IX.

IX.Mario Rapisardi.In Sicilia e precisamente sull'Etna c'è, pretendono, un castagno detto deicento cavalliper le sue proporzioni colossali di tronco e di frasche. Questo ricordo vago del bel tempo in cui studiavo geografia mi è balenato fra un verso e l'altro del «Giobbe» di Rapisardi, il poeta cresciuto come quella sua pianta alle falde del Mongibello; nutrito come lei di fiamma e di sole. Ma qui l'aria, il suolo scottano. Come faremo mie gentili compagne?... L'albero è un fronzuto gigante, sì; forse troveremo in qualche punto un po' di refrigerio.Mario Rapisardi ha scritto anche dei versi lirici ma io preferisco darvi solamente qualche frammento di un suo poema, prima come opera di maggior entità, poi perchè rende meglio, mi pare, il michelangiolesco stile dell'autore. Un poema italiano moderno che non faccia ridere è una cosa tanto rara che bisogna proprio che lo conosciate anche imperfettamente.Dunque il «Giobbe» secondo avverte l'autore, non è che l'ultima parte d'un ciclo al quale appartengono [pg!228] pure due poemi precedenti: «La palingenesi» ed il «Lucifero»; ed è a sua volta una trilogia. Sebbene nella prima parte vi siano colorite magistralmente e la vita patriarcale e le sciagure che fecero passare in proverbio la pazienza del virtuoso servo di Dio, Giobbe non è qui che un simbolo adombrante il pensiero umano nel suo faticoso e doloroso errare in cerca della pace.Un fare largo, vigoroso, a rilievi, a sfumature; una sobrietà classica, un'elasticità di idee rivestite sempre opportunamente, un'arte delicata e insieme profonda, e su tutto un riflesso vivido del sole di mezzogiorno: quel mezzogiorno benedetto che ci dà i fiori più profumati e i frutti e gli ingegni più saporosi; — ecco la musa di Mario Rapisardi. Una Musa dalle forme opulente e dal profilo fine e pensoso, come certe figure del Guercino.Leggiamo insieme la descrizione dei giardini di Giobbe:.... E da un lato i giocondi orti feraciDi molti erbaggi festeggianti il soleCon lor varie verdure, offrian soventeSe non lauto, alle cene ampio tributo;Fiorivano dall'altro i bei giardiniDelle case delizia. Ivi precoceMandorlo accanto il zèfiro blandisceL'odorato albicocco; in tra le scureFoglie nevate di recenti fioriS'impiattano le arance; dipendeDal torto ramo il languidetto fico,Che lacero la buccia e in bocca il mielePrimo seduce il passerel furtivo.Vedi su l'orlo delle pale irsuteSchierar le frutta l'indico banano,Dolci frutta alla lingua, orride al tatto.Di cui tanto il nativo Etna s'allegra;[pg!229]Noderoso ingiallir presso ai vermigliGrappi del mite tamarindo il fortePomo cidonio, che serbato il vernoRustici alberghi e vestimenti odora.Ecco non lungi dal cireneo olivo,Il sesamo oleoso; ecco l'opimoAlve di Socotôra, che la seteSmorza del sobrio camello; il sicomoroDalle bacche turchine e il tamerice,A cui flessili e folti a par di criniPiovono i rami dall'amaro tronco,Che le febbri cocenti in fuga volge.Nè te, ritrosa sensitiva, a cuiLa vereconda vergine somiglia,Avea pure scordato il buon cultore:Nè voi, piante felici, ond'uom distillaManne vitali e preziosi aromi;Con l'acacia del Nil sorgon confusiI cinnami fragranti; si pompeggiaNel color aspro delle sue corolleIl selvatico grogo: odora il nardoDalle storte radici, in quel che pressoAgli olibani pii gemon le rameDel balsamo superbo e i provocatiPianti avviva di dolci iridi il sole.. . . . . . . . . . . . . . .Dopo questa evocazione d'un cantuccio fortunato della biblica Arabia, dopo gli aromi e il fogliame, eccovi un quadretto asiatico di genere. Anna la vecchia nutrice di una delle nuore di Giobbe, e un'ancella, s'accingono a fare il pane. Mi pare una scena dell'Odissea:.... Mentre in queste memorie s'avvolgeaLa vecchiarella, e dava esca alla fiammaChe sorgea scoppiettando e le nodoseBraccia arrossiale e la rugosa guancia,Una serva robusta entro capaceMadia su quattro saldi piedi eretta,[pg!230]Agitando lo staccio e i colmi fianchi,La farine scernea, candido monteFacevane nel centro, ad esso in cimaAprìa con pronta mano ampio cratere,Con pingue latte di camella il caldoFonte commisto vi versava, e tuttoRimenando e intridendo e con gagliardeNocche pigiando e con sonanti palme,Dùttili ne facea biondi pastoni:Indi, raschiato della madia il fondoE sgrumate le dita, in picce ugualiDistingueali; con dolce olio d'olivaLe careggiava, e su convessi forniLe disponea con vago ordine in giro.. . . . . . . . . . . . . . .Vorrei che un pittore s'innamorasse di questo soggetto di un'antica semplicità. Vorrei vederle vive di colore e di forme questa vecchia grinzosa, questa giovine schiava nel bel costume di Sara e di Rachele, intente all'opera faticosa e buona, a cui l'ambiente dovrebbe dare una maestà rozza, ma quasi rituale. Che forte e sapiente contrasto la gioventù rigogliosa dell'ancella, tutta appariscente in quell'atto di domare la pasta con le fresche braccia accanto alla vecchia accoccolata nei bagliori rossastri ravvivando il fuoco! Come questa scena nella sua umiltà secolare ci riposerebbe dalla sequela di paesaggi, dalle modernità scipite o sguaiate che adornano le pareti delle mostre di pittura!...Ma mi accorgo che ho la lingua un po' troppo lunga qualche volta, e non è un buon esempio che vi do, signorine. Torniamo piuttosto al poema.Il fantasioso e nutrito poema è in endecasillabi sciolti, ma poi quando la materia quasi lo richieda, cangia improvvisamente metro ed andamento con un effetto stupendo. Le giovinette amate dai figli [pg!231] di Giobbe cantano. Leggiadrissime canzoni cantano. Udite questa di Zilpa, l'invincibile;Un paese conosco ove non rideCaldo e raggiante il sole;Ma quanto infido è il Sol, tanto son fideL'anime e le parole.Ivi oceani non son, non son vulcani,Nè abissi il suol nasconde;Non fiamme d'amorosi impeti umaniNon mar d'ire profonde:Ma deserti di fiori entro una blandaFascia di nivea luna,Laghi a cui fan gli azzurri ampia ghirlandaSenz'onda ed aura alcuna.In palazzi d'opale e di coralli,Avvolte in roseo veloPallide giovinette intesson balliIn fra la terra e il cielo.In fra la terra e il ciel, come fragranzaChe il freddo aere molce,S'alza un canto di pace e di speranzaMonotono ma dolce.Oh fratel mio, tal rigido paeseÈ qui dentro il mio core:O amico e difensor bello e cortese,Io non conosco amore.La seconda parte del poema è tutta occupata da una visione di Giobbe. È rigidamente ascetica. Simboleggia, parmi, il periodo di cieca fede del pensiero umano — l'età dei martiri, dei crociati, dei santi. C'è un intermezzo composto di laudi — le laudi sacre che, nel secolo decimoterzo, pie compagnie d'uomini e di fanciulli, di nobili e di plebei, accesi [pg!232] dallo stesso ardore spirituale cantavano nell'Umbria ricordandosi del fraticello di Assisi. Queste laudi del Rapisardi sono una sapientissima imitazione di quelle. Par di sentirvi l'estro religioso di Iacopone da Todi. Eccovene un saggio:LAUDA DI ANACORETA.Patria, amici, parenti, famiglia abbandonaiE in questo solitario antro mi ricovrai:Dio che alla terra oscura manda del sole i raiPorse alfine un conforto a' miei terrestri guai.Il mondo è una gran selva d'alberi velenosiDove fra l'erbe e i fiori stan biscie o serpi ascosi,Dragoni e basilischi dagli occhi sanguinosiInsidian la salute dei giusti e dei pietosi.Son l'erbe, a chi le calchi, più che rasoi taglienti,Le fragranze de' fiori producon febbri ardenti:E di quei mostri occulti son così aguzzi i denti,Che squarciano le viscere delle smarrite genti.O dolce solitudine, tu di virtù sei scola,Da te la pellegrina anima a Dio sen vola,In te la mia tristezza s'aqueta e si consola,Beata solitudine, beatitudin sola.. . . . . . . . . . . . . . .Cito qui per il contrasto un canto di Goliardi. La poesia goliardica nel suo rudimentale tentativo di rinascimento dell'arte, fu a quei tempi di penitenza come una spera di sole dardeggiante attraverso la mistica e fredda ombra di una cattedrale:[pg!233]CANTO DI GOLIARDI.Sulla terra già Venere scende,Vengon seco le grazie e gli amori,Sul suo capo il cheto aere s'accende,Sotto il piè le germogliano i fiori.Madre e dea d'ogni cosa gentileOrna i rami, gli augelli ridesta;L'aria, l'acqua, la terra è una festa:O l'aprile, l'aprile l'aprile!O fanciulla che languida giaciFra le piume, e sognando sorridi,E il ciel suona di canti e di baci,Freme il bosco d'amplessi e di nidi.O fanciulla, son rapide l'oreDella gioia, a te mormora il rio;Sorgi, vieni ti dice il cor mio:O l'amore, l'amore, l'amore!. . . . . . . . . . .L'ultima parte della trilogia è scientifica e un po' faticosa agli indotti. Pure scorre tutta così tersa, così, direi, lieve, nella sua profondità che se ne ricevono ugualmente impressioni luminose. È un viaggio nell'ètere, di Giobbe guidato da Iside che raffigura ad un tempo la Scienza ed il Mistero. È una ideale peregrinazione da stella a stella, da luce a luce, durante la quale Giobbe ascolta dalla sua guida il racconto della formazione del mondo, età per età; — è il viaggio del pensiero attraverso l'abisso dell'infinito. Egli scopre, esulta, s'inebria, finchè arrivato al limite la natura gli dice; Arrestati! Icaro cade...Intanto Giobbe s'esalta dei nuovi orizzonti che gli si schiudon dinanzi, della virtù nuova che s'è [pg!234] fusa al suo spirito e che lo fa avido di comprendere, di spaziare, d'innalzarsi:In alto, in alto! all'eterePadre al fecondo soleSorge ed inconscia palpitaOgni vivente prole;O che da germe ciecoSbocci o da grembo, o come verde smaltoErbeggi in prato, o induri in selva: o liberaDiscorra e voli, o bosco abiti o speco,Sempre dovunque un'intimaLegge la chiama e la sospinge in alto.Manda la terra gli umidiFumi dal seno, ond'hannoNubi di vita gravideGli astri al mutar dell'anno.Desti al gagliardo attritoDi secchi tronchi e resinose tedeGuizzan dal foco gl'inquieti spiritiUbbidienti ad un supremo invito;E, fiamma anch'essa, l'animaLingueggia ardente ad un'eterea sede. . . . . . . . . . . .Ho finito per oggi, amabilissime. Non crediate però ch'io abbia inteso di farvi una rassegna del bel libro, nè che vi abbia comunicato tutte le mie impressioni. Mi mancano il sapere e lo spazio; due cose, vedete, essenziali. Ho solamente desiderato che conosciate un po' più del titolo d'un'opera che fa onore all'Italia. Vi ho attinto per voi delle gemme, sì, ma molte altre ricchezze riposano nel fondo di quel piccolo mare. Un vero mare, con le sue glauche trasparenze, i suoi scogli, i suoi mostri, le sue perle, le sue falangi di deità invisibili, e le sue carcasse umane, la sua sinfonia di voci, e il gemito eterno d'un titanico dolore...[pg!235]

IX.Mario Rapisardi.In Sicilia e precisamente sull'Etna c'è, pretendono, un castagno detto deicento cavalliper le sue proporzioni colossali di tronco e di frasche. Questo ricordo vago del bel tempo in cui studiavo geografia mi è balenato fra un verso e l'altro del «Giobbe» di Rapisardi, il poeta cresciuto come quella sua pianta alle falde del Mongibello; nutrito come lei di fiamma e di sole. Ma qui l'aria, il suolo scottano. Come faremo mie gentili compagne?... L'albero è un fronzuto gigante, sì; forse troveremo in qualche punto un po' di refrigerio.Mario Rapisardi ha scritto anche dei versi lirici ma io preferisco darvi solamente qualche frammento di un suo poema, prima come opera di maggior entità, poi perchè rende meglio, mi pare, il michelangiolesco stile dell'autore. Un poema italiano moderno che non faccia ridere è una cosa tanto rara che bisogna proprio che lo conosciate anche imperfettamente.Dunque il «Giobbe» secondo avverte l'autore, non è che l'ultima parte d'un ciclo al quale appartengono [pg!228] pure due poemi precedenti: «La palingenesi» ed il «Lucifero»; ed è a sua volta una trilogia. Sebbene nella prima parte vi siano colorite magistralmente e la vita patriarcale e le sciagure che fecero passare in proverbio la pazienza del virtuoso servo di Dio, Giobbe non è qui che un simbolo adombrante il pensiero umano nel suo faticoso e doloroso errare in cerca della pace.Un fare largo, vigoroso, a rilievi, a sfumature; una sobrietà classica, un'elasticità di idee rivestite sempre opportunamente, un'arte delicata e insieme profonda, e su tutto un riflesso vivido del sole di mezzogiorno: quel mezzogiorno benedetto che ci dà i fiori più profumati e i frutti e gli ingegni più saporosi; — ecco la musa di Mario Rapisardi. Una Musa dalle forme opulente e dal profilo fine e pensoso, come certe figure del Guercino.Leggiamo insieme la descrizione dei giardini di Giobbe:.... E da un lato i giocondi orti feraciDi molti erbaggi festeggianti il soleCon lor varie verdure, offrian soventeSe non lauto, alle cene ampio tributo;Fiorivano dall'altro i bei giardiniDelle case delizia. Ivi precoceMandorlo accanto il zèfiro blandisceL'odorato albicocco; in tra le scureFoglie nevate di recenti fioriS'impiattano le arance; dipendeDal torto ramo il languidetto fico,Che lacero la buccia e in bocca il mielePrimo seduce il passerel furtivo.Vedi su l'orlo delle pale irsuteSchierar le frutta l'indico banano,Dolci frutta alla lingua, orride al tatto.Di cui tanto il nativo Etna s'allegra;[pg!229]Noderoso ingiallir presso ai vermigliGrappi del mite tamarindo il fortePomo cidonio, che serbato il vernoRustici alberghi e vestimenti odora.Ecco non lungi dal cireneo olivo,Il sesamo oleoso; ecco l'opimoAlve di Socotôra, che la seteSmorza del sobrio camello; il sicomoroDalle bacche turchine e il tamerice,A cui flessili e folti a par di criniPiovono i rami dall'amaro tronco,Che le febbri cocenti in fuga volge.Nè te, ritrosa sensitiva, a cuiLa vereconda vergine somiglia,Avea pure scordato il buon cultore:Nè voi, piante felici, ond'uom distillaManne vitali e preziosi aromi;Con l'acacia del Nil sorgon confusiI cinnami fragranti; si pompeggiaNel color aspro delle sue corolleIl selvatico grogo: odora il nardoDalle storte radici, in quel che pressoAgli olibani pii gemon le rameDel balsamo superbo e i provocatiPianti avviva di dolci iridi il sole.. . . . . . . . . . . . . . .Dopo questa evocazione d'un cantuccio fortunato della biblica Arabia, dopo gli aromi e il fogliame, eccovi un quadretto asiatico di genere. Anna la vecchia nutrice di una delle nuore di Giobbe, e un'ancella, s'accingono a fare il pane. Mi pare una scena dell'Odissea:.... Mentre in queste memorie s'avvolgeaLa vecchiarella, e dava esca alla fiammaChe sorgea scoppiettando e le nodoseBraccia arrossiale e la rugosa guancia,Una serva robusta entro capaceMadia su quattro saldi piedi eretta,[pg!230]Agitando lo staccio e i colmi fianchi,La farine scernea, candido monteFacevane nel centro, ad esso in cimaAprìa con pronta mano ampio cratere,Con pingue latte di camella il caldoFonte commisto vi versava, e tuttoRimenando e intridendo e con gagliardeNocche pigiando e con sonanti palme,Dùttili ne facea biondi pastoni:Indi, raschiato della madia il fondoE sgrumate le dita, in picce ugualiDistingueali; con dolce olio d'olivaLe careggiava, e su convessi forniLe disponea con vago ordine in giro.. . . . . . . . . . . . . . .Vorrei che un pittore s'innamorasse di questo soggetto di un'antica semplicità. Vorrei vederle vive di colore e di forme questa vecchia grinzosa, questa giovine schiava nel bel costume di Sara e di Rachele, intente all'opera faticosa e buona, a cui l'ambiente dovrebbe dare una maestà rozza, ma quasi rituale. Che forte e sapiente contrasto la gioventù rigogliosa dell'ancella, tutta appariscente in quell'atto di domare la pasta con le fresche braccia accanto alla vecchia accoccolata nei bagliori rossastri ravvivando il fuoco! Come questa scena nella sua umiltà secolare ci riposerebbe dalla sequela di paesaggi, dalle modernità scipite o sguaiate che adornano le pareti delle mostre di pittura!...Ma mi accorgo che ho la lingua un po' troppo lunga qualche volta, e non è un buon esempio che vi do, signorine. Torniamo piuttosto al poema.Il fantasioso e nutrito poema è in endecasillabi sciolti, ma poi quando la materia quasi lo richieda, cangia improvvisamente metro ed andamento con un effetto stupendo. Le giovinette amate dai figli [pg!231] di Giobbe cantano. Leggiadrissime canzoni cantano. Udite questa di Zilpa, l'invincibile;Un paese conosco ove non rideCaldo e raggiante il sole;Ma quanto infido è il Sol, tanto son fideL'anime e le parole.Ivi oceani non son, non son vulcani,Nè abissi il suol nasconde;Non fiamme d'amorosi impeti umaniNon mar d'ire profonde:Ma deserti di fiori entro una blandaFascia di nivea luna,Laghi a cui fan gli azzurri ampia ghirlandaSenz'onda ed aura alcuna.In palazzi d'opale e di coralli,Avvolte in roseo veloPallide giovinette intesson balliIn fra la terra e il cielo.In fra la terra e il ciel, come fragranzaChe il freddo aere molce,S'alza un canto di pace e di speranzaMonotono ma dolce.Oh fratel mio, tal rigido paeseÈ qui dentro il mio core:O amico e difensor bello e cortese,Io non conosco amore.La seconda parte del poema è tutta occupata da una visione di Giobbe. È rigidamente ascetica. Simboleggia, parmi, il periodo di cieca fede del pensiero umano — l'età dei martiri, dei crociati, dei santi. C'è un intermezzo composto di laudi — le laudi sacre che, nel secolo decimoterzo, pie compagnie d'uomini e di fanciulli, di nobili e di plebei, accesi [pg!232] dallo stesso ardore spirituale cantavano nell'Umbria ricordandosi del fraticello di Assisi. Queste laudi del Rapisardi sono una sapientissima imitazione di quelle. Par di sentirvi l'estro religioso di Iacopone da Todi. Eccovene un saggio:LAUDA DI ANACORETA.Patria, amici, parenti, famiglia abbandonaiE in questo solitario antro mi ricovrai:Dio che alla terra oscura manda del sole i raiPorse alfine un conforto a' miei terrestri guai.Il mondo è una gran selva d'alberi velenosiDove fra l'erbe e i fiori stan biscie o serpi ascosi,Dragoni e basilischi dagli occhi sanguinosiInsidian la salute dei giusti e dei pietosi.Son l'erbe, a chi le calchi, più che rasoi taglienti,Le fragranze de' fiori producon febbri ardenti:E di quei mostri occulti son così aguzzi i denti,Che squarciano le viscere delle smarrite genti.O dolce solitudine, tu di virtù sei scola,Da te la pellegrina anima a Dio sen vola,In te la mia tristezza s'aqueta e si consola,Beata solitudine, beatitudin sola.. . . . . . . . . . . . . . .Cito qui per il contrasto un canto di Goliardi. La poesia goliardica nel suo rudimentale tentativo di rinascimento dell'arte, fu a quei tempi di penitenza come una spera di sole dardeggiante attraverso la mistica e fredda ombra di una cattedrale:[pg!233]CANTO DI GOLIARDI.Sulla terra già Venere scende,Vengon seco le grazie e gli amori,Sul suo capo il cheto aere s'accende,Sotto il piè le germogliano i fiori.Madre e dea d'ogni cosa gentileOrna i rami, gli augelli ridesta;L'aria, l'acqua, la terra è una festa:O l'aprile, l'aprile l'aprile!O fanciulla che languida giaciFra le piume, e sognando sorridi,E il ciel suona di canti e di baci,Freme il bosco d'amplessi e di nidi.O fanciulla, son rapide l'oreDella gioia, a te mormora il rio;Sorgi, vieni ti dice il cor mio:O l'amore, l'amore, l'amore!. . . . . . . . . . .L'ultima parte della trilogia è scientifica e un po' faticosa agli indotti. Pure scorre tutta così tersa, così, direi, lieve, nella sua profondità che se ne ricevono ugualmente impressioni luminose. È un viaggio nell'ètere, di Giobbe guidato da Iside che raffigura ad un tempo la Scienza ed il Mistero. È una ideale peregrinazione da stella a stella, da luce a luce, durante la quale Giobbe ascolta dalla sua guida il racconto della formazione del mondo, età per età; — è il viaggio del pensiero attraverso l'abisso dell'infinito. Egli scopre, esulta, s'inebria, finchè arrivato al limite la natura gli dice; Arrestati! Icaro cade...Intanto Giobbe s'esalta dei nuovi orizzonti che gli si schiudon dinanzi, della virtù nuova che s'è [pg!234] fusa al suo spirito e che lo fa avido di comprendere, di spaziare, d'innalzarsi:In alto, in alto! all'eterePadre al fecondo soleSorge ed inconscia palpitaOgni vivente prole;O che da germe ciecoSbocci o da grembo, o come verde smaltoErbeggi in prato, o induri in selva: o liberaDiscorra e voli, o bosco abiti o speco,Sempre dovunque un'intimaLegge la chiama e la sospinge in alto.Manda la terra gli umidiFumi dal seno, ond'hannoNubi di vita gravideGli astri al mutar dell'anno.Desti al gagliardo attritoDi secchi tronchi e resinose tedeGuizzan dal foco gl'inquieti spiritiUbbidienti ad un supremo invito;E, fiamma anch'essa, l'animaLingueggia ardente ad un'eterea sede. . . . . . . . . . . .Ho finito per oggi, amabilissime. Non crediate però ch'io abbia inteso di farvi una rassegna del bel libro, nè che vi abbia comunicato tutte le mie impressioni. Mi mancano il sapere e lo spazio; due cose, vedete, essenziali. Ho solamente desiderato che conosciate un po' più del titolo d'un'opera che fa onore all'Italia. Vi ho attinto per voi delle gemme, sì, ma molte altre ricchezze riposano nel fondo di quel piccolo mare. Un vero mare, con le sue glauche trasparenze, i suoi scogli, i suoi mostri, le sue perle, le sue falangi di deità invisibili, e le sue carcasse umane, la sua sinfonia di voci, e il gemito eterno d'un titanico dolore...[pg!235]

IX.Mario Rapisardi.In Sicilia e precisamente sull'Etna c'è, pretendono, un castagno detto deicento cavalliper le sue proporzioni colossali di tronco e di frasche. Questo ricordo vago del bel tempo in cui studiavo geografia mi è balenato fra un verso e l'altro del «Giobbe» di Rapisardi, il poeta cresciuto come quella sua pianta alle falde del Mongibello; nutrito come lei di fiamma e di sole. Ma qui l'aria, il suolo scottano. Come faremo mie gentili compagne?... L'albero è un fronzuto gigante, sì; forse troveremo in qualche punto un po' di refrigerio.Mario Rapisardi ha scritto anche dei versi lirici ma io preferisco darvi solamente qualche frammento di un suo poema, prima come opera di maggior entità, poi perchè rende meglio, mi pare, il michelangiolesco stile dell'autore. Un poema italiano moderno che non faccia ridere è una cosa tanto rara che bisogna proprio che lo conosciate anche imperfettamente.Dunque il «Giobbe» secondo avverte l'autore, non è che l'ultima parte d'un ciclo al quale appartengono [pg!228] pure due poemi precedenti: «La palingenesi» ed il «Lucifero»; ed è a sua volta una trilogia. Sebbene nella prima parte vi siano colorite magistralmente e la vita patriarcale e le sciagure che fecero passare in proverbio la pazienza del virtuoso servo di Dio, Giobbe non è qui che un simbolo adombrante il pensiero umano nel suo faticoso e doloroso errare in cerca della pace.Un fare largo, vigoroso, a rilievi, a sfumature; una sobrietà classica, un'elasticità di idee rivestite sempre opportunamente, un'arte delicata e insieme profonda, e su tutto un riflesso vivido del sole di mezzogiorno: quel mezzogiorno benedetto che ci dà i fiori più profumati e i frutti e gli ingegni più saporosi; — ecco la musa di Mario Rapisardi. Una Musa dalle forme opulente e dal profilo fine e pensoso, come certe figure del Guercino.Leggiamo insieme la descrizione dei giardini di Giobbe:.... E da un lato i giocondi orti feraciDi molti erbaggi festeggianti il soleCon lor varie verdure, offrian soventeSe non lauto, alle cene ampio tributo;Fiorivano dall'altro i bei giardiniDelle case delizia. Ivi precoceMandorlo accanto il zèfiro blandisceL'odorato albicocco; in tra le scureFoglie nevate di recenti fioriS'impiattano le arance; dipendeDal torto ramo il languidetto fico,Che lacero la buccia e in bocca il mielePrimo seduce il passerel furtivo.Vedi su l'orlo delle pale irsuteSchierar le frutta l'indico banano,Dolci frutta alla lingua, orride al tatto.Di cui tanto il nativo Etna s'allegra;[pg!229]Noderoso ingiallir presso ai vermigliGrappi del mite tamarindo il fortePomo cidonio, che serbato il vernoRustici alberghi e vestimenti odora.Ecco non lungi dal cireneo olivo,Il sesamo oleoso; ecco l'opimoAlve di Socotôra, che la seteSmorza del sobrio camello; il sicomoroDalle bacche turchine e il tamerice,A cui flessili e folti a par di criniPiovono i rami dall'amaro tronco,Che le febbri cocenti in fuga volge.Nè te, ritrosa sensitiva, a cuiLa vereconda vergine somiglia,Avea pure scordato il buon cultore:Nè voi, piante felici, ond'uom distillaManne vitali e preziosi aromi;Con l'acacia del Nil sorgon confusiI cinnami fragranti; si pompeggiaNel color aspro delle sue corolleIl selvatico grogo: odora il nardoDalle storte radici, in quel che pressoAgli olibani pii gemon le rameDel balsamo superbo e i provocatiPianti avviva di dolci iridi il sole.. . . . . . . . . . . . . . .Dopo questa evocazione d'un cantuccio fortunato della biblica Arabia, dopo gli aromi e il fogliame, eccovi un quadretto asiatico di genere. Anna la vecchia nutrice di una delle nuore di Giobbe, e un'ancella, s'accingono a fare il pane. Mi pare una scena dell'Odissea:.... Mentre in queste memorie s'avvolgeaLa vecchiarella, e dava esca alla fiammaChe sorgea scoppiettando e le nodoseBraccia arrossiale e la rugosa guancia,Una serva robusta entro capaceMadia su quattro saldi piedi eretta,[pg!230]Agitando lo staccio e i colmi fianchi,La farine scernea, candido monteFacevane nel centro, ad esso in cimaAprìa con pronta mano ampio cratere,Con pingue latte di camella il caldoFonte commisto vi versava, e tuttoRimenando e intridendo e con gagliardeNocche pigiando e con sonanti palme,Dùttili ne facea biondi pastoni:Indi, raschiato della madia il fondoE sgrumate le dita, in picce ugualiDistingueali; con dolce olio d'olivaLe careggiava, e su convessi forniLe disponea con vago ordine in giro.. . . . . . . . . . . . . . .Vorrei che un pittore s'innamorasse di questo soggetto di un'antica semplicità. Vorrei vederle vive di colore e di forme questa vecchia grinzosa, questa giovine schiava nel bel costume di Sara e di Rachele, intente all'opera faticosa e buona, a cui l'ambiente dovrebbe dare una maestà rozza, ma quasi rituale. Che forte e sapiente contrasto la gioventù rigogliosa dell'ancella, tutta appariscente in quell'atto di domare la pasta con le fresche braccia accanto alla vecchia accoccolata nei bagliori rossastri ravvivando il fuoco! Come questa scena nella sua umiltà secolare ci riposerebbe dalla sequela di paesaggi, dalle modernità scipite o sguaiate che adornano le pareti delle mostre di pittura!...Ma mi accorgo che ho la lingua un po' troppo lunga qualche volta, e non è un buon esempio che vi do, signorine. Torniamo piuttosto al poema.Il fantasioso e nutrito poema è in endecasillabi sciolti, ma poi quando la materia quasi lo richieda, cangia improvvisamente metro ed andamento con un effetto stupendo. Le giovinette amate dai figli [pg!231] di Giobbe cantano. Leggiadrissime canzoni cantano. Udite questa di Zilpa, l'invincibile;Un paese conosco ove non rideCaldo e raggiante il sole;Ma quanto infido è il Sol, tanto son fideL'anime e le parole.Ivi oceani non son, non son vulcani,Nè abissi il suol nasconde;Non fiamme d'amorosi impeti umaniNon mar d'ire profonde:Ma deserti di fiori entro una blandaFascia di nivea luna,Laghi a cui fan gli azzurri ampia ghirlandaSenz'onda ed aura alcuna.In palazzi d'opale e di coralli,Avvolte in roseo veloPallide giovinette intesson balliIn fra la terra e il cielo.In fra la terra e il ciel, come fragranzaChe il freddo aere molce,S'alza un canto di pace e di speranzaMonotono ma dolce.Oh fratel mio, tal rigido paeseÈ qui dentro il mio core:O amico e difensor bello e cortese,Io non conosco amore.La seconda parte del poema è tutta occupata da una visione di Giobbe. È rigidamente ascetica. Simboleggia, parmi, il periodo di cieca fede del pensiero umano — l'età dei martiri, dei crociati, dei santi. C'è un intermezzo composto di laudi — le laudi sacre che, nel secolo decimoterzo, pie compagnie d'uomini e di fanciulli, di nobili e di plebei, accesi [pg!232] dallo stesso ardore spirituale cantavano nell'Umbria ricordandosi del fraticello di Assisi. Queste laudi del Rapisardi sono una sapientissima imitazione di quelle. Par di sentirvi l'estro religioso di Iacopone da Todi. Eccovene un saggio:LAUDA DI ANACORETA.Patria, amici, parenti, famiglia abbandonaiE in questo solitario antro mi ricovrai:Dio che alla terra oscura manda del sole i raiPorse alfine un conforto a' miei terrestri guai.Il mondo è una gran selva d'alberi velenosiDove fra l'erbe e i fiori stan biscie o serpi ascosi,Dragoni e basilischi dagli occhi sanguinosiInsidian la salute dei giusti e dei pietosi.Son l'erbe, a chi le calchi, più che rasoi taglienti,Le fragranze de' fiori producon febbri ardenti:E di quei mostri occulti son così aguzzi i denti,Che squarciano le viscere delle smarrite genti.O dolce solitudine, tu di virtù sei scola,Da te la pellegrina anima a Dio sen vola,In te la mia tristezza s'aqueta e si consola,Beata solitudine, beatitudin sola.. . . . . . . . . . . . . . .Cito qui per il contrasto un canto di Goliardi. La poesia goliardica nel suo rudimentale tentativo di rinascimento dell'arte, fu a quei tempi di penitenza come una spera di sole dardeggiante attraverso la mistica e fredda ombra di una cattedrale:[pg!233]CANTO DI GOLIARDI.Sulla terra già Venere scende,Vengon seco le grazie e gli amori,Sul suo capo il cheto aere s'accende,Sotto il piè le germogliano i fiori.Madre e dea d'ogni cosa gentileOrna i rami, gli augelli ridesta;L'aria, l'acqua, la terra è una festa:O l'aprile, l'aprile l'aprile!O fanciulla che languida giaciFra le piume, e sognando sorridi,E il ciel suona di canti e di baci,Freme il bosco d'amplessi e di nidi.O fanciulla, son rapide l'oreDella gioia, a te mormora il rio;Sorgi, vieni ti dice il cor mio:O l'amore, l'amore, l'amore!. . . . . . . . . . .L'ultima parte della trilogia è scientifica e un po' faticosa agli indotti. Pure scorre tutta così tersa, così, direi, lieve, nella sua profondità che se ne ricevono ugualmente impressioni luminose. È un viaggio nell'ètere, di Giobbe guidato da Iside che raffigura ad un tempo la Scienza ed il Mistero. È una ideale peregrinazione da stella a stella, da luce a luce, durante la quale Giobbe ascolta dalla sua guida il racconto della formazione del mondo, età per età; — è il viaggio del pensiero attraverso l'abisso dell'infinito. Egli scopre, esulta, s'inebria, finchè arrivato al limite la natura gli dice; Arrestati! Icaro cade...Intanto Giobbe s'esalta dei nuovi orizzonti che gli si schiudon dinanzi, della virtù nuova che s'è [pg!234] fusa al suo spirito e che lo fa avido di comprendere, di spaziare, d'innalzarsi:In alto, in alto! all'eterePadre al fecondo soleSorge ed inconscia palpitaOgni vivente prole;O che da germe ciecoSbocci o da grembo, o come verde smaltoErbeggi in prato, o induri in selva: o liberaDiscorra e voli, o bosco abiti o speco,Sempre dovunque un'intimaLegge la chiama e la sospinge in alto.Manda la terra gli umidiFumi dal seno, ond'hannoNubi di vita gravideGli astri al mutar dell'anno.Desti al gagliardo attritoDi secchi tronchi e resinose tedeGuizzan dal foco gl'inquieti spiritiUbbidienti ad un supremo invito;E, fiamma anch'essa, l'animaLingueggia ardente ad un'eterea sede. . . . . . . . . . . .Ho finito per oggi, amabilissime. Non crediate però ch'io abbia inteso di farvi una rassegna del bel libro, nè che vi abbia comunicato tutte le mie impressioni. Mi mancano il sapere e lo spazio; due cose, vedete, essenziali. Ho solamente desiderato che conosciate un po' più del titolo d'un'opera che fa onore all'Italia. Vi ho attinto per voi delle gemme, sì, ma molte altre ricchezze riposano nel fondo di quel piccolo mare. Un vero mare, con le sue glauche trasparenze, i suoi scogli, i suoi mostri, le sue perle, le sue falangi di deità invisibili, e le sue carcasse umane, la sua sinfonia di voci, e il gemito eterno d'un titanico dolore...[pg!235]

Mario Rapisardi.

Mario Rapisardi.

In Sicilia e precisamente sull'Etna c'è, pretendono, un castagno detto deicento cavalliper le sue proporzioni colossali di tronco e di frasche. Questo ricordo vago del bel tempo in cui studiavo geografia mi è balenato fra un verso e l'altro del «Giobbe» di Rapisardi, il poeta cresciuto come quella sua pianta alle falde del Mongibello; nutrito come lei di fiamma e di sole. Ma qui l'aria, il suolo scottano. Come faremo mie gentili compagne?... L'albero è un fronzuto gigante, sì; forse troveremo in qualche punto un po' di refrigerio.

Mario Rapisardi ha scritto anche dei versi lirici ma io preferisco darvi solamente qualche frammento di un suo poema, prima come opera di maggior entità, poi perchè rende meglio, mi pare, il michelangiolesco stile dell'autore. Un poema italiano moderno che non faccia ridere è una cosa tanto rara che bisogna proprio che lo conosciate anche imperfettamente.

Dunque il «Giobbe» secondo avverte l'autore, non è che l'ultima parte d'un ciclo al quale appartengono [pg!228] pure due poemi precedenti: «La palingenesi» ed il «Lucifero»; ed è a sua volta una trilogia. Sebbene nella prima parte vi siano colorite magistralmente e la vita patriarcale e le sciagure che fecero passare in proverbio la pazienza del virtuoso servo di Dio, Giobbe non è qui che un simbolo adombrante il pensiero umano nel suo faticoso e doloroso errare in cerca della pace.

Un fare largo, vigoroso, a rilievi, a sfumature; una sobrietà classica, un'elasticità di idee rivestite sempre opportunamente, un'arte delicata e insieme profonda, e su tutto un riflesso vivido del sole di mezzogiorno: quel mezzogiorno benedetto che ci dà i fiori più profumati e i frutti e gli ingegni più saporosi; — ecco la musa di Mario Rapisardi. Una Musa dalle forme opulente e dal profilo fine e pensoso, come certe figure del Guercino.

Leggiamo insieme la descrizione dei giardini di Giobbe:

.... E da un lato i giocondi orti feraciDi molti erbaggi festeggianti il soleCon lor varie verdure, offrian soventeSe non lauto, alle cene ampio tributo;Fiorivano dall'altro i bei giardiniDelle case delizia. Ivi precoceMandorlo accanto il zèfiro blandisceL'odorato albicocco; in tra le scureFoglie nevate di recenti fioriS'impiattano le arance; dipendeDal torto ramo il languidetto fico,Che lacero la buccia e in bocca il mielePrimo seduce il passerel furtivo.Vedi su l'orlo delle pale irsuteSchierar le frutta l'indico banano,Dolci frutta alla lingua, orride al tatto.Di cui tanto il nativo Etna s'allegra;[pg!229]Noderoso ingiallir presso ai vermigliGrappi del mite tamarindo il fortePomo cidonio, che serbato il vernoRustici alberghi e vestimenti odora.Ecco non lungi dal cireneo olivo,Il sesamo oleoso; ecco l'opimoAlve di Socotôra, che la seteSmorza del sobrio camello; il sicomoroDalle bacche turchine e il tamerice,A cui flessili e folti a par di criniPiovono i rami dall'amaro tronco,Che le febbri cocenti in fuga volge.Nè te, ritrosa sensitiva, a cuiLa vereconda vergine somiglia,Avea pure scordato il buon cultore:Nè voi, piante felici, ond'uom distillaManne vitali e preziosi aromi;Con l'acacia del Nil sorgon confusiI cinnami fragranti; si pompeggiaNel color aspro delle sue corolleIl selvatico grogo: odora il nardoDalle storte radici, in quel che pressoAgli olibani pii gemon le rameDel balsamo superbo e i provocatiPianti avviva di dolci iridi il sole.. . . . . . . . . . . . . . .

.... E da un lato i giocondi orti feraciDi molti erbaggi festeggianti il soleCon lor varie verdure, offrian soventeSe non lauto, alle cene ampio tributo;Fiorivano dall'altro i bei giardiniDelle case delizia. Ivi precoceMandorlo accanto il zèfiro blandisceL'odorato albicocco; in tra le scureFoglie nevate di recenti fioriS'impiattano le arance; dipendeDal torto ramo il languidetto fico,Che lacero la buccia e in bocca il mielePrimo seduce il passerel furtivo.Vedi su l'orlo delle pale irsuteSchierar le frutta l'indico banano,Dolci frutta alla lingua, orride al tatto.Di cui tanto il nativo Etna s'allegra;[pg!229]Noderoso ingiallir presso ai vermigliGrappi del mite tamarindo il fortePomo cidonio, che serbato il vernoRustici alberghi e vestimenti odora.Ecco non lungi dal cireneo olivo,Il sesamo oleoso; ecco l'opimoAlve di Socotôra, che la seteSmorza del sobrio camello; il sicomoroDalle bacche turchine e il tamerice,A cui flessili e folti a par di criniPiovono i rami dall'amaro tronco,Che le febbri cocenti in fuga volge.Nè te, ritrosa sensitiva, a cuiLa vereconda vergine somiglia,Avea pure scordato il buon cultore:Nè voi, piante felici, ond'uom distillaManne vitali e preziosi aromi;Con l'acacia del Nil sorgon confusiI cinnami fragranti; si pompeggiaNel color aspro delle sue corolleIl selvatico grogo: odora il nardoDalle storte radici, in quel che pressoAgli olibani pii gemon le rameDel balsamo superbo e i provocatiPianti avviva di dolci iridi il sole.. . . . . . . . . . . . . . .

.... E da un lato i giocondi orti feraci

Di molti erbaggi festeggianti il sole

Con lor varie verdure, offrian sovente

Se non lauto, alle cene ampio tributo;

Fiorivano dall'altro i bei giardini

Delle case delizia. Ivi precoce

Mandorlo accanto il zèfiro blandisce

L'odorato albicocco; in tra le scure

Foglie nevate di recenti fiori

S'impiattano le arance; dipende

Dal torto ramo il languidetto fico,

Che lacero la buccia e in bocca il miele

Primo seduce il passerel furtivo.

Vedi su l'orlo delle pale irsute

Schierar le frutta l'indico banano,

Dolci frutta alla lingua, orride al tatto.

Di cui tanto il nativo Etna s'allegra;

[pg!229]

Noderoso ingiallir presso ai vermigli

Grappi del mite tamarindo il forte

Pomo cidonio, che serbato il verno

Rustici alberghi e vestimenti odora.

Ecco non lungi dal cireneo olivo,

Il sesamo oleoso; ecco l'opimo

Alve di Socotôra, che la sete

Smorza del sobrio camello; il sicomoro

Dalle bacche turchine e il tamerice,

A cui flessili e folti a par di crini

Piovono i rami dall'amaro tronco,

Che le febbri cocenti in fuga volge.

Nè te, ritrosa sensitiva, a cui

La vereconda vergine somiglia,

Avea pure scordato il buon cultore:

Nè voi, piante felici, ond'uom distilla

Manne vitali e preziosi aromi;

Con l'acacia del Nil sorgon confusi

I cinnami fragranti; si pompeggia

Nel color aspro delle sue corolle

Il selvatico grogo: odora il nardo

Dalle storte radici, in quel che presso

Agli olibani pii gemon le rame

Del balsamo superbo e i provocati

Pianti avviva di dolci iridi il sole.

. . . . . . . . . . . . . . .

Dopo questa evocazione d'un cantuccio fortunato della biblica Arabia, dopo gli aromi e il fogliame, eccovi un quadretto asiatico di genere. Anna la vecchia nutrice di una delle nuore di Giobbe, e un'ancella, s'accingono a fare il pane. Mi pare una scena dell'Odissea:

.... Mentre in queste memorie s'avvolgeaLa vecchiarella, e dava esca alla fiammaChe sorgea scoppiettando e le nodoseBraccia arrossiale e la rugosa guancia,Una serva robusta entro capaceMadia su quattro saldi piedi eretta,[pg!230]Agitando lo staccio e i colmi fianchi,La farine scernea, candido monteFacevane nel centro, ad esso in cimaAprìa con pronta mano ampio cratere,Con pingue latte di camella il caldoFonte commisto vi versava, e tuttoRimenando e intridendo e con gagliardeNocche pigiando e con sonanti palme,Dùttili ne facea biondi pastoni:Indi, raschiato della madia il fondoE sgrumate le dita, in picce ugualiDistingueali; con dolce olio d'olivaLe careggiava, e su convessi forniLe disponea con vago ordine in giro.. . . . . . . . . . . . . . .

.... Mentre in queste memorie s'avvolgeaLa vecchiarella, e dava esca alla fiammaChe sorgea scoppiettando e le nodoseBraccia arrossiale e la rugosa guancia,Una serva robusta entro capaceMadia su quattro saldi piedi eretta,[pg!230]Agitando lo staccio e i colmi fianchi,La farine scernea, candido monteFacevane nel centro, ad esso in cimaAprìa con pronta mano ampio cratere,Con pingue latte di camella il caldoFonte commisto vi versava, e tuttoRimenando e intridendo e con gagliardeNocche pigiando e con sonanti palme,Dùttili ne facea biondi pastoni:Indi, raschiato della madia il fondoE sgrumate le dita, in picce ugualiDistingueali; con dolce olio d'olivaLe careggiava, e su convessi forniLe disponea con vago ordine in giro.. . . . . . . . . . . . . . .

.... Mentre in queste memorie s'avvolgea

La vecchiarella, e dava esca alla fiamma

Che sorgea scoppiettando e le nodose

Braccia arrossiale e la rugosa guancia,

Una serva robusta entro capace

Madia su quattro saldi piedi eretta,

[pg!230]

Agitando lo staccio e i colmi fianchi,

La farine scernea, candido monte

Facevane nel centro, ad esso in cima

Aprìa con pronta mano ampio cratere,

Con pingue latte di camella il caldo

Fonte commisto vi versava, e tutto

Rimenando e intridendo e con gagliarde

Nocche pigiando e con sonanti palme,

Dùttili ne facea biondi pastoni:

Indi, raschiato della madia il fondo

E sgrumate le dita, in picce uguali

Distingueali; con dolce olio d'oliva

Le careggiava, e su convessi forni

Le disponea con vago ordine in giro.

. . . . . . . . . . . . . . .

Vorrei che un pittore s'innamorasse di questo soggetto di un'antica semplicità. Vorrei vederle vive di colore e di forme questa vecchia grinzosa, questa giovine schiava nel bel costume di Sara e di Rachele, intente all'opera faticosa e buona, a cui l'ambiente dovrebbe dare una maestà rozza, ma quasi rituale. Che forte e sapiente contrasto la gioventù rigogliosa dell'ancella, tutta appariscente in quell'atto di domare la pasta con le fresche braccia accanto alla vecchia accoccolata nei bagliori rossastri ravvivando il fuoco! Come questa scena nella sua umiltà secolare ci riposerebbe dalla sequela di paesaggi, dalle modernità scipite o sguaiate che adornano le pareti delle mostre di pittura!...

Ma mi accorgo che ho la lingua un po' troppo lunga qualche volta, e non è un buon esempio che vi do, signorine. Torniamo piuttosto al poema.

Il fantasioso e nutrito poema è in endecasillabi sciolti, ma poi quando la materia quasi lo richieda, cangia improvvisamente metro ed andamento con un effetto stupendo. Le giovinette amate dai figli [pg!231] di Giobbe cantano. Leggiadrissime canzoni cantano. Udite questa di Zilpa, l'invincibile;

Un paese conosco ove non rideCaldo e raggiante il sole;Ma quanto infido è il Sol, tanto son fideL'anime e le parole.Ivi oceani non son, non son vulcani,Nè abissi il suol nasconde;Non fiamme d'amorosi impeti umaniNon mar d'ire profonde:Ma deserti di fiori entro una blandaFascia di nivea luna,Laghi a cui fan gli azzurri ampia ghirlandaSenz'onda ed aura alcuna.In palazzi d'opale e di coralli,Avvolte in roseo veloPallide giovinette intesson balliIn fra la terra e il cielo.In fra la terra e il ciel, come fragranzaChe il freddo aere molce,S'alza un canto di pace e di speranzaMonotono ma dolce.Oh fratel mio, tal rigido paeseÈ qui dentro il mio core:O amico e difensor bello e cortese,Io non conosco amore.

Un paese conosco ove non rideCaldo e raggiante il sole;Ma quanto infido è il Sol, tanto son fideL'anime e le parole.Ivi oceani non son, non son vulcani,Nè abissi il suol nasconde;Non fiamme d'amorosi impeti umaniNon mar d'ire profonde:Ma deserti di fiori entro una blandaFascia di nivea luna,Laghi a cui fan gli azzurri ampia ghirlandaSenz'onda ed aura alcuna.In palazzi d'opale e di coralli,Avvolte in roseo veloPallide giovinette intesson balliIn fra la terra e il cielo.In fra la terra e il ciel, come fragranzaChe il freddo aere molce,S'alza un canto di pace e di speranzaMonotono ma dolce.Oh fratel mio, tal rigido paeseÈ qui dentro il mio core:O amico e difensor bello e cortese,Io non conosco amore.

Un paese conosco ove non ride

Caldo e raggiante il sole;

Ma quanto infido è il Sol, tanto son fide

L'anime e le parole.

Ivi oceani non son, non son vulcani,

Nè abissi il suol nasconde;

Non fiamme d'amorosi impeti umani

Non mar d'ire profonde:

Ma deserti di fiori entro una blanda

Fascia di nivea luna,

Laghi a cui fan gli azzurri ampia ghirlanda

Senz'onda ed aura alcuna.

In palazzi d'opale e di coralli,

Avvolte in roseo velo

Pallide giovinette intesson balli

In fra la terra e il cielo.

In fra la terra e il ciel, come fragranza

Che il freddo aere molce,

S'alza un canto di pace e di speranza

Monotono ma dolce.

Oh fratel mio, tal rigido paese

È qui dentro il mio core:

O amico e difensor bello e cortese,

Io non conosco amore.

La seconda parte del poema è tutta occupata da una visione di Giobbe. È rigidamente ascetica. Simboleggia, parmi, il periodo di cieca fede del pensiero umano — l'età dei martiri, dei crociati, dei santi. C'è un intermezzo composto di laudi — le laudi sacre che, nel secolo decimoterzo, pie compagnie d'uomini e di fanciulli, di nobili e di plebei, accesi [pg!232] dallo stesso ardore spirituale cantavano nell'Umbria ricordandosi del fraticello di Assisi. Queste laudi del Rapisardi sono una sapientissima imitazione di quelle. Par di sentirvi l'estro religioso di Iacopone da Todi. Eccovene un saggio:

LAUDA DI ANACORETA.

LAUDA DI ANACORETA.

Patria, amici, parenti, famiglia abbandonaiE in questo solitario antro mi ricovrai:Dio che alla terra oscura manda del sole i raiPorse alfine un conforto a' miei terrestri guai.Il mondo è una gran selva d'alberi velenosiDove fra l'erbe e i fiori stan biscie o serpi ascosi,Dragoni e basilischi dagli occhi sanguinosiInsidian la salute dei giusti e dei pietosi.Son l'erbe, a chi le calchi, più che rasoi taglienti,Le fragranze de' fiori producon febbri ardenti:E di quei mostri occulti son così aguzzi i denti,Che squarciano le viscere delle smarrite genti.O dolce solitudine, tu di virtù sei scola,Da te la pellegrina anima a Dio sen vola,In te la mia tristezza s'aqueta e si consola,Beata solitudine, beatitudin sola.. . . . . . . . . . . . . . .

Patria, amici, parenti, famiglia abbandonaiE in questo solitario antro mi ricovrai:Dio che alla terra oscura manda del sole i raiPorse alfine un conforto a' miei terrestri guai.Il mondo è una gran selva d'alberi velenosiDove fra l'erbe e i fiori stan biscie o serpi ascosi,Dragoni e basilischi dagli occhi sanguinosiInsidian la salute dei giusti e dei pietosi.Son l'erbe, a chi le calchi, più che rasoi taglienti,Le fragranze de' fiori producon febbri ardenti:E di quei mostri occulti son così aguzzi i denti,Che squarciano le viscere delle smarrite genti.O dolce solitudine, tu di virtù sei scola,Da te la pellegrina anima a Dio sen vola,In te la mia tristezza s'aqueta e si consola,Beata solitudine, beatitudin sola.. . . . . . . . . . . . . . .

Patria, amici, parenti, famiglia abbandonai

E in questo solitario antro mi ricovrai:

Dio che alla terra oscura manda del sole i rai

Porse alfine un conforto a' miei terrestri guai.

Il mondo è una gran selva d'alberi velenosi

Dove fra l'erbe e i fiori stan biscie o serpi ascosi,

Dragoni e basilischi dagli occhi sanguinosi

Insidian la salute dei giusti e dei pietosi.

Son l'erbe, a chi le calchi, più che rasoi taglienti,

Le fragranze de' fiori producon febbri ardenti:

E di quei mostri occulti son così aguzzi i denti,

Che squarciano le viscere delle smarrite genti.

O dolce solitudine, tu di virtù sei scola,

Da te la pellegrina anima a Dio sen vola,

In te la mia tristezza s'aqueta e si consola,

Beata solitudine, beatitudin sola.

. . . . . . . . . . . . . . .

Cito qui per il contrasto un canto di Goliardi. La poesia goliardica nel suo rudimentale tentativo di rinascimento dell'arte, fu a quei tempi di penitenza come una spera di sole dardeggiante attraverso la mistica e fredda ombra di una cattedrale:

[pg!233]

CANTO DI GOLIARDI.

CANTO DI GOLIARDI.

Sulla terra già Venere scende,Vengon seco le grazie e gli amori,Sul suo capo il cheto aere s'accende,Sotto il piè le germogliano i fiori.Madre e dea d'ogni cosa gentileOrna i rami, gli augelli ridesta;L'aria, l'acqua, la terra è una festa:O l'aprile, l'aprile l'aprile!O fanciulla che languida giaciFra le piume, e sognando sorridi,E il ciel suona di canti e di baci,Freme il bosco d'amplessi e di nidi.O fanciulla, son rapide l'oreDella gioia, a te mormora il rio;Sorgi, vieni ti dice il cor mio:O l'amore, l'amore, l'amore!. . . . . . . . . . .

Sulla terra già Venere scende,Vengon seco le grazie e gli amori,Sul suo capo il cheto aere s'accende,Sotto il piè le germogliano i fiori.Madre e dea d'ogni cosa gentileOrna i rami, gli augelli ridesta;L'aria, l'acqua, la terra è una festa:O l'aprile, l'aprile l'aprile!O fanciulla che languida giaciFra le piume, e sognando sorridi,E il ciel suona di canti e di baci,Freme il bosco d'amplessi e di nidi.O fanciulla, son rapide l'oreDella gioia, a te mormora il rio;Sorgi, vieni ti dice il cor mio:O l'amore, l'amore, l'amore!. . . . . . . . . . .

Sulla terra già Venere scende,

Vengon seco le grazie e gli amori,

Sul suo capo il cheto aere s'accende,

Sotto il piè le germogliano i fiori.

Madre e dea d'ogni cosa gentile

Orna i rami, gli augelli ridesta;

L'aria, l'acqua, la terra è una festa:

O l'aprile, l'aprile l'aprile!

O fanciulla che languida giaci

Fra le piume, e sognando sorridi,

E il ciel suona di canti e di baci,

Freme il bosco d'amplessi e di nidi.

O fanciulla, son rapide l'ore

Della gioia, a te mormora il rio;

Sorgi, vieni ti dice il cor mio:

O l'amore, l'amore, l'amore!

. . . . . . . . . . .

L'ultima parte della trilogia è scientifica e un po' faticosa agli indotti. Pure scorre tutta così tersa, così, direi, lieve, nella sua profondità che se ne ricevono ugualmente impressioni luminose. È un viaggio nell'ètere, di Giobbe guidato da Iside che raffigura ad un tempo la Scienza ed il Mistero. È una ideale peregrinazione da stella a stella, da luce a luce, durante la quale Giobbe ascolta dalla sua guida il racconto della formazione del mondo, età per età; — è il viaggio del pensiero attraverso l'abisso dell'infinito. Egli scopre, esulta, s'inebria, finchè arrivato al limite la natura gli dice; Arrestati! Icaro cade...

Intanto Giobbe s'esalta dei nuovi orizzonti che gli si schiudon dinanzi, della virtù nuova che s'è [pg!234] fusa al suo spirito e che lo fa avido di comprendere, di spaziare, d'innalzarsi:

In alto, in alto! all'eterePadre al fecondo soleSorge ed inconscia palpitaOgni vivente prole;O che da germe ciecoSbocci o da grembo, o come verde smaltoErbeggi in prato, o induri in selva: o liberaDiscorra e voli, o bosco abiti o speco,Sempre dovunque un'intimaLegge la chiama e la sospinge in alto.Manda la terra gli umidiFumi dal seno, ond'hannoNubi di vita gravideGli astri al mutar dell'anno.Desti al gagliardo attritoDi secchi tronchi e resinose tedeGuizzan dal foco gl'inquieti spiritiUbbidienti ad un supremo invito;E, fiamma anch'essa, l'animaLingueggia ardente ad un'eterea sede. . . . . . . . . . . .

In alto, in alto! all'eterePadre al fecondo soleSorge ed inconscia palpitaOgni vivente prole;O che da germe ciecoSbocci o da grembo, o come verde smaltoErbeggi in prato, o induri in selva: o liberaDiscorra e voli, o bosco abiti o speco,Sempre dovunque un'intimaLegge la chiama e la sospinge in alto.Manda la terra gli umidiFumi dal seno, ond'hannoNubi di vita gravideGli astri al mutar dell'anno.Desti al gagliardo attritoDi secchi tronchi e resinose tedeGuizzan dal foco gl'inquieti spiritiUbbidienti ad un supremo invito;E, fiamma anch'essa, l'animaLingueggia ardente ad un'eterea sede. . . . . . . . . . . .

In alto, in alto! all'etere

Padre al fecondo sole

Sorge ed inconscia palpita

Ogni vivente prole;

O che da germe cieco

Sbocci o da grembo, o come verde smalto

Erbeggi in prato, o induri in selva: o libera

Discorra e voli, o bosco abiti o speco,

Sempre dovunque un'intima

Legge la chiama e la sospinge in alto.

Manda la terra gli umidi

Fumi dal seno, ond'hanno

Nubi di vita gravide

Gli astri al mutar dell'anno.

Desti al gagliardo attrito

Di secchi tronchi e resinose tede

Guizzan dal foco gl'inquieti spiriti

Ubbidienti ad un supremo invito;

E, fiamma anch'essa, l'anima

Lingueggia ardente ad un'eterea sede

. . . . . . . . . . . .

Ho finito per oggi, amabilissime. Non crediate però ch'io abbia inteso di farvi una rassegna del bel libro, nè che vi abbia comunicato tutte le mie impressioni. Mi mancano il sapere e lo spazio; due cose, vedete, essenziali. Ho solamente desiderato che conosciate un po' più del titolo d'un'opera che fa onore all'Italia. Vi ho attinto per voi delle gemme, sì, ma molte altre ricchezze riposano nel fondo di quel piccolo mare. Un vero mare, con le sue glauche trasparenze, i suoi scogli, i suoi mostri, le sue perle, le sue falangi di deità invisibili, e le sue carcasse umane, la sua sinfonia di voci, e il gemito eterno d'un titanico dolore...

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