle nazioni che dopo noi seguiranno, con più sicurtà del nostro animo così cominciamo. Videsi negli anni di Cristo, dalla sua salutevole incarnazione 1346, la congiunzione di tre superiori pianeti nel segno dell’Aquario, della quale congiunzione si disse per gli astrolaghi che Saturno fu signore: onde pronosticarono al mondo grandi e gravi novitadi; ma simile congiunzione per li tempi passati molte altre volte stata e mostrata, la influenzia per altri particulari accidenti non parve cagione di questa, ma piuttosto divino giudicio secondo la disposizione dell’assoluta volontà di Dio. Cominciossi nelle parti d’Oriente, nel detto anno, inverso il Cattai e l’India superiore, e nelle altre provincie circustanti a quelle marine dell’oceano, una pestilenzia tra gli uomini d’ogni condizione di catuna età e sesso, che cominciavano a sputare sangue, e morivano chi di subito, chi in due o in tre dì, e alquanti sostenevano più al morire. E avveniva, che chi era a servire questi malati, appiccandosi quella malattia, o infetti, di quella medesima corruzione incontanente malavano, e morivano per somigliante modo; e a’ più ingrossava l’anguinaia, e a molti sotto le ditella delle braccia a destra e a sinistra, e altri in altre parti del corpo, che quasi generalmente alcuna enfiatura singulare nel corpo infetto si dimostrava. Questa pestilenzia si venne di tempo in tempo, e di gente ingente apprendendo, comprese infra il termine d’uno anno la terza parte del mondo che si chiama Asia. E nell’ultimo di questo tempo s’aggiunse alle nazioni del Mare maggiore, e alle ripe del Mare tirreno, nella Soria e Turchia, e in verso lo Egitto e la riviera del Mar rosso, e dalla parte settentrionale la Rossia e la Grecia, e l’Erminia e l’altre conseguenti provincie. E in quello tempo galee d’Italiani si partirono del Mare maggiore, e della Soria e di Romania per fuggire la morte, e recare le loro mercatanzie in Italia: e’ non poterono cansare, che gran parte di loro non morisse in mare di quella infermità. E arrivati in Cicilia conversaro co’ paesani, e lasciarvi di loro malati, onde incontanente si cominciò quella pestilenzia ne’ Ciciliani. E venendo le dette galee a Pisa, e poi a Genova, per la conversazione di quegli uomini cominciò la mortalità ne’ detti luoghi, ma non generale. Poi conseguendo il tempo ordinato da Dio a’ paesi, la Cicilia tutta fu involta in questa mortale pestilenzia. E l’Affrica nelle marine, e nelle sue provincie di verso levante, e le rive del nostro Mare tirreno. E venendo di tempo in tempo verso il ponente, comprese la Sardigna, e la Corsica, e l’altre isole di questo mare; e dall’altra parte, ch’è detta Europa, per simigliante modo aggiunse alle parti vicine verso il ponente, volgendosi verso il mezzogiorno con più aspro assalimento che sotto le parti settentrionali. E negli anni di Cristo 1348 ebbe infetta tutta Italia, salvo che la città di Milano, e certi circustanti all’Alpi, che dividono l’Italia dall’Alamagna, ovegravò poco. E in questo medesimo anno cominciò a passare le montagne, e stendersi in Proenza, e in Savoia, e nel Dalfinato, e in Borgogna, e per la marina di Marsilia e d’Acquamorta, e per la Catalogna, e nell’isola di Maiolica, e in Ispagna e in Granata. E nel 1349 ebbe compreso fino nel ponente, le rive del Mare oceano, d’Europa e d’Affrica e d’Irlanda, e l’isola d’Inghilterra e di Scozia, e l’altre isole di ponente, e tutto infra terra con quasi eguale mortalità, salvo in Brabante ove poco offese. E nel 1350 premette gli Alamanni, e gli Ungheri, Frigia, Danesmarche, Gotti, e Vandali, e gli altri popoli e nazioni settentrionali. E la successione di questa pestilenzia durava nel paese ove s’apprendeva cinque mesi continovi, ovvero cinque lunari: e questo avemmo per isperienza certa di molti paesi. Avvenne, perchè parea che questa pestifera infezione s’appiccasse per la veduta e per lo toccamento, che come l’uomo, o la femmina o i fanciulli si conoscevano malati di quella enfiatura, molti n’abbandonavano, e innumerabile quantità ne morirono, che sarebbono campati se fossono stati aiutati delle cose bisognevoli. Tra gl’infedeli cominciò questa inumanità crudele, che le madri e’ padri abbandonavano i figliuoli, e i figliuoli le madri e’ padri, e l’uno fratello l’altro e gli altri congiunti, cosa crudele e maravigliosa, e molto strana dalla umana natura, detestata tra i fedeli cristiani, nei quali, seguendo le nazioni barbare, questa crudeltà si trovò. Essendo cominciata nella nostra città di Firenze, fu biasimata da’ discretila sperienza veduta di molti, i quali si provvidono, e rinchiusono in luoghi solitari, e di sana aria, forniti, d’ogni buona cosa da vivere, ove non era sospetto di gente infetta; in diverse contrade il divino giudicio (a cui non si può serrare le porti) gli abbattè come gli altri che non s’erano provveduti. E molti altri, i quali si dispuosono alla morte per servire i loro parenti e amici malati, camparono avendo male, e assai non l’ebbono continovando quello servigio; per la qual cosa ciascuno si ravvide, e cominciarono senza sospetto ad aiutare e servire l’uno l’altro; onde molti guarirono, ed erano più sicuri a servire gli altri. Nella nostra città cominciò generale all’entrare del mese d’aprile gli anniDomini1348, e durò fino al cominciamento del mese di settembre del detto anno. E morì tra nella città, contado e distretto di Firenze, d’ogni sesso e di catuna età de’ cinque i tre, e più, compensando il minuto popolo e i mezzani e’ maggiori, perchè alquanto fu più menomato, perchè cominciò prima, ed ebbe meno aiuto, e più disagi e difetti. E nel generale per tutto il mondo mancò la generazione umana per simigliante numero e modo, secondo le novelle che avemmo di molti paesi strani, e di molte provincie del mondo. Ben furono provincie nel Levante dove vie più ne moriro. Di questa pestifera infermità i medici in catuna parte del mondo, per filosofia naturale, o per fisica, o per arte d’astrologia non ebbono argomento nè vera cura. Alquanti per guadagnare andarono visitando e dando loro argomenti, li quali per la loro mortemostrarono l’arte essere fitta, e non vera: e assai per coscienza lasciarono a ristituire i danari che di ciò aveano presi indebitamente.

Avemmo da mercatanti genovesi, uomini degni di fede, che aveano avute novelle di que’ paesi, che alquanto tempo innanzi a questa pestilenzia, nelle parti dell’Asia superiore, uscì della terra, ovvero cadde da cielo un fuoco grandissimo, il quale stendendosi verso il ponente, arse e consumò grandissimo paese senza alcuno riparo. E alquanti dissono, che del puzzo di questo fuoco si generò la materia corruttibile della generale pestilenzia: ma questo non possiamo accertare. Appresso sapemmo da uno venerabile frate minore di Firenze vescovo di .... del Regno, uomo degno di fede, che s’era trovato in quelle parti dov’è la città di Lamech ne’ tempi della mortalità, che tre dì e tre notti piovvono in quello paese biscie con sangue che appuzzarono e corruppono tutte le contrade: e in quella tempesta fu abbattuto parte del tempio di Maometto, e alquanto della sua sepoltura.

In questi tempi della mortale pestilenzia, papa Clemente sesto fece grande indulgenza generale della pena di tutti i peccati a coloro che pentuti e confessi la domandavano a’ loro confessori, e morivano: e in quella certa mortalità catuno cristianocredendosi morire si disponea bene, e con molta contrizione e pazienzia rendevano l’anima a Dio.

Stimossi per quelli pochi discreti che rimasono in vita molte cose, che per la corruzione del peccato tutte fallirono agli avvisi degli uomini, seguendo nel contradio maravigliosamente. Credetesi che gli uomini, i quali Iddio per grazia avea riserbati in vita, avendo veduto lo sterminio dei loro prossimi, e di tutte le nazioni del mondo, udito il simigliante, che divenissono di migliore condizione, umili, virtudiosi e cattolici, guardassonsi dall’iniquità e dai peccati, e fossono pieni d’amore e di carità l’uno contra l’altro. Ma di presente restata la mortalità apparve il contradio; che gli uomini trovandosi pochi, e abbondanti per l’eredità e successioni dei beni terreni, dimenticando le cose passate come state non fossono, si dierono alla più sconcia e disonesta vita che prima non aveano usata. Perocchè vacando in ozio, usavano dissolutamente il peccato della gola, i conviti, taverne e delizie con dilicate vivande, e’ giuochi, scorrendo senza freno alla lussuria, trovando nei vestimenti strane e disusate fogge e disoneste maniere, mutando nuove forme a tutti gli arredi. E il minuto popolo, uomini e femmine, per la soperchia abbondanza che si trovarono delle cose, non voleano lavorare agli usati mestieri; e le più care e dilicate vivandevoleano per loro vita, e allibito si maritavano, vestendo le fanti e le vili femmine tutte le belle e care robe delle orrevoli donne morte. E senza alcuno ritegno quasi tutta la nostra città scorse alla disonesta vita; e così, e peggio, l’altre città e provincie del mondo. E secondo le novelle che sentire potemmo, niuna parte fu, in cui vivente in continenzia si riserbasse, campati dal divino furore, stimando la mano di Dio essere stanca. Ma secondo il profeta Isaia, non è abbreviato il furore d’Iddio, nè la sua mano stanca, ma molto si compiace nella sua misericordia, e però lavora sostenendo, per ritrarre i peccatori a conversione e penitenzia, e punisce temperatamente.

Stimossi per il mancamento della gente dovere essere dovizia di tutte le cose che la terra produce, e in contradio per l’ingratitudine degli uomini ogni cosa venne in disusata carestia, e continovò lungo tempo: ma in certi paesi, come narreremo, furono gravi e disusate fami. E ancora si pensò essere dovizia e abbondanza di vestimenti, e di tutte l’altre cose che al corpo umano sono di bisogno oltre alla vita, e il contrario apparve in fatto lungamente; che due cotanti o più valsono la maggior parte delle cose che valere non soleano innanzi alla detta mortalità. E il lavorio, e le manifatture d’ogni arte e mestiero montò oltre al doppio consueto disordinatamente. Piati,quistioni, contraversie e riotte sursono da ogni parte tra’ cittadini di catuna terra, per cagione dell’eredità e successioni. E la nostra città di Firenze lungamente ne riempiè le sue corti con grandi spendii e disusate gravezze. Guerre, e diversi scandali si mossono per tutto l’universo, contro alle opinioni degli uomini.

In questo anno, del mese d’agosto, nacque in Prato uno fanciullo mostruoso di maravigliosa figura, perocchè a uno capo e a uno collo furono partiti e stesi due imbusti umani con tutte le membra distinte e partite dal collo in giuso, senza niuna diminuzione che natura dia a corpo umano: e catuno imbusto fu colle membra e natura masculina. Ma l’uno corpo era maggiore che l’altro: e vivette questo corpo mostruoso e maraviglioso quindici giorni, dando pronosticazione forse di loro futuri danni, come leggendo appresso si potrà trovare.

Nella nostra città di Firenze, l’anno della detta mortalità, avvenne mirabile cosa: che venendo a morte gli uomini, per la fede che i cittadini di Firenzeaveano all’ordine e all’esperienza che veduta era della chiara, e buona e ordinata limosina che s’era fatta lungo tempo, e facea per li capitani della compagnia di Madonna santa Maria d’Orto san Michele, senza alcuno umano procaccio, si trovò per testamenti fatti (i quali testamenti nella mortalità, e poco appresso, si poterono trovare e avere) che i cittadini di Firenze lasciarono a stribuire a’ poveri per li capitani di quella compagnia più di trecentocinquanta migliaia di fiorini d’oro. Che vedendosi la gente morire, e morire i loro figliuoli e i loro congiunti, ordinavano i testamenti, e chi avea reda che vivesse, legava la reda, e se la reda morisse, volea la detta compagnia fosse reda; e molti che non avevano alcuna reda, per divozione dell’usata e santa limosina che questa compagnia solea fare, acciocchè il suo si stribuisse a’ poveri com’era usato, lasciavano di ciò ch’aveano reda la detta compagnia: e molti altri non volendo che per successione il suo venisse a’ suoi congiunti, o a’ suoi consorti, legavano alla detta compagnia tutti i loro beni. Per questa cagione, restata la mortalità in Firenze, si trovò improvviso quella compagnia in sì grande tesoro, senza quello che ancora non potea sapere. E i mendichi poveri erano quasi tutti morti, e ogni femminella era piena e abbondevole delle cose, sicchè non cercavano limosina. Sentendosi questo fatto per cittadini, procacciarono molti con sollecitudine d’essere capitani per potere amministrare questo tesoro, e cominciarono a ragunare le masserizie e’ danari; ch’avendo a vendere le masserizienobili de’ grandi cittadini e mercatanti, tutte le migliori e le più belle voleano per loro a grande mercato, e l’altre più vili faceano vendere in pubblico, e i danari cominciarono a serbare, e chi ne tenea una parte, e chi un’altra a loro utilità. E non essendo in quel tempo poveri bisognosi, facevano le limosine grandi ciascuno capitano ove più gli piaceva, poco a grado a Dio e alla sua madre. E per questo indebito modo si consumò in poco tempo molto tesoro. E quando veniva il tempo di rifare i nuovi capitani, i cittadini amici de’ vecchi si facevano fare capitani nuovi da loro che avevano la balía, con molte preghiere, e altre promessioni, intendendosi insieme per poco onesta intenzione. Le possessioni della compagnia allogavano per amistà e buon mercato, e le vendite faceano disonestamente. I cittadini ch’erano avviluppati nelle mani de’ detti capitani per li lasci, e per le dote, e per li debiti, e per le participazioni di quelli beni, e per l’altre successioni non si poteano per lunghi tempi spacciare da loro: e ogni cosa sosteneano in lunga contumacia senza sciogliere, se per speziale servigio non si facea. E fu tre anni continovi più grande la loro corte che quella del nostro comune. E avvedendosi i cittadini della ipocrisia de’ capitani, acciocchè più non seguitasse la elezione, che l’uno facesse l’altro, ordinarono che i capitani si chiamassono per lo consiglio. In processo di tempo il comune prese de’ danari del mobile della detta compagnia alcuna parte, vedendo che male si stribuivano per li capitani. E per le dette cagionila fede di quella compagnia tra’ cittadini e’ contadini cominciò molto a mancare, avvelenata per lo disordinato tesoro, e per gli avari guidatori di quello. E per lo simigliante modo fu lasciato a una nuova compagnia chiamata la compagnia della Misericordia, tra in mobile e in possessioni, il valore di più di venticinquemila fiorini d’oro, i quali si stribuirono poco bene per lo difetto de’ capitani che gli aveano a stribuire. E allo spedale di santa Maria Nuova di san Gilio fu anche lasciato in quella mortalità il valore di venticinquemila fiorini d’oro. Questi lasci di questo spedale si stribuirono assai bene, perocchè lo spedale è di grande elemosina, e sempre abbonda di molti infermi uomini e femmine, i quali sono serviti e curati con molta diligenza e abbondanza di buone cose da vivere, e da sovvenire a’ malati, governandosi per uomini e femmine di santa vita.

Rallentata la mortalità, e assicurati alquanto i cittadini che aveano a governare il comune di Firenze, volendo attrarre gente alla nostra città, e dilatarla in fama e in onore, e dare materia a’ suoi cittadini d’essere scienziati e virtudiosi, con buono consiglio, il comune provvide e mise in opera che in Firenze fosse generale studio di catuna scienzia, e in legge canonica e civile, e di teologia. E a ciò fare ordinarono uficiali, ela moneta che bisognava per avere i dottori delle scienze: stanziò si pagassono annualmente dalla camera del comune; e feciono acconciare i luoghi dello Studio in su la via che traversa da casa i Donati a casa i Visdomini, in su i casolari de’ Tedaldini. E piuvicarono lo studio per tutta Italia; e avuti dottori assai famosi in tutte le facultà delle leggi e dell’altre scienze, cominciarono a leggere a dì 6 del mese di novembre, gli anni di Cristo 1348. E mandato il comune al papa e a’ cardinali a impetrare privilegio di potere conventare in Firenze in catuna facultà di scienza, ed avere le immunità e onori che hanno gli altri studi generali di santa Chiesa, papa Clemente sesto, con suoi cardinali, ricevuta graziosamente la domanda del nostro comune, e considerando che la città di Firenze era braccio destro in favore di santa Chiesa, e copiosa d’ogni arte e mestiere, e che questo che s’addomandava era onore virtudioso, acciocchè ’l buono cominciamento potesse crescere successivamente in frutto di virtudi, di comune concordia di tutto il collegio, e del papa, concedettono al nostro comune privilegio, che nella città di Firenze si potesse dottorare, e ammaestrare in teologia, e in tutte l’altre facultadi delle scienze generalmente. E attribuì tutte le franchigie e onori al detto Studio che più pienamente avesse da santa Chiesa Parigi o Bologna, o alcuna altra città de’ cristiani. Il privilegio bollato della papale bolla venne a Firenze, dato in Avignone dì 31 di maggio, gli anniDomini1349, l’ottavo anno del suo pontificato.

Avvegnachè nella cronica del nostro anticessore sia trattato della novità sopravvenuta nel regno di Cicilia e di qua dal faro, insino al tempo vicino alla nominata mortalità, nondimeno la nostra materia richiede (acciocchè meglio s’intendano le cose che nel nostro tempo poi seguiranno) che qui s’accolgano alquanti principii che furono materia e cagioni di gravi movimenti. Il re Ruberto rimorso da buona coscienza, avendo con Carlo Umberto di suo lignaggio re d’Ungheria trattato la restituzione del suo reame dopo la sua morte a’ figliuoli del detto Carlo, nipoti di Carlo Martello primogenito di Carlo secondo, a cui di ragione succedea il detto reame di Cicilia, e fermata la detta restituzione con promissione di matrimonio, sotto certe condizioni de’ figliuoli del detto Carlo Umberto, e delle due figliuole di M. Carlo duca di Calavra, figliuolo che fu del detto re Ruberto. E avendo già accresciuto appresso di se il re Ruberto Andreasso figliuolo di Carlo Umberto, e fattolo duca di Calavra, a cui si dovea dare per moglie Giovanna primagenita del detto Carlo, nipote del re Ruberto, acciocchè fosse successore del reame dopo la sua morte; e la detta Giovanna reina, con condizioni ordinate per li casi che avvenire poteano, che l’una succedesse all’altra in caso dimancamento di figliuoli, acciocchè la successione del Regno non uscisse delle nipoti. Vedendosi appressare alla morte, tanto fu stretto dallo amore della propria carne, ch’egli commise errori i quali furono cagione di molti mali. Perocchè innanzi la sua morte fece consumare il matrimonio del detto duca Andreasso alla detta Giovanna sua nipote, e lei intolò reina. E a tutti i baroni, reali, e feudatari e uficiali del Regno fece fare il saramento alla detta reina Giovanna, lasciando per testamento, che quando Andreasso duca di Calavra, e marito della detta reina Giovanna, fosse in età di ventidue anni, dovesse essere coronato re del suo reame di Cicilia. Onde avvenne che ’l senno di cotanto principe accecato del proprio amore della carne, morendo lasciò la giovane reina ricca di grande tesoro, e governatora del suo reame, e povera di maturo consiglio, e maestra e donna del suo barone, il quale come marito dovea essere suo signore. E così verificando la parola di Salomone, il quale disse, se la moglie avrà il principato, diventerà contraria al suo marito. La detta Giovanna vedendosi nel dominio, avendo giovanile e vano consiglio, rendeva poco onore al suo marito, e reggeva e governava tutto il Regno con più lasciva e vana che virtudiosa larghezza: e l’amore matrimoniale per l’ambizione della signoria, e per inzigamento di perversi e malvagi consigli, non conseguiva le sue ragioni, ma piuttosto declinava nell’altra parte. E però si disse che per fattura malefica la reina parea strana dall’amore del suo marito. Per la qual cagione de’ reali e assai giovani baroni presonosozza baldanza, e poco onoravano colui che attendevano per loro signore. Onde l’animo nobile del giovane, vedendosi offendere, e tenere a vile a’ suoi sudditi, lievemente prendeva sdegni. E moltiplicando le ingiurie per diversi modi, dalla parte della sua donna e de’ suoi baroni, per giovanile incostanza, alcuna volta con la reina, alcuna volta con i baroni usò parole di minacce, per le quali, coll’altra materia che qui abbiamo detta, appressandosi il tempo della sua coronazione, s’avacciò la crudele e violente sua morte. Onde avvenne, che per fare la vendetta Lodovico re d’Ungheria, fratello anzinato del detto Andreasso, con forte braccio venne nel Regno non contastato da niuno de’ reali, o da altro barone, se non solo da M. Luigi di Taranto, il quale dopo la morte del duca Andreasso, per operazione della imperadrice sua madre, di M. Niccola Acciaiuoli di Firenze suo balio, avea tolta la detta reina Giovanna per sua moglie. E innanzi la dispensagione, ch’era sua nipote in terzo grado, temendo il giovane d’entrare nella camera alla reina, confortatolo, e presolo per lo braccio dal detto suo balio, in segreto sposò la detta donna: e in palese fu dispensato il detto matrimonio da santa Chiesa. Il quale M. Luigi si mise a contastare alcuno tempo alla gente del detto re d’Ungheria, venuta innanzi che la persona del detto re. Ma sopravvenendo il re, la reina Giovanna in prima, e appresso M. Luigi, con certe galee in fretta, e male provveduti fuori che dello scampo delle persone, fuggirono in Toscana, e poi passarono in Proenza.

Lodovico re d’Ungheria giunto ad Aversa, fece suo dimoro in quel luogo ove fu morto il fratello. E ivi tutti i baroni del Regno l’andarono a vicitare, e fare la reverenza come zio, e governatore di Carlo Martello infante, figliuolo del detto duca Andreasso, e della reina Giovanna, a cui succedeva il reame. I reali, ciò furono M. Ruberto prenze di Taranto, M. Filippo suo fratello, M. Carlo duca di Durazzo, che avea per moglie donna Maria sirocchia della reina Giovanna, e M. Luigi e M. Ruberto suoi fratelli andarono ad Aversa confidentemente a fare la reverenza al detto re d’Ungheria; e ricevuti da lui con infinta e simulata festa, stettono con lui infino al quarto giorno. E mosso per andare da Aversa a Napoli con grande comitiva, oltre alla sua gente, di quella de’ reali e del Regno, rimaso addietro, e cavalcando con lui il duca di Durazzo, il re gli disse: menatemi dove fu morto mio fratello. E senza accettare scusa condotto al luogo, il detto duca di Durazzo sceso del palafreno, già conoscendo il suo mortale caso, disse il re: traditore del sangue tuo, che farai? E tirato per forza, come era ordinato, infino ove fu strangolato il duca Andreasso, tagliatali la testa da un infedele Cumino, in sul sabbione dal Gafo fu in due pezzi gittato, in quell’orto e in quello luogo dove fu gittato il duca Andreasso. E in quello stante furono presigli altri reali, e ordinata la condotta sotto buona guardia, e con loro il piccolo infante Carlo Martello, furono mandati in Ungheria. Il quale Carlo poco appresso giunto in Ungheria morì. E M. Ruberto prenze di Taranto, e ’l fratello e’ cugini furono messi in prigione, e insieme ritenuti sotto buona guardia.

Questo duca di Durazzo non si trovò che fosse autore della morte del duca Andreasso, ma però ch’egli come molto astuto, avea, non senza alcuna espettazione di speranza del Regno, coll’aiuto del zio cardinale di Pelagorga, procacciato dispensazione dal papa, colla quale ruppe quattro grandi misteri. Ciò furono, violando il testamento e l’ordine e la concordia presa dal re Ruberto, e Umberto Martello re d’Ungheria, ove era disposto che il matrimonio di dama Maria sirocchia della reina Giovanna si dovesse fare, a conservagione della successione del regno colla casa di Carlo Umberto, discendenti di Carlo Martello, in certo caso di morte, o di mancamento di figliuoli alla reina. La quale Maria il detto duca si prese per moglie. E il saramento di ciò prestato per lo detto duca, e per altri reali in sul corpo di Cristo; e la dispensagione di potere prendere la nipote per moglie, la quale si prese e menò di quaresima. E bene che col duca Andreasso si ritenesse mostrandoli amore, nondimeno lungo tempo segretamente feceimpedire a corte la diliberazione della sua coronazione. Onde per questo soprastare fu fatto l’ordine e messo a esecuzione il detestabile e patricida della sua morte: e questa fu la cagione perchè il re d’Ungheria il fece morire. Di questa morte, e della carceragione de’ reali nacque grande tremore a tutto il regno. E fu il re reputato crudele non meno per la carceragione degl’innocenti giovani reali, che per la morte del duca di Durazzo.

Fatta il re d’Ungheria parte della sua vendetta, e ricevuto in Napoli come signore, e ordinato i magistrati, e comandato giustizia per tutto il regno, cominciò ad andare vicitando le città e le provincie. E da tutti i baroni prese saramento per Carlo Martello suo nipote. E nell’anno 1348 quasi tutto il regno l’ubbidia, salvo che in Puglia era contra lui il forte castello d’Amalfi della montagna, il quale si teneva per la reina, e per M. Luigi di Taranto. E questo guardavano masnade italiane con cento cavalieri tedeschi, capitano della gente e del castello M. Lorenzo figliuolo di M. Niccola degli Acciaiuoli di Firenze, giovane cavaliere, e di grande cuore, e di buono aspetto. Non avendo ancora mandato il detto re in terra d’Otranto, nè in Calavra, i giustizieri che v’erano per la reina faceano l’uficio per lei, e non ubbidivano al re d’Ungheria, ed egli non strignea il paese, e però non vi si mostrava ribellione.

In questi dì essendo la mortalità già cominciata nel Regno per tutto, nondimeno il re cavalcava vicitando le terre del Regno. Ed essendo stato in Abruzzi, in Puglia, e in Principato, tornò a Napoli del mese d’aprile del detto anno: e trovati già morti alquanti de’ suoi baroni, sentì che certi conti e baroni del Regno faceano cospirazione contro a lui. E impaurito in se medesimo per la morte de’ suoi, e per la generale mortalità, avegnachè fosse di molto franco cuore, non gli parve tempo da ricercare quelle cose con alcuno sospetto: anzi con savia continenza mostrava a’ baroni piena confidenza. E copertamente (eziandio al suo privato consiglio) intendea a fornire tutte le buone terre e castella del Regno di gente d’arme e di vittuaglia. E con seco aveva uno barone della Magna che avea nome Currado Lupo. Costui aveva il re provato fedele e ardito in molti suoi servigi, e a lui accomandò milledugento cavalieri tedeschi che aveva nel Regno. E un suo fratello, ch’avea nome Guelforte, mise nel castello nuovo di Napoli dove era l’abitazione reale, con buona compagnia, e bene fornito d’ogni cosa da vivere, e d’arme e di vestimento e calzamento, e gli accomandò la guardia di quello castello; e fornì il castello di Capovana, e quello di Santermo sopra la città di Napoli, e il castello dell’Uovo. Etratto del Regno il doge Guernieri Tedesco, cui egli avea soldato con millecinquecento barbute quando entrò nel Regno, non fidandosi di lui, lasciò suo vicario alla guardia del detto reame il detto Currado Lupo; e ’l doge Guernieri malcontento del re, con sue masnade di Tedeschi si ridusse in Campagna.

Avendo il detto re ordinata la sua gente e le sue terre in tutte le parti del Regno, le quali e’ possedeva: e ammaestrati in segreto i suoi vicari e castellani di buona guardia, non mostrando a’ baroni del Regno, nè eziandio a’ suoi, che del Regno si dovesse partire, si mosse da Napoli, dove avea fatto poco dimoro, e andonne in Puglia; e ordinata la guardia delle terre e delle castella di là in mano di suoi Ungheri, avendo fatto armare nel porto di Barletta una sottile galea, subitamente, improvviso a tutti quelli del Regno, all’uscita di Maggio l’anno 1348, vi montò suso con poca compagnia, e fece dare de’ remi in acqua, e senza arresto valicò sano e salvo in Ischiavonia, e di là con pochi compagni a cavallo se n’andò in Ungheria. Questa subita partita di cotanto re fu tenuta follemente fatta da molti, e da lieve e non savio movimento d’animo, e molti il ne biasimarono. Altri dissono che provvedutamente e con molto senno l’avea fatto, avendo diliberato il partire nell’animo suo per tema della mortalità, e non vedendotempo da potersi scoprire contra i baroni, i quali sentiva male disposti alla sua fede, come detto è, e commendaronlo di segreto e provveduto partimento.

In questo mese di maggio avendo Balase re del Garbo e della Bella Marina prima conquistato il reame di Trenusi, e montatone in superbia ambizione, trattò con Alesbi fratello del re di Tunisi: e fatta sua armata per mare, e grande oste per terra, improvviso al re di Tunisi fu addosso, e senza contasto, avendo il ricetto d’Alesbi, entrò nella città, e prese il re, e di presente il fece morire. E avendo la signoria, non attenne i patti ad Alesbi, il quale partito di Tunisi, e aggiuntosi grande copia d’Arabi del reame, venne verso Tunisi. Il re Balase accolta grande oste andò contro a lui, e commissono insieme mortale battaglia, nella quale morì la maggiore parte della gente del re Balase, ed egli sconfitto si fuggì in Carvano, suo forte castello; e assediato in quello dagli Arabi, per danari s’acconciò con loro, e tornossi a Tunisi. Alesbi da capo co’ gli Arabi tornò sopra Tunisi: ma Balase si tenea la guardia delle terre, sicchè gli Arabi non potendo combattere si tornarono in loro pasture. Avea Balase quando si partì di suo reame lasciato nella città reale di Fessa Maumetto suo nipote, e in TremusBuevem suo figliuolo. Costoro avendo sentito come Balase era sconfitto e assediato dagli Arabi, senza sapere l’uno dell’altro, catuno si rubellò e fecionsi fare re: il figliuolo in Tremus, e il nipote in Fessa. E sentendo Buevem che Maumetto s’era levato re in Fessa, parendogli ch’egli avesse occupata la sua eredità, propose nell’animo suo d’abbatterlo, e così gli venne fatto, come innanzi al suo debito tempo racconteremo.

Sentendo gli uomini e i baroni del Regno la subita partita del re d’Ungheria si maravigliarono forte, non ne avendo di ciò conosciuto alcuno indizio. E molte comunanze e baroni ch’amavano il riposo del Regno, e portavano fede alla sua signoria ne furono dolenti; perocchè non ostante che fosse nato e nutricato in Ungheria, e avesse con seco assai di quella gente barbara, molto mantenea grande giustizia, e non sofferia che sua gente facesse oltraggio o noia a’ paesani, anzi gli puniva più gravemente: e fece de’ suoi Ungheri per non troppo gravi falli aspre e spaventevoli giustizie. E le strade e i cammini facea per tutto il Regno sicure. E avea spente le brigate de’ paesani, delle quali per antica consuetudine soleano grandi congregazioni di ladroni fare, i quali sotto loro capitani conturbavano le contrade e’ cammini: e per questopareva a’ paesani essere in istato tranquillo e fermo da dovere bene posare. E alquanti altri baroni che male si contentavano, e gentili uomini di Napoli, per la morte del duca di Durazzo, e per la presura de’ reali a cui e’ portavano grande amore, e perchè il re non facea loro troppo onore, gli volevano male, e furono contenti della sua partita. Gli altri se ne dolsono assai, e parve loro che il Regno rimanesse in fortuna e in male stato, e che il peccato commesso della morte del re Andreasso, e l’aggravamento de’ peccati commessi per la troppa quiete de’ paesani, e per la soperchia abbondanza in che si sconoscevano a Dio, non fosse punita, e meritasse maggior disciplina e spogliamento di que’ beni, dai quali procedeva la viziosa ingratitudine, come avvenne, e seguendo nostra materia diviseremo.

Partito il re d’Ungheria del Regno, la cavalleria dei Tedeschi e degli Ungheri, governata per buoni capitani, con le masnade de’ fanti a piè toscani che aveano con loro, si manteneano chetamente senza villaneggiare i paesani. E rispondea l’una gente all’altra tutti ubbedendo a M. Currado Lupo, cui il re avea lasciato vicario, il quale manteneva giustizia ov’egli distrignea. E gli uomini del Regno benchè si vedessono in debole signoria, non si ardivano a muovere contro ai forestieri,e non parea però loro bene stare. Ma i baroni che non amavano il re d’Ungheria, volevano che la reina e M. Luigi tornassono nel Regno; e l’università di Napoli, co’ gentiluomini di Capovana e di Nido, d’un animo deliberarono il simigliante; e mandarono in Proenza, dicendo che di presente dovessono tornare nel Regno, e fare capo a Napoli ove sarebbono ricevuti onorevolemente, mostrando come i paesani si contentavano male della signoria de’ Tedeschi e degli Ungheri, e che in brieve tempo col loro aiuto sarebbono signori del reame. Aggiugnendo che i soldati Ungheri e Tedeschi si rammaricavano forte, che il re d’Ungheria non mandava danari per le loro paghe, ond’eglino erano di lui malcontenti; e il doge Guernieri colla sua compagnia de’ Tedeschi ch’era in Campagna s’offeria d’essere colla reina e con M. Luigi contro alla gente del re d’Ungheria, in quanto il volesse conducere al suo soldo: promettendo fedelmente per se e per le sue masnade d’aiutarli riacquistare il Regno.

Messer Luigi trovandosi in corte di papa marito della regina Giovanna, e non re, gli parve, avendo diliberato di tornare nel Regno, che li fosse di necessità avere titolo di re: acciocchè avendo a governare colla reina le cose del reame, e a fare lettere da sua parte e della reina, il titolonon disformasse, perocchè ancora la santa Chiesa non avea diliberato di farlo re di Cicilia, si fece titolare il re Luigi d’altro reame, il quale non avea, nè era per poter avere. E d’allora innanzi cominciarono a scrivere le lettere intitolandole in questo modo:Ludovicus et Ioanna Dei gratia rex et regina Hierusalem et Ciciliae. E d’allora innanzi M. Luigi fu chiamato re. Il detto re Luigi e la reina Giovanna avendo il conforto del ritornare nel Regno, come detto è, senza soggiorno procacciarono di ciò fare. E trovandosi poveri di moneta, richiesono d’aiuto il papa e i cardinali, il quale non impetrarono. Allora per necessità venderono alla Chiesa la giurisdizione che la reina avea nella città di Vignone per fiorini trentamila d’oro. E nondimeno richiesono baroni, e comunanze, e prelati, limosinando d’ogni parte per lo stretto bisogno. E con molta fatica feciono armare dieci galee di Genovesi, e pagaronle per quattro mesi. E in questo mezzo il re Luigi mandò innanzi a se nel Regno M. Niccola Acciaiuoli di Firenze suo balio con pieno mandato, il quale trovando la materia disposta al proponimento del suo signore, incontanente condusse il doge Guernieri, ch’era in Campagna con milledugento barbute di Tedeschi, ch’erano in sua compagnia. E ordinato le cose prestamente, mandò sollecitando il re e la reina che senza indugio venissono a Napoli con le loro galee: che essendo nel Regno le loro persone, con l’aiuto di Dio e de’ baroni del Regno, che desideravano la loro tornata, e de’ Napolitani, e del doge Guernieri, cui egli avea condotto con buonemasnade, e con le sue galee e’ sarebbono a queto signori del Regno, e non conoscea che la gente del re d’Ungheria a questo potesse riparare, sicchè in brieve al tutto sarebbono signori.

Avendo il re e la reina queste novelle, incontanente con quei baroni che poterono accogliere di Proenza, e con la loro famiglia, si raccolsono a Marsilia in su le dette dieci galee de’ Genovesi: ed avendo il tempo acconcio al loro viaggio, sani e salvi in pochi giorni arrivarono a Napoli, all’uscita del mese d’agosto del detto anno. E perocchè le castella di Napoli, e quello dell’Uovo, e il castello di Santermo, e ’l porto e la Tenzana erano nella signoria e guardia della gente del re d’Ungheria, non si poterono mettere nel porto, nè in quelle parti; anzi arrivarono fuori di Napoli sopra santa Maria del Carmino, di verso ponte Guicciardi, e ivi scesono in terra; e il re e la reina entrarono nella chiesa di Nostra Donna per aspettare i baroni e l’università di Napoli, che gli conducessono nella città.

I baroni ch’erano accolti a Napoli, aspettando la venuta del re e della reina con la loro cavalleria, de’ quali erano caporali quegli di san Severino, e della casa del Balzo, l’ammiraglio conte di Montescheggioso, quelli dello Stendardo, il conte di Santo Agnolo, que’ della casa della Raonessa, e di Catanzano, e molti altri. I quali forniti di molti cavalli e di ricchi arredi e di nobili robe e arnesi, con loro scudieri vestiti d’assise, e’ gentili uomini di Napoli con loro proprio, apparecchiati pomposamente a cavallo e a piè con molta festa si misono ad andare al Carmino per conducere il re e la reina in Napoli con molta allegrezza; e da parte i Fiorentini e Sanesi e Lucchesi mercatanti che allora erano in Napoli, e Genovesi e Provenzali e altri forestieri, catuna gente per se, vestiti di ricche robe di velluti e di drappi di seta e di lana, con molti stormenti d’ogni ragione, sforzando la dissimulata festa, andarono incontro al re e alla reina. E giunti a loro, e fatta catuna compagnia la riverenza, apparecchiati nobilissimi destrieri, montati a cavallo, addestrati da’ baroni, sotto ricchi palii d’oro e di seta con molte compagnie d’armeggiatori innanzi, in prima il re, a cui andava in fronte il duca Guernieri co’ suoi Tedeschi, smovendo il popolo, e dicendo: gridate vivail signore: e così gridando, fu la parola da molti notata, perchè era a loro nuovo titolo, non dicendosi viva il re, e con ragione dire non lo potevano a quella stagione. E con questa festa il condussono a Napoli; e perchè l’abitazioni reali erano tutte nella forza de’ nemici, il collocarono ad Arco, sopra Capovana, nelle case che furono di messere Aiutorio. E appresso di lui con somigliante festa vi condussono la reina. La gente, benchè sforzata si fosse di fare festa, pure s’avvedea per le molte città e castella che il re d’Ungheria avea nel Regno, e per la buona gente che v’era alla guardia, che questa tornata del re Luigi e della reina Giovanna era piuttosto aspetto di guerra e di grande spesa, e sconcio del paese e della mercanzia e de’ forestieri, che cominciamento di riposo, come poi n’avvenne.

Vedendosi il re Luigi, e conoscendo il bisogno che avea di buono aiuto, e veggendo che la maggiore forza de’ suoi cavalieri era nel duca Guernieri, acciocchè per onorevole beneficio più lo traesse alla sua fede e amore, ordinò di farsi fare cavaliere per le sue mani, della qual cosa avvilì se, per onorare altrui. E ordinata gran festa per la sua cavalleria, del mese di settembre del detto anno, si fece fare cavaliere al detto doge Guernieri, ed egli in quello stante fece appresso ottanta altri cavalieri della città di Napoli,e d’altri paesi del Regno. La libertà grande che ’l re dimostrò nel tedesco duca Guernieri tosto trovò vana in colui, come per la sua corrotta fede nel processo della nostra materia al suo tempo racconteremo.

Richiede il nostro proponimento, per le cose che avremo a scrivere de’ fatti del re di Francia e di quello d’Inghilterra per la loro guerra, che noi ci traiamo un poco addietro alle cose occorse più vicine, acciocchè quelle che seguiranno abbiano più chiaro intendimento. Essendo il valoroso re Adoardo d’Inghilterra passato in Normandia, del mese d’agosto, gli anni di Cristo 1347, e avendo preso Camoboroso e Saulu e più altre ville, venendo verso Parigi con quattromila cavalieri e quarantamila sergenti, tra’ quali avea molti arcieri, e fatto d’arsioni e di preda gravi danni al paese, s’accampò a Pussì e a San Germano, presso a Parigi a due leghe. Il re di Francia era andato colla sua forza verso Camo per farlisi incontro, e non trovandolo nel paese, si tornò addietro, e accolta molta baronia e cavalieri e sergenti di suo vassallaggio, s’accampò fuori di Parigi con più di settemila cavalieri e sessantamila sergenti: il re d’Inghilterra, sentendo la tornata del re di Francia, si levò da campo scostandosi da Parigi. Il re di Francia con grande baldanzail seguitò con la sua gente, tanto che sopraggiunse il re d’Inghilterra, che andava assai a lenti passi per non mostrare paura: e aggiugnendosi l’una oste all’altra, il re d’Inghilterra vedendosi presso il re di Francia, e quello di Boemia e quello di Maiolica con molti baroni, e con più di due tanti cavalieri che non avea egli, come signore di grande cuore e ardire, di presente s’apparecchiò alla battaglia, intra Crescì e Albevilla. E ordinò tutto il suo carreaggio alla fronte a modo d’una schiera, e di sopra alle carra mise i cavalieri armati, e a piè d’ogni parte i suoi arcieri. E sopravvenendo l’assalto de’ Franceschi, baldanzosi, con grande empito cominciarono la battaglia. Gl’Inglesi fermi al loro carreaggio, con l’ordine dato agli arcieri, senza perdere colpo, di loro saette fedivano i cavalli e’ cavalieri de’ Franceschi. E vedendo gl’Inglesi fediti molti de’ cavalli e de’ cavalieri de’ loro avversari, a uno segno dato ordinate le guardie de’ sergenti sopra il carreaggio, corsono i cavalieri a’ loro cavalli che aveano a destro dietro al carriaggio, e montati e assettati sopra i loro cavalli, con savia condotta vennono alle spalle de’ nimici, ed assalirono i Franceschi con dura battaglia. I Franceschi che erano re e baroni d’alto pregio manteneano la battaglia vigorosamente, la quale durò da mezza nona alle due ore di notte; ove si dimostrarono di grandi operazioni d’armi di valorosi baroni e cavalieri da catuna parte. Ma perocchè i Franceschi e i loro cavalli erano più stanchi e magagnati dalle saette degl’Inglesi, e molti conducitori di loro morti, come fu la volontà d’Iddio la vittoriarimase al re d’Inghilterra, con grande e grave danno de’ Franceschi. Morto vi fu il valente re di Boemia, figliuolo dello imperatore Arrigo di Luzimborgo, e il duca di Loreno, il conte di Lanzone fratello del re di Francia, e sei altri conti, con milleseicento cavalieri grande parte baroni e banderesi, e morironvi ventimila pedoni; fra i quali furono i Genovesi che erano andati là con dodici galee, che pochi ne camparono. Ed il re Filippo di Francia di notte, con sei tra prelati e baroni, e sessanta sergenti a piè, uscì della battaglia, e campò per grazia della notte. Sul campo si trovarono molti cavalli morti e bene quattromila fediti. E fatta questa battaglia a dì 26 d’agosto nel 1347, il re d’Inghilterra poco appresso pose assedio al forte castello di Calese sulla marina, e per assedio il vinse: e fattolo più forte, per avere porto nel reame e nella marina di Francia, lasciato nel paese il conte d’Erbi duca di Lancastro, suo cugino, a guerreggiare, con duemila cavalieri e ventimila pedoni i più arcieri, con grande onore si tornò in Inghilterra. Il conte d’Erbi entrò in Guascogna l’anno appresso, e conquistò più terre di quelle che vi tenea il re di Francia; e rotti in più abboccamenti i cavalieri franceschi, se ne venne cavalcando e predando il paese infino alla città di Tolosa; ma aggravando la mortalità quei paesi, si tornò addietro con grande preda. E fatta tregua dall’uno re all’altro, con grande onore del re d’Inghilterra, posò la guerra per alcuno tempo.

Avendo narrato de’ fatti de’ due reami, cominciano le novità della nostra città di Firenze. Negli anni di Cristo 1348, essendo gli Ubaldini in pace, ma in corrotta fede col nostro comune, fidandosi nelle loro alpigiane fortezze, cominciarono a ricettare sbanditi del comune di Firenze: e insieme con loro entravano di notte nel Mugello, rubando le case e uccidendo gli uomini, e ricoglieansi nell’alpe con le ruberie. E avendo fatto questo più volte di notte, il cominciarono a fare di dì. E tornando d’Avignone uno Maghinardo da Firenze con duemila fiorini d’oro, gli Ubaldini il seguirono e uccisono, rubandolo sul contado di Firenze. E non volendone fare ammenda alla richesta del comune, i Fiorentini mandarono nell’alpe suoi soldati a piè e a cavallo col capitano della guardia. E stati più dì sopra le terre e sopra i fedeli degli Ubaldini feciono loro gran danno, e senza alcuno contasto si tornarono a Firenze.

In questo anno, i fedeli del conte Galeotto de’ conti Guidi si rubellarono da lui, perocchè lungamentegli avea male trattati, per sua crudeltà e dissoluta vita: e all’entrata del mese di marzo del detto anno gli tolsono il forte castello di san Niccolò, e tutte le sue terre e tenute intorno a quello, e ’l suo tesoro e arnesi, che n’era fornito nobilmente, e di presente si diedono al comune di Firenze. Il quale, perocchè il detto conte sempre avea nimicato il nostro comune, perocchè era ghibellino, ricevette la fortezza e gli uomini in sua giurisdizione e libera signoria, con quelle solenni cautele che i detti uomini poterono fare; e fecionli popolani e contadini, dando loro per alcuno tempo certe immunità. E ordinata la guardia delle castella nelle mani de’ cittadini, a’ popoli diede podestà che gli reggesse, e messe le castella e gli uomini ne’ suoi registri. Dinominò e intitolò l’acquisto, il contado di san Niccolò del comune di Firenze.

Vedendo i Fiorentini che la latrocina superbia degli Ubaldini non si gastigava per una battitura, feciono decreto, che ogni anno si dovesse tornare sopra di loro, tanto che fossono privati delle alpigiane spelonche. E per questa cagione, il verno furono chiamati otto cittadini uficiali sopra provvedere e fornire la guerra: i quali, del mese di giugno 1349, mandarono l’oste del comune nell’alpe, la quale si dirizzò a Montegemmoli,una rocca quasi inespugnabile: nella quale era Maghinardo da Susinana e due suoi figliuoli, con parecchie masnade di franchi masnadieri, i più usciti di Firenze. Era fuori della rocca in su la stretta schiena del poggio, alla guardia della via ch’andava al castello, una torre forte e bene armata: innanzi alla torre una tagliata in su la schiena del poggio, con forte steccato: e a questa guardia, per voglia di fare d’arme, i caporali de’ masnadieri del castello erano scesi co’ loro compagni: e la gente del comune di Firenze avendo fermo il loro campo, a intendimento di vincere il castello per assedio, e molestarlo con dificii i quali vi faceano conducere, alquanti masnadieri s’appressarono verso la guardia della torre per badaluccare. I valenti masnadieri d’entro, per troppa baldanza, uscirono fuori della tagliata incontro alla gente de’ Fiorentini, badaluccando e facendo gran cose d’arme per lo vantaggio che aveano del terreno. In questo stante i cavalieri de’ Fiorentini montando il poggio per dare vigore a’ loro masnadieri, cominciarono a scendere de’ cavalli, e a pignersi innanzi con fanti e a’ nemici, i quali per non perdere il terreno, con folle prodezza attesono tanto, che i cavalieri e’ masnadieri de’ Fiorentini co’ balestrieri furono mischiati tra loro, innanzi che si potessono ritrarre alla fortezza. E volendosi ritrarre, per lo soperchio de’ loro avversari non poterono fare, che a un’ora con loro insieme non entrassono dentro alli steccati i masnadieri fiorentini, e a loro aiuto erano tratti tanti balestrieri, che non lasciarono a’ nemici riprendere la fortezza della torre: anzi lapresono per loro. E ritraendosi i masnadieri degli Ubaldini per loro scampo nella rocca, continuando la battaglia stretta alle mani, entrarono i Fiorentini cacciando gli avversari nel primo procinto. E crescendo della gente dell’oste la loro forza, presono tutto, fuori de’ palagi e torri dell’ultima fortezza, ov’era racchiuso Maghinardo e la moglie, e due suoi figliuoli con loro compagnia: i quali si difenderono vigorosamente. Essendo il dì e la notte combattuti dalla gente de’ Fiorentini, Maghinardo e’ figliuoli, benchè fossero in fortezza da potersi difendere lungamente, conobbono il loro pericolo. E sentendosi male d’accordo per loro quistioni con gli altri Ubaldini loro consorti, si deliberarono di dare la rocca a’ Fiorentini, e di volere essere contro a’ suoi consorti co’ Fiorentini. E fatti i patti, e fermi a Firenze, diedono la rocca libera al comune di Firenze: e il comune prese il saramento della fede promessa, li ricevette in amicizia e cittadinanza, e ordinarono loro la provvigione promessa: e dati loro cavalieri e pedoni si mossono a guerreggiare gli altri Ubaldini. E innanzi che l’oste de’ Fiorentini tornasse, assediò Montecolloreto, e presonlo; e misonvi fornimento e buona guardia. Andarono a Roccabruna ed ebbonla: ed entrarono nel Podere e presono Lozzole per trattato. E per trattato fu dato loro la signoria di Vigiano e di più altre tenute, che appartenevano al detto Maghinardo e a certi altri degli Ubaldini che feciono il comandamento del comune. E andarono intorno a Susinana, guastando le case e’ campi di fuori; e tentando di volerlo combattere, trovarono il castello sì forte e sì benefornito alla difesa, che lasciarono stare, e andarono a Valdagnello, e dieronvi una battaglia, senza potervi acquistare per la fortezza del sito, e perchè era bene provveduto alla difesa: e però guastarono i campi e le ville d’intorno. E fornito che ebbono tutte le castella che aveano acquistate di vittuaglia e d’arme e di buona guardia, avendo fatto agli Ubaldini e a’ loro fedeli gran danno, del mese d’agosto, gli anni di Cristo 1349, senza alcuno impedimento, sani e salvi con vittoria si tornarono alla città di Firenze.

Il re di Francia posandosi nella tregua col re d’Inghilterra, avendo papa Clemente sesto, suo protettore ne’ fatti temporali, perocchè per lui si teneva essere al papato, e amava sopra modo d’accrescere i suoi congiunti, i quali erano uomini del re di Francia, e però il re traeva in sussidio della guerra danari al bisogno; e le decime del reame e tutte grazie che volea domandare il papa senza mezzo l’otriava, trapassando l’onestà del suo pontificato: e perocchè i cardinali erano la maggior parte di suo reame, non si ardivano a contrapporre a cosa che volesse. Era in que’ dì il Dalfino di Vienna uomo molle, e di poca virtù e fermezza. Costui alcuno tempo tenne vita femminile e lasciva, vivendo in mollizie: ed appresso volle usare l’arme: e andò capitano per la Chiesa alle Smirne in Turchia, e dove poteva acquistareonore e pregio, tornò con poca buona fama: e per bisogno impegnò alla Chiesa il Dalfinato per fiorini centomila d’oro: ed essendo morta la moglie, credendo prosperare in abito chericile, sperando in quello divenire cardinale, vendè al re Filippo di Francia il Dalfinato, contro alla volontà de’ suoi paesani, e pagò la Chiesa: e fatto cherico fu dal papa promosso in patriarca.... nel quale finì sua vita spegnendo la fama della casa sua. E il re di Francia, perdendo per la guerra d’Inghilterra in ponente, accresceva senza guerra in levante i confini al suo reame.

Vera cosa fu, che il re di Maiolica nella sua infanzia si nutricò co’ reali di Francia, e poi che fu re di Maiolica, essendo dissimigliante a’ Catalani onde traeva suo origine, mostrò d’essere molto scienziato e adorno di bei costumi. Disdegnò di rendere al re d’Araona l’omaggio debito, il quale si pagava con la reverenzia d’un bacio: e schifo della vita catalanesca e di loro costumi, seguiva i Franceschi; la qual cosa il fece sospetto al suo legnaggio. Cugino era del re d’Araona, e la sirocchia carnale avea per moglie, della quale avea figliuoli. Nondimeno il re d’Araona fece apparecchiamento d’arme contro a lui, e trattato occulto co’ cittadini di Maiolica. Per lo quale, essendo egli a Perpignano, e venendo sopraloro il re d’Araona, volendo mostrare di volersi difendere, il feciono venire in Maiolica, mostrando di volerlo atare fedelmente. Venuta la gente col re d’Araona, e scesa nell’isola, accogliendo il consiglio in Maiolica per volere dare ordine alla difesa, essendo tempo da potere scoprire il loro tradimento, feciono dire al loro re, o che facesse la volontà del re d’Araona, o che se n’andasse. Vedendosi tradito da’ suoi cittadini, i quali aveano già abbarrata la città contro a lui, si ricolse in fretta, per campare la persona, in una galea. E partendosi dell’isola, le porte della città furono aperte alla gente del re d’Araona: e data loro la signoria di tutta l’isola, con patto che ella non dovesse tornare per alcuno tempo al loro re nè a’ suoi discendenti.

Il re di Maiolica essendo cacciato dell’isola da’ suoi sudditi, venuta l’isola nella signoria del re d’Araona, e avendo poco di quello che il suo titolo reale richiedea, disiderando d’accogliere moneta, e d’avere aiuto dal re di Francia, al cui servigio era stato lungamente nelle sue guerre e battaglie personalmente, il richiese con grande istanza d’aiuto, acciocchè potesse ricoverare lo suo, ma da lui non potè avere alcuno aiuto. E stretto da grave bisogno, vendè al detto re di Francia la propietà e giurisdizione ch’avea in comuneconsorteria col detto re nella metà di Mompelieri, per quello pregio che il re di Francia volle, a buono mercato. E come povero e sventurato re venia cercando modo di riacquistare l’isola di Maiolica. La qual cosa fu cagione della sua finale morte, come innanzi al suo tempo racconteremo.

Essendo stato il giudicio della generale mortalità nell’universo per giusta cagione, fu supplicato al papa che nel prossimo futuro cinquantesimo anno la Chiesa rinnovellasse generale perdono in Roma. Il papa Clemente sesto, col consiglio de’ suoi cardinali, e di molti altri prelati e maestri in teologia, trovando che per lo dicreto fatto per papa Bonifazio, ogni capo di cento anni dalla natività di Cristo fosse ordinato generale perdono a Roma, per comune consiglio parve più convenevole, considerando l’età umana che è brieve, che il perdono fosse di cinquanta in cinquanta anni. Avendo ancora alcuno rispetto all’anno Iubileo della santa Scrittura, nel quale catuno ritornava ne’ suoi propri beni: e i propri beni de’ cristiani sono i meriti della passione di Cristo, per li quali ci seguita indulgenzia e remissione dei peccati. E per questa cagione la santa madre Chiesa fece decreto e ordine: che nel prossimo futuro cinquantesimo anno, per la natività di Cristo, cominciasse a Roma generaleperdono di colpa e di pena di tutti i peccati a’ fedeli cristiani i quali andassono a Roma, dal detto termine a uno anno, i quali fossono confessi e contriti de’ loro peccati, e vicitassono ogni dì la chiesa di santo Pietro e di santo Paolo e di santo Giovanni Laterano. E le dette visitazioni furono stribuite a’ Romani trenta dì continovi, salvo che quello si omettesse si potesse con un altro ristorare; ed agl’Italiani quindici dì, e agli oltramontani a tali dieci, a tali cinque dì, e meno, secondo la distanza de’ paesi. E nondimeno la Chiesa discretamente provvide, per molti e diversi casi e cagioni che possono avvenire, ch’e’ cardinali e gli altri legati che andarono per lo mondo, e stettono a Roma, avessono autorità di potere dispensare del tempo come a loro paresse. E le lettere furono fatte e mandate per corrieri sotto le bolle papali. In prima per tutta la cristianità, e appresso per suoi legati a predicare per tutto le sante indulgenze, acciocchè ciascuno s’apparecchiasse e disponesse a potere ricevere il santo perdono. In Italia furono mandati due cardinali, quello di Bologna sopra lo Mare, messer Annibaldo di Ceccano, e messer Ponzo di Perotto di Linguadoca vescovo d’Orbivieto, uomo onesto, e di grande autorità, il quale era vicario di Roma per lo papa: fu commessa piena e generale legazione a potere a tutti dispensare il tempo delle dette visitazioni come a lui paresse, ch’era presente continuo nella città di Roma. Lasciando alquanto la santa disposizione del perdono, ci occorrono meno piacevoli, e più gravi cose al presente a raccontare.

Lo sventurato re di Maiolica non trovando aiuto dal re di Francia, cui egli avea lungamente servito nelle sue guerre, nè dal papa, nè da alcuno altro signore, strignendolo la volontà e ’l bisogno di racquistare l’isola, come disperato d’ogni aiuto, avendo venduta la sua parte di Mompelieri, accattò danari dal re di Francia sopra la villa di Perpignano, ch’altro non gli era rimaso, e condusse cavalieri e pedoni, e dodici galee di Genovesi fece armare al suo soldo, e alcuno navilio di carico; sperando, quando fosse con forza d’arme nell’isola, gli uomini del suo regno tornassono a lui, come forse a inganno gli era dato intendimento, perocchè con alquanti era in trattato. Apparecchiata l’oste, e ’l navilio con le dodici galee armate, del mese di... del detto anno si mise in mare; e senza impedimento arrivò nell’isola di Maiolica, presso alla città a dieci miglia; e ivi scesi in terra, s’accampò con quattrocento cavalieri e cinquecento masnadieri, aspettando che coloro della città con cui avea trattato, e il popolo della terra il volessono come loro benigno e natural signore. Le dodici galee de’ Genovesi avendo messo in terra il re, o che fosse di suo comandamento, per mostrarsi più forte agli uomini dell’isola, o per altre cagioni, si partirono da quella parte oveil re avea posto il campo, e girarono da un’altra parte del’isola; e rimaso il re, e ’l figliuolo, e l’altra gente senza il favore delle dodici galee, della città di Maiolica subitamente uscirono più di seicento cavalieri con grandissimo popolo, e vennero contro all’oste del re per combattere con lui. Il re vedendosi i nimici appresso, potea stare alle difese tanto che tornassero le sue galee: ma con vana confidanza de’ suoi regnicoli, che non dovessero resistere contro a lui, senza attendere punto, si volle mettere alla battaglia, per trarre a fine la sua impresa come la fortuna il menava. E ordinata la sua gente, e confortata a ben fare, mostrando che quivi non era altro rimedio che nel bene operare la virtù delle loro persone, sì fedì tra i nemici, i quali erano cavalieri catalani, maggiore quantità e migliore gente che i suoi soldati, e guidati da buoni capitani, i quali ricevettono il re e i suoi cavalieri francamente, per modo, che in poca d’ora furono sconfitti, e il re morto. Il quale se avessono voluto potieno ritener prigione, ma rade volte in fatti d’arme tra’ Catalani si trova mansuetudine: il figliuolo fu preso, e rappresentato al zio re d’Araona, l’altra gente fu rotta e sbarattata, e l’isola rimase libera al re d’Araona, e Mompelieri e Perpignano al re di Francia.

Avendo detto dell’isola di Maiolica, quella diCicilia ci s’offera con dissimigliante fortuna. Essendo per la mortalità morto il valoroso duca Giovanni, balio e governatore dell’isola di Cicilia, rimaso picciolo fanciullo di dieci anni messer Luigi figliuolo che fu di don Pietro, il quale si fece appellare re di Cicilia, a cui aspettava l’eredità del detto reame. Costui avea due fratelli minori di se, l’uno chiamato Giovanni, l’altro Federigo. E non essendo della casa reale nessuno in età che governasse l’isola per lo fanciullo, discordia nacque tra i baroni: e dall’una parte erano i Palizzi caporali, e con loro teneano quelli di Chiaramonte, e’ conti di Vintimiglia, e i discendenti conti della casa degli Uberti di Firenze, de’ quali era capo il conte Scalore, e con costoro teneano quasi la maggiore parte degl’Italiani dell’isola. E questi si faceano chiamare la parte del re, e a loro segno rispondeano le migliori città della marina dell’isola, Messina, Siracusa, Melazzo, Cefalu, Palermo, Trapani, Mazzara, Sciacca, Girgenti, Taormina, e gran parte delle buone terre e castella fra la terra dell’isola. E dall’altra parte era don Brasco d’Araona caporale con gli altri Catalani dell’isola, e il figliuolo di Giovanni Barresi colla sua casa, genero di don Brasco, e molti altri di Catania, i quali aveano a loro segno alla marina la città di Catania, Iaci, Alicata, Tose, la Catona, e il capo d’Orlando; e fra terra grande numero di città e di castella. E per simigliante modo si faceano costoro chiamare la parte del re. E per le loro divisioni cominciarono a far guerra l’uno contra l’altro. E catuna parte s’armava, e afforzava d’avere seguito di gente dell’isola: e catunovolea governare il reame per lo re, e non potendosi trovare via d’accordo tra loro, cominciarono a cavalcare l’uno sopra l’altro; e dove si scontravano si combatteano mortalmente. E spesso rompea e sconfiggea l’una gente l’altra, e senza misericordia a tenere prigione s’uccidevano insieme, e montando la loro sfrenata mala volontà, cominciarono ad ardere le loro possessioni e le biade ne’ campi, come fossono in terra di nimici; e facendo questo guasto, oggi in una contrada, e domani nell’altra, consumarono il paese senza alcuna misericordia. E seguitando l’uno dì appresso dell’altro questa pestilente furia tra loro, in poco tempo fu tanta tribolazione tra’ paesani, e tanta disfidanza, che lasciarono il coltivamento delle terre, e il nutricamento del bestiame: onde avvenne che quello paese, il quale per antico era fontana viva di grano, e di biade, e d’ogni vittuaglia, a spandere per lo mondo tra i cristiani e tra i saracini, che solo tra loro nell’isola non avea che manicare; e il bestiame per simigliante modo fu consumato e disperso. Per la quale cosa avvenne che l’anno 1349 a Palermo, e a più altre città, per inopia convenne si provvedesse per comune consiglio grano mescolato con orzo, e dare ogni settimana certa piccola distribuizione per testa d’uomo, acciocchè potessono miserevolmente mantenere la loro vita. E non potendosi sostentare i popoli con questa misera provvisione, convenne che il popolo minuto in gran parte per nicistà abbandonasse l’isola, e molti ne fuggirono in Calavra e nel’isola di Sardigna per scampare dalla fame la loro vita. E questapestilenzia non avvenne a’ Ciciliani per sterilità di tempo avverso, che i campi aveano da Dio la loro stagione fertile, e abbondevole della grazia del cielo. E non era tolto loro il coltivamento da nimici strani, nè per rubellione di loro signorie, nè per odio del paese, ch’era patria de’ suoi abitanti a catuna parte e reame d’uno medesimo re: ma stimasi avvenisse per dimostrazione del peccato della ingratitudine dell’abbondanza di troppi beni, e a dimostrare come è divoratrice senza rimedio d’ogni buono stato la cittadinesca discordia, e il divoratore fuoco della laida invidia.


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