VANNI E VANNA

VANNI E VANNAUna notte d'inverno, Vanni e Vannachiusero gli occhi alla lor dolce madre.Ad essi non lasciavi, o dolce madre,che un giaciglio di strame e una capanna.Nulla sapevan, fuor che verdi boschipercorsi a gara, e fiumi vinti a nuoto,e sogni d'astri su nel cielo ignoto,e rosse nubi di tramonti foschi:egli biondo, ella bruna: egli con tersiocchi d'acciajo, ella con lunghi ciglid'ombra: e nessuno li potea dir figlid'istessa madre—tanto eran diversi.Pur s'amavano. E quando fu sepoltala madre, Vanni disse: Ove s'andrà?...Ma Vanna scosse con serenitàil casco della chioma arida e folta.Non per essi la fumida officinaove d'odio e di sangue gl'ingranaggis'intridono talvolta, e nei selvaggirombi vibran minacce di ruina:non gelida bottega o solitariasoffitta, in lezzo sordido ammuffita.Fiori eran essi di beltà, di vita,maturati nel sole, avidi d'aria.E chiese Vanni ancora: Che faremo?...—Ella gli rise stranamente in facciaallacciandogli il collo con le bracciadi zingarella; e disse: Canteremo.—*Così, lasciato il bosco e la capanna,soli con la chitarra e la canzone,sospinti da una folle passïonedi libertà, partiron Vanni e Vanna.Molti carmi sapevano: d'amore,d'odio, di guerra, di promessa. I lentiritmi appresi li aveano essi dai venti,da lo stormir delle frasche sonore,dalle piogge d'Autunno, dai sospiridegli usignoli quando Maggio torna,dal riso della terra che s'adornase Primavera in sua freschezza spiri....Strani talvolta sulle labbra smortedei due fanciulli senza posa errantidettava la profonda anima i canti..... Apparivan le donne sulle porte:macre fra i cenci, coi piccini al seno,impallidivan di dolcezza, in cuorepensando giovinezza e il breve amoreprimo, e i sorrisi del tempo sereno.Sollevavano i fabbri dalle incudisudato il volto, e dalla tela gli occhile cucitrici, e i bimbi dai balocchi,e i braccianti dai ferri i polsi rudi;e ognun tornava ad una sua perdutagioja, a un lontano bene, a una maliadi tenerezza—a ciò che non s'obliaanche se per dolore il cor si muta.—*«Vanna, sei stanca?... Come in un agguatola luna piomba dietro un aggrovigliodi nubi nere.—Per il tuo giaciglioil mio mantello io stenderò sul prato.Sorella della mia libera gioja,lucciola d'oro, piccola farfalla!...Posa, col capo presso la mia spalla,fino a che l'ombra ad oriente muoja.Dell'ombra io spierò sogni e misteri,e del silenzio i fremiti sommessi;e ingenue laudi comporrò con essiche tu modulerai lungo i sentieri....»«.... Vanni, m'ha desta il brivido dell'alba,dormìi sull'erba come in un lenzuolo:chi fu che mi vegliò tacito e solo,sotto l'incanto della luna scialba?...La luna m'insegnò stanotte un cantoche farà bianche di malinconiatutte le donne.—Un poco aspra è la vialungo il fiume che piange un sordo pianto:giungerem tardi alla città superbache laggiù, tra le nebbie, innalza i suoipinnacoli fumanti.—Oh, dolce a noimirare alberi e cieli, e premer l'erba:e non aver dagli uomini che un pane,nè chieder altro: ai focolari accantostornellando passar senza rimpianto,dominatori delle vie lontane!...»*Livida, immota sotto un ciel di piombosta la città dove son giunti. Tetreminacce par che salgan dalle pietre.Investe l'aria un vampo ardente, un rombodi tempesta, di collera. Le porteson chiuse, chiuse le finestre. Passanoi soldati a nuda arma, a testa bassa.Sbuca la turba, ecco, a tentar la morte:d'odio armata, di sassi e di pazzia,contro la forza il suo delirio scaglia.Irrompe, ansa, urla, impreca, si sguinzaglia,si ricompone a barricar la via..... Così, così s'ammazzano i fratelliin Dio, nelle città cariche d'oro?....... Dolci rapsòdi, alto a quest'ora è il corodei passeri, laggiù, sui pioppi snelli.Fiori travolti nella gran ruinacon l'orda cieca i due rapsòdi vanno.Odon sibili e gemiti: non sanno.Sorridono al furor che li trascina.Nella trepida gola han le canzonidella selva, nel sangue onde d'amore;ma un colpo spacca all'uno all'altra il cuore,cadono insieme, boccheggiando, proni....Sulle labbra innocenti amor s'impietrache agli umili sorrise in gaje note:l'anima goccia dalle arterie vuote,e se ne imbeve, gelida, la pietra.[pg!87]

VANNI E VANNAUna notte d'inverno, Vanni e Vannachiusero gli occhi alla lor dolce madre.Ad essi non lasciavi, o dolce madre,che un giaciglio di strame e una capanna.Nulla sapevan, fuor che verdi boschipercorsi a gara, e fiumi vinti a nuoto,e sogni d'astri su nel cielo ignoto,e rosse nubi di tramonti foschi:egli biondo, ella bruna: egli con tersiocchi d'acciajo, ella con lunghi ciglid'ombra: e nessuno li potea dir figlid'istessa madre—tanto eran diversi.Pur s'amavano. E quando fu sepoltala madre, Vanni disse: Ove s'andrà?...Ma Vanna scosse con serenitàil casco della chioma arida e folta.Non per essi la fumida officinaove d'odio e di sangue gl'ingranaggis'intridono talvolta, e nei selvaggirombi vibran minacce di ruina:non gelida bottega o solitariasoffitta, in lezzo sordido ammuffita.Fiori eran essi di beltà, di vita,maturati nel sole, avidi d'aria.E chiese Vanni ancora: Che faremo?...—Ella gli rise stranamente in facciaallacciandogli il collo con le bracciadi zingarella; e disse: Canteremo.—*Così, lasciato il bosco e la capanna,soli con la chitarra e la canzone,sospinti da una folle passïonedi libertà, partiron Vanni e Vanna.Molti carmi sapevano: d'amore,d'odio, di guerra, di promessa. I lentiritmi appresi li aveano essi dai venti,da lo stormir delle frasche sonore,dalle piogge d'Autunno, dai sospiridegli usignoli quando Maggio torna,dal riso della terra che s'adornase Primavera in sua freschezza spiri....Strani talvolta sulle labbra smortedei due fanciulli senza posa errantidettava la profonda anima i canti..... Apparivan le donne sulle porte:macre fra i cenci, coi piccini al seno,impallidivan di dolcezza, in cuorepensando giovinezza e il breve amoreprimo, e i sorrisi del tempo sereno.Sollevavano i fabbri dalle incudisudato il volto, e dalla tela gli occhile cucitrici, e i bimbi dai balocchi,e i braccianti dai ferri i polsi rudi;e ognun tornava ad una sua perdutagioja, a un lontano bene, a una maliadi tenerezza—a ciò che non s'obliaanche se per dolore il cor si muta.—*«Vanna, sei stanca?... Come in un agguatola luna piomba dietro un aggrovigliodi nubi nere.—Per il tuo giaciglioil mio mantello io stenderò sul prato.Sorella della mia libera gioja,lucciola d'oro, piccola farfalla!...Posa, col capo presso la mia spalla,fino a che l'ombra ad oriente muoja.Dell'ombra io spierò sogni e misteri,e del silenzio i fremiti sommessi;e ingenue laudi comporrò con essiche tu modulerai lungo i sentieri....»«.... Vanni, m'ha desta il brivido dell'alba,dormìi sull'erba come in un lenzuolo:chi fu che mi vegliò tacito e solo,sotto l'incanto della luna scialba?...La luna m'insegnò stanotte un cantoche farà bianche di malinconiatutte le donne.—Un poco aspra è la vialungo il fiume che piange un sordo pianto:giungerem tardi alla città superbache laggiù, tra le nebbie, innalza i suoipinnacoli fumanti.—Oh, dolce a noimirare alberi e cieli, e premer l'erba:e non aver dagli uomini che un pane,nè chieder altro: ai focolari accantostornellando passar senza rimpianto,dominatori delle vie lontane!...»*Livida, immota sotto un ciel di piombosta la città dove son giunti. Tetreminacce par che salgan dalle pietre.Investe l'aria un vampo ardente, un rombodi tempesta, di collera. Le porteson chiuse, chiuse le finestre. Passanoi soldati a nuda arma, a testa bassa.Sbuca la turba, ecco, a tentar la morte:d'odio armata, di sassi e di pazzia,contro la forza il suo delirio scaglia.Irrompe, ansa, urla, impreca, si sguinzaglia,si ricompone a barricar la via..... Così, così s'ammazzano i fratelliin Dio, nelle città cariche d'oro?....... Dolci rapsòdi, alto a quest'ora è il corodei passeri, laggiù, sui pioppi snelli.Fiori travolti nella gran ruinacon l'orda cieca i due rapsòdi vanno.Odon sibili e gemiti: non sanno.Sorridono al furor che li trascina.Nella trepida gola han le canzonidella selva, nel sangue onde d'amore;ma un colpo spacca all'uno all'altra il cuore,cadono insieme, boccheggiando, proni....Sulle labbra innocenti amor s'impietrache agli umili sorrise in gaje note:l'anima goccia dalle arterie vuote,e se ne imbeve, gelida, la pietra.[pg!87]

Una notte d'inverno, Vanni e Vannachiusero gli occhi alla lor dolce madre.Ad essi non lasciavi, o dolce madre,che un giaciglio di strame e una capanna.Nulla sapevan, fuor che verdi boschipercorsi a gara, e fiumi vinti a nuoto,e sogni d'astri su nel cielo ignoto,e rosse nubi di tramonti foschi:egli biondo, ella bruna: egli con tersiocchi d'acciajo, ella con lunghi ciglid'ombra: e nessuno li potea dir figlid'istessa madre—tanto eran diversi.Pur s'amavano. E quando fu sepoltala madre, Vanni disse: Ove s'andrà?...Ma Vanna scosse con serenitàil casco della chioma arida e folta.Non per essi la fumida officinaove d'odio e di sangue gl'ingranaggis'intridono talvolta, e nei selvaggirombi vibran minacce di ruina:non gelida bottega o solitariasoffitta, in lezzo sordido ammuffita.Fiori eran essi di beltà, di vita,maturati nel sole, avidi d'aria.E chiese Vanni ancora: Che faremo?...—Ella gli rise stranamente in facciaallacciandogli il collo con le bracciadi zingarella; e disse: Canteremo.—*Così, lasciato il bosco e la capanna,soli con la chitarra e la canzone,sospinti da una folle passïonedi libertà, partiron Vanni e Vanna.Molti carmi sapevano: d'amore,d'odio, di guerra, di promessa. I lentiritmi appresi li aveano essi dai venti,da lo stormir delle frasche sonore,dalle piogge d'Autunno, dai sospiridegli usignoli quando Maggio torna,dal riso della terra che s'adornase Primavera in sua freschezza spiri....Strani talvolta sulle labbra smortedei due fanciulli senza posa errantidettava la profonda anima i canti..... Apparivan le donne sulle porte:macre fra i cenci, coi piccini al seno,impallidivan di dolcezza, in cuorepensando giovinezza e il breve amoreprimo, e i sorrisi del tempo sereno.Sollevavano i fabbri dalle incudisudato il volto, e dalla tela gli occhile cucitrici, e i bimbi dai balocchi,e i braccianti dai ferri i polsi rudi;e ognun tornava ad una sua perdutagioja, a un lontano bene, a una maliadi tenerezza—a ciò che non s'obliaanche se per dolore il cor si muta.—*«Vanna, sei stanca?... Come in un agguatola luna piomba dietro un aggrovigliodi nubi nere.—Per il tuo giaciglioil mio mantello io stenderò sul prato.Sorella della mia libera gioja,lucciola d'oro, piccola farfalla!...Posa, col capo presso la mia spalla,fino a che l'ombra ad oriente muoja.Dell'ombra io spierò sogni e misteri,e del silenzio i fremiti sommessi;e ingenue laudi comporrò con essiche tu modulerai lungo i sentieri....»«.... Vanni, m'ha desta il brivido dell'alba,dormìi sull'erba come in un lenzuolo:chi fu che mi vegliò tacito e solo,sotto l'incanto della luna scialba?...La luna m'insegnò stanotte un cantoche farà bianche di malinconiatutte le donne.—Un poco aspra è la vialungo il fiume che piange un sordo pianto:giungerem tardi alla città superbache laggiù, tra le nebbie, innalza i suoipinnacoli fumanti.—Oh, dolce a noimirare alberi e cieli, e premer l'erba:e non aver dagli uomini che un pane,nè chieder altro: ai focolari accantostornellando passar senza rimpianto,dominatori delle vie lontane!...»*Livida, immota sotto un ciel di piombosta la città dove son giunti. Tetreminacce par che salgan dalle pietre.Investe l'aria un vampo ardente, un rombodi tempesta, di collera. Le porteson chiuse, chiuse le finestre. Passanoi soldati a nuda arma, a testa bassa.Sbuca la turba, ecco, a tentar la morte:d'odio armata, di sassi e di pazzia,contro la forza il suo delirio scaglia.Irrompe, ansa, urla, impreca, si sguinzaglia,si ricompone a barricar la via..... Così, così s'ammazzano i fratelliin Dio, nelle città cariche d'oro?....... Dolci rapsòdi, alto a quest'ora è il corodei passeri, laggiù, sui pioppi snelli.Fiori travolti nella gran ruinacon l'orda cieca i due rapsòdi vanno.Odon sibili e gemiti: non sanno.Sorridono al furor che li trascina.Nella trepida gola han le canzonidella selva, nel sangue onde d'amore;ma un colpo spacca all'uno all'altra il cuore,cadono insieme, boccheggiando, proni....Sulle labbra innocenti amor s'impietrache agli umili sorrise in gaje note:l'anima goccia dalle arterie vuote,e se ne imbeve, gelida, la pietra.

Una notte d'inverno, Vanni e Vannachiusero gli occhi alla lor dolce madre.Ad essi non lasciavi, o dolce madre,che un giaciglio di strame e una capanna.Nulla sapevan, fuor che verdi boschipercorsi a gara, e fiumi vinti a nuoto,e sogni d'astri su nel cielo ignoto,e rosse nubi di tramonti foschi:egli biondo, ella bruna: egli con tersiocchi d'acciajo, ella con lunghi ciglid'ombra: e nessuno li potea dir figlid'istessa madre—tanto eran diversi.Pur s'amavano. E quando fu sepoltala madre, Vanni disse: Ove s'andrà?...Ma Vanna scosse con serenitàil casco della chioma arida e folta.Non per essi la fumida officinaove d'odio e di sangue gl'ingranaggis'intridono talvolta, e nei selvaggirombi vibran minacce di ruina:non gelida bottega o solitariasoffitta, in lezzo sordido ammuffita.Fiori eran essi di beltà, di vita,maturati nel sole, avidi d'aria.E chiese Vanni ancora: Che faremo?...—Ella gli rise stranamente in facciaallacciandogli il collo con le bracciadi zingarella; e disse: Canteremo.—

Una notte d'inverno, Vanni e Vanna

chiusero gli occhi alla lor dolce madre.

Ad essi non lasciavi, o dolce madre,

che un giaciglio di strame e una capanna.

Nulla sapevan, fuor che verdi boschi

percorsi a gara, e fiumi vinti a nuoto,

e sogni d'astri su nel cielo ignoto,

e rosse nubi di tramonti foschi:

egli biondo, ella bruna: egli con tersi

occhi d'acciajo, ella con lunghi cigli

d'ombra: e nessuno li potea dir figli

d'istessa madre—tanto eran diversi.

Pur s'amavano. E quando fu sepolta

la madre, Vanni disse: Ove s'andrà?...

Ma Vanna scosse con serenità

il casco della chioma arida e folta.

Non per essi la fumida officina

ove d'odio e di sangue gl'ingranaggi

s'intridono talvolta, e nei selvaggi

rombi vibran minacce di ruina:

non gelida bottega o solitaria

soffitta, in lezzo sordido ammuffita.

Fiori eran essi di beltà, di vita,

maturati nel sole, avidi d'aria.

E chiese Vanni ancora: Che faremo?...—

Ella gli rise stranamente in faccia

allacciandogli il collo con le braccia

di zingarella; e disse: Canteremo.—

*

Così, lasciato il bosco e la capanna,soli con la chitarra e la canzone,sospinti da una folle passïonedi libertà, partiron Vanni e Vanna.Molti carmi sapevano: d'amore,d'odio, di guerra, di promessa. I lentiritmi appresi li aveano essi dai venti,da lo stormir delle frasche sonore,dalle piogge d'Autunno, dai sospiridegli usignoli quando Maggio torna,dal riso della terra che s'adornase Primavera in sua freschezza spiri....Strani talvolta sulle labbra smortedei due fanciulli senza posa errantidettava la profonda anima i canti..... Apparivan le donne sulle porte:macre fra i cenci, coi piccini al seno,impallidivan di dolcezza, in cuorepensando giovinezza e il breve amoreprimo, e i sorrisi del tempo sereno.Sollevavano i fabbri dalle incudisudato il volto, e dalla tela gli occhile cucitrici, e i bimbi dai balocchi,e i braccianti dai ferri i polsi rudi;e ognun tornava ad una sua perdutagioja, a un lontano bene, a una maliadi tenerezza—a ciò che non s'obliaanche se per dolore il cor si muta.—

Così, lasciato il bosco e la capanna,

soli con la chitarra e la canzone,

sospinti da una folle passïone

di libertà, partiron Vanni e Vanna.

Molti carmi sapevano: d'amore,

d'odio, di guerra, di promessa. I lenti

ritmi appresi li aveano essi dai venti,

da lo stormir delle frasche sonore,

dalle piogge d'Autunno, dai sospiri

degli usignoli quando Maggio torna,

dal riso della terra che s'adorna

se Primavera in sua freschezza spiri....

Strani talvolta sulle labbra smorte

dei due fanciulli senza posa erranti

dettava la profonda anima i canti.

.... Apparivan le donne sulle porte:

macre fra i cenci, coi piccini al seno,

impallidivan di dolcezza, in cuore

pensando giovinezza e il breve amore

primo, e i sorrisi del tempo sereno.

Sollevavano i fabbri dalle incudi

sudato il volto, e dalla tela gli occhi

le cucitrici, e i bimbi dai balocchi,

e i braccianti dai ferri i polsi rudi;

e ognun tornava ad una sua perduta

gioja, a un lontano bene, a una malia

di tenerezza—a ciò che non s'oblia

anche se per dolore il cor si muta.—

*

«Vanna, sei stanca?... Come in un agguatola luna piomba dietro un aggrovigliodi nubi nere.—Per il tuo giaciglioil mio mantello io stenderò sul prato.Sorella della mia libera gioja,lucciola d'oro, piccola farfalla!...Posa, col capo presso la mia spalla,fino a che l'ombra ad oriente muoja.Dell'ombra io spierò sogni e misteri,e del silenzio i fremiti sommessi;e ingenue laudi comporrò con essiche tu modulerai lungo i sentieri....»«.... Vanni, m'ha desta il brivido dell'alba,dormìi sull'erba come in un lenzuolo:chi fu che mi vegliò tacito e solo,sotto l'incanto della luna scialba?...La luna m'insegnò stanotte un cantoche farà bianche di malinconiatutte le donne.—Un poco aspra è la vialungo il fiume che piange un sordo pianto:giungerem tardi alla città superbache laggiù, tra le nebbie, innalza i suoipinnacoli fumanti.—Oh, dolce a noimirare alberi e cieli, e premer l'erba:e non aver dagli uomini che un pane,nè chieder altro: ai focolari accantostornellando passar senza rimpianto,dominatori delle vie lontane!...»

«Vanna, sei stanca?... Come in un agguato

la luna piomba dietro un aggroviglio

di nubi nere.—Per il tuo giaciglio

il mio mantello io stenderò sul prato.

Sorella della mia libera gioja,

lucciola d'oro, piccola farfalla!...

Posa, col capo presso la mia spalla,

fino a che l'ombra ad oriente muoja.

Dell'ombra io spierò sogni e misteri,

e del silenzio i fremiti sommessi;

e ingenue laudi comporrò con essi

che tu modulerai lungo i sentieri....»

«.... Vanni, m'ha desta il brivido dell'alba,

dormìi sull'erba come in un lenzuolo:

chi fu che mi vegliò tacito e solo,

sotto l'incanto della luna scialba?...

La luna m'insegnò stanotte un canto

che farà bianche di malinconia

tutte le donne.—Un poco aspra è la via

lungo il fiume che piange un sordo pianto:

giungerem tardi alla città superba

che laggiù, tra le nebbie, innalza i suoi

pinnacoli fumanti.—Oh, dolce a noi

mirare alberi e cieli, e premer l'erba:

e non aver dagli uomini che un pane,

nè chieder altro: ai focolari accanto

stornellando passar senza rimpianto,

dominatori delle vie lontane!...»

*

Livida, immota sotto un ciel di piombosta la città dove son giunti. Tetreminacce par che salgan dalle pietre.Investe l'aria un vampo ardente, un rombodi tempesta, di collera. Le porteson chiuse, chiuse le finestre. Passanoi soldati a nuda arma, a testa bassa.Sbuca la turba, ecco, a tentar la morte:d'odio armata, di sassi e di pazzia,contro la forza il suo delirio scaglia.Irrompe, ansa, urla, impreca, si sguinzaglia,si ricompone a barricar la via..... Così, così s'ammazzano i fratelliin Dio, nelle città cariche d'oro?....... Dolci rapsòdi, alto a quest'ora è il corodei passeri, laggiù, sui pioppi snelli.Fiori travolti nella gran ruinacon l'orda cieca i due rapsòdi vanno.Odon sibili e gemiti: non sanno.Sorridono al furor che li trascina.Nella trepida gola han le canzonidella selva, nel sangue onde d'amore;ma un colpo spacca all'uno all'altra il cuore,cadono insieme, boccheggiando, proni....Sulle labbra innocenti amor s'impietrache agli umili sorrise in gaje note:l'anima goccia dalle arterie vuote,e se ne imbeve, gelida, la pietra.

Livida, immota sotto un ciel di piombo

sta la città dove son giunti. Tetre

minacce par che salgan dalle pietre.

Investe l'aria un vampo ardente, un rombo

di tempesta, di collera. Le porte

son chiuse, chiuse le finestre. Passano

i soldati a nuda arma, a testa bassa.

Sbuca la turba, ecco, a tentar la morte:

d'odio armata, di sassi e di pazzia,

contro la forza il suo delirio scaglia.

Irrompe, ansa, urla, impreca, si sguinzaglia,

si ricompone a barricar la via.

.... Così, così s'ammazzano i fratelli

in Dio, nelle città cariche d'oro?...

.... Dolci rapsòdi, alto a quest'ora è il coro

dei passeri, laggiù, sui pioppi snelli.

Fiori travolti nella gran ruina

con l'orda cieca i due rapsòdi vanno.

Odon sibili e gemiti: non sanno.

Sorridono al furor che li trascina.

Nella trepida gola han le canzoni

della selva, nel sangue onde d'amore;

ma un colpo spacca all'uno all'altra il cuore,

cadono insieme, boccheggiando, proni....

Sulle labbra innocenti amor s'impietra

che agli umili sorrise in gaje note:

l'anima goccia dalle arterie vuote,

e se ne imbeve, gelida, la pietra.

[pg!87]


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