XI.

XI.Arrigo Boito.Basterebbe il «Mefistofele,» credo, per fare il nome d'Arrigo Boito immortale: il «Mefistofele» dalla musica descrittiva, dalla parola melodiosa, il vero dramma musicale, l'unità profonda, indissolubile, sognata da Wagner. «Danse, Musique et Poésie forment la ronde de l'Art vivant» scrive Edouard Schuré in fronte ad un suo indimenticabile libro e il Boito nell'accolta armoniosa delle tre Muse sorelle è giunto a posare il piede vittorioso sul polo vergine dell'Ideale.Ma non è di questo che volevo parlarvi, care amiche. Volevo scorrere con voi, oggi, qualcuno dei bizzarri canti del rubesto poeta al qualeil Libro dei versie la stupenda leggenda diRe Orsofruttarono già buona parte di gloria. Il Boito quantunque originalissimo fa parte di quella scuola che quando voi non eravate ancora arrivate al mondo chiamavano: dell'arte futura, e che ora, per la frettolosa [pg!241] evoluzione di questi ultimi anni, minaccia di appartenere all'arte del passato. Il Boito è sopratutto scultorio. Egli non può appagarsi, come tanti, d'idee, di larve, di fluttazioni e di miraggi; egli ha bisogno della forma definita, della materia, quasi, ha bisogno di foggiare, di plasmare, d'incarnare subito la sua ispirazione, di vedersela lì, sotto gli occhi, viva palpitante, umana. Quando scriveva quei due famosi versi che diventarono il catechismo del suo cenacolo:E non trovando il BelloCi abbranchiamo all'Orrendoio credo che il bello lo cercasse dove non poteva trovarlo, dov'è soggetto a guastarsi, a immiserirsi: negli aspetti, non nell'anima delle cose. È sempre più artista che poeta; più favoleggiatore che sognatore. Anche le sue fantasie hanno tutte, direi, un piede in terra, si basano tutte sul reale, sul visibile; egli non idealizza il vero, ma umanizza la idealità.Qualche volta, inoltre, una certa intonazione irrisoria, amara, scettica che traspare, ci ricorda il ghigno e le contorsioni diaboliche del suo Mefistofele. Anch'egli par preferire gli odori resinosi e le macabre fantasie nordiche ai fiori irrorati dal plenilunio, fra i quali non si raccapezza e la sua fibra s'indebolisce rischiando di dare nel banale o nel grottesco; mentre nelle dipinture del pauroso, del mostruoso, del sinistro, è maestro. È proprio il rovescio del Praga, suo fratello d'arte, il quale non è mai così efficace e commovente come quando attinge alla semplice verità.Eccovi intanto, del Boito, un arguto madrigale scritto sotto la fotografia d'una signora:[pg!242]Arte nata da un raggio e da un velenoSu questo segno della tua potenzaMi si rivela appienoLa tua duplice essenza.O arcane curve, ombre soavi, tocchiLuminosi, divine orme d'amore!Sento il raggio negli occhiE il veleno nel core.Il nome d'uno sconosciuto, letto sull'arca antica d'un chiostro gli ispira fra le altre queste strofe animate, direi volentieri irrequiete, come una fiamma:. . . . . .Il nome tuo tre secoliPassò ignorato e mero,Solo il trovâr le bicheDell'umili formicheE la pupilla inquietaD'un giovine poeta.Ed eri forse un genioA cui fallìa la gloria.Un pazïente anonimoSmascherator di storia.Un creätor d'orrendeRomantiche leggende,O del poema neroDi Faust o d'Assuero.Forse una ragna pendulaFra due cippi romaniTi rivelò il miracoloDei ponti americani,Forse per l'aura brunaVedendo errar la lunaDivinasti l'incautaMagìa dell'areonauta.[pg!243]Certo ti colse il torbidoProblema del futuroScavando i bei caratteriSovra l'antico muro;Eri certo un poeta!Eri certo un profeta!!(O, idea vulgare e trista)Eri forse un copista.La padronanza e la disinvoltura dell'arte è sempre, come vedete, perfetta. Ma dove Arrigo Boito raggiunge una potenza meravigliosa è nella Fiaba diRe Orso. Vi s'incontrano accenti Shakesperiani. A voi, fanciulle, poco posso esporre di quella diabolica concezione, ma abbastanza spero per darvi un'idea della gagliarda originalità di tutto il lavoro. Udite:V.PAPIOL.Per le bimbe, per i pargoliDalla fiaba impauriti,Per i nonni fra le tenebreDesti, pallidi, romiti,Cangerò la tetra nenïaIn un verso allegro e matto,Colla storia ed il ritrattoDel giullare Papïol.Fu il buffon da una mandragoraMesso al mondo, e appena natoEra al par d'un dito mignoloPicciol, magro, affusolato;Poi restò sempre rachiticoFin ch'ei visse ed infermiccio,E la crosta d'un pasticcioFu la culla di Papïol.[pg!244]Per cimiero ei porta un guscioDi castagna o di lumaca,Una pelle di lucertolaÈ sua calza ed è sua braca;Gli filava una tarantolaCinque corde al suo liuto;E non v'ha giullar più astutoDel gobbetto Papïol.Tien la vespa il fine aculeoDentro il corpo alidorato,Tal Papiolo entro la cintolaTiene un ago avvelenato,Con quell'ago ei fe cadaverePiù d'un Duca e più d'un Conte,Per quell'ago sir DrogonteVenne spento da Papïol,Perchè un dì, presente il Principe,Arse vivo uno scorpione.Fu Papiolo eletto al titoloD'uom di Corte e Centurione;Sulla terra ancor non videsiUn più gracile arfasatto.Ecco i fasti ed il ritrattoDel giullare Papïol.Bello non è vero? in quell'artificiosa rudezza popolare. Eccovi ora lo spunto d'un altro capitolo in cui traluce molto bene la personalità del poeta:Cessato è il nembo; — va volando intornoL'angiol del giorno — a spegnere le stelleE le fiammelle — che brillano sui fariDei marinari. — L'esule chiesettaDell'alta vetta — già si fa men brunaE ancor la lunaSplende sull'ermoBianca ed immota.Come una notaDi canto fermo.. . . . . .[pg!245] Questo è un quadretto raro e strano in cui ancora una volta l'artista ha vinto il poeta.InRe Orsocolgo pure la vaghissima serenata «Ago ed Arpa» che par uscita veramente dalla bocca di un trovatore a' bei tempi di Clemenza Isaura di Tolosa:Io di Provenza tenero trovieroVorrei cantarti nella mia loquela,Chè più soave mi parrebbe e meroL'inno amoroso che il mio spirto inciela,Per te sui voli dell'idea cavalco,Cacciando le colombe del pensier;Tu fai di me, siccome fa col falcoIl falconier.Tale m'alletta amoroso martòroChe giorno e notte vo cantando e ploroTan m'abelis l'amoros pensamanQue jorn et nuit jeu plore et vai chantan.. . . . . . .Ier notte oravo, il mio fervor blandiaQuasi un soffiar di celestiale avena,E mi si ruppe in cor l'Ave-MariaPerchè appena fui giunto algratia plenaTu m'apparisti, angelicata donna,Tutta piena di grazia e di virtù.Certo salì la prece alla MadonnaEd a Gesù.Tale m'alletta amoroso martòroChe giorno e notte vo cantando e ploro.Tan m'abelis l'amoros pensamanQue jorn et nuit jeu plore et vai chantan.Ten vieni o Donna nel gentil paeseDove vibran le cetre e le mandòle,Dove nasce la vaga sirventese,Dove si parla in rimate parole,Ten vieni ed io ti guarderò, mio nume,Dai mali, dalle lotte e dai viventi,[pg!246]Qual si ripara colla palma un lumeIn mezzo ai venti.Tale m'alletta amoroso martôroChe giorno e notte vo cantando e ploro.Tan m'abelis l'amoros pensamanQue jorn et nuit jeu plore et vai chantan.Tutta la gentilezza romanzesca, la poesia malinconica degli amori irrimediabilmente lontani, i soli amori, forse, degni del nome divino. Quell'Avemmaria rotta in cuore dall'apparizione della dama, la tenera promessa di riparare Lei dai mali e dalle genti come una fiammella con la mano, sono immagini e ispirazioni che non possono essersi accese che nella mente di un contemporaneo di Rudello e di Bernardo di Ventadorn, venute attraverso i secoli, come un'emanazione, nella mente di Arrigo Boito che le ha tradotte in tutta la loro freschezza nativa.Dopo questa, ogni altra cosa par sbiadita. Ma qualche fanciulla pensosa amerà forse ch'io le ripeta i gentili versi sulla conchiglia, che emergono come un fiore dall'alto e fragile stelo fra la fioritura d'Ero e Leandro; i versi che rappresentano fulgidamente la profetica virtù che le fanciulle, custodi di ogni poesia, amano tanto di attribuire alle cose inanimate, rinnovellando in forma blanda l'oracolo antico:Conchiglia roseaDel patrio lidoPiccolo nido,Del vasto mar.Dell'alma VenereCulla e flottigliaRosea conchiglia.In te ricircolanoMille voluteChe fan che mormorinoFin l'aure mute.Tu canti e sfolgoriCoro fra i coriOro fra gli oriDel sacro altar.[pg!247]Entro ti palpitanoLe nettunineNinfe che avvincolansiD'aliga il crineE tutti i zeffiri,Pel cielo errantiE tutti i cantiDel pescator.Dimmi l'oracoloDi mia fortuna,Tu della dunaEco e splendor.Parla, la vergineCupida origlia,Rosea conchiglia.L'api che ronzanoFra gli oleandriNe' tuoi meandriOdonsi ancor.Un trillo eolioIn te bisbigliaRosea conchiglia.Parla... e che? turbinanoSconvolte l'onde!Crollan.... rigurgitano...Alte e profonde.E sull'equoreaTerribil iraPiomba la divaFuria del tuon.Orror profetico!Rombo bïeco!Terribil eco!Ria visïon!Fuggi! Ho una lagrimaSulle mie cigliaTetra conchiglia!E ora quelle fra voi che presto calcheranno la piccola orma sulla sabbia di qualche beato cantuccio di spiaggia italiana, non dimentichino di insudiciarsi la punta delle dita per strappare al tepido e bigio umidore delle labbra del mare una delle sue ruvide margherite. E non siano presagi di tempeste il risultato del responso capriccioso, ma sogni di pace nel ronzìo delle pecchie, nell'alitare dei zeffiri, nelle nenie dei pescatori.[pg!248]

XI.Arrigo Boito.Basterebbe il «Mefistofele,» credo, per fare il nome d'Arrigo Boito immortale: il «Mefistofele» dalla musica descrittiva, dalla parola melodiosa, il vero dramma musicale, l'unità profonda, indissolubile, sognata da Wagner. «Danse, Musique et Poésie forment la ronde de l'Art vivant» scrive Edouard Schuré in fronte ad un suo indimenticabile libro e il Boito nell'accolta armoniosa delle tre Muse sorelle è giunto a posare il piede vittorioso sul polo vergine dell'Ideale.Ma non è di questo che volevo parlarvi, care amiche. Volevo scorrere con voi, oggi, qualcuno dei bizzarri canti del rubesto poeta al qualeil Libro dei versie la stupenda leggenda diRe Orsofruttarono già buona parte di gloria. Il Boito quantunque originalissimo fa parte di quella scuola che quando voi non eravate ancora arrivate al mondo chiamavano: dell'arte futura, e che ora, per la frettolosa [pg!241] evoluzione di questi ultimi anni, minaccia di appartenere all'arte del passato. Il Boito è sopratutto scultorio. Egli non può appagarsi, come tanti, d'idee, di larve, di fluttazioni e di miraggi; egli ha bisogno della forma definita, della materia, quasi, ha bisogno di foggiare, di plasmare, d'incarnare subito la sua ispirazione, di vedersela lì, sotto gli occhi, viva palpitante, umana. Quando scriveva quei due famosi versi che diventarono il catechismo del suo cenacolo:E non trovando il BelloCi abbranchiamo all'Orrendoio credo che il bello lo cercasse dove non poteva trovarlo, dov'è soggetto a guastarsi, a immiserirsi: negli aspetti, non nell'anima delle cose. È sempre più artista che poeta; più favoleggiatore che sognatore. Anche le sue fantasie hanno tutte, direi, un piede in terra, si basano tutte sul reale, sul visibile; egli non idealizza il vero, ma umanizza la idealità.Qualche volta, inoltre, una certa intonazione irrisoria, amara, scettica che traspare, ci ricorda il ghigno e le contorsioni diaboliche del suo Mefistofele. Anch'egli par preferire gli odori resinosi e le macabre fantasie nordiche ai fiori irrorati dal plenilunio, fra i quali non si raccapezza e la sua fibra s'indebolisce rischiando di dare nel banale o nel grottesco; mentre nelle dipinture del pauroso, del mostruoso, del sinistro, è maestro. È proprio il rovescio del Praga, suo fratello d'arte, il quale non è mai così efficace e commovente come quando attinge alla semplice verità.Eccovi intanto, del Boito, un arguto madrigale scritto sotto la fotografia d'una signora:[pg!242]Arte nata da un raggio e da un velenoSu questo segno della tua potenzaMi si rivela appienoLa tua duplice essenza.O arcane curve, ombre soavi, tocchiLuminosi, divine orme d'amore!Sento il raggio negli occhiE il veleno nel core.Il nome d'uno sconosciuto, letto sull'arca antica d'un chiostro gli ispira fra le altre queste strofe animate, direi volentieri irrequiete, come una fiamma:. . . . . .Il nome tuo tre secoliPassò ignorato e mero,Solo il trovâr le bicheDell'umili formicheE la pupilla inquietaD'un giovine poeta.Ed eri forse un genioA cui fallìa la gloria.Un pazïente anonimoSmascherator di storia.Un creätor d'orrendeRomantiche leggende,O del poema neroDi Faust o d'Assuero.Forse una ragna pendulaFra due cippi romaniTi rivelò il miracoloDei ponti americani,Forse per l'aura brunaVedendo errar la lunaDivinasti l'incautaMagìa dell'areonauta.[pg!243]Certo ti colse il torbidoProblema del futuroScavando i bei caratteriSovra l'antico muro;Eri certo un poeta!Eri certo un profeta!!(O, idea vulgare e trista)Eri forse un copista.La padronanza e la disinvoltura dell'arte è sempre, come vedete, perfetta. Ma dove Arrigo Boito raggiunge una potenza meravigliosa è nella Fiaba diRe Orso. Vi s'incontrano accenti Shakesperiani. A voi, fanciulle, poco posso esporre di quella diabolica concezione, ma abbastanza spero per darvi un'idea della gagliarda originalità di tutto il lavoro. Udite:V.PAPIOL.Per le bimbe, per i pargoliDalla fiaba impauriti,Per i nonni fra le tenebreDesti, pallidi, romiti,Cangerò la tetra nenïaIn un verso allegro e matto,Colla storia ed il ritrattoDel giullare Papïol.Fu il buffon da una mandragoraMesso al mondo, e appena natoEra al par d'un dito mignoloPicciol, magro, affusolato;Poi restò sempre rachiticoFin ch'ei visse ed infermiccio,E la crosta d'un pasticcioFu la culla di Papïol.[pg!244]Per cimiero ei porta un guscioDi castagna o di lumaca,Una pelle di lucertolaÈ sua calza ed è sua braca;Gli filava una tarantolaCinque corde al suo liuto;E non v'ha giullar più astutoDel gobbetto Papïol.Tien la vespa il fine aculeoDentro il corpo alidorato,Tal Papiolo entro la cintolaTiene un ago avvelenato,Con quell'ago ei fe cadaverePiù d'un Duca e più d'un Conte,Per quell'ago sir DrogonteVenne spento da Papïol,Perchè un dì, presente il Principe,Arse vivo uno scorpione.Fu Papiolo eletto al titoloD'uom di Corte e Centurione;Sulla terra ancor non videsiUn più gracile arfasatto.Ecco i fasti ed il ritrattoDel giullare Papïol.Bello non è vero? in quell'artificiosa rudezza popolare. Eccovi ora lo spunto d'un altro capitolo in cui traluce molto bene la personalità del poeta:Cessato è il nembo; — va volando intornoL'angiol del giorno — a spegnere le stelleE le fiammelle — che brillano sui fariDei marinari. — L'esule chiesettaDell'alta vetta — già si fa men brunaE ancor la lunaSplende sull'ermoBianca ed immota.Come una notaDi canto fermo.. . . . . .[pg!245] Questo è un quadretto raro e strano in cui ancora una volta l'artista ha vinto il poeta.InRe Orsocolgo pure la vaghissima serenata «Ago ed Arpa» che par uscita veramente dalla bocca di un trovatore a' bei tempi di Clemenza Isaura di Tolosa:Io di Provenza tenero trovieroVorrei cantarti nella mia loquela,Chè più soave mi parrebbe e meroL'inno amoroso che il mio spirto inciela,Per te sui voli dell'idea cavalco,Cacciando le colombe del pensier;Tu fai di me, siccome fa col falcoIl falconier.Tale m'alletta amoroso martòroChe giorno e notte vo cantando e ploroTan m'abelis l'amoros pensamanQue jorn et nuit jeu plore et vai chantan.. . . . . . .Ier notte oravo, il mio fervor blandiaQuasi un soffiar di celestiale avena,E mi si ruppe in cor l'Ave-MariaPerchè appena fui giunto algratia plenaTu m'apparisti, angelicata donna,Tutta piena di grazia e di virtù.Certo salì la prece alla MadonnaEd a Gesù.Tale m'alletta amoroso martòroChe giorno e notte vo cantando e ploro.Tan m'abelis l'amoros pensamanQue jorn et nuit jeu plore et vai chantan.Ten vieni o Donna nel gentil paeseDove vibran le cetre e le mandòle,Dove nasce la vaga sirventese,Dove si parla in rimate parole,Ten vieni ed io ti guarderò, mio nume,Dai mali, dalle lotte e dai viventi,[pg!246]Qual si ripara colla palma un lumeIn mezzo ai venti.Tale m'alletta amoroso martôroChe giorno e notte vo cantando e ploro.Tan m'abelis l'amoros pensamanQue jorn et nuit jeu plore et vai chantan.Tutta la gentilezza romanzesca, la poesia malinconica degli amori irrimediabilmente lontani, i soli amori, forse, degni del nome divino. Quell'Avemmaria rotta in cuore dall'apparizione della dama, la tenera promessa di riparare Lei dai mali e dalle genti come una fiammella con la mano, sono immagini e ispirazioni che non possono essersi accese che nella mente di un contemporaneo di Rudello e di Bernardo di Ventadorn, venute attraverso i secoli, come un'emanazione, nella mente di Arrigo Boito che le ha tradotte in tutta la loro freschezza nativa.Dopo questa, ogni altra cosa par sbiadita. Ma qualche fanciulla pensosa amerà forse ch'io le ripeta i gentili versi sulla conchiglia, che emergono come un fiore dall'alto e fragile stelo fra la fioritura d'Ero e Leandro; i versi che rappresentano fulgidamente la profetica virtù che le fanciulle, custodi di ogni poesia, amano tanto di attribuire alle cose inanimate, rinnovellando in forma blanda l'oracolo antico:Conchiglia roseaDel patrio lidoPiccolo nido,Del vasto mar.Dell'alma VenereCulla e flottigliaRosea conchiglia.In te ricircolanoMille voluteChe fan che mormorinoFin l'aure mute.Tu canti e sfolgoriCoro fra i coriOro fra gli oriDel sacro altar.[pg!247]Entro ti palpitanoLe nettunineNinfe che avvincolansiD'aliga il crineE tutti i zeffiri,Pel cielo errantiE tutti i cantiDel pescator.Dimmi l'oracoloDi mia fortuna,Tu della dunaEco e splendor.Parla, la vergineCupida origlia,Rosea conchiglia.L'api che ronzanoFra gli oleandriNe' tuoi meandriOdonsi ancor.Un trillo eolioIn te bisbigliaRosea conchiglia.Parla... e che? turbinanoSconvolte l'onde!Crollan.... rigurgitano...Alte e profonde.E sull'equoreaTerribil iraPiomba la divaFuria del tuon.Orror profetico!Rombo bïeco!Terribil eco!Ria visïon!Fuggi! Ho una lagrimaSulle mie cigliaTetra conchiglia!E ora quelle fra voi che presto calcheranno la piccola orma sulla sabbia di qualche beato cantuccio di spiaggia italiana, non dimentichino di insudiciarsi la punta delle dita per strappare al tepido e bigio umidore delle labbra del mare una delle sue ruvide margherite. E non siano presagi di tempeste il risultato del responso capriccioso, ma sogni di pace nel ronzìo delle pecchie, nell'alitare dei zeffiri, nelle nenie dei pescatori.[pg!248]

XI.Arrigo Boito.Basterebbe il «Mefistofele,» credo, per fare il nome d'Arrigo Boito immortale: il «Mefistofele» dalla musica descrittiva, dalla parola melodiosa, il vero dramma musicale, l'unità profonda, indissolubile, sognata da Wagner. «Danse, Musique et Poésie forment la ronde de l'Art vivant» scrive Edouard Schuré in fronte ad un suo indimenticabile libro e il Boito nell'accolta armoniosa delle tre Muse sorelle è giunto a posare il piede vittorioso sul polo vergine dell'Ideale.Ma non è di questo che volevo parlarvi, care amiche. Volevo scorrere con voi, oggi, qualcuno dei bizzarri canti del rubesto poeta al qualeil Libro dei versie la stupenda leggenda diRe Orsofruttarono già buona parte di gloria. Il Boito quantunque originalissimo fa parte di quella scuola che quando voi non eravate ancora arrivate al mondo chiamavano: dell'arte futura, e che ora, per la frettolosa [pg!241] evoluzione di questi ultimi anni, minaccia di appartenere all'arte del passato. Il Boito è sopratutto scultorio. Egli non può appagarsi, come tanti, d'idee, di larve, di fluttazioni e di miraggi; egli ha bisogno della forma definita, della materia, quasi, ha bisogno di foggiare, di plasmare, d'incarnare subito la sua ispirazione, di vedersela lì, sotto gli occhi, viva palpitante, umana. Quando scriveva quei due famosi versi che diventarono il catechismo del suo cenacolo:E non trovando il BelloCi abbranchiamo all'Orrendoio credo che il bello lo cercasse dove non poteva trovarlo, dov'è soggetto a guastarsi, a immiserirsi: negli aspetti, non nell'anima delle cose. È sempre più artista che poeta; più favoleggiatore che sognatore. Anche le sue fantasie hanno tutte, direi, un piede in terra, si basano tutte sul reale, sul visibile; egli non idealizza il vero, ma umanizza la idealità.Qualche volta, inoltre, una certa intonazione irrisoria, amara, scettica che traspare, ci ricorda il ghigno e le contorsioni diaboliche del suo Mefistofele. Anch'egli par preferire gli odori resinosi e le macabre fantasie nordiche ai fiori irrorati dal plenilunio, fra i quali non si raccapezza e la sua fibra s'indebolisce rischiando di dare nel banale o nel grottesco; mentre nelle dipinture del pauroso, del mostruoso, del sinistro, è maestro. È proprio il rovescio del Praga, suo fratello d'arte, il quale non è mai così efficace e commovente come quando attinge alla semplice verità.Eccovi intanto, del Boito, un arguto madrigale scritto sotto la fotografia d'una signora:[pg!242]Arte nata da un raggio e da un velenoSu questo segno della tua potenzaMi si rivela appienoLa tua duplice essenza.O arcane curve, ombre soavi, tocchiLuminosi, divine orme d'amore!Sento il raggio negli occhiE il veleno nel core.Il nome d'uno sconosciuto, letto sull'arca antica d'un chiostro gli ispira fra le altre queste strofe animate, direi volentieri irrequiete, come una fiamma:. . . . . .Il nome tuo tre secoliPassò ignorato e mero,Solo il trovâr le bicheDell'umili formicheE la pupilla inquietaD'un giovine poeta.Ed eri forse un genioA cui fallìa la gloria.Un pazïente anonimoSmascherator di storia.Un creätor d'orrendeRomantiche leggende,O del poema neroDi Faust o d'Assuero.Forse una ragna pendulaFra due cippi romaniTi rivelò il miracoloDei ponti americani,Forse per l'aura brunaVedendo errar la lunaDivinasti l'incautaMagìa dell'areonauta.[pg!243]Certo ti colse il torbidoProblema del futuroScavando i bei caratteriSovra l'antico muro;Eri certo un poeta!Eri certo un profeta!!(O, idea vulgare e trista)Eri forse un copista.La padronanza e la disinvoltura dell'arte è sempre, come vedete, perfetta. Ma dove Arrigo Boito raggiunge una potenza meravigliosa è nella Fiaba diRe Orso. Vi s'incontrano accenti Shakesperiani. A voi, fanciulle, poco posso esporre di quella diabolica concezione, ma abbastanza spero per darvi un'idea della gagliarda originalità di tutto il lavoro. Udite:V.PAPIOL.Per le bimbe, per i pargoliDalla fiaba impauriti,Per i nonni fra le tenebreDesti, pallidi, romiti,Cangerò la tetra nenïaIn un verso allegro e matto,Colla storia ed il ritrattoDel giullare Papïol.Fu il buffon da una mandragoraMesso al mondo, e appena natoEra al par d'un dito mignoloPicciol, magro, affusolato;Poi restò sempre rachiticoFin ch'ei visse ed infermiccio,E la crosta d'un pasticcioFu la culla di Papïol.[pg!244]Per cimiero ei porta un guscioDi castagna o di lumaca,Una pelle di lucertolaÈ sua calza ed è sua braca;Gli filava una tarantolaCinque corde al suo liuto;E non v'ha giullar più astutoDel gobbetto Papïol.Tien la vespa il fine aculeoDentro il corpo alidorato,Tal Papiolo entro la cintolaTiene un ago avvelenato,Con quell'ago ei fe cadaverePiù d'un Duca e più d'un Conte,Per quell'ago sir DrogonteVenne spento da Papïol,Perchè un dì, presente il Principe,Arse vivo uno scorpione.Fu Papiolo eletto al titoloD'uom di Corte e Centurione;Sulla terra ancor non videsiUn più gracile arfasatto.Ecco i fasti ed il ritrattoDel giullare Papïol.Bello non è vero? in quell'artificiosa rudezza popolare. Eccovi ora lo spunto d'un altro capitolo in cui traluce molto bene la personalità del poeta:Cessato è il nembo; — va volando intornoL'angiol del giorno — a spegnere le stelleE le fiammelle — che brillano sui fariDei marinari. — L'esule chiesettaDell'alta vetta — già si fa men brunaE ancor la lunaSplende sull'ermoBianca ed immota.Come una notaDi canto fermo.. . . . . .[pg!245] Questo è un quadretto raro e strano in cui ancora una volta l'artista ha vinto il poeta.InRe Orsocolgo pure la vaghissima serenata «Ago ed Arpa» che par uscita veramente dalla bocca di un trovatore a' bei tempi di Clemenza Isaura di Tolosa:Io di Provenza tenero trovieroVorrei cantarti nella mia loquela,Chè più soave mi parrebbe e meroL'inno amoroso che il mio spirto inciela,Per te sui voli dell'idea cavalco,Cacciando le colombe del pensier;Tu fai di me, siccome fa col falcoIl falconier.Tale m'alletta amoroso martòroChe giorno e notte vo cantando e ploroTan m'abelis l'amoros pensamanQue jorn et nuit jeu plore et vai chantan.. . . . . . .Ier notte oravo, il mio fervor blandiaQuasi un soffiar di celestiale avena,E mi si ruppe in cor l'Ave-MariaPerchè appena fui giunto algratia plenaTu m'apparisti, angelicata donna,Tutta piena di grazia e di virtù.Certo salì la prece alla MadonnaEd a Gesù.Tale m'alletta amoroso martòroChe giorno e notte vo cantando e ploro.Tan m'abelis l'amoros pensamanQue jorn et nuit jeu plore et vai chantan.Ten vieni o Donna nel gentil paeseDove vibran le cetre e le mandòle,Dove nasce la vaga sirventese,Dove si parla in rimate parole,Ten vieni ed io ti guarderò, mio nume,Dai mali, dalle lotte e dai viventi,[pg!246]Qual si ripara colla palma un lumeIn mezzo ai venti.Tale m'alletta amoroso martôroChe giorno e notte vo cantando e ploro.Tan m'abelis l'amoros pensamanQue jorn et nuit jeu plore et vai chantan.Tutta la gentilezza romanzesca, la poesia malinconica degli amori irrimediabilmente lontani, i soli amori, forse, degni del nome divino. Quell'Avemmaria rotta in cuore dall'apparizione della dama, la tenera promessa di riparare Lei dai mali e dalle genti come una fiammella con la mano, sono immagini e ispirazioni che non possono essersi accese che nella mente di un contemporaneo di Rudello e di Bernardo di Ventadorn, venute attraverso i secoli, come un'emanazione, nella mente di Arrigo Boito che le ha tradotte in tutta la loro freschezza nativa.Dopo questa, ogni altra cosa par sbiadita. Ma qualche fanciulla pensosa amerà forse ch'io le ripeta i gentili versi sulla conchiglia, che emergono come un fiore dall'alto e fragile stelo fra la fioritura d'Ero e Leandro; i versi che rappresentano fulgidamente la profetica virtù che le fanciulle, custodi di ogni poesia, amano tanto di attribuire alle cose inanimate, rinnovellando in forma blanda l'oracolo antico:Conchiglia roseaDel patrio lidoPiccolo nido,Del vasto mar.Dell'alma VenereCulla e flottigliaRosea conchiglia.In te ricircolanoMille voluteChe fan che mormorinoFin l'aure mute.Tu canti e sfolgoriCoro fra i coriOro fra gli oriDel sacro altar.[pg!247]Entro ti palpitanoLe nettunineNinfe che avvincolansiD'aliga il crineE tutti i zeffiri,Pel cielo errantiE tutti i cantiDel pescator.Dimmi l'oracoloDi mia fortuna,Tu della dunaEco e splendor.Parla, la vergineCupida origlia,Rosea conchiglia.L'api che ronzanoFra gli oleandriNe' tuoi meandriOdonsi ancor.Un trillo eolioIn te bisbigliaRosea conchiglia.Parla... e che? turbinanoSconvolte l'onde!Crollan.... rigurgitano...Alte e profonde.E sull'equoreaTerribil iraPiomba la divaFuria del tuon.Orror profetico!Rombo bïeco!Terribil eco!Ria visïon!Fuggi! Ho una lagrimaSulle mie cigliaTetra conchiglia!E ora quelle fra voi che presto calcheranno la piccola orma sulla sabbia di qualche beato cantuccio di spiaggia italiana, non dimentichino di insudiciarsi la punta delle dita per strappare al tepido e bigio umidore delle labbra del mare una delle sue ruvide margherite. E non siano presagi di tempeste il risultato del responso capriccioso, ma sogni di pace nel ronzìo delle pecchie, nell'alitare dei zeffiri, nelle nenie dei pescatori.[pg!248]

Arrigo Boito.

Arrigo Boito.

Basterebbe il «Mefistofele,» credo, per fare il nome d'Arrigo Boito immortale: il «Mefistofele» dalla musica descrittiva, dalla parola melodiosa, il vero dramma musicale, l'unità profonda, indissolubile, sognata da Wagner. «Danse, Musique et Poésie forment la ronde de l'Art vivant» scrive Edouard Schuré in fronte ad un suo indimenticabile libro e il Boito nell'accolta armoniosa delle tre Muse sorelle è giunto a posare il piede vittorioso sul polo vergine dell'Ideale.

Ma non è di questo che volevo parlarvi, care amiche. Volevo scorrere con voi, oggi, qualcuno dei bizzarri canti del rubesto poeta al qualeil Libro dei versie la stupenda leggenda diRe Orsofruttarono già buona parte di gloria. Il Boito quantunque originalissimo fa parte di quella scuola che quando voi non eravate ancora arrivate al mondo chiamavano: dell'arte futura, e che ora, per la frettolosa [pg!241] evoluzione di questi ultimi anni, minaccia di appartenere all'arte del passato. Il Boito è sopratutto scultorio. Egli non può appagarsi, come tanti, d'idee, di larve, di fluttazioni e di miraggi; egli ha bisogno della forma definita, della materia, quasi, ha bisogno di foggiare, di plasmare, d'incarnare subito la sua ispirazione, di vedersela lì, sotto gli occhi, viva palpitante, umana. Quando scriveva quei due famosi versi che diventarono il catechismo del suo cenacolo:

E non trovando il BelloCi abbranchiamo all'Orrendo

E non trovando il BelloCi abbranchiamo all'Orrendo

E non trovando il Bello

Ci abbranchiamo all'Orrendo

io credo che il bello lo cercasse dove non poteva trovarlo, dov'è soggetto a guastarsi, a immiserirsi: negli aspetti, non nell'anima delle cose. È sempre più artista che poeta; più favoleggiatore che sognatore. Anche le sue fantasie hanno tutte, direi, un piede in terra, si basano tutte sul reale, sul visibile; egli non idealizza il vero, ma umanizza la idealità.

Qualche volta, inoltre, una certa intonazione irrisoria, amara, scettica che traspare, ci ricorda il ghigno e le contorsioni diaboliche del suo Mefistofele. Anch'egli par preferire gli odori resinosi e le macabre fantasie nordiche ai fiori irrorati dal plenilunio, fra i quali non si raccapezza e la sua fibra s'indebolisce rischiando di dare nel banale o nel grottesco; mentre nelle dipinture del pauroso, del mostruoso, del sinistro, è maestro. È proprio il rovescio del Praga, suo fratello d'arte, il quale non è mai così efficace e commovente come quando attinge alla semplice verità.

Eccovi intanto, del Boito, un arguto madrigale scritto sotto la fotografia d'una signora:

[pg!242]

Arte nata da un raggio e da un velenoSu questo segno della tua potenzaMi si rivela appienoLa tua duplice essenza.O arcane curve, ombre soavi, tocchiLuminosi, divine orme d'amore!Sento il raggio negli occhiE il veleno nel core.

Arte nata da un raggio e da un velenoSu questo segno della tua potenzaMi si rivela appienoLa tua duplice essenza.O arcane curve, ombre soavi, tocchiLuminosi, divine orme d'amore!Sento il raggio negli occhiE il veleno nel core.

Arte nata da un raggio e da un veleno

Su questo segno della tua potenza

Mi si rivela appienoLa tua duplice essenza.

Mi si rivela appieno

La tua duplice essenza.

O arcane curve, ombre soavi, tocchi

Luminosi, divine orme d'amore!

Sento il raggio negli occhiE il veleno nel core.

Sento il raggio negli occhi

E il veleno nel core.

Il nome d'uno sconosciuto, letto sull'arca antica d'un chiostro gli ispira fra le altre queste strofe animate, direi volentieri irrequiete, come una fiamma:

. . . . . .Il nome tuo tre secoliPassò ignorato e mero,Solo il trovâr le bicheDell'umili formicheE la pupilla inquietaD'un giovine poeta.Ed eri forse un genioA cui fallìa la gloria.Un pazïente anonimoSmascherator di storia.Un creätor d'orrendeRomantiche leggende,O del poema neroDi Faust o d'Assuero.Forse una ragna pendulaFra due cippi romaniTi rivelò il miracoloDei ponti americani,Forse per l'aura brunaVedendo errar la lunaDivinasti l'incautaMagìa dell'areonauta.[pg!243]Certo ti colse il torbidoProblema del futuroScavando i bei caratteriSovra l'antico muro;Eri certo un poeta!Eri certo un profeta!!(O, idea vulgare e trista)Eri forse un copista.

. . . . . .Il nome tuo tre secoliPassò ignorato e mero,Solo il trovâr le bicheDell'umili formicheE la pupilla inquietaD'un giovine poeta.Ed eri forse un genioA cui fallìa la gloria.Un pazïente anonimoSmascherator di storia.Un creätor d'orrendeRomantiche leggende,O del poema neroDi Faust o d'Assuero.Forse una ragna pendulaFra due cippi romaniTi rivelò il miracoloDei ponti americani,Forse per l'aura brunaVedendo errar la lunaDivinasti l'incautaMagìa dell'areonauta.[pg!243]Certo ti colse il torbidoProblema del futuroScavando i bei caratteriSovra l'antico muro;Eri certo un poeta!Eri certo un profeta!!(O, idea vulgare e trista)Eri forse un copista.

. . . . . .

Il nome tuo tre secoli

Passò ignorato e mero,

Solo il trovâr le biche

Dell'umili formiche

E la pupilla inquieta

D'un giovine poeta.

Ed eri forse un genio

A cui fallìa la gloria.

Un pazïente anonimo

Smascherator di storia.

Un creätor d'orrende

Romantiche leggende,

O del poema nero

Di Faust o d'Assuero.

Forse una ragna pendula

Fra due cippi romani

Ti rivelò il miracolo

Dei ponti americani,

Forse per l'aura bruna

Vedendo errar la luna

Divinasti l'incauta

Magìa dell'areonauta.

[pg!243]

Certo ti colse il torbido

Problema del futuro

Scavando i bei caratteri

Sovra l'antico muro;

Eri certo un poeta!

Eri certo un profeta!!

(O, idea vulgare e trista)

Eri forse un copista.

La padronanza e la disinvoltura dell'arte è sempre, come vedete, perfetta. Ma dove Arrigo Boito raggiunge una potenza meravigliosa è nella Fiaba diRe Orso. Vi s'incontrano accenti Shakesperiani. A voi, fanciulle, poco posso esporre di quella diabolica concezione, ma abbastanza spero per darvi un'idea della gagliarda originalità di tutto il lavoro. Udite:

V.PAPIOL.

V.

PAPIOL.

Per le bimbe, per i pargoliDalla fiaba impauriti,Per i nonni fra le tenebreDesti, pallidi, romiti,Cangerò la tetra nenïaIn un verso allegro e matto,Colla storia ed il ritrattoDel giullare Papïol.Fu il buffon da una mandragoraMesso al mondo, e appena natoEra al par d'un dito mignoloPicciol, magro, affusolato;Poi restò sempre rachiticoFin ch'ei visse ed infermiccio,E la crosta d'un pasticcioFu la culla di Papïol.[pg!244]Per cimiero ei porta un guscioDi castagna o di lumaca,Una pelle di lucertolaÈ sua calza ed è sua braca;Gli filava una tarantolaCinque corde al suo liuto;E non v'ha giullar più astutoDel gobbetto Papïol.Tien la vespa il fine aculeoDentro il corpo alidorato,Tal Papiolo entro la cintolaTiene un ago avvelenato,Con quell'ago ei fe cadaverePiù d'un Duca e più d'un Conte,Per quell'ago sir DrogonteVenne spento da Papïol,Perchè un dì, presente il Principe,Arse vivo uno scorpione.Fu Papiolo eletto al titoloD'uom di Corte e Centurione;Sulla terra ancor non videsiUn più gracile arfasatto.Ecco i fasti ed il ritrattoDel giullare Papïol.

Per le bimbe, per i pargoliDalla fiaba impauriti,Per i nonni fra le tenebreDesti, pallidi, romiti,Cangerò la tetra nenïaIn un verso allegro e matto,Colla storia ed il ritrattoDel giullare Papïol.Fu il buffon da una mandragoraMesso al mondo, e appena natoEra al par d'un dito mignoloPicciol, magro, affusolato;Poi restò sempre rachiticoFin ch'ei visse ed infermiccio,E la crosta d'un pasticcioFu la culla di Papïol.[pg!244]Per cimiero ei porta un guscioDi castagna o di lumaca,Una pelle di lucertolaÈ sua calza ed è sua braca;Gli filava una tarantolaCinque corde al suo liuto;E non v'ha giullar più astutoDel gobbetto Papïol.Tien la vespa il fine aculeoDentro il corpo alidorato,Tal Papiolo entro la cintolaTiene un ago avvelenato,Con quell'ago ei fe cadaverePiù d'un Duca e più d'un Conte,Per quell'ago sir DrogonteVenne spento da Papïol,Perchè un dì, presente il Principe,Arse vivo uno scorpione.Fu Papiolo eletto al titoloD'uom di Corte e Centurione;Sulla terra ancor non videsiUn più gracile arfasatto.Ecco i fasti ed il ritrattoDel giullare Papïol.

Per le bimbe, per i pargoli

Dalla fiaba impauriti,

Per i nonni fra le tenebre

Desti, pallidi, romiti,

Cangerò la tetra nenïa

In un verso allegro e matto,

Colla storia ed il ritratto

Del giullare Papïol.

Fu il buffon da una mandragora

Messo al mondo, e appena nato

Era al par d'un dito mignolo

Picciol, magro, affusolato;

Poi restò sempre rachitico

Fin ch'ei visse ed infermiccio,

E la crosta d'un pasticcio

Fu la culla di Papïol.

[pg!244]

Per cimiero ei porta un guscio

Di castagna o di lumaca,

Una pelle di lucertola

È sua calza ed è sua braca;

Gli filava una tarantola

Cinque corde al suo liuto;

E non v'ha giullar più astuto

Del gobbetto Papïol.

Tien la vespa il fine aculeo

Dentro il corpo alidorato,

Tal Papiolo entro la cintola

Tiene un ago avvelenato,

Con quell'ago ei fe cadavere

Più d'un Duca e più d'un Conte,

Per quell'ago sir Drogonte

Venne spento da Papïol,

Perchè un dì, presente il Principe,

Arse vivo uno scorpione.

Fu Papiolo eletto al titolo

D'uom di Corte e Centurione;

Sulla terra ancor non videsi

Un più gracile arfasatto.

Ecco i fasti ed il ritratto

Del giullare Papïol.

Bello non è vero? in quell'artificiosa rudezza popolare. Eccovi ora lo spunto d'un altro capitolo in cui traluce molto bene la personalità del poeta:

Cessato è il nembo; — va volando intornoL'angiol del giorno — a spegnere le stelleE le fiammelle — che brillano sui fariDei marinari. — L'esule chiesettaDell'alta vetta — già si fa men brunaE ancor la lunaSplende sull'ermoBianca ed immota.Come una notaDi canto fermo.. . . . . .

Cessato è il nembo; — va volando intornoL'angiol del giorno — a spegnere le stelleE le fiammelle — che brillano sui fariDei marinari. — L'esule chiesettaDell'alta vetta — già si fa men brunaE ancor la lunaSplende sull'ermoBianca ed immota.Come una notaDi canto fermo.. . . . . .

Cessato è il nembo; — va volando intorno

L'angiol del giorno — a spegnere le stelle

E le fiammelle — che brillano sui fari

Dei marinari. — L'esule chiesetta

Dell'alta vetta — già si fa men bruna

E ancor la lunaSplende sull'ermoBianca ed immota.Come una notaDi canto fermo.. . . . . .

E ancor la luna

Splende sull'ermo

Bianca ed immota.

Come una nota

Di canto fermo.

. . . . . .

[pg!245] Questo è un quadretto raro e strano in cui ancora una volta l'artista ha vinto il poeta.

InRe Orsocolgo pure la vaghissima serenata «Ago ed Arpa» che par uscita veramente dalla bocca di un trovatore a' bei tempi di Clemenza Isaura di Tolosa:

Io di Provenza tenero trovieroVorrei cantarti nella mia loquela,Chè più soave mi parrebbe e meroL'inno amoroso che il mio spirto inciela,Per te sui voli dell'idea cavalco,Cacciando le colombe del pensier;Tu fai di me, siccome fa col falcoIl falconier.Tale m'alletta amoroso martòroChe giorno e notte vo cantando e ploroTan m'abelis l'amoros pensamanQue jorn et nuit jeu plore et vai chantan.. . . . . . .Ier notte oravo, il mio fervor blandiaQuasi un soffiar di celestiale avena,E mi si ruppe in cor l'Ave-MariaPerchè appena fui giunto algratia plenaTu m'apparisti, angelicata donna,Tutta piena di grazia e di virtù.Certo salì la prece alla MadonnaEd a Gesù.Tale m'alletta amoroso martòroChe giorno e notte vo cantando e ploro.Tan m'abelis l'amoros pensamanQue jorn et nuit jeu plore et vai chantan.Ten vieni o Donna nel gentil paeseDove vibran le cetre e le mandòle,Dove nasce la vaga sirventese,Dove si parla in rimate parole,Ten vieni ed io ti guarderò, mio nume,Dai mali, dalle lotte e dai viventi,[pg!246]Qual si ripara colla palma un lumeIn mezzo ai venti.Tale m'alletta amoroso martôroChe giorno e notte vo cantando e ploro.Tan m'abelis l'amoros pensamanQue jorn et nuit jeu plore et vai chantan.

Io di Provenza tenero trovieroVorrei cantarti nella mia loquela,Chè più soave mi parrebbe e meroL'inno amoroso che il mio spirto inciela,Per te sui voli dell'idea cavalco,Cacciando le colombe del pensier;Tu fai di me, siccome fa col falcoIl falconier.Tale m'alletta amoroso martòroChe giorno e notte vo cantando e ploroTan m'abelis l'amoros pensamanQue jorn et nuit jeu plore et vai chantan.. . . . . . .Ier notte oravo, il mio fervor blandiaQuasi un soffiar di celestiale avena,E mi si ruppe in cor l'Ave-MariaPerchè appena fui giunto algratia plenaTu m'apparisti, angelicata donna,Tutta piena di grazia e di virtù.Certo salì la prece alla MadonnaEd a Gesù.Tale m'alletta amoroso martòroChe giorno e notte vo cantando e ploro.Tan m'abelis l'amoros pensamanQue jorn et nuit jeu plore et vai chantan.Ten vieni o Donna nel gentil paeseDove vibran le cetre e le mandòle,Dove nasce la vaga sirventese,Dove si parla in rimate parole,Ten vieni ed io ti guarderò, mio nume,Dai mali, dalle lotte e dai viventi,[pg!246]Qual si ripara colla palma un lumeIn mezzo ai venti.Tale m'alletta amoroso martôroChe giorno e notte vo cantando e ploro.Tan m'abelis l'amoros pensamanQue jorn et nuit jeu plore et vai chantan.

Io di Provenza tenero troviero

Vorrei cantarti nella mia loquela,

Chè più soave mi parrebbe e mero

L'inno amoroso che il mio spirto inciela,

Per te sui voli dell'idea cavalco,

Cacciando le colombe del pensier;

Tu fai di me, siccome fa col falco

Il falconier.

Tale m'alletta amoroso martòro

Che giorno e notte vo cantando e ploro

Tan m'abelis l'amoros pensaman

Que jorn et nuit jeu plore et vai chantan.

. . . . . . .

. . . . . . .

Ier notte oravo, il mio fervor blandia

Quasi un soffiar di celestiale avena,

E mi si ruppe in cor l'Ave-Maria

Perchè appena fui giunto algratia plena

Tu m'apparisti, angelicata donna,

Tutta piena di grazia e di virtù.

Certo salì la prece alla Madonna

Ed a Gesù.

Tale m'alletta amoroso martòro

Che giorno e notte vo cantando e ploro.

Tan m'abelis l'amoros pensaman

Que jorn et nuit jeu plore et vai chantan.

Ten vieni o Donna nel gentil paese

Dove vibran le cetre e le mandòle,

Dove nasce la vaga sirventese,

Dove si parla in rimate parole,

Ten vieni ed io ti guarderò, mio nume,

Dai mali, dalle lotte e dai viventi,

[pg!246]

Qual si ripara colla palma un lume

In mezzo ai venti.

Tale m'alletta amoroso martôro

Che giorno e notte vo cantando e ploro.

Tan m'abelis l'amoros pensaman

Que jorn et nuit jeu plore et vai chantan.

Tutta la gentilezza romanzesca, la poesia malinconica degli amori irrimediabilmente lontani, i soli amori, forse, degni del nome divino. Quell'Avemmaria rotta in cuore dall'apparizione della dama, la tenera promessa di riparare Lei dai mali e dalle genti come una fiammella con la mano, sono immagini e ispirazioni che non possono essersi accese che nella mente di un contemporaneo di Rudello e di Bernardo di Ventadorn, venute attraverso i secoli, come un'emanazione, nella mente di Arrigo Boito che le ha tradotte in tutta la loro freschezza nativa.

Dopo questa, ogni altra cosa par sbiadita. Ma qualche fanciulla pensosa amerà forse ch'io le ripeta i gentili versi sulla conchiglia, che emergono come un fiore dall'alto e fragile stelo fra la fioritura d'Ero e Leandro; i versi che rappresentano fulgidamente la profetica virtù che le fanciulle, custodi di ogni poesia, amano tanto di attribuire alle cose inanimate, rinnovellando in forma blanda l'oracolo antico:

Conchiglia roseaDel patrio lidoPiccolo nido,Del vasto mar.Dell'alma VenereCulla e flottigliaRosea conchiglia.In te ricircolanoMille voluteChe fan che mormorinoFin l'aure mute.Tu canti e sfolgoriCoro fra i coriOro fra gli oriDel sacro altar.[pg!247]Entro ti palpitanoLe nettunineNinfe che avvincolansiD'aliga il crineE tutti i zeffiri,Pel cielo errantiE tutti i cantiDel pescator.Dimmi l'oracoloDi mia fortuna,Tu della dunaEco e splendor.Parla, la vergineCupida origlia,Rosea conchiglia.L'api che ronzanoFra gli oleandriNe' tuoi meandriOdonsi ancor.Un trillo eolioIn te bisbigliaRosea conchiglia.Parla... e che? turbinanoSconvolte l'onde!Crollan.... rigurgitano...Alte e profonde.E sull'equoreaTerribil iraPiomba la divaFuria del tuon.Orror profetico!Rombo bïeco!Terribil eco!Ria visïon!Fuggi! Ho una lagrimaSulle mie cigliaTetra conchiglia!

Conchiglia roseaDel patrio lidoPiccolo nido,Del vasto mar.Dell'alma VenereCulla e flottigliaRosea conchiglia.In te ricircolanoMille voluteChe fan che mormorinoFin l'aure mute.Tu canti e sfolgoriCoro fra i coriOro fra gli oriDel sacro altar.[pg!247]Entro ti palpitanoLe nettunineNinfe che avvincolansiD'aliga il crineE tutti i zeffiri,Pel cielo errantiE tutti i cantiDel pescator.Dimmi l'oracoloDi mia fortuna,Tu della dunaEco e splendor.Parla, la vergineCupida origlia,Rosea conchiglia.L'api che ronzanoFra gli oleandriNe' tuoi meandriOdonsi ancor.Un trillo eolioIn te bisbigliaRosea conchiglia.Parla... e che? turbinanoSconvolte l'onde!Crollan.... rigurgitano...Alte e profonde.E sull'equoreaTerribil iraPiomba la divaFuria del tuon.Orror profetico!Rombo bïeco!Terribil eco!Ria visïon!Fuggi! Ho una lagrimaSulle mie cigliaTetra conchiglia!

Conchiglia rosea

Del patrio lido

Piccolo nido,

Del vasto mar.

Dell'alma Venere

Culla e flottiglia

Rosea conchiglia.

In te ricircolano

Mille volute

Che fan che mormorino

Fin l'aure mute.

Tu canti e sfolgori

Coro fra i cori

Oro fra gli ori

Del sacro altar.

[pg!247]

Entro ti palpitano

Le nettunine

Ninfe che avvincolansi

D'aliga il crine

E tutti i zeffiri,

Pel cielo erranti

E tutti i canti

Del pescator.

Dimmi l'oracolo

Di mia fortuna,

Tu della duna

Eco e splendor.

Parla, la vergine

Cupida origlia,

Rosea conchiglia.

L'api che ronzano

Fra gli oleandri

Ne' tuoi meandri

Odonsi ancor.

Un trillo eolio

In te bisbiglia

Rosea conchiglia.

Parla... e che? turbinano

Sconvolte l'onde!

Crollan.... rigurgitano...

Alte e profonde.

E sull'equorea

Terribil ira

Piomba la diva

Furia del tuon.

Orror profetico!

Rombo bïeco!

Terribil eco!

Ria visïon!

Fuggi! Ho una lagrima

Sulle mie ciglia

Tetra conchiglia!

E ora quelle fra voi che presto calcheranno la piccola orma sulla sabbia di qualche beato cantuccio di spiaggia italiana, non dimentichino di insudiciarsi la punta delle dita per strappare al tepido e bigio umidore delle labbra del mare una delle sue ruvide margherite. E non siano presagi di tempeste il risultato del responso capriccioso, ma sogni di pace nel ronzìo delle pecchie, nell'alitare dei zeffiri, nelle nenie dei pescatori.

[pg!248]


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