Chapter 3

Bisogna proprio essere aguzzini che gustano la voluttà dell'altrui sventura, per tenere degli infelici cento e più ore sotto l'impressione che il sesto della loro sentenza verrà consumata in una tana senza luce e senz'aria!

Nel cubicolo siamo rimasti due giorni e mezzo.

Durante questo primo periodo, non abbiamo visto che un'ombra che passò dalla nostra cella con una parola per ogni buco: coraggio!

L'ombra era il cappellano.

Uscimmo storditi. Ci palpavamo la nuca e guardavamo il cielo come abbacinati. Erano bastati due giorni e mezzo per solcarci le guance e imbrutirci come gente che si levasse da una sbornia potentissima.

Ci scambiammo su per giù gli stessi pensieri.

—Credetti di morire, sapete. Mancavo d'aria: avevo bisogno di moto e di luce, sopratutto di luce, sopratutto di moto, sopratutto d'aria.

Don Davide aveva avuto delle nausee che lo avevano impensierito.

—Ci fu un momento in cui dovetti raccogliermi e pregare il SignoreIddio.

Costantino Lazzari aveva l'aria di uno smemorato. Si palpeggiava il collo e continuava a battere i piedi in terra come per ridar loro la circolazione del sangue.

Ci si condusse al passeggio in un cortiletto che sentiva del luogo. Non avevamo che uno spazio di pochi passi inquadrato da muraglie giallognole, scrostate e sbullettate. Col dorso verso la torricella, dalle finte finestre, che usciva da un angolo dell'edificio, vedevamo un largo verde di Capra Zoppa. La torricella era triste e ci ricordava che in essa erano le celle più orribili del reclusorio.

Al lato opposto della porticina d'entrata del portico, è la muraglia con le finestruole a mezzaluna e a doppia inferriata, dietro la quale è una filata di cubicoli.

Quante volte, durante la passeggiata, abbiamo sentito gli inquilini dei cubicoli prorompere in pianti dirotti!

Nella muraglia che taglia il cortile, è un pozzo chiazzato di verde.

Le due diane dipinte sul muro sono gli orologi solari dei reclusi. L'una segna il corso del sole dalle 7 del mattino a mezzogiorno, ed ha per epigrafe:Sic mea vita fugit!Una condanna atroce, dicevamo al passeggio, per i poveri prigionieri che portano tanti problemi nella testa, e sono costretti a sciupare il tempo con le mani in mano! L'altra, adorna dei segni dello zodiaco, si accontenta di avvisare i galeotti al passeggio che senza sole non serve a niente:Sine sole, sileo.

Le dita della destra battute sul palmo della mano sinistra di un sottocapo ci avvertirono che la nostra ora d'aria era terminata.

__Nella quinta camerata.__

Nella quinta camerata entrammo il 27 giugno 1898. È al primo piano. Vi si sale curvando la testa nel buco di un enorme cancello di ferro, la cui porticina è aperta e chiusa a chiave a ogni passaggio di forzati e di reclusi da un cerbero negli abiti di guardia carceraria. Col piede nell'antiporto che mette nell'intimità dell'edificio, subite la sensazione che state per essere perduti nella vasta tomba del reclusorio. Al margine di tanti stanzoni affollati di numeri di matricola, non sentite alito di vita. Vi sembra di essere nell'androne di un convento spopolato. La voce di un vivo diventa sonora e vi fa rabbrividire. Dal buio dell'antiporto, si sale a tentoni per il buio pesto di due scale, si riesce in una specie di pianerottolo fosco come la nebbia e si sbuca in un corridoio chiaro, in fondo al quale è la quinta camerata a fianco di altre camerate.

Vi entrammo l'uno dopo l'altro accompagnati da una guardia e da un sottocapo. L'entrata è un altro cancello di ferro, foderato nella parte superiore da un lastrone munito di spia, che sopprime il di fuori fino alla distanza di un mezzo metro da terra. Di modo che i secondini, accosciati negli angoli, possono assistere ai movimenti dei piedi, oppure coll'occhio al buco vedere tutti i condannati che escono dalla rete del regolamento.

La nostra camerata non ha che la spia nella fodera del cancello. Ma le altre ne hanno due anche nelle muraglie che le fiancheggiano.

La guardia le scopre all'insaputa dei reclusi e li sorprende fuori di posto o a chiacchierare o a giuocare a dama colle pedine di mollica di pane.

Di tanto in tanto la udite che ingiunge loro di stare quieti o zitti.

—Fate silenzio, voi, numero tale, se non volete andare in «camerella»!

La guardia di Finalborgo fa il suo dovere senza esagerazione e senza imbestialire contro la ciurma che ha delinquito. Ma è possibile, dite, di rimanere in un camerone di settanta o ottanta individui per delle settimane, per dei mesi, per degli anni, con una mano nell'altra, col pensiero istupidito, senza mai lasciarsi scappare una parola, un'interrogazione, un grido che viene su dall'anima in un momento di crepacuore? No, non è possibile. Me lo disse tutto il personale del penitenziario di Dublino quando ero là a visitare i dinamitardi e gli altri condannati alla servitù penale. La lingua non sa acconciarsi alla paralisi completa. Me lo disse e lo scrisse il principe di Krapotkine che ha scontato la condanna francese nellaMaison centrale di Clairvaux.

Questo sistema—diceva—è così contrario alla natura umana che non poteva essere mantenuto che a forza di punizioni. Nei tre anni che passai a Clairvaux, il sistema era cadutoen désuétude. Lo si era abbandonato a poco a poco, a condizione che le conversazioni all'ateliere alla passeggiata non fossero troppo rumorose.

Volete un documento che le punizioni non riuscirono, nè riusciranno mai a far perdere agli inquilini delle carceri l'abitudine di parlare?

Ero al Cellulare quando il signor Sampò prese il posto del signor Astengo. I detenuti conversavano senza vedersi, stando alla ferriata della finestra. Il nuovo direttore si mise a infliggere delle settimane e dei quindici giorni di pane ed acqua, con l'aggiunta magari della cella di rigore, ai violatori del silenzio. Credete che ci sia riuscito?

Dalla conversazione di finestra in finestra era stato eliminato il linguaggio stomachevole. Ma il chiacchierìo era rinato pochi giorni dopo con maggior vigore di prima. E quale castigo, o signori carcerieri, riuscirebbe mai a tappare la bocca ai prigionieri subito dopo la sveglia e mentre squilla la campana del silenzio? Voi sentite mille bocche in una volta che si scambiano dei buon giorno commoventi, degli addii pieni di cuore, dei saluti che inchiudono il «coraggio!» o il «non pensarci che passeranno anche questi mesi!»—Ciao, Biscella!

—Addio, Lumaghin!

—Giuliano, dormi bene!

Una sera ci sono cascato anch'io. Un detenuto sopra o vicino alla mia cella si mise a gridare:

—Numero tale?

—Che c'è?

—Che cosa hai fatto?

Non risposi.

—Buona sera.

—Buona notte.

Questo semplice dialogo mi fece affiggere sul dorso dell'uscio della mia cella che il direttore mi aveva punito con dieci giorni di pane ed acqua!

Dopo il Cellulare, il Castello e il cubicolo, la quinta camerata dell'ex convento dei frati, dell'ordine di san Domenico, ci parve un paradiso. La percorrevamo in lungo e in largo con delle fiatate di soddisfazione. Finalmente qui si respira! Le pareti erano pulite, imbiancate di fresco, con del verde che girava tutto intorno a un metro d'altezza.

Le due finestre a doppia inferriata, coi famosi cassoni, che non ci lasciavano vedere dall'alto che un profilo di Capra Zoppa, diventarono, per noi, delle aperture illimitate che lasciavano entrare aria a volumi. Le brande lungo il dorso del camerone assunsero la forma di letti elastici, con dei materassi sprimacciati, sui quali si poteva adagiare il corpo affranto dai patimenti, con un guanciale soffice che pareva appena uscito dalle mani del materassaio.

Guardavamo tutto con compiacenza. Paragonavamo l'asse al disopra delle brande, che correva lungo la parete, a una elegante guardaroba o a una comodissima dispensa. Ciascuno di noi aveva un largo spazio per ammonticchiarvi la biancheria e i libri, per mettervi il catinetto di zinco, la fiaschetta impagliata, la brocca per bere, la spazzola e la pettinina, la gamella con inciso il nostro numero di matricola e la pagnotta che ci avrebbero portata tepida due volte il giorno. Il sole completava la nostra contentezza. Vi entrava un po' di sbieco dalla prima finestra e veniva a frangersi sui bastoni di ferro della seconda, lasciando cadere dei barbagli fino al suolo e portandoci del calore e della gaiezza che si diffondeva dappertutto.

La sola noia del luogo erano le mosche—delle mosche grosse come quelle che vivacchiano intorno ai letami—delle mosche pesanti che aleggiavano con un ronzìo greve, che parevano sonnolente anche nell'aria, che si fermavano sul nostro naso, sulle nostre orecchie, sul nostro collo, sulle nostre labbra, sulle nostre mani, senza paura di essere schiacciate dalla nostra collera. Si cacciavano via e ritornavano a noi con una insistenza feroce e con una ostinatezza che ci faceva perdere la pazienza. Più di una volta fummo obbligati a rincorrerle e a dar loro una caccia disperata coi fazzoletti, inseguendole fino alla inferriata. Ma era della fatica sprecata. Ricomparivano a sciami più inviperite di prima. Erano le nostre arpie.

In camerata non eravamo più che delle cifre. Gustavo Chiesi era divenuto il numero 2555, Carlo Romussi il 2556, don Davide Albertario il 2557, Bortolo Federici il 2558, Paolo Valera il 2559, Costantino Lazzari il 2560 e Achille Ghiglione il 2561.

La prima volta che si spalancò il nostro cancello e che entrò un sottocapo con due galeotti a fare la distribuzione degli asciugatoi e delle lenzuola, ci fu un po' di confusione. Nessuno era ancora riuscito a tenersi a mente il proprio numero di matricola e a convincersi che non eravamo più che dei numeri.

—2555?

—Presente!

A mano a mano che si veniva chiamati, si andava vicino al cancello a ricevere la «biancheria». Per asciugarci la faccia e tutto il corpo, ci avevano dato una pezzuola di canape ruvidissima, a rigoni spaventevoli, a listoni alternati, che andavano dal bigio al cioccolato—due colori che porto nella testa con orrore. Perchè sono le striscie che rappresentano la casa di pena e riassumono l'emblema del reclusorio. Sono i colori della camicia, i colori delle lenzuola, i colori del saccone, i colori del tascapane, i colori delle mutande, i colori del berretto, i colori della casacca e i colori dei calzoni.

Per tutto il tempo della condanna non si vedono che deiclowns. Delle schiene a rigoni, delle braccia a rigoni, delle gambe a striscie e delle teste col copricapo listato di caffè e di bigio con dei puntini che paiono tante punzecchiature di pulci.

Il numero di matricola aveva ingrossato il cuore di alcuni miei compagni. Romussi si era seduto sul suo sedile di legno con le lenzuola sulle braccia e l'asciugatoio in mano dicendo: «Saccorotto!» Don Davide, di temperamento sensibilissimo, che si lascia commuovere, o trasportare, o abbattere dagli avvenimenti, sarebbe dato fuori a piangere se non fossimo stati presenti. Gli pareva impossibile, come diceva lui, che un sacerdote, che indossava la veste talare da trentasei anni, questa veste, aggiungeva, «che mi fu compagna e amica nei tempi lieti e tristi», potesse essere diventato il 2557, con la gamella matricolata e con la branda in una camerata comune ch'egli doveva calare e piegare al suono di una campana!

Era inutile abbandonarci alle malinconie. Perchè non eravamo che alla titillazione del sistema. Ci aspettavano ben altre sorprese.

Costantino Lazzari si era seduto, come al solito, tra due brande senza dire una parola. Egli si teneva come isolato. Non aveva confidenza in alcuno e nel suo angolo era il suo mondo. Se qualcuno lo interrogava, rispondeva come un mastino irritato. Una volta che gli domandai se aveva qualche dispiacere, mi rispose di occuparmi delle cose mie!

—2559?

—Presente!

Presi la mia biancheria e me la appesi dando in una risata che mise quasi tutti di buon umore.

Noi credevamo che nei penitenziarii i forzati e i reclusi venissero abbandonati al rimorso dei loro misfatti, e non vedessero che la mano incaricata di stendere loro dal buco la pagnotta, la minestra e l'acqua. Invece, in una camerata di galera, si è come in una sala di ufficio telegrafico. C'è sempre gente che va e viene. Alla mattina, quando avete ancora gli occhi ingarbugliati, vi dovete mettere sul guardavoi, nello spazio delle brande, per la «conta». Si spalanca il cancello ed entrano tre guardie seguite da un sottocapo o da una guardia scelta che vanno fino in fondo alla muraglia, contando, mentre passano, uno, due, tre, quattro, cinque, sei e sette. È la consegna dei reclusi dalla guardia notturna alla guardia diurna. Escono, si chiude e si schiude di nuovo il cancello per i reclusi che vengono a portar via il mastello dell'acqua sporca, per il recluso che viene a prendere il barile dell'acqua, per il forzato che vuota il «bugliolo» e il pitalone. Il «bugliolo» è il recipiente di legno con coperchio del liquido puzzolente. Scoperchiandolo, vi sentite in faccia la tanfata pestifera delle uova putrefatte. Il «pitalone» delle altre camerate è un enorme mastello che rimane negli angoli e passa per i corridoi come una cloaca. Nel reclusorio di Finalborgo non ci sono latrine! Quando si vuotano e passano dinanzi i cancelli, si è come in mezzo ai bonzoni dei pozzi neri che si scaricano. Il fluido nauseabondo vi sommerge come in un edificio coperto fino ai coppi di materie fecali.

Credete di essere lasciato in pace ed ecco il delinquente che viene col secchione del latte a mescervene nella brocca cinque centesimi. Rimane chiuso per cinque minuti e poi si riapre per lasciar entrare il recluso con la pagnotta.

—Pane!

State per mettervi a sedere e si spalanca un'altra volta il cancello. È il sottocapo che batte le dita della destra sul palmo della sinistra dicendo: aria!

Ritornati dal passeggio, viene a farvi visita il forzato della spesa.

La spesa non durava mai meno di quindici minuti.

Era la cosa più difficile di questo mondo. Ogni mattina si doveva sciogliere il problema come si poteva vivere all'indomani con 25 centesimi, se si era condannati alla reclusione come il 2555 e il 2556, o con 35 centesimi se si era condannati alla detenzione come gli altri numeri di matricola della nostra camerata. Il 2555 rinunciava di solito al vino. Un quarto di vino costava nove centesimi. Era del lusso. E si faceva registrare per due «uova al tegame»—cioè per 22 centesimi. Il resto lo scialava in frutta.

Il 2256 non rinunziava alla bibita. Senza una golata di vino non avrebbe saputo ingoiare tutte le porcherie del bettolino.

La lista della spesa includeva anche il caffè. Il 2557 e il 2559 persistettero per più di una mattina a berne mezza razione di cinque centesimi. Ma dovettero rinunciarvi. Era un'acqua colorata e tepida di un sapore che faceva fare gli occhiacci. Lo si inghiottiva come una medicina disgustosa.

Il 2557 non lasciò mai il suo mezzo litro di vino di 18 centesimi, anche quando il vino era acre o imbevibile come l'aceto. Egli aveva uno stomaco di ferro, ma senza una goccia di vino non avrebbe potuto digerire i piatti delmenucarcerario.

Il nostro piatto di forza erano i gnocchi di dodici centesimi conditi coll'olio, puah! che sentiva della colatura della lucerna. Il lunedì avevamo la leccornia di 200 grammi di bue in umido per ventotto centesimi e di 100 per quattordici. La carne era dura come il corame, e il 2556 diceva appunto che ci volevano i suoi denti o i denti del leone per masticarla. Nel sugo pepato, pepatissimo, bisognava mollificare il pane, guardando altrove e mangiando a occhi chiusi. Il sugo era una miscela che sapeva di un po' di tutto e che diventava succolento in ragione dello sgrassamento che si compiva in noi sotto il regime di una dieta di ferro.

Non ho veduto sbatterlo via con indignazione che una volta.

—Aristocratico! aristocraticone! gridammo in coro al 2558.

—Bravi! guardateci in fondo!

C'era un semplice scarafaggio in decomposizione!

Lo regalammo al forzato latrinaio, avvertendolo della nausea in fondo.

Lo prese come un intingolo regale, leccandosi le dita e curvandosi con la fraseologia dei ringraziamenti sentiti. Ne avessero tutti i giorni i galeotti di queste vivande che rifocillano lo stomaco e rincarnano gli ischeletriti!

—La nostra sentenza—ci disse—sembrerebbe meno dura.

Il secondo moto di violenza che ricordo fu quello del 2557. Era una domenica e indossavamo già la casacca galeottesca. In domenica, in luogo delia minestra delle undici, c'è la carne e il brodo. Eravamo seduti al desco. Il 2557 aveva sbocconcellata un po' di pagnotta nel brodo, come gli altri. In un attimo lo vedemmo alzarsi con un impeto di revulsione, suggellato da unporci!Egli si era drizzato in piedi come un fusto d'orgoglio, aveva preso la gamella ed era andato alla spia del cancello:

—Dite al signor direttore che non sono un maiale! Questa carne puzza come una carogna!

Fu un sottosopra. Siccome, in fondo, volevano tutti bene al 2557, un po' perchè era un sacerdote, un po' perchè era un bell'uomo, e un po' perchè era buono, così venne su subito il sottocapo a constatare il reato d'incipiente putrefazione e a dirgli che gli avrebbe mandato di sopra una sleppa di manzo eccellente!

Noi però non gli abbiamo perdonato lo scatto che ci aveva tolto l'appetito. Il 2555 lo pregò di leggere il «manuale del buon sacerdote».

—È doloroso che un secolare vi debba richiamare ai doveri che vi impone la vostra veste. Mangiate quello che vi portano; siate umile, siate modesto, siate paziente e perdonate a tutti coloro che vi fanno del male. Andare sulle furie per un po' di carne «passata», è da uomo volgare.

—Avevo fame! capite che avevo fame! Ho 52 anni, sono alto e grosso e mi tocca mangiare la razione comune, la razione della gente mingherlina, piccola, senza il mio apparecchio digestivo! È vero o non è vero che c'è voluto più stoffa per vestirmi? È vero o non è vero che c'è il supplemento al vitto per gli uomini della mia proporzione anche nelle caserme? È dunque naturale che mi si dovrebbe trattare con una dieta diversa.

—Voi vorreste dei privilegi!

—Abbasso i privilegi!

—Privilegio! gridai anch'io.

—Privilegio! Chi è mingherlino non può mangiare come mangia un uomo dalle mie proporzioni!

Anche senza avere l'apparecchio digestivo del 2557, in galera si patisce la fame pur avendo i mezzi per il sopravitto. Se poi non se ne hanno, si diminuisce di peso di giorno in giorno.

Con 600 grammi di pane cento volte inferiore a quello del soldato, e 150 grammi di pasta sempre scellerata, un condannato si sente i crampi nello stomaco più di una volta in 24 ore. In tutte le camerate si ripete la stessa storia:—«Ho fame, si ha fame, abbiamo fame.»

I trentacinque minorenni della nona camerata, quasi in faccia alla nostra, ci impietosivano. E tutte le volte che potevamo, mandavamo loro le nostre pagnotte e la nostra minestra.

Senza le nostre cinque o sei o sette o dieci pagnotte al giorno avrebbero fatto della fame tutti i giorni. Perdio in prigione si patisce inesorabilmente la fame.

Tanto è vero che in prigione si soffre del digiuno prolungato, che il 2556—cioè il direttore delSecolo—mi disse, la seconda volta che fummo al Cellulare, queste testuali parole che trovo registrate nel mio diario:

—Una buona novità introdotta dal direttore cav. Codebò è quella di avere diviso la distribuzione della minestra e del pane. Certi prigionieri, giovinetti robusti, mangiavano d'un colpo i 600 grammi di pane, e alla sera si trovavano tormentati dalla fame. Egli pensò di distribuirlo in due riprese: alle 10 e alle 3. Così pure divise la minestra quotidiana. I detenuti, con questo sistema, hanno un cibo caldo, benefico, specialmente d'inverno.

Ma anche così, si pativa. Con una quantità insufficiente e una qualità abbominevole non era possibile uscire dal regno della fame.

__Nequizie regolamentari.__

I pasti e le cimici.

Gli entusiasmi per la quinta camerata non potevano durare a lungo. Chiudetemi in un salotto elegante con le inferriate a scacchi e il cancello di ferro, e vedrete che in pochi giorni i mobili mi diventeranno odiosi e l'ambiente senza uscita mi incendierà il cervello e mi ridurrà in un angolo a imbecillire nella mia impotenza.

Il silenzio è obbligatorio:disteso a caratteri neri sul fondo bianco della muraglia in faccia al cancello, diveniva, di ora in ora, odioso e intollerabile per dei giornalisti che avevano passata la vita tra il chiasso delle redazioni. Era una ingiunzione che ci riduceva a una ragazzaglia di casa di correzione.

Vivere con degli amici—e degli intellettuali come i miei compagni—è una vera consolazione e spesso anche un'istruzione. La loro parola vi va per le orecchie come una carezza, vi solleva lo spirito abbattuto, vi distrae e vi porta in mezzo ai ricordi tumultuosi della loro professione battagliera. Ma sempre, sempre, sempre, senza mai un minuto di isolamento, diventa, spesso, una pena e una tortura!

Vi fa male di vedere loro crescere lentamente le unghie sucide senza aver modo di offrir loro la limettina per tenerle regolate e pulite, e di assistere a tutto ciò che fuori di galera si fa nel bagno, alla latrina, nello spogliatoio e nella stanza da letto. E vi sentite desolati di udire la bestemmia di qualche vostro compagno che aveva l'abitudine di lavarsi i denti collo spazzolino.

—Che male ci sarebbe—incominciava a dire qualcuno di noi—se la direzione mi permettesse uno spazzolino e della polvere e dell'acqua dentifricia?

—E che strappo si farebbe al regolamento se io, prete, continuassi a indossare quella divisa di sacerdote che io credo di non avere disonorata?

—Capisco la punizione.

—Io no, non la capisco. Se capisco qualche cosa è la mia separazione dalla società che posso avere offesa. La punizione che mi distrugge è un delitto. E lo griderò dai tetti, o meglio dal giornale, non appena al largo.

—Lasciami dire. Io posso capire la punizione. Ti va? Ma la raffinatezza di sopprimermi le sigarette se ho l'abitudine di fumare, di mandarmi a dormire all'ora delle galline invece di lasciarmi lavorare o studiare, di costringermi a stare sul saccone duro come una pietra per dieci o dodici ore, di non permettermi una locomozione che mi mantenga sano, di tenermi in piedi con una nutrizione che mi restituirà alla mia famiglia, e alla società, idiota e incapace di guadagnarmi l'esistenza?

—Taci! C'è raffinatezza più diabolica di quella di romperti violentemente la comunicazione epistolare con tutto il mondo che hai conosciuto, che conosci, che ti ama e continua a volerti bene, anche dopo la condanna dei tribunali di guerra? Raffinatezza più triste, più sciagurata di quella di impedirti di scrivere a tua moglie, a tua madre, ai tuoi figli, a coloro che ti amano e che ti piangono e che ti idolatrano, se non una volta ogni tre mesi, se sei alla reclusione, o una volta al mese, se sei alla detenzione? E anche questa lettera mensile e trimestrale non è un'altra tortura? Tu non puoi parlare, ti si dice, che dei tuoi interessi. Non è un interesse dire, per esempio, ai tuoi di casa di non addolorarsi perchè ti si è mandato alla reclusione innocente? No, perchè insulteresti la giustizia. Non è un interesse parlare di ciò che fai e di ciò che vedi, della tua salute, se stai bene o male? No, perchè il condannato non deve parlare di quello che avviene nella casa di pena!

Più di una volta, io e don Davide abbiamo dovuto discendere in direzione a riprenderci la lettera coll'ordine di riscriverla senza qualche frase contraria al regolamento. Per due settimane ero stato malaccio. Mi sentivo debole e non sapevo più digerire la pagnotta e la pasta del penitenziario. Scrissi nella lettera della mia indisposizione, aggiungendo «che adesso stavo bene». Si poteva essere più modesti? La direzione trovò modo di farmela rifare.

—Non le pare, signor direttore, o signor capo, che questa sia una notizia di carattere intimo?

—No, perchè il recluso non deve occuparsi di ciò che avviene nel reclusorio.

—Aguzzini! gridai mentalmente. Aguzzini!

E le lettere che ci pervenivano dal di fuori? Bastava un accenno alla vita pubblica, un alito dell'agitazione che si faceva a favore dei condannati, un'allusione a una prossima amnistia, una frase ministeriale, il pensiero di un deputato, l'opinione di un giornale, perchè la mano della direzione corresse sul delitto, con la penna carica di inchiostro a coprire tutto di nero. Ho veduto delle lettere piene di chiazze, piene di rigoni che sgrammaticavano la dicitura o sopprimevano le parole che potevano suscitare delle speranze o lasciar trapelare la commozione pubblica.

Qualche volta la mano diventava brutale e allora recideva il foglio alla testa o alle gambe o lo metteva spietatamente in un cassetto senza neanche dire crepa al numero di matricola al quale era indirizzato!

Una scena che avrebbe fatto piangere gli amici, se avessero potuto mettere l'occhio alla spia della nostra camerata, era quella dei pasti dei primi tempi. Gli abiti dei sette amici, che aspettavano il monosillabo della Cassazione per uscire o per indossare la casacca galeottesca, si erano consumati e malconciati. C'erano delle maniche sdrucite, dei calzoni sfilacciati agli orli, degli occhielli sfatti o che si sfacevano, delle ginocchia e dei gomiti lucidi o maculati di larghi oleosi e dei baveri sui quali si era andata accumulando la forfora di una cute che nessun parrucchiere spazzolava da un pezzo.

Don Davide pareva uno di quei preti descritti dal Porta. Colla veste piena di macchie, colle calze rotte, colle brache stralucide che perdevano, col nero, dei brandelli, e con la collarina inamidata da tanto tempo che lasciava vedere il giallo delle trasudazioni del collo.

Abituati al tovagliolo e alla posata lucente sul candore diffuso per la tavola, la mobilia della nostra sala da pranzo si riduceva a una lunga panca dalla quale sbucavano, di tanto in tanto, gli insetti rossicci che la povera gente chiama cimici, e a dei sedili di legno rotondi, le cui capocchie laceravano di frequente i calzoni dell'avvocato Romussi. Mettevamo la panca vicino alla seconda finestra e sedevamo quattro da una parte e tre dall'altra. Coi tozzi di pane sparsi qua e là lungo la panca, colla gamella fumante sul palmo della mano sinistra, e un moncone di cucchiaio di legno greggio col quale tentavamo di sbasoffiar via una pasta scondita o condita fino al disgusto, potevamo essere copiati per un mucchio di pitocchi di frateria che si scalda lo stomaco colla minestra del convento.

Ho parlato delle cimici, perchè ne ho trovate dappertutto. Nei camerotti polizieschi, nelle celle del Cellulare di Milano, nelle stanze del carcere giudiziario di Genova e nello stanzone del penitenziario di Finalborgo. Dopo la condanna, il Turati occupava, al Cellulare, una stanza spaziosa e ariosa nell'esagono del secondo raggio. Io, De Andreis, Romussi e Federici passavamo parte della giornata con lui. Nessuno di noi poteva adagiarsi sul suo letto a pagamento, senza che venissero alla superficie filate di queste schifose bestioline che fanno pancia col vostro sangue. Mi diceva Turati che di notte sciupava il tempo con questi puzzolentissimi insetti che non lo lasciavano dormire. Tre o quattro giorni prima che andasse alla reclusione, il direttore, impressionato dal suo tormento, gli fece imbiancare il cellone e passare alle fiamme il letto di ferro.

—Ne ho trovate, ci diceva lo scopino incaricato di farli morire col fuoco, a nidiate. Morivano mandando un'odore pestilenziale che mi dava le vertigini.

Un'ora dopo questo nettamento e questa pulitura, ne vedemmo tre che andavano via, pian piano, per il cuscino!

Nelle vecchie carceri di Genova non mi sono fermato che 15 ore. Se vi fossi rimasto di più, ne sarei uscito dissanguato. Venivano fuori a frotte.

Il soffitto ne era pieno e negli angoli delle pareti si potevano prendere a manate. Alla notte, per paura che mi andassero nelle orecchie, o su per il naso, o in bocca, fui costretto ad alzarmi. Il letto ne formicolava. Potevo coglierle a manate al buio. Sdraiato non mi lasciavano quieto. Le mie mani precipitavano sulle gambe, sul petto, e le rincorrevano per il corpo senza riuscire mai a liberarmene. Come erano spietate le cimici del carcere giudiziario di Genova! In questo carcere maledetto, non ebbi coraggio di mangiare, ma ebbi l'imprudenza di comandare un caffè. Ritirandolo dal buco dell'uscio me ne caddero tre nella chicchera e due nel piattino. Buttai via la bevanda dal disgusto.

Nello stanzone di Finalborgo formicolavano per i cornicioni, si sorprendevano sulle pareti, si trovavano in letto, nelle screpolature dei muri, nelle commessure delle finestre, e perfino nelle crepe del tavolo.

L'ambiente ha una grande influenza sugli individui. Anche l'uomo cresciuto nella reggia, nelle tombe penali diventa, a poco a poco, un porco. Dopo due o tre mesi non è più schifiltoso e non si meraviglia più di nulla. Si abitua a mangiare le cose meno mangiative o più repulsive con le i mani, a pulirsi le dite nella giacca, a vedersi gli orli delle unghie calcate di sudicerie nere, a lavarsi maledettamente male in un cucchiaio d'acqua senza sentirsi invaso dal malessere, a considerare i pidocchi come amici di casa e a prendere delicatamente le cimici senza contorsioni e travolgimenti d'occhi.

Se volete convincervi che l'ambiente agisce potentemente sull'individuo, invitate un ex recluso a pranzo. Osservatelo attentamente quando mangia e lo sorprenderete più di una volta in flagrante violazione delle regole più comuni della persona allevata bene.

__Don Davide Albertario.__

Se il direttore dell'Osservatore Cattolicofosse stato ministro della chiesa anglicana, a quest'ora egli sarebbe padre di una nidiata di figli. Perchè lemissesnon gli avrebbero permesso di consumare la gioventù nel celibato, in un paese ove il servo di Dio prende moglie come qualunque altro mortale.

Fisicamente è più corazziere che sacerdote. È un bell'uomo alto, spalluto, con un petto che traduce la sua salute di ferro, piantato su due gambe poderose, che fanno tremare le pareti della quinta camerata di Finalborgo quand'egli passeggia concitato o disperato di sapersi un leone in gabbia. La dieta della fame non è riuscita a smagrarlo, o a chiazzargli di lividure le guance voluminose, o a fargli nascere delle rughe sulla fronte. I suoi 52 anni sembrano 38. Ha la carnagione di un prelato in fiore, gli occhioni luminosi che rivelano la bontà del suo animo ed è dotato di una forza che mi piegava in due non appena mi mettevo a lottare con lui.

La sua attività cerebrale è prodigiosa. Non appena gli furono concessi gli strumenti di lavoro, la sua mano non è stata più quieta. Con una corrispondenza che avrebbe tenuto occupati tre segretari, egli trovò modo, in due mesi, di riempire 587 fogli di protocollo, che rappresentano l'opera sua di prete, di giornalista, di predicatore e di recluso. Senza essersi completamente sbottonato, come in una autobiografia, i lettori—se i manoscritti verranno pubblicati—vi troveranno il polemista che si ferma dove incomincia l'invettiva, il letterato che si sdraia con compiacimento nel suo letto intellettuale, l'oratore che ripassa pieno di letizia attraverso le sue orazioni trionfali, il sacerdote che sta ritto sulla tolda della sua nave cattolica, agitando il suo programma che si riassume nella formola «col papa e per il papa».

È nato nella provincia di Pavia, studiò all'Università gregoriana—frequentata dagli stranieri che si avviano alla carriera ecclesiastica. Si laureò in sacra teologia nel 1868, in diritto canonico nel 1869 e a 23 anni venne consacrato sacerdote dall'arcivescovo di Milano, mons. Calabiana, unitamente al suo compagno di infanzia, il padre Zecchi, il noto scrittore dellaCiviltà Cattolicae uno dei più insigni oratori della predicazione sacra.

L'Osservatore Cattolicosi può dire sia stato il suo bimbo adottivo. Incominciò a volergli bene nel 1869 e continuò ad amarlo e a nutrirlo col suo ingegno fino al giorno in cui Bava Beccarla mandò i carabinieri e i soldati ad arrestarlo come un malandrino qualunque nella casa paterna.

Io non posso dire di essere un lettore costante di fogli religiosi. Ma credo che non ci sia in Italia un giornale del partito che possa essere paragonato al quotidiano di don Davide. È un giornale che sente tutta la modernità professionale senza perdere del suo concetto fondamentale, che è la necessità della chiesa cattolica. È redatto bene, redatto da giovani che lo seminano di idee col ventilabro e che riempiono le sue colonne di uno stile spigliato, nervoso, che non lascia mai giù le ali sui guazzi sociali per paura di sporcare chi legge. È interessante per ogni lettore. Vi trovate l'appendice drammatica, l'appendice letteraria, l'articolo politico, il trafiletto, la cronaca, gli avvenimenti internazionali e una larga piattaforma per i servizi municipali—per le questioni operaie—per i problemi dell'avvenire.

L'Osservatore Cattolicoè stato condannato nella persona del suo direttore per queste motivazioni: 1.° perchè ha con fine ironia combattuta la monarchia; 2.° perchè si è unito ai repubblicani e ai socialisti e agli anarchici per demolire le istituzioni dello Stato; 3.° perchè ha eccitato all'odio i contadini contro i signori e contro altre classi sociali; 4.° perchè ha educato il clero alla vita battagliera invece che alla missione di pace alla quale è destinato da Cristo.

—Che c'è di vero, don Davide, in tutto questo?

—Per capire la portata della motivazione della sentenza che mi ha relegato per tre anni in questo reclusorio, bisogna conoscere la natura del mio giornale. L'Osservatore Cattolicoè anzitutto un giornale che si dedica alla propaganda e alla difesa della chiesa cattolica e del papa. Siccome l'Italia è aderente a questa chiesa, così si deve ritenere necessaria la religione al bene sociale, per la vita presente e per la vita futura, come si deve ritenere necessario che essa sia tenuta in onore e non perda influenza. Questo è il caposaldo del programma del mio giornale nel rapporto religioso.

«Nel rapporto politico io, direttore dell'Osservatore Cattolico, sono indifferente alla forma monarchica o repubblicana di governo. Do la preferenza a quella forma in cui i governanti sono col mio programma religioso, al quale subordino tutto il resto. Quindi è una bugia dire che io combatta la monarchia, come è una brutta invenzione quella di accusarmi di complicità coi repubblicani e socialisti e anarchici. In un ambiente monarchico io lavoro in mezzo al popolo, perchè il governo abbia a cessare dall'opposizione contro il papa e contro la religione e abbia a promuovere la pace religiosa nel paese.

«Il mio programma sociale è ampio e generoso. Io accetto tutto ciò che nei postulati del socialismo è compatibile colle dottrine della chiesa cattolica e mi adopero per attuarlo formando l'opinione in questo senso. Deploro il concetto fondamentale materialista del socialismo, deploro che non ammetta le verità cattoliche, perchè il materialismo e la negazione delle verità cattoliche scavano un abisso tra il cattolicismo e il socialismo. L'Osservatore Cattolicocombatte la speculazione che impoverisce, combatte l'usura, invoca provvedimenti di Stato che salvaguardino i diritti e gli interessi delle classi inferiori e ne migliorino le condizioni. Esso però rifugge dallo Stato collettivista. Tutto questo vogliamo ottenere con la persuasione della propaganda pacifica, con la carità generosa, col mezzo delle autorità e delle leggi. Credetelo, è una calunnia dire che io ecciti all'odio o alla discordia.

«Da questo potete argomentare del valore delle motivazioni della sentenza del Tribunale militare. No, non sussiste la fine ironia contro la monarchia, non sussiste la congiura con altri partiti contro le istituzioni, non sussiste l'eccitazione di odio tra le varie classi sociali, non sussiste l'educazione del clero in senso opposto alla missione assegnatagli da Cristo. Non sussiste nulla di nulla. Di vero non c'è che questo: che si è mandato in galera un innocente.

«Volete una prova che il direttore dell'Osservatore Cattoliconon ha tentato di sviare dal retto sentiero il clero italiano? Da che sono nella casacca del galeotto, sua santità il papa mi ha mandato la benedizione più di una volta, e una medaglia d'oro che tengo carissima, centinaia di vescovi, da ogni parte d'Italia, scrissero a me e a mia sorella lettere affettuosissime, sacerdoti e vescovi—come quello di Savona—sono venuti a trovarmi e a ogni distribuzione postale ricevo, come avete veduto, un mucchio di lettere e di telegrammi. Se non ci fossero di mezzo i patimenti di questa vitaccia, che sopprime il sacerdote e distrugge l'uomo, direi che il Tribunale di guerra mi ha reso un segnalato servigio.»

L'affezione per sua sorella è nota a tutti coloro che leggono le sue lettere datate da Finalborgo e indirizzate alla «cara Teresa». Sono lettere castrate e scritte nella condizione di un uomo che non può dire quello che sente e che vuole. Ma in esse è il pathos di un'anima addolorata. C'è la tenerezza di chi soffre della separazione e della lontananza. E la sorella lo ricambia di pari affetto. La sua assenza è il suo strazio. Per liberarlo, ha messo sossopra mezzo mondo. Ha mandato una lunga epistola all'episcopato italiano—ha scritto al presidente dei ministri e ha fatto bussare, a insaputa del fratello, fino alle porte reali.

In mezzo a noi, don Davide, non ha mai fatto sentire il prete. Egli era un compagno che prendeva parte alla discussione, che si adattava in un modo mirabile alla vita comune, e che rideva delle nostre risate come un giovialone che non si ricorda della condanna.

__I forzati.__

Il «forzato» è colui che sta scontando la sentenza che gli ha inflitto il vecchio codice. Lo si può dire il martire del bagno penale. Nessuno ha subito le sue torture. Egli è passato attraverso tutte le sevizie che sono nel regolamento composto dagli «estratti dei regi bandi del 22 febbraio 1826». Un'infrazione qualunque, come quella, per esempio, di essere reo di bestemmia o di imprecazione contro l'onore e la riverenza dovuta alla Maestà di Dio, alla Beatissima Vergine ed a tutti i santi, lo avrebbe mandato croatescamente sulla panca a ricevere la punizione di parecchie «bastonate». Tutti noi, compresi i direttori dei reclusori, possiamo smarrire qualche cosa senza crederci, per questo, meritevoli di punizioni corporali, non è vero? Il forzato che perdesse il semplice libretto di «massa» viene invece disteso sulla pancaccia della bastonata!

Istigando alla disubbidienza o all'ammutinamento o rivoltandosi contro i «suoi custodi», il galeotto incorreva «nelle pene corporali estensibili sino alla morte».

Il bastonatore era sempre un grandiglione dalle braccia poderose che faceva divenire alto il sedere con colpi che strappano dei misericordia!

L'abito del forzato differisce da quello del recluso. Il forzato a vita indossa una giacca rossa, porta una callotta verde alta e rotonda, ed ha sul cuore una striscia nera sulla quale è stampato il numero di matricola.

Il forzato a tempo ha la callotta scarlatta e la striscia di un verde slavato. Se vedete un camerotto o un cortile di queste «facce da galera», vi sentite correre per la schiena i brividi dello spavento. Provate gli orrori di sapervi dinanzi ai sanguinarii che hanno fatto a pezzi le donne, squarciata la gola agli uomini e spaccato il cranio ai bimbi. Il loro abbigliamento e il loro viso galeottizzato triplicano la ripugnanza che vi ispirano.

Non appena il forzato entrava nello stabilimento di pena, gli completava latoiletteil fabbro, un altro collega che gli ribadiva al malleolo l'anellone di ferro massiccio della catena. Il catenone a diciotto maglie era così lungo e così pesante che nessun forzato, per quanto forte, sapeva stare in piedi più di un'ora.

Uno di questi sventurati di Finalborgo mi descriveva tutta quella massa di ferro, che il codice gli imponeva di trascinarsi dietro fino a sentenza finita, con queste parole:

«La maniglia—come chiama lui l'anellone—era assai diversa da quella che mi vedete ora. Era un grosso cerchio che mi dava un grande fastidio. Di giorno mi lacerava le mani a ogni movimento e di notte, con la parte mal ribadita, mi scorticava l'altro piede tutte le volte che mi voltavo addormentato. Mi alzavo con la gamba stracca e indolenzita.

«Il catenone mi tribolava dalla mattina alla sera. Non sapevo dove metterlo. Se me lo tiravo sui fianchi, non sapevo reggerlo più di dieci o quindici minuti. Erano minuti di spasimi. Se me lo tenevo sospeso con le mani, dovevo abbandonarlo non appena mi dolevano le braccia. E se me lo ammucchiavo sulla spalla o sul braccio sinistro, sentivo subito il bisogno di levarmelo.

«Erano dei quintali che mi indemoniavano. Non era che in terra, seduto sulla pietra, incatenato al grande anello di ferro confitto nel rialzo del granito della cella, che potevo trovare un po' di quiete. Con la maggior parte del peso sul suolo, si poteva tirare il fiato. Ma tutti noi, di questi ambienti, sappiamo che il moto delle gambe è questione di vita. Guai al condannato che poltrisca nella disperazione! La sua sentenza si estingue presto. Egli si avvia col treno lampo al sepolcro.»

—E adesso, quest'altra di quasi due chili di ferro, che vi penzola dalla gamba, vi rompe le scatole?

—Una catena alla gamba, coll'anello massiccio che non si può rompere che colla morte o nel giorno in cui avete finito di espiare la pena, è un tormento senza nome. Quante volte questa catena mi ha fatto pensare al suicidio!

Il galeotto di questo straziante periodo, che si chiuse, credo, nel 90, veniva accoppiato con un altro.

Il compagno di «branca», vale a dire di catena, rimaneva indivisibile per degli anni e degli anni. Attaccati allo stesso anellone del macigno, dovevano dividersi, con la noia penosa dell'unione coercitiva, il peso della catena e seguirsi ogniqualvolta uno si moveva.

Se, per esempio, il 387 si alzava, il 130 non poteva rimanere seduto. Se uno degli infelici aveva dei bisogni urgenti, l'altro si doveva accosciare rasente il mastello puzzolente e aspettare che facesse i comodi suoi. I passi di ciascuno dovevano essere studiati, e il desiderio del 387 doveva essere il desiderio del 130. Immaginatevi, mi diceva uno di questi forzati, di trovarvi appaiato con un tale che avesse la diarrea, come è toccato a me per tre mesi! O supponete, voi che siete educato, che non avete perduto tutto e che aspirate alla riabilitazione, di essere inchiodato allo stesso anello con un uomo volgare, magari brutale, magari capace di fracassarvi lo stomaco con un pugno per una parola mansueta che gli è andata nell'orecchio come una scudisciata!

—Ho letto una volta un libraccio che raccontava gli orrori degli inquisitori spagnoli. Certamente, leggendo, mi si accapponava la pelle. Ma non credevo che il Gutzman sia riuscito più feroce dell'inventore della «branca». Essa non vi fa scricchiolare le ossa contorcendovi, ma a lungo andare vi deturpa e vi masturba la vita assai più degli ordigni di tortura. Appaiato per degli anni con un grassatore o un brigante o un omicida! Pensateci un minuto e vi troverete col capogiro!

In generale il forzato, come lo abbiamo conosciuto noi, è buono. Nella zona della espiazione diventa un fratello che si intenerisce dei vostri dolori e vi rincuora alla speranza. A Finalborgo c'è stato un tempo in cui adempiva alla funzione pietosa d'infermiere Alfonso Carbone, un capo brigante che aveva della iena e che mutilava le sue vittime attorcigliandosi le loro budella intorno la mano. In infermeria, lo si poteva dire una suora di carità. Si alzava a tutte le ore, accorreva al letto di chiunque lo chiamasse e faceva di tutto per alleviare le sofferenze. Un compagno, che aveva passato dieci e più anni al «Castellaccio», mi raccontava della bontà di Cipriano La Gala. Egli, Cipriano La Gala, era là a scontare la prima condanna di dieci anni di isolamento. Fu un modello di condotta. Così irreprensibile che il direttore, signor Brunellesco, dopo sette anni, lo fece scatenare e mettere in compagnia di altri quindici galeotti. In sette anni il La Gala non aveva mai detto una parola alla guardia, che non fosse di ringraziamento. Nella vita in comune, egli era un agnello che si prosternava alla volontà del primo o dell'ultimo galeotto. Durante la sua residenza, non ebbe mai un rapporto, mai un accento che rivelasse l'eroe di tanti delitti.

In galera, ho conosciuto gente che sente la fratellanza come non la si sente all'aria libera. Ho conosciuto forzati che si sono levati il pane di bocca per darlo a chi aveva più fame di loro. So di un tale che si è tolto il panciotto, che si era pagato coi suoi denari—perchè il panciotto è una concessione del direttore o del medico—per regalarlo a un poveraccio senza fondo di massa, oppresso dalla tosse a scatti che non perdona.

La solidarietà per il diritto comune è nel grido difuori! fuori!di tutte le camerate, quando i forzati si credono curvati dall'arbitrio e vittimizzati dagli abusi. Spieghiamoci. Supponete che una guardia sia tanto cattiva da farvi punire per dei nonnulla o che il pane non sia che della mota malcotta e indigeribile. In galera non è ammessa la protesta, nè collettiva, nè individuale. Se voi dite: rifiuto questa gamella di minestra perchè è immangiabile, siete sicuro che vi si ordina di portare il vostro materiale lettereccio in magazzino e di andare diffilati ai banchi di rigore. Se vi fate registrare per un'«udienza col signor direttore», vi capita, novantanove volte su cento, che il direttore vi dice che siete un insolente e che fuori, prima di andare in galera, non mangiavate tanto bene e che per questa volta vi manda a mangiar meglio nel cubicolo, per una quindicina di giorni, con l'aggiunta della camicia di forza se osate lamentarvi.

Sovente alcuni forzati, si sottomettono alle punizioni individuali per richiamare l'attenzione del direttore su questo o quel sopruso. Ma quando il sopruso continua con maggiore accanimento e quando il direttore si ostina a «ignorarlo», allora i forzati perdono la pazienza e ricorrono alla violenza delfuori! fuori!.

__Un fuori! fuori!__

Uno di questi ammutinamenti è avvenuto poche settimane sono nella casa di pena di Padova. L'ultimo di Finalborgo è sotto la data del 3 gennaio 1896. Il direttore Codebò aveva assunta la direzione del reclusorio nell'ottobre del 1895. Egli vi era andato preceduto dalla fama di direttore «severissimo», d'un direttore, per esprimermi con la frase di un forzato, che terrorizzava con una disciplina di ferro.

Direttore di un reclusorio, egli voleva che imperasse il silenzio assoluto. Il guaio era che gli inquilini di questo bagno penale—come lo si chiamava mava prima—erano misti: cioè erano reclusi e forzati.

I primi, col nuovo codice, devono scontare la condanna senza parlare; i secondi, col codice vecchio, possono conversare sottovoce tra loro.

Il reclusorio poi deve essere a celle. E nel reclusorio di Finalborgo non ci sono che cubicoli, banchi di rigore e celle di punizione in Torretta. Nei lavorerii in comune avveniva, per esempio, che i reclusi dovevano tacere e i forzati potevano scambiarsi delle parole sottovoce.

Il direttore, per impedire che si mancasse di rispetto al regolamento, fece affiggere un ordine del giorno il quale ingiungeva di farla finita col chiasso. Forzati e reclusi lo stracciarono. Il direttore incominciò allora con le punizioni e i reclusi e i forzati si misero a gridare e a urlare che gli avrebbero fatto unfuori! fuori!

La sera prima, i più eccitati si erano scambiati degli abbracci e salutati con dei baci, dicendosi l'un l'altro: chi sa quando ci rivedremo!

Il giorno dopo si trovarono—come dicevano loro—decimati. In ogni camerata ne mancavano venticinque. Dove erano andati? Erano stati mandati via o erano in punizione?

La questione del malcontento generale non era mica limitata al «silenzio». I reclusi si lamentavano anche per altre cose. Essi dicevano, per esempio, che era antiumano e contrario all'igiene affollare i tavolati delle camerate di ottanta pagliericci. «Dormivano l'uno addosso all'altro come bestie.» Uno—mi si raccontava—che avesse avuto bisogno di sputare di notte, doveva mettersi sul sedere e sbattere l'espettorazione al di là dei piedi.

La direzione persisteva nel mantenere due soli—dico due soli—catini di zinco, d'un litro e mezzo o due d'acqua ciascuno, per ogni camerata. Alla mattina era una lotta. Tutti volevano lavarsi nel recipiente, e invece dovevano contentarsi di una manata d'acqua che raccoglievano nel cavo delle mani. Questo modo di lavarsi produceva un altro inconveniente: lasciava le pietre della camerata sempre umide. E anche la popolazione delle case di pena ha una paura maledetta dei reumatismi.

Nel subbuglio entrava anche la biancheria. Si cambiavano loro le lenzuola ogni quaranta giorni e le camicie lacere e acciabattate a intervalli di quindici giorni.

Ilfuori! fuori!era sempre in discussione. I più vecchi ricordavano ai più giovani che tale grido voleva dire una rivolta: e una rivolta di forzati e reclusi poteva avere delle conseguenze terribilissime.

Mentre si svolgeva nelle camerate il concetto di limitarsi a una protesta individuale, si sentirono dei gemiti e delle voci strazianti che uscivano dai banchi di rigore.

Ilfuori! fuori!fu un fatto compiuto.

Tutte le camerate furono in piedi. In ciascuna nacque un pandemonio indescrivibile. Le «asse dei pancacci»—mi diceva uno di loro—incominciarono a volare da una parte e dall'altra. Si urlava, si sgolavano ingiurie e si imprecava contro la giustizia. I reclusi aggiunsero al casaldiavolo il rifiuto della minestra. Nessuno di loro aveva voluto sporgere la gamella.

—Datela ai maiali! datela!

Un quarto d'ora dopo, lo stabilimento era invaso dalla truppa, dai carabinieri e dall'autorità locale.

Il direttore, seguito dai soldati, si presentò all'uscio del banco di rigore per sedare il tumulto.

I puniti gli risposero scaraventando al buco della spia una fiaschetta d'acqua. Gli spruzzarono la faccia e lo scalfirono in qualche parte.

Passò al cancello delle due camerate dei reclusi. Lo ricevettero con degli urli e dei gesti minacciosi. Lo accusarono di essere «causa di tutto il male» e lo coprirono di villanie.

L'eccitamento divenne così intenso che i capitani dei carabinieri e della fanteria dovettero pregarlo di ritirarsi.

Gli ufficiali, con delle buone parole, cercavano di calmarli. Promettevano loro tutto, compresa la giustizia. Ma, mentre riducevano una camerata alla ragione, le altre davano fuori e strepitavano dicendo che era meglio morire subito che continuare una «vita infame come questa». Dappertutto si schiamazzava e si levavano in aria i pugni come da gente determinata a tutto.

Qua e là si sentivano voci che domandavano un'inchiesta.

—Vogliamo la Commissione! Venga una Commissione da Roma!

A mezzogiorno erano nel reclusorio il prefetto d'Albenga e il sindaco di Finalborgo.

Il prefetto parlava loro con grazia. Incominciava i suoi piccoli discorsi così: Poveri sventurati! Ma li terminava dicendo loro che aveva pieni poteri civili e militari.

—Se non farete silenzio, mi varrò di questi diritti.

Fu come una dichiarazione di guerra.

Gli occhi dei forzati erano illuminati dalla vendetta.

Il capitano ordinò ilprontie ifucilisi curvarono verso la regione del petto dei rivoltosi.

Non ci volle altro. Nacque tra i forzati la gara di voler morir prima. Ciascuno si cavava la giacca, si sbottonava la camicia e si presentava ai fucili, gridando:

—Fuoco! fuoco!

Il primo di tutti fu Vitale—un forzato siciliano. Sbattuta in terra la giacca, diede un addio commovente ai compagni, ne baciò qualcuno stringendoselo al seno, e con un addio generale, un «addio a tutti», si mise innanzi ai soldati:

—Voglio essere il primo! Tirate! tirate! Fate fuoco! fate fuoco!

Coloro che hanno assistito a questa scena mi hanno assicurato che nessuno aveva mai veduta tanta gente offrire entusiasticamente la vita grama della galera alle palle militari.

—Avremo finito di tribolare! Fate fuoco! fate fuoco!

Ufficiali e soldati rimasero paralizzati. Sarebbe parso loro una vigliaccheria di tirare sulla moltitudine che voleva morire.

Il capitano, invece del fuoco, ordinò il pied'armi e si ricominciarono i discorsi.

Ci si disse che «eravamo tutti figli d'Italia, figli di una grande e bella nazione e che anche noi un giorno saremmo stati degni di farne parte».

Le parole affettuose passarono sui loro dolori come un balsamo. L'odio lasciava posto al moto del cuore.

Le mani dei galeotti irruppero negli applausi e le loro bocche incominciarono a gridare: Viva l'Italia! Viva l'Italia!

Ai reclusi venne fatto lo stesso discorso e anche nelle loro camerate risonarono i battimani e il: Viva l'Italia!

I soldati rimasero nel reclusorio tre giorni e i caporioni passarono sotto consiglio e andarono ai banchi di rigore per qualche mese. Dopo vennero quasi tutti traslocati in case di pena, ove la reclusione si svolge in tutto il rigore.

Il risultato è chiaro: ilfuori! fuori!fa delle vittime e lascia gli altri in una condizione peggiore di prima.

In galera non si protesta: si muore.

__L'influenza dei sanguinarii.__

Il Frezza e i «mozzi» nostri amici.

In galera, anche se siete superbiosi o illustri, diventate così piccini che, in meno di due mesi, non ricordate più se eravate qualcuno. L'ambiente e i compagni vi sfasciano e vi disperdono il passato e vi mettono sur una base d'eguaglianza sulla quale i livellatori del tempo cromwelliano non troverebbero da ridire.

Tra voi e gli assassini della Carcano di via Torino non può essere che questa differenza: che se non siete sanguinarii come lo Zanzottera e il Coturno, non dominate la camerata e non suscitate l'ammirazione dei vostri colleghi di catena che idolatrano il coraggio infuturato nelle pagine dei delitti celebri.

I sanguinarii, raccontando i romanzi della loro vita, crescono di fama ogni giorno, diventano temuti e assumono, sovente, il posto di «capo di società»—il posto più eminente al quale possa aspirare chi indossa la casacca del forzato. Perchè il «capo di società» è l'arbitro o il despota dei «paesani» o dei «patriotti».

È lui che scioglie le contese e che ordina il boycottaggio di questo o quel galeotto sospetto di delazione o di essere il confidente di qualche agente di custodia. Quando il «capo di società» sussurra all'orecchio degli altri il nome del «traditore», lo sciagurato si trova in una condizione peggiore del landlord crudele in Irlanda. Egli non solo subisce l'isolamento del coleroso, ma è respinto da tutte le camerate.

Le autorità del penitenziario sono obbligate a curvare la fronte dinanzi a questa sentenza invisibile che infligge al malnato una specie di ostracismo sociale. E quando non vogliono sottomettersi alla legge galeottesca, avviene sempre qualche inaffiata di sangue. Mi spiego con una di queste tragedie che si è svolta nel bagno di Castellaccio nel 1880. Due galeotti—un abruzzese e uno di Terra di Lavoro—vennero assunti come «mozzi», cioè come persone di servizio. Una spia tra i «mozzi» diventa, in un bagno, una vera disgrazia in famiglia, mi diceva uno dei miei amici forzati, ora in un altro bagno. Nessuno si arrischia più a mandare un addio a un «paesano» nella camerata in faccia.

L'odio per la spia è il sentimento che signoreggia tutti gli altri. In ogni galera e in ogni carcere giudiziario voi trovate sulle pareti, sui cancelli, lungo i corridoi e per i muri dei raggi di passeggio un solo pensiero che nessun direttore è mai riescito a far cancellare, questo:—Morte aiboia! Iboia, cioè le spie, cioè i Petito, non hanno quartiere. Sono considerati dei rognosi e presi a pugni e spesso a coltellate. Dove è uno di loro, l'ergastolano o il recluso o il detenuto non è più tranquillo. La sua vita rimane un tormento spasmodico fino alla sua scomparsa. Chi l'uccide diventa un eroe ed ha l'applauso generale, perfino, spesso, dei secondini che disprezzano le spie.

Francescone, della provincia di Caserta e Topino, di non so più dove, vennero incaricati di «accomodare la faccenda.» E costoro, senza giri fraseologici, proposero ai due «sospetti» il dilemma: o di smettere di fare il «mozzo»—occupazione che dava loro modo di fare la spia—o di prepararsi a morire.

I due mozzi che si credevano protetti dal personale del bagno, non vollero credere alla sentenza e tirarono innanzi a fare il loro mestiere. La cosa non andò per le lunghe. I due sanguinarii, con un pezzo di cerchio di mastello, si erano preparati due ferri affilatissimi. Il giorno in cui, nel cortile di passeggio, capitarono loro tra i piedi, non esitarono un attimo. Piombarono sulle «spie» a guisa di due «leoni». Una di esse cadde in terra come un sacco di cenci. Era morta. L'altra, ferita mortalmente, si contorceva e boccheggiava nel proprio sangue.

Il Francescone credo che sia ancora nel bagno Dalghera di Finalborgo, col numero di matricola 2031.

L'influenza del sangue, tra i criminali, la trovate pure nei «delitti di camerata». I delitti di camerata si limitano a tre: amori turpi—scoppi di odio personale—e vendette covate a lungo.

I primi possono infiammare o eccitare i galeotti fino all'omicidio—l'odio personale può erompere con una morsicata che mangi via il naso o strappi fuori un orecchio o lasci un guazzo sanguinoso nel collo—e la vendetta—specialmente tra i delinquenti del Mezzogiorno, quali erano quelli di Finalborgo—si compie quasi sempre con lo «sfiguramento». Vale a dire facendovi uno sberleffo che vi renda orribili tutta la vita, come la celebre fioraia milanese scomparsa dalla scena col viso illustrato dal rasoio di un malnato.

Nel bagno di Castellaccio, per esempio—diceva il mio informatore che aveva passata la gioventù in parecchi bagni—le «tagliatine di faccia» erano avvenimenti quotidiani.

Mi pregava però di credere che coloro che si «abbandonavano a questi brutti scherzi» erano tutti «avanzi di galera».

—E voi credete che queste esplosioni di collera malvagia elevino gli autori di qualche gradino sugli altri?

—Senza dubbio. Sarà qualche volta anche per paura. Ma è certo che questi misfatti, se non hanno, s'intende, la disapprovazione della maggioranza e dei cosidetti capi di società, costituiscono, più che un merito, una prodezza che dà dell'influenza in mezzo ai compagni.

«Ve ne posso dare la prova, rimanendo qui dove siamo. Voi sapete che in questo reclusorio, due anni sono, la moltitudine dei condannati era composta di napoletani e di siciliani. Per una ragione o per l'altra erano nati, tra loro, odii implacabili. Una popolazione aveva giurato di estinguere l'altra. Mancavano loro le armi. Ma c'era un fabbro. E questo fabbro calabrese, che li armò tutti di uno spuntone micidiale, entrò nella testa dei galeotti come un dio. Non c'era più che lui. Lo si venerava e coloro che potevano gli baciavano la mano con la quale aveva fabbricato gli strumenti da sventrarsi l'un l'altro.

—Avvenne poi lo scontro?

—Sono stati armati sette mesi, aspettando tutti i giorni un'occhiata, o un gesto, o una parola per rovesciarsi, napoletani contro siciliani. Ma i capi di società che avevano dato ordine di guardarsi bene dal provocare qualcuno della parte nemica, evitarono il disastro di un conflitto inaudito rimandandolo di settimana in settimana. Io ne rabbrividisco ancora.

«Il Natale del 96 dissipò ogni malinteso. I capi si rappattumarono, e i siciliani e i napoletani si abbracciarono per organizzare il fuori! fuori!

—So che c'è qui anche il Frezza, l'assassino di Raffaele Sonzogno, il direttore dellaCapitaledi Roma.

—C'era. È partito, qualche giorno prima del vostro arrivo, per il bagno, credo, di Civitavecchia.

—Che tipo era?

—Un tipo ignorante. In ventisei o ventisette anni di galera, è rimasto l'imbecille del processo. La sua mania era di credersi un personaggio politico—un uomo che aveva «fatto il colpo» per ordine di Garibaldi.

«Mentre tutti noi, che disprezziamo il sicario, gli dicevamo che non era che un vile accoltellatore che ammazza per una somma qualunque. Qualche volta si sentiva umiliato e qualche volta scattava con una caterva di improperii!

—Diceva mai nulla di Luciani?

—Ch'era contento di sapere che portava la catena come lui. Quando era abbattuto e si sentiva stufo di questa vita che non gli dava mai un barlume di speranza, lo chiamava la sua «disgrazia». Senza l'amico del Paino dell'Olmo, egli diceva che non sarebbe mai andato all'ergastolo.

__Callegari Sante.__

Il Callegari Sante, uno studente di scultura, di diciassette anni, che fece parte del cosidetto «processo dei giornalisti», si è trovato nel vagone cellulare che lo conduceva a scontare i suoi diciotto mesi di casa di correzione, con il Frezza. «La nostra prima tappa, mi disse questo minorenne, doveva essere Bologna. I miei compagni di viaggio erano quasi tutti condannati per reati comuni. Nelle celle del vagone mi parevano tante bestie. Parecchi di loro erano usciti dal reclusorio di Finalborgo ed erano sulla strada dei penitenziarii sparsi per l'Italia meridionale. Vicino alla mia cella era un certo Frezza, del quale non avevo mai sentito il nome—nome che ignorerei forse ancora, s'egli non mi si fosse rivelato per l'uccisore del povero Sonzogno. Quantunque separato, sentivo un bisogno prepotente di scappare lontano da questo ributtante assassino. Ma ero legato come un salame e nessuno dei carabinieri mi avrebbe cambiato cella. Durante il viaggio non fece che parlare. Quanto più si andava innanzi, tanto più mi diventava interessante.

—Non credi ch'egli abbia voluto personeggiare il Frezza? Perchè avevo sentito dire o letto in qualche giornale che era morto.

—Può darsi anche questo, ma non credo. Per quale ragione mi avrebbe infinocchiato, se io non lo conoscevo e se fra qualche ora ci saremmo separati per non vederci più mai?

—Continua.

—A suo modo mi svolse il dramma, persistendo a ribadire il chiodo che il suo delitto era politico.

«Prima di arrivare a Pesaro, ove dovevamo fare tappa, perchè viaggiavamo tutti per «corrispondenza», il Frezza mi si era palesato per un individuo d'animo piuttosto mite. Le dirò un fatto il quale prova che è in lui un fondaccio morale. Dall'altra parte della sua cella era una ragazza condannata per i tumulti nei dintorni di Bologna. Io non potevo vederla. Era ciarliera e un po' licenziosa. Diceva parole poco convenienti alla età sua. Il Frezza le fece una predica. Pareva un padre che desse una lavata di capo alla propria figlia!

«Tra il vagone cellulare e la carcere di sosta, mi trovai accoppiato con questo sciagurato. È piuttosto alto che basso, è snello ed ha un non so che sulla grinta che pare della malizia diffusa sulla faccia di tutti i galeotti.

«Mi raccontava che aveva lasciato il bagno penale di Finalborgo e che la sua nuova destinazione era Barletta.

«—Questo, mi disse, è il mio dodicesimo trasloco in trent'anni di bagno!

«Lungo il viaggio mi offerse continuamente del suo pane e del suo salame.

—Quanto tempo impiegasti da Milano a Urbino?

—Sette giorni per un viaggio di dodici ore! A Urbino entrai nella R. Casa di correzione—un grande edificio che pare un palazzo, situato nella parte più alta della città—e, tutto sommato, non mi trovai male. Ero il numero 362. Quando me lo cucirono al camiciotto mi parve di sentire l'ago entrare nel mio cuore. Che impressione diventare un numero! Questo stabilimento—come lo chiamano la direzione e gli inquilini—ha parecchie officine, quattro dormitorii, in ciascuno dei quali dormono trentaquattro corrigendi, e due vasti cortili per il passeggio. Ci mandavano a dormire alle sette e ci facevano alzare alle sette. Era la cosa più noiosa della casa di correzione. Dodici ore di letto duro come il macigno, quando si è giovani, sono troppe. Prima della campana io stavo là supino, ad occhi aperti, colle gambe impazienti di sdrucciolare dal letto.

—Non vi si facevan fare gli esercizi militari?

—Sì, tre volte la settimana.

«I miei compagni erano tutti minorenni e tutt'altro che simpatici.

«Mi consideravano, per le mie idee, un ladro. Dicevano che volevo la roba degli altri. Erano sboccaccioni che mi facevano schifo. Sono esseri degradati, depravati, rotti a tutti i vizi. Mi accapigliai con uno di loro che mi insultava e andai in cella di rigore, dove mi si indossò la camicia di forza per alcune ore. Al mio avversario la lasciarono per alcuni giorni.

«Del direttore posso dire tutto il bene. Egli mi procurò i mezzi di stare in esercizio, facendomi lavorare come scultore in legno. Riuscii a fare il busto di Raffaello ed altri lavori lodati dal «capo officina» e dallo stesso direttore. Il capo officina, prima che me ne andassi, volle baciarmi. Tenendomi tra le sue braccia continuava a dirmi di non dimenticarlo e di dire a mia madre che nella casa dei corrigendi avevo trovato «una brava persona, onesta e degna del mio affetto!»

«Il nostro vitto era come quello, probabilmente, delle altre carceri. Una pagnotta nera e una minestra che aveva tutti i sapori, all'infuori di quello della nostra minestra. Il Natale lo passammo maledettamente male. Ci aggiunsero al solito vitto un boccone di carne che non m'invogliava ad averne dell'altra, e un quarto di litro di vino che mi bruciava la gola.»

__Studio galeottesco.__

L'uguaglianza di trattamento non impediva ai forzati di avere una grande simpatia per gli inquilini della quinta camerata e di manifestarla tutte le volte che capitava loro l'occasione. Alla mattina e alla sera, per esempio, venti o trenta forzati addetti ai lavori del reclusorio passeggiavano nel cortile sotto le nostre finestre. Il tintinnìo delle loro catene ci chiamava al davanzale, cogli occhi tra il cassone e la ferriata. E loro, passeggiando, con dei cenni rapidi, con degli inchini che nessuno, all'infuori di noi, poteva avvertire, con dei palpeggiamenti di berretta che parevan grattamenti di capo, con dei rovesci d'occhi che mi andavano al cuore, o dei movimenti di labbra che sfuggivano alla sorveglianza, ci salutavano, ci davano il buon giorno e la buona sera, ci infondevano coraggio e ci traducevano la loro impotenza a fare qualche cosa per noi.

La loro passeggiata era per me uno studio. Notavo il loro modo di andare in su e in giù e chiamavo Romussi e don Davide Albertario a constatare che il loro passo rivelava il galeotto. Dimostravo loro come un Jean Valjean avrebbe potuto essere scoperto dal segugio di polizia anche vent'anni dopo, vestito con eleganza, in una sala immensa affollata di signori che la percorressero conversando.


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