LIBRO OTTAVOCAPITOLO PRIMO.Il Prologo.
Avvegnachè antica questione sia stata tra’ savi, nondimeno la mente nostra s’è affaticata in ricercare gli esempi degli autori d’ogni tempo per avere più chiarezza, quale sia al mondo di maggiore operazione, o la potenza dell’armi nelle mani de’ potentissimi duchi e signori senza la virtù dell’eloquenza, o la nobile eloquenza diffusa per la bocca de’ principi con assai minore potenza; e parne trovare, avvegnachè il mio sia lieve e non fermo giudicio, che l’eloquenza abbi soperchiata la potenza, e fatte al mondo maggiori cose; e l’eloquenza di Nembrot, ammaestrato da Gioniton suo maestro, raunò d’oriente tutta la generazione umana in un campo a edificare la torre di Babel; la confusione della lingua mise la loro forza e la loro opera in distruzione. Serse volendo occupare la Grecia coprì il mare di navi, e il piano e le montagne d’innumerabili popoli; la leggiere forza di Leonida, con cinquecento compagni inanimati dall’ammaestramento dell’eloquenza di quellouomo, fece sì incredibile resistenza a quello sformato esercito, che a’ Greci diede speranza di vincerlo, e al re volontà con pochi de’ suoi di ritornare indietro. Alessandro di Macedonia con piccolo numero di cavalieri infiammati dall’informazione della compiacevole lingua di colui, vinse le infinite forze di Dario e’ suoi tesori. I nobili principi romani più per savio ammaestramento della disciplina militare, che per arme o per forza di loro cavalieri domarono l’universo. E cominciando a Tullio Ostilio re de’ Romani, condotto in campo per combattere co’ Toscani, vedendosi in su gli estremi abbandonato e tradito da’ compagni, e preda de’ nemici, tanta virtù ebbe la sua provveduta ed efficace eloquenza nel confortare i suoi con fitte suasioni, ch’e’ li fece vincitori. E che fece il nobile Scipione affricano? Non rimoss’egli con la virtù della sua lingua il malvagio consiglio de’ senatori, che per paura voleano ardere e abbandonare la città di Roma, e per questo vinse e soggiogò Affrica al romano imperio? Il magnifico Cesare con poca compagnia, a rispetto della moltitudine de’ suoi nemici, potendosi arbitrare in Francia, in Borgogna, in Sassonia e in Inghilterra molte volte preda de’ suoi avversari, per l’ammaestramento e conforto della sua voce tante volte vinse i nemici forti e potenti, che li ridusse sotto la sua libera signoria. Che si può dire di questo, quando con un pugno di piccolo fiotto di cavalieri, per lo suo conforto domò e sottomise tutte le nazioni del mondo in un campo a Tessaglia? Ma tornando alle minori cose, Zenone filosofo vecchio,posto in croce miserabilmente a gran tormento, usando la forza della sua magnifica eloquenza, fece abbattere la sfrenata e gran potenza del tiranno siracusano. Dunque chi commuove i popoli chi apparecchia le grandi schiere, se non la eloquenza risonante negli orecchi degli uditori? E però senza comparazione pare, che l’eloquenza ordinata al bene più giovi che l’armi, e indotta al male più nuoce che altra cosa. E perocchè il nostro trattato per debito ci apparecchia di fare comincia mento all’ottavo libro, uno lieve e piccolo esempio per lo fatto, ma assai strano e maraviglioso per lo modo, prima ci s’offera a raccontare.
Era in questi tempi nato in Pavia un giovane figliuolo d’un picciolo artefice che facea i bossoli, il quale nella sua giovinezza entrò nella via della penitenza, e abbandonato il secolo, traeva vita solitaria in alcuno romitorio nel deserto. È vero, che per essere a ubbidienza prese l’abito de’ frati romitani, e chiamavasi frate Iacopo Bossolaro. E avendo costui gran fama di santità e di scienza, fu costretto dal suo ministro di ritornare in Pavia, e di stare nella religione, e ivi tenea vita più solitaria e di maggiore astinenza che gli altri del convento. Avvenne, che venendo il tempo della quaresima, ed essendoconsuetudine di fare il primo mercoledì della quaresima nella sala del vescovo uno sermone al popolo, fu commesso a questo frate Iacopo, il quale il fece in tanto piacere del popolo, che fu costretto a predicare tutta la quaresima. E come fu piacere di Dio, questo religioso facea le sue prediche tanto piacere a ogni maniera di gente, che la fama e la devozione cresceva maravigliosamente per modo, che molti circustanti delle terre e delle castella traevano a udire le prediche di frate Iacopo. Ed egli vedendo il concorso della gente, e la fede che gli era data, cominciò a detestare i vizi, e massimamente l’usura, e l’endiche, e le disoneste portature delle donne, e appresso cominciò a dire molto contro la disordinata signoria de’ tiranni; e in poco tempo ridusse le donne in genero a onesto abito e portamento, e gli uomini a rimanersi dell’usure e dell’endiche. E continovando le sue prediche contro alla sfrenata tirannia, e avendo, come addietro è detto, per lo suo conforto fatto pigliare l’arme al popolo a sconfiggere quelli delle bastite, per la qual cosa le sue parole aveano tanta efficacia, che i signori da Beccheria, ch’erano allora signori di Pavia, cominciarono a ingrossire delle parole ch’egli usava in genero contro a tutti i tiranni. E allora erano signori messer Castellano e messer Milano. Costoro cercarono segretamente di farlo morire per più riprese, tanto che la cosa gli venne palese, e’ cittadini ne cominciarono ad avere guardia, e dovunque andava l’accompagnavano, per modo che i signori nol poteano offendere, ed egli per questo più apertamente controalle crudeltà già fatte per costoro predicava, e incitava il popolo alla loro franchigia.
Il valente frate, sentendo il popolo disposto a seguire il suo consiglio, avendo alcuno consentimento dal marchese di Monferrato vicario dell’imperadore in Pavia, raunato un dì il popolo alla sua predica, avendo molto detto contro alle scellerate cose, e’ vizi che regnano nelle tirannie, e aperto l’aguato che alla sua persona più volte era fatto per li tiranni da Beccheria per torgli la vita, disse, che la salute di quel popolo era che si reggessono a comune, e sopra ciò ordinò molto bene le sue parole. E stando in sul pergamo, nominò venti buoni uomini di diverse contrade della città, e a catuno disse, che volea ch’avesse cento uomini al suo seguito; e de’ detti venti fece quattro capitani di tutti. E com’egli gli ebbe pronunziati nella predica, così il popolo li confermò con viva boce, ed eglino accettarono l’uficio. Sentendo questo i signori, furono sopra modo turbati, e cercarono con forza d’arme d’uccidere il frate, ma il popolo gli ordinò sessanta cittadini armati alla guardia; e per tanto que’ da Beccheria, temendo più la commozione del popolo che degli armati, non si vollono mettere a berzaglio. In questi dì messer Castellano era col marchese, e volendo per questa novità tornarea Pavia, non potè avere la licenza da lui. E questo manifesta assai, che ’l marchese fosse consenziente a quello ch’era fatto per lo Bossolaro.
Dopo questi centurioni fatti in Pavia, del mese di settembre anno detto, messer Milano, ch’era in Pavia, con assentimento del fratello, vedendosi tolta la signoria, cercava segretamente di dare la città a’ signori di Milano. Frate Iacopo, che stava attento, sentì il fatto, e di presente raunò il popolo alla sua predica, e in quella disse molto contro il malvagio peccato del tradimento. Ed essendo già di ciò sospetti al popolo i signori, e chiariti per la predica del Bossolaro, il detto frate comandò d’in sul pergamo a uno de’ centurioni, ch’andasse a messer Milano, e comandassegli, che di presente si partisse della città e del contado di Pavia. Il signore temendo il furore del popolo ubbidì, e spacciò la città della sua persona e di tutta sua famiglia in quel giorno, e andossene a loro castella. Avvenne poco appresso, che essendo morta la moglie del marchese, ed egli imbrigato nell’esequio, messer Castellano prese suo tempo, e partissi senza licenza, e vennesene al fratello; e come furono insieme, diedono le castella a’ signori di Milano, e ricevettono quella gente d’arme ch’e’ vollono, e rifeciono trattato co’ loro amici della città,pensando colla forza de’ signori di Milano rientrare in Pavia; il trattato si scoperse, e tutto il rimanente di que’ da Beccheria furono cacciati della città, e furono presi cento cittadini degli amici de’ signori, e di loro quelli che più furono trovati colpevoli ne furono dodici decapitati, tra’ quali furono cinque giudici e avvocati servidori de’ signori, gli altri furono liberi a volontà del popolo e di frate Iacopo, e la terra riformata a popolo, e ribanditi tutti gli usciti guelfi, e nominatamente il conte Giovanni e ’l conte Filippo, e’ loro figliuoli e discendenti, che quarantasei anni erano stati di fuori cacciati da’ tiranni da Beccheria. E come che ’l reggimento fosse a popolo assai bene ordinato, niente si facea che montasse senza il consiglio di frate Iacopo; e nondimeno il frate osservava onestamente la sua religione, e infino allora l’avea trenta anni usata con laudevole vita. Chi può stimare il fine delle cose, e la varietà delle vie della volubile fortuna? La signoria da Beccheria non potuta sottomettere dalla gran potenza de’ signori di Milano, nè da molte guerre sostenute, prese fine per le parole d’un piccolo fraticello: ma che più? quella città credendosi essere sciolta dalla servitù de’ suoi cittadini e tornata in libertà, poco appresso fu sottoposta a più aspro giogo di tirannia, come leggendo innanzi si potrà trovare.
Erano in questo tempo i signori di Milano intenti con tutto loro sforzo e studio sopra l’assedio della città di Mantova, e però il marchese di Monferrato andò a Pavia con milledugento barbute e quattromila fanti, i quali improvviso a’ signori di Milano cavalcarono il Milanese; e posono loro campo presso alle porte di Milano; e questo feciono avvisatamente, sapendo che gente d’arme non era nella città, e acciocchè quelli di Pavia ch’aveano perduto il vino, per l’assedio e per le bastite ch’aveano avuto addosso, il ricoverassono sopra il contado di Milano, e così fu fatto; che stando quella gente a campo come detto è, frate Iacopo Bossolaro in persona uscì di Pavia con tutta la moltitudine del popolo, uomini, e femmine, e fanciulli con tutto il carreggio della città e del contado, e con tutti i somieri e vasella da vendemmiare, e misonsi nelle vigne de’ Milanesi, e in un dì vendemmiarono e misono in Pavia diecimila vegge di vino senza alcuno contasto, e catuno n’andò carico d’uve; e questo avvenne, ch’e’ tiranni sentendosi poche genti temettono di loro persone, e però non vollono uscire della città. Il marchese con la sua gente veduta fatta la vendemmia, e ’l popolo raccolto a salvamento, saviamente levò il campo, e messosi innanzi il popolo e la salmeria, del mese d’ottobre del detto anno, sano e salvo si tornòin Pavia, con grande vergogna de’ superbi tiranni.
Avvegnachè vergogna sia mettere in nota quello che seguita, tuttavia può essere utile per l’esempio il male che seguita della discordia de’ religiosi. La Badia di Firenze avea undici monaci in questo tempo senza abate, perocchè l’insaziabile avarizia de’ prelati avea questo monistero conferito alla mensa del cardinale che fu vescovo di Firenze, messer Andrea da Todi; costui traeva il frutto, e’ monaci rimanevano senza pastore; e presono a fitto dal cardinale la rendita, che ne fece loro buono mercato, per fiorini mille d’oro l’anno, acciocchè il monastero si mantenesse a onore. I monaci erano uomini senza scienza e di lievi nazioni, e intendea catuno alla propria utilità, e del monistero non si curavano, e ’l nimico co’ suoi beveraggi gl’inebriava per modo, che tra loro era tanta invidia e tanta discordia, che nè dì nè notte vi si potea posare. E come che s’andasse, cominciando di questo mese d’ottobre, in sei mesi appresso quattro volte fu messo fuoco nelle case della Badia, e non si potè sapere certamente per cui, ma da’ monaci della casa per la loro dissensione si tenne per tutti che fatto fosse. Il primo dì d’ottobre arse la sagrestia e le case del dormentorio infinoalla volta della via del Garbo; e un altro ve ne fu messo poco appresso, che avvedendosene tosto fu spento senza troppo danno, e così un altro dopo quello. E la notte di nostra Donna di marzo ne fu messo uno nella casa di costa al palagio, il quale l’arse tutta, e avrebbe arse quelle di san Martino, che l’erano congiunte, se non fosse il gran soccorso, ma molto danneggiò le case e’ mercatanti lanaiuoli ch’ebbono a sgombrare. Questa malizia benchè movesse da singulare persona, tutta si può dire che procedesse dalla sopraddetta avarizia de’ maggiori prelati, che per empiere le loro disordinate mense levano i pastori alle chiese cattedrali, e per questo le gregge si dispergono, e diventano pasto de’ rapaci lupi.
Era lungo tempo stata questione tra ’l conte Bandino di monte Granelli e Pietro conte di Romena della terra e della rocca di Romena, e in questi dì era per compromesso la questione in mano del conte Ruberto da Battifolle, il quale si dicea ch’avea aggiudicata, o ch’era per aggiudicare Romena al conte Bandino contro alla volontà del conte Piero; per la qual cosa Piero ricorse al comune di Firenze, e con molta sollecitudine e grandi preghiere indusse i collegi, che ’l comune comperasse la sua parte di Romenaper fiorini tremilacinquecento d’oro; e diliberato questo per li collegi, si mise al consiglio del popolo, e per due volte si combattè la detta proposta nel consiglio, e perocchè ai popolo non piacea l’impresa furono in discordia; in fine i priori e’ collegi aoperarono tanto che la proposta si vinse, e fu diliberato pe’ consigli ch’a Piero conte fossono dati tremilacinquecento fiorini d’oro delle ragioni ch’avea in Romena. Ed essendo la terra e la rocca nelle mani del conte Bandino, ed egli allora in bando del comune di Firenze, il qual bando falsamente gli diede un suo nemico da Calvoli quand’era podestà di Firenze, ed egli per isdegno, o per altro, non s’era procacciato a farlo rivocare, e per questo il comune diliberò, o per amore o per forza di volere avere la tenuta delle sue ragioni. Sentendo Bandino conte l’impresa determinata per lo comune di Firenze de’ fatti di Romena, mandò per sicurtà di potere venire a’ signori, e avutala, fece co’ signori raunare i collegi, e in loro presenza disse, come Romena era sua per chiara sentenza, e quella tenea e possedea; e sentendo che ’l comune avea l’animo di volerla, niuno la potea meglio dare di lui, e in grande grazia si tenea di donarla al comune di Firenze, di cui si riputava figliuolo e servidore; e non tanto Romena, ma tutte l’altre sue terre volea dare liberamente al comune di Firenze, e per lo comune l’avea tenute, e intendea di tenere sempre. Le profferte furono tanto libere e graziose, che di presente impetrò grazia d’essere ribandito, e messo in protezione del comune, e d’essere fattosuo cittadino. E non volendo il comune le sue ragioni in dono, non potè essere recato a porvi alcuno pregio. Infine i signori con discreto consiglio ordinarono, che al detto Bandino fossono dati contanti cinquemila fiorini d’oro, de’ quali e’ si tenne molto contento, e di presente fece liberamente la carta della vendita della terra di Romena, e de’ fedeli e di tutta la giurisdizione ch’avea in quella, come pochi dì innanzi avea fatto Piero conte della sua parte, e a dì 23 d’ottobre anno detto, per li consigli del comune fu ribandito, e fatto cittadino di Firenze, e a dì 28 del detto mese ebbe contanti fiorini cinquemila d’oro, avendo il dì dinanzi fatta dare la tenuta della terra e della rocca al comune di Firenze. E le carte della detta compera di Romena si feciono per ser Piero di ser Grifo da Pratovecchio notaio. Da’ detti conti il comune liberò i fedeli e feceli contadini, e diè loro l’estimo e le gabelle come agli altri e la cittadinanza, e feceli popolari; onde molto furono allegri e contenti, e ripararono i difetti del castello.
La compagnia dell’arciprete di Pelagorga, stata lungamente in Provenza, era cresciuta in più di quattromila barbute. Il papa e’ cardinali aveano cerco con preghiere di farli partire del paese; e non avea avuto luogo. Ma sapendo comela maggiore parte di quella gente era del reame di Francia, impetrarono lettere e comandamento da parte del re di Francia, come si dovessono partire delle terre di Provenza ch’erano del re Luigi, il qual’era di suo lignaggio, e congiunto parente. Le lettere e ’l comandamento furono ubbidite come da prigione, e di presente si ridussono in più parti di Provenza per vernare; e così tribolarono il verno come la state tutta la provincia. E per questo i Provenzali mandarono al re loro signore, che li venisse a soccorrere con forte braccio, altrimenti e’ non potrebbono sostenere.
L’altra compagnia in Italia dimorando in sul terreno di Bologna, ricettati da messer Giovanni da Oleggio ch’allora era signore, e per sicurtà di sè s’era fatto amico del conte di Lando e degli altri caporali di quella; e com’è narrato poco addietro, i signori di Milano aveano presa la Serraia di Mantova, e fortemente stretta la città d’assedio, e quivi faceano ogni punga per vincerla. Gli allegati lombardi contro a loro cercavano la difesa, la quale non si potea fare senza gran forza, che lungamente si potesse mantenere: e però diedono ordine alla moneta che catuno dovesse pagare ogni mese, e fu stribuita per questo modo: che Bologna pagasse come detto è fiorini dodicimila, e ’l marchese di Ferrara fiorini ottomila,e’ signori di Mantova fiorini tremila, il comune di Pavia fiorini duemila, quelli di Novara duemila, i Genovesi coll’aiuto segreto ch’avea il doge loro da’ Pisani fiorini quattromila; il signore di Verona allora si stava di mezzo e quello di Padova; il marchese di Monferrato non ebbe a conferire moneta, perocch’era capitano in Piemonte, e là facea guerra colla sua gente; e trovata la moneta, di presente soldarono la compagnia del conte di Lando, e del mese d’ottobre sopraddetto la feciono partire d’in sul Bolognese con più di tremila barbute e con tutta l’altra ciurma, e parte ne misono sul Mantovano, e parte ne mandarono in Vercellese, accozzati coll’altra loro masnada. Quello che di ciò seguì appresso al suo tempo racconteremo.
Il re Luigi, vedendo a mal partito il contado di Provenza, diliberò col suo consiglio d’andare in persona al primo tempo in Provenza con tutto suo sforzo e degli amici, per liberarla dalla compagnia, e però richiese tutti i suoi baroni del debito servigio, e ordinò d’avere moneta e di fare alcuna armata; e del mese di novembre anno detto mandò per suoi ambasciadori a richiedere i Fiorentini d’aiuto, e tutti gli altri comuni di Toscana. Il nostro comune diliberò di darli l’insegna del comune contrecento buoni cavalieri in fino ch’avesse cacciata la compagnia di Provenza, gli altri comuni feciono la loro profferta più lieve, e chi se ne diliberò con altra scusa.
Avvedendosi i Pisani ch’e’ Fiorentini per preghiere, nè per promesse larghe, nè per minacce, nè per armata ch’avessono fatta in lega col doge di Genova per impedire la mercatanzia che non andasse a Talamone, non si moveano, e che pertinacemente ne portavano ogni sconcio e ogni gravezza, pensarono di volere vincere Talamone per forza, e ardere la terra e guastare il porto, e mandaronvi subitamente e per terra e per mare a fare quel servigio, avendo armate otto galee e uno legno alla guardia che mercatanzia non andasse a Talamone; ed essendo apparecchiati in mare, s’apparecchiarono di cavalieri e di masnadieri e d’argomenti per combattere la terra, e di vittuaglia. I Fiorentini sentendo questo, avvisarono i Sanesi, e di presente mandarono per terra assai gente da cavallo e da piè e di molti balestrieri a Talamone, per potere difendere la terra per mare e dall’oste per terra; i Sanesi anche vi mandarono loro sforzo. I Pisani vi mandarono l’otto galee e un legno per mare, e mosso la cavalleria e ’l popolo pisano per terra, sentirono come il loro aguato era scoperto, ecome gente d’arme da Firenze e da Siena erano andati a Talamone per azzuffarsi con loro, sicchè per lo migliore si tornarono addietro; e le galee vedendo fornito il porto di cavalieri e di balestrieri, non ardirono d’accostarsi alla terra, e stati alquanti dì sopra il porto, del mese di novembre anno detto lasciarono a Gilio due galee, che ogni navilio che venisse a Talamone fosse menato a scaricare a Porto pisano. Per questa cagione i Fiorentini più accesi contro a’ Pisani per li loro oltraggi, ordinarono di fare armata in mare, per fare ricredenti i Pisani della loro arroganza; onde seguitarono assai gran cose, come appresso nel suo tempo racconteremo.
Essendo l’oste de’ signori di Milano stretta a Mantova, e non movendosi per la venuta della compagnia, nè per la guerra del Piemonte, i collegati mandarono mille barbute e cinquecento masnadieri in sul contado di Milano a un grosso casale che si chiama Castro, sedici miglia di piano presso a Milano, ed entrativi dentro, lo trovarono bene fornito da vivere, e di là cavalcarono il paese sino presso a Milano, facendo a’ contadini gran danno, e a’ signori maggior vergogna. L’altra parte della compagnia s’accostò in Vercellese colla gente del marchese, e tolsono a’ signori di Milano parecchi castella: e per questomodo, non potendo levare l’oste da Mantova, guereggiavano i tiranni dove potevano. I signori di Milano aontati da’ cavalieri di Castro, ch’erano pochi, e in su gli occhi loro, di subito gli feciono assediare con intenzione che niuno ne campasse, ma d’avergli a man salva, e di fargli tutti impendere per la gola, e però non li lasciavano partire. Ma la cosa ebbe tutto altro fine, come nel suo tempo innanzi si potrà trovare.
Avvegnachè lieve cosa sia per lo fatto, la disusata e strana materia ci strigne a fare memoria, come il papa e’ cardinali contro all’usata franchigia della corte di Roma, rompendo quella, per volere riparare le città d’Avignone, e fare guardare la terra per tema della compagnia di Provenza, non volendo toccare i danari di camera, feciono imposta a’ mercatanti e agli artefici ben grave, e di presente l’esazione. E misono la gabella al vino, e un’altra più grave di fiorini uno per testa d’uomo, e ordinarono gli esattori, e riscossonne parte, ma era sì incomportabile alla minuta gente, che poco andò innanzi. L’avarizia de’ prelati, e la franchigia rotta a’ cortigiani, fece di questo molto maravigliare ovunque se ne seppe le novelle, e maggiormente, perchè la città è della Chiesa. La gabella del vino e altre gravezze rimasono in piè, in poco onore de’ guidatori della città di Roma
Era stata, dopo la partita dell’imperadore da Pisa, tutta Toscana in tranquillo stato, e alcuna volta in lega tutti e quattro i maggiori comuni, e non si dimostrava alcuna apparenza di cagione di guerra. E’ Fiorentini erano fermi di mantenere il porto a Talamone senza cominciare guerra, o mostrare che rotta fosse loro da’ Pisani. I Perugini trovandosi in prosperità, e forti di gente d’armi, non ostante ch’avessono doppia pace col comune e col signore di Cortona, la prima fatta per proprio movimento del loro comune, innanzi a quella generale che si fece coll’arcivescovo di Milano, e co’ suoi collegati e aderenti, alla quale prima richiesono il comune di Firenze, che entrasse loro mallevadore al comune e al signore di Cortona di diecimila marche d’oro, che manterrebbono la pace lealmente, e ’l comune fece un sindaco a potere fare il sodamento e la promessa, e così fece; e’ Perugini, istigati da Leggiere d’Andreotto loro grande cittadino, il quale promettea di dare loro la terra per trattato ch’egli avea dentro, di subito del mese di dicembre anno detto, con quattrocento cavalieri e con gran popolo vennero a Cortona, e guastaronla intorno, e poi si posono all’Orsaia, e non si trovò che trattato vi fosse dentro. L’impresa fu rea, e mossa da gran malizia per animodi setta, e non ebbe il fine che s’aspettava per i Perugini, ma fu cagione di gravi cose in Toscana, come seguendo nostro trattato diviseremo.
Aspettandoci alquanto le novità de’ cristiani, ci occorrono di quelle de’ saracini; e per meglio intendere le presenti, ci conviene alquanto trarre addietro la nostra materia. Quando morì il Saladino, uomo valoroso di virtù e di prodezza, e molto temuto e ridottato signore, e accrebbe la sua signoria, quando venne a morte lasciò quattordici figliuoli maschi, e ’l maggiore fu fatto soldano; ma i suoi ammiragli avendo provato la signoria del padre dura e ridottabile, volendosi maliziosamente provvedere, s’intesono insieme; e come il soldano non faceva a loro senno, l’avvilivano di parole nel cospetto del secondo fratello, e prometteano di farlo soldano se consentisse la morte sua; e tanto procedettono nella loro malizia, con inducere la vaghezza della signoria ora all’uno fratello e ora all’altro, che in spazio di venti anni già otto soldani di quelli fratelli avean fatti morire l’uno appresso l’altro; e per questo gli ammiragli aveano accresciuto loro stato e loro baronie, e abbassato quello del soldano, per modo che poco era ubbidito; e nel 1357 de’ quattordici figliuoli del Saladino ve n’erano rimasi due, l’uno soldano male ubbidito.E per questo abbassamento della signoria in questi dì s’era sommosso un signore de’ Tartari, il quale si disse che s’era convertito alla fede di Cristo per certi frati minori, il quale s’apparecchiò con grande esercito di sua gente, e con molti cristiani giorgiani, per volere venire a racquistare la terra santa; e innanzi mandò lettere al soldano comandandoli, che dovesse a’ suo saracini fare sgombrare la terra santa. Il soldano e’ suoi ammiragli di queste lettere si feciono beffe, e ordinarsi dov’e’ venisse di mettersi alla difesa. L’impresa dilatò la fama, ma il signore, o ch’e’ non fosse in perfetta fede, o in tanta potenza, raffreddato dell’impresa non seguì suo viaggio.
Essendo i trattati della pace e le triegue dal re d’Inghilterra a’ Franceschi, non ostante ciò, messer Filippo di Navarra, mostrando d’avere accolta gente da sè, e avea molti Inghilesi in sua compagnia, era entrato in Normandia, e facea là e in altre parti del reame più aspra guerra che mai non aveano fatto gl’Inghilesi, e molto tormentava i Franceschi, dicendo, ch’a torto teneano il re suo fratello in prigione. E per questa tribolazione del paese, e perchè il re avea amici tra i tre stati che governavano il reame, i prelati, i baroni, e’ borgesi ch’erano al governo, feciono sopra ciò loro consiglio, e mostraronoal popolo come messer Filippo si movea a ragione, perchè il re di Navarra riceveva torto: e in parlamento di gran concordia, a dì 28 di novembre anno detto, il trassono di prigione: e in quello parlamento e’ si scusò, e mostrossi innocente, e mostrò, come ciò che gli era stato fatto era stata operazione del cancelliere, ch’oggi era cardinale; e ringraziò il popolo e i tre stati, e seguì d’essere fedele, e fu fatto capitano di guerra.
Incontanente ch’e’ Perugini s’avvidono che ’l trattato d’avere Cortona era stato bugiardo, e pur l’impresa era fatta, mandarono ambasciadori a’ Fiorentini significando, ch’aveano trovati i Cortonesi in trattato di furare certe loro terre contro a’ patti della pace, e però erano venuti sopra Cortona, e intendeano non partirsene d’assedio, ch’eglino avrebbono la città ai loro comandamenti. E molto sfacciatamente, e con grande arroganza, sapendo che ’l nostro comune avea promessa e sicurata la pace per loro, e’ domandarono aiuto di gente d’arme a quello assedio. Dall’altra parte in que’ medesimi dì, con più giustizia e ragione, erano a’ signori gli ambasciadori de’ Cortonesi e del loro signore, i quali si lamentavano forte de’ Perugini, che senza alcuna cagione di subito aveano loro rotta la pace,della quale il comune di Firenze era mallevadore, e domandavano al comune che desse loro solamente l’insegna con cento cavalieri alla guardia della città, facendo chiaro il comune ch’e’ Perugini non aveano ragione, e che trattato per i Cortonesi contro a’ Perugini, o contro alle loro terre, non era pensato non che fatto; e di questo s’offeriano a fare ogni chiarezza. Il comune di Firenze, che di natura e d’antica consuetudine è tardo alle cose, per avere a diliberare con molti consigli, in fine ordinò e mandò suoi ambasciadori a Perugia, riprendendo il comune di quella impresa non giusta, e pregandoli per l’onore loro medesimo, e appresso del comune di Firenze ch’era obbligato, a loro stanza che se ne dovessono partire; e di ciò furono male ubbiditi.
Essendo tra’ signori di Milano e’ collegati di Lombardia contro a loro stretto trattato di concordia, avvenne che duemila barbute della compagnia valicavano per lo Milanese. Messer Bernabò Visconti sentendo questo, e temendo d’alcuna sua terra, di presente fece cavalcare messer Giovanni da Biseggio suo capitano con millecinquecento cavalieri, e appresso lo seguivano mille barbute per soccorso. Messer Giovanni, franco e coraggioso capitano, si mise innanzi senza attendere gli altri mille cavalieri, e colla sua brigatas’aggiunse co’ nemici in sul Bresciano, e ivi si fedì tra loro aspramente. Quivi avea di buoni cavalieri, che li riceverono allegramente, ove fu aspra e fiera battaglia. In fine i cavalieri di messer Bernabò furono sconfitti, e preso il capitano con venti conestabili, e bene quattrocento altri cavalieri, e lasciati alla fede, all’usanza tedesca. Trovaronsi morti in sul campo tra dell’una parte e dell’altra trecento uomini, i più de’ vinti; e questo fu del mese di dicembre anno detto.
Nel settimo libro addietro è narrato l’assedio del re d’Ungheria posto a Giadra, il quale stato lungamente, del mese di dicembre anno detto, coll’aiuto d’alcuno trattato d’entro, si menò una cava di fuori in certa parte ov’era l’aiuto d’entro, e in pochi dì furono fatte cadere quaranta braccia di muro; e atati da coloro con cui s’intendeano dentro, ebbono l’entrata della città, ed entrati gli Ungheri dentro, senza gran contasto vinsono la terra, e tutta la gente de’ Veneziani ch’erano alla guardia si raccolsono nel castello, ch’era alla marina alquanto scostato dalla terra, fortissimo e ben fornito a ogni gran difesa, e da potere avere soccorso di mare. Questa è quella città che tanta guerra ha fatto fare tra ’l re d’Ungheria e’ Veneziani, e alla qualeil re d’Ungheria in persona alcuna volta con centomila cavalieri è stato all’assedio, e partito se n’è con vergogna, e ora così vilmente è stata vinta. Credo che l’ambiziosa superbia de’ Veneziani per gravi discipline sia umiliata nel cospetto di Dio, per la qual cosa si può comprendere che Iddio per grazia gli traesse con lieve danno di gran pericolo e di gravi spese; e bench’elli avessono grande appetito di pace, tenendo Giadra non la sapeano lasciare, ma ogni omaggio, ogni gran quantità di pecunia offeriano per quella; ma il magnanimo re volea innanzi il suo onore, che la pecunia e l’amistà de’ Veneziani. Come i Veneziani sentirono che la città di Giadra era tolta loro sbigottirono forte, non ostante che tenessono il castello, ch’era di gran fortezza, e da poterlo tenere e fornire per mare; ma consideravansi consumati dalle spese, e la potenza del re essere sopra le forze loro, e però subitamente gli mandarono ambasciadori per volere trattare della pace con lui. Il re essendo cresciuto in vittoria sopra loro, per farli più accendere nell’appetito della pace, a questa non li volle udire, mostrando animo grave contro al comune di Vinegia per le grandi ingiurie ricevute da quello, e scrisse in Puglia all’imperadore per volere fare armare galee, e in Lombardia a’ signori suoi amici perchè s’apparecchiassono al suo servigio, ch’egli intendea di venire ad assediare Trevigi, e far guerra per terra e per mare a’ suoi nemici veneziani. Per questa risposta i Veneziani temettono più forte, e conobbonsi disfatti dentro alle incomportabili gravezze, e di fuori dalla gran potenza del re. Eper questo diliberarono tra loro ch’ogni altra posa era accrescimento a’ loro guai, salvo che la pace, e questa procacciarono, come innanzi a loro tempo racconteremo.
Come poco innanzi narrammo, messer Bernabò signore di Milano avea lungamente tenuti assediati nel castello di Castro in sul Milanese mille cavalieri, e cinquecento masnadieri di quelli della compagnia, con speranza d’averli per forza e di farli impiccare. E avendo fatto ordinare sua gente alla battaglia, non essendo il castello forte, da ogni parte il fece assalire con aspra e stretta battaglia; e avvegnachè ’l luogo fosse debole alla loro difesa, la necessità di difendere catuno la vita, diede loro smisurata sollecitudine e forza alla difesa, e combatterono sì aspramente contro alla moltitudine de’ loro nemici, che per forza gli ributtarono addietro della battaglia, e con danno di molti morti e d’assai magagnati si ritornarono addietro al campo loro, ch’era intorno al casale. Avendo l’altra parte della compagnia ch’era in Vercelli sentito il pericolo de’ loro compagni, mandarono ad avvisarli della giornata, che verrebbeno col loro sforzo per levarli di là, acciocch’elli stessono apparecchiati. E incontanente, improvviso alla gente de’ signori di Milano, del mese di dicembre anno detto, con duemila barbute benein concio se ne vennero in sul contado di Milano dall’una delle parti del casale: e trovando in concio i loro compagni ch’erano in Castro, con bella schiera fatta s’uscirono del casale, e aggiunsonsi co’ loro compagni, per modo che la gente del tiranno non ebbe ardire di muoversi contro a loro. E in questo modo senza niuno assalto si ridussono, con vergogna de’ signori di Milano, sani e salvi in Vercellese.
Dibattuta lungamente la guerra tra’ signori di Milano e gli altri Lombardi collegati, e le cose molto imbarrate da ogni parte, non ostante che in molte cose la fortuna avesse prosperato gli allegati, e vergognata l’altra parte, tant’era la forza de’ signori di Milano di danari e di gente d’arme, che solo sostenendo consumava gli allegati, e della perdita delle genti e delle terre piccole non si curavano, e continovo ogni mese aveano fornite e ricresciute le loro masnade, mostrando maggiore forza l’un dì che l’altro, tenendo l’oste sopra Mantova, e facendo cavalcare sopra i Lombardi, tormentandoli dopo le sconfitte ricevute più che prima. Il signore di Mantova, toccandogli la guerra più nel vivo, mandò messer Feltrino da Gonzaga a’ collegati per riprendere il trattato della pace co’ signori di Milano, e fece dare speranza a’ signori di Milanodi dar loro la città di Reggio, e per questo diedono udienza al trattato del mese di gennaio del detto anno. Ma innanzi che ’l trattato avesse effetto, altre cose avvennono tra loro, le quali prima ci verranno a raccontare.
Tornando a’ fatti di Cortona, trovando coloro ch’allora reggevano il comune di Perugia, che l’impresa non era stata ben fatta, e ch’e’ Fiorentini glie ne riprendeano, e molti altri loro buoni cittadini, per non avere vergogna dell’impresa, poichè fatta l’aveano, e il popolo minuto, che allora reggea la città, se ne mostrò tanto infocato, che incontanente crebbono gente d’arme da piè e da cavallo, per fornire il contradio di quello che erano pregati da’ Fiorentini. E già però i Fiorentini per troppo amore che portavano a quel comune, e per vergogna che ricevessono di loro promessa non vollono tramettersi contro a’ Perugini per difesa de’ Cortonesi, com’e’ poteano a loro vantaggio, altro che con parole, onde da’ savi uomini furono assai biasimati. E’ Perugini vedendo che ’l comune di Firenze non volea prendere la guardia di Cortona, come e’ dovea e potea fare, presono più baldanza, e rinforzarono l’oste di molta gente, e chiusono la città d’assedio con cinque battifolli, per modo che non vi si poteva entrare nè uscire senzagrande pericolo; e questo fu all’entrata del mese di gennaio del detto anno. Gli assediati erano male forniti di gente forestiera alla difesa, e a’ cittadini convenia fare la guardia grande di dì e di notte che gli affliggea molto, e questo dava grande speranza a’ Perugini di venire a’ loro intendimenti; e ’l signore ne stava in grande gelosia, temendo de’ suoi cittadini, ma i cittadini per singolare odio che portavano a’ Perugini, temendo di venire alla loro suggezione, rassicurarono il signore, e strinsonsi con lui, e ordinarono la guardia volontaria e buona alla difesa della città, e cominciarono a trattare de’ loro rimedi.
Lavorandosi il terreno de’ Trevigiani per gli Ungheri, come già è detto, trovandosi in Trevigi una franca masnada di cavalieri e di masnadieri, avendo pensato di fare una grande e utile preda, ed essendo i lavoratori pe’ campi sotto la guardia degli Ungheri operando la terra senza paura, non temendo de’ Trevigiani, i cavalieri ch’erano in Trevigi, con certi Veneziani e Trevigiani a cavallo, e con tutti i masnadieri a piè, una mattina innanzi al dì uscirono della terra cinquecento cavalieri, e altrettanti masnadieri e gran popolo, e cavalcarono il paese, e raccolsono grandissima preda di bestiame grosso e minuto, e d’uomini. Gli Ungheri sentirono il romore, e come gente apparecchiata di loro cavallie che non s’hanno a vestire arme, di tutte le castella d’attorno trassono a pochi e ad assai insieme, e cominciarono da ogni parte a impedire colle loro saette i nemici, e non gli lasciavano cavalcare innanzi alla loro ritratta. E tenendoli per questo modo, l’altra moltitudine degli Ungheri traeva e cresceva loro addosso sempre saettando, uccidendo e fedendo de’ cavalli e degli uomini; e perchè contro a loro si movessono i cavalieri, e’ si voltavano, e fuggivano, e ritornavano prestamente. E non valendo a’ Trevigiani il combattere e ’l lanciare, che a mano a mano n’aveano più addosso, convenne loro per forza abbandonare la preda, e intendere a campare le persone; ma non lo poterono fare sì interamente, che de’ loro non rimanessono trecento tra morti e presi, a cavallo e a piè. E d’allora innanzi di Trevigi non uscì più gente per vantaggio che fosse loro mostrato di fuori, e’ Veneziani con più appetito procacciavano l’accordo della pace col re d’Ungheria.
Era la città di Firenze in questi tempi in grande tranquillità e pace dentro, e di fuori non avea nemici, e con tutti i comuni e signori d’Italia era in amicizia, non avendo contro ad alcuno voluto pigliare parte, e con tutti quelli ch’aveano guerra travagliatosi della pace, e lanovità del porto di Talamone non inducea guerra. La città dentro per l’ordine de’ divieti delle famiglie de’ popolani, quando alcuno era tratto agli ufici de’ collegi, aveva fatto venire il reggimento del comune in molte genti d’ogni ragione, e ’l più in artefici minuti, e in singulari e nuovi cittadini, e a costoro quasi non toccava divieto perchè non erano di consorteria, sicchè frequentemente ritornavano agli ufici, e’ grandi e potenti cittadini delle gran famiglie vi tornavano di rado. Ancora poca distinzione si faceva per uno comune buono stato degli uomini: e chi era senza vergogna, a’ tempi che s’insaccavano per squittino generale gli uomini all’uficio del priorato, si provvedea dinanzi con gli amici, e colle preghiere, e con doni, e con spessi conviti; e per questo modo più indegni e illiciti uomini si ritrovavano agli ufici, che virtuosi e degni. Nondimeno la cittadinanza era più unita al comune bene, e le sette aveano meno luogo, e i nuovi e piccoli cittadini negli ufici non aveano ardire di far male nella infanzia de’ loro magistrati. Nondimeno in grande fallo e pericoloso correa la repubblica di non riparare a’ manifesti falli che si commettevano negli squittini, come detto è. Ma certi uomini grandi e popolari avvedendosi dell’errore del comune, con grave e sagace malizia, e a fine reo di divenire tirannelli, s’avvisarono insieme, e quello che si dovea, e potea racconciare con ordine di buona legge e onesta al fare degli squittini, convertirono sotto il titolo della parte guelfa, dicendo, ch’e’ ghibellini occupavano gli ufici, e che se i guelfi non riparassonoa questo, poteano pensare di perdere tosto loro stato e la franchigia del comune, la cui franchigia mantenea la libertà in Italia. E di vero la parte guelfa è fondamento e rocca ferma e stabile della libertà d’Italia, e contraria a tutte le tirannie, per modo che se alcuno guelfo divien tiranno, convien per forza ch’e’ diventi ghibellino, e di ciò spesso s’è veduta la sperienza; sicchè grande beneficio del nostro comune è a mantenere e accrescere la parte guelfa. Costoro, avendo conceputa la malizia, e conferita con certi delle grandi famiglie, dicendo, che quello che intendeano fare sarebbe materia al comune d’abbreviare i divieti, presono conforto e favore di venire alla loro intenzione. E succedendo all’uficio del capitanato della parte de’ caporali che la coperta iniquità aveano conceputa, per potere con loro seguito avere a tutti i cittadini guelfi e ghibellini il bastone sopra capo, e potere le loro spezialità sotto il detto bastone in comune e in diviso adempiere; ed essendo allora per consueto ordine due cavalieri de’ grandi e due popolani capitani, raccozzò la fortuna certi cittadini grandi e popolari di pessima e iniqua condizione, messer Guelfo Gherardini, messer Geri de’ Pazzi, Tommaso di Serontino Brancacci, Simone di ser Giovanni Siminetti, cittadini grandi e popolari di pessima e iniqua condizione. I grandi astuti e cupidi d’uficio, e d’avere poveri, dispetti e detratti degli onori del comune per non sapere usare la virtù col senno; gli altri popolari erano conferenti a’ grandi nelle predette cose, fuori che negli ufici usurpati più perprocaccio che per virtù. Costoro tutti in concordia traendo non al bisogno, o al beneficio del comune o della parte, ma a quel fine che già è detto, ordinarono una petizione, che in sustanza contenne, che quale cittadino o contadino di Firenze, ghibellino o non vero guelfo, avesse avuto per addietro, o avesse per innanzi alcuno uficio del comune di Firenze, potesse essere accusato palesemente e occultamente, non nominando eziandio l’accusatore; e che approvandosi l’accusa per sei testimoni di pubblica fama, che l’accusato fesse ghibellino o non vero guelfo, essendo i testimoni approvati per uomini degni da potere portare testimonianza, per li capitani della parte, e per li consoli delle loro arti, dovesse l’accusato e provato, com’è detto, essere condannato ad arbitrio della signoria ch’avesse l’accusa innanzi, nella testa o in quantità di moneta, ch’almeno fosse libbre cinquecento di fiorini piccioli, e rimosso da ogni uficio e onore del comune; e ch’e’ testimoni non potessono essere riprovati di falso. E portata l’iniqua petizione per li detti capitani a’ signori e a’ collegi, ed esaminata, parendo loro ch’ella fosse iniqua e ingiusta, non la vollono ammettere nè diliberare tra loro. Per la qual cosa i capitani gli abominavano contro alla parte, e di loro seguaci raunarono più di dugento cittadini scelti a loro modo, e con essi sotto il titolo della difensione di parte guelfa, a cui niuno s’opponeva, andarono con grande baldanza a’ priori e al consiglio, e dissono, ch’e’ non si partirebbono di là, che la petizione sarebbe diliberata, e così convenneche si facesse; e vinta fu a dì 15 di gennaio anno detto. E avuta la petizione alla loro malvagia intenzione, di presente si racchiusono insieme nel palagio della parte, e per loro squittini feciono capitani, e priori, e consiglieri di parte di loro seguito per molti anni, con assai pubblica, sfacciata, e disonesta spezialtà, e sotto falso nome di parte guelfa trovando modo di distruggere e d’abbassare il giusto e santo nome di quella, ebbono podere di fare ogni cosa secondo il loro disordinato appetito. Della qual cosa seguitò subitamente grande inquietazione del tranquillo e buono stato del comune, e tutti i cittadini disposti a volere fare i fatti loro, e non concorrenti alla sconcia setta, stavano sospesi di loro stato e di loro onore: e comune turbazione ne cadde tra’ cittadini, e appresso ne seguitarono sconce ingiurie e gravi pericoli alla nostra città, come leggendo innanzi pe’ tempi si potrà comprendere.
Essendo dal cominciamento del verno continovato fino al gennaio un’aria sottilissima, chiara e serena, e mantenuta senza ravvolgimento di nuvoli o di venti, oltre all’usato natural modo, per sperienza del fatto si conobbe, che da questa aria venne un’influenza, che poco meno che tutti i corpi umani della città, e del contado e distretto di Firenze, e delle circustanti vicinanzefece infreddare, e durare il freddo avvelenato ne’ corpi assai più lungamente che l’usato modo. E per dieta o per altri argomenti ch’e’ medici facessono o sapessono trovare, non poteano avacciare la liberagione, nè da quello liberare le loro persone, e molti dopo la lunga malattia ne morivano; e vegnendo appresso la primavera, molti morirono di subitana morte. Dissesi per gli astrolaghi, che fu per influenza di costellazioni, altri per troppa sottigliezza d’aria nel tempo della vernata.
A dì 4 di febbraio anno detto nacque in Firenze al Poggio de’ Magnoli una fanciulla portata sette mesi nel ventre della madre, la quale avea sei dita in ciascuna mano e in catuno piede, e i piedi rivolti in su verso le gambe, senza naso, e senza il labbro di sopra, e con quattro denti canini lunghi da ogni parte della bocca due, uno di sopra e uno di sotto; il viso avea tutto piano, e gli occhi senza ciglia: e vivette dalla domenica a vespro al lunedì vegnente alla detta ora, e più sarebbe vivuta se avesse potuto prendere il latte.
Il comune di Siena aspettando, e vedendo ch’e’ Fiorentini non rimoveano i Perugini della impresa di Cortona, avendo il signore di Cortona singulare amistà co’ Sanesi, gli avea richiesti d’aiuto; e i Sanesi gravandosi de’ Perugini ch’atavano contro a loro quelli di Montepulciano, furono contenti d’avere cagione di atare i Cortonesi. E in prima cercarono per più riprese di mettere masnadieri di furto nella città, e per la sollecita e buona guardia de’ Perugini non venne fatto, anzi ne furon presi e morti, ch’aggiunse a’ Sanesi maggiore sdegno. E trovandosi già scoperti da’ Perugini per queste cavalcate, conobbono che in palese conveniva fare l’impresa incominciata, se non ne volevano rimanere vituperati. Cercarono in prima avanzare, se fare il potessono, e tennero in prima due trattati, l’uno in Chiusi, e l’altro in Sarteano; e accolta gente a cavallo e a piè cavalcarono prima a Chiusi, credendovisi entrare, ma la guardia v’era buona, sicchè i loro amici non ebbono ardire di muoversi, e con vergogna si tornarono addietro. Appresso cavalcarono a Sarteano, e anche con disonore, scoperti al tutto nemici de’ Perugini, si tornarono in Siena.
Fatto questo cominciamento per li Sanesi senza alcuno acquisto, intendendosi con gli assediati, sentirono da loro, come tra la bastita della Pieve a quella dall’Orsaia avea gran campo voto in mezzo, per lo quale avvisatamente si potea fare passare della gente; incontanente i Sanesi elessono cento cavalieri ben montati, e cinquanta Ungheri con alquanti masnadieri scorti e destri, e con buona condotta li feciono cavalcare una notte per modo, che giunti la mattina per tempo al luogo tra le due bastite, senz’essere scoperti, stretti insieme si misono a passare, e senza ricevere impedimento entrarono in Cortona, ricevuti dal signore e da tutti i cittadini a gran festa, come gente ch’aveano gran bisogno d’aiuto e di soccorso; e immantinente misono l’insegna del comune di Siena nel cospetto de’ Perugini in sulla torre della porta maestra, e appresso cominciarono a uscire fuori a loro posta, e dare noia e danno a quelli del campo, e a ricevere e a mettere roba nella città, di che eglino aveano bisogno, e massimamente strame e legne, che di vittuaglia erano assai bene abbondanti. Per questa novità i Perugini si vidono al tutto entrati in guerra co’ Sanesi, e’ Sanesi co’ Perugini, e però catuno si mise in provvisione; e’ Sanesi con maggiore sollecitudine feciono provvisioned’avere danari in comune; ed essendo uno Anichino di Bongardo Tedesco fatto capo d’una nuova compagnia che si levava, ed erano già accolti insieme più di milledugento barbute, mandaronlo a conducere con tutta sua cavalleria. Lasceremo alquanto al presente le novità di Toscana per dare parte a quelle di Francia, che prima ci offrono con non minore ammirazione di lieve materia sformato avvenimento.
Essendo in alcuna cospirazione segreta di trattato il proposto de’ mercatanti di Parigi col re di Navarra, favoreggiato occultamente dal re d’Inghilterra, prese ardire, e ’l caso gli apparecchiò la materia acconcia al suo proponimento. Uno borgese di Parigi vendè al Delfino di Vienna, primogenito del re di Francia, due suoi destrieri, e ’l Delfino comandò a un suo tesoriere che ’l pagasse: il borgese andò molte volte al tesoriere per farsi pagare; il tesoriere il menava per parole; e parendo essere al borgese disperato de’ suoi danari, si turbò col tesoriere, e dissegli, che s’e’ non pagasse, che ’l comperrebbe di suo corpo: il tesoriere altiero e presuntuoso non si curò del pagamento nè delle minacce del borgese. Avvenne, che valicando del mese di febbraio anno detto il tesoriere per una ruga di Parigi, si scontrò nel borgese, il quale gli attenne lapromessa; e ucciselo; e fuggissi in franchigia. La novella corse al Delfino e al suo consiglio; i quali di presente a forza il feciono trarre di franchigia; e impenderlo per la gola. Per questo il proposto di Parigi montato in furore per lo male reggimento del consiglio del Delfino, prese compagnia di certi borgesi di suo seguito, e crebbegli ardimento del favore si sentiva in segreto del re di Navarra, e che comunemente il Delfino e ’l suo consiglio erano odiati da tutta maniera di gente; e con meno di ottanta borgesi armati copertamente, in quel furore se n’andò al palagio reale ov’era il Delfino e’ suoi consiglieri; e innanzi vi giugnessono, trovarono nella via un avvocato ch’era del consiglio del Delfino, e di presente l’uccisono; e seguendo loro viaggio, giunsono al palagio; il portiere non volea lasciare entrare altro che ’l proposto con pochi, ma entrato dentro il proposto con alcuni compagni, costrinsono i portieri, e misono dentro gli altri compagni, e di brigata se n’andarono dov’era il Delfino con due de’ suoi consiglieri, per cui più si reggea e governava, e l’uno era il conestabile di Chiaramonte, e l’altro il conestabile di Campagna; il proposto nella presenza del Delfino li fece uccidere a ghiado. Il Delfino impaurito si gittò ginocchione innanzi al proposto, pregandolo che nol facesse morire; il proposto non sostenne che egli stesse a basso, ma levollo su facendoli reverenza, e dicendo, come l’aveano per loro signore, ma aveano in odio coloro che per loro malizia gli davano consigli; e acciocchè non fosse offeso nel furore della gentegià commossa, li misono in capo un cappuccio di loro assisa, e menaronlo con loro in una parte di Parigi che si chiama Grieve, e ivi lo feciono giurare che di questo fatto non renderebbe loro per alcuno tempo mal merito, e che si reggerebbe per consiglio de’ borgesi; e fatta la promessa, e fermata col suo saramento, il rimisono nel suo primo stato. Divolgata questa cosa per tutta la città di Parigi, i borgesi lieti s’allegrarono insieme in gran parte, sommovendo l’uno l’altro, e prestavano il saramento come s’ordinò per lo rettore, a mantenere il loro novello stato e la loro usurpata franchigia.
Avendo i Veneziani consumato il tempo della matta follía, la quale a torto aveano sostenuta per molti anni contro al re d’Ungheria con molto loro danno, si disposono di comune consentimento che dal re si procacciasse buona e fedele pace; e per poterla avere, liberamente il comune si rimesse in lui, acconci di fare tutti i suoi comandamenti delle terre d’Istria, e di Schiavonia e di Dalmazia, che per loro si possedeano, e che oltre a questo gli fosse offerto ogni ammenda di danari e d’altre cose ch’alla sua signoria piacesse di volere da’ Veneziani; e fatti de’ maggiori della loro città solenni ambasciadori, con pieno mandato alle predette cose li mandarono al re; il quale sentendo la liberalità di quelcomune, graziosamente li ricevette; e udita l’ambasciata, come magnanimo signore, disse, ch’era contento di riavere tutte le terre del suo reame, e che quelle si levassono al tutto del titolo del loro doge, sicchè mai per innanzi nè ’l doge nè ’l comune se ne titolasse; e quando questo fosse fatto, intendea co’ Veneziani avere buona pace. Ammenda di danari, disse, che non volea, perocch’e’ non era cupido nè bisognoso di pecunia, ma volea per ammenda e per titolo d’amicizia, che quando e’ richiedesse il comune di Vinegia, fosse tenuto di darli armate a sua volontà ogni volta che le domandasse infino in ventiquattro galee alle spese del re. E come egli divisò, di buona volontà tutto fu accettato, e promesso di fare fedelmente per autorità degli ambasciadori, e ferma la pace; e incontanente feciono rendere il castello di Giadra, e tutte le terre che teneano in Schiavonia, e in Dalmazia e in Istria che al re s’apparteneano, e dentro vi misono la gente del re d’Ungheria, e del titolo del doge le levarono tutte; e il re, del mese di febbraio anno detto, mandò suoi ambasciadori, i quali restituirono al comune di Vinegia Colligrano, e tutte le castella che gli Ungheri teneano in Trevigiana, e con grande allegrezza e festa de’ Veneziani feciono pubblicare e bandire la pace; e fu in patto, che tutti i gentili uomini di Trevigiana rimanessono in pace col comune di Vinegia, e liberi possessori delle loro tenute e castella. E fatto solenne onore agli ambasciadori del re, feciono per loro decreto in consiglio che di niuna materia di guerra si dovesseragionare, e che catuno si dirizzasse al navicare e a fare mercatanzia. Costoro straccati della guerra conobbono il beneficio della pace; il nostro comune infastidito di troppo tranquillo stato, cercò materia di grande turbamento della cittadinanza, come appresso racconteremo.
Essendo entrati nuovi capitani di parte guelfa, messer Simone de’ Bardi, e messer Uguccione Buondelmonti, Migliore Guadagni, e Massaiozzo Raffacani, e de’ quali non v’era ma’ ma’ uno ch’avesse stato in comune, e tutti erano animosi ad accendere e suscitare lo scandalo incominciato pe’ loro precessori; e però furono in concordia di cominciare l’esecuzione dell’iniqua legge, e accolsono al palagio della parte certi eletti d’industria, uomini affocati nella volontà d’abbattere i cittadini de’ loro ufici, e de’ loro stati e onori per invidia, sotto titolo di dichiararli ghibellini o non veri guelfi. E per adempire la sfrenata volontà, misono e nominarono per ghibellini catuno cui e’ voleano a’ loro segreti squittini, e ivi furono nominati grandi e popolari di molte case e famiglie delle maggiori, e migliori e più stanti della città di Firenze, antichi cittadini e amatori del loro comune e di parte guelfa: e recati al partito tra così discreto collegio, chiunque aveva più boci di essere ghibellino,o non vero guelfo, insaccavano in cedole, per trarli fuori a parte a parte, e accusarli e farli condannare, eziandio che di nazione e d’operazione si trovassono nella verità essere veri e diritti guelfi; e nel primo squittino insaccarono da settanta cittadini di nome e di stato, come detto è. Dopo questi levato il saggio dell’accuse, dovevano insaccare degli altri, perocchè lungamente vi si penava a farli; e bollendo già tutta la città di questa perversa operazione, e parendo a catuno buono cittadino male stare, si cominciarono a destare, e a richiedere gli amici, e a pregare i capitani; e i capitani vedendo la commozione, cominciarono a tentare, e a reprimersi della loro opinione contro a’ potenti, cui già avevano insaccati per accusare. Ma per dare cominciamento al fatto, elessono cinque cittadini, de’ quali pensarono avere minore resistenza; nondimeno accolsono prima alla parte d’auzzetti di loro seguito più di dugento uomini: e formata loro accusa di quattro, di cui si poteva alcuna cosa sospicciare ne’ libri della parte, benchè certo non fosse, acciocchè ’l loro cominciamento con alcuno verisimile atasse la corrotta intenzione, a dì otto di marzo andarono i capitani in persona colla compagnia de’ sopraddetti richiesti al potestà, e disonestamente, e fuori d’ogni consuetudine, accusarono per ghibellino Neri di Giuntino Alamanni, e Mannetto Mazzetti, Giovanni di Lapaccio Girolami di porta santa Maria, e Giovanni Bianciardi cambiatore: catuno aveva avuti lievi ufici per lo tempo passato; ex abrutto gli feciono condannare, e certi altri feciono rinunziareall’uficio, in che erano de’ cinque della mercatanzia. A niuno potè valere alcuna scusa. E avendo i capitani cominciata in parte la loro esecuzione, cominciarono a essere temuti e ridottati da tutti i cittadini, e chi non si sentiva ben forte, dava opera con preghiere e con servigi, con doni e con danari di riparare alla sua fortuna, ch’era nelle mani de’ capitani della parte guelfa. E per seguire i detti capitani il loro prospero cominciamento, e sventurato e reo alla comunanza, a dì 5 d’aprile anni 1358, avendo animo di fare più e maggiore fascio, ma ristretti dal mormorio del popolo, e della infamia che già correa di loro, si ristrinsono, e fedirono nel molle, lasciando degli squittinati, e facendo ad arbitrio, n’accusarono altri otto; ciò furono, Domenico di Lapo Bandini, Mazza Ramaglianti, Cambio Nucci speziale, Giovanni Rizza, Piero di Lippo Bonagrazia, Iacopo del Vigna, Christofano di Francesco Cosi, e Michele Lapi; e tutti gli feciono condannare, senz’essere uditi a ragione, in libbre cinquecento per uno. E a dì 21 del detto mese, avendo fatto nuovo squittino, e avvolti ne’ loro sacelli grandissima quantità di buoni e di cari cittadini, e di quelli delle maggiori case popolari di Firenze di catuno quartiere, ch’a nominarle non sarebbe onesto, ed essendo per rivelazione del loro segreto squittino già noto a tutti, la città tutta si doleva, e grave infamia si spandea diversamente, non senza scandalo, che l’uno biasimava, e l’altro lodava la mala operazione, ma in genero tutti i buoni uomini guelfi biasimavano la legge sopra ciò fatta, e la esecuzioneche ne seguitava; e per questo abbassarono ancora la loro furia i capitani. Ma volendo pur fare male, anche rifedirono nel molle: e lasciandoli squittinati, ciascuno accusò il suo cui e’ volle: ed essendo senza colpa d’aver preso uficio, e da potersi con giustizia difendere, feciono condannare Niccolò di Bartolo del Buono, Simone Bertini, Sandro de’ Portinari, e Giovanni Mattei. Lasceremo ora addietro alcune altre cose che prima occorsono che quello ch’al presente seguita, per congiugnere a questa materia alcuna temperanza di rimedio fatto per bene, che poi s’usò in male, com’è usanza, non del comune, ma degl’iniqui cittadini.
Al presente occorre a scrivere cosa incredibile e vera. Questa nuova seduzione dell’iniqua legge fatta sotto il titolo della parte, generalmente spiacea a tutti i buoni e cari cittadini, veri e diritti guelfi, e più la sconcia esecuzione che se ne facea, e tutti diceano, che a ciò si mettesse consiglio e rimedio, ch’e’ cittadini non vivessono in tanta sospiccione di loro stato. Molti consigli se ne teneano, e niuno modo vi sapeano trovare, per non dirogare al nome della parte; e coloro che entravano agli ufici de’ collegi, e agli altri maggiori, ch’erano più sospetti, coloro erano quelli che più parlavano, e che piùsi mostravano zelanti a mantenere la legge e la sua esecuzione insino che la pietra cadeva sopra loro. Ma vedendo il genero de’ cittadini essere caduti sprovvedutamente sotto il giogo della malvagia legge, e non potendovi per via diretta riparare, e vedendo così i guelfi come i ghibellini, ma troppo più i guelfi, che l’onore e lo stato potea essere tolto a catuno, quando a tre uomini capitani di parte paresse, e conoscendo che tutti i più malivoli uomini di Firenze erano poco dinanzi stati insaccati per capitani, priori e consiglieri di parte senza alcuno divieto, per riparare in parte, ove non si potea riparare in tutto, a tanto male, i priori ch’erano allora, di subito e segretamente ordinarono co’ loro collegi una petizione, e fu di presente vinta in consiglio, che a’ capitani di parte guelfa s’aggiugnessono due popolani, e che niuna cosa si potesse diliberare per li capitani, se tre popolari non fossono in concordia; e dove i grandi doveano essere cavalieri, s’allargò ad ogni grande, acciocchè l’uficio non continovasse in pochi grandi; e misono a tutti divieto un anno, e che gli squittini della parte si dovessono rifare di nuovo, e annullare tutti i fatti; e questa riformagione fu ferma per li consigli a dì 24 d’aprile 1358. E avvegnachè questo non fosse opportuno rimedio, fu alcuno freno all’ordinato male, e molti per questo intervallo ebbono tempo da potere rimediare a’ fatti loro; nondimeno coloro ch’aveano l’animo e la mente sollicita a rimanere col bastone della parte, per potere premere gli altri cittadini, argomentarono a nuovi squittinì, e in questo ein altre cose feciono tanto, ch’ogni uficio accresceva nuovo scandalo nella cittadinanza, come leggendo per li tempi si potrà trovare.
Tornando a’ fatti di Cortona, i Sanesi ch’aveano presa la difesa, e soldata la compagnia d’Anichino in Lombardia, e fattala valicare a Siena, e con alquanti loro soldati, a dì 18 del mese di marzo 1357, uscirono fuori con milleottocento barbute, e con gran popolo di soldo e del loro contado per andare a soccorrere Cortona, ch’era al tutto circondata e stretta da’ battifolli de’ Perugini; e andaronsene in su quello di Montepulciano, e ivi stettono quattro dì. E in questo tempo i Perugini per recarsi più al sicuro, sentendosi presso l’oste de’ Sanesi, arsono il battifolle da Camuccia; e quelli di Cortona, sentendosi presso il soccorso, e ch’e’ Perugini per tema aveano arsa la bastita da Camuccia, presono ardire, e subitamente popolo e cavalieri uscirono di Cortona, e assalirono il battifolle ch’era ad Alti sopra la città, e quello combatterono sì aspramente, che per forza il vinsono, e molti de’ difenditori uccisono e presono, gli altri si salvarono fuggendo al battifolle di Mezzacosta, e all’Orsaia. In questi medesimi dì messer Andrea Salimbeni, che guardava la rocca di Castiglioncello oltre al Noro, avea promesso di darlaa’ Perugini per fiorini tredicimila d’oro, i Perugini vi cavalcarono, e per lo trattato entrarono nel castello; il traditore per paura de’ consorti, o per altra provvisione de’ Sanesi, non volle dare la rocca a’ Perugini, onde poco appresso se ne partirono, e’ Sanesi ne presono la guardia, e trassonla di mano a messer Andrea.
I capitani dell’oste de’ Sanesi avendo fatto vista di valicare a Cortona contro all’oste de’ Perugini per la via dall’Olmo d’Arezzo, avendo innanzi segretamente provveduto loro cammino, subitamente si misono per lo contado d’Orvieto, e cavalcando sollecitamente, prima furono al ponte Cavaliere in sulle Chiane di là dal Castello della Pieve ed ebbonlo passato, ch’e’ Perugini se n’avvedessono; ed entrati in su quello di Perugia, entrarono senza contasto in uno castelletto de’ Perugini chiamato Piegaia; e nel borgo arsono alquante case, e valicarono innanzi alle taverne di Bertuccio, e di là se ne vennono a Panicale sopra il lago; e benchè potessono fare assai danno per lo paese, se ne temperarono, per non accrescere materia di maggiore odio co’ Perugini. Essendo l’oste de’ Sanesi appressata, senza mezzo delle Chiane o di fiumari, e bene in concio per combattere, e’ Perugini mal provveduti da riceverli alla battaglia e alla loro difensione, presono partito di partirsi dall’assediodi Cortona per lo meno reo; e in quella notte fortificarono il battifolle da Mezzacosta, e arrosonvi gente alla guardia, e tutti gli altri battifolli abbandonarono, e partironsi da campo popolo e cavalieri assai vergognosamente, e ridussonsi in certe loro castella più vicine. La gente de’ Sanesi scesono la mattina in sul piano del lago, e colle schiere fatte se ne vennono all’Orsaia, e non trovandovi i nemici, si posarono quivi il sabato santo a dì 30 di marzo 1358, e in Cortona misono quella gente a cavallo e a piè che vollono con ogni altro fornimento compiutamente; e appresso il dì della Pasqua si tornarono all’Olmo, e appresso se ne vennero a Torrita in su il loro terreno, sani e salvi senza alcuno contasto. E per questo modo fu libera Cortona dall’arroganza de’ Perugini per le mani de’ Sanesi.
Venuta la novella a Perugia come la loro oste con vergogna s’era levata, e Cortona s’era fornita, il popolo si levò a romore e presono l’arme, e averebbono morto Leggiere d’Andreotto loro cittadino, e motore di questa guerra e capitano dell’oste, perch’egli avea abbandonato a’ Sanesi il campo dall’Orsaia, se non ch’e’ si partì, e cessò il furore; e racquetato il bollore, egli, come molto pratico e astuto, fece mostrare a’ rettori del comune, come per lo migliore s’eranoridotti in più salvo luogo; e andando di notte ad alcuni suoi confidenti de’ rettori, tanto adornò sue parole, che le sapea ben dire, e tanta suasione fece di larghe promesse da sè e da’ conestabili de’ cavalieri di far tosto la vendetta, e di recare onore al comune de’ loro nemici, che fu rimandato nell’oste da capo con più cavalieri, e con maggiore forza di masnadieri e d’altro popolo. E per fornire questo, atandoli lo sdegno già conceputo de’ Perugini contro a’ Sanesi, catuno si sforzò a servire il comune di danari, e accolta gente d’arme, chiamarono per capitano di guerra Smeduccio da Sanseverino, con grande animo di volersi vendicare de’ Sanesi. Lasceremo alquanto questa materia de’ due comuni, che catuno si provvede, e diremo dell’altre cose che prima ci occorrono a raccontare.