LIBRO SESTO

LIBRO SESTO

Perocchè ’l sesto libro del nostro trattato nuova e non pensata materia di guerra nel suo principio con seguito di gran cose in breve tempo ci apparecchia, ci fa pensare come e quanto lo stato della tirannesca signoria è pieno d’aguati e di calamitosa vita. Le loro scellerate operazioni sempre combattono e spesso abbattono le virtù de’ buoni: i loro diletti sono dissimiglianti a’ buoni costumi: per loro s’abbattono le ricchezze de’ sudditi; nimicano gli uomini che crescono nella loro giurisdizione in magnanimità e in senno; assottigliano con incarichi la sustanza de’ popoli: la loro sfrenata libidine non prende saziamento dal fatto, ma quanto il piacere della vista richiede, tanta in fatto a’ sudditi contro all’onesto debito conviene sostenere e patire. Ma perocchè in queste e molte altre maligne operazioni le violenti tirannie si manifestano, non richieggiono da noi nuovo raccontamento. Ma traendone una parte assai strana nell’apparenza e assai dimestica nel fatto, qual’è più maravigliosavista, guardando nella tirannesca gloria, a vedere antichi e nobili principi naturali ubbidienti a’ tiranneschi servigi, e uomini d’alti lignaggi e d’antica nobiltà usare le mense di coloro, e prendere le loro provvisioni? Ma se guardare vogliamo l’uscimento delle cose, quella gloria spesso si converte in calamitosa miseria. Chi la può disegnare maggiore? che i tiranni medesimi non sanno nè possono in alcuno riposare la loro fede, ed eglino al continovo aspettano il cadimento del tiranno, e lievemente si dispongono e accordano alla loro distruzione, non ostante le sopraddette cose. E questo non si trova avvenire nelle reali e naturali signorie, perocch’e’ loro fatti ne’ sudditi, e nelle loro virtù e cose son contrarie a’ tiranni. Dunque come le tirannie si criano, com’elle esaltando si fortificano e crescono, così in esse si nutrica e nasconde la materia della loro confusione e ruina. Certo intra l’altre questa è grandissima miseria de’ tiranni: e perocchè al presente ci occorre alcuna cosa di ciò manifestare in fatto non di lieve movimento, come seguirà appresso nostro volume, basti narrando quella avere fatto certa prova al nostro proponimento.

Certa cosa è, che il marchese di Monferrato per vicinanza e per larghe provvisioni de’ tirannidi Milano, e i signori da Beccheria di Pavia parenti stretti e dimestichi della loro mensa, per lunghi tempi uniti colla casa de’ Visconti signori di Milano, e nelle loro guerre stati i principali aiutatori, e in questo tempo valicando Carlo d’Osteric re de’ Romani in Lombardia, come già è detto, il marchese, non ostante ch’e’ fosse soggetto all’imperio, venne a Milano per dare aiuto e favore a’ signori con seicento cavalieri di buona gente d’arme, e que’ da Beccheria anche vi mandarono loro sforzo. Avvenne, che un dì essendo il marchese in Piacenza in compagnia di messer Maffiolo Visconti, ch’allora vivea, un suo scudiere andò in cucina al cuoco di messer Maffiolo per un tagliere di vivanda: il cuoco villanamente gliel contradicea: lo scudiere sdegnoso diede una gotata al cuoco, e portonne la vivanda; il cuoco di presente se n’andò a dolere a messer Maffiolo suo signore. Il tiranno mosso a furore non considerò suo onore, nè quello di tant’uomo quant’era il marchese, e senza dirli alcuna cosa, avendolo in sua compagnia, fece prendere lo scudiere, e in quell’istante tagliarli la mano; della qual cosa il marchese fu molto turbato, ma ritenne con virtù nel petto il grave sdegno. Questo li rinnovò nella mente certo oltraggio che la famiglia di messer Galeazzo Visconti per maggioranza avea fatto alla sua gente che vicinavano con sue terre, la quale cosa con senno avea trapassata insino allora. E ancora di nuovo sentiva, come al continovo per nuovi dispetti la gente di messer Galeazzo oltraggiava i detti sudditi che vicinavano con loro,e il signore il sentiva, e vedea l’onore che ’l marchese facea alla loro signoria, e per arrogante maggioranza mostrava d’esserne contento; onde turbato il marchese, cambiò l’animo, ed essendo con quelli da Beccheria una cosa, s’intesono insieme, essendo l’imperadore futuro a Mantova, e ancora, con lui s’intesono in segreto. E trattando l’imperadore co’ signori di Milano di volere prendere la corona a Moncia, sentirono i Visconti, che se non s’accordavano con lui, che quelli da Beccheria erano acconci di riceverlo in Pavia; onde i signori concepettono contro a loro; per la qual cosa poterono comprendere, che partito l’imperadore, a loro converrebbe mutare stato. E tornando l’imperadore coronato da Moncia in Milano, i signori feciono molti cavalieri, e in questo stante il marchese cavalcò subito a Pavia, e menò seco due di quelli da Beccheria e feceli fare cavalieri all’imperadore, e questo accrebbe l’izza e la malavoglia a’ tiranni. Poi partito l’imperadore il marchese se n’andò via, e quelli da Beccheria rimasono in gran sospetto de’ signori di Milano, e stavanne in più guardia che non soleano. E dalle sopraddette cose seguitarono le ribellioni e le nuove guerre che appresso seguirono a’ signori di Milano, come seguendo nostro trattato per li tempi racconteremo.

Il marchese di Monferrato avendo ordinato co’ signori di Pavia che si fortificassono di gente e di buona guardia, acciocchè i tiranni vicini non li potessono improvviso sorprendere, tornato nelle sue terre, procacciò aiuto di gente d’arme da certi baroni tedeschi di sua amistà, e con suoi trattati (ch’era molto amato da quelli del Piemonte e dalla sua gente) trovandosi forte di cavalieri e favoreggiato dall’imperadore, del mese di dicembre, gli anni di Cristo 1355, fece rubellare nel Piemonte a messer Galeazzo de’ Visconti di Milano Chieri e Carasco; e poco appresso del mese di gennaio fece rubellare al detto tiranno la ricca terra d’Asti, e appresso Albi, Valenza, e Tortona, e più altre terre del Piemonte, e tutti i popoli di quelle d’un animo, con ordine di mantenere la difesa, feciono loro capitano il detto marchese. Messer Galeazzo vi mandò incontanente molta gente d’arme a cavallo e a piè credendo ricoverare delle terre; il marchese era provveduto di buona gente, e coll’aiuto de’ Piemontesi si fece loro incontro alle frontiere, e in alcuni abboccamenti fece vergogna alla gente di messer Galeazzo, e difese bene i Piemontesi. Allora quelli da Beccheria, ch’erano confederati nella amistà e compagnia del marchese, non si poterono più coprire, e però in aperto si fortificarono di gente e d’altre cose, aspettando l’impetodell’ira e della forza de’ tiranni contro a loro, non dimostrando però di volere essere i movitori della guerra, ma apparecchiati alla difesa. Lasceremo alquanto questa materia per raccontare al suo tempo con più chiarezza le cose che ne seguitarono, e diremo degli altri fatti che prima occorrono alla nostra materia.

E’ m’incresce di scrivere quello ch’ora seguita, perocchè ’l nostro comune delle leghe e delle compagnie c’ha usato di fare co’ comuni di Toscana, al bisogno sempre s’è trovato ingannato, nondimeno il fatto narreremo. Sentendosi già per tutta Italia che ’l conte di Lando colla compagnia ch’aveva nel Regno era per venire al primo tempo nella Marca, e valicare in Toscana, i Fiorentini volendo riparare ch’ella non facesse ricomperare i comuni di Toscana, mandarono a Perugia, e a Pisa, e a Siena, e all’altre minori comuni di Toscana, richieggendo i detti comuni, che per beneficio di tutti parea loro di fare una lega e una taglia di duemila cavalieri il meno, i quali fossono al tempo apparecchiati interi e cavalcanti al servigio della detta lega contro alla compagnia, o a chi venisse a fare guerra sopra alcuna città di quelle della lega. E a ciò feciono muovere i detti comuni per loro ambasciadori, e durò il trattato lungamente, sturbandolo i Sanesiper l’izza ch’aveano presa co’ Perugini per l’impresa di Montepulciano; in fine, essendo la cosa cominciata al principio di gennaio, del mese di febbraio del detto anno ebbe compimento in questo modo tra’ Fiorentini, e’ Pisani, e’ Perugini: che la lega dovesse durare tre anni, e la taglia fosse di milleottocento cavalieri, ottocento de’ Fiorentini, cinquecentocinquanta de’ Pisani, e quattrocentocinquanta de’ Perugini; con patto ch’e’ Sanesi vi potessono entrare colla loro parte della taglia de’ cavalieri, e che del mese d’aprile fossono pagati e apparecchiati, e che l’uno comune dovesse fare rassegnare i cavalieri dell’altro. La lega fu ferma e fatta, l’effetto che ne seguitò fa manifesto quello che poco innanzi n’avemo detto.

Essendo tornato il re d’Inghilterra a Calese dalla cavalcata ch’avea fatta ad Amiens, come poco innanzi abbiamo detto, i baroni di Scozia sentendo il re, e i figliuoli, e’ baroni, e tutta la forza del re d’Inghilterra valicati nel reame di Francia, e cominciatovi grande guerra, non ostante che il loro re vi fosse in prigione, prestamente accolsono molta gente d’arme a cavallo e a piè, e improvviso agl’Inghilesi se ne vennono a Vervic, grande e forte terra degl’Inghilesi, situata agli stremi de’ confini di Scozia; e giugnendo alla città sprovveduta,per forza v’entrarono dentro e presono la terra, ma il castello del re che v’era forte e bene guernito non poterono avere; ma com’ebbono presa la terra, la lasciarono guernita di loro gente, e per savia provvisione con tutta loro oste si misono innanzi, e presono una montagna onde il soccorso degl’Inghilesi potea venire alla terra, e non d’altra parte, e ivi s’accamparono per contradire agl’Inghilesi il passo. Era in que’ dì il conte di Lancastro già tornato in Inghilterra, il quale di presente cavalcò nel paese colla sua gente, ma non ebbe podere di levare gli Scotti dal passo. Il re Adoardo sentendo la novella degli Scotti, incontanente valicò nell’isola con quella gente che subitamente potè muovere, e senza arresto se n’andò contro a’ nemici che teneano il passo della montagna, e aggiuntosi il conte di Lancastro colla sua gente, non ostante che grande fosse il loro disavvantaggio ad avere a combattere i nemici all’erta, colla sua persona si mise innanzi, e diede tanto conforto a’ suoi, ricordando loro le vittorie avute sopra gli Scotti e la loro viltà, che con tanto ardore d’animo, e con tanto duro assalto d’ogni parte li percossono, che per forza li ributtarono della montagna; e senza avere cuore di rifare testa alla terra ch’aveano presa l’abbandonarono in tanta fretta, che la preda ch’aveano accolta non ne portarono, e assai de’ loro Scotti vi lasciarono morti e presi per ricordanza. E questo fu del mese di gennaio del detto anno. Allora fece il re racconciare la terra, e fornire di miglior guardia.

Messer Bernabò de’ Visconti di Milano avendo la mente attenta a trovar modo di racquistare Bologna, e di vendicarsi di messer Giovanni da Oleggio; quanto che per l’accordo fatto si dimostrasse amico, diede boce e dimostrò manifesto segno di volere guerreggiare in sul Ferrarese; e mandò messer Arrigo figliuolo di Castruccio che fu tiranno di Lucca in Romagna, a conducere al suo soldo mille barbute della compagnia ch’allora era nel paese, il quale avea caparrati i conestabili, e intesosi secondo il segreto a lui commesso da messer Bernabò col capitano di Forlì, e col signore di Ravenna, e con alquanti degli Ubaldini in cui si confidava, e ancora s’intendea col podestà di Bologna, ch’avea nome messer Ramondo de’ Ramondi di Parma, ed erano in questo trattato certi caporali di quelli da Pagano, e altri Bolognesi confidenti di messer Bernabò. Il modo era, che la forza del tiranno dovea venire da Milano sul Ferrarese secondo la palese boce, e già era messer Bernabò venuto in persona a Parma con duemila cavalieri, e come messer Bernabò fosse in sul Ferrarese, messer Arrigo di Castruccio co’ cavalieri condotti di Romagna, e coll’aiuto de’ Romagnuoli e degli Ubaldini, essendo provveduti e apparecchiati, doveano il dì nominato, essendo messer Bernabò in sul Ferrarese, valicaresopra Bologna da quella parte, e messer Arrigo colla sua compagnia venire dall’altra, e allora il podestà, e que’ da Pagano con gli altri Bolognesi confidenti doveano levare il romore nella città, e con loro quattordici conestabili di cavalieri che tenevano a questo trattato; e costoro, ch’erano soldati di messer Giovanni, nel romore doveano trarre a lui, e ucciderlo se potessono, e se non, si doveano strignere dall’una parte della città, e aprire e spezzare la porta, e mettervi dentro quella gente di fuori che più avessono di presso. Questo trattato era segreto per li palesi verisimili della vicina impresa della guerra di Ferrara, alla quale il marchese prendea ogni riparo che potea; ma come fu piacere di Dio, per lo meno male, la cosa fu rivelata per strano e non pensato modo come appresso diviseremo.

In Bologna era tornato di Romagna messer Arrigo di Castruccio, avendo fornito e messo in punto ciò che gli era stato commesso, e ivi era venuto per intendersi con gli altri traditori. Avvenne, che, all’entrata del mese di Febbraio del detto anno, Francesco de’ Roaldi di Bologna, grande cittadino e molto confidente di messer Giovanni da Oleggio, tanto ch’al continovo ricevea provvisione da lui, essendo in questo trattato, confidandosi nel suo senno, volendosi sgravaredella sua provvisione, se n’andò a messer Giovanni, e per me’ coprire quello che sentiva in sè, disse: Signor mio, pigliate ne’ vostri fatti buona guardia, perocch’io sento che molti uomini, e oltre al modo usato, sono venuti della montagna nella città in questi giorni; e a dirli questo il movea la tenerezza ch’avea nell’animo del suo stato e onore, per lo beneficio ch’avea ricevuto e ricevea da lui. Il tiranno il commendò di questo fatto, e ringrazionnelo assai, e dopo questo confortò della buona guardia. Messer Francesco entrando in altra materia disse a messer Giovanni: Signor mio, io vi prego che vi piaccia di darmi licenza, ch’io possa prendere altrove mio vantaggio, perocchè della provvisione ch’io ho da voi non posso comportare la vita mia a onore. Il tiranno si maravigliò di questo, perocchè gli avea assegnate grandi provvisioni e altri gaggi, e ricordogli le dette cose, e ancora li promettea al tempo maggiori, e nondimeno messer Francesco pure gli domandava licenza. Il tiranno gli disse, che si ripensasse, e poi tornasse a lui; e a tanto si partì messer Francesco. Messer Giovanni mandò incontanente alle porti, e fece sapere chi a que’ giorni vi fosse entrato oltre all’usato modo, e trovò che non v’erano entrati contadini nè altra gente oltre al modo usato, e così se n’erano usciti. E per questo cominciò a maravigliarsi più del movimento di messer Francesco de’ Roaldi, e sospicciando mandò per lui; e quando l’ebbe seco, il tiranno finse di sapere che sentisse contro a lui alcuno trattato. Il savio cavaliere veggendosi presodall’astuzia, pensò che senza grave tormento non potea passare mettendosi al niego, e però di cheto gli confessò e manifestò tutto il trattato. Il tiranno senza arresto mandò per lo potestà, e per messer Arrigo di Castruccio ch’era in Bologna, e per que’ caporali da Pagano, e a avuti costoro disse, e a certi degli Ubaldini ch’era no in quel servigio, ch’e’ perdonava loro per vicinanza e per molti servigi ch’avea ricevuti da quella casa, ma comandò loro che incontanente si dovessono partire, e così fu fatto. E abboccando messer Giovanni i traditori insieme, fu da loro al tutto chiaro del trattato sopraddetto: e a dì 12 di febbraio, non trovando il tiranno chi volesse fare la condannagione nè l’esecuzione, fece podestà messer Tassino de’ Donati rubello di Firenze; costui li condannò; e Sinibaldo di messer Amerigo Donati di Firenze, allora in bando e al soldo del tiranno, con dugento fanti tutti armati a corazze fece tagliare la testa a messer Arrigo, figliuolo che fu di Castruccio signore di Lucca e di Pisa, e a messer Bernardo e a Galeotto da Pagano, e a messer Ramondo Ramondi da Parma podestà di Bologna, e a Francesco de’ Roaldi di Bologna; e appresso, a dì 20 del detto mese, ne furono decapitati diciassette tra conestabili de’ soldati e famigli de’ traditori. E fatto questo, messer Giovanni rimase in maggior paura, e in gran sospetto di messer Bernabò di Milano.

Era insino a qui messer Giovanni da Oleggio, poichè avea fatta la pace e la concordia con messer Bernabò, stato in fede ne’ suoi servigi, e intesosi con lui e ricevuto in Bologna le sue podestà, e attendea dopo la sua morte lasciarli Bologna, come gli avea promesso, ma vedendo questo mortale trattato contro a sè, non pensò potersi mai più fidare de’ signori di Milano, e conobbe, che a volersi meglio potere guardare gli convenia essere loro mortale nemico, e però incontanente si rifornì di nuove masnade di cavalieri e di masnadieri. Ed essendo in guerra il signore di Mantova e il marchese di Ferrara col Biscione, ch’allora era così chiamata la tirannia di Milano per la loro arme, si collegò con loro, e promise d’essere sempre contro alla casa de’ Visconti di Milano, e mandò la sua gente a fare loro guerra con gli altri collegati.

A Reggio era stata lungamente l’oste de’ signori di Milano in una forte bastita presso alla terra, nella quale avea ottocento cavalieri e grande popolo, e in quel tempo vi s’aspettava ilfornimento della vittuaglia da Parma con grande scorta. Il marchese di Ferrara, e quegli di Mantova, e ’l signore di Bologna sentendo quell’apparecchio, accolsono loro gente per impedire la scorta a loro podere; e avendo a Modena seicento barbute e cinquecento masnadieri, il signore di Bologna n’aggiunse dugento cavalieri e cinquanta masnadieri; e avendo lingua come la vittuaglia in dugento carra colla scorta dovea l’altro dì venire alla bastita, cavalcarono la notte per modo, che essendo giunta l’altra parte alla bastita, e messavi la roba, tornandosene senza sospetto, costoro li assalirono sprovveduti, i quali non feciono retta, e quasi tutti furono presi, i buoi e le carra in preda. E avuta subitamente questa vittoria, con grandi grida e con maggiore baldanza percossono alla bastita dalla parte di fuori; e quelli di Reggio ch’aveano veduta la vittoria della loro gente francamente li assalirono dalla parte d’entro, e combattendo la bastita d’ogni parte, in fine per forza v’entrarono dentro, ed ebbono a prigioni i cavalieri e’ masnadieri che quella guardavano, e pochi ne poterono campare; e messa la vittuaglia e l’arme, e tutti i prigioni guadagnati in Reggio, arsono in tutto la bastita: e riposati alcuno dì la gente in Reggio, cavalcarono infino a Parma, e valicarono quella facendo grandi prede e danno a’ paesani: e del mese di febbraio del detto anno, con grande onore e ricca preda, in vergogna de’ tiranni di Milano, si ritornò catuna gente a’ suoi signori senza trovare alcuno contasto.

Del mese di febbraio del detto anno, i Chiaravallesi di Todi per provvisione del comune tornarono a’ loro beni, e potendo colle loro persone usare la cittadinanza, cercavano, come mal contenti, trattato col prefetto di Roma di metterlo in Todi per farlone signore; e non potendo menare eglino questo perchè erano sospetti, il feciono menare a un messer Andrea giudice di Todi loro confidente. Il trattato si scoperse, e al giudice fu tagliata la testa. I Chiaravallesi avvedendosi che il comune di Todi per questo prendea di loro maggiore sospetto, temendo di non essere corsi un dì a furore, da capo uscendo della città, presono il castello di Toscina l’aprile seguente, e rubellaronlo al comune.

Essendo messer Pietro Sacconi de’ Tarlati d’Arezzo in età decrepita intorno al centinaio degli anni, e malato a morte, in questi dì si disse pubblico, ch’e’ pensò di non volere morire che non ordinasse prima alcuno nobile fatto del suo antico mestiere: e ordinò con Marco suo figliuolo, dicendo: Ora, che si crede che tusia imbrigato intorno alla mia malattia, e che altri non prenderà guardia di te, procaccia di furare Gressa al vescovo d’Arezzo e agli Ubertini. Il figliuolo ubbidì al consiglio del padre, e molto segretamente accolse gente, e di furto entrò nel castello di Gressa, ma essendovi gli Ubertini forti, per forza ne lo pinsono fuori; e forse per dolore che messer Pietro n’ebbe s’avacciò la sua dispettosa e non contenta morte, lasciando nuova guerra tra’ suoi Tarlati e gli Ubertini per questo furto. Pro’ e valente uomo fu e avvisato, in fatti di guerra, ma più in operazioni di trattati, e di furti e di subite cavalcate, che in campo o in aperta guerra; e’ fu fortunato contro agli altri suoi nemici, e infortunato contro al comune di Firenze, e per animosità di parte ghibellina non seppe tener fede.

Martedì notte alle ore quattro, a dì 16 di febbraio anno 1355, cominciò la scurazione della luna nel segno dell’Aquario, e alle cinque ore e mezzo fu tutta scurata, e bene dello spazio d’un’altra ora si penò a liberare. E non sapendo noi per astrologia di sua inflenza, considerammo gli effetti di questo seguente anno, e vedemmo continovamente infino a mezzo aprile serenissimo cielo, e appresso continove acque oltre all’usato modo il rimanente d’aprile e tutto il mese di maggio, e appresso continovi secchi e stemperaticaldi insino a mezzo ottobre. E in questi tempi estivali e autunnali furono generali infezioni, e in molte parti malattie di febbri e altri stemperamenti di corpi umani, e singularmente malattie di ventre e di pondi con lungo duramento. Ancora avvenne in quest’anno un disusato accidente agli uomini, e cominciossi in Calavria a Fiume freddo e scorse fino a Gaeta, e chiamavano questo accidente male arrabbiato. L’effetto mostrava mancamento di celabro con cadimenti di capogirli con diversi dibattimenti, e mordeano come cani e percoteansi pericolosamente, e assai se ne morivano, ma chi era provveduto e atato guariva. E fu nel detto anno mortalità di bestie dimestiche grande. E in quest’anno medesimo furono in Fiandra, e in Francia e in Italia molte grandi e diverse battaglie, e nuovi movimenti di guerre e di signorie, come leggendo si potrà trovare. E nel detto anno fu singulare buona e gran ricolta di pane, e più vino non si sperava, perchè un freddo d’aprile l’uve già nate seccò e arse, e da capo molte ne rinacquono e condussonsi a bene, cosa assai strana. E da mezzo ottobre a calen di gennaio furono acque contino ve con gravi diluvi, e perdessene il terzo della sementa, ma il gennaio vegnente fu sì bel tempo, che la perduta sementa si racquistò. I frutti degli alberi dimestichi tutti si perderono in quest’anno. Non ne avremmo stesa questa memoria se la scurazione predetta non vi ci avesse indotto.

La compagnia del conte di Lando ch’avea avuta la prima paga dal re Luigi, e dovea attendere l’altre paghe in Puglia senza far danno a’ paesani, vernava di là, e non faceva guerra; ma la fede, vedendosi il destro, non seppe per promessa o saramento ch’avessono fatto osservare: e però entrarono in Rapolla, e presa la terra la spogliarono d’ogni sustanza, e consumarono colle persone e co’ cavalli ciò che da vivere vi trovarono; e appresso, del mese di febbraio predetto, per aguato di furto presono la città di Venosa, e fecionne il simigliante. E questa è la fede delle compagnie, che ogni cosa fanno licito alla corrotta volontà della preda, e però è folle chi alle loro promissioni si fida.

In questo tempo del verno, messer Gilio cardinale di Spagna legato di santa Chiesa, avendo prosperamente racquistato a santa Chiesa il Patrimonio, la Marca d’Ancona, e ’l ducato di Spoleto, e la maggior parte della Romagna, restavagli a racquistare Forlì e Faenza, e le terre vicine e de’ loro distretti, le quali tenevano occupateper loro tirannie Francesco degli Ordilaffi capitano di Forlì, e messer Giovanni di messer Ricciardo Manfredi; e non trovando il detto legato concordia con loro, ordinò contro a’ detti suo processo, e seguitollo fino alla sentenza, perocchè tornare non vollono all’ubbidienza. E pubblicata per Italia la loro dannazione, e fattili scomunicare, avendo dal papa lettere d’indulgenza con piena remissione de’ peccati e della pena a chi fosse contrito e confesso, fece bandire la croce contro Francesco Ordilaffi tiranno di Forlì, e di Forlimpopoli e di Cesena, e contro a Giovanni e Rinieri de’ Manfredi tiranni di Faenza, condannati per eretichi e ribelli di santa Chiesa, potendo il cavaliere e il pedone partecipare in due anni il servigio d’un anno in arme contro a loro. Ordinati furono i predicatori, e’ collettori delle provincie e delle città, e incontanente l’avarizia de’ cherici cominciò a fare l’uficio suo, e allargarono colla predicazione l’indulgenza oltre alla commissione del papa, e cominciarono a non rifiutare danaio da ogni maniera di gente, compensando i peccati e i voti d’ogni ragione con danari assai o pochi come gli poteano attrarre; e per non mancare alla loro avarizia, sommoveano nelle città e ne’ castelli e nelle ville ogni femminella, ogni povero che non avea danari, e dare panni lini e lani, e masserizie, grani e biada, niuna cosa rifiutavano, ingannando la gente con allargare colle parole quello che non portava la loro commissione; e così davano la croce, e spogliavano le ville e le castella più chenon poteano fare le città, ma nelle città le donne e le femmine valicavano tutta l’altra gente, e per questa maniera davano la croce: e ’l termine della guerra cominciava in calen di maggio gli anni 1356. Della città di Firenze e del contado un frate de’ Romitani vescovo di Narni trasse grandissimo tesoro, del quale non potendo il cardinale avere diritto conto, lungo tempo tenne in prigione il detto vescovo in un suo castello nella Marca, guardato alle spese del detto vescovo.

Egli è assai utile cosa agli uomini considerare contro alla malizia e alla superbia de’ grandi cittadini, quando possono far male e abbattere gli altri, ch’e’ medesimi sono sottoposti a quella medesima calamità e fortuna; ma provarlo per esperienza gli ne fa più certi, e a quelli c’hanno a venire ne rimane migliore esempio. Detto abbiamo come la malizia di messer Paffetta conte di Montescudaio cittadino di Pisa, colla perversa operazione fece morire e cacciare i Gambacorti di Pisa, e sè fece il maggiore di quella città; avvenne che gli altri cittadini, cui egli avea rimessi al governamento del comune, parendo loro che messer Paffetta fosse troppo grande, si legarono e feciono setta contro a lui segretamente, e un dì, essendo messer Paffetta andato agli anziani, come ordinato era, gli anzianimandarono di subito a fare pigliare certi cittadini caporali della sua setta e stretti suoi confidenti, e altri di suo seguito intorno di cinquanta, e di presente li mandarono a’ confini, facendoli uscire della città, e messer Paffetta con alcuno altro mandarono in prigione nell’Agosta a Lucca; e messolo in carcere sotto buona guardia, rivocarono i confini agli altri e fecionli ritornare, senza fare altra novità o mutazione di loro stato. Parve a tutti rimanere più sicuri, e in migliore essere nella cittadinanza, che in prima; e questo fu all’entrata del mese d’aprile, e ancora non era compiuto l’anno ch’egli avea abbattuti i Gambacorti e gli altri buoni cittadini di Pisa. Era in Pisa il vicario sostituto del vicario dell’imperadore, il quale consentì a tutto, essendoli fatto intendere che messer Paffetta volea con certo trattato dare Pisa a’ signori di Milano: grande loro amico era, ma altro vero non se ne potè trovare; e stato alquanto in prigione, per tema che l’imperadore non lo ne facesse trarre, o i signori di Milano, di veleno, o d’altra violente morte, celatamente lo feciono morire in prigione.

Gli Aretini sentendo morto messer Piero Sacconi de’ Tarlati loro nemico, il quale lungo tempo gli avea tenuti in guerra e in gran paura, contro al quale non s’ardivano a muovere vivendo,incontanente dopo la sua morte, del detto mese di febbraio del detto anno, uscirono a oste, e riposono una tenuta contro al castello di Gaerina, e un’altra contro a Bibbiena, e una sopra Pietramala, e tanto stettono a campo, che tutte e tre furono fortificate e fornite, acciocchè i Tarlati non potessono correre sopra loro a loro volontà, com’erano usati di fare. E per la baldanza presa per la morte d’un decrepito vecchio, non avendo avuto ardire di farlo a sua vita, ordinarono tra nella città e nel contado tremila uomini a corazze, e trecento balestrieri e centocinquanta barbute, per potere mantenere il loro contado più sicuro, e guerreggiare i nemici. Abbianne fatta memoria per una cosa assai nuova, considerando che un uomo vecchio tenesse in freno e in paura così antica e gran città, che non pensavano in fatti di guerra potere resistere alla sua persona.

Stando la compagnia del conte di Lando a vernare in Puglia con grande abbondanza d’ogni bene da vivere, aspettando dal re Luigi la moneta promessa, per lo patto ch’avea di doversi partire al maggio prossimo e uscire del regno, una parte di loro con certi conestabili intorno di cinquecento barbute, contentandosi male d’aversi a partire del paese, senza tenere promessa al re o fede all’altra compagnia si rubellarono da essa,e accostati al conte di Minerbino detto Paladino, se n’andarono per sua condotta in terra d’Otranto, ove per lunghi tempi passati non era sentita guerra, e di presente presono due castella nel paese piene di molta vittuaglia, e preda quanta ne poterono guardare di bestiame grosso e minuto, del quale poterono avere l’uso, ma non danari. Il conte di Lando si dolse al re Luigi del tradimento fatto per costoro, e offerse sè e l’altra compagnia al servigio del re contro a que’ ribelli, e contro a tutti i baroni che non volessono ubbidire alla corona. Il re, e il suo consiglio, e il gran siniscalco, credendosi fare meno male, accettarono la profferta, e una parte della compagnia con certa condotta de’ suoi uficiali mandò in Abruzzi per fare ubbidire alquanti comuni e baroni, i quali così rubavano e predavano il paese come se fossono nel servigio della compagnia e non in quello del re, e tanto più sicuramente, perchè niuno s’era provveduto contro a loro: e quelli ch’erano rimasi col conte di Lando volevano pur vivere largo all’altrui spese. E così nella concordia, come nella guerra, erano d’ogni parte i regnicoli mal trattati.

In questo verno, vedendosi il re di Francia la guerra degl’Inghilesi addosso, e spogliare da’ forestieri il reame, come già abbiamo narrato, pensandoavere a moltiplicare la spesa, oltre alle colte de’ feudi delle città del reame e de’ baroni, e oltre alle gravezze dell’usate reve, e del gran danno fatto a’ sudditi del reame di cambiare le buone monete d’oro e d’argento in ree contro all’usanza di quel regno, ordinò, e pose per modo di gabelle, ch’ogni mercatanzia che si comperasse o vendesse nel reame dovesse pagare agli uficiali ordinati sopra ciò danari otto per catuna lira. La qual cosa gravò tanto i mercatanti, che abbandonarono in gran parte il reame e il trafficare in quello, e quasi tutto il peso rimase a’ baroni e a’ paesani, della qual gravezza forte si conturbarono inverso il loro signore, e desideravano il suo male; e alquante città per questa cagione si recarono a reggere per loro, e non voleano ricevere gli esecutori e gli uficiali del re di Francia, come per innanzi leggendo si potrà trovare.

La materia ch’ora seguita non era degna di memoria per lo fatto, ch’assai fu lieve, ma il modo, c’ha poi generate più gravi cose, ci scusa. I Pisani, innanzi a questo tempo di più anni, per loro maliziosa industria, avendo buona e leale pace co’ Fiorentini, contro a’ patti di quella aveano fatto fare il castello di Sovrana, il quale il comune di Firenze tenea per li patti della pace, e fecionlo torre a certi ghibellini usciti di quel paese, e il comune di Pisa sotto nome di costoro sitenea la terra, e mantenievi soldati che tribolavano tutto il paese e le terre d’intorno del comune di Firenze; essendo i Pisani, oltre alla pace, in singulare compagnia e lega col nostro comune, faceano queste coperte con grande ambizione. I Fiorentini lungamente dissimularono mostrando di non se n’avvedere, ma moltiplicandosi il male, e scoprendosi ogni dì più l’uno che l’altro, il nostro comune prese di gastigarli in quella contrada con quella malizia ch’eglino avevano insegnata. E del mese di febbraio del detto anno ordinarono co’ Pistoiesi che si lasciarono torre Calumao, una fortezza sopra Sovrana, a certi caporali di buoni masnadieri, i quali con aspra e continova guerra in breve tempo uccisono tutti i caporali di Sovrana, e presono masnade ch’e’ Pisani mandavano per guastare la Sambuca, e feciono grande guerra nel paese. E per questo tutti i ghibellini di Valdinievole erano mal condotti, ch’avendo pace vivevano in continua guerra per la cominciata malizia pisanesca. Ma aggiugnendo malizia a malizia, per vendicare loro onta sbandirono loro soldati, e mandarono trecento barbute e gran popolo agli usciti ghibellini di Valdinievole, i quali cavalcarono infino alla Pieve a Nievole, e arsono intorno a quella, e feciono quel danno che poterono; e appresso si dirizzarono a Castelvecchio, e ordinatamente il combatterono, ma nol vinsono. Il comune di Firenze sentendo questo fece cavalcare i suoi cavalieri in Valdinievole, e raunati i paesani, cercavano d’abboccarsi co’ nemici, ma eglino non attesono; e non potendo tornare per la via ond’eranoandati, per altra via più aspra, ma a loro più sicura, in fretta si ritornarono a Pisa, e furono ribanditi.

Il legato del papa, oltre alla gente ch’attendea de’ crociati avea da sè a soldo duemila barbute, e confidandosi de’ Malatesti, fece gonfaloniere di santa Chiesa e capitano della sua gente d’arme messer Galeotto da Rimini, e con mille cavalieri e con gran popolo del mese di febbraio del detto anno il mandò a oste sopra la città di Cesena; il quale in prima corse il paese predando d’intorno, e appresso visi pose ad assedio, e strettosi alla terra, vi stette infino che il conte di Lando venne del Regno in Romagna, come innanzi al suo tempo racconteremo.

Avendo il conte Ruberto da Battifolle ricevuto ingiuria nel suo contado di cavalcate e di prede fatte per Marco figliuolo di messer Piero de’ Tarlati, contro a’ patti della pace fatta con gli aderenti de’ signori di Milano, accolta sua gente e’ suoi fedeli in arme, all’entrata del mese d’aprile anni 1356, essendo per nevi e per venti smisurato freddo, se n’andò al castello diReggiuolo, il quale era allora del detto Marco, e cinselo d’assedio, e fece a’ suoi fare case di legname per ripararsi dal freddo, e rizzò trabocchi e manganelle che tribolavano il castello e coloro che dentro il guardavano, e aggiungendo al continovo forza avea sì stretti gli assediati, che più non si poteano difendere. Vedendo Marco che ’l castello non si potea più tenere, mandò a richiedere il comune di Firenze per li patti della pace, che non lasciassono al conte seguitare l’impresa. Il conte venne a Firenze, e mostrò al comune come Marco era stato movitore della guerra, e più che non avea voluto approvare nè ratificare per carta alla pace secondo i patti. Ma nondimeno il comune di Firenze, per non potere essere calunniato a diritto o a torto d’avere lasciato a’ suoi aderenti rompere la pace, diliberò, che ’l conte si dovesse partire dall’assedio. Il conte non ostante l’ingiuria ricevuta, e la spesa fatta, e la ferma speranza d’avere il castello, per ubbidire al comune di Firenze lasciò l’impresa, e a dì 18 d’aprile del detto anno si tornò in Casentino.

Di questo mese di maggio 1356, il conticino da Ghiaggiuolo con alcuna gente del legato cavalcò nelle terre che il capitano di Forlì gli avea tolte; e stando nella contrada molto baldanzoso,fece correre boce che Forlì s’era renduto al legato, e che il capitano era preso. E per mostrare la cosa ben certa, si fece venire un frate con lettere che contavano le novelle molto verisimili, e recò l’ulivo palese, e fu ricevuto con grande festa. E incontanente si strinse a Ghiaggiuolo, e fece vedere le lettere al castellano, e poi gli disse, che se incontanente non li rendesse il castello, che lui e’ compagni farebbe morire senza niuna misericordia. La cosa avea sembianza di verità, e il castellano era di poco intendimento, e pauroso e vile, e però gli rendè il castello, ch’era forte e bene fornito, e andossene colla sua compagnia a salvamento con vergogna, e non senza infamia di tradimento.

Avendo nel principio di questo sesto libro narrato il sospetto preso, e la discordia tra’ signori di Milano e il marchese di Monferrato, e quelli da Beccheria di Pavia, e accresciuta la mala voglia per le rubellioni fatte in Piemonte, messer Bernabò e messer Galeazzo Visconti volendosi vendicare sopra i loro parenti e prossimani vicini, con grande moltitudine di cavalieri e di popolo, del mese di maggio del detto anno, valicarono il Tesino e strinsonsi alla città di Pavia, e vi poson l’assedio d’ogni parte, con intendimento di non levare l’oste se prima non avessono la città al loro comandamento, e così sicredette per tutta Italia, perocchè la città è presso a Milano a venti miglia di piano, e la potenza de’ tiranni era sopra modo grande a quella impresa. Ma perocchè non procede dalla volontà umana la potenza divina, le cose succedono spesso ad altro fine che gli uomini non divisano, e così avvenne di quest’assedio, come seguendo nostro trattato dimostreremo.

Avendo racconto addietro come il re Giovanni di Francia avea renduto pace al re di Navarra, e perdonatagli la morte del conestabile e agli altri baroni ch’erano stati con lui, e come accomandato gli avea il Delfino suo figliuolo, seguitò, che in questo tempo, essendo loro commesso dal re la provvisione della guardia di Guascogna, insieme cavalcavano la provincia, provvedendo a quello ch’era di bisogno alla difesa del paese, e ancora andavano prendendo loro diporto; ed essendo nella città di Ruen, il re di Francia il sentì, e mossesi da Parigi quasi sconosciuto con poca compagnia e cavalcò ad Orliens, e là tenne a battesimo un fanciullo nato di quelli d’Artese, e parente stretto del conestabile di Francia che fu morto, a cui il re secondo il volgo avea portato disordinato amore: avvenne, o che la morte del suo diletto amico per lo fanciullo parente li rivenisse nella mente, o che altra cagione il movesse al presente fatto,niuna certezza se ne potè avere, ma di subito armato a modo di cavaliere, con sessanta cavalieri armati di sua famiglia cavalcò a Ruen; e giunto senza arresto alla città, mandò un cavaliere innanzi a sè, il quale dicesse in segreto al Delfino suo figliuolo, che di cosa ch’avvenisse non prendesse turbazione nè paura; e seguendo il re co’ suoi cavalieri armati entrò nel palagio ov’era il re di Navarra, e il Delfino, e il conte di Ricorti con quattro cavalieri banderesi di Normandia, e aveano a desinare con loro altri baroni e cavalieri del paese. Ed essendo giunto innanzi il cavaliere, e appena compiuto di favellare al Delfino, il re di Francia armato colla barbuta in testa e co’ suoi cavalieri fu in sulla sala, e trovandoli alla mensa, comandò che alcuno non si movesse; e avviatosi verso il re di Navarra, il chiamò traditore della corona, e andogli addosso con uno stocco ignudo per ucciderlo di sue mani: ripreso e ritenuto da’ suoi, dicendo che a re non si convenia tanto fallo, il fece prendere e imprigionare, e detto fu che alquanto il punse dello stocco; e fece pigliare il conte di Ricorti, e i quattro cavalieri normandi, chiamandoli traditori, i quali si scusavano, dicendo ch’erano diritti e leali; ma il re mosso da furiosa tempesta d’animo giurò di non mangiare, prima che di loro avesse fatto secondo la sua intenzione piena giustizia.

Avendo preso il re di Navarra, di presente il mandò a incarcerare a un forte castello che si chiama Castel Gagliardo: e in quello stante il re di Francia fece mettere in su una carretta il sire di Ricorti e i quattro cavalieri normandi per farli decapitare, innanzi che volesse desinare. E quelli della città per la subita tempesta del re vedendo tanta novità, e non sapendo che vi fosse la persona del re di Francia, traevano in piazza per aiutare i baroni presi. Il re conoscendo il pericolo del popolo commosso, si trasse la barbuta di testa e fecesi conoscere; e sparta la voce che ivi era la persona del re loro signore catuno stette cheto. Allora il re, per mostrare al popolo e agli altri maggiori che v’erano che ’l suo furioso movimento a tanto fatto non era senza gran cagione, si trasse dal lato un brieve con molti suggelli, nel quale si contenea, come il re di Navarra col sire di Ricorti, e con quattro cavalieri normandi, e con altri che in quello si nominavano, aveano trattato col re d’Inghilterra d’uccidere il re di Francia e ’l Delfino suo figliuolo, e di fare re di Francia il detto re di Navarra, il quale fatto re, dovea rendere la Guascogna e la Normandia al re d’Inghilterra. E questo brieve, vero o simulato che fosse, continovo finoalla morte fu negato per lo sire di Ricorti e per i quattro cavalieri normandi; nondimeno nella presenza del re tranati in sulla piazza furono decapitati, e i corpi loro legati con catene, senza concedere loro sepoltura, furono appesi. Altri dissono, che doveano dare prigione il Delfino al re d’Inghilterra, ma poca fede si diede all’una cagione e all’altra, ma più che ciò fosse fatto per vendetta della morte del conestabile. E appresso fu mandato il re di Navarra prigione in Castelletto, parendo a molti, che egli, egli altri ch’erano stati decapitati fossono senza colpa di quella infamia.

Essendo l’oste de’ signori di Milano sopra la città di Pavia, del mese di maggio del detto anno, uscirono cavalieri della terra, e cominciarono giostre e badalucchi con quelli del campo; e venendo a poco a poco crescendo l’assalto e la gente da catuna parte, vi s’allignò un’aspra battaglia di più di mille cavalieri di catuna gente, tutti i più pro’ e i più arditi, che di grande volontà per fare d’arme si metteano in quello stormo. Infine per lo superchio de’ cavalieri che messer Galeazzo sollecitava di mandarvi, quelli di Pavia non poterono sostenere, e per forza convenne che dessono le reni, e fuggendo, alquanti ne furono presi; gli altri per campare si tornarono nel borgo della città, ed essendo fortemente incalciati da’ nemiciche li seguivano, con loro insieme si misono follemente nel borgo, ove racchiusi, si trovarono prigioni per troppa sicura gagliardia, e ben quattrocento se ne rassegnarono a bottino, per li quali quelli di Pavia riebbono tutti i loro prigioni; e guadagnati i cavalli e l’arme, tutti gli lasciarono andare alla fede, secondo l’usanza de’ Tedeschi.

Di questo mese di maggio, i signori di Milano, non ostante ch’avessono l’oste a Pavia, e mandata gran gente in Piemonte contro al marchese di Monferrato, mandarono duemila cavalieri e gran popolo con molto navilio ad assediare Borgoforte in sul Mantovano, e ivi si posono ad assedio per acqua e per terra, facendo nel Pò grandi palizzati, acciocchè levassono al castello ogni fornimento e soccorso che venire gli potesse per lo fiume del Po, e con bertesche, e con guardie, e con navili il chiusono, e per acqua e per terra l’assediarono strettamente.

Avvenne in questi dì, che ’l papa mandò un valente prete in Lombardia a predicare la croce,guardandosi i maggiori prelati di non volere la grazia di quell’uficio. E la croce si bandiva e predicava, come detto è, contro al capitano di Forlì e al signore di Faenza. Il valente sacerdote se n’andò a Milano, e ivi favoreggiato dal vescovo di Parma, cominciò sollicitamente a fare l’uficio che commesso gli era dalla santa Chiesa. Come messer Bernabò ebbe notizia di questo servigio, senza vietarglielo, o ammonirlo che questo fosse contro alla sua volontà, il fece pigliare, e ordinata per lui una graticola di ferro tonda a modo d’una botte, là dentro vi fece mettere il sacerdote, e accesovi sotto il fuoco come si fa a uno arrosto, e facendolo volgere, crudelmente il fece morire a grande vitupero, non tanto per la sua persona ch’era prete sagrato, quanto per lo dispregio e irreverenza che per lui si mostrò fatto a santa Chiesa che l’avea mandato. E per arrogere al mal fatto aggiunse, che al vescovo di Parma fece torre il vescovado, e delle rendite di quello investì altrui, e contradiò alla predica della croce. E acciocchè il capitano si potesse difendere dal legato li mandò subitamente dieci bandiere di cavalieri, dandogli speranza di maggiore aiuto, e avendoli presso il castello di Luco, che tenea tra Bologna e la Romagna, senza contasto li vi mise dentro.

Del mese di maggio 1356, i signori di Milano volendo vincere per assedio la città di Pavia, feciono edificare attorno alla terra tre grandi bastite, le quali feciono armate di bertesche e di steccati, e molto afforzare con buoni e larghi fossi, e l’una strinsono alla città di là dal Tesino, e l’altra di verso Milano, il Tesino in mezzo; e in sul fiume feciono un largo ponte di legname per lo quale l’un’oste potea soccorrere all’altra, e l’altra bastita posono dall’altra parte della terra. E per non tenervi tanta gente impedita a tenervi campo aperto, misono in queste bastite cavalieri e pedoni assai, i quali faceano aspra guerra, e teneano la città sì stretta, che vittuaglia niuna o gente non grossa vi poteva entrare, e grande speranza aveano di vincere la città, se fortuna l’avesse conceduto alla loro volontà: ma non sempre agli appetiti de’ potenti tiranni acconsente la divina disposizione, come leggendo innanzi si potrà trovare.

In questi medesimi tempi, i Turchi avendo settanta legni armati, e molte barche imborbottate,valicarono in Romania, ricettati da un barone di quelli che rimase nel paese dell’antica compagnia, uomo di perversa condizione; e per far male a’ suoi paesani, dava a’ Turchi rinfrescamento e porto a’ loro navili, ed eglino quando per mare quando per terra correvano il paese predando uomini e bestiame e roba senza trovare da’ paesani contasto, e al barone, che gli ritenea e favoreggiava, di tutta la preda davano la decima parte. E così seguendo tutta la state feciono in Grecia grandissimi danni, e poi senza contasto si tornarono in Turchia carichi di servi greci e di molta roba.

Non essendo per li legati di santa Chiesa potuto trovare in tutto il verno passato pace o tregua tra il re di Francia e quello d’Inghilterra, ma piuttosto aggravato l’animo del re di Francia e de’ suoi Franceschi per l’ingiurie ricevute dagl’Inghilesi; e gl’Inghilesi montati in maggiore audacia e baldanza aveano tanto a vile i Franceschi, che non pensavano potere perdere abboccandosi con loro: e però essendo tornato il re d’Inghilterra nell’isola per lo fatto degli Scotti, come detto è, da capo s’apparecchiarono il valente duca di Guales, e ’l pro’ e ardito conte di Lancastro, e tra loro divisono il paese ove doveano guerreggiare nel reame di Francia, e catuno prese tremilacavalieri e molti arceri, e da capo cominciarono a correre il paese. E ’l conte entrò in Brettagna facendo nel paese aspra guerra, ardendo, e guastando e predando senza trovare contasto, e ’l duca se n’entrò in Guascogna scorrendo il paese, e valicando insino a Nerbona, guastando e predando il Nerbonese e ’l paese d’intorno senza trovare avversari in campo. Catuno si tenea alla guardia delle mura e delle fortezze, per modo che niuna terra vi potè acquistare. E in questo modo gl’Inghilesi stettono il maggio e ’l giugno del detto anno, facendo assai danno e vergogna al re di Francia e a’ sudditi del suo reame. Il re di Francia non avendo riparato infino a qui all’audacia degl’Inghilesi, vedendoli tanto montare in sua vergogna e in danno del paese, s’apparecchiò con ogni sollecitudine che potè di tutta sua forza di cavalieri e di sergenti e d’arme, a intenzione d’andare a trovare i nemici, e di combattere con loro, e cacciarli del reame a suo podere. Ma i due baroni colle due osti, si tornarono a Bordello in Guascogna colle loro prede, per ordinarsi insieme de’ nuovi assalti che intendeano fare nel reame, e per provvedersi contro all’apparecchiamento che sentivano fare al re di Francia. Come le cose seguirono, leggendo appresso per li loro termini si potranno trovare.

Essendo un forte castello nel mezzo della contea della Marcia chiamato...., ove si facea grandi mercati certi dì per li circostanti paesani, gl’Inghilesi feciono prendere a più loro cavalieri abito di mercatanti, i quali sapeano la lingua francesca, e mostrando d’andare a fare loro investite al mercato, a due a due giugnendo al castello prendevano albergo; ed essendovene entrati una buona compagnia, facendo vista d’attendere il mercato per lo seguente dì, faceano grandi e larghe spese e cortesie, e diportandosi per lo castello verso la rocca, il castellano che non si prendea guardia de’ mercatanti fu da loro morto. E morto il castellano, entrarono nella fortezza, e quella tennono tanto, che gl’Inghilesi che stavano però attenti n’ebbono la novella, e cavalcaronvi di subito quattrocento cavalieri e altri arceri; e giugnendo alla terra, avendo l’entrata, senza uccisione vi s’entrarono e afforzaronvisi dentro, e feciono in quello loro ridotto, guerreggiando tutto il paese d’intorno, con fare danno grave a’ paesani. E questo avvenne del mese di giugno predetto.

Dappoichè il re di Francia ebbe morto il conte di Ricorti e gli altri cavalieri normandi, come già è detto, mandò in Normandia un suo barone, e fecelo giustiziere in quel paese. Costui cavalcò nel paese, e faceva senza contasto l’uficio del suo baliato, ubbidito da tutti i paesani. Avvenne che una terra della contea di Ricorti era nel giustiziato del suo uficio; il balio vi cavalcò con tutta sua famiglia per tenervi ragione, come facea in tutte l’altre terre. Il zio carnale del conte di Ricorti ch’era morto, con sua forza prese il detto balio e’ suoi famigli, e in dispetto del re di Francia, a lui e a’ diciassette suoi compagni, per ricordanza di quello ch’era stato fatto al nipote sire di Ricorti, fece tagliare le teste, e quella terra e l’altre della contea di Ricorti fece rubellare al re di Francia; e allegatosi col re d’Inghilterra fornì le sue terre, e ricettando gl’Inghilesi, faceva grande guerra a’ Normandi.

Appresso alla detta rubellione, sentendo messer Filippo di Navarra fratello del re, come il re Giovanniin persona sconciamente avea a Ruen voluto uccidere il re di Navarra suo fratello, e appresso l’avea villanamente imprigionato, e come avea morto il conte di Ricorti, disperandosi della salute del fratello e della sua, incontanente rubellò tutte le terre di Navarra al re di Francia; e cavalcando per tutte le terre accogliendo a parlamento gli uomini del reame, si dolea del grande tradimento fatto per lo re di Francia al loro signore, e inanimandoli contro al re di Francia, gli confortò alla difesa del paese, e ordinò e fornì tutte le buone ville; e fatto questo, colla sua persona si mise nel forte e nobile castello posto in sulla marina, che si chiama...., e ivi si fortificò, per potere dare l’entrata in Navarra agl’Inghilesi e a cui volesse, senza potere essere impedito. E messovi buona e confidente guardia, si partì del reame e andossene al re d’Inghilterra, e fece lega e compagnia con lui. E poi seguitò coll’aiuto e in compagnia degl’Inghilesi a fare grande guerra al re di Francia, come seguendo nostra materia si potrà trovare.

Essendo con tre grandi e forti bastite assediata la città di Pavia da’ signori di Milano, confidandosi nelle grandi fortezze, ne trassono de’ cavalieri e de’ masnadieri per sovvenire all’altre loro imprese; e avvedendosene quelli da Beccheria chegovernavano la città, procacciarono d’avere segretamente aiuto dal marchese di Monferrato. Era in quella stagione in Pavia un frate Iacopo Bossolaro de’ romitani, in cui gli uomini e le donne di Pavia aveano grande divozione: costui colle sue prediche avea confortato molto il popolo alla sua franchigia contro alla potente tirannia di quelli di Milano; e avendo avuta gente dal marchese, la quale v’era entrata di notte chetamente, essendosi provveduti della bastita ch’era loro più di presso, che rispondea a quella di là dal Tesino, dato il dì ordine a’ cavalieri e al popolo, e apparecchiate scale e argomenti di legname da entrare nella bastita, per modo che i loro nemici non n’ebbono alcuno sentimento, e dato l’ordine dell’assalto a’ caporali, sicchè catuno sapea ciò che s’aveva a fare, e da qual parte avea a fornire la sua battaglia, s’andarono la sera a posare: e nella mezza notte s’armarono e guernirono d’ogni cosa; e poi, come ordinato era, in sù l’aurora, a dì 28 di maggio del detto anno, uscirono della città, e il buono frate Iacopo Bossolaro con loro. Cominciarono l’assalto d’ogni parte alla bastita, e fecionlo sì contamente, ch’elli sprovveduti dentro del subito assalto perderono ogni facondia di consiglio e d’aiuto alla loro difesa; e’ cavalieri tedeschi che dentro v’erano, vedendosi d’ogni parte assaliti, non ebbono cuore alla difesa, e stavano smarriti a vedere come se fossimo consenzienti, e ciò non era vero: ma per loro natura rinchiusi non sanno combattere, nè resistere come in aperto campo. E però quelli di Pavia con poca resistenza entrarono nella bastita, e presonla, facendogrande uccisione de’ loro nemici, e la maggiore parte ne presono; gli altri che poterono fuggire non furono perseguitati, e camparono. Presa la prima bastita, di presente si dirizzarono al ponte, e presonlo, e fedironsi nell’altra bastita di là dal Tesino. I capitani di quella impauriti della sconfitta de’ loro compagni, e della perdita della forte bastita, non ebbono cuore di mettersi alla difesa, ma alla fuga, chi meglio il seppe fare, ma non sì che assai non ne rimanessono morti e presi. E vinta, e messo fuoco alla seconda bastita, si dirizzarono alla terza ch’era dall’altra parte della città, e quella vinsono per simigliante modo. E come saviamente per loro era ordinato, seicento de’ loro fanti a piè forniti di seghe, e d’altri argomenti da tagliare, e da svegliere palizzati e rompere catene, furono mandati per acqua al navilio di Piacenza ch’era raunato in Po, e alquanti cavalieri per terra in loro aiuto, i quali valorosamente feciono il servigio: e per forza presono il navilio, e arsonne la maggiore parte, e alquanto ne ritennono, e quelli che v’erano alla guardia ne mandarono in rotta. E così maravigliosamente, come a Dio piacque, quella franca gente assediata lungamente dalla gran potenza de’ signori di Milano, in uno dì se ne liberò vittoriosamente, dando abbassamento alla superba potenza de’ grandi tiranni.

Sopravvenendo nuova guerra a raccontare alla nostra materia, così cominciamo. Avendo Lodovico re d’Ungheria per lungo tempo molte volte richiesto a’ Veneziani la città di Giara e l’altre terre, che del suo regno teneano occupate in Schiavonia, e non trovando modo con loro di riaverle con pace, di questo mese di maggio del detto anno, si mosse dalla città di Buda in persona con trenta compagni, e misesi a cammino dirizzandosi in Schiavonia alla città di Sagabria, ch’è in Dalmazia, e innanzi che quivi fosse giunto, si trovò con cinquecento cavalieri. E giunto in Sagabria, in pochi dì vi vennono tutti i baroni del reame e del suo distretto, e catuno colla gente d’arme del debito servigio, la quale era tanta che non la comportava il paese; per la qual cosa fu costretto il re di parlare a uno a uno, e dir loro la gente ch’e’ volea in quel servigio, e tutti gli altri fece rimandare addietro in Ungheria. A Sagabria vennono a lui ambasciadori del comune di Vinegia i quali addomandavano la sua pace, offerendoli danari quanti più potessono, per rimanere in concordia con lui. Il re rispose che non cercava i loro danari, perocchè n’avea assai, ma s’eglino avevano in mandato dal loro comune di renderli le sue terre, per questo poteano avere la sua concordia e la sua pace. Gli ambasciadori risposono,che ciò non aveano in commissione. Il re disse, che per altro non si travagliassono: onde gli ambasciadori si tornarono addietro al loro comune. Il re stando in Sagabria ordinò di fare la sua guerra, come appresso la diviseremo. La boce che usciva si spandea per diversi luoghi; i più credeano che a Giara si facesse la gran punga, come altra volta era fatta, altri nell’Istria, altri a Trevigi, e ’l certo non si potea sapere; e per questo i Veneziani aveano più a pensare, e maggiore spesa a provvedere alle loro terre in diverse parti: e incontanente, non curando la spesa, dando grandi e disordinati soldi, fornirono Giara, e l’altre terre di Schiavonia e dell’Istria, e provvidono e fornirono la città di Trevigi di gente d’arme a cavallo e a piè con grande spesa.

Sentendosi per tutta Italia, che il re d’Ungheria con grande moltitudine d’Ungheri e d’altri suoi sudditi infedeli s’apparecchiava per passare sopra i Veneziani, aggiugnendosi alla novella, che l’imperadore e ’l duca d’Osteric tenea mano con lui, e che l’imperadore dovea creare re in Lombardia e re in Toscana, non senza sospetto stettono tutti i tiranni d’Italia, e ancora i popoli di catuna parte sospesi, e massimamente i tiranni di Lombardia. E per questa cagione s’accostarono a parlamento insieme, eordinarono loro leghe, e di concordia li mandarono ambasciadori per sapere la sua intenzione de’ fatti loro; e avuta da lui amichevole risposta, catuno rimase senza paura della sua impresa, salvo il comune di Vinegia, contro a cui egli manifestamente s’apparecchiava.

Di questo mese di maggio, essendo il conte Paladino in ribellione del re Luigi, e avendo con seco due grandi conestabili con cinquecento barbute, ch’egli avea tratte della compagnia contro alla volontà del conte di Lando, come addietro abbiamo narrato, e avendone messi quattrocento in una sua terra di Puglia che guerreggiavano il paese, il re, avendo concordia col conte di Lando, mandò in Puglia ottocento cavalieri per ristrignere quelli del conte nella terra, e poi coll’aiuto de’ paesani assediativi dentro. Ma gli avvisati Tedeschi non si vollono rinchiudere tra le mura, e partire non si sarebbono potuti senza loro grande danno e vergogna. E però, come uomini di grande ardire, uscirono della terra, e sentendo nel paese la gente del re, vennono loro incontro, e misonsi in aguato, e appressatasi la cavalleria del re, per modo che quelli dell’aguato non si poteano coprire, si schierarono e ordinarono a battaglia, e mandarono a richiedere i cavalieri del re di battaglia,ch’erano ivi cinquecento cavalieri bene armati, e montati tutti in buoni cavalli; i quali sentendo la richiesta, e avendoli in dispregio, senza fare altra risposta, accoltisi insieme e dato il nome, s’addirizzarono contro a’ nemici, e percossongli per tale virtù, ch’al primo assalto gli ruppono e sbarattarono; e cacciandoli per avere in preda, si cominciarono a sciogliere della loro massa con mala provvedenza, e chi cacciarono qua e chi là. L’uno de’ due conestabili con pochi de’ suoi si ridusse in alcuno vantaggio di terreno e fece testa, e degli altri che fuggivano, vedendo ferma quella bandiera, per loro scampo si riduceano ad essa, e ingrossavano la sua forza. La gente del re vittoriosa, avendo morti e presi de’ loro nemici, vedendo che alquanti aveano fatto testa sotto quella bandiera, s’addirizzarono a loro con più baldanza che buon ordine. Il conestabile avvisato di guerra, conoscendo la sciocca venuta de’ suoi avversari, confortò i suoi di ben fare, e stretto co’ suoi pochi sì percosse tra gli assai male ordinati, e ruppegli più per maestria di guerra che per forza ch’egli avesse; e coloro ch’erano vincitori, per la stolta baldanzosa tratta rimasono vinti in questa parte, e il conestabile, per lo savio accorgimento e buona condotta, essendo prima vinto e fuggito del campo, rimase vincitore, e tanti prese de’ suoi avversari, quanti i suoi cavalieri ne poterono menare prigioni, tra’ quali furono certi baroni e alcuni cavalieri di Napoli e altri Toscani, tutti ricchi prigioni; e senza arresto, quanto i cavalli di buono andare li poterono menaresi partirono, e condussonli senza cercare più altra fortuna in sul campo a salvamento. E nondimeno della loro compagnia ne rimasono morti assai, e più presi che quelli ch’e’ ne menarono in buona quantità, ma de’ loro poco si curarono: di quelli ch’aveano presi eglino ebbono danari assai, e per mala condotta la bella vittoria condussono a vergognoso fine.

Quello che seguita non è cosa che meriti memoria, se non per dimostrare con esempio del fatto la matta follia degli oltramontani. Il conte di Lando era lungamente stato colla sua compagnia a nimicare con operazioni latrocine e infedeli il Regno, e con lui i sopraddetti due conestabili alamanni. Avvenne, che fatta la sopraddetta battaglia, il conte di Lando appellò di tradimento i detti due conestabili, dicendo, che contro al loro saramento s’erano partiti della compagnia. E’ conestabili dall’altre parte appellavano lui per traditore, dicendo, che contro al suo saramento avea rotti loro i patti. L’antica pazzia oltramontana per l’usanza del loro appello li recò in giudicio, e commisonsi nel re Luigi; e appresentandosi l’una parte e l’altra in giudicio nella sua corte, non senza giusto pericolo delle loro persone, essendo prencipi di manifesti ladroni senza alcuna fede,nondimeno il re guardò alla liberalità ch’e’ nemici ebbono confidandosi alla sua persona, e fedelmente commise a disputare la loro questione, facendo loro assessore il suo gran siniscalco, e d’ogni parte per lungo piato furono i savi ad allegare. Ma in fine, o ragione o torto che si fosse, il re, avuta la relazione dal suo consiglio, liberò il conte, e i due conestabili condannò per traditori, e ritenneli per prigioni alla volontà del conte. E per questo modo forse fece in parte la sua vendetta per la capitosa follia tedesca.

Avvedutosi alquanto il comune di Siena, che l’essere strano dal comune di Firenze gli potea tornare a pericoloso danno, e massimamente sentendosi male forniti, e che la compagnia del Regno era già in Abruzzi per valicare nella Marca e appresso in Toscana, elesse de’ suoi maggiori cittadini grandi e popolani, e accompagnati da molta famiglia pomposamente alla loro maniera, a dì 16 di giugno del detto anno vennero a Firenze. E fatti adunare i collegi e gli altri buoni cittadini di Firenze, con parole di grande reverenza cominciarono loro sermone, chiamando padri del loro comune il popolo e ’l comune di Firenze, e come figliuoli al padre a loro si raccomandavano, offerendo il loro comune apparecchiato di non partirsi dal reverente consiglio eubbidienza del comune di Firenze, dicendo, ch’erano apparecchiati ad entrare nella lega e compagnia già provveduta e ordinata per lo comune di Firenze, e di pigliare la loro taglia, e di fare quanto il detto comune volesse comandare in questo e nell’altre cose. I governatori della nostra città, non guardando alli sconvenevoli falli per addietro commessi pe’ Sanesi contro al nostro Comune, li riceverono graziosamente in compagnia e in lega, e promisono, dov’eglino volessono essere uniti e in fede al nostro comune, d’aiutarli e difenderli come cari e diletti fratelli amichevolemente.

Tornando a nostro conto all’assedio di Borgoforte in sul Mantovano, il quale i signori di Milano molto si sforzarono per acquistare, e’ ruppono e svelsono i grandi palizzati che v’erano per difesa del castello, e per molte battaglie e gravi assalti tentarono d’averlo, e sarebbe venuto fatto, se non fosse il grande e buono aiuto ch’ebbono da Mantova e da Reggio, e per questo si difesono francamente. Vedendo i capitani dell’oste che a quella pugna si perdea il tempo senza frutto, e sapendo che Reggio per soccorrere Borgoforte era sfornito della gente d’arme, si levarono subito, e cavalcarono a Reggio; e trovando la città sprovveduta dei loro subito avvenimento, di poco fallì che non entrarononella terra, ma quella poca gente che v’era si mise francamente a guardare le mura e le porte, per la qual cosa l’oste corse danneggiando il contado, e appresso vi si misono ad assedio, e stettonvi più dì; ed ebbono novelle, come gente del marchese di Monferrato s’era ingrossata a Pavia, per la qual cosa temendo i signori di ricevere vergogna in sul Milanese, feciono partire l’oste da Reggio, e all’uscita di luglio del detto anno con poco onore si tornarono a Milano.


Back to IndexNext