Che quel manifesto essendo stato colpito da sequestro della Procura Generale, fu eseguito l'arresto d'uno degli spacciatori, ma alcuni operai cominciarono subito a tumultuare ed astenersi dal lavoro, reclamando la liberazione dell'arrestato.
Che informato di quanto avveniva in quella località, l'accusato Turati vi si recò subito coll'ora condannato in contumacia Dino Rondani e parlando agli operai promise d'intromettersi presso le autorità onde l'arrestato fosse posto in libertà, e raccomandando loro di rimanere tranquilli, disse che quello non era il momento opportuno per scendere in piazza, che quel momento lo dovevano scegliere loro, e non la questura, e che quando quel momento fosse venuto egli sarebbe stato con loro, a fare le fucilate.
Che il Turati recatosi dal Questore, dal Procuratore del Re ed alla Prefettura, ripetè con parole certo meno accentuate lo stesso concetto, ed ottenne la liberazione dell'arrestato, la quale fu concessa nella speranza di evitare mali maggiori. Recatosi nuovamente il Turati dagli operai rese conto della sua missione e si allontanò.
Che poco dopo, in una via adiacente, mentre le guardie rientravano alla loro caserma, furono accolte da una fitta sassaiola, ed intervenuta la truppa fu necessario far uso delle armi. Una guardia di P. S. venne uccisa da un colpo di revolver partito dai tumultuanti; rimase pure morto un operaio e vi furono diversi feriti.
I tumulti cominciati nella sera ebbero disgraziatamente seguito nel mattino del 7; gli operai, parte volontari e parte costretti dai compagni, disertarono gli stabilimenti, la rivolta si propagò in varie parti della città, sorsero barricate, furono saccheggiati palazzi e negozi, ed in quel giorno e nei successivi 8 e 9 la truppa si trovò sempre di fronte ai rivoltosi, dovette far uso delle armi e vi furono morti e feriti.
Che, premesse queste constatazioni generali, è d'uopo esaminare da quale causa ebbero origine i tumulti. Si volle far credere, che quanto successe in quei giorni in Milano non fu che un movimento teppistico, ma troppi argomenti stanno a provare che fu l'effetto di teorie sovversive da lungo tempo instillate negli operai dai vari circoli socialisti e repubblicani, i quali tendevano con metodi diversi ad un unico fine, quello di mutare violentemente la costituzione politica dello Stato.
In altra sentenza in questo Tribunale fu già affermato che i moti scoppiarono improvvisamente, che i capi dei vari partiti furono sorpresi dagli avvenimenti, e questo giudizio viene ancora confermato dalle risultanze di questo dibattimento. Questa è certo l'unica ragione per la quale i partiti non hanno potuto prendere accordi definitivi, quali dovevano essere nel loro pensiero. Nè la riunione in casa del dott. Ceretti, nè il tentato, ma non avvenuto convegno all'Italia del Popolofra repubblicani e socialisti, sono sufficienti per provar con certezza l'esistenza di un concerto sul mezzi d'esecuzione, ed i nuovi elementi sorti dalla discussione di questo processo non sono tali da infondere nel Tribunale una diversa convinzione.
Nessun fatto è venuto a dimostrare un accordo fra i tre odierni accusati, non constando che nei giorni dei tumulti, ed in quelli che li precedettero, si sieno riuniti, se anche per mezzo d'interposte persone abbiano potuto concertarsi fra di loro per dirigere l'insorto movimento.
Mancando la prova del concerto, rimane ad esaminare quale fu la parte che ciascuno di essi ha individualmente preso nella preparazione degli avvenimenti e nei giorni della sommossa.
Dai rapporti esistenti in atti consta che il Turati è certo la personalità più spiccata ed influente del partito socialista milanese. Direttore e redattore dellaCritica Sociale, scrittore nellaLotta di Classe, fondò circoli socialisti ed attrasse nell'orbita del suo partito numerose società di operai, inspirando in essi l'odio di classe, e promuovendo leghe di resistenza verso i padroni. Fu già condannato per un articolo scritto dopo la condanna di De Felice.
Altra volta lo fu per la pubblicazione di un almanacco socialista e nelle dimostrazioni del 1896, parlando al pubblico tumultuante, elogiò gli studenti di Pavia, i quali per impedire la partenza di soldati per l'Africa avevano svelte le rotaie della ferrovia e fu con quelle parole causa dei disordini che poco dopo successero alla Stazione centrale.
Nei numerosi suoi scritti trapela sempre il disprezzo per le istituzioni e l'esercito. A lui si deve l'Inno dei lavoratori, divenuto il grido di guerra dei socialisti. È designato quale autore, insieme al Rondani, del manifesto ai lavoratori italiani, di cui si è sopra parlato. Certo egli ne ebbe conoscenza prima che fosse divulgato.
Come già si è detto, nel 6 maggio, volendo raccomandare ai tumultuanti la calma e di attendere il momento opportuno, parlò in modo da incitare maggiormente, ed il maggiore cav. Montuori, colà comandato pel mantenimento dell'ordine, chiese al funzionario di pubblica sicurezza che era là in servizio di potere agire o di far ritirare i soldati, non volendo che questi assistessero a quelle esortazioni alla rivolta.
Nel pomeriggio del successivo giorno 7, in prossimità delle barricate di P. Venezia, sentendo l'avv. Cavalla rimproverare alcuni giovinetti che si munivano di sassi, osservando loro che era da pazzi esporsi a morire in quel modo, il Turati si rivolse a lui aspramente dicendogli in tono da poter essere sentito dai rivoltosi: «I cadaveri servono a qualche cosa. Essi sono le pietre miliari delle conquiste avvenire del popolo»; e chiamato a sè il Rondani, se ne andò con lui, dicendo: «Qui nulla più vi è da fare, andiamo a Ponte Seveso.»
Si recò invece alla Stazione centrale, si abboccò col noto Mantovani, esso pure condannato in contumacia, e nel giorno successivo si ebbe il manifesto ai ferrovieri e poscia il tentato sciopero dei macchinisti e fuochisti che potè essere fortunatamente scongiurato.
L'accusato De Andreis, fino dall'epoca in cui era studente, professò apertamente opinioni repubblicane, fondò giornali, fece attiva propaganda delle sue teorie, coll'istituzione di circoli, conferenze e discorsi pubblici, tendenti sempre allo scopo di cambiare violentemente alla prima occasione la costituzione politica dello Stato, parlando sempre con sarcasmo della persona del Re e della sua reale famiglia.
A dimostrare quali sieno sempre state le sue idee, basterà ricordare che, avendo il giornale laProvincia di Parmariferito un suo discorso fatto in commemorazione della morte di Mazzini, osservava che gli aveva fatto dire essere necessaria unaevoluzione, mentre egli intendeva unarivoluzione.
Nelle feste cinquantenarie dello Statuto parlando alle Società radicali riunite al monumento di Garibaldi, disse che il popolo per ottenere le sue rivendicazioni non ha altro mezzo che il voto e la carabina. Nei primi giorni dello scorso maggio adempiendo ad un incarico avuto dal Comitato centrale repubblicano italiano, del quale era uno dei cinque che lo costituiscono, fu, durante i tumulti, a Parma, Piacenza e Pavia per osservare quanto vi succedeva.
Era collaboratore ed ispiratore di articoli del giornale l'Italia del Popolo, organo del partito repubblicano, di quel giornale che nel suo numero del 7 maggio, a disordini già cominciati, scriveva che i tutori dell'ordine avevano sete di sangue. Nelle cartelle trovate negli uffici di quel giornale ve ne era una nella quale stava scritto che il De Andreis fin dal mattino si trovava a Porta Venezia per protestare contro le violenze dell'autorità.
Sempre nel giorno 7, fu visto in varie località ove vi erano rivoltosi. Mentre era in casa, due giovinotti lo andarono a cercare per condurlo all'Italia del Popolo, ove erano riuniti vari repubblicani, e nel recarvisi, lungo il corso Garibaldi, parlò in modo sospetto con varie persone estranee a quel quartiere, poco prima che vi si erigessero le barricate.
Che verso le ore 15 il De Andreis si trovò sul corso Venezia in un punto ove la via era sbarrata dalla truppa ed ivi, avendo chiesto al tenente dei Reali Carabinieri cav. Petella di farlo passare avanti, questi gli raccomandò d'interporsi per far cessare i disordini, al quale invito il De Andreis rispose: «oramai è tardi, vi è sangue».
Che, sebbene a queste parole siasi dall'accusato e da qualche testimonio, che pretendeva essersi trovato presente, cercato di dare la significazione dell'impossibilità in cui si trovava di far valere la sua autorità, pure, pel fatto d'essersi trovato colà ove nessuna ragione lo giustificava, e pel modo col quale furono pronunciate le parole stesse, lasciano nel Tribunale la convinzione che egli approvava la rivolta, tanto che il Petella indignato ebbe a rispondergli: «peggio per loro», ed ebbe anche l'idea di arrestarlo, ma ciò non fece perchè in quel momento doveva attendere ad urgenti incarichi.
Il Morgari è, al pari del Turati, socialista, attivo propagandista del suo partito; quando scoppiarono i disordini in Milano, si trovava a Torino, di dove partì dopo che i giornali di quella città annunaziarono che qui la rivolta era domata. Si fermò a Magenta, prese il treno che lasciò prima di giungere a Milano ove entrò a piedi inosservato. Egli disse che era venuto per assumere informazioni sui moti per conto del giornale l'Avantie per poterne riferire in una seduta dei deputati del suo partito che doveva tenersi a Roma nel giorno 12 di quel mese.
Non risulta quanto abbia fatto dalla sera del 9 a tutto il 10; si sa che nel giorno 11 era a Lugano di dove andò direttamente a Roma, ed ove fu arrestato nel giorno 14.
Ritenuto, per quanto sopra, che la propaganda fatta dal Turati e dal De Andreis, nei circoli, colle conferenze, discorsi e pubblicazioni, la parte che entrambi hanno preso nei giorni 6 e 7 scorso maggio durante i tumulti, e della quale si è sopra parlato, costituiscono quel fatto diretto a suscitare la guerra civile ed a portare la devastazione, il saccheggio e la strage, contemplato dall'art. 252 del Codice penale, e punibile nella specie a senso dell'ultima parte dell'articolo stesso, essendosi ottenuto l'intento, perchè essi non potevano ignorare quali dovevano essere le conseguenze dell'odio che avevano seminato fra le varie classi sociali, epperciò è da ritenersi che essi le abbiano volute, e sono quindi da considerarsi come cooperatori immediati e come tali penalmente responsabili.
Ma per quanto riguarda il Morgari la sua colpabilità non può ritenersi accertata, sebbene il modo col quale si è clandestinamente introdotto in città, darebbe a dubitare sul vero scopo della sua venuta.
dichiara non essere sufficientemente accertata la colpabilità del Morgari per l'ascrittogli delitto.
Visti gli art. 485, 486 del Codice penale per l'esercito;
Lo assolve ed ordina che sia posto in libertà, ove non sia per altra causa detenuto.
Dichiara colpevoli gli accusati Turati Filippo e De Andreis Luigi del solo delitto di cui all'art. 252 del Codice penale in correlazione all'art. 63.
Visti altresì gli articoli 31, 33, 39 e 40 del Codice stesso,
Li condanna entrambi alla pena d'anni dodici di reclusione, all'interdizione perpetua dai pubblici uffici, all'interdizione legale durante l'espiazione della pena e nelle spese di procedimento.
Milano, 1.º agosto 1898.
__La sentenza nel processo dei giornalisti.__
La sentenza, dopo avere ricordato i titoli di imputazione, continua:
Ritenuto che alla pubblica discussione, per la lettura dei documenti, per la deposizione dei testimoni e per le dichiarazioni degli accusati, sarebbe risultato in fatto: che da vario tempo si erano potentemente costituiti in Milano i partiti repubblicano e socialista, che crearono la Camera di Lavoro, vari circoli, associazioni e leghe di resistenza, le quali, sotto la parvenza del benessere materiale degli operai, dovevano nella mente dei capi essere per loro strumento da valersene in una propizia occasione.
Per far propaganda delle loro idee i partiti si valsero dei giornali l'Italia del Popoloe ilSecoloed altri ne crearono, quali laLotta di Classe,Il Popolo Sovrano, laCritica Socialee tutti uniti intrapresero un'attiva campagna sussidiata da frequenti conferenze, pubblicazioni di opuscoli e foglietti sovversivi, ispiranti negli operai e nei meno abbienti desiderii che non sarebbe possibile soddisfare e che lasciavano in essi sentimenti d'odio verso le classi più favorite dalla fortuna.
Che a questo odio concorrevano e lo attizzavano alcuni nuclei di anarchici i quali non perdevano occasione di pubblici comizi per portare in essi la nota del disordine e far propaganda delle loro teorie rivoluzionarie.
Che fra i giornali, l'Osservatore Cattolico, organo del partito clericale intransigente, per aspirazioni diverse da quelle di altri giornali, tendeva allo scopo di sconvolgere gli ordini politici, vagheggiante restaurazioni che allo Stato attuale sono impossibili.
Che tutti questi partiti, discordi nei principii, ma concordi nel fine, si valsero delle poco floride condizioni economiche del Regno per esagerare con fosche tinte le sofferenze del popolo, inviperendo l'odio fra le varie classi sociali.
Che i tumulti, avvenuti in varie parti del Regno, che si estesero a Piacenza e Pavia, agitarono profondamente la classe operaia in Milano, e nelle ore pomeridiane del 6 scorso maggio un fatto, che in altre circostanze sarebbe rimasto inavvertito, quale fu l'arresto di un operaio spacciatore di manifesti sovversivi, determinò i primi tumulti a Ponte Seveso e più tardi in via Napo Torriani, durante i quali vi furono morti e feriti.
Che quei moti repressi nella sera si ripeterono con maggior audacia ed organizzazione nei giorni 7, 8 e 9, estendendosi a tutta la città, mutandosi in aperta ribellione, la quale dovette essere repressa dalla forza armata con numerose vittime.
Che a disordini già cominciati e nel momento in cui si pubblicava il Regio Decreto che poneva, in istato d'assedio la Provincia di Milano, l'Italia del Popolo, ilSecoloe l'Osservatore Cattolico, a vece di far esclusivamente sentire una parola di pacificazione, scrissero articoli violenti, esagerarono i fatti già avvenuti, per cui l'Autorità fu obbligata a sopprimerli, ordinando l'arresto dei direttori e di alcuni redattori.
Che è ben naturale che ora degli avvenuti disordini ogni partito cerchi declinare da sè la responsabilità, tentando far credere che quello non fu un moto rivoluzionario, ma solo teppistico al quale concorsero i bassi fondi sociali; ma se è giusto ammettere che quel moto fu improvviso e che i capi di ogni partito furono sorpresi dagli avvenimenti, è fuori di dubbio che colla loro propaganda ne furono la causa, riservandosi di trarre profitto da quanto poteva succedere, e di ciò ne sono prova il fatto che alcuni capi si trovarono nei luoghi dei disordini, il tentato convegno di repubblicani e socialisti negli uffici dell'Italia del Popolomediante l'intromissione dell'avv. Garavaglia, e l'avvenuta riunione nella casa del socialista dott. Ceretti, entrambi rifugiati in Svizzera.
Che dall'esposizione generale dei fatti passando a stabilire le singole responsabilità, è accertato che i primi sette accusati, Callegari, Castelnuovo, Cerchiai, Gabrielli, Gruppiola, Baldini e Fraschini, nonostante le contrarie affermazioni di essi, sono tutti anarchici e non tralasciarono mai sino agli ultimi giorni di far propaganda delle loro teorie sovversive.
Il Callegari e il Castelnuovo poi presero parte ai disordini di via Napo Torriani ed a Porta Venezia e devono quindi rispondere anche di ciò: quanto all'Invernizzi nessuna prova si è raccolta a suo carico e deve quindi essere prosciolto.
Ritenuto, per quanto riguarda gli accusati Chiesi, Federici, Lallici, Cermenati, Seneci e Zavattari, che tutti ammettono di essere di fede repubblicana, ma varie sono le responsabilità e non tutti sono responsabili.
Cermenati fu arrestato qualereporterdell'Italia del Popoloed ilSeneci quale amministratore dello stesso giornale.
È constatato che quest'ultimo non scrisse mai articoli di colore politico; solo si occupò della parte amministrativa e dellaréclamee quindi nessuna ingerenza aveva nella redazione. Nulla dell'opera sua risulta incriminabile.
Il Cermenati nella sua qualità di redattore giudiziario e teatrale fu solo occasionalmente per deficienza di personale mandato dal direttore a Piacenza e Pavia per riferire sui fatti che là avvenivano e consta che non prese parte alcuna in quelle manifestazioni.
Nella stessa sua qualità fu pure in Milano dove avvennero disordini nella sera del 6 e nel mattino del 7 e l'unico fatto che gli si addebitava era quello di essere l'autore di due cartelle trovate nell'ufficio del giornale, ma una sola fu riconosciuta di suo carattere, quella cioè che descriveva fatti avvenuti con tinte meno fosche, e non incriminabili. D'altronde lo scritto di quella cartella non fu stampato, nè pubblicato.
Lo Zavattari, sebbene appartenga al Comitato repubblicano, non aveva altro incarico che quello della contabilità.
Da circa tre anni cessò da ogni agitazione e propaganda; nei giorni in cui avvennero i disordini fu sempre al suo posto alla Stazione centrale, consigliando la calma, mentre una sua parola avrebbe potuto far insorgere i facchini da lui dipendenti sui quali aveva molto ascendente. A carico quindi dei tre sunnominati non si riscontra reato.
Prescindendo ora dall'esaminare quanto il Chiesi ha potuto fare quale direttore dell'Italia del Popolo, esso, al pari del Federici, è di fede repubblicana.
Si volle che nel mattina del 7 maggio fosse sul corso Garibaldi a conferire con varie persone, ma questa circostanza non risultò sufficientemente provata.
Che aspirazione sua e del Federici fosse quella di giungere, anche con un moto rivoluzionario, all'instaurazione di un governo repubblicano, è facile ammetterlo, ma le risultanze della pubblica discussione non hanno posto in essere a loro carico alcun elemento sicuro dal quale desumere che essi in unione con altri concertassero e stabilissero con determinati mezzi di commettere il reato di cui agli art. 118, 120 Codice penale (fatto diretto a cambiare la forma di governo e a far sorgere in armi); nè questo elemento può ravvisarsi nella forse tentata, ma non avvenuta riunione di repubblicani e socialisti all'Italia del Popolo.
Il Chiesi e il Romussi, repubblicano il primo, radicale il secondo, negli articoli che da lungo tempo scrivevano sui loro giornali, attaccavano continuamente le istituzioni e le autorità, eccitavano all'odio di classe e con la lunga serie non interrotta di quegli articoli crearono l'ambiente dal quale scaturirono i recenti disordini: la loro opera, nella quale si mantennero sino alla soppressione dei loro giornali, costituisce il fatto materiale diretto a suscitare la guerra civile ed a portare la devastazione ed il saccheggio, come pur troppo avvenne, sebbene ciò non fosse in quel momento da essi desiderato e sia avvenuto per cause indipendenti dalla loro volontà.
Escluso un previo concerto tra il Chiesi ed il Federici ed altri, questi non può essere chiamato a rispondere del reato di cui all'art. 134 Codice penale, in correlazione agli articoli 118 e 120, ma solo di istigazione a delinquere commessa mediante discorsi e pubbliche conferenze, nelle quali espresse concetti che tendevano a sconvolgere gli attuali ordinamenti politici, mantenendosi in questo stato di propaganda sino al suo arresto, come emerse dalle lettere a lui sequestrate, le quali rivelano che anche in quei giorni era atteso in altre città per conferenze repubblicane, e dal fatto ancora della sua presenza negli uffici di redazione dell'Italia del Popolonello scorso 7 maggio.
E dello stesso reato deve rispondere anche il prof. Lallici pel fatto della costituzione del Circolo Adriatico Orientale d'indole prettamente repubblicana e per discorsi in pubbliche riunioni.
Non regge l'eccezione pregiudiziale da lui sollevata d'essere egli pei fatti stessi colpito da un Decreto di sfratto, poichè un provvedimento di P. S. non può avere effetto di escludere la competenza del Tribunale a conoscere dei fatti stessi.
Ritenuto, per quanto riguarda l'Oppizio, che egli, designato quale pericoloso socialista, fu arrestato in mezzo ai tumulti e scrisse nella sera del 6 il suo testamento dal quale risulta che scendeva in piazza, e devesi quindi ritenere che abbia preso parte ai disordini di P. Venezia e d'altre località, cade quindi sotto le sanzioni degli art. 196, 247 Cod. penale.
Ritenuto in ordine a Lazzari, Gatti, Ghiglione, Valera, Valsecchi e signora Kuliscioff che tutti appartengono alla parte militante più attiva del socialismo, che tutti sono propagandisti e da molto tempo non hanno trascurato occasione di riunioni e conferenze per eccitare gli operai e, per parte della signora Kuliscioff, le operaie a premunirsi contro i loro padroni, eccitando l'odio di classe, preparando il terreno alla rivolta, continuando nell'opera loro fino a che la rivolta scoppiò e della quale devono quindi ritenersi in varia misura istigatori.
Quanto al Del Vecchio nessuna prova è sorta a suo carico e deve essere assolto.
Osservato per ultimo a riguardo di don Albertario che gli articoli del giornale da lui diretto gareggiavano cogli altri di violenza così da attaccare con sottile ironia la Monarchia e le istituzioni, seminando l'odio di classe fra contadini e padroni e fra le altre classi sociali e distogliendo buona parte del clero da quell'opera di pacificazione che per la sua missione sarebbe destinato a compiere, costituendo in tal modo un fomite alla rivolta anche con articoli violenti, quando questa era già scoppiata.
Ritenuto che da quanto sopra è detto, essendo accertato che causa unica dei torbidi avvenuti in questa città fu l'opera di propaganda e sobillazione fattasi nei modi sovra indicati dagli odierni accusati, i medesimi devono tutti essere giudicati da questo Tribunale di Guerra che, istituito per giudicare i rivoltosi, è competente a conoscere tutti i fatti anteriori alla proclamazione dello stato d'assedio, i quali abbiano correlazione coi disordini avvenuti ed abbiano ai medesimi dato causa in qualunque modo e con qualsiasi mezzo siano stati commessi.
dichiara colpevoli Chiesi Gustavo e Romussi Carlo del delitto di cui agli art. 64, 252 e 246 Codice penale.
Don Albertario Davide del delitto di cui agli art. 246, 247.
Callegari e Castelnuovo del delitto di cui agli art. 252 e 248, tenendo conto dell'età inferiore agli anni 18 pel Callegari ed inferiore ai 21 pel Castelnuovo, ammettendo per quest'ultimo le attenuanti.
Cerchiai, Gabrielli, Gruppiola, Baldini e Fraschini del delitto di cui all'art. 248.
Oppizio del delitto di cui agli art. 190 e 249.
Federici, Lallici, Lazzari, Valera, Valsecchi, Kuliscioff del delitto di cui agli art, 246 e 247.
Dichiara non costituire reato i fatti portati a carico di Zavattari,Seneci e Cermenati e non provata la reità di Invernizzi e Del Vecchio.
Callegari Sante, anni 1 e 6 mesi di detenzione da scontarsi in una casa di correzione—Castelnuovo Umberto, anni 2 e mesi 1 di reclusione—Cerchiai Alessandro, anni 3 di reclusione e 3 di sorveglianza—Gabrielli Alfredo, 10 mesi di reclusione—Gruppiola Francesco, 1 anno di reclusione e 3 di sorveglianza—Baldini Domenico, anni 3 di reclusione—Fraschini Giuseppe, 1 anno di reclusione e 3 di sorveglianza—Chiesi Gustavo, direttore dell'Italia del Popolo, ad anni 6 di reclusione e 1 di sorveglianza—Federici avv. Bortolo, anni 1 di detenzione e L. 1000 di multa—Romussi avv. Carlo, direttore delSecolo, anni 4, mesi 2 di reclusione e anni 1 di sorveglianza—Lallici prof. Stefano, giorni 45 di detenzione e L. 50 di multa—Oppizio Angelo, anni 2 di reclusione e 2 anni di sorveglianza—Lazzari Costantino, anni 1 di detenzione e L. 300 di multa—Gatti Oreste, mesi 2 di detenzione e L. 50 di multa—Ghiglioni Achille, anni 1 di detenzione e L. 300 di multa—Valera Paolo, anni 1 e mesi 6 di detenzione e L. 500 di multa—Valsecchi Antonio, mesi 1 di detenzione e L. 50 di multa—Kuliscioff Anna, 2 anni di detenzione e L. 1000 di multa—Don Davide Albertario, direttore dell'Osservatorio Cattolico, 3 anni di detenzione e L. 1000 di multa.
Cermenati Ulisse—Del Vecchio Enrico—Invernizzi Pietro—SeneciArnaldo—Zavattari Pietro.
__I giornalisti che assistevano ai processi.__
Foto: 1 Prof. Nicoletti,stenografo2 Tedeschi 3 L. L. Bevacqua 4 Avv. D. Archinti 5 Dott. Giuseppe Bolognesi 6 Italo Bianchi 7 Ing. Giovanni Biadene 8 Cav. Leopoldo Bignami 9 A. G. Bianchi.
I giornalisti non sono ammessi ai Tribunali militari che muniti della tessera, rilasciata dal Comando del terzo Corpo d'armata. Ne copio una per conservare il documento:
«Milano, addì 22 maggio 1898.
«Si autorizza il signor Tal dei Tali ad assistere alle udienze del Tribunale di Guerra nei locali di S. Angelo e Castello Sforzesco, con facoltà di redigere i resoconti dei processi.
«Si avverte che il resoconto dei processi dovrà essere puramente oggettivo¹ e sarà presentato per il visto al R. Commissariato, via Brera 15.
¹ L'essere oggettivo non voleva dire niente. La cancellatura veniva fatta tutte le volte che l'Autorità lo credeva conveniente. Potrei citare gli episodi delle cancellature.
«Una copia del giornale nel quale sarà stampato il resoconto dovrà essere spedita al R. Commissariato.
«Per il R. Commissario«IL COLONNELLO RAGNI.»
Conosco quasi tutti ireportersal nostro processo. Il più vecchio è probabilmente Leopoldo Bignami, qui per laStampadi Torino. Quando scriveva per ilPungolodi Leone Fortis era fegatoso e io lo chiamavo un latrinista della penna. Adesso mi pare si sia modificato. Non voglio offendere nessuno. Ma credo che il più illustre tra loro sia l'A. G. Bianchi, delCorriere della Sera. Da semplicereporterdi fatti cittadini è diventato uno dei più distinti scrittori di criminologia. Tra i molti suoi libri, conosco ilMondo criminale italiano, scritto con Ferrero e Sighele, e ilRomanzo di un delinquente nato. Pochi possono aspirare al suo avvenire. La bontà di Giuseppe Bolognesi è proverbiale. È la testa dell'Associazione lombarda dei giornalisti. Le ha dedicato più tempo che tutti i giornalisti presi assieme. Se volete vederlo in collera, toccategli la sua istituzione. È cronista dellaLombardia(ora delTempo) da quindici anni. Qui al Tribunale rappresenta ilPopolo Romano, L'Adige, ilResto del Carlinoe laNazione. Non conosco l'avv. cav. Usigli dellaGazzetta di Venezia, il giornale più forcaiolo d'Italia. Mi si dice che l'Usigli, assistendo al processo, da mangia-giornalisti sia diventato uno dei difensori degli imputati. Non ho modo di constatarlo. Vedo là in fondo il professore di stenografia Nicoletti che lavora senza alzare gli occhi. È lui che stenografa, parola per parola, tutto il processo per iTribunalidivenuti quotidiani. Il redattore capo dellaPerseveranzaè il cav. Bignami. Non so se sia lui che abbia scritto certi trafiletti e certi articoli dellaPerseveranza. So che qui è considerato un lebbroso. Non c'è alcuno, neppure l'Usigli o il Moschino dellaTribuna, che gli rivolga la parola. Lo si punisce coll'ostracismo. Gli è toccato sedere al tavolo dell'ispettore di questura. Se non è lui l'autore delle delazioni, doveva rinunciare al posto. Diamine, non si vive di solo pane. Mi dicono che il resoconto dellaPerseveranzalo faccia l'avv. Coridori e con una fedeltà che non trovate nelle altre colonne del giornale. Il secondo dei fotografati è il Tedeschi dellaProvincia di Brescia. L'Italo Bianchi è il cronista dellaSera. È alto e magro più di ogni altro cronista milanese e lo si vede in mezzo agli avvenimenti cittadini come un affamato di notizie. È buono e gli si vuol bene. Ci sono parecchi caricaturisti, ma non conosco che il Biadene. È un ingegnere che si è innamorato del giornalismo. Ha la matita pronta e la penna che illustra le sue illustrazioni. Come caricaturista non ha ancora trovato la testa che lo faccia diventare celebre. Gould, caricaturando quella di Gladstone, è diventato famoso in una mattina. Non ricordo il nome dell'artista che è diventato mondiale coi tre capelli di Bismark. Al processo il Biadene rappresenta iTribunali.
Vedo anche l'avv. Valdata, direttore di questo giornale. È il giornalista più coraggioso di queste giornate bestiali. È stato chiamato al Comando più d'una volta ed è stato minacciato della soppressione e del bavaglio due volte. Ma il direttore non è scappato e iTribunali, fino all'ultimo momento della serie quotidiana e, più tardi, nei numeri della serie settimanale, non hanno mai cessato di mantenersi indipendenti e di far sentire ai Tribunali di guerra che razza di zibaldoni erano le loro sentenze.
LaLombardiami ha fatto l'effetto di una vecchia sdentata. Non ha più sangue indosso. Il suo redattore al processo è l'avv. Desiderio Archinti. Quegli che gli è vicino è l'avv. Raspi, redattore delCommercio. So che è liberale. Ma non so dire l'atteggiamento del suo giornale, perchè non ho modo di leggerlo. L'altro in fondo è il Bevacqua, un buon ragazzo, ma un po' presuntuoso. Rappresenta laProvincia di Comoed è il critico teatrale del giornaleLa Sera.
Pag.
L'inverniciatore descrive il camerotto di S Fedele 7Il soccorso 23Il diario di un mese di Cellulare 35Noterelle del mio amico di matricola, maggio 1898 60La pagina intima del processo dei giornalisti 76In vagone cellulare: viaggio notturno da Milano a Finalborgola notte dal 24 al 25 giugno 1898 89L'arrivo al Reclusorio 97Filippo Turati 103Il cubicolo 116Nella quinta camerata 124Nequizie regolamentari—I pasti e le cimici 139Don Davide Albertario 147I forzati 154Un fuori! fuori! 161L'influenza dei sanguinari—I Frezza e i «mozzi» nostri amici 168Callegari Sante 174Studio galeottesco 179Il condannato in traduzione 191Anna Kuliscioff 203Gli ultimi giorni dei deputati e dei giornalisti al Cellulare 209La «colomba» e il linguaggio dei detenuti 219Note autobiografiche del deputato Luigi De Andreis 226Rivelazioni di un ergastolano 237Carlo Romussi 270La tristezza di Natale 280Gustavo Chiesi 291A Finalborgo studio degli altri galeotti 297Fra i passatempi dei condannati 307Costantino Lazzari 310Si muore di fame 317Achille Ghiglioni 342Io e Federici ritorniamo a Finalborgo 344I lavoratori della quinta camerata 349Ulisse Cermenati 365L'arresto dei redattori dell'Italia del Popolonarrato da un testimonio 368Al Tribunale di Guerra—Il primo Atto d'accusa, senza commenti 381Il secondo Atto d'accusa 392La sentenza contro i deputati 400La sentenza nel processo dei giornalisti 406I giornalisti che assistevano ai processi 412
Proprietà letteraria ed artistica riservata a sensi di legge.
… si aggruppavano alle altre aggruppate nel largo in facciaal bastione. (pag. 24). 25
… per liberarmi dal camiciotto che mi dava un tormentospasmodico … (pag. 67). 69
…. si veniva spinti e incassati dal carabiniere che aspettavail condannato dietro l'uscio. (pag. 90). 91
[Filippo Turati] 105
[Don Davide Albertario] 149
…ha l'aria di un uomo impagliato (pag. 182). 183
Passammo tra i commenti degli spettatori e filammo, in linea, per tre o quattrocento passi, fin dove ci aspettavano i veicoli. (Pag. 198). 199
[Anna Kuliscioff] 205
[1712 - Luigi De Andreis] 229
… non vedevamo che le onde del mare che venivano a frangersi sui vetri dei buchi rotondi. (pag. 245). 247
—Basta, basta, Signore Iddio! (pag. 253). 255
[Carlo Romussi] 271
[Gustavo Chiesi] 293
[Costantino Lazzari] 311
Sembriamo tanti nevrastenici. La nostra conversazione è diventata monosillabica…. (pag. 332). 333
[Achille Ghiglioni] 342
… Chiesi, Federici e don Davide—il primo in mezzo e gli altri due in faccia—avevano una lampada a petrolio… (pag. 360). 363
[Ullisse Cermenati] 366
[I giornalisti che assistevano ai processi] 412
End of Project Gutenberg's Dal cellulare a Finalborgo, by Paolo Valera