LIBRO UNDECIMO

LIBRO UNDECIMOCAPITOLO PRIMO.Il Prologo.

Sogliono naturalmente le cose opposte e contrarie insieme avvicinate più le loro contrarietà dimostrare. Questo pertanto al presente diciamo, perocchè la pace rotta al nostro comune per i Pisani, e la guerra per loro e mossa e cercata con molta astuzia sollecitamente per riavere il porto, ne presta materia di proemio all’undecimo libro di nostro trattato, prendendo principio dalla natura e condizione della pace fedelmente osservata, la quale è certo fermo e indubitato fondamento e grado delle mondane ricchezze, e della mondana felicità secondo il mondo. Ella è madre di unità e cittadinesca concordia; ella non solo alle piccole, ma eziandio alle menome cose partorisce accrescimento e esaltazione. I re del mondo loro reami in pace mansuetamente governano; i popoli liberi intenti a loro arti e mercatanzie moltiplicano in ricchezze, magnificando la faccia di loro cittadi con ricchi e nobili edificii, e per li sicuri matrimonicresce e moltiplica il numero de’ cittadini con aspetto lieto e pieno di festa. E non solo i popoli che vivono in libertà, ma quelli che sottoposti sono al crudelissimo giogo della tirannia, la quale per sua malvagia natura e corrotta d’usanza a’ buoni e valorosi cittadini è del tutto e sempre nemica, e in palese e in occulto avversa, per la paura fitta nelle menti loro di perdere loro stato, maculati dalla coscienza delle loro crudeli e sanguinose operazioni; d’onde surge, che senza niuna pietà o discrezione ti disfanno e scacciano senza misericordia alcuna, affermando meglio essere terra guasta che terra perduta. Nè contenta loro perversa iniquità alle occupazioni delle loro cittadi, per cupidigia d’ampliare signoria le nazioni vicine tormentano, e massimamente i popoli che vivono in libertà, con continove guerre gradimenti e trattati. E per potere fornire loro empio proponimento, e mandare a esecuzione loro volontadi, i sudditi loro disfanno, moltiplicando gabelle e collette, ma con gravi imposte. Costoro spento il seme de’ buoni danno alquanto di respitto e triegua alle servili fatiche, un poco in pace patiscono ai loro sudditi respirare. Male dunque conosce e molto poco pregia la dolcezza della libertà chi per cupidigia di mortale vita la perde, se vita dirittamente ponderando appellare si può il servaggio. È dunque la pace bene considerata madre di letizia e d’ubertà, corona e nobiltà di potentissimi re e signori, protezione e scudo de’ liberi popoli, del tutto e per tutto avversa e nimica alla spaventosa, sterile e sanguinosa guerra, per la quale l’altissimecose caggiono e vengono meno. Quanti famosissimi re e signori nelle passate etadi ha ella straboccato in estrema miseria, con vilissimo e vituperabile uscimento di vita! Quante nobili famose e gloriose cittadi ha ella dai fondamenti sovverse, lo cui specchio è ai mortali manifestissimo argomento d’incredibili mali! Quante provincie ha ella lasciate disolate e povere d’abitatori in pauroso e spaventevole aspetto! Quanti e innumerabili popoli ha tagliati con ferro, e sommersi nel domestico e nel pellegrino sangue, i quali hanno lasciato di loro calamità, miseria, e avversa fortuna agl’ignobili luoghi famosi titoli! Chi potrebbe in piccolo numero di carte comprendere le incredibili e maravigliose cose che ne’ passati secoli il furore e la rabbia della guerra ha prodotte? Essa è occulto e malvagio seme, e ricettacolo della tirannia, la quale nel letume suo a guisa del fungo s’ingenera e surge, e nella sua pertinacia si nutrica e allieva. Dunque bene è d’abominare, e da recare dai buoni in persecuzione colui lo quale per ambizione, ovvero per propria malizia o disdegno, o per utilità privata, o per vendetta o per vanagloria la sua patria sospigne in guerra; e se noi amiamo il vero, io non conosco qual grazia trovare si possa nel cospetto di Dio per suo pentere, tutto che quasi stimi che impossibile sia il pentere tale uomo. Come può egli restituire le morti degl’innocenti e semplici? come gli omicidi? come gl’incendii? come le prede? come le violenze fatte alle oneste donne e alle pure vergini? come gli scacciamenti?come le povertadi? come le necessarie peregrinazioni? come il perdimento della libertà che tutte cose sormonta? Di quello che poco dire non si può è meglio il tacere: e qui far fine si dee, e dar luogo a chi molto può, e poco sa, e a molti offende. Anime tribolate, se potete, datevi in viaggio pace e buon piacere.

Il comune di Firenze per natura nell’imprese grave è e tardo, ma nel seguirle avveduto e sollecito, poichè deliberato avea di seguire l’inviluppata impresa incominciata contro a’ Pisani per Pietrabuona, e venia in aperta e palese guerra per vendicare sua onta, essendo i suoi governatori svegliati come da grave sonno, e infiammati per la vergogna prossimamente ricevuta, animosamente seguendo il consiglio di messer Bonifazio Lupo da Parma loro capitano, uomo quasi solitario e di poche parole, ma di gran cuore, e di buono e savio consiglio, e maestro di guerra, all’entrare del mese di giugno 1362 cominciarono a provvedersi intorno alle bisogne della guerra. E per coprire la tostana e sperata vendetta cominciarono a fabbricare a un’otta sedici trabocchi, nel lavorio de’ quali pigramente si procedea, per mostrare che l’assalimento avesse lungo tratto, e continovo sollecitamente si provvedeano di gente d’arme, e da cavallo e da piè.E per non mandare in arme la viltà delle vicherie, le quali senza lunghezza di tempo e lunga dimoranza, la quale è sempre nemica e nociva alla guerra, non si possono raccogliere, e perchè l’amistà e grazia de’ possenti sottrae dal comune servigio i buoni e’ valenti, e lascia i cattivi, mandarono i signori per tutti quelli gentili uomini e popolari di città e del contado, i quali sentirono abili e sofficienti a fare prestamente brigate di fanti e gente sperta in arme, e loro imposono e comandarono quanto più tosto potessono facessono il più gente potessono, i quali il comandamento senza dilazione mandarono ad esecuzione; sicchè il dì 15 di giugno il comune, che di gente di soldo e che di gente col detto ordine ricolta, si trovò millecinquecento uomini di cavallo, e quattromila pedoni, fra’ quali furono millecinquecento e più balestrieri. Ancora infra i detti giorni richiesono loro amistà, e infra gli altri richiesti furono i Perugini e’ Sanesi: i Perugini risposono, che per le novità aveano di loro usciti non aveano destro di potere sovvenire, e che bene sapeano che ’l comune di Firenze era tale e tanto, e di tanta forza e podere, che non che si potesse atare dal comune di Pisa, ma che agevolmente il dovea potere sormontare: i Sanesi senza altra scusa risposono, che non aveano gente da poterne loro servire: le quali risposte non sono da porre in oblio dalla liberalità del nostro comune, lo quale ne’ loro bisogni richiesto, di ciò che potuto ha non ha detto di no. Pistoiesi, Aretini, il conte Ruberto, e altri vicini vennono a servire il comune con quella gente dacavallo e da piè che fare poterono, onde il comune infra li 20 di giugno si trovò d’avere tra di soldo e d’amistà milleseicento cavalieri e cinquemila pedoni. I Pisani sentendo il fabbricare degl’ingegni, e la raunata di gente d’arme che si facea in Firenze, tutto ch’avessono certa la guerra per le cagioni dette di sopra, non di manco cominciarono a dubitare e temere, e cominciarono a fare sgombrare loro contado, e specialmente la Valdera, e afforzare e guarnire loro tenute verso le frontiere il meglio e il più pronto poterono, conducendo gente di soldo e da cavallo e da piè quanto poterono il più, con dare ordine a’ loro contadini e alle difese e a guardie di loro tenute.

I nostri padri Romani prima che venissono al segno dell’imperio, in loro imprese di nuove guerre niente mai avrebbono incominciato, che prima felici augurii non avessono cerchi e veduti: pertanto ne’ sacrificii che facevano agl’idoli loro nelle interiora degli animali vittimati cercavano la sorte e l’avvenimento della fortuna; questo accecamento diabolico ed è ed esser dee in abominazione come avverso alla fede cristiana. Vicino e quasi consorte alla stoltezza degli augurii è quella parte dell’astrologia la quale predice ifuturi avvenimenti delle cose nominate e singolari, e’ loro propri casi, e massimamente di riuscimenti di guerre, i quali sono nelle mani del signore Dio Sabaoth, che interpretato è Dio degli eserciti. I Fiorentini stratti del sangue romano, per vizio ereditario seguono i giudicii delle stelle, e altre ombre d’augurii sovente, e al presente avendo accolto l’esercito, di che avemo detto nel precedente capitolo, e volendo dare l’insegne, vollono il punto felice dall’astrologo, il quale fu lunedì mattina a dì 20 di giugno sonato terza, alla duodecima ora del dì; e ricevute l’insegne, avacciando il viaggio come cacciati, giunsono errore ad errore, perocchè sempre che insegne si dierono per guerra contro a’ Pisani, date volgeano al canto di Porta santa Maria, e poi per Borgo santo Apostolo; i governatori del fatto avendo sospetta la via di Borgo santo Apostolo, come al nostro comune male augurata contro a’ Pisani, le feciono volgere per Mercato nuovo, e per Porta rossa, e come poco avvisati non feciono prima levare i castagnuoli delle tende de’ fondachi, onde convenne s’abbassassono l’insegne. Il corso fu ratto, perchè non passasse l’ora data per l’astrologo al posarle fuori della terra a santa Maria a Verzaia, secondo l’antica usanza del nostro comune. Avemo arato il foglio con lungo sermone di lieve materia, ma fatto l’avemo per ricordo di quelli che dietro verranno, che non voglino sapere le cose future, nè porre speranza negl’indovinatori, perocchè solo Iddio è il giudicatore delle giuste e inique battaglie. Per alloggiare ne’ tempi loro le forestiere cose,lasceremo il processo della guerra di Pisa, e a suo tempo lo ripiglieremo.

E’ ne piace di fare un fascio di molte avvolture di santa Chiesa co’ suoi collegati lombardi, mescolando i tempi passati con quei di dietro, per non occupare troppi fogli con cose che non sieno rilevate. Del passato mese di maggio quelli della lega dopo la presura di Castelnuovo hanno tolto a’ nemici la terra di Salaro sita sopra il Po di Pavia, e la terra di Ligaria di qua dal Po, la quale è posta a otto miglia presso a Tortona, e più altre castella e ville del tenitorio di Pavia, e di giugno il castello d’Erbitra, il quale era del Saliratuo de’ Buiardi d’Elbiera, il quale per piacere a messer Bernabò, ritenendo il cassero a sè, gli avea prestata la terra per i bisogni di sua guerra: e il tiranno non osservata sua fede v’avea per sè fatta fare altra fortezza. Elbiera è vicina a Modena a otto miglia, ond’era camera a messer Bernabò d’onde forniva tutte le sue bisogne nella guerra co’ Bolognesi; il Saliratuo come fidato al tiranno praticava nel cassero ch’egli avea fatto, onde preso suo tempo, morte le guardie prese il cassero, e di presente con modi diede la terra al marchese di Ferrara. Appresso quelli della lega puosono l’oste a Brescia, e messer Bernabò che dentro v’era se ne fuggì. Quilecito mi sia gridare e dire, che Dio confonde e avvilisce le arroganti parole che detto avea il tiranno che gastigherebbe i Lombardi venuti in lega come putti, ed eglino hanno gastigato lui. Giugnamo alle predette fortune, che essendo grande quantità d’Inghilesi infino a Basignano avvenne, che la gente di messer Galeazzo ch’era alla guardia del castello volendo fare del gagliardo si fè loro incontro, e di presente fu rotta, e alquanti ne furono morti, tutti gli altri rimasono prigioni. Sopra le dette baratte di guerra i collegati presono Gheda in sul Bresciano a dì 20 di luglio, terra che fa oltre a ottomila uomini: e quelli che teneano Basignano in sul Po per messer Bernabò, e per guardarla aveano spesi molti danari, e da lui altro che minacce non poteano ritrarre, la ribellarono, e la dierono a’ collegati, ricevuti da loro circa a diecimila fiorini d’oro, che aveano spesi in guardarla. Oltre alle predette cose i collegati hanno corso il Novarese e assediata Novara. Volgendo un poco il mantello a uso di guerra, avendo i collegati preso il castello del ponte a Vico in su l’Oglio, quelli della rocca si patteggiarono d’arrendersi se fra certi giorni non fossono soccorsi; i collegati aveano nel castello messe ventotto bandiere di cavalieri e soldati a piè assai, i quali non pensando che soccorso potesse venire stavano sciolti e con poco ordine; il castellano intendente compreso loro cattivo reggimento lo significò a messer Bernabò, il quale di notte con gran quantità di gente, e la mattina davanti il fare delgiorno messo in ordine, per gli alberghi e per le case tutta la detta gente prese; e così va di guerra. Più la pestilenza dell’anguinaia avendo aspramente assalito la città di Brescia, e l’oste de’ collegati ch’era di fuori, li strinse a partire, e si tornarono a Verona, e quindi ciascuno alla terra sua.

Leggieri di Andreotto popolare di Perugia fu uomo di grande animo, e al suo tempo Tullio, perocchè fu il più bello dicitore si trovasse, e senza appello il maggiore cittadino ch’avesse città d’Italia che si reggesse a popolo e libertà, e il più amato e il più careggiato e dal popolo e da’ Raspanti, ma a’ gentili uomini li cui trattati avea scoperti forte era in crepore e malavoglienza. Avvenne che una domenica a dì 19 di giugno, essendo egli quasi all’incontro delle case sue nella via, e leggea una lettera, un figliuolo bastardo di Ceccherello de’ Boccoli, cui il detto Leggieri avea per lo trattato di Tribaldino di Manfredino fatto decapitare, il quale il tenea in continovo aguato cautamente per offenderlo, si trovò in una casa del Monte di Porta soli, la cui finestra a piombo venia sopra il capo di Leggieri; costui non trovando altro più presto prese una macinetta da savori la qualetrovò vicina alla finestra, e presola a due mani l’assestò sopra il capo di Leggieri, e l’abbattè in terra morto, che mai non fè parola. Della sua morte non fu piccolo danno a’ Perugini, e per così lo riputarono, perocchè fare lo feciono cavaliere, e li feciono l’esequie regali e pompose col danaio del comune, per allettare gli altri che venissono poi a bene operare per la repubblica sua.

Tornando alle fatiche nostre, manifestato ha sovente l’esperienza, che la disordinata e sfacciata baldanza de’ presuntuosi e alteri cittadini i quali sono suti per loro procacci dati, non dirò consiglieri, ma piuttosto balii e tutori a’ capitani nelle guerre del nostro comune, e a’ capitani e al comune hanno fatti vituperii assai, e notabili e gravi danni, e inrimediabili vergogne, talvolta per non conoscere e volere mostrare di sapere, talora con malizioso procaccio di loro private utilitadi e onori. Così essendo dati al capitano messer Bonifazio consiglieri assai vie più presuntuosi che savi, e coloro ritrovandosi in Pescia con l’oste de’ Fiorentini, avendo a cavalcare i nemici, non solo lo consigliavano, ma eziandio con parole e arroganti segni lo sforzavano, sotto la baldanza dello stato cittadinesco che usurpato aveano, che cavalcassono in quello di Lucca,dove fortuna quasi sempre al nostro comune era stata avversa; ma il valente capitano certificato già de’ vecchi errori in simili atti commessi, poco pregiando nel segreto suo e loro voglie e consigli, e non avendo loro autorità nè grandigia in dottanza, di fuori mostrava volere seguire loro talento, e nel petto tenea raccolto il suo; e contro all’opinione d’ogni qualunque il giovedì mattina a dì 23 di giugno partì da Pescia con tutta l’oste, e tenne verso Fucecchio e Castelfranco, e il seguente dì, il giorno di san Giovanni, si mise per lo stretto di Valdera a piè di Marti, certo dell’impotenza de’ nemici, e corse infino a Peccioli, e la sera combattè il castello di Ghiazzano, e per la moltitudine delle buone balestra tanto impaurirono quelli d’entro, che a dì 26 del mese dierono il castello salve le persone, il quale fu per camera del nostro comune infino alla presa di Peccioli, che poco appresso seguì.

Non contenti i Fiorentini co’ Pisani alla guerra di terra con loro, vollono tentare la fortuna del mare, e del mese di giugno condussono a soldo Perino Grimaldi con due galee e un legno, e uno Bartolommeo di...... con altre due galee, i quali promisono con detti legni bene armati essere per tutto il mese d’agosto nellariviera di Pisa, e fare guerra a’ Pisani a loro possanza.

Essendo gli ambasciadori e’ sindachi degli uomini e comunità di Val di Caprese stati a Firenze a sollecitare il comune che per suoi li prendesse, e con loro quelli della Rocca cinghiata, per la molta forza d’amici che si trovarono gli Aretini tra le fave, si sostenne che accettati non fossono, in danno e disonore del nostro comune: ond’essi dileggiati presa disperazione s’avventarono e dieronsi a’ Perugini, i quali li ricevettono graziosamente; e di presente del mese di luglio vi mandarono quattrocento fanti e centocinquanta uomini da cavallo, e presonsi le tenute di quelle due notabili rocche.

Era la gente di messer Cane Signore e di Polo Albuino in numero di seicento cavalieri del mese di luglio 1362, essendo messer Bernabò in Brescia con gente molta più assai di cavallo, la detta gente di messer Cane in passaggio albergòdinanzi delle porte della città, e una domenica mattina partendosi di quindi per ridursi a Pescara e coll’altra gente della lega, lasciato fornite Ganardo e Pandegoli castella di nuovo per loro acquistate in sul Bresciano, ed essendo già intra ’l detto Pandegoli e Smaccano, la gente di messer Bernabò in numero di novecento barbute e oltra, che in que’ giorni s’era ricolta nel castello di Lenado, parendo loro avere mercato della gente di messer Cane, s’apparecchiarono ad assalirla. La gente di messer Cane sapendo che i nemici avanzavano il terzo e più, e che nel luogo dov’erano aveano il disavvantaggio del terreno, e che si metteano in punto per assalirli, non aspettarono, e il detto giorno nell’ora del vespro nella disperazione presono cuore, e assalirono francamente i nemici in su l’ordinarsi, e col favore di Dio li misono in rotta, e assai ne furono morti e magagnati e assai presi, intra’ quali di nome furono messer Mascetto Rasa da Como loro capitano, con venticinque conestabili assai pregiati in arme, e altri assai che non si nominano; e quindi a non molti giorni trecento barbute della gente di messer Bernabò in sul Bresciano dalla gente della lega furono sconfitti.

Messer Simone Boccanera primo doge di Genova, quando privato fu di sua dignità e cacciatodi Genova si ridusse a Pisa, e da’ Pisani cortesemente fu ricevuto, e secondo il suo grado assai onorato; onde per la detta cagione essendo ritornato in Genova, e nello stato suo con la forza di suoi amici e seguaci, a tutto suo podere cercò che il comune di Genova desse il suo favore a’ Pisani, e già essendo entrati in lega con loro, quando il traffico de’ Fiorentini fu levato da Pisa, contro a qualunque navilio con mercatanzia ch’entrasse o uscisse dal porto di Talamone, e da quella a istanza de’ Fiorentini per lo suo consiglio e comune levato, quando vidde il fuoco della guerra appreso, con ogni sua forza e sottigliezza cercava che i Genovesi dessono loro favore a’ Pisani, ma i mercatanti ed altri cittadini a tutti suoi avvisi e sforzamenti s’oppuosono, pure tanto fè, che per deliberazione del comune s’ottenne e statuì che il comune di Genova si stesse di mezzo, e nullo aiuto o favore si desse nè all’uno nè all’altro. Occorse in istanza di tempo, che i signori priori di Firenze e gli otto della guerra scrissono a Francesco di Buonaccorso Alderotti mercatante stato lungamente in Genova, pratico con tutti i cittadini e da loro ben veduto, che conducesse quattrocento de’ migliori balestrieri i più pratichi in guerra che avere potesse a soldo, con un buono capitano o due. Ciò venne agli orecchi del doge, e sotto il protesto della deliberazione fatta per lo comune, che a’ Fiorentini nè a’ Pisani si desse favore, come è detto di sopra, prestamente fè fare personale bando, che niuno potesse conducere nè in Genova nè nella Riviera alcuno balestriere, e simile penapuose al balestriere se si conducesse. Il valente mercatante alle sue spese, sponendosi ad ogni pericolo per zelo di suo comune, se n’andò a Nizza ch’è della contea di Provenza, e qui s’accozzò con messer Riccieri Grimaldi, uomo valoroso e stato in più battaglie campali, e lui solo condusse capitano di quattrocento balestrieri a fiorini sette per balestro il mese, i quali furono tutti uomini scelti e usi in guerra. E per mostrare messer Riccieri che con amore e affezione venia a servire il comune di Firenze, volle che intra il numero de’ balestrieri fossono due suoi figliuoli, e due di Perino Grimaldi, i quali venuti a Firenze, e non trovando verrettoni a loro modo, anche fu scritto per gli otto al detto Francesco, che da Genova ne mandasse dugento casse. Ed essendo per lo detto doge posto grave pena a chi ne traesse del Genovese, il detto Francesco compostosi co’ doganieri, ne mandò subito centosettanta, le quali legate a quattro casse per balla con paglia, e invogliate a guisa di zucchero, e per zucchero si spacciarono alla dogana. Emmi giovato di così scrivere, perchè se onorato fosse chi bene fa per lo suo comune, gli animi degli altri s’accenderebbono a fare il simigliante.

Essendo legati insieme, come addietro è detto, lo re di Spagna, con quello di Navarra, con quello di Portogallo, e con quello di Granata, e col conte di Foscì, e con quello d’Armignacca contro il re d’Aragona, del mese di giugno il re di Castella con quello di Navarra, amendue in persona, con cinquemila cavalieri si misono sopra le terre di quello d’Aragona, la quale è lontana a Sibilia per otto giornate, e con sedici galee l’assalirono per mare, avendosi la pace lasciata dopo spalle, facendo grandi e disonesti danni. E avendo il re Piero di Spagna lungo tempo tenuta assediata la città di Calatau, e quelli della città difendendosi coraggiosamente, e non volendosi arrendere loro, lo re con giuramento promise, che se non si arrendessono, ed egli li prendesse per forza, che tutti li farebbe morire: quelli poco pregiando le sue minacce sollecitamente attendeano a loro difesa; infine del mese d’agosto il re per battaglia prese la città e non ricordandosi che i vinti fossono cristiani, incrudelito contro loro a guisa di fiera salvaggia, oltre a seimila cittadini disarmati e vinti fè mettere al taglio delle spade senza misericordia alcuna.

In questo tempo e mese di giugno, Giovanni d’Angiolino Bottoni della casa de’ Salimbeni con altri gentili uomini di Siena, e con certi dell’ordine de’ nove, il quale era posto a sedere, tennono trattato di dovere rimettere l’ordine de’ nove nello stato. Il popolo avendo di ciò odore, e pertanto in sospetto, corse all’arme, e nel furore furono presi un Tavernozzo d’Ugo de’ Cirighi, e uno Niccolò di Mignanello, ch’erano stati dell’ordine de’ nove, e furono decapitati. Il capitano della guardia, ch’era de’ Pigli di Modena, fece tagliare il capo a un frate e a certi altri: e furono posti in bando per traditori Giovanni d’Agnolino Bottoni, e messer Giovanni di messer Francesco Malavolti, e Andrea di Pietro di messer Spinello Piccoluomini, e Cinque di messer Arrigo Saracini, e Francesco di messer Branca Accherigi dell’ordine de’ nove. Poi a dì 3 di novembre il detto Giovanni co’ sopraddetti furono ribanditi, e riposti nel primo stato e onore.

Avendo messer Bonifazio Lupo preso Ghiazzano, e predata e arsa la Valdera tutta fuori delle fortezze, volendo più in avanti cavalcare per suo onore e del comune di Firenze, vietato gli fu da’ consiglieri che dati gli erano per lo comune senza mostrarli il perchè. Il valente capitano pregiando più suo onore che la grazia e amore de’ privati cittadini, e non curando i volti turbati, si mise in viaggio con l’oste ordinata per fornire sua intenzione. L’uno de’ consiglieri ito più là nello stato che non portava il dovere scrisse al fratello, ch’era degli otto della guerra, come il capitano nullo loro consiglio volea seguire, e che era uomo di sua volontà, e di mettere il comune in pericolosi luoghi, con dire procurasse fosse onorato com’egli onorava loro. Il che ne seguì, che per operazione del detto degli otto fu eletto per capitano messer Ridolfo da Camerino, e mandato per lui, e che prestamente venisse, mostrando che per le stranezze di messer Bonifazio il comune n’avesse gran bisogno: e tutto che di ciò ne sdegnasse messer Bonifazio nol dimostrò, ma come magnanimo ne fece di meglio. Tornando a nostro processo, messer Bonifazio spregiato il voglioso e poco savio consiglio, e forse malizioso e venduto de’ suoi consiglieri, lasciato Ghiazzano ben fornito e guarnito alla difesa, l’ultimo dìdi giugno, arsa e predata la Valdera, con molto ordine cavalcò a Padule, villa ricca e fornita di belli abituri, e predata e arsa la villa prese Castello san Piero, e il mercato a Forcole, e per tre dì soggiornò in quei paesi correndo vicino a Pisa: e in quel tempo presono, arsono e guastarono trentadue tra castella, e fortezze e villate, nelle quali arsono oltre a seicento case, che fu danno quasi inestimabile; e intra l’altre fortezze presono Contro, e dieronlo in guardia a’ Volterrani. Ed essendo la gente grossa de’ Pisani a Castello del Fosso, i nostri vi mandarono e richiesonli a battaglia, ed eglino non s’attentarono d’uscirli a vedere: fu in animo del capitano di combatterlo, ma fallandoli gli ingegni di combattere castella, e vittuaglia, si partì quindi, e puosesi nel borgo di Petriolo, quivi aspettando il nuovo capitano; dove stando, per non tenere la sua gente oziosa, e per non dare respitto a’ nemici, quattrocento tra barbute e Ungari con cinquecento masnadieri, sotto la guardia e condotta di Leoncino de’ Pannocchieschi de’ conti da Trivalle di Maremma soldato del comune di Firenze, fece cavalcare nella Maremma, lunga dal luogo dov’era cinquanta miglia, verso Montescudaio e per que’ paesi, dove trovarono gran preda di bestiame e grosso e minuto, che per l’asprezza del luogo ivi s’era ridotto. I nostri non trovando contasto, fatto gran danno e arsione nel paese, a dì 9 di luglio menarono al campo dodici centinaia di bufole e novecento vacche, vitelle assai, e oltre a mille porci, e altro bestiame minuto assai, il quale sortito tra i predatori, solomesser Bonifazio per sua cortesia fu senza parte di preda, lasciandola a chi l’avea faticata.

Di questo mese di giugno, quelli della lega ripuosono il castello di Massa presso alla Mirandola, e lasciatolo ben fornito di vittuaglia e di gente alla guardia contendeano a guerreggiare sollecitamente. Dall’altra parte Anichino di Bongardo con la gente di messer Bernabò ha riposto il castello di Solaro in sul canaletto, che esce del canale di Modena, e fornitolo s’è accampato ivi presso nel bosco facendovisi forte. Il conte di Lando con messer Ambrogiuolo figliuolo naturale di messer Bernabò corsono infino alla Mirandola ingaggiati di battaglia con la gente della lega, ma in que’ tempi che combattere doveano grave malattia prese messer Galeazzo, e, o che così fosse, o che fosse simulata per non si mettere alla fortuna della battaglia, il conte di Lando e messer Ambrogiuolo si tornarono addietro. Il marchese di Ferrara di questo mese tolse Voghera, terra d’oltre a dugento uomini, e Guarlasco e più altre terre. Cane Signore tolse la valle di Sale in sul lago di Garda, e più altre terre e fortezze. Alquanti vollono dire questa essere la cagione perchè il conte di Lando e Ambrogiuolo si tornarono addietro. In queste baratte e volture per operazione del contedi Lando certi conestabili tedeschi ch’erano al soldo della lega, loro caporale messer..... del Pellegrino, in numero tutti di undici, fatta congiura doveano tradire la lega, i quali furono presi, e trovando che ciò era vero furono decapitati.

Giunse a dì 6 di luglio messer Ridolfo al campo, che era fra Peccioli e Ghiazzano, dove dalla gente dell’arme ch’aveano posto amore alla cortesia e valore di messer Bonifazio con niuno rallegramento fu ricevuto; e dal vecchio capitano prese l’insegne, onorandolo in questa forma di parole, che la bacchetta e il reggimento dell’oste bene stava nelle sue mani, ma per ubbidire il comune di Firenze di chi era soldato la prendea: e presa, di presente lo fè maliscalco, ed egli ogni sdegno deposto in servigio del comune di Firenze l’accettò come era ordinato.

Mentre che l’oste del comune di Firenze pigra e malcontenta sotto il nuovo capitano dimorava tra Peccioli, e Ghiazzano in Valdera, aspettando il gran fornimento che ’l capitanoavea domandato, i Pisani per non dimenticare la loro usata crudeltà, tutti i forestieri che al loro soldo erano in Lucca feciono ritrarre nell’Agosta, e segretamente avvisarono da cento cittadini ghibellini e loro confidati che per grida che elli udissono andare non si partissono, ma facessono vista di volere partire, acciocchè gli altri veggendo apparecchiare loro prendessono viaggio; e ciò fatto, feciono bandire che sotto pena dell’avere e della persona, che uomini e femmine, cittadini e forestieri, dovessono sgombrare la città e ’l contado presso alla città a mille canne, afin che compiesse d’ardere una candela che posta era alle porte. Fu miserabile e cordoglioso riguardo e aspetto di gran crudeltà vedere i vecchi pieni d’anni, le donne, le fanciulle lagrimose con sospiri e guai, e i piccoli fanciulli con strida lasciare loro case, loro masserizie e loro città, e ire e non sapere dove: i gentili e antichi cittadini, e nobili mercatanti e artefici in fretta e sprovveduti fuggire, come avessono spietati nemici alle spalle loro, e la terra loro lasciassono in preda. L’orribile bando fu al tempo dato ubbidito, e la terra lasciata fu vuota, e in sommo silenzio: di questo prestamente seguì, che i Pisani ch’erano alla guardia di Lucca co’ loro soldati e a piè e a cavallo furiosamente uscirono dell’Agosta colle spade nude in mano, e corsono l’abbandonata terra senza essere veduti da’ Lucchesi, gridando; Muoiano i guelfi; a Firenze, a Firenze: e non aveano potestà di cacciare la gente de’ Fiorentini ch’erano loro in su le ciglia.

Continovando nostro trattato della guerra tra i Fiorentini e’ Pisani, con poca intramessa di cose di forestieri, perchè delle occorse in questi giorni, se occorse ne sono degne di memoria, poche ne avemo, e raccresciuta la forza del comune di Firenze, perchè il conte Niccola degli Orsini prima offertosi, e accettato, era venuto con cento uomini di cavallo, e così più altri gentili uomini, il perchè il capitano si trovò con duemila barbute e con cinquemila pedoni nel campo tra Peccioli e Ghiazzano, dove pigramente con molta sua infamia dimorava; il perchè messer Bonifazio Lupo infignendosi poco sano se ne venne a Firenze. Alla fine empiuto il gran fornimento che domandava, sotto il cui adempimento si scusava di sua pigrizia, più non potendo fuggire sue scuse, a dì 16 del mese di luglio con l’oste si partì da Peccioli, e la notte albergò a Ponte di Sacco, e ’l dì seguente passarono il fosso a malgrado della forza de’ Pisani che v’era alla guardia, con loro danno e vergogna, ed entrarono nel borgo di Cascina, dove preda e vittuaglia trovarono assai. La cagione fu, ch’essendo alla guardia del fosso un quartiere di Pisa con soldati e contadini assai, non pensarono che i Fiorentini vi potessono passare, e per tanto poco o niente v’era sgombrato. Gli Ungari de’ Fiorentini, come per natura sonodesiderosi di guadagnare, e atti a scorrere, passarono insino alla Badia a Sansavino, e presono intorno di cinquanta prigioni. Il capitano tutto il giorno e ’l seguente stette col campo fermo a Cascina, dove intorno correndo le gualdane per spazio di più miglia, e di prede e d’arsioni danni inestimabili furono fatti. Il martedì mattina a dì 19 di luglio partiti da Cascina s’accamparono a Sansavino, e ’l fiore della gente da cavallo e da piè cavalcarono infino alla volta dell’Arno presso a Pisa a cinquecento passi, ed ivi alla Bessa con l’usate muccerie, ad eterna rinoma del comune di Firenze, e infamia de’ Pisani, feciono correre un ricco palio di veluto in grana foderato di vaio, il quale ebbe il conte Niccola degli Orsini, e lo mandò a Roma per onore della sua cavalleria. I corridori con assai di buona gente sotto il bastone di messer Niccola Orsini passarono Pisa facendo assai di male e vergogna a’ nemici. Fatte le dette cose si tornarono al campo: e quel giorno medesimo passata nona, ritornati al detto luogo, con assai meno gente per dirisione feciono correre palii l’uno ad asini, l’altro a barattieri, e ’l terzo alle puttane; onde i Pisani di tanta ingiuria aontati, seicento a piè con dugento cavalieri con molti balestrieri, con la imperiale levata, uscirono di Pisa per vendicare o in tutto o in parte loro oltraggio. La gente de’ Fiorentini, ch’era a fare correre detti palii, ed era in punto e vogliosa aspettando il detto caso, francamente s’addirizzò a loro, e li ruppono e li rimisono infino nelle porte con tanto ardire, che alquanti con loro mescolati entrarono in Pisa, e alquanti balestrieri saettarono nellaterra, e ciò fatto si tornarono al campo: e quivi stando, il mercoledì arsono tutto ciò che poterono intorno a Pisa infino al borgo di san Marco a san Casciano, e Valdicaprona e molte altre ville, con molte belle e ricche possessioni nobilmente accasate. Il danno come incredibile piuttosto è da tacere che da scrivere: e per giunta a’ detti mali, i villani de’ piani ch’erano rifugiati in Pisa, e stavansi sotto loro carra lungo le mura, furono assaliti dalla pestilenza dell’anguinaia, e assai ne perirono. E ciò somigliava agl’intendenti giudicio di Dio, che dentro e di fuori così gastigasse i corrompitori della pace e della fede data per soperchio d’astuta malizia.

Poichè a messer Ridolfo parve avere fornito il dovere di suo onore, potendo molto più fare, mercoledì a dì 20 di luglio ripassò il fosso, e ritornossi a Ponte di Sacco; dove stando, casualmente fu preso un fante che portava una lettera per parte del castellano di Peccioli al capitano del fosso, la quale in sostanza diceva, che i soldati da cavallo e da piè con molti terrazzani, sentendo che ’l capitano de’ Fiorentini era a Sansavino occupato in molte faccende, erano usciti di Peccioli, e cavalcati in su quello di Volterra per guadagnare, e che tornati non erano, e la cagione non sapea, e che la terra non era in stato di potersidifendere se fossono combattuti o stretti per assedio, e che a ciò riparasse, e gli mandasse presto soccorso; ed era vero, che essendo la detta gente de’ Pisani cavalcata in su quello di Volterra, certa gente da piè e da cavallo del comune di Firenze, la quale era in Volterra, avendo boce della detta gente de’ Pisani loro si feciono incontro, e colla forza de’ contadini volterrani gli incalciarono e strinsono in forma, che non possendo fuggire nè ritornare per la via ond’erano venuti, lasciata la preda che fatta aveano, in sul fare della sera per loro scampo si ridussono in su un colle, e la notte si misono per la Maremma. Il capitano vista la detta lettera mandò prestamente gli Ungari e’ cavalieri innanzi per impedire la tornata della detta gente in Peccioli, e senza dimoro con tutto l’oste seguì, e quella medesima sera con l’oste attorneò tutta la terra, e il seguente dì la cominciò a cignere di steccato facendo sollecita guardia, e la sera in sul tramontare del sole, per conoscere se la lettera che egli avea trovata gli dicea vero, fece dare alla terra una battaglia per scorgere la gente che v’era alla difesa, e per quello comprendere si potè forse sessanta uomini con femmine assai si vidono, che diedono a intendere che vi mancava difesa; il procinto della terra era grande, ma forte e di muro e di ripe. Il capitano scorto il fatto pigramente procedea nell’assedio, dormendo la mattina insino a terza col letto fornito di disonesta compagnia, e menando vita di corte quieta; il perchè messer Bonifazio, uomo d’onesta vita e di vergogna pauroso, veggendo la sciolta vita del capitano e suomal reggimento, infignendosi d’essere malato se ne venne a Firenze, e mostrando a’ signori che poco era loro onore e necessario, chiese licenza di tornarsi in Lombardia; i signori con loro consiglio considerando quanto era di bisogno al comune, lo pregarono e lo gravarono, che a tanto bisogno non abbandonasse il servigio per lui fedelmente cominciato, e che tornasse al campo a perseguire le buone opere sue, le quali bene erano conosciute e gradite da’ savi e buoni cittadini, e così conosciute quelle del suo successore; il perchè vinto per servire il comune tornò al campo. Il capitano corse in voce di poco leale per i suoi molti falli, e per non volere seguire la volontà del comune, e di ciò mostrò segni, perocchè la cavalcata che fatta avea sopra i Pisani non era stata volontaria ma sforzata, riprendendo sua tardezza, e potendo con suo onore stare dodici dì col fornimento che menò in su le porte di Pisa, e guastare gran parte di loro contado, il terzo dì se ne partì, e potendo per battaglia avere Peccioli, tanto soprastette, che le femmine armate le mura presono cuore alla difesa veggendo la viltà del capitano: ma infamato dalla partita di messer Bonifazio Lupo e da’ Fiorentini ch’erano nel campo, tutto che i suoi protettori lo difendessono, ed esso sè medesimo mostrando a molti le lettere ch’avea da Firenze, che si portasse cortesemente, pur mosso dal grido strinse la terra prima con battaglia tiepida e con poco ordine, e tanto debilmente si portò in detto e in fatto, che con vergogna da pochi di quelli d’entro, che pochi ve n’erano, vituperosamente fu ributtato, i quali intendendoloro fortuna aveano smisurata paura, e mostravano gran cuore per invilire quelli di fuori. Ritratto il capitano dalla poca favorata battaglia, ne’ fossi rimasono scale e grilli che infino alle mura erano condotti, di gran dispiacimento dei nostri cittadini che erano a vedere. Tra i rettori del comune, tutto ch’e’ conoscano il difetto, per la forza di medici radissime volte vi pongono rimedio obliando l’onore del comune. La fama della viltà e disonesta vita del capitano, o calunniosa o vera che fosse o falsa, pure lo stimolò alquanto; onde veggendo egli che i Pecciolesi erano spigottiti, cominciò a cignere la terra di steccato senza contasto, perocchè stracchi erano sotto le battaglie e sotto la continova guardia quelli che rimasi erano nella terra per più vili, perocchè tutti i gagliardi s’erano messi nella cavalcata sopra Volterra. Alla fine quelli d’entro veggendosi stretti, e senza speranza di soccorso, a dì 30 di luglio il vicario di Peccioli con più compagni senza niuna arme a sicurtà dal capitano vennono a lui, e patteggiarsi, che se per infino a dì 10 d’agosto non avessono da Pisa soccorso li renderebbe la terra salve le persone e l’avere, e per la fermezza di ciò dierono otto stadichi de’ più sufficienti uomini della terra, e due Pisani, i quali il capitano ricevette, e li mandò a Firenze. I Fiorentini ricevuti li stadichi, quasi certi d’avere la terra, perchè loro speranza non cadesse in fallo rafforzarono l’assedio, e mandaronvi mille balestrieri e dugento uomini da cavallo, e fornimento assai necessario alla bisogna; e come l’intento de’ Pisani tutto si dirizzò adavere Pietrabuona, così lasciando stare ogni altra cosa, tutto quello de’ Fiorentini s’addirizzò ad avere Peccioli. Come per gli ambasciadori del comune di Peccioli si sentì il fatto in Pisa, subitamente nel Duomo radunarono il parlamento, dove per molti apertamente fu detto, che per loro governatori erano traditi, i quali affermavano che tanta gente avrebbono di Lombardia, che non che fossono cavalcati, ma che si cavalcherebbono i Fiorentini, di che gran borboglio si sparse per lo parlamento, e tale, che fè concitamento a civile romore. Essendo in Pisa questo tremore e sospetto, e dovendo succedere l’altro quartiere di Pisa a quello ch’era alla guardia del fosso, non vi volle andare, onde quelli che v’erano lo arsono e abbandonarono.

Perseverando a Peccioli l’assedio, il castellano che tenea le due forti torri che Castruccio v’avea fatte fare quando era signore di Pisa, non contento al patto che fatto era co’ terrazzani, combattea i nostri, e li villaneggiava di parole, stimando perduta la terra potere tenere la fortezza lungamente. Il capitano veggendo suo proponimento fece dirizzare alle torri, intra le quali era un ponte, una cava, e l’una d’esse fè mettere inpuntelli, e il decimo dì d’agosto, il dì di san Lorenzo, ch’era l’ultimo del termine dato a’ Pecciolesi, il capitano fè dire al castellano il suo pericolo pregandolo s’arrendesse, e non volesse perire per soverchia baldanza. Il castellano e i fanti che con lui erano se ne feciono beffe, moltiplicandole villanie, e rimproverando al comune di Firenze la Ghiaia, il perchè il capitano fè affocare i puntelli, onde il fumo e il crepare della torre fè segno al castellano e a’ compagni che per lo ponte si rifuggissono nell’altra, e così feciono, e appena aveano tratti i piè del ponte, che la torre e ’l ponte cadde, onde cominciò a frenare la lingua: la torre cadde in sulle mura della terra, e di quelle abbattè bene quaranta braccia. I briganti dell’oste cupidi e vogliosi di preda ciò veduto s’apparecchiarono quindi a entrare nella terra per rubare; i terrazzani uomini e femmine senza arme corsono alla rottura, e gridarono, viva il comune di Firenze, ricordando la fede loro data, e la promessa fatta per lo comune; e il leale e buono cavaliere messer Bonifazio Lupo sotto la sua insegna con la sua gente si mise alla guardia del luogo, e non lasciò nè il dì nè la notte, che tutta era del termine, alcuno entrare dentro, affermando che ’l comune di Firenze era e sempre era stato leale osservatore di sue promesse. Il seguente dì, giovedì mattina a dì 11 d’agosto 1362, in su l’ora della terza, secondo i patti e le convenenze che fatte erano, il conte Aldobrandino degli Orsini con la brigata sua, appresso tre cittadini di Firenze con parte di gente fidata, presono la tenuta della terra pacificamente senzaoffesa niuna o di fatti o di parole, e nella terra con li stadichi insieme, che gli avea rimandati il comune, furono ricevuti allegramente e a grande onore. Dell’acquisto del detto castello e di giorno e di notte si fece gran festa, perocchè tenendolo pensavano essere i sovrani della guerra, perocchè dal detto castello ha sedici miglia di piano, rimiriglio alla città di Pisa. Il castellano vedendo che la terra era venuta nelle mani de’ Fiorentini, e considerando che la torre che gli era rimasa agevolmente si potea mettere in puntelli, si rendè, ma per i suoi dispetti non fu ricevuto se non alla misericordia del comune di Firenze, dove mandato fu per lo capitano con i suoi compagni. Venuto, fu tenuto consiglio di farli morire, che fu disonesta e abominevole cosa, e di malo esempio di volere fare morire coloro che per lo comune francamente e fedelmente s’erano portati: il parlarne, non che tenerne consiglio per i savi e buoni cittadini, fu ripreso; assai loro fu la prigione. In questi medesimi giorni i gentili uomini e signori del castello di Pava, il quale è situato e posto in sul passo da ire di Valdera in Maremma, ed è forte e bella tenuta, la dierono al comune di Firenze in prestanza mentre la guerra durasse, e il comune di Firenze con la grazia de’ detti gentili uomini lo faceva guardare.

Tolta la terra di Peccioli, come di sopra è detto, il seguente dì 12 d’agosto il capitano pose assedio al castello di Montecchio, dove erano ridotti dugento masnadieri per tenere a freno e guerreggiare la gente del comune di Firenze, i quali assai danno aveano fatto loro nell’assedio di Peccioli, e il detto castello di Montecchio circondarono intorno intorno strettamente, dove stati più giorni, alquante volte con battaglie gli tentarono; il perchè quelli d’entro inviliti intorno di sessanta di loro di notte si gittarono per uno dirupato d’altezza paurosa a vedere, e di loro ne morirono alquanti, e’ loro compagni al campare ebbono affanni assai. Quelli ch’aveano avuto paura di rovinare per quelle coste renderono il castello e le persone alla misericordia del comune di Firenze, e di loro centoquarantaquattro ne vennono a Firenze, i quali messi in prigione, dagli uomini e pietose donne fiorentine e di vivanda e di ciò che a loro bisognava abbondantemente furono provveduti. Il seguente dì, tornando al processo del capitano, cavalcò a Laiatico, e quello ebbe per battaglia; e il dì medesimo si posono a Toiano, e da’ terrazzani ebbono il castello, e pochi dì appresso la rocca, d’onde venne a Firenze la campana che è posta in sul ballatoio del palagio de’ priori, la quale ai mercatantidà l’ora del mangiare. Dipoi il capitano cavalcò a Montefoscoli e a Marti per porvi assedio: ciò vietò il non trovarvi acqua, onde si tornò a Fabbrica; dove stando, il capitano cupido del guadagno mandò quattrocento cavalieri e masnadieri assai nella Maremma dove sentì esser fuggito molto bestiame. I mandati in pochi giorni, tornarono con gran preda di bestiame, preso il vicario di Piombino, grande popolare di Pisa il quale novellamente andava all’uficio, e per sua mala ventura si scontrò co’ suddetti, e con tutta sua famiglia rimase preso. La preda messer Ridolfo divise, non come fatto avea messer Bonifazio, ma capo soldo, e più che parte ne volle, di che forte ne fu biasimato, e dell’amore cadde di tutta gente d’arme ch’erano a sua ubbidienza.

Sentendo i Perugini che i Fiorentini aveano avuto la terra di Peccioli, e che loro fortuna sormontava, volendo ammendare il vecchio errore, commisono il nuovo maggiore, e mandarono a’ Fiorentini sessanta barbute e venticinque stambecchini, i quali come meritavano con torto viso e rimbrotti del popolo furono ricevuti.

Il conte Aldobrandino degli Orsini, il quale era venuto al servigio del comune di Firenze, preso Peccioli si tornò a Firenze per tornarsi in suo paese. Il comune di Firenze avendo a grato il servigio per lui liberamente fatto, e ciò riputandosi a onore, lo provvidde largamente, e a dì 29 del mese d’agosto con rilevato onore lo feciono fare cavaliere del popolo di Firenze, e messer Bonifazio Lupo procuratore a ciò del comune: ed esso conte Aldobrandino fece il suo fratello minore cavaliere. E amendue d’arme e cavalli e d’altri doni cavallereschi riccamente furono provveduti e onorati; e per loro fece il comune un nobile e ricco corredo: e fornita la festa si partì di Firenze, accompagnato da tutti i cittadini ch’aveano cavalcature.

La Presura di Peccioli fu materia di scandolo tra ’l comune di Firenze e’ soldati, perocchè certi di loro, ciò fu il conte Niccolò da Urbino, Ugolino de’ Sabatini di Bologna, e Marcolfo de’ Rossi da Rimini, uomini di grande animo e seguito,con la maggior parte de’ conestabili tedeschi, a instigamento de’ procuratori di loro paghe, a dì 30 d’agosto detto anno 1362 mossono lite al comune, dicendo, che per la presura di Peccioli doveano avere paga doppia e mese compiuto, e che avendola in mano contro a loro volere il capitano prese li stadichi, dicendo, che se non avessono il debito loro non cavalcherebbono; e sopra ciò stando pertinaci mandarono loro ambasciadore a Firenze, e ciò feciono noto a’ priori il perchè avuto per i priori sopra ciò consiglio da chi di ciò s’intendea, determinarono che loro domanda non era ragionevole; onde tornato al campo l’ambasciadore con questa risposta, furiosamente il detto conte Niccolò, Ugolino, e Marcolfo puosono un cappello in su una lancia, dicendo, che chi voleva paga doppia e mese compiuto si mettesse sotto il detto segno fatto, i quali in poca d’ora si ricolsono il detto conte Niccolò, Ugolino, e Marcolfo con loro brigate, e molti caporali tedeschi e borgognoni, tanto che passarono il numero di mille uomini da cavallo, di che il capitano dubitò di tradimento, non possendoli con parole rattemperare, richieggendoli per loro saramento, e per la fede promessa al comune di Firenze, che loro indebito proponimento dovessono lasciare, e tutto era niente, che quanto più li pregava e richiedea più levavano il capo, e più li trovava duri e pertinaci. Onde per più sano consiglio essendo con tutta l’oste intra Marti e Castello del Bosco all’entrata del mese di settembre, levò il campo, e tornossi a san Miniato lasciando le tenute che prese avea fornite e divittuaglia e di gente. Come ciò fu noto a Firenze, il detto conte Niccolò, Ugolino, e Marcolfo, e’ conistabili tedeschi di presente furono cassi, ed essi si radunarono all’Orsaia in quello d’Arezzo, e crearono compagnia, la quale per lo caso detto di sopra del cappello posto in sulla lancia titolarono la compagnia del Cappelletto, e quivi fatto il capo a’ ladroni, in piccolo tempo molto ingrossarono. I Pisani sentendo la dissensione della gente del comune di Firenze, rassicurati non poco, con l’arte loro ritolsono Laiatico, dove senza volere alcuno a prigione, uccisono venticinque fanti che v’erano dentro alla guardia, intra i quali furono cinque di nome; per la qual cagione i Fiorentini sdegnati trassono di Peccioli quasi tutti i migliori terrazzani, de’ quali parte ne vennero a Firenze, e per loro vita dal comune ebbono provvisione: gli altri terrazzani veggendo la gelosia presa per i Fiorentini, tutti quelli ch’avessono forma d’uomo se n’uscirono, onde la terra rimase a’ soldati. Il simile feciono quelli di Ghiazzano, e di Toiano, e dell’altre tenute prese pe’ Fiorentini. Nei detti dì essendo il capitano venuto a Firenze, i Pisani con seicento cavalieri e molti pedoni corsono in su quello di Volterra, e levarono preda di trecento bestie grosse, e uccisono alquanti uomini, e alquanti ne presono. La gente del comune ch’era in Peccioli non stava oziosa, ma sovente cavalcavano, sino sulle porte di Pisa, mettendo aguati, e prendendo prigioni, e facendo aspra e sollecita guerra, tanto feciono che ’l contado di Pisa verso leparti dove poteano cavalcare non s’abitava, nè si poneva a seme.

Del mese d’agosto le galee di Perino e quelle di Bartolommeo condotte al soldo dal comune di Firenze furono nella riviera di Pisa verso Piombino, facendo in quelle riviere gran danni, e in quelli giorni messer Niccola Acciaiuoli gran siniscalco del regno di Puglia, alle sue spese mandò due galee a servire il nostro comune per tempo di due mesi, le quali detto tempo assai affannarono i Pisani, non lasciando nel porto di Pisa legno che non pigliassono, rubassono e ardessono: e all’isola della Capraia scesono in terra, e levarono preda di mille capi di bestie, e il simile feciono al Giglio e a Vada per tutta quella marina dove danni di preda o d’arsioni poterono fare, a grande onore del comune di Firenze. Perino Grimaldi all’entrata di settembre per simile modo correva la detta marina facendo gran guerra, e per battaglia prese la Rocchetta, la quale è posta in su la marina intra Castiglione della Pescaia e Piombino in forte luogo; li terrazzani rifuggirono nella rocca, e’ Genovesi presono la terra, e forniti di vittuaglia la rubarono e arsono. Fu riputato per Italia in grande onore al nostro comune, e non senza ammirazione di chi l’intese, che iFiorentini potessono in mare più che i Pisani, e che per acqua li tenessono assediati.

In quel tempo lo stato di Roma e reggimento era tornato nelle mani del popolo minuto, del quale si facea capo, ed era il maggiore e quasi signore un Lello Pocadota, ovvero Bonadota calzolaio, il quale col favore del detto popolo avea cacciati di Roma i principi, e’ gentili uomini, e’ cavallerotti, ed essi di fuori accoglieano gente, e misono in grida che aveano al loro soldo condotta la compagnia del Cappelletto, la quale allora era in Campagna, di che per questa tema i governatori di Roma feciono seicento uomini a cavallo di soldo tra Tedeschi e Ungheri, e altrettanti de’ loro cittadini, e numerato il popolo romano a piè si trovarono essere ventidue migliaia d’uomini armati, e per temenza la notte faceano guardare le porte. Occorse in questi giorni, o per sagacità che fosse, o per errore de’ gentili uomini, che avendo i Romani mandato loro potestà a Velletri, fama uscì fuori che quelli di Velletri l’aveano morto, onde i rettori di Roma diffidati di loro stato accolsono consiglio, e coll’autorità d’esso dierono al papa il governo della città liberamente come a signore: ben vollono per patto che messer Guido cardinale di Spagna non vi potesse avere alcuno ufizio o giurisdizione. Tu che leggi ed hai letto le altemaravigliose cose che feciono i buoni Romani antichi, e tocchi queste in comparazione, non ti fia senza stupore d’animo.

Fu papa Innocenzio sesto uomo di semplice ed onesta vita, e di buona fama, colla quale passò di questa vita a migliore a dì 11 di settembre 1362, e a’ tredici dì fu seppellito alla chiesa di nostra Dama d’Avignone. Sedette papa anni nove, mesi otto e dì sedici: vacò la Chiesa di Roma dì quarantotto. I cardinali essendo chiusi in conclavi in numero ventuno a dì 28 di settembre, si trovò che dato aveano quindici voci al cardinale...... che fu vescovo di...... monaco nero, e di nazione Limogino, uomo per età antico, e per vita di penitenza, e del tutto dato allo spirito, a cui essendo revelato lo squittino, avanti che pubblicato fosse papa con molto fervore d’amore e umiltà rinunziò. I cardinali, perchè per avventura non era chi arebbono voluto, accettarono la rifiutagione. Appresso il cardinale di Tolosa nipote del cardinale d’Aubruno ebbe undici voci delle ventuno, un altro dieci, un altro nove, onde a’ trenta di settembre gara entrò tra’ cardinali, ed erano in grande discordia, ch’una parte d’essi il volea Limogino, e l’altra no. In fine come piacque a Dio, da cui viene ogni bene e ogni grazia, il dìultimo d’ottobre elessono in papa messer Guglielmo Grimonardi, nato della Siniscalchia di Belcari, il quale era abate di san Vittore di Marsilia, dell’ordine di san Benedetto, uomo d’età di sessanta anni, onesto e di religiosa vita, pratico e intendente assai. Costui di settembre era venuto con danari che la Chiesa mandò al legato ambasciadore alla reina Giovanna, passò per Firenze, e di convito de’ signori fu riccamente onorato; sentita per lui la morte d’Innocenzio si partì di Firenze, ed osò dire, che se per grazia di Dio vedesse papa che avesse in cura di venire in Italia, e alla vera sedia papale, e abbattesse i tiranni, e l’altro dì morisse, sarebbe contento. I cardinali perchè non era in Avignone, come scritto avemo, quando fu eletto, lo tennono celato, e mandarono per lui fingendo per certe cagioni averne prestamente bisogno, e segretamente a dì 30 d’ottobre entrò in Avignone, e a dì 31 fu pubblicato papa, e nomato Urbano quinto: prese il manto e la corona a dì 6 di novembre.

La novità del fatto ne dà materia di mettere in nota quello che passare con silenzio, essendo stato il caso in altrui, non era da ripigliare. Del mese d’aprile passato, Pietro re di Castella avendo un figliuolo di dama Maria sua femminad’età di tre anni e mezzo, volle dare a intendere, e fare credere al suo reame, che fosse legittimo e naturale, e pubblicamente osò dire, che la detta dama Maria era sua legittima sposa; e per affermare a’ sudditi suoi quello dicea, volle e ordinò che tutti quelli che aveano a fare omaggio alla corona a certo giorno dato giurassono fedeltà nelle mani del fanciullo, e così feciono tutti i suoi baroni, chi per amore e chi per paura, e per reverenza d’omaggio tutti li baciarono la mano, e il simile feciono i sindachi di tutte le comunanze del suo reame. Nel detto anno del mese d’ottobre il fanciullo morì, di che il re duolo ne prese a dismisura, e vestissene a nero con tutti i suoi baroni. Dimostrò che a Dio sovente non piace quello che piace all’uomo, massimamente le burbanze.

All’entrante del detto mese d’ottobre, Perino Grimaldi da Genova al soldo del comune di Firenze con due galee e un legno, giunte a lui l’altre due galee condotte per lo comune, si dirizzò all’isola del Giglio, e scesi in terra con molto ordine assalirono la terra con aspra battaglia. I terrazzani tutto che sprovveduti francamente si difesono, e per lo giorno la battaglia durò dalla terza al vespero, nella quale di quelli d’entro molti ne furono morti, molti magagnatidalle buone balestra de’ Genovesi. Partita la battaglia i Genovesi si tornarono a loro galee, e medicarono i loro fediti, e presono la notte riposo. Il seguente dì la mattina tornarono alla battaglia con molto più cuore e ordine, avendo scorta la paura e il male reggimento di quelli della terra: così disposti andando, si feciono loro incontro tre di quelli della terra senza arme gridando, pace pace, e giunti al capitano, lui ricevente per lo comune di Firenze dierono la terra salvo loro avere e le persone, e così per Perino furono graziosamente ricevuti, e nella terra i Genovesi entrarono, non come nemici, ma come terrazzani pacificamente, e’ terrazzani si trassono con loro a combattere la rocca, con minacciare il castellano, il quale, cominciata la battaglia, vile e impaurito, temendo non tagliassono la rocca da piè con le scuri, disse si volea arrendere salvo l’avere e le persone, e avendo dal comune di Firenze le paghe ch’avea servite, e così fu ricevuto. Perino avendo fatto tanto nobile acquisto al nostro comune, fornita la rocca di vittuaglia e di sufficienti guardie, e seguendo la felice fortuna prese viaggio verso l’Elba. Il comune di Firenze mandò castellano al Giglio; e perchè avea soperchiati i Pisani in mare fè disordinata festa e letizia e di dì e di notte. Questa ventura fu tenuta mirabile, e operazione di Dio piuttosto che umana, considerato che la terra e la rocca sono da guardarle e lasciarle stare, e nè la forza del comune di Genova, che più volte avea tentato la ventura dell’acquisto del Giglio, nè quella de’ Catalani, nè quella de’ Pugliesi, che più epiù volte aveano cercato il simile, e con aspre e continove battaglie aveano combattuta la terra, e non potuto acquistarvi una pietra, facevano la cosa più ammirabile. Come a Pisa fu la novella sentita duri lamenti vi furono, parendo loro vilia di mala festa, poichè i Fiorentini li sormontavano in mare: e di certo loro intervenne il detto del savio, il quale dice: Extrema gaudii luctus occupat; che suona in volgare: Gli estremi della letizia sono occupati dal pianto; così occorse a’ Pisani, per la disonesta e pomposa festa e allegrezza che feciono per Pietrabuona, avvilendo in parole e in fatti a dismisura i Fiorentini, la quale in sì breve tempo fu soppresa da tante avversitadi. E ciò è chiaro esempio al nostro comune d’usare la vittoria onestamente, e non straboccare nelle vane e pompose feste per loro vittorie.

Piero Gambacorti uscito di Pisa, il quale molto tempo innanzi che la guerra si cominciasse, avendo rotto i confini che per lo suo comune gli erano stati assegnati a Vinegia, si conducea in Firenze per essere più vicino di Pisa, se la fortuna gli avesse apparecchiato via da ricoverare suo stato. E stando in Firenze, del mese d’ottobre tenne segreto trattato co’ suoi fidati amici, che molti ancora n’avea, di ritornare in Pisa con la forza de’ Fiorentini, che di qui gli erapromessa e doveali essere data la porta di san Marco; proseguendo suo trattato, ed essendo dato il giorno, a dì 10 d’ottobre, col capitano de’ Fiorentini, e con settecento cavalieri e trecento Ungari si partì di Peccioli, e giunsono a Pisa nella mezza notte, ed entrarono nel borgo di san Marco; ed essendo all’antiporto della terra, e non essendo loro risposto, cominciarono a volere rompere quella: dentro desto il fatto di subito furono all’arme, e la terra tutta impaurita e in tremore: due conestabili de’ nostri, ch’erano già in su l’antiporto vi furono morti: e non sapendo quelli d’entro se quelli di fuori erano assai o pochi, mandarono fuori tre bandiere d’uomini a cavallo, i quali per i nostri furono tutti tra presi e morti; onde i Pisani veggendo che il fatto era maggiore che non si stimavano, giugnendo paura a paura per la notte, si dierono a guardia delle mura sollecitamente. Veggendo il capitano e Piero che ’l fatto era scoperto, e la sollecita guardia, e non sentendo dentro dissensione di romore cittadinesco, arsono il borgo, e co’ prigioni e preda si tornarono a Peccioli. La cagione perchè non ebbe effetto il trattato fu, che la sera innanzi che i nostri cavalcassono presentendo i Pisani che trattato era nella terra, tutto non sapessono che, in caccia feciono tornare tutti i loro soldati a cavallo e a piè in Pisa; veggendo gli amici di Piero ciò non s’ardirono a scoprire per paura: se ciò non fosse stato, Pisa per quella volta venia alle mani del comune di Firenze. Credo nol volle Iddio per meno male, che tanto erano infiammati i Fiorentini,che rischio era della desolazione di quella città. Tornati i nostri a Peccioli, il seguente giorno cavalcarono al Bagno ad Acqua e arsonlo, e molte altre ville d’attorno.

Nel detto anno del mese d’ottobre, Perino Grimaldi a soldo del comune di Firenze, con quattro galee e un legno bene armati e di buona gente, avendo fatto dannaggio assai per la riviera di Pisa, si mise in Portopisano, e giunti alle piagge, e con barche misono a terra una parte de’ loro balestrieri, i quali colle balestra francamente assalirono cinquanta cavalieri e molti fanti che per i Pisani erano posti alla guardia del porto, temendo che l’armata de’ Fiorentini non li danneggiasse nel seno del porto loro. La gente de’ Pisani non potendo sostenere l’oppressione della balestra abbandonarono il porto, onde i Genovesi presono il molo, e senza arresto giunti al palagio del ponte v’incominciarono colle balestra aspra battaglia: nel palagio erano venti masnadieri, i quali ben guerniti alla difesa non lasciavano i Genovesi appressare alla porta. Durando la detta battaglia per lungo spazio, il capitano delle galee saputo guerriere fece a due galee levare alto gli alberi, e miservi l’antenne, e nella vetta di ciascuna antenna miseuna gabbia, e allogò due de’ migliori balestrieri ch’egli avesse nell’armata, e le galee condussono vicine al palagio, e l’antenne levavano alte a bassavano come domandavano i balestrieri ch’erano nelle gabbie, e talora erano al pari del palagio, e talora più alti, e ferendo i fanti ch’erano alla guardia sopra la porta non li lasciavano scoprire alla difesa, onde quelli ch’erano a piè del palagio sentendo allentata la difesa spezzarono le porte, e presono il palagio con quelli che dentro v’erano; poi si dirizzarono all’una delle mastre torri, e quella per simile modo ebbono e abbatterono, e nel cadere che fece uccise alcuni Genovesi che la tagliarono, l’altra torre ebbono a patti; e ciò fatto, prestamente rifeciono il ponte in su l’Arno, ch’era tagliato, e addirizzaronsi al palagio della mercatanzia e al borgo, e quelli per lungo spazio combatterono, ma per i cavalieri e masnadieri che quivi erano rifuggiti niente vi poterono acquistare, tutto che gran danno colle balestra facessono. Tornati al porto baldanzosi per la vittoria arsonvi una cocca che v’era carica di sale, e più altri legni che vi trovarono; e per dispetto de’ Pisani, e per rispetto della nuova vittoria de’ Fiorentini, velsono le grosse catene che serravano il porto, e quelle, carichi d’esse due carri, mandarono a Firenze, strascinandole per tutto per derisione, delle quali furono fatte più parti, e in tra l’altre quattro pezzi ne furono appesi sopra le colonne del profferito dinanzi alla porta di san Giovanni. E fu per chi il fè avuto rispetto alla perfidia de’ Pisani, i quali per i nobili servigi ricevuti lorodonarono quelle colonne abbacinate, e coperte di scarlatto, e perchè l’uno esempio chiamasse l’altro.

Come messer Bernabò sentì la coronazione di papa Urbano quinto creò solenne e onorevole ambasciata, e mandogliele, i quali fatto la debita reverenza, e rallegratisi in persona di loro signore di sua coronazione, appresso gli esposono come messer Bernabò con reverenza domandava di volere seguire l’accordo già cercato tra la santa Chiesa e lui; il papa con grave aspetto avendo ricevuti gli ambasciadori, con quello medesimo rispose, che quando il signore loro avesse renduto a santa Chiesa le terre sue, le quali contra ogni giustizia tiene occupate, e volesse delle sue perverse operazioni tornare a penitenza e a obbedienza della Chiesa di Dio, come fedele cristiano che lo riceverebbe. Allora gli ambasciadori ricorsono al re di Francia che del detto mese di novembre era in Avignone, perchè si facesse trattatore e mezzano, il quale dal papa ebbe simigliante risposta, e di corte si partì mal contento; e per questo e per altre cagioni gli ambasciadori di messer Bernabò lo seguirono, pregandolo ritornasse in corte, e niente ne volle fare. Partito il re, indi a picciolo tempo il santo padre fermò gravissimi processi contro a messerBernabò d’eresia e scisma, i quali si pubblicarono in Firenze domenica a dì 29 di gennaio 1362, ne’ quali erano molti articoli d’eresia, e intra gli altri, che egli tenea d’essere Iddio in terra, massimamente nel distretto suo, e assegnolli termine a irsi ad escusare per tutto il mese di febbraio 1362.


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