CAPITOLO XXII.

Passammo il lunedì svogliatamente, senza conclusione alcuna: fino allora il pensiero dell'Italia di rado balenava nella nostra mente, ma dall'ora fatale in cui cominciò a tenzonarci nel capo il dubbio che non avremmo fatto più alcuna cosa, vennero ad assalirci tutte ad un tratto le care affezioni alle quali avevamo dato un'addio, ed un cocente desiderio di rivarcare le Alpi occupò le nostre anime.

—Noi abbiamo finito di combattere—Dicevo alla vaga Luisa che colla testolina chinata sempre osava appena guardarci.

—Oh! voi siete felice.. voi rivedrete la vostra bella io me la immagino…una charmante pétite Italienne.

—No, assicuratevelo, io non son punto felice!

—E perché?

—Voi… Francese… mi potete domandare il perchè?

—Io Francese vedo che siamo traditi.

—E… e..—gridai io dimenticandomi di parlare con una donna.

—Ed ho pianto—Sussurrò lei con le lacrime agli occhi.

—Vi ricorderete di me?

—Sempre… ci avete il vostro ritratto?

—No!

—Me lo manderete?

—Ve lo prometto!

—Grazie… io voglio tanto bene ai Garibaldini.

Questa parola fu un balsamo per l'esacerbato mio spirito; di cosa non è capace una donna?… Per niente gli antichi non immaginarono Ercole che fila ai piedi di Onfale.

E così venne il martedì, giornata che noi credevamo simile alle altre che ci aspettavano, per monotomia e che grazie alla lealtà dei governanti francesi doveva esser pregna per noi di avvenimenti di nuovissimo genere.

Usciti di casa riscontrammo la legione Ravelli, che colla musica in testa marciava verso la direzione della barriera del Parco.

—Dove andate?—Domandai al capitano Becherucci che si era staccato dalla sua compagnia per salutarmi.

—Ma… sento un presentimento che mi dice che ci si avvia verso l'Italia.

Il mio amico doveva esser profeta.

Erano appena le undici e Mecheri, Ghino ed io mangiavamo delle paste in una bottega di faccia al teatro. Digione era piena di pasticcerie, dove si mangiavano dei pasticcetti eccellenti.

Tutto ad un tratto, quando meno lo si aspettava, vedemmo formarsi dei capannelli di gente che discorreva con animazione: poi ci giunsero agli orecchi dei colpi d'artiglieria: credevamo sognare: si pagò il conto, si andò in strada e cercammo raccapezzare qualchecosa tra le mille versioni che si davano del fatto inopinato.

—I Prussiani si avanzano…

—O l'armistizio?

—Quei barbari non rispettano niente!

—No… è Menotti che di motuproproprio ha attaccato il fuoco.

—Ed ora espone la città a chi sa quale disastro!

—È impossibile—Urlammo noi—Menotti sa il suo dovere.

—È vero, è vero—Ripetevano allora i popolani e davano del grullo a chi aveva accampato un così sciocco discorso.

—Qui non si saprà nulla—Disse Mecheri—andiamo alla caserma che è a pochi passi.

*Era così giusto questo consiglio che non differimmo un'istante a metterlo in pratica.

Alla caserma il foriere aveva fatta caricare tutte le casse e i registri su di un carro a cui era già stata attaccata la rozza più arrembata della nostra scuderia.

—Partiamo?—Si domandò, appena giungemmo.

—Non lo so.

—E allora a cosa servono questi preparativi?

—Questi preparativi?… Gli ho fatti per precauzione… però ho mandato a prendere ordini al quartier generale…

—O il tenente?

—Non l'ho veduto

—E tutti gli altri?

—Nemmeno per sogno!

Frattanto le trombe della compagnia delle mitragliatrici, compagnia che aveva stanza poco distante da noi, suonavano a raccolta e poco dopo i soldati della medesima si muovevano in completa assetto di marcia. Poco dopo gli Usseri, nostri vicini di caserma, montavano a cavallo e partivano a mezzotrotto.

Decidemmo di prendere la stessa direzione, allorché vedemmo venire a noi il sottotenente Mussi e il caporale Luperi, che essendosi portati fuori della città per recare una lettera al colonnello Tanara, ci ragguagliarono, essere cominciato un fuoco abbastanza lento tra le due artiglierie. Ci dissero essere ottimo lo spirito dei volontari, ma che nessuno sapeva farsi ragione, del come i Prussiani, violando i trattati si avanzassero verso di noi con colonne strapotentissime. Tra gli altri Garibaldini in faccia al nemico si trovava quel giorno il bravo Pais, che deposto il berretto da colonnello e, messosene uno di pelo, marciava come un semplice soldato, munito di carabina. Dopo essere stato destituito da Frapolli, l'integro patriotta, l'onesto repubblicano era corso là dove aveva spedito tanti uomini che non si volevano far partire, esponendosi fino d'allora ad essere destituito e a subire un consiglio di guerra.

Si andò alla prefettura; v'incontrammo Ricci che ci ordinò di star pronti; domandammo ragione di quel diascoleto ed ei ce lo spiegò con poche parole.

Il governo della difesa Nazionale, non ultima disgrazia della disgraziatissima Francia, non aveva compreso nel patto proposto i dipartimenti della Côte d'Or, del Doubs e del Jura. Quindi sospensione d'ostilità per tutti gli eserciti fuori che per il nostro: si voleva avere il gusto di vedere sconfitti anche i pochi cialtroni che sapevano farsi ammazzare, perchè non avevano niente da perdere… a detta di loro!—Nessuno avviso era stato comunicato a Garibaldi su questa clausola dello iniquo contratto: così si ricompensava l'eroe generoso, che unico aveva vinto, che unico aveva strappato una bandiera ai Prussiani: così si ricompensava l'ardente figlio della libertà, che, pur di porre il suo braccio a disposizione della repubblica, aveva dimenticato le prodezze francesi del 1849, le maraviglie degliChassepotsche il vile de Failly aveva provato contro i petti dei generosi figli d'Italia a Mentana.

Sorpresi da imponenti colonne nemiche nelle loro posizioni, i nostri sarebbero caduti vittime dell'infame tranello e già i Prussiani triplicati di numero pregustavano le gioie di una facile vittoria, ma i traditori francesi e i generali nemici avevano fatto i conti senza Garibaldi: non mi si venga ad impugnare la valentia strategica dell'illustre Italiano, non mi si dica che solo alla fortuna e al coraggio si debbano i grandi trionfi che egli ha riportato: quel giorno si videro chiaramente le sue virtù militari, ed egli fu più grande nella precipitosa ritirata dalla Borgogna che nelle tre celebri giornate che tanta gloria aggiunsero alla nostra povera Italia.

I nemici furono tenuti a bada per tutto il giorno dai nostri cannoni: Menotti, i suoi ufficiali facevano da puntatori, e in questo tempo le truppe si avviavano verso Chagny.

—Ma sicché dobbiam proprio partire?—Domandammo al nostro tenente che ci dava tutti questi ragguagli.

—Purtroppo.

Andammo a casa: facemmo in pochi momenti il nostro modesto bagaglio e senza avere il coraggio dì salutare i nostri ospiti, scendemmo a rotta di collo le scale.

—Ou allez vous?—Ci domandò allorché ci vide passare la Luisa, sorpresa in vederci in perfetta tenuta di marcia.

—Andiamo a batterci—Rispondemmo noi tutti.

—Vraiment?

—Sulla nostra parola!

—Sayes prudents—susurrò a mezza bocca e volle a ogni costo baciarmi alla presenza di tutti. Gli angioli del Signore, favoleggiati dai buoni credenti, non avrebbero avuto di che velarsi la faccia, e quel bacio doveva esser l'ultimo che io riceveva dalla vezzosa fanciulla.

Arriviamo al quartier generale, il partire dei carri aveva prodotto un'adunanza insolita di gente davanti alla porta: tra le molte persone scorgo le due gentili figliole della nostra padrona di casa: cerco sfuggirle: mi chiamano: non vi è dubbio, esse pure mi ripeteranno l'importuna e dolorosa richiesta.

—Dove andate?

—Partiamo.

—Sul serio?

—Così non fosse!

—Ma la ragione?…

—Chiedetela a Favre ed agli altri vigliacchi che volevano ricompensarci di quel poco che abbiamo fatto, mettendoci in trappola.

Le ragazze mi guardaron fisse negli occhi, poi chinarono i proprii e si tacquero; e in questo tempo mille altre domande sullo stesso tenore si rivolgevano a noi, e noi ci sfogavamo a dire tutto il male possibile degli eroi da commedia che per vigliaccheria rovinavano in quel momento la Francia, ed i Digionesi facevano eco alle nostre invettive.

Arriva il Piccini tutto sonnacchioso. Che ci è di nuovo?—Proferisce con uno sbadiglio.

—C'è di nuovo che noi si parte.

—E perché?

—Perché non siamo compresi nell'armistizio.

—O la mia compagnia?

—Sarà partita.

—Ed io?

—Vieni con noi!

—Vengo subito: vo a dire addio a due bambine e vi raggiungo.

E via a gran carriera.

—Le Guide alla Stazione—Grida poco dopo il Ricci—la tromba vada suonando per chiamar gli sbandati.

A quattro a quattro, con accompagnamento di tromba e di bestemmie, traversando la città le cui botteghe eransi chiuse ad un tratto, arrivammo al gran piazzale, dove si doveva attendere quei pochi che avevano un cavallo e che dovevano ricevere ordini sull'itinerario che avevasi da percorrere per recarsi a Chagny.

Sul piazzale vi era una confusione indicibile: cariaggi, cannoni, trasvolavano tra l'incerto chiarore (era sorta la notte) a noi davanti, provocando esclamazioni che io non riporto per non fare arrossire la mia leggitrice: tutti eravamo stizziti e non si cercava che un pretesto qualunque onde dar sfogo alla bile.

Un vivandiere della guardia mobile arrota col suo baroccio un di noi…

—Figlio di un cane!… Accidenti a te e alla Francia…

Strilla l'offeso e un concerto di fischiate si fa udire per quell'aure.

Imoblotssi erano addossati ai lati della piazza, mettendo in fasci i loro fucili e intuonando ad ora ad ora la Marsigliese… ci voleva il loro coraggio!… Questi canti che mai eransi da loro uditi, durante il pericolo, fecero saltare a qualcuno dei nostri più bizzoso, il pulcino, e quindi lotte con scambi di pugni, subito appacificate dai superiori: qualcuno altro per far la burletta si divertiva a vociare:Les Prussiens, les Prussiense compagnie intere scappavano, poco curandosi dei loro armamenti: ma allorché potemmo ammirare una fuga dirotta, si fu, quando un cavallo del treno, lasciato in balìa di se stesso si diè a saltare a scavezzacollo in mezzo alla piazza. Un grido immenso, un'urtarsi, un rovesciarsi addosso ai fasci di armi, una Babilonia insomma da far perder la testa.

Ricciotti era vicino all'arco di trionfo, battendo i piedi e sbuffando: poco più in là un volontario consolava in Italiano un bel fior di ragazza che si struggeva in lacrime; a poca distanza una guida per smaltire il malumore si divertiva a pestare i calli, di alcuni mobilizzati che si erano sdraiati. Il cannone era cessato: la notte era fredda, ma tranquillissima; un bel chiaro di luna faceva spiccare sul fondo stellato, nel quale errava qua e là qualche vagabonda nuvoletta bianca e diafana, le purissime linee della guglia di San Benigno… Le case non apparivano che incerte masse nere ad ora ad ora intramezzate da un lumicino, o dall'argenteo riflesso dei raggi ripercossi sui vetri: un chiarore confuso s'inalzava sui tetti.

O Digione, o Digione come mi apparivi cara in quel tristo momento!… Come mi si strinse il cuore al pensiero di doverti lasciare! Il sangue generoso dei nostri compagni morti nelle fertili pianure che ti ricingono ti ha legata all'Italia!… Le gentilezze che tu facesti ai suoi cari, le cure assidue, più che fraterne che hanno da te ricevuto i nostri feriti hanno a te legato l'Italia—Oh! venga il nemico—Io pensava tra me nell'esaltazione del dispiacere—venga e mi uccida qui, proprio sotto quest'arco… Oh! che io possa morire piuttostochè di accingermi a questa dipartita fatale, che mi fa sprezzare l'umanità, che mi fa vergognare di essere uomo.

—Su… su… non ci è tempo da perdere—Mi grida il foriere—Alla stazione.

—Partiamo col treno?…

—Sì nello stesso convoglio del Generale.

Con uno sforzo sovrumano arriviamo a varcare i cancelli: un'infinità di mobilizzati ed anche qualche Italiano, o di riffe o di raffe, pretendevano forzare la consegna e risparmiarsi, assoggettandosi a degli urtoni o al pericolo di qualche partaccia, una trentina di kilometri da farsi colla cavalcatura di San Francesco.

Arriviamo sotto la stazione: lì troviamo qualche aiutante del Generale, diversi ufficiali di stato maggiore e un convoglio a cui era già stata attaccata la macchina.. quel convoglio però non era per noi, esso era stato serbato ai feriti.

Garibaldi non era anche giunto: il generoso eroe dei due mondi voleva partire soltanto, allorché sarebbe stato sicuro che nessuno dei suoi cari, sofferente, potesse cadere nelle mani dell'inimico.

Appena partito il treno, cominciano ad arrivare nuovi stroppi: si buttano sulle panche della stazione gemendo ed urlando; alcune donne prestano loro qualche soccorso o qualche conforto.

Si appresta un'altro convoglio—Speriamo sia il nostro dice qualcuno; si domanda al capo stazione, o a una guardia qualunque e ci risponde negativamente. Allora la solita storia delle mille chiacchiere inutili.

—O sta a vedere, che ci prendono come salami!

—Sentite ma certe ostinazioni non le si capiscono.

—E se andassimo in quel treno lì?

—Ma noi si ha l'ordine di star qui.

—Eppoi abbandonereste il nostro vecchio?

—E se fosse partito?

Un grido di disapprovazione copriva queste ultime parole, e il disgraziato che sbadatamente le aveva proferite, ebbe dicatti a rincantucciarsi e a non farsi più vivo durante tutto il viaggio.

Qualcuno più furbo di lui, ma con la stessa tremarella, mentre gli altri si perderono in chiacchiere, facendo lo zoppo od il monco, entrò in qualche vagone, gabbando le guardie e anticipando il momento di scappar di mano a quei Prussiani che l'esaltata immaginazione facea vedere a pochi passi.

La locomotiva dà un fischio, ed il triste convoglio dei feriti si dilegua ai nostri occhi.

La stazione resta un po' più libera!.. Si attacca la carrozza del Generale; è un vagone di prima, a cui fa seguito uno di seconda per lo stato maggiore: è preceduto da due carri per i bagagli.

Entrano il colonnello Bossi e il Capitano Galeazzi.

—Guide—Dice quest'ultimo—Che nessuno monti in questo convoglio.. ad eccezione di voi…

—E dove andremo?

—Su.. tra i bagagli.

Prendiamo d'assalto i due carri, dove ci accomodiamo alla meglio. Dopo pochi minuti subito una questione in capo del carro..

—Giù… sacramento!

Che c'è?

—Siamo Italiani come voi, Dio…..

—C'è l'ordine di non far salire che Guide.

—E noi siamo della legione Tanara.. della legione di ferro..

—O di ferro o di rame noi rispettiamo gli ordini.

—E noi siamo qui…

—Giù… giù.

E qui qualche colpo di mano e qualche pedata: quindi gran discussione di ufficiali, a cui finiamo col prender parte noi tutti.

—Dagli ragione—Mi dice un Livornese—Non vedi che fiasca di vino hanno a tracolla… per strada fa comodo.

Si urla, si strepita.. molti scendono, poi risalgono e i due non van via…

—Il Generale—Grida una voce.

Tutto tace e nessuno più pensa al meschino incidente.

All'udire che ci è Garibaldi, mi si prende uno stringimento di cuore, e mi spenzolo dal carro onde meglio vederlo. Povero eroe!.. Come ti han ricompensato i falsi repubblicani di Francia, ma tu sai deludere le inique lor mire, ma tu sai sventare i loro infami tranelli!

Garibaldi era serio, ma, come sempre, sereno, ma come sempre spirante dal volto una bontà che è impossibile descrivere: lo accompagnava il generale Bordone, che non partì con noi: a poca distanza da lui venivano il maggior Fontana e il tenente Grossi.

Tutti quelli, che erano sotto la stazione si levarono il cappello: il Generale, appoggiandosi su un bastoncello, stiè un pò fermo e girò uno sguardo malinconico all'intorno. Parlò a lungo con un signore, tutto vestito di nero, con barba, (credo il sindaco od il prefetto) poi si mosse per montar nel vagone.

Un vecchio venerando gl'impedisce l'andare per serrargli la mano. Il Generale lo guarda, poi ricambia affettuosamente la stretta. Non so perché, ma ho voglia di piangere.

Tutti ci sentiamo commossi: un guardatreno grida:Vive Galibardi… nessuno risponde: in quell'istante ogni evviva era superfluo: la vera grandezza disdegna le facili manifestazioni del volgo.

Il Generale è in carrozza: la locomitiva fischia: siamo in movimento.

Do un'ultima occhiata a Digione, appena mosso, nè mi sento capace di staccar più gli occhi da lei. Quanti ricordi, quanta parte di cuore noi non lasciamo là entro! Come mi tornarono in mente in quel brutto istante tutti gli sforzi che avevamo fatto per giungere in Francia, come mi apparvero caramente dilette le peripezie che ci avevano conturbato, come desideravo che il tempo avesse potenza di tornare indietro tre mesi per provare di nuovo le belle emozioni che tanto mi apparvero gradite in allora! Oh! come mi sembrarono giusti i versi del gentile poeta:

«Les chants, que on les entend le soir dans la campagne«Plus ils vont s'eloignant, plus leur charme nous gagne….«Ainsi de souvenirs qui bercent nôtre coeur!

Erano dolci memorie quelle che cullavano il mio spirito affralito, e nella dolce serenità del ricordo lontano io giungevo a raccapezzare un po' di quella poesia che purtroppo erasi estinta!

Garibaldi, non è inutile il ripeterlo, si mostrò abilissimo generale nella precipitosa nostra ritirata: niente restò in mano a un nemico che ci capitò addosso, quando meno lo si aspettava: il primo febbraio la Côte d'Or era sgombra assolutamente dall'armata dei Vosgi.

Batteva mezzanotte e noi ci fermavamo a Chagny: non una persona era nella stazione: Garibaldi e il suo seguito si ritirarono nella stanza di aspetto dei viaggiatori di seconda classe.

Una guardia mi battè sulle spalle e accennandomi il Generale che entrava in quella stanza, sorreggendosi al braccio del capitano Galeazzi, con voce commossa mi disse: Cinque uomini, come quello, e la Francia era salva! Per tutta risposta io gli strinsi calorosamente la mano.

Il breve viaggio che avevamo dovuto fare in ferrovia era stato più che sufficiente per aggrappirmi tutte le membra, poiché quel diabolico freddo che ci aveva perseguitato, durante tutta la campagna, non aveva la minima volontà di cessare; ci buttammo per questa potentissima ragione nel caffè dove fortunatamente vi era una stufa, e cercammo di riscaldarci alla meglio.

—E non potremo andare in città?—Azzardò qualcuno di domandare alRicci.

—Noi dobbiamo stare a guardia del Generale.

—E sia—Rispondemmo in coro, ordinando una, o più bottiglie di vino.

Poco dopo vedemmo Garibaldi che ascendeva la piccola scala, che è in fondo al caffè della stazione di Chagny: l'uomo eroico ci volse uno sguardo, uno di quelli sguardi mestamente soavi, nei quali è compreso un poema: noi tutti lo capimmo alla prima e istintivamente ci levammo il cappello: era impossibile non venerare l'eroe che per un'idea aveva affrontato nella vecchiezza disagii, fatiche inesprimibili, era impossibile non venerare l'uomo che così infamemente ricompensato, collo sconforto nell'anima, aveva un'occhiata di conforto per noi: quella semplice occhiata ci rendeva più grandi, più generosi. Ah!.. non mi scappi fuori una scuola novellina a sostenere che i popoli si debbano solamente muovere per gl'interessi materiali: oh… non mi si dica che il correre dietro ai sogni e alle generose utopie addimostra un'ingenuità d'animo quasi primitiva!.. Io li capisco sogni siffatti, io li capisco tanto, che ne sono entusiasta. Oh, mi si lasci morire per una di queste generose utopie, mi si facciano provare tutte le asprezze della vita disagiata del campo, tutte le emozioni di colui che dice un addio per il vagheggiato ideale alle dolcezze della vita; in oggi che si fa guerra ad oltranza alla poesia, oh, si lasci questo piccolo scampo a chi vuole appartarsi da questa società di calunniati e di calunniatori, di strozzini e di morti di fame, oh! ci si permetta di utilizzare delle vite, forse disutili, per le nostre aspirazioni, che si potranno mettere in ridicolo, ma sulla cui santità nessuno onesto potrà nutrire sospetto veruno!

Erano passati pochi minuti, allorché un ufficiale ci notificò, che non ordine ma desiderio del nostro generale era quello che si andasse a riposare in città: tanto Garibaldi al contrario dei soliti generali pieni di boria ha carità, dei suoi sottoposti!

Non vi sto a dire come questo desiderio corrispondesse al nostro, pure tutti noi ad una voce dicemmo che nessuno avrebbe abbandonato quel luogo, tenendosi tutti troppo onorati di mostrare al grande uomo, quanto fosse la nostra riconoscenza e il nostro rispetto per lui.

—No, no—Ci ripetè l'ufficiale—Qui non vi è alcun pericolo: qui non vi è bisogno di guardie: Garibaldi si avrebbe molto per male, se voi non lo secondaste.

E allora?…. Via a rotta di collo in paese.

Tutto era calmo: il rumore dei nostri squadroni e dei nostri sproni turbava soltanto il sepolcrale silenzio in cui erano avvolte le poche vie di Chagny: nella quiete quasi lugubre di quella serata a mille doppi sembrava più potente il rumore prodotto da noi, e ripercosso dall'eco: s'illuminò qualche finestra, ma per pochi minuti: il pacifico cittadino, rassicurato che non vi era nulla a temere, spengeva il lume e tornava di certo a gustare il calduccio delle coltri, quel calduccino che io cominciava a vagheggiare come un sogno irrealizzabile.

Con molta fatica si perviene a trovare laMairie: meno male che le finestre sono illuminate. I nostri capi, riflettiamo fra noi, avranno telegrafato, e gli alloggi saranno già pronti. Le nostre induzioni erano, come d'ordinario, falsissime.

—Dove è ilMaire?… Domandiamo a un villanzone che scaldandosi le mani alla stufa andava tanto in brodo di giuggiole da non avvedersi nemmeno che noi eravamo entrati.

—Son io—Ci risponde questo con certo sussiego. Cosa desiderano?

—Cosa desideriamo?…. Ci vuoi poco a capirlo!… Un biglietto d'alloggio.

—Sapristi!,.. Vi pare ora conveniente?

—Siamo arrivati ora!…

—Ma ora dormono tutti:

—Poco importa!… Li sveglieremo.

—Ma… guardino!

—Pretenderebbe che sì dormisse in strada?..

—Dopo quello che si è fatto per voi?—Aggiunse un amico in pretto Livornese—Ah! Francesi, Francesi, se si fosse, mondo birbone, soldati del vostro schifoso imperatore o del papa…

Il Maire confuso, senza capire un'acca all'ultimo discorso, andò a un tavolino per stendere i famosi biglietti.

Un urtone spalanca la porta, ed un'altra mandata dei nostri si butta addosso al tavolino…. I nuovi venuti son la bellezza di diciassette, tra cui una vivandiera.

—Sapristi—Ripete il sindaco con voce stizzita—C'est impossible loger tout ce mond là!…

Descrivere il bailamme che succede a tale esclamazione sarebbe cosa impossibile: tutti parlano a un tempo, tutti intendono snocciolare le loro brave ragioni, e quel pover'uomo, che rappresenta l'autorità, pare il sor Cecchino.

—Ecco come ci ricompensano—Continua a vociare il Livornese.

—Vogliamo giustizia—Interrompe un altro.

—Io voglio soltanto un alloggio….

—Vous étes un cochon…

E giù di seguito sullo stesso tenore. Io e Bocconi arriviamo a strappare di mano il primo biglietto vergato e via di galoppo…

—Rue Saint Antoin?—Domandiamo al primo che passa.

—C'est là bas.—Questo ci risponde e va via a passi concitati.

Arriviamo alla destinazione: Numero 41 si picchia: silenzio glaciale: si ripicchia, la stessa accoglienza: allora pedate; è poco anche questo: son morti dunque in questa casa? Si sfoderano gli squadroni e si comincia una sinfonia infernale alla porta del mal capitato, che il municipio ci aveva destinato per ospite.

—Mon Dieu—strilla una voce femminea—Il y a donc de Prussiens?

—Siamo Italiani… il cittadino Bicornet abita qui?

—Sì cittadini… ma è a letto!

—Si svegli!

—E cosa volete?

—Abbiamo il biglietto d'alloggio…

—C'est impossible!.. Noi abbiamo di già uno zuavo…

—Solite storie!… Aprite o vi sfondiamo la porta!

—Nom de Dieu!… veniamo, veniamo.

Non ho mai veduto in mia vita una fisonomia più ridicola di quella del cittadino Bicornet. Cogli occhi tuttora fra il sonno, con un berretto da notte dal quale scappavano fuori due orecchi che non avrebbero minimamente stuonato sulla testa di un coniglio, il povero diavolo, basso e traccagnotto come un fattore ti dava l'idea di Don Bartolo, quando rimane immobile coma una statua nel finale del primo atto del Barbiere di Siviglia.

—Cittadini… fratelli… amici… Italiani… sul mio onore è impossibile che vi possa albergare.

—E perché?

—Guardate… e, se siete giusti, giudicherete da voi stessi.

Guardammo: in quella miserabile stamberga difatti noi non scorgemmo che un meschino lettuccio, su cui era disteso un bel giovine dalla barba bruna, probabilmente lo zuavo, il quale aveva tuttora il braccio al collo; una vecchiarella sdraiata su di un pagliericcio alzò la testa al nostro arrivo e ci guardò con occhi stralunati.

—Signori—Ci disse il giovine—Il buon soldato deve aver sempre rispetto… Guardate se il mio ospite non vi diceva la verità…

—Non ve la rifate con noi, ma colMaire, perché c'invia qui, quando ci siete voi.

—IlMairel'ha presa con noi—Borbottò il buon'uomo—Al principio della guerra ebbe il coraggio un giorno di mandarmene quindici!

—E noi che faremo?—Domandammo in tuono di compassione a MonsieurBicornet.

—Aspettate—Disse questi dopo aver riflettuto—venite con me allaMairiee vi fo fare un biglietto per un mio amico.

—Tentiamo anche questa.—Riflttemmo noi due e col buon'uomo rifacemmo i nostri passi.

IlMairenon oppose alcun osservazione al cambiamento dell'alloggio, e noi insieme con Bicornet, andammo in fondo al paese in una meschina casupola, alla cui porta il nostro accompagnatore bussò replicatamente. Quello che doveva albergarci era un macchinista della ferrovia; egli ci accolse con un sorriso gentile, e, appena passati, si mise a rifarci un lettuccio che era a un lato della stanza, mentre nel fondo della medesima dispiegava tutta la sua pompa un letto nunziale, dalle cui coltre vedemmo scappar fuori una testa di donna, giovine certo, bella non sì poteva propriare, poiché il lumicino che era stato acceso al nostro arrivo non aveva la potenza di rischiarare quella stanza, quantunque la fosse stretta e corta come una carcere.

Rifatto il letto, il macchinista con franchezza tutta popolana ci disse: Ora spogliatevi e dormite, che dovrete averne bisogno…. Buona sera!

Lo spogliarsi in faccia a una donna che ci vedeva per la prima volta, ci arrecava un certo fastidio: pure la necessità era troppo imperiosa, e dopo pochi minuti noi stiravamo le nostre membra intirizzite sotto le lenzuola.

Il sonno si ostinava a non venire, quasichè il caso volesse proprio farci assistere a un tormento di nuovo genere, al supplizio di Tantalo riveduto e corretto per conto nostro…. Prima delle dolci parole tra i coniugi, poi uno scoccar di baci….

Noiato dalla scena che rappresentavo, feci un solennissimo starnuto; ahi non bastò; degli interrotti sospiri….

Diedi nel braccio al Bocconi, egli era desto come me, e finimmo con un'omerico scoppio di risa.

D'allora in poi fu silenzio e noi attaccammo un sonno magnifico!

Chagny fu per noi una vera desolazione: fortuna che ci si trattenne soltanto due giorni. Immaginatevi un paesucolo più sudicio di quelli del Napoletano: degli abitanti a cui non pareva vero di esserci prodighi di sgarbi e d'impertinenze, e non avrete immaginato che una metà delle nostre noie. L'intiera armata dei Vosgi si riversò, come valanga, su queste prime case del dipartimento della Saône et Loire ed all'ora in cui noi ci alzammo da letto ci fu impossibile il rinvenire, neppure a peso d'oro, un tozzo di pane.

I soldati affaticati dalla lunghissima marcia si buttavano lungo le strade: i carriaggi si succedevano a ogni minuto: a ogni minuto vedevi un via vai di ufficiali di stato maggiore, di staffette, di batterie; alle botteghe di fornaio, ai caffè, airestaurantsuna pigia di persone concitate che bestemmiavano e facevano ai pugni tra loro; noi eravamo affamati, ci avevano detto al quartier generale che per quel giorno saremmo rimasti in paese, e non si trovava un tozzo di pane per sfamarci…. Oh! la dolorosa situazione…. In campagna, alla guerra, ci si adatta l'idea del sacrificio, di un dovere da compiersi offre soddisfazioni più belle dì quelle di un bisogno naturale soddisfatto, ma sicuri di non scaricare più il fucile, testimoni di una pace disonorevolissima che veniva vigliaccamente subita da una nazione, fin'ora rispettabile, noi ci sfogavamo con imprecazioni, e forse saremmo stati anche capaci di qualche malestro, pur di fugare la minima sofferenza.

Finalmente, verso le due, mi riescì d'agguantare in un'osteria di sesto ordine una bella bistecca e la mangiai senza pane. La sera andai a dormire in una chiesa, poiché il biglietto d'alloggio era per un giorno soltanto. Verso le due erano arrivati i nostri compagni delle Guide che avevano cavallo.

Il giorno dipoi partenza di tutte le truppe: Garibaldi accompagnato dal suo stato maggiore partì per Chalons sur-Saone: noi avemmo l'ordine di rimanere. Nella giornata liti immense con i Francesi. Ghino dà dei pugni al caporale Aribaud, questi scappa e vuol protestare: subissato dai nostri discorsi tace. Il tenente Raffoni insolentisce un capitano delle guardie mobili ed uno dei carabinieri; lo traducono alla corte marziale: salta fuori un nuvolo di testimoni ed è assoluto.

Noi siamo chiamati di guardia al quartier generale; alcuni, essendo restati soli in paese, cominciano a mormorare ed a dire che i Prussiani sono a quattro passi e che ci faranno viaggiargratisfino a Berlino; improvvisiamo una cenetta in corpo di guardia rallegrata da Ricci e Fabbri che pretendono parlare francese e che attaccano briga con un Ussero di piantone, che si permette di sedere con noi dopo essersi permesso di russare come un violoncello antecedentemente. L'ordinanza di Bordone ci porta una forma di cacio, e noi, andando nella stanza di ordini, rubiamo due bottiglie di vino generoso, riservato per gli ufficiali di stato maggiore. Gismondi, un Genovese rovinato nella faccia da una palla a Monterotondo, si aggiunge a noi e porta due altre bottiglie di vino… quindi baldoria generale. Nel più bello del chiasso, si schiude la porta con impeto e vediamo ritto, stecchito davanti a noi, truce come lo spettro di Banco il generale Bordone. Stupore generale, e relativi moccoli a fior di labbra.

Il generale ci da una sbirciata e invece di farci un rimprovero, si rivolge al nostro tenente e gli dice: Mandi un sergente e quattro uomini a rimetter l'ordine in casa di questo povero vecchio, dove sono entrati tre Franchi Tiratori, pretendendo farci di tutto un po'.

Mecheri, sergente, e tre o quattro di noi ci moviamo col vecchio che era rimasto a caso nell'ombra: eccoci ridotti anche carabinieri! Non nego, che un tale incarico mi andava poco a sangue: io non ho mai nutrito una decisa simpatia per gli agenti della legge, che d'altronde sono riveriti come angeli custodi da tanti che meriterebbero di andare in prigione assai più di quelli che ci vanno: eppoi… il vecchio che ci accompagnava, mi aveva una fisonomia proibita: qualche cosa di prete smesso o di mezzano amoroso.

Arriviamo alla casa: per le scale non ci è lume e nessuno ha fiammiferi…. si comincia benino!…

—Mi piglino per una falda e salgano.—Ci dice il vecchio.

Ci si attacca tutti alla falda…. maledizione!… la scala è a chiocciola e la falda a una voltata resta in mano a uno dei nostri.

—Mon Dieu!—Grida la povera vittima di quelle tenebre.

—La ci tenga un lume!—si contenta di aggiungere con filosofia l'autore dell'eccidio.

La moglie del vecchio, avvisata forse dal chiasso improvviso, ci comparisce davanti con una lucernina. Quantunque la nuova venuta fosse in perfettodeshabillènon ci faceva peccare di gola. Credo che donna più brutta non sia stata mai messa al mondo per dar di bugiardi a coloro che asseriscono esser la donna l'ideale della creazione.

Tra moglie e marito avevano tutti i requisiti per farsi odiar cordialmente.

—Aiuto… carità… protezione—Urlava la megera.

Entrammo colle mani sull'elsa dei nostri squadroni: credevamo di trovare tre indemoniati: quale non fu la nostra meraviglia? Ci vennero incontro tre buoni figliuoli, che cominciarono col chiederci scusa di averci disturbati, narrandoci per filo e per segno tutti i particolari del disgustoso incidente. Provvisti di biglietto d'alloggio, essi si erano presentati al padrone di quella bicocca ed egli aveva negato con mal garbo di ricettarli; gli avevano detto che erano stanchi, che avrebbero anche pagato, ed egli duro come un Tedesco. Allora loro, esasperati, erano entrati per forza in camera ed avevano approfittato del divano ove si erano addormentati.

Il vecchio era uno sfegatato Napoleonista, e giurava che a' tempi della tirannide non si offendeva la pudicizia di una signora, svestendosi innanzi a lei. A tale protesta nessuno potè trattenere le risa: persuademmo i giovani a venir via, si diè due prese d'imbecille al tarpano, e tutti insieme si andò in una vicina casetta, dove bevemmo di nuovo.

Tra un bicchiere e l'altro, sapemmo che i Prussiani avevano fatto fuoco sull'ultimo convoglio di Garibaldini che era partito da Digione, convoglio nel quale tra gli altri si trovava il Piccini: nessuno fu offeso ad eccezione del Macchinista che restò morto sul colpo.

Il giorno dopo, noi partivamo da Chagny, diretti a Chalons sur-Saone, dove si trasferì il quartier generale. L'annunzio della partenza fu salutato da tutti, con gioia inesprimibile. Se io avessi un nemico accanito, lo manderei a domicilio coatto a Chagny, certo che dopo poche ore implorerebbe la pena di morte.

Prima di terminare il racconto è necessario che io parli della seconda brigata, comandata dal Lobbia, di questa brigata che, quantunque lontana dalle altre e perciò non abbastanza rammentata nelle molte memorie che si son pubblicate sulla campagna di Francia, non si è meno coperta di gloria, nè ha meno faticato delle altre. I dati della relazione che io farò ai miei lettori, mi furono forniti a Chalons da un distintissimo ufficiale di stato maggiore che era al seguito del colonnello Lobbia, e il pubblico avanti di parlare del nostro soggiorno in quella città, poiché avendo fin'ora discorso di guerra e dovendo d'ora in là discorrere di pace, qui mi sembrano nel posto più adatto.

Sul finire del dicembre, erano in Soulieu il colonnello di cavalleria Bossi, il maggiore Farlatti con uno squadrone di Guide e una piccola compagnia di pionieri comandati da Kauffman: questa spedizione aveva per scopo di danneggiare le comunicazioni dei Prussiani, appunto sulle famose linee che dovevano servire all'esercito di Manteuffel per venire a combattere le truppe di Bourbaki.

Oltre ad altri ingegni di guerra, il capitano Kauffman avea con se due furgoni pieni di materia incendiaria e di dinamite, che dovevano servire a una importantissima operazione della quale si faceva un gran segreto; e che consisteva noi far saltare untunneldella ferrovia di Strasburgo.

Pare che tra Kauffman e Bossi non s'intendessero molto e le operazioni non procedendo, come avrebbero dovuto, Garibaldi richiamò quest'ultimo al quartier generale e diede un tale incarico al colonnello di stato maggiore Lobbia, nominandolo brigadiere e destinandolo al comando della seconda brigata.

Questa era costituita nel modo seguente:

Stato Maggiore Uff. 7 Uom. 14 Genio » 3 » 20 Guide » 9 » 150Francs tireurs de la Bigorde» 3 » 35Égalitè» 12 » 175Chasseurs d'Orient» 16 » 270Marin» 4 » 55Atlas» 4 » 60Guerillas Marseilles» 18 » 280 — —— Uff. 75 Uom. 1059

Lobbia partì da Autun, conducendo con se per ufficiali di stato maggiore il capitano Pozzi ed i tenenti Scipione, Primerano e Bonomi: partì secoloro il signor Visitelli, corrispondente delDayl Neuw. Il capo squadrone Castellazzo partiva per Chatau Chinon, Clamecy e Vermenton, incaricato di tenere relazione tra la brigata Ricciotti e Lobbia e sorvegliarne le operazioni, servendosi dei telegrafi e di tutti gli altri mezzi che le sottoprefetture e i sindaci dovevano mettere a di lui disposizione.

Da Autun la seconda brigata si portò a Soulieu per Lucenay, quindi a Precy e a Vitteau. La marcia è lunga e fu resa più disagevole dall'immensa quantità d'impedimenti che venivano dietro ai soldati e che occupavano a dir poco tre chilometri di spazio: carri con gli equipaggi dei soldati, barrocci, trabiccoli dei vivandieri… donne… insomma una vera marcia di barbari!

Le compagnie deiFrancs tìreurserano scarse: ve ne erano persino di dieci uomini, ma anche queste avevano tre o quattro ufficiali… già, se durava un altro pochino la campagna di Francia avremmo finito coll'avere diecimila generali e nemmeno una tromba!…

Mentre Lobbia marciava verso Vitteau, Ricciotti aveva che fare coi Prussiani di Montbard. Questo paese era difeso da 4000 uomini e 6 pezzi di cannone. L'ardimentoso figlio di Garibaldi tentò l'assalto, il giorno 6 di gennaio. Sul più bello dell'impresa egli però si vide accerchiato dai Prussiani che in forza di 2000 uomini avevano intanto marciato sopra a Semour. Ricciotti tenne fermo fino alla sera, e ritiratosi a Montfort per sentieri appena tracciati, potè sul mattino eludere la vigilanza dei nemici che lo volean prigioniero e si ritirò sano e salvo presso Les Lommes.

La seconda brigata, a cui Castellazzo aveva comunicato l'ordine del Generale di fare un movimento in avanti per distrigare Ricciotti, potè continuare la sua via e di concerto colla quarta brigata che pur si ritirava per la medesima strada verso Digione, potè manovrare così bene da schiudersi l'adito in mezzo alle colonne nemiche che già si avanzavano numerose per le vie di Chatillon, Aignay le Duc e Precy; era una marcia difficilissima, di fianco, che avrebbe potuto compromettere la sicurezza di quella brigata, se questa non avesse avuto la precauzione molto giusta di proteggersi sul suo lato sinistro per mezzo della cavalleria dì Farlatti che eseguì egregiamente questo difficilissimo compito.

Al villaggio di Marai-sur-Tille la brigata Ricciotti si divise da quella di Lobbia, essendo stata la prima richiamata a Digione e dovendo proseguire la seconda per il compito a lei designato. Qui raggiunse la colonna il capo squadrone Castellazzo. Egli veniva da Grancey le Chateau, dove poco corse che rimanesse prigioniero colla somma di 90,000 lire. Lobbia lo aveva infatti mandato a prender denari a Digione, e aveva fissato di attenderlo a Grancey. Castellazzo attendeva da parecchio tempo e nessuno arrivava: i Prussiani avendo saputo dalle chiacchiere dei borghigiani qualche cosa, mandano venticinque usseri nel paese; e, mentre il nostro amico aveva fatto attaccar la carrozza, i cinque uomini dell'avanguardia nemica annunciano al capoposto che non vi erano Garibaldini. Senza por tempo in mezzo, senza aspettare che gli usseri si ricredessero dal loro sbaglio, Castellazzo salta in carrozza, e prendendo un altra via gli riesce di raggiungere il corpo. Erano novantamila lire che egli salvava dagli artigli dei soldati di re Guglielmo: certo che se questi l'avessero potuto immaginare, per un uomo solo erano capaci di assediare il paese.

La seconda brigata da Maray-sur Tille si recò a Selongey diretta per Langres. Siccome però numerosi si avanzavano i nemici dalla parte di Grancey, minacciando di tagliare la strada di Prauthoy, Lobbia con ottimo intendimento fe' fare alla sua truppa il giro di Fontaine Francaise e di Champly recandosi a Chalindrey ed a Langres, dove arrivò il 15 di gennaio, sempre attorniato dai Prussiani, con una felicità veramente meravigliosa.

A Langres, dietro ordini del Generale, furono lasciati tutti ibagagli, compresi i due furgoni di dinamite e il capitano Kaupffeman.La brigata si pose a campo pei boschi di Bouchemin, di Marat e diFaverolle, minacciando le comunicazioni prussiane di Chaumont, Arc enBarroi, e Auberive sulle quali passavano le truppe dirette a Digione.

L'incertezza del generale francese Meyer, il quale negò ogni appoggio, diede meno importanza di quello che si meritava, al movimento: avendo perciò il brigadiere dovuto rinunciare all'idea di attaccare Chaumont, occupato da 6000 uomini, troppi al certo pel di lui piccolo effettivo, portavasi il 22 a Perrogney e Pierre Fontaine e, di lì passando per Auberive, muoveva alla testa della cavalleria sopra il villaggio di Germain per sorprendervi quel posto.

Tra i due paesi sono tre chilometri di scesa e tutto il terreno era una crosta di ghiaccio: ad onta di questo la distanza fu percorsa in una carica sola a carriera sfrenata: guai, se un cavallo fosse caduto!… Non poteva fare a meno di succedere un monte generale, una vera cuffia, come si direbbe in termine basso.

Il nemico che stava poco sulle intese, parve che non avesse nemmeno tempo di montare a cavallo: gli Usseri Rossi si erano ammucchiati nella scuderia; i meno, incerti se avessero a difendersi o a darsi prigionieri, i più, cercando nascondersi in tutti i buchi e perfino nel fieno.

Furono presi 12 uomini e 15 cavalli: gli uomini erano superbi: alti, benissimo vestiti e riccamente equipaggiati: quasi tutti del Posen; le loro pipe, pagate ben inteso a pronti contanti, furono i trofei più ricercati della vittoria.

Dopo questo brillante episodio, Lobbia tornò a Auberive, da cui si mosse dirigendosi verso Vaillant: a poca distanza da questo villaggio giunse la notizia che il sindaco del medesimo veniva trascinato a Prauthoy da una trentina di ulani: nuova carica sul ghiaccio: gli ulani lasciano la preda e via a carriera verso Esnoms, e siccome chi corre corre e chi fugge vola, quando i nostri arrivarono a quel paese, i nemici erano già a Prauthoy.

Gli oggetti requisiti ed il sindaco rimasero a noi, e quest'ultimo offrì in Vaillant un pranzo Lucullesco agli ufficiali di stato maggiore.

La notte fa passata a Pierre Fontaine; il 25, avvisato che una sessantina di Prussiani che facevano scorta a un centinaio di prigionieri francesi, dirigevansi da Prauthoy sopra Auberive, il colonnello Lobbia con cinque ufficiali del suo stato maggiore e con una compagnia diFrancs Tireursfaceva un'imboscata nella foresta di Mont'Avoir per sorprendere il convoglio: verso sera però gli esploratori avvertirono che i nemici avevan presa altra strada, quella di Grancey.

Avanti di continuare, sento il dovere di esporre un fatto che torna a grandissimo onore del Lobbia. Allorchè nel giorno precedente imbandite le mense, altro non si aspettava all'infuori che il colonnello si assidesse nel posto d'onore, egli domandò se era stato pensato ai prigionieri, ed avendo ottenuta una risposta negativa, energicamente protestò, minacciando di non prender parte alla mensa, qualora non si trattassero con umanità quelle povere vittime della fortuna guerresca; nè qui si arrestò l'uomo generoso: a sua iniziativa fu fatta una colletta tra gli ufficiali, colletta che fruttò un sette franchi a testa pei prigionieri: e questi, vedendosi fatti segno di tal gentilezza, sentendosi sempre palpitare il cuore anche sotto la tunica di gregario, piansero, piansero come fanciulli e gridarono: Viva Garibaldi, Viva l'Italia. Povera gente!… Lontana da suoi, in un paese che del bene non gliene voleva dicerto, paurosa di tutto, al balsamo della consolazione sentiva stemprarsi quel gelo, che le si era voluto addensare sull'anima dagli stupidi ed infami regolamenti che vorrebbero fare degli uomini la macchina più iniqua, che torturi la povera umanità!

La notte Lobbia, Castellazzo, Pozzi e due ufficiali di stato maggiore s'incamminarono verso Vaillant: gli altri li seguitavano a un chilometro di distanza: giunti a due chilometri da Vaillant, quattro ombre, silenziose come quell'oscurità, si avanzano… si dà loro l'alto: Castellazzo si avanza arditamente, e domanda chi sono. Essi esitano a rispondere. Pozzi grida: sono Prussiani, abbassate le armi…. ed i quattro ubbidiscono senza far motto. Si disarmano e poi vengono consegnati ad una compagnia che si avanza a passo di corsa.

Passata quella notte a Vaillant, l'indomani la brigata si portò di nuovo a Pierre Fontaine e di qui passò ad Augeres, dove la sera del 27 arrivarono due compagnie di linea con parecchi ufficiali, inviati dal generale Meyer onde coadiuvare i garibaldini nell'attacco di Prauthoy: il rinforzo era comandato dal capitano Mas, vecchio soldato d'Affrica.

Fu tenuto consiglio di guerra nella stanza da letto del sindaco: vi assistevano Lobbia, Castellazzo, Pozzi e altri due di stato maggiore. Il Mas era un po' in bernecche, e invasato dai sacri furori che il Dio Bacco suole prodigare ai suoi fedeli seguaci, si riprometteva con le sue due compagnie di mangiare in un colpo tutti i Prussiani; domandava soltanto un po' di tempo per far prendere il caffè ai soldati.

Castellazzo osservò che era assai meglio che lo prendessero dopo aver mangiato i Prussiani, per aiutare la digestione..

Mas, con serietà imperturbabile, chiese allora che i suoi dipendenti fossero messi al posto d'onore (all'avanguardia).

Lobbia accettò e commosso da tanto eroismo, fè la consuetagrimace,Castellazzo citò i versi delMiles gloriosusdi Plauto:

…… virumFortem, atque fortunatum et forma regia, tum bellator MarsHaud ausit dicere: neque aequiparare suas virtutes ad tuas.

Il vecchio soldato non sapendo che si rispondere a quel complimento in lingua a lui incognita; scambiando forse Mars per Mas fa' una gran riverenza e si avvolse in dignitoso silenzio.

Alle 11 di sera tutti erano a cavallo: per sentieri tutti incrostati di ghiaccio la brigata arrivò a Lucenay. Mentre sul viso dei coraggiosi si leggeva chiaramente l'ansia, il desio prepotente di misurarsi coll'inimico, i soldati di linea perdevano un tempo prezioso a prendere il caffè e a fare il chilo.

Dopo mille e mille sollecitazioni a partire, alla fine si avviarono: si avviarono, ma con tale un passo da tartarughe, che invece di arrivare, come era stato previsto, a Prauthoy alle quattro di notte, ebbero il fresco cuore d'arrivarci alle sei del mattino.

Aveva preso stanza in questo villaggio il 2° battaglione del 61 reggimento Guglielmo di Pomerania: battaglione che apparteneva giusto appunto, come rammenteranno i lettori, a quel reggimento che tanto era stato battuto il giorno 23 alla masseria di Poully e la di cui bandiera era già in nostra mano: 800 fanti, 50 cavalli e varii cariaggi: tale era l'effettivo di cui disponeva il nemico.

Le compagnie di linea francese aveano avuto l'ordine di penetrare nel villaggio, senza trar colpo; esse invece si fermarono a trecento passi dal medesimo e per avvisare il nemico si misero a sparare alle passere. Convenne allora far di necessità virtù: si spiegarono le colonne e ci si accinse a dare l'assalto.

I Prussiani avevano occupate le case, il cimitero, la chiesa e di là facevano un fuoco d'inferno.

GliChasseurs de Lyone le guide (per la maggior parte italiane) si portarono eroicamente: qualche altra compagnia fe' il proprio dovere, qualcuna, purtroppo, scappò, sparando all'aria, o, quel che è peggio, addosso agli ufficiali di stato maggiore che cercavano arrestarle nella corsa disordinata. Ad onta però di tal confusione la costanza dei pochi prevalse e dopo quattro ore circa di fuoco, i Prussiani, perduto il loro comandante e dopo aver lasciato sul campo un centinaio tra morti e feriti si salvarono con dirottissima fuga pei campi. La giornata era vinta.

Noi avemmo 49 morti e 62 feriti: gli avversarii oltre i morti e i feriti, lasciarono nelle nostre mani 14 cavalli, 73 prigionieri, 14 cariaggi d'avena e di pane, una ingente quantità d'oggetti rubati tra cui orologi, bauli e argenteria, 200 fucili, la contabilità, la cassa con 1,500 talleri, un furgone da munizioni e diversi carri d'ambulanza.

Tutto insieme fu uno dei fatti più brillanti della campagna di Francia e se monsieur Mas, ilmiles gloriosus, avesse secondato a dovere il resto della brigata, sarebbe rimasta prigioniera l'intera colonna Prussiana.

Inutile il dire che Castellazzo in quel giorno si condusse da eroe: chiunque l'ha veduto in altre campagne, può e deve giustamente argomentarlo: Pozzi e Farlatti riscossero l'ammirazione di tutti, e non ultimo certo tra i valorosi si addimostrò il signor Visitelli, il corrispondente delDayly News.

Per quel giorno e per la notte vegnente si trattennero gli stanchi soldati in Prauthoy; il domani si portarono a Langres, onde accompagnare i prigionieri, riportare la preda e apprestarsi a nuove avventure. Il 31 Lobbia si spinse e Neully l'Eveque a 12 chilometri da Langres: il nemico si era raccolto in forze a Montigny le Roi e la 2a nostra brigata si preparava per andargli a fare una delle solite visite, quando arrivarono anche lassù le prime notizie dell'armistizio.

Il generale Meyer, protestando di eseguire scrupolosamente i decreti del suo governo, non permise alcun movimento e così la brigata Lobbia restò isolata dal rimanente dell'armata dei Vosgi, nè si seppe più alcuna notizia di lei, fino a che il Castellazzo, travestitosi da contadino, dando prova di un favoloso coraggio, traversò imperterritamente le linee prussiane, e portandosi a Autun, venne di là a Chalons-sur Saône, latore di notizie e dispacci.

Terminato che fu l'armistizio e conclusa la pace, la brigata Lobbia con lascia passare Prussiano passò in mezzo alle schiere nemiche che le resero gli onori militari: da Langres venne a Chalons, dove furono tolti persino i mantelli alle Guide, che così bene avevano adempiuto il loro incarico, che tanto si erano coperte di gloria per difendere quella Repubblica Francese che ora in tal modo le ricompensava.

Torniamo a noi: i giorni delle belle emozioni erano cessati: prolungare dettagliatamente questa mia storia, sarebbe un voler portare il cane per l'aia, e terminerei rendendomi assai più noioso di quello che son riuscito fin qui…. ed è tutto dire!.. Pure, qualche episodio della nostra guarnigione, qualche sbozzo alla peggio di certe scene, che, se non altro, possono illuminare qualcuno sullo spirito che dominava allora in Francia, non sembreranno superflui ai lettori e serviranno, quasi di cornice al quadro che male o bene ho tentato di tratteggiare sin qui: stacco perciò dal mio libriccino di appunti le pagine meno seccanti e ben volentieri le offro a quei Cirenei, che hanno subito il peso della mia croce per tanto tempo, dando prova in tal modo di più che cristiana pazienza.

Chalons ha da essere un soggiorno incantevole; ha strade e piazze pulite, eleganti e con sfarzosi negozii: il suoquaisur la Saône rammenta i nostri lungarni: il fiume è però più bello e più tranquillo dell'Arno: sul far della sera quando arrivaParisièn, il piccolo piroscafo che viene da Lione, disegnando una striscia di fumo sulle limpide plaghe del cielo sereno, si gode una incantevole poesia e troviamo artisticamente superbi i visi sin'allora simpatici semplicemente delle cittadine: Il desiderio di rivedere l'Italia si fa più vivo… a che ci tengono qua, se non ci è più da menare le mani?

Vien dato a me e a Gismondi un biglietto d'alloggio per un palazzo inRue aux Fievres: il nome non è di buon'augurio: Troviamo un prete, un vecchio signore ed una ragazza nè bella, nè brutta: fanno mille difficoltà: Gismondi va in bestia, e piglia quest'occasione per dire: maledetta la Francia!…—Parlate Italiano?—ci dice subito la ragazza: l'amico rimane di sasso: e allora sappiamo che la ragazza ha studiato la nostra lingua tre anni; cosa che non impedisce di scambiarla, quando pronunzia, per un'Abissina. Dopo mille daddoli, ci accomodano nella camera delle cameriere. Meno male.

Oltre il quartier generale ha stanza in Chalons l'eroica brigata Ricciotti: ritroviamo lo Strocchi, l'Orlandi e altri amici. Si passano le giornateaux Vendange de Bourgogne, dove una ragazza robusta e impertinentemente carina serve da pranzo, e mesce gli asenzii e i cognak.Mademoiselle Marie, après la guerre je vous epousesi sente ripetere ad ogni minuto e con tutto questo ci si noia, come a un pezzo di musica dell'Avvenire. Meno male, che a giorni sono l'elezioni; l'agitazione politica ci stordirà, eppoi chi può predire di cosa sieno gravide l'urne.

Questa è carina! Viene da me il solito tromba Romagnolo: mi chiama in disparte eppoi mi dice con importanza.:

—Chatin Francese non vuoi dire altro che gatto?

—Di certo.

—Epigeonpiccione?

—È innegabile!

—Dovevo immaginarlo!… Esclamava allora in tuono tragico, battendosi il capo.

—Che ti è successo?!—Proruppi io stimolato dalla curiosità—Versa in seno dell'amicizia quello che ti grava nel cuore.

—Se tu sapessi…. io faceva la caccia a una bella bambina: ed ero, cioè credevo di esser corrisposto… stamani vo in casa, l'abbraccio, lei non si muove, ma nel più bello, nel calore dei discorsi, mi ha cominciato a dire:Mon chat, mon pigeondunque vuole in tutti i modi battezzarmi per una bestia.. io era indeciso, ma ora…

—Son le gentilezze che usano le innamorate di qua..

—Forse perché riconoscono quelli che ronzan loro dintorno, ma io non sono del mazzo e protesto.

Un proclama di Gambetta, affisso alle cantonate, invita i cittadini ad accorrere unanimi alle urne, chiama sosta la sospensione dell'arme, non risparmiando certe spavalderie che non dovrebbero essere più di moda. Interrogo difatti varie persone e tutte mi rispondono, facendo voti per la pace, e arrivando perfino a confessare che preferiscono la caduta della repubblica a nuove guerre e a nuovi disastri. Ah!… Francia, Francia come sei caduta nel basso: perché non ritrovasti in tanto sterminio l'eroismo di Missolungi?… Io non ti posso stimare.

Il sottoprefetto di Chalons è una pasta di zucchero: Corso, è contrarissimo a Napoleone: sottoprefetto è unsansculotdi prima forza! Oggi ero di guardia: si è trattenuto un poco con me sul terrazzo: mi ha parlato della Francia colle lacrime agli occhi ed ha finito con accenti di disperazione. Sul far della notte ha mandato una damigiana di vino e del salame ai soldati.

Garibaldi si è ritirato a un chilometro dalla città: noi non sappiamo che pesci si prendere: cominciano i bullettini dell'elezioni: si ritiene che uscirà eletto Garibaldi. Tornano Miquelf; Materassi e le altre Guide, che si credevano già putrefatte, o per lo meno nelle mani nemiche. Materassi ci racconta che hanno fatto saltare due ponti, che hanno visitato un visibilio di paesi, ricevuti sempre bene, ma sempre costretti ad udire discorsi in favor della pace. Non ci è caso: la Francia è sfiduciata, la Francia è come colui che, finita ogni risorsa, preferisce portar la livrea di coloro che l'hanno spogliato e non sa trovare il coraggio di uccidersi.

La corruzione di Chalons non la cede per nulla a quella di Digione. Ilquaiè un continuo viavai di donnette che ti lanciano occhiate assassine. Non vi è soldato che non abbia un'amante. O mariti Italiani che nel 1859 coronaste d'alloro i vincitori di Magenta e ne aveste in ricambio altre corone, gioite: i vostri compatriotti sanno ben vendicarvi!

Il maggiore di piazza è un militarista accanito: mi ha fermato nellagrande rueperché non l'ho salutato. Ha minacciato di far sciogliere le guide, perché vanno di trotto al passeggio e perché non vanno alla piazza a prender l'ordine del giorno. Sì…. i nostri soldati non sono venuti per questi servizii vigliacchi—urla Ghino allorché riferisco la commissione—ci pare ora di tornare in Italia!.. E nessuno va al comando di piazza.

Giorno dell'elezioni: le sale ove sono le urne riboccano di gente: vedo due liste di candidati: in una figura Garibaldi nell'altra Mac Mahon: non riescono nè l'uno nè l'altro nel dipartimento di Saône et Loire. Garibaldi è eletto però in cinque dipartimenti ed ottiene in tutti gli altri splendidissime votazioni. La sera delle elezioni più animazione e più chiasso nelle trattorie e nei caffè. Chi la vuol lessa chi arrosto: tutti però si aspettano una Camera molto meno peggiore di quella che resulta realmente.

I coscritti della nuova classe, preceduti da un tamburone attraversano la città, gridando: Viva Garibaldi, Viva la guerra, Viva la Francia. A che tanto entusiasmo?.. Son tutti giovani di 18 e 19 anni, perché non hanno preso il fucile, quando la patria era in pericolo?.. Uno spilungone, vero pagliaccio, ha in testa un morione da guardia imperiale e agita una canna da capo tamburo… Ah, Francesi, quando sarete più serii?!.. A che conservare quellablagueschifosa che vi rendeva spregevoli anche a dì del trionfo? Meditate sulle vostre sventure, e non fate gli eroi quando ne è passato il tempo, se non volete rassomigliare…

«Al nobile guitto«Che senza un quattrino«Ostenta il diritto«Di andare al casino

Giunge il maggior Tironi a fare uomini pel suo squadrone dei Cacciatori d'Italia che si costituisce a Reumelly: è indirizzato al nostro corpo: si consegnano a lui tutti i Francesi che figurano nei nostri quadri. Tra questi infatti ci è della robaccia in tutta l'estensione del termine: tra gli altri il sergente di scuderia che converte la biada dei cavalli in bottiglie d'eccellente Borgogna: i nostri cavalli sono ridotti allo stato di quello dell'Apocalisse. Rimasti tra noi, in famiglia, si respira un po' più liberamente.

Arrivano da Marsiglia un centinaio d'Italiani, che il maggior Pennazzi, aggregherà alla compagnia Egiziana. Arrivano a tempo….. per ritornare con gli altri in Italia! Giungono pure due o tre che son disertati dal Frapolli: ci raccontano come in Lione dei volgari truffatori e dei veri e proprii malandrini da strada disonorino il nome italiano in tal guisa da veder scritto a parole cubitali lungo le vie:Defendue la chémise rouge. Ricomincia un po' di vaiolo! ne è attaccato anche il nostro foriere: morire ora… la sarebbe birbona!..

Garibaldi parte per Bordeaux onde intervenire all'assemblea: lo accompagnano Fontana, Gattorno, Vivaldi Pasqua e Galeazzi. Menotti arrivato al mattino piglia il comando dell'armata dei Vosgi interinalmente: è con lui Bizzoni.

Mi alzo più presto del solito, e vo' dalla bellaMariea bever lagoutte—Socci—Mi grida una voce di basso profondo: mi volto e veggo Galliano—Tu qui…. ora?—Vienci prima, se ti riesce!… il sor Bolis mi ha tenuto fin ora in prigione: appena sono stato libero, son venuto qua con dieci uomini.—Ma ora torniamo indietro….—Neanche per sogno io li sò i progetti del generale…. se tu sapessi!….—Che c'è?—C'è… ma per ora non lo dire a nessuno…. c'è, che ora si scende in Nizza, si proclama la repubblica….—Sogni!—Vedrai.—E t'han fatto nulla?—Son capitano—Si bagneranno i galloni?—Lasciami prender l'entrata in campagna.—E a qual corpo ti hanno aggregato?—A qual corpo?!… A dirtela non lo so neppure io.—Tanto meglio….

Una triste notizia; il colonnello Bossi, mentre accingevasi a partire da Chalons è assalito da un trabocco di sangue e cade tra le braccia dell'ufficiale di stato maggiore che lo ha accompagnato alla stazione. Bossi era un vecchio soldato: franco e leale; non troppo ben visto dai proprii dipendenti per la sua rigidezza, ma patriotta di antica tempra e di coraggio prodigioso. Veterano di tutte le campagne d'Italia lasciava colla sua morte un voto molto sensibile nelle file della democrazia militante.

Passeggio svagolato sulQuai: sento fermarmi, mi volto credendo ravvisare un amico e invece vedo un vecchio di fisonomia rispettabile, che porta all'occhiello la fettuccia rossa della legione d'onore. Siete Italiano?…. Mi domanda nel nostro idioma.—Sissignore, rispondo—Volete venire a farvi il ritratto?—Io lo sbircio bene bene, e quasi quasi suppongo che sia un pazzo.—La mia domanda è assai strana, si affretta a soggiungere—ma io sto facendo un'Albumdove intendo far collezione de' figurini dei differenti corpi dell'Armata dei Vosgi.—Sicché io dovrei venire?….—A fare da figurino delle Guide.—perché no?!—Borbotto: dopo tutto è bellina! Non potendo farla da eroe sono utile almeno a far da figurino!…. Mezz'ora dopo in eroico atteggiamento sono inposadifaccia a Monsieur Philip che mi parla di Firenze da lui veduta, or sono trent'anni, che mi offre unpuncheccellente, e che mi fa vedere un piccolo album tascabile, sul qualeen passantper la via, ha schizzato dieci o dodici caricature di Garibaldini tra cui quelle di tre miei amici, ripresi alla perfezione.

Esco dal pittore e vedo davanti al quartier generale: una folla straordinaria di gente: i ragazzi si aggrappano alla cancellata del giardino: i popolani formano dei crocchi: tutti discorrono concitatamente e sgranano certi occhi da non avere invidia con quelli di un bue, nella direzione del palazzo. Che è, che non è? Mille dubbi tenzonano nella mia mente: mi faccio largo tra la calca a forza di urtoni, tratto male le sentinelle che volevano precludermi il passo, e tocco, come si suol dire, il Cielo con un dito, quando posso sbirciare una guida, a cui immediatamente domando: Che è successo di nuovo?—Nulla, sono arrivati due parlamentarii Prussiani…. l'armistizio è stato protratto e vengono a fissare le linee di demarcazione.—Non chiedo altre spiegazioni e vo su nella sala d'ordini: tutti gli ufficiali leggono pacificamente i giornali; qualcuno si scalda al camminetto: ciò non mi produce alcun senso, gli avevo veduti usare in tal modo nelle circostanze supreme, possono fare così anche ora! ragioniamo con alcuni altri coi due bassi ufficiali che hanno accompagnato il colonnello di stato maggiore che fa da parlamentario: con nostra maraviglia li troviamo istruitissimi: ci parlano con rispetto degli Italiani, ci dicono francamente che senza di noi sarebbero andati a Lione, ma ci dichiarano con altrettanta franchezza, che da noi non si aspettavano simile ingratitudine, da noi che eravamo andati a Venezia soltanto per dato e fatto della Prussia. Questa è proprio carina!…. I Francesi ce ne dicono di tutte un po', perchè ci siamo dimenticati di Magenta e di Solferino, non accorrendo come un'uomo solo dall'Alpi a Lilibeo, a dar due botte ai Prussiani: i Prussiani ci gabellano addirittura per ingrati perché abbiam loro strappato uno stendardo a Digione. La morale?…. La morale è questa: Guai a coloro che hanno bisogno di una mano per sollevarsi; fortunati coloro che sanno fare da se: chi fa da se fa per tre, dice un proverbio e i proverbii, a detta di Salomone, sono la sapienza dei popoli.

Dopo un lungo colloquio il parlamentario ritorna verso la Côte d'Or: il popolo lo saluta con fischi. Assai brutta idea si devono aver fatta quei Tedeschi della civiltà Francese; un popolo deve essere feroce nella lotta d'indipendenza, ma dee mai sempre rispettare il diritto delle genti e, cessati i guai, ha da ravvisare un fratello in colui che ridotto macchina nelle mani di un re, può avergli fatto del male.

Ci giungono notizie dì Bordeaux…. e che brutte notizie!…. Le nostre previsioni non sono andate fallite. La Francia accasciata sotto la vigliaccheria, ha mandato al corpo Legislativo l'assemblea più retrograda che immaginar si possa. Lo spirito generoso delle città è stato soffocato dall'alito maligno della reazione provinciale. Niente di strano: tutti in Chalons a mò d'esempio desiderano la pace, riaccetterebbero Napoleone pur di non vedere un Prussiano: il mio amico pittore tratta di buffone Gambetta, il padrone di casa maledice la repubblica perché ha i suoi campi occupati dal nemico: nessuno prenderebbe un fucile per ricacciare gli stranieri oltre Reno…. I popoli hanno il governo che si meritano: in nazioni come la Francia corrotte, son degni presidenti i Thiers, e veri rappresentanti irurauxdi Versailles.


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