LIBRO DECIMOCAPITOLO PRIMO.Il Prologo.
La superbia, la quale prima nel cielo mostrò la sua malizia, se nelle menti terrene si trova non è da maravigliare, considerato che l’umana natura indebilita per lo peccato del primo uomo è ne’ vizii inchinevole e pronta. Questo peccato quanto sia grave, e quanto sia in ira di Dio, per lo suo fine l’ha sovente mostrato; porne alcuno esempio in nostri ricordi forse non fia da biasimare, se non da coloro che per morbidezza d’animo sono amatori delle brevi leggende, o da coloro che per tema di spesa veggendo la moltitudine de’ fogli non osano fare scrivere. Serse re d’Asia, avendo avuto più tempo nelle guerre prospera e felice fortuna, insuperbito, lo mare coperse di navi, e intra Sesto e Abido, due isolette di mare, per pomposa memoria di suo innumerabile esercito sopra le navi fè ponte, e a riceverlo tutta la Grecia non parea sofficiente, nè a ricevere nè a pascere la sua brigata; e infine da poca gente vituperato e sconfitto, e in uno piccolo legno tornòin suo paese morta tutta sua gente. Sennacherib maravigliosamente esaltato per beneficio della ridente fortuna, con l’animo altero montò sopra le stelle spregiando gli Dii, e massimamente quello degli Ebrei, come se fossono minori e meno possenti di lui; costui veggendo l’esercito suo tagliato, vilmente fuggì, e nel tempio degl’Idoli suoi da’ suoi proprii figliuoli vilmente fu tolto di vita. Dario re potentissimo, più volte sconfitto dalla poca gente d’Alessandro re di Macedonia, infine da’ suoi propri congiurenti vilmente fu morto. Ciro re di Persia e di Media, eccellentissimo di potenza....
Il codice Ricci è mancante in questo luogo di una pagina, che dovrebbe contenere il rimanente del Proemio, il capitolo secondo, e il principio del terzo, e con mio sommo rincrescimento non son riescito a riempire questa laguna col soccorso di un altro codice, poichè non m’è stato possibile trovarne copia. La Biblioteca Riccardiana possiede tre codici di Matteo Villani, e uno la Laurenziana, ma non oltrepassano il nono libro. Per supplire in qualche modo a questa laguna mi son servito d’un’Epitome fatta da Domenico Boninsegni delle storie fiorentine di Giovanni, Matteo e Filippo Villani, che si conserva nella Biblioteca Laurenziana, e che un giorno faceva parte della Biblioteca Mediceo-Palatina, segnato di num. 160.
«Più era infocato che mai messer Bernabò nell’impresa di Bologna, e impuose e trasse da’ cherici del suo tenitorio in tre mesi più di trecento migliaia di fiorini d’oro, e da’ secolari per nuova imposta circa trecentosessanta migliaia di fiorini d’oro; e venne in tanta superbia, forse per lo parentado fatto in Francia, che nessuno accordo si potè trovare tra lui e ’l legato, nè per il gran siniscalco nè altri, usando di dire, che non temeva potenza di signore terreno che gli potesse trarre Bologna di mano, e molto sparlando contra il legato. Ma per lo contrario il legato ricorse all’aiuto di Dio, e per comandamento del papa a ogni prete d’Italia fece fare in ogni messa dietro alPater nosterspeziale orazione de’ fatti di Bologna, e mandò al re d’Ungheria per gente, ed ebbe da lui duemila Ungari bene capitanati, e poi tremila di loro volontà, e subito furono in Lombardia e in Romagna al servigio del legato.»
«Per la venuta di questi Ungari, e per l’operazione d’Anichino di Bongardo, entrò paura alle genti di messer Bernabò per modo che non ubbidivano al capitano, e tutto dì si fuggivano; per la qual cosa al capitano» montata la paura, vedendo partire l’un l’altro, e non sapendo il perchè, chè per la forza e autorità che ’l capitano avesse non gli potea ritenere; onde vedendosi il capitano a questo pericolo richiese Anichino che lo accompagnasse infino valicato Bologna verso Modena, e avuta la compagnia, volendo da sè fare buona condotta, fu costretto da’ vili d’andarsene di notte sconciamente abbandonato il campo con assai fornimento e arnesi, e campati per lo beneficio della notte valicarono Castelfranco, ove s’arrestarono per non parere rotti, e ivi la mattina fermarono il campo; e stativi pochi dì, il primo d’ottobre valicarono a Modena, e tornarsi con gli orecchi bassi al loro signore, il quale quasi arrabbiato più dì stette rodendo in sè medesimo il suo orgoglioso furore, acciocchè riposatamente ai forestieri dimostrasse, ch’alla festa si ragunavano, per magnanimità questa cosa avere per niente, ed essere intervenuto per lo peggiore del legato, come di sua bocca a molti pronunziò.
Sentito in Bologna la vile partita dell’oste di messer Bernabò, tutto che ancora del tutto non fosse del Bolognese partito, il popolo prese cuore, e per lo essere tenuto affamato, furioso, giusta la sentenza di Lucano che dice, che il popolo digiuno non sa che sia il temere, straboccatamente e senza aspettare condotta o regola uscì di Bologna, e con grand’ardire assalì la bastita che guardava verso Romagna, e quella aspramente combattendo e con grida ch’andavano al cielo ebbono per forza, e tagliati e fediti molti di quelli ch’erano alla difesa la rubarono e arsono, e con quell’empito e gloria corsono ad altre due, e per simile modo l’ebbono, rubarono e arsono. Quando giunsono a quella di Casalecchio in sul Reno trovarono il becco più duro a mugnere, perocchè era ben guernita di gente da piè e da cavallo, e dato di cozzo in essa con loro dammaggio si ritornarono a Bologna, nullo assedio lasciato alla bastita: onde que’ d’entro scorreano fino alle porti di Bologna facendo danni, nondimanco aperti i cammini di Romagna cominciarono a venire della roba a Bologna; e dagli Ungheri i quali alloggiati erano fuori della città tenuti erano a freno quelli della bastita da Casalecchio, e in Romagna s’apparecchiava grande carreggio e salmeria di vittuaglia per conducere in Bologna alla venuta del legato.
In questo mese di settembre furono in Firenze tornati di corte di Roma gli ambasciadori del re d’Ungheria, e andaronne al re, avendo impromesso al papa, in quanto il bisogno occorresse, che la persona del re d’Ungheria verrebbe incontro al signore di Milano con patto, che ciò che egli acquistasse delle terre de’ detti signori, fossero sue ed egli avea fatto dire al papa che con meno di diecimila cavalieri non potrebbe venire, ed era in accordo d’avere ogni mese fiorini quarantamila d’oro, de’ quali dovea avere dalla lega de’ Lombardi sotto il titolo di Genovesi fiorini sedicimila, e fiorini quattordicimila dovea pagare il legato traendoli della Marca e del Ducato, del Patrimonio e di Romagna, e diecimila ne dovea mettere la camera del papa. La cosa fu divolgata per tutto, ma i signori di Milano poco se ne curavano, s’altra fortuna non avesse barattata loro intenzione.
Partita l’oste di messer Bernabò dall’assedio di Bologna, il legato fatto conducere di Romagna in Bologna molta vittuaglia, e fatta la condottadegli Ungheri, col grande siniscalco del Regno, e con messer Malatesta e altri valenti uomini della Romagna e della Marca, all’entrata d’ottobre del detto anno entrò in Bologna, dove da’ Bolognesi fu ricevuto a gran festa e onore, e prestamente intese a ordinare e riformare e la guardia e il reggimento della città, e i fatti della guerra contro a’ nemici suoi, non come prelato, ma come esperto e ammaestrato capitano di guerra cominciò a trattare, come conseguendo l’opere sue ne dimostreranno.
Levatasi la gente di messer Bernabò del distretto di Bologna, Anichino di Bongardo Tedesco, non senza infamia d’avere maculata sua fede, all’entrata d’ottobre s’accolse a Salaruolo presso di Faenza a tre miglia con ottocento barbute e trecento Ungheri, ricettato dal legato, e datoli vittuaglia; e sì avea il legato circa a milledugento barbute e quattromila Ungheri da poterlo prendere o cacciarlo di suo paese, per la qual cosa assai fu manifesto che il legato per nuovo servigio gli fosse obbligato: e avvegnachè assai fosse segreto, egli stette tanto a Salaruolo, che pagati gli furono quattordicimila fiorini, ovvero genovini d’oro; il perchè egli tantosto crebbe sua compagnia e di Tedeschi e masnadieri, e di volontà del legato a mezzo ottobre cavalcò il contado de’ contid’Urbino; appresso entrò nella Ravignana, e di là valicò ad Ascoli del Tronto in servigio della Chiesa per certa rivoltura fatta in quella città contro al legato, e stettono alquanti dì nel paese, e poi di novembre valicarono il Tronto, e arrestaronsi nel paese verso Lanciano, ove soffersono lungamente gran disagio, come al suo tempo diremo. Stando in questa compagnia nel numero di duemila cinquecento tra Ungheri e Tedeschi, e molti fanti a piè nella Ravignana, e dando boce di valicare da Firenze, i Fiorentini ne tennono consiglio, e infine deliberaro di provvedersi alle difese, e imposono per legge personale a chi consigliasse, trattasse o parlasse occulto o palese del prender accordo alcuno con la detta compagnia: e ciò fu assai utile cagione e materia a tutti i Toscani, perocchè le compagnie vanno cercando chi fugga e fannone preda, e fuggono le resistenze, perocchè dove e’ le trovano non possono durare, nè trarne furtivo guadagno.
Ascoli della Marca era all’ubbidienza del legato, e Leggieri d’Andreotto di Perugia v’era alla guardia per la Chiesa, e di fuori n’erano ribelli l’arcidiacono e messer Filippo.... con altri molti di loro animo e volere; costoro del mese di settembre detto anno accolta gente in loro aiuto rientrarono nella città, e trovando il seguito d’assai cittadini corsono alle case de’ loronemici, e uccisonne ventidue; gli altri che poterono campare s’uscirono della terra, e Leggieri d’Andreotto fu preso, e tanto ritenuto, che quivi fece dare la fortezza che v’era per la Chiesa, dicendo che teneano la città all’ubbidienza di santa Chiesa, ma che voleano potere stare sicuri in casa loro. La novella forte dispiacque al legato, e pensossi con la compagnia d’Anichino farla tornare al suo volere, ma i tornati in Ascoli di quella poca cura pigliavano; il legato come savio e astuto s’infinse di non se n’avvedere, perchè mostrando cruccio non si mettessono a più grave ribellione.
All’uscita d’ottobre detto anno, messer Ridolfo da Camerino essendo stato principio col suo consiglio e con le savie e sollecite operazioni di sua persona di vincere e riducere i Malatesti all’ubbidienza del legato, ed appresso continovato intorno a’ fatti di santa Chiesa operazioni leali e degne di merito, tanto seppe operare messer Malatesta, ch’era divenuto il più segreto consiglio ch’avesse il legato, che ritornandosi messer Ridolfo da Bologna a Camerino, e capitato nella città di Fermo, invitato da messer Giovanni da Oleggio marchese della Marca, e fattali allegra accoglienza, come ebbe mangiato, prendendo da lui messer Ridolfo congio, fugli detto ch’era prigione, dicendoli messer Giovanni,che ciò gli convenia fare contra suo grado per mandato del legato, e mostrò le lettere che mandate gli avea. Il valoroso cavaliere messer Ridolfo niente per tale presura sbigottito, il fece di presente sapere a’ suoi, dicendo, ciò essere senza niuna sua colpa, e confortando che di lui nessuna minima cura prendessono, e che nè per minacce nè per tormenti, nè per morte che a lui data fosse, nè di loro terre nè di loro giurisdizione dovessono dare per ricomperare la vita sua, e ciò, come cara avessono la grazia sua. I fratelli teneri di tanto uomo, e ubbidienti a lui, con i sudditi loro feciono consiglio, i quali loro offersono quarantamila fiorini i quali di presente impuosono tra loro, e fornirsi di gente d’arme, e intesono a buona guardia, e al legato mandarono ambasciadori per sapere che ciò volea dire. Di tale presura il legato forte fu biasimato da tutta maniera di gente, e quale che si fosse il suo movimento, altro non se ne manifestò che detto sia, ma valicato il mese di sua presura il legato il fè diliberare: messer Ridolfo senza tornare al legato sdegnoso e pieno d’ira e di mal talento si tornò a Camerino.
Era, come addietro è detto, capitano degli Ungari il maestro Simone conte, e il legato avea condotto con tremila Ungari, e gli altri Ungaricon alcuna provvisione nutricava: il maestro Simone in segreto con gli Ungari ch’erano di fuori s’intendea e con quelli ch’erano seco, e come era con loro fuori di Bologna gli mantenea quasi in discordia col legato rubando i Bolognesi come nemici, e facea alla sua gente usare parole, nelle quali lodavano messer Bernabò, e dicevano sè essere al servigio suo, biasimando il legato: per tale astuzia si divolgò per tuttochè gli Ungari erano rivolti dal servigio della Chiesa. E continovando la cosa in questa contumacia, e messer Bernabò veggendosi avere fatte disordinate spese nella guerra, e vedendosi al cominciamento del verno, cominciò a cassare de’ suoi cavalieri, i quali nel suo paese s’accoglieano col grido di fare compagnia; e maestro Simone con i suoi Ungari scorreano in preda in guisa di compagnia, senza gravare i paesani come nemici: e nondimeno il legato mantenea l’oste alla bastita di Casalecchio, e mostrava di volere rivocare gli Ungheri a sè per la fede avea avuta dal re d’Ungheria, e mostrava di mandare lettere perchè il re rinfrenasse gli Ungheri, che non trasandassono contro a santa Chiesa.
Essendo la bastita fatta per l’oste di messer Bernabò sopra il Reno luogo detto Casalecchio lungamente tenuta in grande confusione de’ Bolognesi,avendo per quella tolta l’acqua delle mulina di Bologna, ed essendo presso alla terra luogo forte e ben fornito, facea continua e tediosa guerra infino alle porti. Partita l’oste del Biscione, non potendola i Bolognesi avere per battaglia, l’assediarono, e sopravvenendo i difetti dentro, e non essendo soccorsi da messer Bernabò, furono costretti d’arrendersi, e fatto il patto salvo le persone, a dì 11 di novembre detto anno s’arrendè, e gli Ungari pronti e con più forza la presono, e mostrarono di volerla tenere per loro contro la volontà del legato; e mostrandosi la riotta grande tra il legato e gli Ungari per la bastita, il legato fece venire lettere dal re a maestro Simone comandandoli che rendesse la bastita al legato, e che non si partisse dal suo volere. E fatto questo comandamento la bastita fu renduta a’ Bolognesi, e maestro Simone di nuovo condotto con mille Ungari, e gli altri furono licenziati; e partitisi di là per fare compagnia, arrestandosi tra Bologna e Imola, avendo la vittuaglia dal legato: e fatta questa dissensione, messer Bernabò prese fidanza, e cassò più di sua gente, sicchè al bisogno non potè riparare agli Ungari, come seguendo nostro trattato diviseremo.
In questi tempi lo re d’Ungheria non potendo avere figliuoli della reina sua moglie, alla qualeportava grande amore, avvegnachè figliuola fosse d’un suo suddito barone, a lui e a tutto il regno ne parea male, che trascorresse il tempo senza speranza d’avere successore e di lui erede nel regno. E la moglie medesima per l’amore che portava al re n’era in afflizione, e ben disposta di fare ciò che piacesse di sè e ch’ella potesse perchè al suo signore non mancasse rede, sentendosi in istato da non potere portare figliuoli, e per questa cagione si disse palese che il re e la reina erano venuti a Giadra, e là dimorarono parecchi mesi facendo edificare un grande e nobile munistero a onore di santo..... nel quale si dicea che dovea con la dispensazione di santa Chiesa entrare la reina in abito e stato monachile, e lo re dovea potere torre altra donna. Se ciò fu vero, l’amore della donna lo vinse, e solo la fama della volontà rimase.
Gello è un bello castelletto presso a Bibbiena a due miglia, e possiede buoni terreni. Messer Luzzi figliuolo bastardo di messer Piero Tarlati l’avea lungo tempo occupato all’abate di Magalona, e rispondevali certa cosa per anno. I fedeli occupati vedendo loro tempo per uscire di servaggio, diedono il castello a coloro ch’erano in Bibbiena per i Fiorentini all’entrata del mese di novembre, e accomandaronsi al comune. MesserLuzzi in questo dì era accomandato de’ Sanesi, i quali mandarono ambasciadori a Firenze, e tanto operarono, che ’l comune a dì 15 di gennaio detto anno per riformagione di consigli diedono a messer Luzzi per compera del castello di Gello fiorini milledugento, ed egli fece consentire all’abate; e le carte fece ser Piero di ser Grifo notaio delle riformagioni del comune di Firenze.
Essendo l’impresa di Bologna barattata nelle mani di messer Bernabò per altro modo che non istimava, e ripiena d’Ungheri la Lombardia, il comune di Firenze avvisando che tempo fosse atto a trovare via d’accordo, mandò di novembre di detto anno a smuovere il legato a lasciare trovare modo alla concordia, lo quale trovarono in vista e nelle parole bene disposto, e però andarono a Milano a messer Bernabò, e cercato più volte di poterli parlare, non poterono da lui in Milano avere udienza, perocchè la notte innanzi mattutino messer Bernabò era a cavallo e andava alla caccia, e la sera tornava tardi, e non dava udienza, perchè convenne che la notte il seguitassono sponendo loro ambasciata, e cavalcando forte il signore senza arrestarsi, e non di meno parea desse speranza al trovare de’ modi; e così seguì più dì senza avere udienza altro che cavalcando, sopravennequello, che il legato trattò co’ suoi Ungheri, come appresso diviseremo; per la qual cosa sdegnato messer Bernabò non volle più udire da quella volta innanzi gli ambasciadori di Firenze, e senza onore si ritornarono al loro comune.
Il valente legato conoscendo l’animo di messer Bernabò niuna fede prendea di lui, e avendo lungamente dimostrato discordia con gli Ungheri come narrato avemo, e sentendo inverso Reggio mille barbute casse da messer Bernabò, con l’aiuto di messer Feltrino da Gonzaga per certa provvisione le condusse, e improvviso a tutti in una notte fece pagare per certo tempo gli Ungari ch’avea cassi e quelli ch’avea condotti, e mostrando d’andarsene gli Ungari di verso Ferrara, avendo avuta la licenza del passo, si rivolsono, e valicarono Modena e Reggio, e furono prima in sul Parmigiano, ch’alcuna novella n’avessono avuta i paesani, e per questo improvviso corso feciono di bestiame grosso e minuto preda senza misura. E appresso agli Ungari vi mandò il legato messer Galeotto con mille barbute, e a lui feciono capo l’altre mille condotte a Reggio per modo di compagnia, valicarono la Fossata, e poi il fiume della Parma, e stettono in larga preda più di venticinque dì, perocchèper comandamenti di messer Bernabò il paese non era lasciato sgombrare. La stanza e la ritornata fu senza contasto, e a Bologna si ritornarono a dì 11 di dicembre, con fama d’avere avuti danari da messer Bernabò; per la qual cosa il capitano degli Ungari tornato poi in Ungheria dal suo signore fu messo in prigione.
Il re Luigi avendo sentito come Anichino di Bongardo con la sua compagnia s’avviava nel Regno, o che ’l conte da Riano gli fosse di ciò infamato, o ch’egli avesse sospetto di lui, lo fece mettere in prigione, con minacce di farli torre la persona. Il conte si sentia senza colpa, e non temea, confidandosi nella verità, e nel grande parentado che avea con i maggiori baroni del Regno, i quali riprendeano il re di quella presura, per la quale non piccola dissensione era nel reame, e per l’aspetto della compagnia, e ancora perchè il duca di Durazzo non si fidava del re; e il gran siniscalco si stava a Bologna, e mostrava non curarsi di ritornare nel Regno, accortosi che ’l re avea troppa fede data ai baroni ch’erano a lui in contradio. Lo re non era sano, e il prenze perduto per le donne e per lo vino dalla cintura in su, e per queste cagioni il re sollecitava con lettere il gran siniscalco che tornasse a lui, ed egli sostenea per soccorrere al tempo del gran bisogno, e per fare ricredenti gli avversari suoi, come poscia addivenne.
Anichino di Bongardo con la sua compagnia essendo valicato nel Regno, tentato l’andare all’Aquila, e trovato i passi forniti alla difesa, fu costretto arrestarsi del mese di novembre, essendo i passi stretti e male agiati di vittuaglia, verso Lanciano, per la qual cosa soffersono gran fame e assalto a’ passi da’ paesani, onde in quel luogo perderono circa a ottocento tra cavalieri ungari e masnadieri; e non potendo in quel paese acquistare se non fame, presono la via di verso la Puglia, e all’entrata di dicembre furono in Giulianese: le terre trovarono afforzate e sgombro il paese, sicchè poco di preda vi poterono avanzare, nondimeno gli Ungari e i soldati cassi nel paese di là seguivano la compagnia sentendosi entrare nel Regno, e accrescevanle forza.
Morto messer Gran Cane dal fratello, e tornato messer Cane Signore in Verona, presa la signoria dopo il lamento fatto della morte del marito, la donna che fu di messer Gran Cane sirocchiadel marchese di Brandisborgo con disonesta fama di messer Cane Signore lungamente contro suo volere fu ritenuta in Verona. E in quei giorni addivenne, ch’a un parlamento fatto dai principi d’Alamagna con l’imperadore, il marchese di Brandisborgo si dolse dell’oltraggio fatto alla sirocchia per messer Cane Signore; onde dall’imperadore e dagli altri principi d’Alamagna fu confortato ch’attendesse a vendicare sua ingiuria, promessogli fu in ciò loro aiuto. Come ciò pervenne agli orecchi di messer Cane Signore cagione gli fu di rendere la donna, la quale rimandò del mese di novembre detto anno con quello onore e con quella compagnia ch’a lui piacque infino fuori de’ suoi confini, e quivi trovato di sua gente che gli si faceano incontro la lasciarono, udendo minacce grandi contro al signore loro. Il detto duca fece partire di suo paese tutti i sudditi del signore di Verona, e a tutti vietare le fiumane e’ passi come a suoi nimici.
Essendo di Giulianese entrata la compagnia nel distretto del duca di Durazzo, avendo difetto di pane, e mostrandolo maggiore, quelli di Castello san Martino essendo molto forniti di vittuaglia, per ingordigia del prezzo i villani di quello cominciarono a vendere il pane un gigliato. La gente d’arme maliziosa e cauta, veggendo i villaniallargarsi all’esca del danaio, mandavano a uno e a due nel castello insieme con le mani piene di gigliati a comperare del pane, ed eglino si stanziavano di fuori senza fare alcuna guerra al paese; onde avvenne, che dimesticata la gente matta e avara, per potere vendere più del pane lasciarono entrare nel castello degli uomini della compagnia, i quali dato segno a quelli di fuori furono di subito alla porta, e con quelli d’entro cominciarono la mischia, e cacciarono le guardie dalla porta, e misono dentro la compagnia, facendo per ciò sussidio grande al loro stremo bisogno, ch’erano nel dicembre, e per loro non trovavano pane nè strame per i cavalli, e nel castello abbondantemente ne trovarono, e pertanto gran parte del verno vi dimorarono sovente cavalcando il paese, e riducendosi all’ostellagione senza costo loro con le prede faceano nel paese.
Del mese di novembre detto anno, lo re d’Araona diliberò di dare per moglie a don Federigo figliuolo di don Piero di Cicilia la figliuola, e a dì 27 di dicembre seguente giunse nell’isola di Cicilia con quattordici galee ben armate, e fatto porto a Cattania, dove il giovane re facea suo dimoro, ricevuta la donna con quella festa che far le potè secondo il suo povero stato la disposò; e pensandosi che le galee de’ Catalani facessonoguerra a Messina e all’altre terre del re Luigi, senza arresto alcuno fornita la festa delle nozze se ne ritornarono in Catalogna.
Messer Bernabò mostrò di non curarsi dell’avvenimento degli Ungheri e de’ Tedeschi che alquanto del verno stettono sopra le terre sue, anzi scrisse al legato parole di scherno, volendo mostrare, che quello che fatto avea tornerebbe tosto in sua confusione. E a certi suoi confidenti mostrò un grandissimo tesoro accolto di nuovo senza toccare quello della camera sua, il quale passava il numero di secento migliaia di fiorini, i quali affermava sè avere diputati per vincere la gara di Bologna. E per ciò cominciare e con danari e con doni mandò il conte di Lando in Alamagna a sommuovere baroni e cavalieri a sua provvisione per averli al primo tempo; il quale trovando che per l’imperadore e per lo doge d’Osteric, e per lo marchese di Brandisborgo, e per gli altri principi d’Alamagna fatto era comandamento, che niuno arme prendesse contro a santa Chiesa, del mese d’aprile seguente tornò con dieci bandiere di ribaldi, i quali per non avere che perdere non curarono i comandamenti de’ loro signori, golando il soldo di messer Bernabò. Ora nel processo nostro per lo verno dando sosta all’altre fortune ci si apparecchia a narrare cosa spiacevolealla nostra città di Firenze, e all’altre città a lei vicine.
Messer Niccola Acciaiuoli fatto per lo legato conte di Romagna e del suo segreto consiglio, sollicitato dal re Luigi co’ comandamenti, e da’ Fiorentini e dagli altri comuni di Toscana procacciava aiuto contro alla compagnia d’Anichino; onde egli fatto vececonte in Romagna, e provveduto d’uficiali alle terre commesse al suo governo per santa Chiesa, a dì 9 di dicembre venne a Firenze, dove da’ parenti e dagli amici, e dagli altri cittadini discreti e da bene a grande onore fu ricevuto. Lo suo dimoro e portamento nella città era onesto e di bella maniera, mettendo ogni dì tavola cortesemente, e senza alcuna burbanza, chiamando i cittadini, e i grandi, e i popolari alla mensa, onorandoli successivamente: e così stando in Firenze, con ogni onesta sollecitudine che potea procacciava di fornire il comandamento del suo signore, e richiedeva sovente con riverenza i suoi signori priori e collegi d’aiuto, e simile in spezialità gli altri cittadini che in ciò gli prestassono favore. E in questo stante novità occorsono nella nostra città, che tutta la terra puosono in confusione, come nel seguente capitolo diremo.
Anichino di Bongardo, com’è di sopra scritto, e con sua compagnia era passato nel regno di Puglia, con animo d’offendere il re Luigi a suo podere, il quale sollecitamente si dava a’ ripari, il perchè il gran siniscalco n’era venuto a Firenze per avere aiuto, e promessa avea avuta d’avere trecento cavalieri; or come piacque alla fortuna occorse, ch’al nuovo priorato, che trar si dovea per legge di comune, far si dovea lo squittino nuovo de’ priori e collegi, e fallare non potea che stando messer Niccola a Firenze o vicino non fosse priore, perocchè nelle borse vecchie niuno v’era rimaso se non egli, e delle nuove trarre non si potea se non si votasse le vecchie, ed egli a ogni nuovo priorato era tratto, e rimesso per assenza: il caso che parea appensato, e l’uomo per la grandezza sua nella città per tema di tirannia verisimilmente sospetto, con assai colorata credenza facendo i governatori della città fortemente sospettare, e mormorio n’era tra loro, il quale per lo procaccio si stendea nel volgo, e se ne parlava e in piazza e a’ ridotti, ma per quello che veramente sentimmo l’animo del nobile cavaliere della detta intenzione era tutto rimoto, e per tanto per quetare il mormorio sollecitava d’avere la gente dell’armeche il comune gli avea promessa, e proposto s’era al tutto nell’animo che se necessario caso l’avesse ritenuto di renunziare l’uficio. Occorse in quei giorni, che licenziandosi i nostri ambasciadori dal legato di Spagna, il quale come di sopra è scritto presa avea la signoria di Bologna, ed egli avendo l’uno di loro conosciuto per uomo grave e intendente e d’autorità, e a cui molta fede era data nel suo comune, avanti che a loro desse il congio, quel tale segretamente chiamò nella camera sua, e datali la credenza, prima gli rivelò come certamente sentia che in Firenze era trattato e congiura per sovvertere lo stato loro. Il discreto e accorto ambasciadore gli rispuose, che tale credenza tenendola a lui era pericoloso, e simile al suo comune, e che per tanto a lui piacesse che a’ suoi signori il potesse manifestare, non domandando come savio più oltre, per non avere materia d’abominare i suoi cittadini, senza i quali non pensava ragionevolmente potere essere trattato. Lo cardinale non glie n’aperse più, ma gli concedette licenza che di quello che detto gli avea ne facesse fede a’ signori suoi come gli avea domandato. Per la rivelazione di costui generale e oscura il sospetto preso di messer Niccola crebbe a maraviglia, e in tanto, che senza niuno intervallo di tempo provvisione si fè, la quale in effetto contenne, che niuno ch’avesse giurisdizione di sangue, o sotto sè città o castella non potesse essere all’uficio del priorato: ma per non fare più vergogna al valente cavaliere trovandosi egli alla tratta de’ nuovi priori, affrettarono di dare la gente promessaperchè avesse onesta cagione di partirsi, il quale avendo ricevuto la gente, al modo del buono Scipione Affricano per liberare dal sospetto la patria e sè da vergogna, con la gente datagli di presente prese viaggio, e giunto a Siena, e appresso a Perugia, loro in nome del re Luigi richiese d’aiuto, e altro che belle parole non ne potè riportare. In questo fortunoso ravviluppamento assai per li savi non odiosi si comprese della magnanimità del gran siniscalco, perocchè nè in atto nè in parole in lui veruno turbamento si vide o sentì, ma piuttosto tranquillità d’animo, quasi come se ciò s’avesse recato a onore che in tanta città fosse preso che tanto animo avesse: e tutto che per lo trattato che poco appresso si scoperse si manifestasse l’innocenza sua e purità d’animo, non di meno la legge rimase, e fu riputata utile e buona, perchè si dirizzava a conservamento di libertà, la quale in questo mondo certano è riputata la più cara cosa che sia.
Vedendosi manifesto per ogni qualunque intendente, che la legge fatta in favore della parte, tutto ch’ad altro fine fosse principiata, era in sè utile e buona ma male praticata, e che coloro che ne doveano secondo il proponimento di coloro che l’aveano creata essere disfatti n’eranosormontati e aggranditi, e che la città n’era in molte parti stracciata e divisa, e di male talento piena ne stava in tremore e sospesa, e’ rimedi sufficienti al male non si vedeano, e se si vedeano erano posti a silenzio, il perchè quasi per una boce comune forte si dubitava di cittadinesca commozione. Ed era per certo da dubitare, come l’esperienza poco appresso ne fè manifesto, perocchè tale mala disposizione conosciuta da certi cittadini mal sofferenti e d’animo grande, e che mal contenti viveano, massimamente veggendo alzare troppo i loro avversari, e da certi che per ammunizione erano a loro parere contra ragione offesi, ed eranne poco pazienti, loro diede audacia e materia di cercare novità, e gli mosse a congiura, e in una a cercare de’ modi e delle vie da levare dello stato coloro i quali per loro nemici teneano. Costoro loro capo feciono Bartolommeo di messer Alamanno de’ Medici, uomo animoso troppo, e che si sarebbe messo a ogni gran pericolo per abbattere gli avversari suoi; al quale parendo che il tempo abile a ciò fare fosse venuto, riscaldato e sollecitato da Niccolò di Bartolo del Buono, e da Domenico di Donato Bandini, i quali erano stati ammuniti e levati dagli ufici e onori del comune come sospetti della parte, non perchè fossono, ma per operazione di chi gli avea con quel bastone voluti fare ricomperare, ristrettosi con loro, cominciarono segretamente a cercare de’ modi e delle vie da pervenire all’intento loro: e così cercando, trovarono che Uberto d’Ubaldino di messer Uguccione Infangati, uomo cupido evago di novitadi, e atto assai a dovere e potere cercare, e avendo rispetto al male disposto e intrigato stato della città, come per quella scritta avemo di sopra comprendere si può, per suo proprio movimento, e senza averne con alcuno conferito, sotto la speranza d’avere il seguito de’ malcontenti, de’ quali allora il numero era grandissimo ogni ora che gli avesse richiesti, avea tenuto trattato con uno Bernarduolo Rozzo Milanese, il quale era cameriero di messer Giovanni da Oleggio de’ Visconti per allora signore di Bologna, e stato era suo tesoriere, uomo sagace, astuto e d’animo grande, il quale entrato n’era in ragionamento col detto messer Giovanni, mostrandoli per assai belle e apparenti ragioni come se volea il potea fare signore di Firenze. Il tiranno giusta il costume de’ tiranni vi prestò l’orecchie, ma infra il tempo per necessario caso occorse ch’esso tiranno per lo migliore suo s’accordò con la Chiesa, e rendè Bologna a messer Egidio d’Albonazio di Spagna cardinale e legato di santa Chiesa nelle parti d’Italia, il perchè il trattato cominciato per messer Bernarduolo Rozzo si rimase. I predetti Bartolommeo, Niccolò, e Domenico avendo segretamente odorato che per Uberto si cercava rivoltura di stato, e che per tanto verificando il titolo e nome della famiglia sua s’era Infangato, tutto che il modo e le persone con cui trattava non sapessono, conoscendolo uomo sufficiente e atto a fornire delle intenzioni loro, e di quello che loro andava per l’animo, e stimando che per l’errore già commesso per lui loro dovesse essere fedele, lo tiraronone’ loro segreti consigli, e intorno a loro impresa gli dierono faccenda e pensiero, con dirli cercasse consiglio e aiuto pronto col quale loro intenzione potessono fornire. Parendo a Uberto che i suoi vecchi pensieri fossono di nuovo appoggiati e di consiglio e di forza, senza ai suddetti niuna coscienza farne col detto Bernarduolo Rozzo ricominciò il vecchio trattato, parendoli avere migliorato condizione, offerendoli al servigio sufficiente seguito a fornire il cominciato trattato con lui, e diedeli certe scritture di sua testa compilate, dove soscritto apparea non piccolo numero di cittadini e grandi e popolani, e de’ maggiori e de’ mezzani e de’ minori, tutti persone e da nome e da fatti. Il detto Bernarduolo, parendoli avere in mano la detta cosa per fornita, di tanta audacia e presunzione fu, che avendo cercato questa faccenda con messer Giovanni da Oleggio, e veggendo che sua intenzione gli era faltata per lo dare che fatto avea di Bologna a santa Chiesa, fu di tanta audacia e presunzione, che sentendo il cardinale di Spagna uomo d’alto animo, fattivo e cupido di fama mondana, e desideroso oltre a modo di temporali signorie, e per tanto quasi senza considerazione, e per tanto di grandi imprese lo richiese, mostrandoli, che senza niuno dubbio con poca spesa e fatica potea essere signore di Firenze. Il legato, tutto fosse cupido e animoso, era savio e temperato, e conoscea che fallandoli l’impresa potea essere il suo disfacimento, e promessa credenza di tutto, il trasse fuori di pensiero de’ fatti suoi; poi come detto è di sopra a uno degli ambasciadori fiorentiniil detto cardinale in genere revelò che trattato era in Firenze. Nè però ristette Bernarduolo di cercare, e seguendo la via cominciata, portò il trattato a messer Bernabò, il quale mostrò d’averlo caro e accetto, ma come signore di grande sentimento e pratico delle baratte del mondo, non parendoli che la cosa dovesse avere effetto, secondo l’offerte che gli erano fatte dava e toglieva parole e tenea in tranquillo, mettendo per lunga via la mena, e per simile il detto Uberto dicea ai detti Bartolommeo e i compagni che cercava cose ch’anderebbono a loro intenzione, ma che per ancora non avea tanto che loro niente effettualmente ne potesse dire.
Mentre le dette cose si cercavano per Bernarduolo, parendo ai detti tre Bartolommeo, Niccolò e Domenico, che ogni piccolo indugio loro fosse pericoloso, poichè incominciato aveano, e temendo che lunghezza di tempo non impedisse, e scoprisse quello che intendeano di fare, sollecitavano continovamente, e un’ora non si lasciavano fuggire di mano, pensando dì e notte de’ modi come loro proponimento potessono fornire, intra i quali uno loro ne cadde nell’animo, il quale poi si conobbe sufficiente a muovere scandalo grande e pericoloso, ma non a terminare secondo il concetto dell’animo loro; e per mandarlo ad esecuzione.I detti caporali con inventivi modi e argomenti sottili e sagaci trassono in loro congiura e trattato messer Pino di messer Giovanni de’ Rossi, Niccolò di Guido da Sanmontana de’ Frescobaldi, Pelliccia di Bindo Sassi de’ Gherardini, Beltramo di Bartolommeo de’ Pazzi, Pazzino di messer Apardo Donati, Andrea di Pacchio degli Adimari, Luca Fei, Andrea di Tello dell’Ischia (questi ultimi due per molti si tenne che senza colpa fossono messi nel ballo) e frate Cristofano di Nuccio de’ monaci di Settimo, il quale era stato lungo tempo alla guardia della camera dell’arme, e quindi per alcuno procaccio d’altrui era stato rimosso: di molti altri si disse, ma non si trovò esser vero, e se fu, si tacque, e ammorzò per lo migliore, e per fuggire disordinato fascio, ma agl’intendenti parve, non essendo matti i detti nominati di sopra, sì grande tentamento dovesse avere maggiore appoggio e sequela e nel numero. La motiva loro fu più per odio e nimistà speziale che vogliosamente portavano a certa famiglia di popolari grandi e in comune, e per levarli di stato e cacciarli, che per zelo che avessono alla repubblica o ad altri loro cittadini. L’ordine per i detti dato a fornire loro impresa fu di questa maniera, che l’ultimo dì di dicembre frate Cristofano, che per le reliquie del vecchio uficio che gli era stato levato ancora liberamente usava l’entrata e l’uscita del palagio de’ priori, ed era signore delle chiavi, dovea segretamente mettere quattro fanti in sulla torre del palagio de’ signori, e rinchiuderli in una camera che v’è, e non s’usava, e poi di nottedovea aprire lo sportello della porta del palagio di verso tramontana, che non s’usava, e mettere quetamente per quella ottanta fanti, e riporli ivi di presso nella camera dove si riducono gli uficiali delle castella, ch’allora non vi stava persona, e la seguente mattina, quando escono i signori vecchi ed entrano i nuovi, rimanendo dentro un fante solo che serra la porta, mentre che le dicerie e solennità a tali atti usati si fanno, i detti ottanta fanti doveano uscire della detta camera, e uccidere o prendere il detto portiere, e serrare la porta, e salire sul corridoio del palagio, e con le pietre percuotere chiunque fosse sulla ringhiera, e i fanti della torre doveano sonare le campane a stormo, e in quell’ora si doveano muovere i detti congiurati col seguito loro, stimando che molti cittadini offesi e malcontenti, e quelli che stavano indubbio dello stato loro traessono a loro, e gli dovessono seguire; con volere che per altro ordine si governasse la terra, della quale s’immaginavano essere principali e maestri, com’erano principali della matta impresa, con mostrare di volere che a neuno fosse fatto oltraggio o torto. Il pensiere loro fu riputato da molti folle, perchè non avendo altro braccio, rimaneano in podestà del furore del popolo, se non avesse consentito al loro movimento. Altri stimavano, che essendo il popolo confastidiato come detto avemo, e per natura mobile e vago di novità, e che scorrere si lascia quando è scommosso là dove non possono i savi stimare, che loro pensiero potesse avere effetto: ma Dio che è guardia de’ semplici e innocenti,e che talora per rispetto loro tempera l’ira sua contra i rei, perchè il caso parea come suole fare, o per fortuna o per privati odii contra loro straboccare, volle si scoprisse il trattato, e fu in questo modo. Detto avemo come il legato sotto parole generali avea fatto sentire come nella città era trattato, ma d’esso non avea dato indizio veruno; e stando per questo i governatori e i cittadini di Firenze nel tenebroso sospetto, Bernarduolo Rozzo, che vedea suo ragionamento tornato in fummo, pensò di fare civanza, e trarre vantaggio delle fatiche che avea ordinato in male operare, e venuto a Santa Gonda, mandò per uno suo amico della casa degli Antellesi, e a lui disse, che quando il comune di Firenze gli volesse dare venticinque migliaia di fiorini, ch’egli manifesterebbe il trattato, e chi lo conducea. Ciò sentito per i signori, e tenuto segreto consiglio, per trarre il popolo di periglio, e di sospezione e paura, diliberarono gli fosse dati danari, e alla promessa d’essi s’obbligarono i signori, e’ collegi, e’ richiesti, e se ne fè scrittura obbligatoria con saramento, e il pagamento se ne dovea fare in Siena, manifestato ch’avesse in forma bastevole la verità del fatto. Anzi che fosse il detto ragionamento fornito, o fattone esecuzione, fu noto a Bartolommeo che ’l fatto si venia a scoprire, non perchè il detto Bernarduolo il sopraddetto processo e ordine sapesse, ma che per quello che tenuto avea con Uberto Infangati sapea i nomi di coloro che sapea che teneano al suo, si manifestò e aprì a Salvestro suo fratello, e quello che occultato avea, e a lui e a’ suoi consorti palesò. Salvestroudito il voglioso e poco savio movimento del fratello, per ricoverare l’onore suo e della casa sua, che per la detta impresa potea cadere in sospicione, e per trarre il fratello di pericolo e d’abominio, con certi dello stato discreti e fidati, e alla famiglia sua, di presente ne fu a’ signori, e da loro prese sicurtà per Bartolommeo, dicendo, che da lui avrebbono tanto, che potrebbono trarre di sospetto e di paura il comune, il quale quasi per lusinghe tirato nel trattato, con infingere di non sapere se non la corteccia, dissono a’ signori, che se avessono Niccolò e Domenico di Donato Bandini che ne saprebbono il tutto, come da’ caporali e guide del trattato; di che i signori di subito mandarono per loro in forma e in modo, che se si fossono voluti cessare non aveano il podere, e quelli per loro prima esaminati li dierono al podestà. Gli altri congiurati sentito questo si cessarono subitamente; e i detti presi confessato il loro eccesso furono dicapitati: gli altri nomati, eccetto il detto Bartolommeo, furono per lo potestà senza vituperevole titolo condannati nella persona. Il detto Bernarduolo Rozzo, avendo per la detta sua operazione certificato il comune che ’l suo palesare il trattato era per vendere la vita di molti cittadini, e non per palesare il suddetto trattato, del quale niente sapea, fu di tanta presunzione e ardire, che sotto la promessa di dare al comune scritta di mano propria de’ congiurati, alla quale erano sottoscritti molti cittadini di loro propria mano, e suggellato di loro proprio suggello, domandò ed ebbe fidanza di venire a Firenze, e a’ signori la detta scritta diede, laquale si trovò essere di mano d’Uberto Infangati, fittamente e coloratamente composta, secondo che fuori n’uscì la boce, se vera fu, o no. Ragunato il consiglio,coram omnibusla scritta fu arsa senza altrimenti farne dimostrazione. A Bernarduolo Rozzo furono donati cinquecento fiorini d’oro, e tratto del nostro contado dato gli fu il congio. La legge, ch’era stata in gran parte cagione e materia di tanto male, e peggio per l’avvenire promettea, per tutto ciò ammendata non fu, nè regolata nè aggiustata in niuna sua parte.
Ottaviano e Giovacchino figliuoli di Maghinardo e Albizzo degli Ubaldini, essendo male in accordo co’ figliuoli di Vanni di Susinana, e con gli altri Ubaldini teneano Montecolloreto, e possedeano l’Alpi con millecinquecento fedeli e’ fitti perpetui, e costoro cercavano di volere vendere Montecolloreto e l’Alpe, e le ragioni ch’aveano in Montegemmoli, e in Cornacchiaia e nell’altre villette dell’Alpe al comune di Firenze per loro vantaggio, e dispetto de’ loro consorti. Il comune intendea alla compera. Gli altri Ubaldini che si teneano avere ragione nell’edificio di Montecolloreto mandarono a Firenze a contradire la vendita. La cosa stette lungamente in dibattito, infine il comune comperò la proprietà da coloro che teneanoMontecolloreto, e tutta l’Alpe, e la giurisdizione ch’aveano i figliuoli di Maghinardo, e comperò tutti i fitti perpetui ch’aveano nell’Alpe, sicchè il paese e gli uomini rimasono liberi del comune di Firenze, e i detti Ottaviano, Giovacchino, e Albizzo, e tutti i loro congiunti e loro famiglie furono fatti per riformagione del comune, a dì 30 di dicembre del detto anno, cittadini e popolari di Firenze, e fatte le carte della detta vendita per ser Piero di ser Grifo delle riformagioni, ed ebbono contanti fiorini seimila d’oro, com’elli furono in concordia e in patto d’avere dal comune di Firenze. L’Alpe fu recata a contado, e gli uomini liberi da’ fitti perpetui.
Finite le guerre, e fatta la pace fra i due re d’Inghilterra e di Francia, tornato il re Giovanni in Francia, e intendendo dolcemente a rassettare il reame, fece gridare per tutto suo reame che tutta mala gente si dovesse partire, e sgombrare il suo reame sotto gravi pene; e per tale cagione diverse compagnie s’adunarono, le quali l’una dopo l’altra poi trassono ad Avignone. Sicchè dove speranza era che il re liberasse la Chiesa seguitò il contrario, e più si credette per tutti che i paesi si posassono, e s’intendesse a’ mestieri e alle mercatanzie, ma incontanente seguitò in Parigi e nel paese di Francia grandissima carestiae mortalità, e coloro ch’erano usi in guerra, e più atti alle prede e alle rapine ch’alle mercatanzie e mestiere, udito il grido e il comandamento del re in diverse parti s’accolsono insieme per modo di compagnia, e feciono diversi capitani, e chi vernò in un paese e chi in un altro alle spese de’ paesani, conturbando le provincie; e un’accolta si fece verso Lione sopra Rodano, in grasso e abbondante paese, e ivi stettono senza contasto, e dimorati alquanto nel paese, si misono verso Lione per valicare in Provenza: il vicario di Lione coll’aiuto de paesani occuparono i passi, che sono stretti e forti, e non gli lasciarono passare; e vedendosi la compagnia impedire, un’altra volta maliziosamente si strinsono sopra Lione, ove tutta la forza della città e delle vicinanze trassono alle difese, e i capitani della compagnia aveano fatto eletta di mille barbute, e ordinato quando la gente traesse a loro che prendessono un altro cammino per l’alpe della Ricodana, e così fatto fu senza trovare chi loro contradicesse, e tra il giorno e la notte appresso l’alpe passarono, che di mala via furono oltre a miglia quaranta, e alla dimane si trovarono nel piano presso a Santo Spirito in sul Rodano, e quivi per lo freddo sostenuto la notte con fuochi si ristorarono, e a’ loro cavalli provvidono e a loro di vivanda per riprendere forza della gran fatica che la notte per lo gran cammino aveano sostenuta; e ciò fatto, montati a cavallo si dirizzarono a Santo Spirito, dove trovarono la gente sprovveduta, e nullo resistente s’entrarono nel borgo. La rocca si tenea per unocastellano lucchese, e quella col castellano presono: e perchè il fatto fu incredibile per la fortezza del luogo, molti pensarono che fatto fosse per ordinamento del Delfino, e perchè il castellano fu lasciato e poi ripreso ad Avignone, stimossi che il papa il sentisse, e per lo meno male lo si tacesse. I terrazzani da bene uomini e donne si ridussono nella chiesa ch’è forte, e aspettando il soccorso de’ vicari circostanti e dal re di Francia per spazio di sei dì, si patteggiarono di dare fiorini seimila d’oro, salvo l’avere e le persone: i danari furono pagati, ma i patti non furono attesi, che tutti furono rubati, e molte femmine giovani ritenute al servigio della compagnia. Santo Spirito è vicino ad Avignone a otto leghe di piano. E il nobile ponte sopra il Rodano di presente occupato fu per quelli della compagnia, d’onde aveano libera l’entrata nel Venisì, e poteano a loro piacere cavalcare fino ad Avignone: per tale cagione il papa e i cardinali ebbono gran paura, e la città tutta prese l’arme serrate le botteghe, e solo s’intendea a fare steccati e bertesche sì alla città e sì al gran palagio del papa, e a provvedersi di vittuaglia, e con soldati s’attendea a buona guardia, e di dì e di notte. E oltre a questa provvisione il papa bandì la croce sopra la compagnia, credendo subito avere gran concorso di gente d’arme e da piè e da cavallo, e nullo si trovò che la prendesse, onde lentamente cominciò a fare gente di soldo, e fè capitani il cardinale d’Ostia con certi altri prelati, e li mandò nel Venisì a fornire le castella della frontiera contro i nemici perchè non potessonostendere nè verso Avignone nè verso la Provenza, massimamente perchè sentiva che la compagnia era per avere maggior forza in corto tempo da quelli che rimasi erano di là da Lione. Al modo delle guerre de’ prelati la boce fu grande, e la difesa fu piccola quando alla compagnia parve il tempo da valicare, ma per allora essendo pochi, ed avendo roba assai, gran tempo stettono senza fare cavalcate, e il ponte afforzarono in forma, che le navi che veniano di Borgogna ad Avignone con vittuaglia non poteano passare, onde la corte sostenne grave carestia. Lasceremo per ora questa materia la quale ebbe lungo processo, e seguiteremo le cose d’Italia, che nel tempo richieggiono il luogo debito loro.
Tornati gli Ungari del Parmigiano, il legato, perchè non gravassono dentro i Bolognesi, gli mandò sopra Lugo, dando boce di volere rivolgere un fiumicello che corre verso Castello san Piero sopra Lugo; e per fare la mostra apparente ragunò maestri paesani a ciò fare, e niuno effetto ne seguì. Stando gli Ungari a campo a Lugo messer Galeotto cavalcò sopra Castelfranco, e mancandogli i soldi pagati per lo legato agli Ungari e ai soldati, si partirono del detto mese di gennaio e da Lugo e da Castelfranco, e di loro una parte dal Biscione prese soldo, ed entrò inLugo a fare guerra contro al legato, e alquanti il legato se ne ritenne. Mille o più a piano passo si dirizzarono in Romagna, e quindi nella Marca vivendo a legge di compagnia, e parte di loro s’aggiunse alla compagnia del Regno. Poco appresso il legato s’accordò con quelli ch’erano passati nella Marca, e di febbraio gli fece tornare sopra Lugo, per rattenere quelli ch’erano in Lugo dal conturbare la Romagna, ma poco tempo là durarono per la povertà del legato, ch’avea l’animo grande e la fonda vota.
In questi giorni, certi d’una casa di Forlì che si nomava di Capo di Ferro, i quali il legato avea rimessi in Forlì, con altri loro amici e congiurati cercarono di mettere una notte in Forlì la gente di messer Bernabò ch’era in Lugo. Il trattato si scoperse, e furono presi venticinque cittadini, e trovati colpevoli, due di quelli di Capo di Ferro ed altri due del mese di gennaio furono decapitati, e dodici di loro seguito mandati a’ confini. La terra si rassicurò con sollecita guardia. Seguendo simili cose e’ pare, che quando il verno non lascia campeggiare la sfrenata rabbia degl’Italiani, non resti di procurare scandali e commuzioni. I Perugini in questi dì trovarono certi loro grandi che voleano rompere il popolo, e mutare il reggimento di quella città, e furonotanto e sì potenti, che scoperto il fatto non s’ardì a fare punizione. In Siena fu sospetto di mutamento di stato, e lungamente se ne stette in gelosia e in guardia. In Volterra fu il simigliante, e con gli ambasciadori del comune di Firenze si quetò la materia dello scandalo. In Bologna in questo verno si scoperse un altro trattato, che alcuni cercavano con messer Bernabò, de’ quali erano due de’ Bianchi caporali, non sapendo l’uno dell’altro. Ed avendo il podestà condannati Giovanni e Federigo de’ Bianchi nella persona per questo tradimento, e mandandoli alla giustizia con due altri, il legato fece liberare Giovanni ch’era meno colpevole, e Federigo e’ compagni furono decapitati. I Perugini, con trattato ch’aveano con certi loro sbanditi ch’erano al soldo del signore di Cortona, il doveano fare uccidere: il fatto scoperto, i traditori furono presi, e fattone quello che meritavano.
Per inzigamento di messer Giannotto dello Stendardo, e di messer Ramondo dal Balzo e de’ seguaci loro, allora governatore del re, messer Niccola Acciaiuoli gran siniscalco al giudicio de’ cortigiani parea in poca grazia del re, e giunto in Napoli, e scavalcato al castello del re, convenne che quel giorno col seguente solo a solo col re dimorasse, e con lui a quelle cose chenel Regno erano a fare diede il modo, e lo re lo fè suo luogotenente, e per suo decreto e a’ baroni e a’ popolani comandamento fece, che ubbidito fosse come la persona sua. Quindi a pochi dì fatto suo apparecchiamento, colla gente del comune di Firenze e quella potè avere del paese cavalcò in Puglia verso la compagnia, e misesi nelle terre vicine alla frontiera loro, e li comimciò forte a ristrignere di loro gualdane.
A dì 9 di febbraio detto anno, alle quattro ore di notte, in aire apparve sopra la città di Firenze un vapore grosso infocato di tale aspetto, che a molti parve che fosse fuoco appresso nella città vicino a loro vista, e per tanto cominciarono a gridare al fuoco, e le campane della chiesa di santo Romeo sonarono a stormo, e lungamente, come è usanza di sonare per lo fuoco; per lo quale romore molti cittadini si levaro da dormire, e vedendo ch’erano vapori incesi nell’arie uscirono delle case, e andarono a’ luoghi aperti, e vidono il tempo sereno, e il lume della luna, e di qua e di là dal vapore sua larghezza rosseggiante a guisa di fuoco per spazio di miglio, e sua lunghezza di quattro, e il suo montare alto del basso tanto era, che le stelle si mostravano in esso come faville di fuoco; e levatosi in distanza alcuna di sopra a Firenze valicò Fiesole, tenendoforma di ponte da Montemorello a Fiesole, e poi con assai lento andamento trapassò nel Mugello, e in un’ora e mezzo consumato si mostrò a coloro che di Firenze n’aveano aspetto. Di tal segno niuna altra influenza si vide da farne menzione, se altra per più lunghezza di giorni non dimostrasse, se non alcuno secco, che danno fè assai alle terre sottili di nostre montagne per tutto nostro paese.
E’ ne parrebbe degno di riprensione lasciando in dimenticanza un caso occorso in questo tempo, perchè ci pare esempio di mirabile carità intra padre e figliuolo, ed e’ converso, tutto che apparito sia in uomini di bassa condizione. Nel contado di Firenze e comune della Scarperia, villa di santa Agata, uno garzoncello nome Iacopo di Piero, sprovvedutamente uccise un suo compagno, e ciò fatto, lo manifestò al padre, il qual turbato gli disse, che subito si partisse, e si riducesse in luogo salvo, e così fece. Il malifizio fu portato alla signoria, e incolpato e preso ne fu il padre del garzone, il quale tormentato, per non accusare il figliuolo confessò sè avere commesso il peccato all’uficiale della Scarperia, e mandato a Firenze al podestà, confessando questo medesimo e raffermando, fu condannato nel capo. Il figliuolo, che segretamente era venuto aFirenze per vedere che fine avesse, vedendo il padre innocente andare a morire per lo difetto suo, mosso da smisurato amore da figliuolo a padre, diliberato di morire perchè il padre campasse, il quale liberamente vedea andare alla morte per campare lui, con molte lagrime si rappresentò alla signoria, dicendo: Io sono veramente colui che commessi il peccato; io sono colui che ne debbo portare la pena, e non per me questo mio padre innocente, che è tanto acceso di carità verso di me perchè io campi, che soffera di morire per me. L’uficiale udito il garzone, quasi stupefatto ritenne e sostenne l’esecuzione che si facea del padre, e trovato la verità del fatto, il padre fu liberato, e il figliuolo, per la necessità della corte, a dì 6 di marzo con pietose lagrime a chiunque l’udirono o vidono fu decapitato. E certo se stato fosse commesso il malificio senza malizia e casualmente, tanto atto di pietà a un benigno signore credere si dee ch’arebbe meritato perdono almeno della vita.
Avvegnachè quello che segue appresso alla narrata pietà di padre e figliuolo dopo i sei mesi occorresse, per collazione del bene col male, volendo operare la sfrenata lussuria operatrice d’incredibile crudeltà di madre contra figliuolo, contra la forma di nostro ordine giugneremo itempi lontani. All’entrata d’agosto detto anno, nella città di Perugia, una donna di legnaggio non basso avendo avuto d’un onorevole popolano suo marito un figliuolo di buono aspetto, morto il padre, dopo certo tempo la donna giovane si rimaritò a un altro cittadino dabbene, il quale amava il figliastro quanto che figliuolo, sì per l’ubbidienza, sì per l’industria, sì per li buoni costumi vedea in lui, il quale era d’età di dieci anni. La madre per disordinata concupiscenza fu presa dell’amore d’un altro giovane perugino assai accorto e dabbene, e lui pensò d’avere per marito, e godersi con lui e sua dote, ch’era grande, e l’eredità del figliuolo, ch’era maggiore, e altro successore non avea che lei. E con l’adultero tenuto trattato diedono certo ordine alla morte del figliuolo, che lo dovea la notte strangolare, ed ella dovea avvelenare il marito; e dato l’ordine, la madre empia mandò il figliuolo a casa l’amico con certe cose, e gli comandò non si partisse da lui se non lo spacciasse; giunto il fanciullo al buono uomo, e datogli quello che gli mandava la madre, con molta purità con istanza gli domandava d’essere spacciato: vedendo l’uomo la semplicità del fanciullo, glie ne venne pietà e cordoglio, e gli disse: Vattene a tua madre, che tempo non è a quello ch’ella vuole. Vedendo la madre tornato il fanciullo si turbò forte, e lo domandò perchè non l’avea spacciato, e il fanciullo le fè la risposta. La sfacciata meretrice rimandò il figliuolo, e gli comandò, che non tornasse a lei, ma tanto stesse, ch’egli fosse spacciato di ciò che ragionato avea con lui.
Il fanciullo ubbidiente alla madre tornò all’amico di lei, e con molte preghiere lo richiedea, che fare dovesse quello che la madre gli avea imposto; ed egli molto più intenerito, quasi lacrimando gli disse: Di’ a tua madre, che non istia a mia fidanza, ch’io nol voglio fare: e il figliuolo tornato alla crudelissima madre le disse quello che gli era stato detto. La bestiale scellerata ciò udito, in esso stante comandò al figliuolo ch’andasse nella cella, ed ella gli tenne dietro, dicendo: Quello che non ha voluto fare egli farò io; e con le diaboliche mani segò la gola al figliuolo, e quivi lo lasciò morto. Poco il marito tornò in casa, e domandò la madre del figliuolo: la donna presa l’astuzia del serpente con fronte audace gli rispose: Ben lo sai tu, va’ nella cella e vedrailo. Il marito ignorante e puro scese al luogo, e trovò il fanciullo morto, il perchè e’ venne meno, e forte sbaì, e perdè la favella: la moglie lo serrò dentro, e levato il pianto, traendo guai incominciò a gridare, e dire, che il traditore del marito le avea morto il figliuolo per godere la sua eredità; e tratta la vicinanza a romore, ella squarciandosi il viso e’ capelli mai non lasciò aprire l’uscio della cella infino che la famiglia della signoria non venne, la quale apersono l’uscio, e trovarono il malificio, e a furore ne menarono il marito, il quale tormentato confessò sè aver fatto il malificio, e la cagione per godere l’eredità del figliastro. E apparecchiandosi la signoria a farne aspra giustizia, all’amico della pessima donna venne compassione di tanto male, e del sangue innocente sparto e che spargere sidovea, e del fallo suo presa sicurtà da’ signori manifestò la verità del fatto, e la donna venuta in giudicio, senza alcuno tormento confessò la sua iniquitade, e condannata alla tanaglia, e più a esserle levate le carni a pezzo con i rasoi, fece terribile esempio all’altre. Questo peccato tanto enorme forse meritava silenzio di penna, per l’orrore d’udire tra’ cristiani sì alto e sì sfacciato male, conchiudendolo con un verso di Giovenale poeta, che dice: Fortem animum praestant rebus quas turpiter audent, parlando delle femmine che da sè hanno scacciata la pudicizia e la vergogna, il quale in volgare suona: Forte animo prestano alle cose che sozzamente ardiscono di fare.
Avvegnachè grave cosa fosse alla corte di Roma la presura che una compagnia avea fatto di Santo Spirito sul Rodano di sopra a Avignone otto leghe, nondimeno altre compagnie sommosse di Guascogna del reame di Francia del mese di gennaio, febbraio e marzo, fuggendo la pace, la carestia e la mortalità, in poco tempo l’una appresso l’altra vennono in Provenza; e l’una che si nomava la Compagnia bianca, venne appresso a Avignone a trenta miglia, e teneva mercato d’avere danari dal papa, e di levare quella diSanto Spirito, che per cagione ch’avea il Rodano di sopra in sua signoria gravava la corte, non lasciando uscire la vittuaglia di Borgogna; e appresso un’altra di Guascogna e di Spagna partita dalla guerra di quello di Focì e d’Armignacca, che lungamente aveano accolta gente per guerreggiare insieme. Per questa tempesta che conturbava i paesi d’intorno e il papa e i cardinali erano in grave travaglio, e la corte il dì e la notte sotto l’arme, e con molte gravezze di fortificare la città di muri, di fossi, e di steccati, e di cittadinesca guardia, e lo re di Francia non avea podere di liberare le sue terre dalle loro mani non che d’aiutare la Chiesa: e in queste tribolazioni stette Avignone come assediata lungamente, e non vi si potea entrare nè uscire con sicurtà, e l’arti, e’ mestieri, e le mercatanzie tutte v’erano perdute, e la carestia d’ogni bene vi montò in sommo grado. Il papa richiese Franceschi, Provenzali, Guasconi e Catalani che lo atassono dalle compagnie; catuno chiedeva danari per fare l’impresa, e la Chiesa non si fidava d’accogliervi più gente d’arme che v’avesse: e così in tribolazione grande stette lungamente, infino che per operazione del marchese di Monferrato col danaio della Chiesa, come al tempo innanzi diviseremo, vi si mise rimedio. Daremo ora sosta a queste compagnie e a’ fatti della corte, per ritornare all’altre novità che in questo tempo occorsono alla nostra città di Firenze.
Rade volte occorse che i cittadini sieno condannati per baratteria, non perchè sovente non caggino in tale errore, ma per la negligenza de’ rettori, che passano il vizio a chiusi occhi: e perchè l’eccesso che scrivemo fu tanto palese a tutti i cittadini, il rettore a cui la cognizione s’appartenea di ciò non potè senza sua evidente vergogna passare non ne conoscesse. Dalla morte di Carlo duca di Calavria in qua, per ordinazione e costume di nostro comune osservata, e che è di tre anni in tre anni, del mese di gennaio e di febbraio si fa lo squittino solenne de’ cittadini degni dell’onore del comune, sì del priorato come de’ dodici, e gonfalonieri ed altri ufici. Avvenne nel 1360, che certi de’ collegi per danari trassono a essere del numero degli squittinatori certi pochi degni per loro antichità o virtù, il perchè finito lo squittino, e scoperta la cattività, tali de’ collegi trovarono colpevoli dall’esecutore degli ordinamenti della giustizia furono condannati per baratteria, chi in libbre duemila, e chi in mille, e pur tale pena puose freno al disonesto peccato.
Tornato il re di Francia, trovò il reame assai rotto e mal disposto, e poco era ubbidito, e da sè nullo vigore avea di potere riducere le cose al consueto e primo loro corso, e gastigare non potea chi fallasse, e per questo gli uomini d’arme s’accostarono insieme a contristare le provincie del reame: e intra l’altre tribolazioni, nel pieno del verno, la contessa la quale fu moglie del sire di Ricorti, a cui lo re di Francia avea fatto tagliare la testa quando tornò per ricomperarsi dal re d’Inghilterra, ch’era suo prigione, preso cuore e animo virile fece raccolta di Spagnuoli, di Guasconi, e di Normandi, e dicea di volere dal re ammenda; e certo assai di male e dammaggio avrebbono fatto al reame, se la fame che strignea il paese non l’avesse vietato: questa poi con grossa compagnia trascorse in Proenza, la quale compagnia poi passò in Lombardia. Il conte d’Armignacca e quello di Focì manteneano guerra in Tolosana e nelle loro terre, l’uno contro all’altro, il perchè troppo ne conturbavano il reame; il re reprimere non potea i falli de’ suoi baroni, nè porre ordine in suo reame.