LIBRO SECONDOCAPITOLO PRIMOProlago.
Perocchè anticamente gl’infedeli e i pagani e le barbare nazioni, compiacendosi alla reverenza delle virtù morali, i cominciamenti della guerra alle ragioni della giustizia congiugneano, non senza debita ammirazione ne’ nostri tempi, ne’ quali i cristiani, non solamente dalle morali, ma dalle virtù divine ammaestrati nella perfetta fede di Cristo nostro redentore, molti trapassano con disordinato appetito la via eguale della vera giustizia, e seguitando la sfrenata volontà della tirannesca ambizione, non colle debite ragioni, ma con perverse cagioni, con subiti e sprovveduti assalti gli sprovveduti popoli assaliscono, le città e le terre, confidandosi nella loro quiete, per furti, per tradimenti, e per inganni rapiscono, sforzandosi con ogni generazione d’inganni quelle soggiogare, e sottomettere al giogo della loro tirannia; e non meno la cristianità, che le infedeli nazioni, di queste malizie e inganni spesso si conturba. E avvegnachè queste cose senza vergogna de’ laici secolari raccontare non si possono,ne’ cherici, e massimamente ne’ prelati, i quali, invece di Cristo fatti spirituali pastori della sua greggia, diventando rapaci lupi, nelle predette cose sono con ogni abominazione da detestare. E però venendo al cominciamento del secondo libro del nostro trattato, diverse e varie cagioni di questa materia prima ci s’apparecchiano, vinti da onesta necessità, la verità del fatto, con seguire nostra materia, racconteremo.
I Fiorentini avendo per gelosia presa la guardia del castello di Prato e della città di Pistoia, usciti della paura di quelle, si stavano in pace, riputandosi essere in amistà dell’arcivescovo di Milano, perocchè guerra non v’era, e contro a sua impresa i Fiorentini non s’erano voluti travagliare. Con Bologna tenea le strade e i cammini aperti, e le mercatanzie d’ogni parte andavano e venivano sicure. E spesso il tiranno scrivea al comune de’ suoi onori e de’ singulari servigi, come accade ad amici, e il comune a lui, come a reverente signore e caro amico. E con folle ignoranza stava il nostro comune senza sospetto, e per non dare materia di sospetto al vicino tiranno, si guardava di fornirsi di capitano di guerra e di gente d’arme, e appena aveano fornite di guardie le loro castella. Il tiranno, ch’avea fatta la lega con gli altri tiranni d’Italia e con tutti ighibellini, si venia fornendo di gente d’arme al suo soldo a piè e a cavallo, e vegghiava al continovo contro al nostro comune nella conceputa malizia, attendendo il tempo che a ciò avea divisato. E in questo mezzo carezzava con doni e con servigi i suoi vicini tiranni, per averli più pronti al suo servigio al tempo del bisogno. E si pensava, che ingannando i Fiorentini, e venendo della città al suo intendimento, essere appresso al tutto signore d’Italia. E i rettori della città di Firenze avendo a’ suoi confini il tiranno potente, viveano improvvisi, sotto confidenza degna di biasimo e di grave punizione. Ma così avviene spesso alla nostra città: perocchè ogni vile artefice della comunanza vuole pervenire al grado del priorato e de’ maggiori ufici del comune, ove s’hanno a provvedere le grandi e gravi cose di quello, e per forza delle loro capitudini vi pervengono; e così gli altri cittadini di leggiere intendimento e di novella cittadinanza, i quali per grande procaccio, e doni e spesa si fanno a’ temporali di tre in tre anni agli squittini del comune insaccare: è questa tanta moltitudine, che i buoni e gli antichi, e’ savi e discreti cittadini di rado possono provvedere a’ fatti del comune, e in niuno tempo patrocinare quelli, che è cosa molto strana dall’antico governamento de’ nostri antecessori, e dalla loro sollecita provvisione. E per questo avviene, che in fretta e in furia spesso conviene che si soccorra il nostro comune, e che più l’antico ordine, e il gran fascio della nostra comunanza, e la fortuna, governi e regga la città di Firenze, che il senno o la provvidenzade’ suoi rettori. Catuno intende i due mesi c’ha a stare al sommo uficio al comodo della sua utilità, a servire gli amici, o a diservire i nimici col favore del comune, e non lasciano usare libertà di consiglio a’ cittadini: e questo è spesso cagione di vergogna e di grave danno del nostro comune, ricevuto da’ suoi minori e impotenti vicini.
Era in questo tempo rimaso in Bologna messer Iacopo de’ Peppoli, il quale fu traditore con messer Giovanni suo fratello della propria patria, vendendo la città e i suoi cittadini all’arcivescovo, come detto abbiamo, al quale la sua malizia, e il commesso peccato, tosto apparecchiò alcuna penitenza alle sue male operazioni. Che trattando egli con certi tiranni lombardi di fare rivolgere la città di Bologna, l’arcivescovo, o vero o bugia che fosse, sentì che trattato si tenea per lui e per alcuni altri cittadini di Bologna: e la boce corse che trattavano co’ Fiorentini: e questo non ebbe sostanza alcuna di verità. Il tiranno avea voglia di trarlo di Bologna, sicchè ogni lieve ragionamento o materia gli fu assai: e però di presente fece prendere lui e’ figliuoli e alcuni altri cittadini, e condannati gli altri a morte, messer Iacopo per grande servigio condannato a perpetuacarcere, e pubblicati i suoi beni alla sua camera, come di traditore, e tolsegli i danari che gli restavano della vendita di Bologna, e le castella che dato gli avea, e il proprio patrimonio: e fattolo venire co’ figliuoli a Milano, incarcerò lui nel castello di... e i figliuoli a Cremona. L’altro fratello che a quello tempo era in Milano non involse in questa sentenza, il quale dissimulando suo dolore rimase in Milano in lieve stato, per passare il tempo alla provvigione del signore, con amaro cuore. Assai tosto ha fatto manifesto qui il divino giudicio la miseria a che sono condotti i traditori della loro patria, i quali per disperato consiglio, i cittadini i quali gli aveano con grande onore esaltati e fatti signori sottopuosono per avarizia al giogo del crudele tiranno: e ora spogliati de’ propri beni, e privati d’ogni amore de’ loro cittadini, in calamitosa prigione danno esemplo agli altri di più intera fede a’ loro comuni.
Nel mese di luglio del detto anno, l’arcivescovo di Milano, avendo purgato di sospetto la città di Bologna, per la morte d’alquanti cittadini e per l’incarcerazione di messer Iacopo de’ Peppoli e de’ figliuoli, e accolti e fatti accogliere quasi tutti i soldati oltramontani d’Italia, parendoli venuto il tempo di scoprire a’ suoi collegati ghibellini d’Italia la sua intenzione, ebbe inMilano i caporali di parte ghibellina d’Italia, e conferì con loro di volere sottomettersi il comune di Firenze, e con molte ragioni dimostrò com’era venuto il tempo da poterlo fare col loro aiuto: e ciò fatto, era spento in Italia il nome di parte guelfa. La proposta fu in piacere di tutti. Eranvi caporali, oltre a’ Lombardi, gli Ubaldini, i figliuoli di Castruccio Interminelli e messer Francesco Castracani da Lucca, messer Carlino di Pistoia e’ suoi, il conte Nolfo d’Urbino, i conti di Santafiore e il conte Guglielmo Spadalunga, e de’ ribelli del comune di Firenze alquanti di quelli da Cigliano, e messer Tassino e il fratello discesi della casa de’ Donati. E non volendosi scoprire d’esservi in persona i Tarlati d’Arezzo, il vescovo co’ suoi Ubertini, e’ Pazzi di Valdarno, e il conte Tano da Montecarelli, ch’erano allora in pace e in amore col comune di Firenze, in segreto vi mandarono catuno segreti ambasciadori con pieno mandato. I quali tutti udita l’intenzione del potente tiranno furono molto allegri, e confortarono l’arcivescovo dell’impresa: aggiugnendo che sentivano i cittadini di Firenze in tanta discordia per le loro sette, e per lo male contentamento del reggimento della città, e Arezzo e Pistoia in sì male stato, che se la sua potenza improvviso a quelli comuni col loro aiuto si stenderà sopra loro, non vedeano che di tutto in breve tempo e’ non fosse signore: e la signoria di Firenze il facea signore d’Italia. E così d’un animo rimasono in accordo col tiranno di fare l’impresa ordinata; e data la fede della loro credenza e di loroaiuto, con grandi promesse lieti si ritornarono in loro contrade, e intesono d’apparecchiarsi di cavalli e d’arme al loro podere. L’ordine fu preso, che quando l’oste dell’arcivescovo fosse sopra i Fiorentini, che gli Ubaldini co’ Romagnuoli assalissono nel’alpe, e i Tarlati Ubertini e Pazzi si rubellassono e assalissono il Valdarno: e il conte Tano da Montecarelli movesse guerra in Mugello. A’ Pisani intendea l’arcivescovo co’ suoi confidenti ambasciadori fare rompere pace a’ Fiorentini, e muovere guerra dalla loro parte: cercando muoverli con sue coperte suasioni, non dimostrando il perchè, in suo aiuto. Ma i Pisani accorgendosi del fatto, nutricavano il tiranno con parole di speranza, e mandarono a lui loro ambasciadori per potere sentire più il vero da che movea quella inchiesta, e per avere più tempo a deliberare. E questo avvenne, perocchè allora la città di Pisa signoreggiava per li Gambacorti, uomini mercatanti e amici de’ Fiorentini. Ma i governatori del comune di Firenze, addormentati e fuori della mente, non procuravano di sentire queste cose, e quello che sentivano mettevano al non calere, e provvisione alla loro guardia non faceano, sentendo che molta gente d’arme s’accogliea in Lombardia, e che Lombardia non era in guerra, ma in lega coll’arcivescovo di Milano. I quali rettori del nostro comune non erano degni di governare il fascio di tanta città, ma di grandi pene delle loro persone, commettendo contro al loro comune pericolo d’irreparabile fallo.
L’arcivescovo di Milano, la gente d’arme che avea in diverse parti in Lombardia, in pochi dì la fece venire a Bologna: e fatto capitano messer Giovanni de’ Visconti da Oleggio, il quale per fama si tenea essere suo figliuolo, per addietro capitano de’ Pisani, e prigione de’ Fiorentini nella battaglia che feciono per soccorrere Lucca alla Ghiaia, animoso contro a’ Fiorentini, singularmente per quell’onta, uomo di grande animo, e accompagnato da’ caporali ghibellini lombardi toscani e marchigiani, maestrevoli conducitori di guerra, si pensò prosperamente fornire la commissione a lui fatta per lo suo signore. Il castello della Sambuca, nel passo della montagna tra Bologna e Pistoia, era allora per difetto de’ Fiorentini nelle sue mani, al quale avea di vittuaglia per l’oste grande apparecchiamento; e di questo non s’erano accorti i Fiorentini: e così provveduto, subitamente a dì 28 del mese di luglio, gli anniDomini1351, mosse colla sua oste da Bologna, e prima fu valicato la Sambuca, e accampatosi presso a Pistoia a quattro miglia, per attendere il rimanente del suo esercito, che i Fiorentini sapessono alcuna cosa, o che avessono avuto pensiero che la forza del tiranno si stendesse sopra loro: ma sentendo questo, subitamente, in que’ due dì ch’e’ nimici attesono la loro gente, i Fiorentini misono gente d’arme a pièe a cavallo in Pistoia, sicchè dentro vi si trovò alla guardia da cinquecento cavalieri e seicento fanti alla venuta dell’oste, messer Giovanni raunata tutta la sua oste e la vittuaglia, a dì 30 di luglio predetto si strinse alla città di Pistoia, credendolasi avere per vane promesse, ma non essendogli risposto come s’avvisava, vi si strinse e posevisi ad assedio. La gente de’ Fiorentini che dentro v’era, faceano di dì e di notte sofficiente e buona guardia, e per questo, se trattato niuno v’era non s’ardì a scoprire, ma tutti i cittadini colla gente de’ Fiorentini insieme attesono alla difesa della città.
Gli Ubaldini, ch’erano in pace col comune di Firenze, sentendo l’oste dell’arcivescovo sopra Pistoia, avendo fatto loro sforzo, e avuto cavalieri del tiranno, improvviso a’ Fiorentini apparirono nell’alpe, e corsono a Firenzuola, che si redificava pe’ Fiorentini, ma non era ancora cinta di mura, nè di fossi nè di steccati, ma incominciata, e dentro v’erano capanne per alberghi, e lieve guardia per tener sicuro il cammino, sicchè senza contrasto la presono e arsono: e andaronsene a oste a Montecolloreto, nel quale era castellano per lo comune di Firenze uno popolano de’ Ciuriani di Firenze, giovane poco scorto degl’inganni delle guerre. Costuivedendosi assediato, e dando fede alle parole de’ nimici, i quali diceano come Firenze era per arrendersi al signore di Milano, si condusse mattamente a patteggiar con loro: che se in fra ’l terzo dì non fosse soccorso, darebbe la rocca: e per istadico diede un suo fratello. I Fiorentini ch’aveano l’animo a guardare quella fortezza, cercarono di soccorrerla, e trovato uno conestabile valente con venticinque masnadieri, promise d’entrare innanzi al termine nel castello; e di presente si mise in cammino: e tanto procacciò per suo ingegno e virtù, che innanzi il termine fu nel castello, ma non potè entrare nella mastra fortezza, che si guardava per lo castellano, e ’l castellano avendo questo soccorso si potea difendere per lungo tempo da tutta la forza ch’avessono potuta fare gli Ubaldini, perocchè il luogo era fortissimo e bene fornito: ma essendo (come egli follemente avea messo il fratello nelle mani de’ nimici, i quali minacciavano d’impiccarlo se non rendesse la rocca) vinto dall’amore della carne, non volle ricevere il soccorso, anzi diede la rocca a’ nimici. E salvate le persone da’ nimici, condotto a Firenze, e giudicato traditore del comune, per la sua dicollazione e di due suoi compagni diede esemplo agli altri castellani di più intera fede al loro comune. I mallevadori che dati avea di rassegnare la rocca al comune convenne che pagassono lire ottomila com’erano obbligati.
Messer Piero Sacconi co’ suoi Tarlati usciti d’Arezzo, e il vescovo d’Arezzo degli Ubertini co’ suoi consorti, e Bustaccio co’ Pazzi di Valdarno, per lungo tempo stati in pace e in protezione col comune di Firenze, sentendo l’avvenimento di messer Giovanni Visconti da Oleggio con grande forza d’arme sopra Pistoia, si ragunarono con tutto loro sforzo di gente d’arme a piè e a cavallo a Bibbiena; e dall’arcivescovo aveano avuto dugentocinquanta barbute, acciocchè potessono fare maggiore guerra. Di presente, improvviso a’ Fiorentini, cominciarono a cavalcare sopra loro, e sopra i conti Guidi, amici e fedeli del comune di Firenze, e oggi correvano in una contrada e domane in un’altra, uccidendo e predando, e facendo aspra guerra. I Fiorentini vedendo d’ogni parte le subite e sprovvedute tempeste venire sopra loro, e sentendo gli amici diventati nimici, ebbono paura non piccola, mescolata di grande sospetto, e i provveduti rettori del comune non sapeano che si fare. E così era la città di forza e di consiglio spaventata, e molto piena di paura e di sospetto per modo, che non veggendo nè per atto nè per consiglio alcuna cagione di sospetto cittadinesco, non si fidava l’uno del’altro, e non si provvedea al comune riparo per via di consiglio in que’ primi cominciamenti.
Vedendosi i Fiorentini con tanta forza e da cotante parti assalire dal signore di Milano, senza avere con lui alcuna guerra o conturbagione di pace, elessono alquanti cittadini, e mandaronli ambasciadori nel campo a messer Giovanni da Oleggio, capitano dell’oste sopra a Pistoia, i quali essendo giunti nel campo, furono ricevuti dal capitano assai cortesemente. E secondo la commissione a loro fatta da’ priori e da’ collegi del nostro comune, domandarono messer Giovanni, con ciò fosse cosa che tra l’arcivescovo suo signore e ’l comune di Firenze fosse pace e niuno sospetto di guerra, perchè venuto era ostilmente come contra suoi nimici sopra il comune di Firenze, non avendo prima annunziato al comune la sua guerra secondo i patti della pace, salvo che per una breve lettera, mandata per lui poichè fu sopra Pistoia: la quale senza precedente cagione di nostro fallo, disse:non avete voi voluto osservare la pace, e però vi facciamo la guerra: la quale non era nè onesta nè debita cagione; e però siamo mandati dal nostro comune a sapere la verità di questo movimento. Udito il capitano la loro ambasciata, raccolse il suo consiglio, e appresso rispose altieramente in questo modo. Il nostro signore, messer l’arcivescovo di Milano, è potente, benigno e graziososignore, e non fa volentieri male ad alcuna gente, anzi mette pace e accordo in ogni luogo ove la sua potenza si stende; è amatore di giustizia, e sopra gli altri signori la difende e mantiene: e qui non ci ha mandati per mal fare, ma per volere tutta la Toscana riducere e mettere in accordo e in pace, e levare le divisoni e le gravezze che sono tra’ popoli e’ comuni di questi paesi. E perchè a lui è pervenuto e sente le divisioni discordie e sette, e le gravezze che sono in Firenze, le quali conturbano e aggravano la vostra città e tutti i comuni di Toscana, ci ha mandati qui affinchè voi vi governiate e reggiate in pace e in giustizia per lo suo consiglio, e sotto la sua protezione e guardia; e così intende volere addirizzare tutte le terre di Toscana. E dove questo non si possa fare con dolcezza e con amore, intende farlo colla forza della sua potenza e degli amici suoi. E a noi ha commesso, ove per voi non si ubbidisca al suo buono e giusto proponimento, che mettiamo la sua oste in sulle vostre porti e intorno alla vostra città, e che ivi tanto manterrà quella, accrescendola e fortificandola, continuamente combattendo d’ogni parte il contado e il distretto del vostro comune col fuoco e col ferro, e colle prede de’ vostri beni, che tornerete per vostro bene alla volontà sua. Udendo gli ambasciadori la superba risposta del capitano e del suo consiglio, non parve che luogo e tempo fosse di quivi stendere più loro sermone: e però domandarono sicurtà fino a Bologna per potere andare al signore di Milano, come aveano in commissione dal loro comune, la quale il capitanonon volle dare. E però si tornarono a Firenze, e spuosono a’ signori e al consiglio quello ch’aveano avuto dal capitano dell’oste per risposta della loro ambasciata, per la quale l’animo de’ cittadini di Firenze crebbe più in disdegno che in paura.
Essendo stata l’oste del tiranno otto dì sopra la città di Pistoia, e mancata la speranza d’avere la terra, per la buona guardia e sollecita che ’l dì e la notte vi faceano i Fiorentini: e il somigliante di Prato, nelle quali terre erano le tre parti della gente d’arme che allora aveano i Fiorentini, essendo la città di Firenze quasi rimasa senza aiuto di soldati forestieri, e non avendo capitano di guerra: messer Giovanni da Oleggio col consiglio de’ caporali ghibellini ch’avea con seco, i quali stavano solleciti a sentire il fatto del nostro comune, e sentivano essere dentro grande sospetto e poco consiglio, e minore forza d’arme che in Pistoia e in Prato, con molte verisimili suasioni mossono il capitano subitamente a stringersi sopra Firenze colla sua oste: il quale essendo uomo di grande ardire, e animoso contro a’ Fiorentini, sentendosi accompagnato da molti buoni capitani di guerra, e da cinquemila barbute, e da duemila altri cavalieri, e seimila masnadieri a piede, non bene provvedutodi vittuaglia, sperando nel contado di Firenze farsene abbondevole, come mostrato gli era, a dì 4 d’agosto del detto anno subitamente levò il campo da Pistoia, e per la strada dritta e piana senza arresto valicata la terra di Prato, condusse la sua oste in sull’ora del vespero a Campi, Brozzi e Peretola, improvviso, non che a’ Fiorentini, ma agli uomini di quelle ville e contrade, per la qual cosa non poterono campare alcuna cosa, fuori che le persone, e di quelle vi rimasono assai. Il capitano per non conducersi al tardi, e perchè il luogo era albergato e pieno d’ogni bene, fermò il campo a Campi. Della villa di Campi e d’altre d’intorno raccolsono grano e biada e carnagione assai, e molte masserizie e letta de’ paesani: e intesono a starsi ad agio e a rinfrescare la gente di vivanda, della quale intorno a Pistoia aveano avuto disagio. E dato l’ordine al campo di buona guardia di dì e di notte, provviddono che ogni cavalcata che si facesse verso la città di Firenze avesse riscossa di mille cavalieri il meno. E incontanente cominciarono a cavalcare per lo piano, prendendo e raccogliendo il bestiame e la roba che rimasa v’era senza trovare riparo, e alcuna volta si stesono infino alle mura della città di Firenze. I Fiorentini sentendo questa subita venuta dell’oste sopra la città, e la baldanza presa d’aversi lasciato dietro Pistoia e Prato, sbigottirono disordinatamente, non trovandosi forniti nè provveduti al riparo. E i rettori del comune per lo fallo commesso dell’abbandonata provvisione non sapeano che si fare; e molto temeano che fossono venuti cosìbaldanzosi a istanza de’ loro cittadini d’entro. E in questa contumacia e sospetto si stette insino che manifesto apparve per l’operazione de’ cittadini grandi e popolani grassi, che catuno era in fede al suo comune: e levata la nebbia che teneva intenebrata la mente del popolo e del comune, presono più ardire, e feciono trarre fuori i gonfaloni, e andarono coll’arme alle porti, e fecionle serrare di verso la parte d’ond’erano i nimici; e ordinarono guardie di buoni cittadini, facendo il dì e la notte fare buona guardia. E armarono le mura di ventiere, e le più deboli parti feciono afforzare per difendere la città, che di mettere gente in campo a quell’ora non aveano podere.
Avvenne, che stando l’oste a Campi, per mala provvisione, tutto il bestiame ch’avrebbe dato con ordine lungamente carne all’oste, in pochi dì si straziò e consumò. E in quello tempo era sformato caldo e secco grande, e tutte mulina di quelle contrade erano state sferrate e guaste; per la qual cosa, benchè l’oste avesse del grano, non potea fare farine, ed erano in grande soffratta di sale. E la vittuaglia di quel piano cominciò a mancare, e quella che venia da Bologna per scorta era spesso in preda de’ cavalieri ch’erano in Pistoia. E per questo avvenne, che in pochi dìall’oste mancò il pane e il sale: e non aveano che manicare, se non carne, e di quella poca, e cocevanla col grano, che farina non aveano. Da niuna parte del contado di Firenze aveano mercato, e cavalcate non poteano stendere in parte onde recare potessono fornimento al campo, perocchè tutte le circustanze aveano sgombrato e ridotto nella città. Onde cominciarono a sentire fame, e il caldo li consumava e affliggeva forte i corpi degli uomini; e il maggiore sussidio ch’avessono era l’agresto e le frutta non mature: e poco tempo v’aveano a stare, che senza essere contastati da’ Fiorentini veniano in ultima disperazione. I loro capitani e conducitori vedendosi a questo pericolo, diedono voce di volersi strignere alla città, e per forza valicare nel piano di san Salvi. I Fiorentini temettono di questo: e non trovandosi gente d’arme da potere contradiare il passo a’ nimici, feciono una tagliata dal ponte della porta a san Gallo infino alla costa di Montughi: e ivi misono molti balestrieri e popolo alla guardia, con ordine di soccorso se bisogno fosse. L’altra voce diedono di tornarsene per lo piano d’ond’erano venuti verso Pistoia; i Pistolesi per questa tema ruppono i passi, e abbarrarono i cammini con fossi e con alberi. E per questo i Fiorentini più temeano che non valicassono nel piano di san Salvi, e per questa cagione afforzarono di bertesche e di steccati la rocca di Fiesole, e fecionla guardare; e nondimeno tutto il contado da lunge e d’appresso feciono sgombrare da quella parte. I capitani dell’oste vedendosi a cotanto disagio, non ardirono di strignersi più alla città, anzi levaronoil campo, a dì 11 d’agosto del detto anno, e traendosi addietro si puosono a Calenzano. I Fiorentini stimando che se n’andassono, sonarono le campane del comune a stormo; e il popolo volonteroso a cacciare chi fuggisse s’armò, e alquanti mattamente senza ordine e senza capitano uscirono della città: ma sentendo che i nimici non fuggivano, tosto ritornarono dentro dalle mura. Ma di questo nacque la voce per lo contado e scorse per tutto, che se n’andavano per la Valdimarina; e di stormo in stormo si mossono i contadini senza ordine o comandamento del comune, e occuparono le montagne sopra la Valdimarina d’ogni parte, e furono loro tanto innanzi all’ora del vespero, che forte feciono temere e maravigliare i nimici, ch’aveano intenzione di valicare nel Mugello per quella via. Come i capitani ebbono fermo il loro campo sotto Calenzano in sulla Marina, feciono combattere la pieve e certa fortezza ov’era raccolta la vittuaglia de’ paesani, e presonle a patti, salve le persone: e anche presono il castello di Calenzano, che non era murato nè difeso, e in questa tenuta trovarono alcuno rinfrescamento. Fino a quell’ora non aveano fatta alcuna arsione: stando ivi, uno grande conestabile tedesco si stese a Pizzidimonte, e fuvvi morto da’ villani; e per questa cagione vi cavalcarono e arsonlo, e appresso alcuna altra villa intorno a Calenzano. E feciono provvedere i passi per valicare in Mugello, ch’ogni altro viaggio era loro, in stremità del pane, più pericoloso a pigliare.
La necessità delle cose da vivere, l’un dì appresso l’altro già tornata in fame, strignea l’oste del Biscione, che così si chiamava allora, a partirsi del piano, ove senza speranza di potersi allargare, di pane erano affamati. I cittadini di Firenze, a cui era commessa la provvisione della guerra, ch’erano oltre a’ priori e a’ collegi diciotto tra grandi e popolani, sapeano bene il difetto ch’aveano i nemici, ma non aveano capitano, e da loro non sapeano la maestria della guerra, conobbono per lo comune grido, che agevole era a tenere loro il passo che non entrassono nel Mugello per la Valdimarina, che per natura il luogo era stretto, e’ passi aspri e forti, da tenergli poca gente con loro sicurtà da tutta l’oste: e vidono manifesto, che dove questa via s’impedisse loro, convenia che si partissono, tornando addietro da Pistoia sconciamente. Ma la tema della boce che non passassono a san Salvi, ch’era quasi impossibile, fece al comune non riparare a quel passo. Ma un gentile scudiere alamanno, il quale in quel tempo per lo comune era capitano in Mugello, da se medesimo commise a uno della casa de’ Medici, il quale era in sua compagnia, ch’andasse a provvedere al passo, e diegli dugento fanti e cinquanta cavalieri. La commissione fu debole a cotanto fatto:nondimeno se il cittadino fosse stato valoroso, e avesse voluto acquistare onore, molto agevole gli era a guardare quel passo, perocchè i Mugellesi sentendo che il capitano mandava a guardare quel passo, con grande animo di ben fare trassono da ogni parte allo stretto ov’era venuto il provveditore. Ed essendo nel luogo, viddono che il passo si difendea senza dubbio, a grande sicurtà de’ difenditori, per la fortezza naturale di quelle valli, onde conveniva l’oste de’ nemici valicare a piede, e uomo innanzi uomo, che a cavallo insieme non v’era modo da poter valicare. Ma il cittadino deputato a quel servigio disse a’ Mugellesi che gli conveniva essere altrove, e quivi per niuno modo si potea ritenere. Onde i Mugellesi ch’erano tratti coraggiosi alla difesa, vedendo come colui cui doveano avere per capitano a quella guardia si partiva, perderono ogni vigore: e partito il capitano, tornarono a casa, e cominciarono a fuggire il loro bestiame, e le loro famiglie e masserizie, maledicendo il comune di Firenze e’ suoi governatori, con giusta cagione della loro fortuna.
I capitani dell’oste che si vedeano in gran bisogno d’uscire del luogo dov’erano stretti dalla fame, seppono di presente come il passo era abbandonato da’ Mugellesi, e però incontanentemandarono innanzi masnadieri eletti, e buoni balestrieri a prendere il passo: e senza arresto levarono il campo, a dì 12 d’agosto del detto anno, e misonsi loro appresso. In sul passo erano rimasi alquanti fanti del paese, i quali di loro volontà attesono i masnadieri de’ nemici; e alle mani con loro, li ributtarono indietro. Ma vedendosi pochi e senza soccorso, e vedendo i nemici che riempieano le coste de’ poggi e le valli d’ogni parte, abbandonarono il passo, e i nemici di presente il presono, e l’oste senza contrasto o pericolo valicò, facendosi grandi beffe del comune di Firenze, parendo a catuno di servo essere divenuto signore. E pensando alla viltà ch’avevano trovata ne’ Fiorentini, a non avere fatto tenere e difendere quel passo, e al poco provvedimento che mostravano ne’ fatti della guerra, crebbe la loro superbia. E poichè si viddono essere valicati senza contrasto nel piano di Mugello, presono fidanza d’essere signori di tutto il paese senza contrasto, e quel dì medesimo cavalcarono a Barberino, e a Villanuova. Barberino era forte e bene fornito alla difesa, e molta roba v’era dentro raccolta delle vicinanze, ad intendimento di difendersi, tanto ch’avessono soccorso da’ Fiorentini. Ma Niccolò da Barberino, antico castellano e de’ nobili di quella terra, avendo la fede corta al comune di Firenze, se n’andò al capitano dell’oste, e senza consiglio de’ suoi castellani, a suo vantaggio trasse patto, e rendè il castello a’ nemici, e misonvi la loro guardia, e la vittovaglia che v’era fece dare all’oste. Villanuova, e Gagliano, eLatera, e altre terre circustanti, che non erano di gran fortezza, nè guardate da gente d’arme del comune di Firenze, feciono il comandamento del capitano dell’oste, e dieronli il mercato. Trovandosi la gente affamata in paese largo e dovizioso e pieno d’ogni bene, soggiornarono volontieri più dì, per prendere conforto delle loro persone, e a’ loro animali, che tutti n’avevano gran bisogno. Ma chi ha ne’ fatti della guerra il tempo da avanzare, e per riposo lo indugia, tardi il racquista; e così avvenne a costoro per lo detto soggiorno, come appresso diviseremo.
Il conte Tano di Montecarelli rompendo la pace ch’avea col comune di Firenze, essendo con gli altri ghibellini collegato coll’arcivescovo, avendo in prima per inganno, per mala provvedenza del castellano, ritolta a’ Fiorentini la rocca di Montevivagni, nella quale era a guardia uno popolare figliuolo di Piero del Papa, il quale fu però condannato per traditore, come sentì l’oste del Biscione nel Mugello, fece suo sforzo di cavalieri in piccolo numero, e in persona con i suoi compagni a cavallo e con dugento fanti venne nell’oste, e in Montecarelli mise la guardia per l’arcivescovo e le sue insegne; e mentre che l’oste stette in Mugello fu a nimicare il comunedi Firenze, e a dare il mercato all’oste, e ricetto in Montecarelli a’ nemici del comune.
Avvenne come l’oste del tiranno fu valicata nel Mugello, e dilungata dalla città, a’ Fiorentini parve al tutto essere fuori di sospetto, e ritornò loro il vigore e la virtù dell’animo a consigliare e a provvedere a’ rimedi. E in quello stante che l’oste si riposava a Barberino, misono nella Scarperia Iacopo di Fiore conestabile tedesco, uomo leale e valoroso, il qual era capitano del Mugello. A costui dierono dugento cavalieri eletti di buona gente, e trecento masnadieri esperti in arme, de’ quali quasi tutti i conestabili furono Fiorentini, uomini di grande pregio in fatti d’arme. E fornirono la terra di molta vittuaglia, e d’arme, di balestra, e di saettamento, e di lagname e di ferramenti, e di buoni maestri da fare ogni dificio da offendere e da difendere; e fornita d’ogni cosa bisognevole per un anno, al detto capitano e conestabile accomandarono la guardia e la difesa di quello castello. E per simigliante modo e forma fornirono il Borgo a san Lorenzo, e Pulicciano, e altre fortezze. E mandarono armadure, saettamento e balestra, e ammonirongli di buona guardia, confortandogli che a ogni bisogno avrebbono aiuto e soccorso presto dal comune. E gli uficiali deputati alla provvigione di quella guerra si cominciaronoa provvedere, e accogliere gente di soldo a cavallo e a piè quanti avere ne poteano, per attendere alla difesa.
Messer Giovanni da Oleggio capitano dell’oste, e il Conte Nolfo da Urbino maliscalco, veduto la gente rinfrescata, e presa forza e baldanza per lo abbondante paese dove si trovarono, con le spalle di Bologna, onde potevano avere prestamente aiuto e favore quando bisogno fosse, pensavano senza contrasto essere signori di tutto. E con questa baldanza, a dì 20 del mese d’Agosto del detto anno vennero colle schiere fatte sopra il castello della Scarperia, e con loro s’aggiunsono gli Ubaldini, ch’erano con tutto loro sforzo nell’alpe, e più altri ghibellini nemici del comune di Firenze. La Scarperia era a quell’ora debole terra di piccolo compreso, e non era murata se non dall’una delle parti, ma in quello stare di Barberino, in molta fretta s’era rimesso il fosso vecchio e trattone la terra, e innanzi a quello fattone un’altro piccolo, e racconciato lo steccato assai debole. I nimici vi furono intorno con tanta moltitudine di cavalieri e di pedoni, che copriano tutto il piano, e avendo da ogni parte circondato il piccolo castello, e fermi i campi loro, domandarono il castello a coloro che ’l guardavano, dicendo come i Fiorentini non lo potevano soccorrere nè difendere,ma perocchè sentivano che dentro v’erano di prod’uomini e virtudiosi d’arme, voleano far loro grazia d’avergli per amici, dove rendessono la terra senza contasto: e che quando questo non facessono nel breve termine loro assegnato, gli vincerebbono per battaglia, e la vita non perdonerebbono ad alcuno: e così era deliberato per lo capitano e per tutti i guidatori dell’oste. Gli assediati risposono che voleano termine a rispondere, e che dopo il termine farebbono quello che la fortuna concedesse con loro onore. Furono domandati da’ capitani quanto termine voleano. Gli assediati risposono, che con loro onore non vedeano che potesse essere meno di tre anni: e dopo il detto termine intendeano prima morire in su i merli, che di quelli dessono uno a’ nimici: e di così franca risposta molto feciono maravigliare i capitani dell’oste, parendo che si mettessono a grande pericolo a volere difendere così debole castello, e da cotanta forza. E fatta la risposta, di presente s’ordinarono e di dì e di notte a molta sollecita guardia, e a buona e a franca difesa; e cominciarono a regolare la vita di tutti, come se l’oste vi dovesse stare due anni. I nimici cominciarono prima ad assalirli con grossi badalucchi, per tentare il loro reggimento, il quale trovarono sollecito, e maestrevolmente provveduto alla difesa.
I Fiorentini ch’al continovo raccoglievano gente d’arme a cavallo e a piè al loro soldo, e sollecitavano gli amici d’aiuto, avendo già accolto un poco di gente, deliberarono d’afforzare Spugnole e Montegiovi per guardare le contrade di qua da Sieve, e per dare alcuna speranza agli assediati della Scarperia, e ivi misono de’ cavalieri ch’aveano, e parecchie masnade di buoni e valorosi masnadieri. E al Borgo a san Lorenzo crebbono gente d’arme: e come crescea al comune gente d’arme per soldo o per amistà gli mandavano alle frontiere de’ nemici in Mugello. Onde avvenne più volte, che per gli aguati da catuna parte, e per le cavalcate de’ nimici v’ebbe di belli e di grossi assalti, ove si mostrarono operazioni di buoni cavalieri e di franchi masnadieri. Per questo avvenne che i nemici non ardirono a valicare la Sieve colle loro cavalcate inverso Firenze. E tutte loro cavalcate di là da Sieve faceano grosse di mille cavalieri, o di millecinquecento, o di duemila per volta, e nondimeno erano continuamente percossi alla ritratta, e assaliti d’aguati che si metteano loro. E in questo modo si venne domesticando la guerra, e gli uomini del paese cominciarono a prendere cuore e ardire, per modo che i villani si raccoglieano insieme e nascondevansi a’ passi, e come i cavalieri si stendevano alle ville gli uccidevano; e avvezzia questo guadagno dell’arme e de’ cavalli, con molta sollecitudine intendevano a tendere i loro aguati in ogni luogo. E per questo modo uccisono de’ nemici grande quantità nel tempo che durò la detta guerra.
Al castello di Pulicciano furono condotti per certi ghibellini della terra in una cavalcata cinquecento cavalieri e quattrocento fanti, e non essendo se non pochi terrazzani nella fortezza di sopra, appena la difesono. I borghi di fuori arsono e rubarono, e mandaronne il bestiame e la preda nel campo. Sentito questo a Firenze, subito vi mandò il comune cento fanti masnadieri alla guardia: i quali vi furono tosto a gran bisogno, perocchè quelli dell’oste per seducimento di traditori del castello, e per conforto de’ soldati ch’erano stati in quella cavalcata, si pensarono vincere la fortezza, che non era chiusa di mura, ma da uno vile steccato, e avendo quella, signoreggerebbono un paese forte e pieno d’ogni bene da vivere: e però una mattina per tempo vi feciono cavalcare duemila barbute, e mille fanti e più balestrieri. E giunti a piè del castello, i cavalieri scesono de’ cavalli, e con gli elmi e colle barbute in testa si legarono con le braccia insieme, tenendo l’uno ’altro, e tra loro ordinarono i balestrieri, e cominciarono da ogni parte a un’ora a montare verso gli steccati. I terrazzaniarditi e fieri, co’ soldati che v’erano, si misono francamente alla difesa colle balestra ch’aveano e co’ sassi maneschi. La forza de’ nemici era grande tanto, che per forza condussono un loro conestabile con la sua bandiera quasi al pari dello steccato. Come si fermò con l’insegna per dare favore agli altri, tra con le balestra e con le pietre lo traboccarono morto giù per la ripa. Nondimeno i nimici con grave battaglia gli stringeano forte, e quelli del castello molto vivamente senza riposo difendeano gli steccati per modo, che da mezza terza fino a mezzo dì, che la battaglia era durata senza arresto, i nimici non aveano potuto abbattere un legno del loro steccato. Per la qual cosa vedendo i cavalieri la franca difesa di que’ villani, e già morti alquanti di loro, e che il giorno era nel calare, disperati di quell’impresa, con loro vergogna si ritrassono della battaglia e tornarono nel campo, e più non tentarono di ritornarvi.
Dall’altra parte messer Piero de’ Tarlati d’Arezzo in prospera vecchiezza, valicati i novanta anni della sua età, e il vescovo d’Arezzo della casa degli Ubertini, e i Pazzi di Valdarno, non ostante che fossono in pace col comune di Firenze, avendodugentocinquanta cavalieri di quelli dell’arcivescovo, e aggiuntosi de’ conti d’Urbino e altri ghibellini, mentre che l’oste era in Mugello, con trecentocinquanta cavalieri e con duemila pedoni si misono da capo predando il contado di Firenze, e vennono all’Ambra, e di là intendeano entrare nel Valdarno e venire a Fegghine. I Fiorentini sdegnosi di questi traditori, subitamente trassono dalle loro frontiere cinquecento cavalieri, e commisono a centocinquanta cavalieri ch’aveano in Arezzo che dovessono venire a raccozzarsi co’ nostri; e mossono il popolo del Valdarno, che con grande animo e di buona voglia andavano in quello servigio. Il comune di Firenze si confidò al tutto in questa cavalcata di Albertaccio di messer Bindaccio da Ricasoli, uomo savio, pro’ e ardito e buono capitano, se fosse stato in fede nel servigio del comune: e benchè altri buoni cittadini fossono mandati in detto servigio, a costui fu dato il mandato che in tutto fosse ubbidito. La gente a piè e a cavallo che cavalcavano di volontà, sopraggiunsono i nimici in sul vespero all’Ambra, in parte, che avendo voluto fare quello si poteva per la nostra gente, non ne campava testa che non fossono morti o presi: perocchè la gente del comune di Firenze era due cotanti, e migliore gente d’arme, e erano nel loro terreno intorniati dagli amici. Questo Albertaccio avendo parentado e amistà co’ detti nimici, portò infamia di non avere servito il comune lealmente. In prima d’avere sostenuta la gente del comune a Montevarchi, che potea più infra ’l dì avere occupati i nimici: appresso, chequando fu a loro non gli lasciò per la nostra gente badaluccare, per tenerli corti e ristretti che non si potessono provvedere: e perocchè non lasciò porre la sera la cavalleria de’ Fiorentini nel luogo dove si poteva torre la via a’ nimici che andare non se ne potessono quella notte. Per li savi che v’erano con lui si provvedeva, nondimeno per lo pieno mandato ch’aveva dal comune fu ubbidito; ed egli mostrava di fare buona e franca capitaneria, e di volere vincere i nimici senza pericolo della sua gente: e però puose quella sera il campo in luogo sicuro a’ suoi, e utile a’ nimici. O vero o bugia che fosse, infamato fu d’avere dato il tempo e fatto assapere a’ nimici che si dovessono partire in quella notte. I nimici traditori del nostro comune, vedendosi sorpresi a loro gran pericolo, intesono con ogni sollecitudine, senza dormire, a campare le persone: e non tennono per una via, ma per diverse parti per lo scuro della notte presono la fuga molto chetamente. La nostra gente non fu ordinata a quella guardia, e poi innanzi che il capitano facesse armare il campo, i nimici erano più di sei miglia dilungati; allora si strinsono ove la sera aveano lasciati i loro avversari, e niuno ve ne trovarono: onde la infamia crebbe al capitano per lo fatto, e il ripitio fu grande tra i cavalieri soldati e il conducitore, ch’avea tolto loro quella preda per mala condotta. La gente che v’era d’Arezzo, forte sdegnata di questo tradimento che parve loro avere ricevuto, si partirono senza licenza del capitano con centocinquanta cavalieri ch’aveano per loro guardia da’ Fiorentini, e tornaronsi in Arezzo.
In quella notte Bustaccio degli Ubertini si ridusse con parte di quella gente a piede e a cavallo nella Badia a Agnano, la quale era molto forte e bene guernita. La cavalleria de’ Fiorentini rimasa con vergogna della partita de’ nimici, sentendo come Bustaccio era ricoverato in quella Badia, cavalcarono là, e trovaronli racchiusi, e ordinati alla difesa di quella tenuta. Il capitano per volere ricoprire sua infamia volea combattere la fortezza; i conestabili de’ cavalieri, stretti insieme, dissono ch’erano stati ingannati, e per baratto aveano perduta la preda de’ nimici fuggiti, e però non intendeano combattere se prima non fossono sicuri della preda, se per patto si lasciassono i nimici partire: e in fine ne furono in concordia d’avere fiorini cinquecento d’oro, come che i nimici si capitassono. E di presente combattendo certo borgo il vinsono. Poi combattendo la Badia furono ributtati a dietro, e perderono tre bandiere, ch’erano in sulle case, le quali i nimici presono, e per paura del passo ove si trovavano le locaro ritte in sull’altare maggiore della badia. I cavalieri aontati delle loro bandiere prese, d’un animo si disponeano per forza a vincere la Badia, e sarebbe venuto fatto loro, ma non senza grande danno, perchè dentro v’erano buoni guerrieri; e però innanzi che alla grave battagliasi venisse, il Roba da Ricasoli, allora discordante per setta d’Albertaccio, volle parlare con quelli d’entro, i quali stavano in gran paura: e parlato loro, di presente s’acconciarono a rendere la Badia, potendosene andare salve le persone, e i cavalli e l’arme. E presa per lo meno reo partito la detta concordia, e data la fede, i nimici si partirono, e la fortezza e le bandiere s’ebbono senza vergogna del comune, e i conestabili vollono i fiorini cinquecento d’oro loro promessi.
Stando l’oste intorno alla Scarperia, e dando opera i capitani a far fare dificii da traboccare nella terra per rompere le torri e mura, e gatti e altri ingegni di legname per vincere la terra per battaglia, e i Fiorentini d’accogliere gente d’arme, e d’avere capitano per poterla soccorrere, l’arcivescovo non restava di tentare i Pisani dalla sua parte in comune e in diviso che rompessono pace a’ Fiorentini, con intenzione di mandare messer Bernabò da quella parte con duemila cavalieri ad assalire co’ Pisani insieme il nostro comune, e faceva loro grandi promesse. I Gambacorti, a cui segno Pisa si governava, non vollono rompere la pace: nondimeno l’arcivescovo avendo favore dentro, e’ consigliò del modo che avesse a tenere di muovere il popolo naturale nemico de’ Fiorentini, ed elesse una solenneambasciata, fornita d’autorità di savi uomini, e mandògli a Pisa: e giunti là, e sposta la loro ambasciata con molte suadevoli ragioni, i Pisani astuti, per pigliare consiglio nel tempo, dissono di rispondere all’arcivescovo per loro ambasciadori, e incontanente gli mandarono a Milano, imponendo loro, che della volontà dell’arcivescovo non si rompessono, ma tranquillassono il fatto. E in questo mezzo provvidono più riposatamente sopra il partito, e conobbono che rompere pace al comune di Firenze non tornava in loro utile: che se l’arcivescovo prendea signoria in Toscana, era loro suggezione e danno; e segretamente feciono quello sentire a tutti i confidenti di quello stato, buoni cittadini. L’arcivescovo avvedendosi del modo che con lui tenevano coloro che governavano la terra, li credette ingannare, e per lo favore ch’avea nel popolo e in molti altri cittadini, e non ostante che avesse gli ambasciadori pisani in Milano, fece maggiore e più solenne ambasciata a’ Pisani; e commise loro, che in parlamento esponessono la sua domanda, come detto gli era, sperando che a grido di popolo avrebbe la sua intenzione contro a’ Fiorentini. E come giunti furono in Pisa, senza sporre alcuna cosa a’ rettori del comune, addomandarono loro di volere il parlamento, e risposto fu loro di farlo adunare volentieri a certo giorno, onde gli ambasciadori furono contenti; e incontanente feciono a tutti i cittadini, con cui aveano conferito loro consiglio, dire che venissono al parlamento; e bandito e sonato a parlamento, come ordinato fu si ragunò il popolonella chiesa maggiore in gran numero, ove furono tutti i cittadini che temeano di perdere loro libertà e il loro stato. Gli ambasciadori ammaestrati in udienza di tutto il parlamento, con molto ornato sermone, ricordando i servigi grandi per la casa de’ Visconti fatti al comune di Pisa, e come gli aveano onorati e aggranditi sopra gli altri cittadini di Toscana, e’ raccontarono per ordine la mala volontà che i Fiorentini aveano verso di loro, e l’ingiurie che altro tempo inimichevolmente aveano loro fatte, e intendeano di fare quando si vedessono il destro, mostrando loro come ora era venuto tempo nel quale il loro signore intendea d’abbattere in tutto lo stato e l’arroganza de’ Fiorentini loro antichi nemici, e spegnere parte guelfa in Italia, e a ciò fare avea mossi tutti i ghibellini di Lombardia e di Toscana, e di Romagna e della Marca, come per opera era loro manifesto. La qual cosa conosciuta per loro, ch’erano capo di parte ghibellina in Toscana, molto doveano essere contenti di poter fare in cotanta loro esaltazione la volontà del loro signore, la quale e’ domandava con tanta istanza a quello popolo. Essendo uditi attentamente, si pensarono a grida di popolo avere impetrata la loro dimanda, ma la cosa andò tutt’altrimenti, per la provvisione de’ savi cittadini, li quali si ritennero in silenzio in quello parlamento, come per loro fu provveduto. E quando gli ambasciadori l’uno dopo l’altro ebbono detto e confermato loro sermone, pregarono gli ambasciadori che si attendessono alquanto, e tosto risponderebbono di comune consentimentoalla loro ambasciata, e così si trassono del parlamento. E usciti gli ambasciadori, gli anziani feciono la proposta che si consigliasse se il comune di Pisa dovesse rompere pace a’ Fiorentini, oggi loro amici e loro vicini, o no: e levatosi alcuno a dire in servigio dell’arcivescovo, molti più, i maggiori cittadini, si levarono a dire come grande male e vergogna del loro comune sarebbe, avendo ferma e buona pace col comune di Firenze, a romperla contro a ragione, in perpetua infamia del loro comune. E fatto il partito, fu vinto che pace non si rompesse a’ Fiorentini. Gli ambasciadori, già preso sdegno per l’uscita del parlamento, avvedendosi dove la cosa riuscirebbe, senza attendere se n’erano andati all’ostiere. E quando gli anziani mandarono per loro per fare la risposta del parlamento, sentendo che non sarebbe quella ch’e’ voleano, non vi vollono andare, e senza prendere comiato montarono a cavallo e tornaronsene a Milano. I Pisani si scusarono saviamente all’arcivescovo, perchè non stesse indegnato, e mandarongli dugento cavalieri, che mandar gli doveano per loro convenenza alla guardia di Milano. Allora venne meno all’arcivescovo la maggiore speranza che avesse di potere vincere i Fiorentini. Il comune di Firenze cercava in questo tempo d’avere capitano di guerra che guidasse la sua gente, che al continuo la cresceva, e avendo mandato a molti l’elezione con grande salario, tutti la rifiutavano per paura del potente tiranno: nondimeno il comune pensava d’atarsi con la capitaneria de’ suoi cittadini. E avendo l’ostecosì grande in Mugello, non pareva se ne curasse, e nella città catuno faceva la sua mercatanzia e sua arte senza portare alcuna arme; e continovo facea rendere a’ cittadini i danari del monte: e sapendo questo i nemici forte se ne maravigliavano, e molto n’abbassarono la loro superbia.
Quando i conduttori dell’oste seppono che il comune di Pisa non voleva rompere pace a’ Fiorentini, e come alcuno trattato ch’aveano in Pistoia era scoperto, con tutta la loro intenzione si rivolsono alla Scarperia, e quella cominciarono a tormentare con percosse di grandissimi dificii, che il dì e la notte gettavano nel piccolo castello grossissime pietre, le quali rompeano le case d’entro, e le mura e le bertesche gettavano a terra. E ogni dì faceano assalto loro alla terra: onde gli assediati per la continova guerra, e per la sollecita guardia che conveniva loro fare il dì e la notte alla difesa, erano infieboliti, e pensarono che senza soccorso di fuori, o aiuto di masnadieri freschi poco potrebbono sostenere: e però scriveano a’ Fiorentini per loro fanti tedeschi, che si mescolavano con gli altri Tedeschi di fuori, che avacciassono il loro soccorso. I Fiorentini erano in ciò assai solleciti, e già avevano al loro soldo accolti milleottocento cavalieri, e tremilacinquecento masnadieri a piede de’ buonid’Italia, e dugento cavalieri aveano da’ Sanesi, e seicento n’attendeano da Perugia, i quali erano a cammino; e avendo ordinato d’uscire a campo con questi cavalieri, e con grande popolo, a petto a’ nemici sopra il Borgo a san Lorenzo luogo detto a san Donnino, ove erano forti per lo sito, e con le spalle al Borgo a san Lorenzo da potere strignere e danneggiare i nemici, ch’erano assai di presso, e dare vigore e baldanza agli assediati della Scarperia: ed essendo ogni cosa provveduta, attendendo i cavalieri perugini per uscire fuori, n’avvenne la fortuna che appresso diviseremo.
In questi dì, del mese di settembre del detto anno, era giunto a messer Piero Saccone de’ Tarlati in Bibbiena, mandato dal tiranno, il doge Rinaldo Tedesco con quattrocento cavalieri per incominciare più forte guerra a’ Fiorentini nel Valdarno. In questo stante, messer Piero molto avveduto, sentì che seicento cavalieri buona gente d’arme, che ’l comune di Perugia mandava in aiuto a’ Fiorentini, erano in cammino, e venivano baldanzosi senza sospetto, e la sera doveano albergare all’Olmo fuori d’Arezzo a due miglia. Avendo messer Piero il certo del fatto, col doge Rinaldo insieme con quattrocento cavalieri e con duemila fanti cavalcò la notte, e chetamenteripose i fanti nella montagna sopra l’Olmo, per averli al suo soccorso nel fatto; e la mattina per tempo co’ suoi cavalieri e col doge Rinaldo assalì la cavalleria di Perugia, che la maggior parte era ancora per gli alberghi, ma quelli ch’erano montati a cavallo si cominciarono francamente a difendere. E già aveano tra loro messer Piero, che s’era messo molto innanzi nella via ov’era la battaglia, prigione, con più altri de’ caporali in sua compagnia. E se in quello assalto gli Aretini fossono stati favorevoli ad aiutare gli amici del comune di Firenze, come doveano, tutta la gente di messer Piero rimaneva presa per lo stretto luogo dove s’erano messi. Ma usciti d’Arezzo i Brandagli con loro seguito, che allora erano i maggiori cittadini, intesono a campare Messer Piero con gli altri prigioni che i cavalieri di Perugia aveano ritenuti, come gente che aveano l’animo corrotto alla tirannia della loro città, come poco appresso dimostrerò. Campato messer Piero e’ suoi, gli Aretini si tornarono dentro senza aiutare que’ di Perugia, o dar loro la raccolta nella città. In questo, messer Piero e’ suoi ripresono ardire, e feciono scendere della montagna i fanti loro, traboccando addosso a’ Perugini con smisurato romore: i quali non vedendo essere soccorsi, nè avere ricolta, non poterono sostenere, ma chi potè fuggire campò, e gli altri tutti furono presi nelle vie e negli alberghi. Messer Piero raccolta la preda dell’arme, e de’ cavalli, e de’ prigioni, senza esser contastato dagli Aretini, si raccolse colla sua gente a salvamento, menandone più di trecentocavalieri prigioni, ventisette bandiere cavalleresche, e trecento cavalli; e giunto in Bibbiena con questa vittoria i cavalli e l’armi e l’altra roba partì a bottino, e i cavalieri prigioni poveri e mendichi lasciò alla fede. A’ Fiorentini levò l’aiuto e la speranza d’uscire a campo al soccorso della Scarperia, come ordinato era, e a’ nimici diede maggiore baldanza di vincere il castello.
Veggendo i Fiorentini mancato disavventuratamente l’aiuto de’ Perugini, e cresciuta baldanza a’ nimici per quella vittoria di messer Piero Tarlati, perderono al tutto la speranza del campeggiare, e quelli ch’erano assediati addomandavano soccorso più sollecitamente. Avvenne che uno valente conestabile della casa de’ Visdomini di Firenze, che aveva nome Giovanni, con grande ardire elesse trenta compagni sperti in arme, buoni masnadieri, e una notte si mise nel campo de’ nimici, e per mezzo delle guardie, non pensando che gente de’ Fiorentini si mettessono tra loro, virtuosamente si misono nella Scarperia; la qual cosa fu agli assediati alcuno conforto, e più per la persona del valente conestabile, che per la sua piccola compagnia, a cotanto bisogno quanto aveano dì e notte, per gli assalti continovi de’ loro nimici. E i conducitoridell’oste avendo sentito l’entrata di que’ masnadieri nella Scarperia, la feciono più strignere e più guardare il dì e la notte. E tentato i Fiorentini per più riprese di mettervi anche gente, e non trovando per niuno prezzo il modo, un altro conestabile cittadino di Firenze della casa de’ Medici, di grande fama tra gli uomini d’arme, per accrescere suo onore si fece dare cento fanti masnadieri a sua eletta, e avendo con seco uno della Scarperia che sapeva l’ore delle vegghie delle guardie, e le loro vie, presono il cammino di notte per l’alpe di verso quella parte donde meno si potea temere per quelli dell’oste, con la insegna levata co’ suoi compagni stretti si mise arditamente per lo campo, dirizzandosi verso la Scarperia. E in su l’entrata del campo le guardie s’avviddono, e levato il romore, venti di quelli fanti rimasono addietro, e non poterono ristrignersi co’ compagni, e tornaronsi nell’alpe, e camparono: e il conestabile con ottanta compagni sanza fare arresto, innanzi che i nimici il potessono occupare con la loro forza, sano e salvo co’ suoi compagni entrò nella Scarperia; e così per virtù di due conestabili fu fornito quello castello di quello che aveva maggiore bisogno. E per questo soccorso gli assediati presono cuore e speranza ferma della loro difesa; e tra capitani dell’oste n’ebbe ripitio e grande sospetto, temendo che gli Ubaldini non gli avessono condotti, ma niuna colpa v’ebbono. E soprastando alquanto allo infestamento de’ nimici sopra questo castello, ci occorre alcune altre materie a cui ci convienedare luogo per debito del nostro trattato, e appresso ritorneremo con più onestà alla presente materia.
Come addietro abbiamo narrato, quando l’accordo si fece dal re d’Ungheria al re Luigi, ne’ patti venne fatta la commissione nel papa e ne’ cardinali per catuna parte: che se la reina Giovanna si trovasse colpevole della morte d’Andreasso suo marito, fratello del re d’Ungheria, ch’ella dovesse essere privata del reame, e dove colpevole non si trovasse, dovesse essere reina. A questo patto acconsentì il re d’Ungheria, più per l’animo che avea di tornare in suo paese, che per altra buona volontà che di ciò avesse, e però la commissione fu avviluppata più che ordinato o spedito libello, e non vedendo i pastori della Chiesa come onestamente potessono diliberare questa cosa, la dilungarono. Essendo lungamente gli ambasciatori di catuna parte stati in corte senza alcuno frutto dell’altre cose commesse per li detti re nella Chiesa, vedendo che questo articolo non terminandosi portava infamia e pericolo alla reina, con ogni studio vollono che il suo processo si terminasse. E perocchè assoluta verità del fatto non poteva scusare la regina, levare il luogo della dubbiosa fama proposono; che se alcuno sospetto di non perfettoamore matrimoniale si potesse proporre o provare, che ciò non era avvenuto per corrotta intenzione o volontà della reina, ma per forza di malíe o fatture che le erano state fatte, alle quali la sua fragile natura femminile non avea saputo nè potuto riparare. E fatta prova per più testimoni come ciò era stato vero, avendo discreti e favorevoli uditori, fu giudicata innocente di quello malificio, e assoluta d’ogni cagione che di ciò per alcun tempo le fosse apposto, o che per innanzi le si potesse apporre di quella cagione: e la detta sentenza fece divulgare per la sua innocenza ovunque la fede giunse della detta scusa.
Seguita di dar parte intra le italiane tempeste della terra a quelle che in que’ tempi concepute ne’ nostri mari Tirreno e Adriatico da superbe presunzioni di due comuni, in Grecia e poi nelli stremi d’Europa partorirono gravi cose, come seguendo nostro trattato si potrà trovare. I Genovesi infestati dalla loro alterezza, ricordandosi che i Veneziani l’anno passato aveano soperchiato in mare le undici loro galee, avvegnachè per l’aiuto de’ loro di Pera si fossono felicemente vendicati, vollono per opera mostrare loro potenza a’ Veneziani, e per comune consiglio, essendo a quel tempo catuna casa de’ loro maggioricittadini tornata con pace in Genova, ordinarono di fare armata, la quale fosse fornita per più eccellente modo che mai avessono armato. E comandarono a’ grandi e a’ popolani mercatanti, e agli artefici minori e ad ogni maniera di gente, che di due l’uno s’acconciassono ad andare in quell’armata, e simigliante comandamento feciono fare per tutta la loro riviera, e certo la volontà vinse il comandamento, che più volentieri s’acconciavano d’andare che di rimanere: i corpi delle galee furono per numero sessantaquattro, e ammiraglio fu fatto messer Paganino Doria; i soprassaglienti furono sopra ogni galea doppi, armati nobilmente, e doppi i balestrieri e i galeotti, tutti forniti d’arme, e tutti si vestirono per compagne chi d’un’assisa e chi d’un’altra, e comandamento ebbono dal loro comune d’abbattere la forza de’ Veneziani in mare e in terra giusta loro podere: e fornite le galee di panatica e di ciò ch’aveano bisogno, e pagati per ordine di mercatanzia e’ dazii, senza trarre danari di comune, per sei mesi, del mese di luglio, gli anni di Cristo 1351, si partirono da Genova, ed entrarono nel golfo di Vinegia facendo danno assai a’ navili e alle terre de’ Veneziani, e senza lungo soggiorno si partirono di là e andaronne all’isola di Negroponte. I Veneziani non provveduti della subita armata de’ Genovesi, aveano mandate venti loro galee armate in Romania, le quali erano nell’Arcipelago, delle quali i Genovesi ebbono lingua, e seguitandole, le sopraggiunsono all’isola di Scio: le quali vedendosi di presso l’armata de’ Genovesi, con la paura aggiunsonoforza a’ remi, e avendo aiuto d’alcuno vento alle loro vele, essendo seguitate da’ Genovesi, fuggendo le diciassette ricoverarono nel porto di Candia, e le tre presono alto mare per loro scampo.
L’armata de’ Genovesi seguendo quella de’ Veneziani giunsono a Negroponte, ove i Veneziani con grande studio e paura erano arrivati, e avendo da’ terrazzani aiuto, appena aveano compiuto di tirare le loro diciassette galee in terra, lasciando le poppe in mare per poterle difendere, e in aringo l’aveano messe l’una a lato all’altra a modo di bertesca per poterle meglio di terra difendere, ove giunta l’armata de’ Genovesi, senza arresto l’assalirono con aspra e folta battaglia, e prese l’avrebbono, se non fosse che tutti gli uomini d’arme di quella terra furono alla loro difesa, e a guardare la marina che i Genovesi non potessono scendere in terra: e in quello assalto la feciono sì bene, che i Genovesi s’avvidono per forza non poterle guadagnare nè scendere in terra nel porto: e però presono loro consiglio d’assediare la città di Candia per mare e per terra, e procacciare di Pera e dell’altre parti di loro amici legni grossi, e gente e dificii di legname per combattere e vincere la terra, se per loro virtù e forza fortuna l’assentisse. E allora lasciarono guardia delle loro galee sopra il porto, e conl’altre girarono alquanto, e misono in terra loro campo, attendendo gente e fornimenti che procacciavano per combattere la terra, e que’ d’entro s’afforzavano alla difesa, e dì e notte intendeano a fare buona guardia, avendo mandato a’ Veneziani per loro soccorso.
Stando l’armata de’ Genovesi per mare e per terra all’assedio della città di Candia, il comune di Vinegia ebbe le novelle, ed essendo tanti loro grandi e buoni cittadini, e le loro galee e la loro città assediata, ebbono grande dolore, nondimeno con franco animo deliberarono di fare ogni loro sforzo per soccorrerli: e ricercando la gente che allora poteano fare di loro distretto, non trovarono che bastasse a potere fornire loro armata, tanto era mancata per la passata mortalità, e però elessono di loro cari cittadini solenni ambasciadori, i quali mandarono prima a Pisa, e appresso in Catalogna, per recarli a loro lega, e averli in loro aiuto, con ogni largo patto che volessono: e di ciò diedono agli ambasciadori piena libertà e balìa, con ispendio di grande somma di moneta. I Pisani essendo in pace co’ Genovesi, avvegnachè poco s’amassono, per promesse o patto che fosse offerto loro non si vollono muovere contro a’ Genovesi, ma alquanto più che ’l consueto s’inamicarono con loro, ricevendo grazie da’ Genovesiper la fede mantenuta a quel punto. I Catalani per grande odio che aveano a’ Genovesi, per ingiurie e danni ricevuti da loro in mare, di presente s’allegarono co’ Veneziani, e promisono di dare armate di loro uomini quelle galee che i Veneziani volessono, dando i Veneziani loro i corpi delle galee e i debiti soldi a’ Catalani. E ferma la lega, i Veneziani incontanente misono il banco, e cominciarono a scrivere e a soldare la gente, e mandarono a Venezia che vi mandassono i corpi delle galee e’ danari, i quali senza indugio vi mandarono ventitrè corpi di galee, e danari assai, e fecionle armare di buona gente. I Veneziani a Venezia prestamente n’armarono ventisette, e mentre che l’armata si facea in Catalogna e a Venezia, i Veneziani mandarono una galea sottile bene armata a portare novelle del loro grande soccorso, e mandarono in quella danari per fare apparecchiare le galee ch’erano là, che di presente al tempo della venuta della loro armata fossono apparecchiate, sicchè contra a’ loro nimici fossono più possenti. Questa galea per scontro di fortuna s’abbattè in una galea di Genovesi, e combattendo insieme, la veneziana fu vinta e presa in segno del futuro danno. I Genovesi ebbono i danari, e le lettere e l’avviso dell’armata de’ Veneziani e de’ Catalani per potersi provvedere; il corpo della galea aggiunsono alle loro, e gli uomini ritennono a prigioni, con gran festa di questa avventura.
Avvenne che in questi medesimi tempi che l’armata de’ Genovesi era a Negroponte, che Mega Domestico del lignaggio imperiale, il quale si faceva dire Cantacuzeno, cioè imperadore, essendo rimaso balio del figliuolo dell’imperadore di Costantinopoli a cui succedea l’imperio, governava tutto per lui, gli diè la figliuola per moglie, ingannando la giovanezza del suo pupillo, senza consentimento della madre. L’imperatrice sentendo quello che Mega Domestico avea fatto, prese sospetto, e fatto le fu vedere che ’l figliuolo sarebbe avvelenato, perchè l’imperio come era in guardia rimanesse libero al detto Mega, balio dell’imperio e del giovane, onde l’imperadrice col figliuolo, di furto e improvviso a Mega s’erano fuggiti di Costantinopoli, e andati nel loro reame di Salonicco, ivi mostrando manifesto sospetto del balio dell’imperio, si dimorarono in grande guardia. E Mega Domestico, come è detto, vedendosi rimaso nella forza dell’imperio, si fece dinominare imperadore: e senza fare guerra al giovane, si fortificava nell’imperio, e aveasi confederato l’amistà de’ Veneziani. L’imperadrice avendo sentita l’armata de’ Genovesi a Negroponte, mossa da femminile furia e sprovveduto consiglio, mandò a trattare co’ Genovesi, in cui prendeva confidanza, perocchè era figliuola del conte di Savoia,assai presso di vicinanza a’ Genovesi, e sapea ch’elli erano nimici de’ Veneziani, amici di Mega Domestico suo avversario; il trattato fu fermo co’ Genovesi, e le promesse furono grandi ove rimettessono il figliuolo in signoria dell’imperio di Costantinopoli. I Genovesi per questo si pensarono di passare il verno alle spese del’imperadrice, e abbattere molto della forza degli amici de’ Veneziani, e d’essere più agresti e più forti contro alla loro armata, e però si dispuosono a lasciar l’assedio con loro onore, ove poco profittavano, e a prendere il servigio dell’imperadrice. Lasceremo al presente questa materia per riprenderla al suo debito tempo, e torneremo a’ fatti di Firenze.