TRILOGIA.

Nella sala fulgida di lumi, piena di morbidi fruscii e di amabili susurri, egli la guardava di lontano ed ella sentiva turbarsi sotto quello sguardo. Ella era entrata in quel ballo come in tanti altri, splendida nel suo lunghissimo abito di verde-opalino, splendida e bianca sotto la corona di foglie verdi, umide di rugiada, che era rugiada di brillanti, splendida nella noncurante indifferenza che era la salda armatura del suo cuore: ora lo sguardo di quell'uomo, di quello sconosciuto, turbava lei, che pure aveva sopportato il fuoco di tanti altri occhi. Sconosciuto no, perchè qualcuno glielo aveva presentato come il conte Riccardo Altimari: un inchino, un sorriso, un invito pelwaltzermormorato a bassa voce, poi null'altro. Laura aveva ballato e molto, aveva fatto un giro nelle ricche sale, aveva cambiato posto tre o quattro volte, aveva sorriso, chiacchierato, odorato il suo mazzetto di fiori, agitato vivamente o languidamente il suo ventaglio di piume leggiere; ma tutto questo con un sentimento di distrazione, perchè ella sapeva, vedeva osentivache il conte Riccardo Altimari non la perdeva di vista: il conte Riccardo Altimari, una di quelle figure dove la delicatezza si fonde con la fierezza, dove il sentimento completa ed esplica la linea, dove l'espressione anima gli artistici profili; una di quelle poetiche figure che sembrano sfuggite ad un quadro medioevale ed attestano la bellezza virile e pensierosa della razza italiana.

Ad un tratto una nota gaia vibrò nel vasto salone, una nota così lieta, così fresca, così squillante, che Laura ne provò un sussulto di gioia; era il preludio delwaltzerche prorompeva nella sua allegra chiamata. Ed accanto a lei il conte che la invitava col semplice e lieve sorriso delle labbra; nè durante il vortice del ballo furono scambiate fra loro parole. Sibbene, nel congiungersi le due mani inguantate ebbero un piccolo fremito; il lungo strascico parve avesse avvolto nelle sue onde il bel cavaliere, nelle sue onde simiglianti a quelle perfide del mare; la musica sbuffava giocondamente in iscoppii di risa; i fiori sembravano coppe dove ardeva l'incenso del loro profumo; le gemme combattevano follemente di luce con le fiammelle dei lumi: quei due erano giovani, belli e felici nel turbine che li rapiva—e le bocche rimasero mute, mentre negli occhi si concentrava tutta la vita, tutto il godimento di quel rapidissimo istante. Si lasciarono silenziosi.

* * *

Nell'aperta pianura, Laura aveva lanciato il suo cavallo al galoppo, lieta di quello affrettato movimento che la rianimava, lieta del venticello mattinale che le agitava i capelli, facendo svolazzare il velo azzurro del suo cappello, lieta di quella indipendenza quasi maschile, di quella libertà solitaria; ma giunta sul limitare del bosco, si era sentita prendere alle spalle da una grande indolenza ed aveva messo al passo il cavallo. Malgrado la spessezza dei rami intrecciati, il vittorioso sole di giugno penetrava nella foresta e come l'ora si avanzava, tutto dintorno pareva compreso da una beata stanchezza; un odore dolce e caldo di vegetazione rimaneva immobile nell'aria: qualche foglia crepitava sotto il piede del cavallo, qualche ramo sfiorava la fronte della leggiadra amazzone: ella si trovava sotto l'imperio della natura. Andava lentamente, con le mani abbandonate, stringendo appena le redini; era bellissima nel suo abito di panno azzurro cupo, sotto il cappello dalle larghe falde, nella mollezza della gentile persona; bellissima per la luce che scherzava coi leggieri ricci della nuca, dando loro un riflesso dorato, per la luce che le illuminava i contorni del bianco viso, per quell'ombra rosea che discendeva sulle guancie, per quelle labbra vivide e schiuse come il melograno maturo. Nel suo spirito giravano lentamente pensieri calmi e sereni, ella si immergeva quasi in un letargo dolcissimo, dove non iscorgeva più il limite del presente e dell'avvenire; si trovava contenta in quella solitudine, in quella calda mattinata di giugno, in quel bosco così pieno di vita ed intanto così tranquillo. Camminò a lungo, dimenticando l'ora del ritorno; poi una piccola inquietudine, subentrò alla sua pace, parve che la sua gioia diventasse arida come un fiore disseccato. Era forse il sole che giungeva al proprio zenit? Era un senso d'isolamento, d'incompleto, che la feriva? Era un lontano ed impercettibile rumore? Era l'ansietà di giungere all'angolo del viale che percorreva, per ispingere lo sguardo curioso anche più in là? Difatti, a quell'angolo rattenne un istante le redini; un cavaliere veniva verso di lei al passo del suo cavallo; il cavaliere del ballo, che, come allora, la copriva d'una magnetica potenza del suo sguardo. Si avvicinavano l'uno all'altra, annullando la distanza che li separava, come due esseri che si avviino al loro destino: quando furono di fronte, un saluto ed un sorriso intelligente, i cavalli si sfiorarono, si allontanarono; all'estremità del viale Laura si fermò e si voltò. Il conte Riccardo era fermo all'altro estremo, lontano, lontano: eppure si videro spiccatamente; e poco dopo il bosco si rinchiuse nella sua quiete maestosa, non turbata da alcun passo umano.

* * *

Il vento crepuscolare sollevava nugolette di sabbia; sulla spiaggia deserta non appariva alcuno: pure la grande voce del mare, la eterna e sempre vecchia e sempre nuova voce del mare, riempiva quel deserto. Sul cielo, che si arrossava, spiccavano nettamente i profili aspri e severi di uno scoglio a picco che bagnava la sua radice nel mare: uno scoglio nero e pensoso. Quest'ultimo giorno di autunno, un giorno che aveva racchiuse e compendiate in sè le magnificenze della primavera e dell'estate, terminava lentamente, con una maestosa ricchezza di colori; non vi era in quel tramonto un sol rimpianto, una sola malinconia, nalla di riposto o di arcano. Era una pompa libera, aperta, quasi oltraggiosa; un lusso senza scrupoli, che sarebbe passato in un solo istante nell'ombra, senza esitare. Sulla sterminata vastità del mare si svolgeva una tavolozza indescrivibile; sul lontano orizzonte neppure una nuvola; solo un incendio che diventava splendido per l'unità del suo tono.

Ella sedeva là, sopra un sasso, voltata verso il mare e tanto vicina ad esso, che la spuma delle onde più ardite veniva a lambirle la pelle finissima degli stivalini; talvolta col piede ella spingeva distrattamente un ciottolino in mare. Ma invece di guardare lo spettacolo trionfale della natura, ella pensava a sè: pensava alla sua gioventù, che era stata tutta un trionfo, trionfo di ricchezza. di bellezza e di vanità; pensava alle feste dove l'avevano proclamata regina, ai caldi teatri, ai ritrovi, a tutti gli altri piaceri del lusso. E le parve che somigliassero a quella bellissima giornata di autunno, le parve essere anche lei una esplicazione di quella natura vincitrice; come la luce, ella aveva dominato e sottoposto il mondo; come in tutte le cose, essa aveva intesa in sè quella forza produttrice che si svolge senza fine; come la spiaggia, come il mare, come il cielo, ella era stata grande nel suo isolamento. E reclinò la testa sulla mano, quasi volesse rientrare nel passato.

Ma venne l'ombra, la tavolozza del mare si annebbiò, il cielo fu violetto, poi grigio, poi bruno; lo scoglio si ammantò di nero. Ella si scosse, alzò la testa, si trovò sola, nella notte; in una notte che le era entrata nell'anima. Nulla più rimaneva dello splendido passato; nulla più del rosso tramonto: ambedue erano scomparsi nella oscurità. Allora lei, fiera e forte, fu presa da un abbattimento novello, da un senso di debolezza; le pareva che per lei fossero inaridite le sorgenti della vita e della felicità. Sì, tutto finiva; niente meritava la pena dell'esistenza; esaurita per sempre la fonte delle gioie. Poi, quasi per istinto, si volse; a pochi passi era fermato un uomo, un giovane. Ella, malgrado l'ombra, riconobbe il conte Riccardo.

—Laura!—chiamò egli con una voce grave ed affettuosa.

—Eccomi—rispose lei, alzandosi e dandogli la mano.

Nella notte alcune stelle scintillavano.

—Il peggiore giorno della settimana è la domenica—sentenziò Pietro il poeta.

Il suo uditorio applaudì vivamente: uditorio composto di una vedovetta gentile, di una signorina elegante, di un letterato, un pittore, un cronista da giornale—e di me. Quelle persone, così differenti per caratteri, per tendenze, per inclinazioni, si trovarono d'accordo nella opinione di Pietro.

—Si principia dal mattino—continuò egli con la sua verbosa nervosità—a non aver pace: uno scampanio che risveglierebbe la famosa città addormentata della leggenda; figurarsi, io che ho il sonno leggiero quanto le tasche. Per casa i mobili sossopra col pretesto di una pulizia generale; siete perseguitato di camera in camera da una nuvoletta di polvere inonorata—e dove vorreste trovare il disordine tal quale lo avete lasciato, vale a dire nello studiolo, invece un sacrilego ordine è stato messo fra i libri e le carte. Il campanello è preso dalla tarantola; ora viene uno, ora viene un altro e tutti hanno fretta perchè è domenica; la serva ritarda perchè è andata a messa, il servitore ha preso la sua licenza, le donne di casa vostra che debbono uscire, vanno, vengono, si chiamano, si rispondono, gli usci si aprono e si chiudono, i bambini gridano. Per salvare la testa, dovete mettervi il cappello e andar via!

—Bel rimedio!—disse il pittore.—Per le strade vi è una folla irritante; certe figure esotiche, mai più viste; corpi tozzi o stranamente prolungati; volti stupidi, siano quadrati o tondi; occhi a fior di testa, fusonomie senza un'espressione purchessia. Battaglia atroce di colori che s'insultano e si sberleffano, tavolozze oltraggiose che farebbero inorridire il più compiacente degli impressionisti!

—Alla passeggiata della riviera di Chiaia—aggiunse con voce languida la signorina elegante—vengono fuori certe carrozze da nolo dove sono issate almeno quindici persone fra genitori, bambini, zie, nipoti e serve; certe vetture noetiche con qualche rispettabile coppia preistorica, che serba il costume antidiluviano della trottata domenicale; schiere di collegiali, pallidi e meravigliati adolescenti, vi impediscono la strada; si ammirano abiti fenomenali e cappelli mostruosi su cui sono riversati intieri giardini; si veggono vetrine di gioiellieri portate dignitosamente dalle mogli dei medesimi. Di domenica è meglio fuggire il corso e andarsene in campagna.

—Non esiste campagna di domenica—affermò gravemente il letterato.—La città la invade, la distrugge. Non si trova un palmo di verde solitario, non un angolo silenzioso; i praticelli sono presi d'assalto, le colline brulicano di gente, le taverne fanno affari stupendi. Sentite e fremete, amici miei; nel delizioso boschetto di Capodimonte, dove le ninfe e le driadi hanno dovuto danzare al suono della siringa e della zampogna, dove il gran Pane ha dovuto avere un altare; là, sotto quegli alberi sacri e poetici, le famiglie della borghesia stendono la tovaglia e stappano le bottiglie!

—È di domenica—esclama il giornalista—di domenica che si tengono le conferenze filologiche, i comizi repubblicani e le accademie di musica tedesca, tormento della nostra infelice classe!

—Se andate al teatro—riprese Pietro, riacchiappando il mestolo sfuggito—sono sempre drammacci da arena o musiche di ripiego che piacciono al pubblico grosso; il quale pubblico vuol godere soldo per soldo i franchetti che ha spesi ed applaudisce dove non deve e chiede deibisinsopportabili e si abbandona ad entusiasmi stupidi! Quando avete finita la vostra noiosa giornata, tornando a casa, incontrate ancora della gente che passeggia e parla ad alta voce e ride; a casa vostra non potrete nè scrivere, nè prender sonno, perchè dirimpetto al vostro balcone si balla allegramente al suono di un chitarrino ed al lume di due lampade a petrolio. Oh lunedì, martedì, mercoledì, giovedì, venerdì e sabato, siate benedetti!

* * *

Di domenica i bambini sono contenti. Non vanno a scuola; a colazione la mammina dà qualche cosa di più, un frutto fresco, una noce bianca, una ciambella, s'indossa l'abitino di velluto con gli alamari di seta, si mettono gli stivalini nuovi fiammanti che scricchiolano con orgoglio, una mano alla bambinaia, un'altra che porta il veloce cerchio o la leggiera palla elastica…. e difilati alla Villa Nazionale, il ritrovo dei piccioli galantuomini—e là giuochi? là disfide, là corse, là gaie risate che echeggiano accompagnate dalla musica. A casa un bel pranzetto e dopo tutto al teatro delle marionette, a ridere, a commuoversi, a scambiarsi le proprie impressioni: poi da capo a casa, un bel sonno profondo sino al mattino del lunedì, dopo la lieta fatica del giorno di festa.

Ed è giorno di festa per gli innamorati ancora: in quel giorno la tirannide bonaria del papa allenta un poco il freno e si lascia andare a qualche concessione: tanto, è brutto veder volti melanconici di domenica. La mattina vi è il su e giù per la via Toledo, dove,per caso, una si può incontrare e salutare almeno venti volte con chi più gli piace—vi sono le altre passeggiate, le giterelle, gli appuntamenti, le visite; le veglie serotine—e nel calendario ristretto dei giorni felici, le domeniche figurano al primo posto. Nel cuore inaridito delle zitelle mature rientra un po' di speranza; esse pongono una veletta rosea sul volto che s'ingiallisce, cercano dimenticare il passato, ahi troppo lungo!, e sorridono all'avvenire. I vecchi mettono il forte e saldo soprabito che la nipotina ha spazzolato con cura, prendono il bastone col pomo d'argento, due fazzoletti nelle ampie tasche, la tabacchiera col tabacco fresco e vanno a passeggiare lentamente al sole, a quel sole che anima loro il sangue e lo fa scorrere veloce come vent'anni fa.

L'impiegato ha dato il sabato sera un giocondoa rivedercial protocollo, ai registri giornalieri ed al suo capo d'uffizio; la domenica egli è un uomo libero e felice. Può dormire un'oretta di più, senza timore di una multa o di una ammonizione; non porterà la livrea settimanale, cioè il peggior cappello, il peggior soprabito, le maniche di cotonina lucida e la penna dietro l'orecchio: non vedrà il viso affamato dell'usciere; non subirà l'economica colazione del caffè col panetto: è in casa sua, può fare quel che vuole, magari giocare a capinnascondere coi suoi piccini. Egli esce, passa con orgoglio davanti al suo ufficio, rivolgendo ad esso un'occhiata di superbo disprezzo, ritorna a casa con un cartoccino di chicche, con un mazzolino da un soldo per la moglietta, ricordi di quando facevano all'amore. E la giornata gli passa dolcemente, soavemente, con una beata lentezza, in un sorriso, confortandolo per la settimana di lavoro che lo attende. Il commesso di negozio non è più, la domenica, lo schiavo ossequioso del pubblico; diventa un giovanotto indipendente, prende cura dei suoi baffetti neri e della chioma riccia; porta una cravatta splendida ed i guanti; va in campagna con la famiglia della sua innamorata, una modistina incantevole sotto un cappellino azzurro che ella stessa ha creato il sabato sera, per far onore al suo fidanzato.

Giorno di festa per la innumerevole massa degli operai, il loro giorno di luce, il loro giorno di sole. Sono le tappe del riposo, sono i punti fermi in questo rapido discorso della vita; è una settimana per un giorno solo, per ricominciare sempre daccapo, sino all'ultima sosta. Chiedete all'operaia della fabbrica del tabacco: vi risponderà che solo la domenica può pulire la casa da cima a fondo, agucchiare alla biancheria sdruscita, fare una visitina alla comare del bimbo, sentire la predica del vespro e rimanere la sera in riposo, guardando dalla stretta finestra il cielo che si cosparge di stelle e canticchiando una malinconica canzoncina della giovinezza. È la domenica che l'operaio intagliatore, arso dalla febbre del sapere, può andare alla scuola del disegno dove gli si apriranno i segreti dell'arte. Chiedete a quanti si curvano giornalmente sotto il peso di un lavoro faticoso e mal ricompensato, a quanti si nutrono di solo pane per sette giorni: tutti vi risponderanno che il loro conforto è il giorno del riposo, il giorno in cui possono distendere le membra irrigidite. Di domenica vi è un po' di gioia dappertutto; si ride, si canta, si balla, si ama, si fa la carità, si è buoni, si è fiduciosi dell'avvenire: pare la nascita ad una nuova vita, il principio di un'epoca felice.

Quando ho pensato tutto questo, è entrato nel mio cuore il rimorso e lo sdegno. Ho chiesto a me stessa se gli amici di quella sera non erano dei miserabili egoisti, dei feroci misantropi che facevano parlare il loro meschino gusto personale di fronte all'immensità del sentimento popolare; mi sono chiesta se l'artista, il pensatore, il poeta, avendo pure nell'anima la scintilla creatrice del genio, godessero il diritto di imporsi a quanto è la voce sterminata della moltitudine; mi sono chiesta se le loro gioie aride e solitarie prese tutte insieme, valessero un sol grido di un bambino allegro, un sospiro di sollievo di un cuore innocente,—e col rimorso della mia passività di quella sera, sono anni che la domenica metto il catenaccio al cervello e vado a zonzo, e fo raccolta di sorrisi, e mi imbevo della consolazione altrui, consolandomene io stessa.

La terrazza diventava bianca, bianca sotto il chiaro plenilunio estivo: tutto dintorno si ammorbidiva in quella luce placida e dolce. Piovevano i raggi sopra le quiete fogliuzze del gelsomino che pareano fatte di argento; piovevano sopra la lucida gabbia, dove gli uccelli dormivano col capo sotto l'ala, sognando forse il loro paradiso; piovevano i raggi come falde di neve sul volto di Clelia, e lo rendevano candido, senza un'ombra, tranne la riga nera delle ciglia abbassate. Le case avvolte in un'atmosfera afosa, lattea; senza un palpito il mare; la lontana curva di Posilipo perduta in una nebbia che era luce, somigliava sempre più alla testa di un animale fantastico immerso in una riflessione profonda; sulla serenità crepuscolare del cielo dove morivano le stelle, spiccava il sereno profilo della Vittoria alata ed immobile; ed anch'essa, statua bronzea, pareva circonfusa di dolcezza.

Sulla terrazza, due sole cose vivevano e si ribellavano all'influsso moderatore di quella notte: all'occhio di Clelia un brillante, che con la fredda e superba indifferenza delle pietre preziose continuava a mandare un raggio fulgidissimo che pareva fuoco liquido; nell'angolo oscuro formato dalla muraglia, il sigaro di Giorgio che bruciava come un piccolo vulcano in permanenza. Perchè Giorgio era uno spirito forte e si sentiva pieno di disprezzo per le serate estive, per le fantasticherie, le poesie ed il resto, cose tutte che servono a spogliare il cuore della sua corazza di indifferenza, ed attenuano il più grande coraggio di uomo di spirito. Come si può essere ironico, scettico, realista in quella soave morbidezza che vi penetra per tutti i pori, e distende i nervi troppo tesi, e cambia i neri pensieri in idee rosee, vaghe e sfumate? Per questo egli si era seduto nell'angolo non ancora invaso dalla luna, con un sospetto nell'anima, pieno di diffidenza: avrebbe voluto protestare ed accese il suo sigaro, senza rivolgere una sola parola a Clelia. Essa sognava, la grande, la eterna sognatrice; pareva che avesse tutto dimenticato, anche la presenza di lui, perchè non alzava neppure gli occhi per guardarlo.—Non si moveva, non pronunziava una sillaba e sembrava una bianca statua di Dea, che attenda immobile un Pigmalione che la desti.

Ad un tratto, in quel grande silenzio, arrivò una nota squillante e vibrata, come se una mano decisa si fosse posata sopra una tastiera lontana: Clelia si scosse, aprì gli occhi, stette un istante in ascolto, poi dirigendosi a Giorgio, gli disse a voce bassa:

—Eccola.

—Chi?

—Sentirete.

Infatti la incognita suonatrice toccò due o tre tasti, come se esitasse, fece una breve pausa, poi attaccò un vivace preludio. Era un rapidissimo scoppiettìo di note, trascorrendo dalle più soavi alle più acute; erano volate bizzarre e rumorose: erano scale trillate ed allegre; erano voci profonde, basse come il brontolio del tuono; insomma una marcia velocissima di cui l'orecchio non poteva seguire tutte le gradazioni. Pareva che le mani della suonatrice s'inseguissero, correndo come matte da un punto all'altro della tastiera, si raggiungessero per disgiungersi subito e perseguitarsi di nuovo in una corsa affannosa e disperata. Poi lentamente il suono si allargò e si svolse, le note arrivarono distinte e spiegate, si sgranarono come una filza di perle lasciate cadere ad una ad una in un catino di rame: cominciò a sentirsi un motivo. Era una musica gentile, tranquilla, con un accompagnamento lieve, lieve—qualche cosa di soave, che poteva essere la ninna-nanna di un bambino, o un mormorio di amore; una musica senza parole, ma che era la traduzione, in onde sonore, delle onde luminose che rischiaravano quella notte di agosto. Che era? La canzonetta susurrata nella prima giovinezza o la preghiera cantata sull'organo del villaggio? Musica senza parole, ma il cielo, il mare, e la bronzea statua della Vittoria l'ascoltavano con compiacenza: disperso, di qua e di là, si vedeva un sorriso.

Ma non fu sempre così: il pianoforte dette in uno scoppio che parve una risata fresca e gaia, l'andatura divenne più briosa, le mani furono riprese dal loro furore musicale. Il motivo gentile si cangiò in un motivo passionato, la tranquillità in agitazione; fa un accavallamento, una furia, un delirio, una rovina—poi un grido incomposto: giunta quasi all'apogèo del suo turbine musicale, la suonatrice aveva sbagliato.

—Ha sbagliato, ha sbagliato!—esclamò Clelia presa da un grande terrore.

E sul volto le si dipingeva l'angoscia, le mani tremavano, tutto il suo corpo fremeva come all'aspetto di un pericolo mortale.

—Ebbene?—chiese Giorgio con la sua voce sarcastica.

—Nulla…—rispose lei, e cercò ricomporsi.

La suonatrice ricominciava il suo pezzo: rifece tutto il cammino percorso. mettendovi anzi più anima, risalì la gamma placida, quella del riso argentino, montò al momento agitato, arrivò al culmine e l'urlo selvaggio si intese di nuovo: di nuovo aveva sbagliato e questa volta anche peggio. Si ostinò, e per tre o quattro volte di seguito, principiò da capo per finire sempre nell'istesso modo: ci metteva una pazienza, un'attenzione mirabile—inutile. Quando giungeva al punto fatale, un timore panico l'assaliva, non era più padrona di sè; esitava e cadeva; non le era possibile superare quel punto; era un problema chiuso, una difficoltà insormontabile. Era uno spasimo sentirla andar così bene, proceder con cautela, mettere in opera tutte le più trillanti risorse dell'esecuzione, abbondare, essere artista, poi d'un tratto precipitare in un modo ridicolo: in Clelia si riflettevano tutte queste varie impressioni. Dapprima ascoltava, era sorridente, godeva quasi, poi la sua calma si turbava, il volto impallidiva sempre più, gli occhi si sbarravano, era ansiosa, fremente, pareva desiderasse ed allontanasse l'istante difficile; poi ricadeva quasi stanca, spossata da quella novella sconfitta. Giorgio la guardava trasognato: il sigaro era spento.

Pure quelle impressioni si dileguarono poco a poco, si attenuarono, scomparvero e vi rimase solo una tinta di malinconia. La suonatrice lontana, persuasa della inutilità dei suoi sforzi, era passata ad un altro pezzo e lo eseguiva alla perfezione; si vedeva che cercava distrarsi, dimenticare quel primo a cui non poteva riuscire. Passò ad un altro, provò il genere serio e quello scherzoso, stancò le sue dita in quel lusso di musica, ma come se le si fosse risvegliata la coscienza della sua inferiorità, ritornò un'altra volta al suo pensiero fisso, a quello scoglio pericoloso—vi ritornò, involontariamente, temendolo sempre: questa volta, davanti alla sua costante incapacità, parve che il medesimo pianoforte desse in un cachinno di scherno. E tutto tacque.

—Ebbene?—chiese di nuovo Giogio, ma con voce singolarmente raddolcita.

—Ebbene,—rispose Clelia,—questa suonatrice mi sconvolge. Sono dieci giorni che essa è tormentata da quella difficoltà ed io mi tormento con lei!

—Perchè?

—Perchè? Non lo so neppur io. Che importa a me di quello che suona? Perchè provo le sue stesse impressioni? Quale legame ci è fra me e lei? Che mi dice la sua musica, che vuol significare quel punto oscuro ed ineseguibile? Io non comprendo, non comprendo e questo aumenta il mio spavento.

Giorgio non le rispose: pensava. Quasi, interrogando sè stesso, si figurava di soffrire come Clelia.

—Ho sempre pensato una cosa, Giorgio. Ed è che noi tutti, scettici o credenti, uomini dal cuore vergine o giovanotti precoci, cervelli positivi o cuori ammalati, tutti, tutti portiamo in fondo all'anima un pensiero segreto, segreto anche a noi.—È latente, ma ci segue dappertutto, noi lo sentiamo, ne abbiamo la coscienza, ma non sappiamo che sia; è una domanda oscura del destino, è un punto interrogativo gittato all'infinito, è il problema insolubile della vita? Chi sa! Noi ridiamo, scherziamo, piangiamo, viviamo, ma portiamo con noi questa incognita paurosa: ad un tratto, essa ci si presenta continua, evidente, assidua. Ci tormenta, ci tortura, perchè non conosciamo la sua natura, quel che voglia da noi e tremiamo che non sia la nostra felicità la quale si dilegua per la nostra ignoranza! Forse è questa lotta con l'ignoto, con l'inafferrabile, questo combattimento con un potere nascosto, che esprime quella musica.

—Forse—disse solamente Giorgio, diventato serio.

—Forse: è la nostra parola. Siamo ciechi e quando apriamo gli occhi, è per vedere il sole che fugge, è per ricadere nella notte. Meglio dormire….

E rivolse la testa, quasi infastidita. Gli orecchini di brillanti, smossi, si rifransero vivacemente; la luna invadeva quietamente l'angolo oscuro dove stava Giorgio, ma egli non si accorgeva di nulla.

Le parole di Clelia gli erano giunte al cuore e ne avevano ridestato il dubbio roditore. Assorto, col sopracciglio proteso, con la fronte abbuiata, egli s'interrogava come Clelia si era interrogata.

Allora, quasi per un'attrazione invisibile, si riudì la voce del pianoforte. La suonatrice tentava per l'ultima volta.

—Dio santo!—disse Clelia, nascondendosi il volto fra le mani. Non mi potrò mai sottrarre a questo imperio? Non saprò mai che voglia da me il mio cuore?

Il momento si accostava; era vicino, vicino….

—Oh! Giorgio, se la conoscete la parola della vita, se la sapete questa idea sconosciuta, ditela per pietà!

—Amore!—disse lui con voce grave.

Quello del pianoforte fu un grido di gioia, di trionfo: la luna aveva annullata l'ultima linea di ombra sulla terrazza, e la pace profonda di quella notte di agosto si era trasfusa nel cuore dei giovani.

Noi entriamo nella vita, pallidi e febbricitanti pellegrini, con l'ardente desiderio delle grandi azioni, delle grandi passioni, dei grandi orizzonti; vogliamo, spiriti insaziati, toccare il culmine d'ogni cosa, dovessimo pure da quella vertiginosa altezza scoprire abissi paurosi; il nostro pensiero impone alla nostra volontà ardimenti inauditi: abbiamo in noi una fretta affannosa, che ci fa sentire sempre l'imperioso bisogno del fatto compiuto. E trabalzati, scossi, sospinti, urtati nella lotta perenne fra l'idea e la parola, scomponendo vecchi ideali per formarne di nuovi, calpestando quello che fu oggi la nostra gioia per crearne il dolore dell'indomani, consumati da credenze incomplete e da dubbi che non osano affermarsi, noi siamo intimamente infelici. Perchè noi trascuriamo nella nostra via tutto quello che è piccolo, che è soave, che è benigno; lasciamo da banda un corteo di impressioni leggiadre; disdegniamo le idee troppo vaghe o troppo minute; ci sentiamo pieni di disprezzo per i ricordi infantili, per le ore di tenerezza che assalgono lo spirito stanco dalla soverchia tensione, per il diletto di una bella apparenza; noi perdiamo, noncuranti, una parte di vita, senza volontà di conoscerla, senza volontà di apprezzarla. O fugaci e dolci impressioni, pensieri indistinti e sfumati, sorrisi lievi della natura, pause dell'anima, apparizioni momentanee, angoli freschi e riposati dove si cheta la fantasia; sentirvi, godervi è forse la felicità!

* * *

È una campagna di Caserta; sorge il sole; una striscia rossa è all'orizzonte, si diffonde in un pallido giallo e finisce in un bianco smorto; i monti lontani sono azzurrini, quelli più vicini di un violetto stinto. Sulla via maestra, bianca, polverosa, dove ad ogni quindici passi sorgono mucchi di brecciame bianco, cammina un lavoratore, scalzo, con le grosse scarpe sospese alla cintura, la zappa sulla spalla e la giacchetta infilata ad un sol braccio; un muricciuolo impedisce la vista dei campi lontani, dove il grano attende il venticello di luglio—solo un pino sorge come un uomo tronfio e superbo di sè. Par di sentire il fruscio dei faggi che cominciano ad agitarsi, par di sentire il concerto trillato degli uccelli, pare di veder schizzare le vivaci lucertoline, tanto nervose e simpatiche. Dico, pare; perchè tutto questo è in un acquerello, un gentile acquerello, che mette una nota soave in una orribile camera di città, dove non si vede cielo, dove giungono grida feroci di venditori, fragore di carrozze e fumo di pesce fritto; un acquerello, con un'alba tranquilla ed immobile.

Il palazzo di fronte, di un bel giallo-croma, si cosparge di larghe macchie brune sotto la pioggia, poi si cambia in color legno; le lunghe stille d'acqua, ferite di traverso da un raggio di sole, diventano lucide e sembrano le pagliuche inargentate dell'abito di un allegro saltimbanco. Un fanciullo lacero, in maniche di camicia, con un fazzolettino a scacchi sulla testa, corre sotto la pioggia, cantando con voce acutissima un ritornello popolare, interrompendosi ogni tanto per gittare con un grido un'ardita disfida alla tempesta: il bambino, figlio di nobili signori, è presso il balcone, pallido, ammalato, vestito di pelliccie, solo; e stanco si abbandona a pensare sul ricco libro di immagini che non lo divertono più.

Sul caminetto, nell'anfora di terso cristallo, s'illanguidiscono le rose. Le bianche dal seno lievemente roseo somigliano ad anime candide il cui cuore si apre all'amicizia; quelle color di rosa, dai petali incappucciati, esalano il profumo irresistibile dei cuori segretamente innamorati; quellethèrassomigliano a damine schifiltose ed aristocratiche; le rosse, quasi sanguigne, hanno l'aspetto tragico; e la nebbia leggiera della brughiera che si eleva su di esse, tempera appena il vigore dei colori forti e sfuma le gradazioni. Ma le rose languiscono, le cime dei petali sono bruciate, tutte hanno in qualche parte un punto nero, una traccia bruna, un'ombra; gli steli sono curvati. Pure il profumo raddoppia, diventa più acuto; lo specchio del caminetto riflette il gruppo delle rose, quello di fronte lo torna a riflettere e lontano, lontano, quasi all'infinito, si ripete senza numero la passione di quei fiori morenti.

Ride e canta sotto il sole di settembre il piccolo porto; i facchini, figure brune ed atletiche, trasportano dalla piatta barcaccia a terra, il carico di carbone; un pescatore dorme raggricchiato nella sua nassa inoperosa; alcuni fanciulli seminudi guazzano presso la riva, poi si rotolano nell'arena calda e fine per asciugarsi e spiccano da capo un grande salto nel mare. Sulla strada, in alto, quasi a picco si ferma il vapore; visi affaticati respirano alla portiera il venticello di ponente; la venditrice di acqua e di aranci va su e giù lungo i binarii: un velo azzurro di viaggiatrice svolazza; il povero cieco appoggiato al braccio di suo figlio augura il buon viaggio a tutti; una bambina, dal vetro sollevato, gitta ai fanciulli che si bagnano, un grappolo di uva nera. Riparte il treno; sotto il sole di settembre ride e canta il piccolo porto.

* * *

Sulla tovaglia damascata di Fiandra, la colazione attende; ma dallo spiraglio della porta non se ne vede che un angolo. Ma nell'aria si aspira un lieve odore di limone fresco; una gamba di pollo arrosto, con la delicata pelle del corpo crogiolata, fa supporre il resto; un'ostrica bruna, rugosa e scabrosa di fuori, bianco-lattea, morbida e lucida di dentro, respira lentamente; in tre dita di Xeres biondo, trasparente, limpidissimo, sono immersi i pezzetti gialli e succosi di una pesca duracina. O ricchi vigneti della Spagna, ardenti come la terra e come lo sguardo delle donne, o freschi ed ombrosi giardini d'Italia, o immenso e benefico Oceano, o gioconda e magnifica Natura, salute!

* * *

Il salotto rotondo, piccolo è tutto foderato di seta rosa pallida, imbottita e fermata da bottoncini come l'interno di una bombonierina di cristallo; sulle pareti morbide, piccoli specchi ovali con la cornice semplice di argento, lucido e terso, come l'acciaio; grandi giardiniere di argento, lavorato con un cesello così artistico da ricordare la mano di Benvenuto Cellini, sopportano gardenie, camelie bianche, rose bianche, garofani bianchi, mughetti, fiori di neve. Tutto d'intorno ha dei riflessi rosei ed argentei, il bianco vi sembra latteo, la linea vi si annulla e diventa una dolce curva; la vita vi deve essere buona. Ed il zuccherino di questa scatola di confetti deve essere una donnina graziosa, rotondetta, una gattina piena di vezzi, una personcina svelta sui tacchetti alti, palliduccia, con i capelli castani, gli occhi castani, le braccia tornite sotto i merletti, le mani piccole e piene di fossetti, una marchesina Pompadour senza cipria e senza nei.

* * *

Le quattro grandi finestre della sala terrena proiettano sulla larga ed oscura via quattro rettangoli di luce: è sera, i forestieri pranzano senza soggezione della gente che li può guardare, le signore sono vestite con eleganza, i camerieri in marsina circolano silenziosi e prodigando inchini. Nella via un suonatore di ghitarra accompagna la voce aspra e stonata del suo collega; un omnibus con un fanale rosso ed un altro verde che sembrano i due occhi strani di una bestia nera, passa lentamente; un giovanotto azzimato, arricciato, col fiore all'occhiello e col cervello in tumulto, corre ad un convegno; un poeta appoggiato al muricciuolo guarda le onde brune e fosforescenti, prestando orecchio al misterioso ritmo del più giovane poeta: il mare.

Cade il giorno in Pompei; ma ad onta della sua solitudine, delle sue rovine, della sua morte, la città non è triste. La giovane coppia passeggia ancora, ma la signora lascia trascinare sulle pietre di lava il suo lungo abito, la persona stanca si lascia un po' portare dal braccio del giovanotto; egli si china ogni tanto a parlarle, sotto voce, sorridendo, guardandola negli occhi—perchè si amano. La guida spiega con voce monotona le antichità; ma dalla persona gentile della donna si stacca un sottile odore di violetta, i cappelli biondi si disfanno nella grossa treccia, l'ombrellino sfiora le pareti dipinte ad affresco, una mano inguantata, lunga, leggiera si è poggiata sul simulacro d'Iside, eluipreferisce quella manina a mille volanti danzatrici greche. Partono; cade il giorno—e Pompei, la città delle belle donne, dei profumi, dei giocondi amori, si fa triste.

Questo giovane avete dovuto incontrarlo in qualche parte; il suo aspetto ha dovuto colpirvi. Avrete supposto: è amore, forse. No: non è amore il pallore concitato di quel volto, non è amore la febbre di quel sangue che consuma le vene, non è amore il lampo di quello sguardo—i giovani come lui non amano. Sembra meschino compenso al loro spirito battagliero la conquista di una donna; il loro sconfinato ideale non può rinchiudersi nel possesso di un cuore amoroso; la loro ardente realtà è informata da più vasto pensiero che la modesta famigliuola; hanno desiderii, inclinazioni, aspirazioni diverse; sono uomini di guerra, disprezzano la pace. Sibbene prostrati nella polvere adorano una bellissima, perfida e divina amante; l'adorano ciecamente, follemente, pronti come il fanatico indiano a lasciarsi stritolare sotto il carro dell'idolo, sentendo con delizia lo scricchiolio delle ossa che si rompono; l'adorano con tutte le forze riunite e sospinte: nell'arida solitudine della loro anima, essa, la gloria, è il miraggio celeste e fatale, l'oàsi del deserto, l'unica meta della vita e del lavoro.

* * *

Così egli sognava. La politica fu la prima ad appassionarlo. Nella precoce esperienza della sua gioventù, egli sapeva quali minuti ed ignoti congegni muovano il grandioso apparato dello Stato; conosceva le meschine e piccole cause che determinano le grandi azioni; conosceva che le mille facce del poliedro parlamentare mutano di forma e di colore, come cangia la luce che le illumina; sapeva che in quel mondo il vocabolario trasforma il significato delle parole, chiamando ardimento la sfacciataggine, destrezza la furberia e conoscenza pratica degli affari l'abbandono della via vecchia per la nuova. Ma che importava tutto questo?

La poesia drammatica della vita era là; là erano rinnovate le lotte titaniche dell'antichità: il suo sogno era quello di diventare uno di quegli eccelsi lottatori. Ecco: la situazione politica si complica di nuovi avvenimenti, la diplomazia estera diventa incerta, la Corona è pensierosa, l'Europa è attenta. L'aula parlamentare è imponente: sono ivi riuniti i forti campioni che uscirono vittoriosi da tante sconfitte, i trionfatori di un mese e quelli di una giornata, le prime intelligenze italiane, gli oratori eminenti, i parlatori brillanti; la rappresentanza ufficiale è tutta nella tribuna degli ambasciatori; quelle pubbliche riboccano di spettatori—è una grande giornata. Ebbene, essere l'eroe della giornata, essere il solo uomo che possa risolvere la tensione politica; esordire con l'impeto della parola netta, precisa, fulgida, trascinare gli spiriti nel torrente dell'eloquenza, conquidere la ragione col rigore dell'argomento, scorgere con lo sguardo d'aquila il futuro e profetarlo, vedere scossi e meravigliati i nemici, profondamente turbata la coscienza della Camera: poi l'ansietà dell'attesa ed infine, in fine, la proclamazione del voto, vale a dire la vittoria che sarà annunziata dappertutto, unita ad un solo nome, il proprio!

* * *

L'opera d'arte è stata creata nel silenzio della mente, si è maturata sotto il sole caldo della fantasia che le ha donato i più ricchi colori; dopo esser cresciuta e fatta vigorosa, le sono parse anguste le pareti di un cranio, ha domandato la veste per uscire nel mondo, ha voluto la bella forma ed è venuta fuori splendida come una creatura vivente. Ora il mondo deve giudicarla, darle il soffio che la manterrà viva per anni ed anni; per tutte le cantonate, in ogni giornale è annunziata la sera del suo battesimo, al tale teatro. Nei circoli letterari non si parla di altro, gli amici commettono delle graziose indiscrezioni e fanno previsioni poco graziose, i critici si armano della loro schiacciante freddezza, gli autori vecchi sorridono di compassione, i novellini d'incredulità. E l'ansietà dell'artista cresce ogni ora, ogni momento; egli è turbato, inquieto, esitante; a volte spera senza ragione, a volte si dispera senza causa: il suo lavoro gli appare prima buono, poi mediocre, poi diventa una enorme sciocchezza ed infine prende l'aspetto del suo più grande nemico. Ma retrocedere è impossibile; le prime parole cadono nel silenzio pieno di malevolenza e di benevolenza della platea: il pubblico sta in guardia, non vuol lasciarsi prendere la mano da un entusiasmo prematuro, non vuol cedere ad un sentimento di diffidenza; ma è invano, invano, l'arte vince, la natura umana dimentica i suoi propositi, si lascia trasportare, un lungo applauso risuona. Che n'è del cuore dell'autore in quell'istante? Il freno è rotto, il ghiaccio si è liquefatto, uno spirito di gioventù è passato sulla fredda platea e l'ha sollevata in un sol sentimento; fremiti di approvazione, esclamazioni e poi da capo applausi, applausi senza fine; ma sono amici, sono partigiani, sono nemici che acclamano l'autore? Chi sa! Sono mani che si alzano per plaudire, sono volti convulsionati, sono anime che scoppiano, è il pubblico, la folla, il mondo! L'autore, ancora più pallido, si avanza e ringrazia.

* * *

L'aula vasta, fredda, grigia, nuda di arredi; sulla parete scialba il simbolo della giustizia e della misericordia, il Cristo; di fronte il ritratto del re; tavoli e sedie, roba vecchia, triste, dalle linee dure ed angolose. I giudici, cuori morti, anime fatte pietra, impassibili, indifferenti; la figura pallida e severa del pubblico accusatore, destinato alla eterna parte del carnefice morale; i giurati, gente per lo più ignorante, spesso insensibile, talvolta crudele: di sopra a tutti costoro la idea alta, pura, sublime della legge—e contro la legge, fuori di essa, contro lo Stato, contro la società, contro la famiglia, un uomo solo: l'imputato.

No, non solo. Vi è qualcuno per lui, qualcuno che gli è amico, fratello, padre, che per mesi intieri si è occupato di lui, che ne ha studiata, sviscerata la vita, che gli ha sacrificato le ore del diletto e del riposo. Domani quando l'imputato sarà chiuso nel suo cancello di ferro come una belva feroce, quando contro lui saranno esaurite tutte le risorse dell'accusa, quando il pubblico ministero ne avrà chiesta la testa o la galera sorgerà una voce che risponderà per lui. Il difensore si rivolgerà alla mente dei giurati, narrerà loro le più minute circostanze, porrà in luce particolari obbliati, sarà sobrio, evidente, efficace: ed in ultimo si rivolgerà al loro cuore, adopererà la sua eloquenza a colpirli, a farli esitare nelle loro convinzioni, a commuoverli, a farli piangere. Domani forse un innocente sarà ridonato alla sua famiglia o ad un colpevole mitigata la pena: il sacro ministero della difesa ha tanto operato. Ma dite, dite, non deve essere fiero, soddisfatto, orgoglioso quest'uomo che compie una missione ed illustra il suo nome? Che desiderare di meglio quando salgono voci di riconoscenza al suo cuore, applausi alla sua intelligenza?

* * *

Fluttuano innanzi alla immaginazione fantasmi opalini, profili aerei, indefiniti, figurine appena abbozzate: passano nel cielo caldamente azzurro della fantasia le bianche colombe; nella mente del poeta si uniscono, riddano, si fondono, colori, suoni, profumi, sorrisi, apparizioni, baci, sospiri, gridi di passione,—e sopra tutto domina sempre una musica lontana, ora dolce e grave come suono d'organo, ora saltellante e bizzarra come tamburello di zingara. Così si ripercuote, echeggia nel verso che sgorga spontaneo e si innalza, come limpida polla d'acqua: così tutto quello che è amore fremente, gentilezza di sentimento, soavità di dolore, scettica malinconia, si trasfonde nello slancio lirico del poeta. Nella sua anima è così grande il focolare di amore, il suo dolore ha tanto carattere di universalità che la sua voce non gli appartiene più, è la voce del suo tempo; quando egli diceio, vuol direnoi, quando parla di sè stesso, parla di tutti. Egli è amato, ammirato, odiato, ma non discusso; nessuno osa toccare la sua corona di alloro; qualcuno può imitarlo, ma superarlo nessuno, perchè egli è la più completa manifestazione di un periodo umano, perchè la sua anima eccelsa è l'anima di migliaia di poeti taciturni; lo volesse potentemente egli stesso, non potrebbe diminuire di una linea il suo piedestallo.

* * *

Questi erano i suoi sogni, i sogni che non gli davano riposo, che accendevano in una fiamma tormentosa ed implacabile il suo spirito: erano i sogni che conturbano ogni anima sensibile che si affaccia alla vita. Chi non ha delirato come lui? Chi non ha spasimato come uomo in croce, nell'inappagato desiderio di gloria?

Ora tutto è mutato. Nulla del passato è rimasto in lui: sono crollati gli edifizii maestosi della sua superbia; una parte della sua vita è morta: ora ha una donna gentile daccanto, ha un bimbo ricciuto sulla cui testolina si appoggia la sua mano di padre felice. Ma è ignoto come si svelse dal core la sua passione, la sua tragedia non si conosce; il ferro infuocato con cui cicatrizzò la sua ferita, il coltello tagliente con cui gettò via una parte di sè stesso, non si sono ritrovati. Certo fu un coraggio spaventoso che molti non hanno; perchè molti trascinano sempre e dappertutto i loro sogni ambiziosi; perchè molti preferiscono tentare e cadere, anzichè cedere; perchè molti muoiono di questo male. E quale è la vera via? Chi il felice? Colui che combatte nel vastissimo campo del mondo, davanti agli occhi della folla, ora sotto l'amarezza dei fischi, ora nelle grandi ed aride consolazioni dell'applauso—o colui che si ristringe, ignorato, ignorante, nella famiglia? Io non lo so; e nessuno, nessuno può dirmelo.

Il sipario era venuto giù in un attimo come in tutti i piccoli teatri dove si manovra con due cordicelle scorrevoli negli anelletti di ferro; dopo pochi applausi l'intervallo cominciava.—Si era in aprile e nel teatro senza apertura si appesantiva un'aria calda e greve; i lumi a petrolio fumigavano un poco; per l'atmosfera della sala lunga e stretta si diffondeva una leggiera nebbiolina; i monelli del lubbione avevano tolta la giacca ed erano rimasti democraticamente in maniche di camicia; la platea si vuotava e nei corridoi angusti girava l'acquaiolo, annunziato dalla monotona voce e dall'acuto odore di anici. Nei palchi grande movimento di ventagli in mano alle signore—e per signore intendo donne, perchè non vi era alcuna stella del firmamento aristocratico. La popolazione dei palchi era per quella sera formata da tre o quattro famiglie della grossa borghesia, inanellate e vestite della rumorosa seta domenicale; di un impiegato municipale con la relativa arca di Noè; delle figlie piccole di un giornalista che era andato al San Carlo con la moglie; delle sorelle dell'impresario, serotine e gratuite frequentatrici del teatro; di una frotta d'inglesi, vestiti di tela bianca e col velo verde al cappello, ed infine di un giovanotto abbastanza misterioso, solo in un palco, che ascoltava la rappresentazione voltando le spalle al palcoscenico, sbadigliando dietro la mano inguantata: una consegna, era evidente. Nessun occhialino: sarebbe stato ridicolo a tre metri di distanza. Il maestro di orchestra, un disgraziato pagato ad un franco e cinquanta per sera, squadernava sul piccolo leggio la vetustamazurka, volgendo una occhiata pietosa agli ottoprofessorisuoi colleghi, che si godevano una paga giornaliera variabile da settantacinque centesimi ad un franco.

Nel palcoscenico un momento di riposo. Là il caldo era soffocante; non veniva un soffio di aria da nessuna parte; la caratterista, che fingeva una vecchiona ricca e benefica, si era levata dal capo una parrucca a riccioloni maestosi, con suvvi appuntata una cuffia di merletto adorna di nastri e fiori, ed era rimasta con una treccia tonda e brizzolata, perchè la buona donna camminava direttamente sui cinquanta. Donna Carmela, l'amorosa, passeggiava su e giù, facendosi vento col grembiale di seta nera; il suo ventesimo fidanzato—essa aveva combinati e rotti diciannove matrimoni—era corso a prenderle un bicchiere d'acqua gelata con sciroppo di amarena. Pulcinella, seduto sopra alcune vecchie quinte, aveva sollevata la grossa maschera d'incerata nera per respirare un poco meglio e si soffiava sul volto col berrettone di lana grigio-lattea. Pulcinella pensava: nessuno se ne meravigli, era molto giovane.

Non si poteva vedere se fosse o no un bel giovane. Pulcinella porta sui capelli, sotto il berrettone, una stretta calotta di lana nera, più grande di quella dei monaci, che gli nasconde tutta la testa; sul viso, sino alla bocca, la maschera nera dal naso magistrale; il corpo è nascosto dal camiciotto di mussola bianca a pieghe amplissime, dalle maniche larghe che giungono sulle dita, dai calzoni bianchi e larghi che ricadono sulle scarpe di tela grigia, simile al berretto. Di lui si vede solo un po' di mento, il collo e le mani: impossibile di riconoscerlo. Ma il pubblico che ama Pulcinella come una gloria paesana, non ricerca quasi mai la fisonomia nascosta sotto la maschera: per lui, Pulcinella non è un uomo, non è una personalità simile ad un'altra, ma è un tipo, un carattere, una manifestazione—è lo spirito popolare, sarcastico, ribelle, filosofico, che scoppietta—è la maschera che personifica ed incarna il temperamento meridionale pieno di fuoco e d'indolenza—è l'aspetto proteiforme di un popolo—è tutto fuorchè un individuo. Se ne sa il nome, è vero; ma pochi ne sanno il viso.

Però posso assicurarvi che Gaetano Starace, senza essere un modello di bellezza, era molto simpatico coi suoi capelli neri e lievemente ricciuti, cogli occhi vividi e la pelle bianca come quella di una donna. Non era un essere eroico, non era un uomo di grandi sentimenti, ma aveva un cuore di oro e conservava fedelmente l'eredità del blasone; da tre generazioni nella sua famiglia si diventava Pulcinella per inclinazione, per abitudine, per trasmissione nel sangue, come le malattie ereditarie. Quando un fanciullo veniva su, non si pensava ad avviarlo per nessuna carriera, per alcun impiego; il suo mestiere era bell'e trovato, il suo còmpito era quello d'indossare l'abito e di rallegrare seralmente la gente. Era un lavoro faticoso, esclusivo, opprimente, un lavoro inglorioso e poco fruttifero, ma nella mente ristretta e buona degli Starace non entrava l'idea della ribellione alle ingiustizie sociali; erano uomini umili, cortesi, allegri, senza pretese, fedelissimi al teatro dove quasi erano nati e dove morivano, devoti ed ossequenti al loro pubblico, incapaci d'irritarsi contro i suoi capricci, sempre pronti a carezzarlo, a sollazzarlo, a sacrificare per esso ogni cosa. Il bambino andava a scuola, imparava a leggere ed a scrivere, s'infarinava leggermente di tante altre cognizioni; ma la sera la passava nelle quinte a vedere ed a sentir recitare suo padre; ai sedici anni faceva qualche particina da Pulcinellino, ai venti suppliva il padre quando era ammalato; alla morte di lui diventava Pulcinella. E questo regolarmente, senza esitazioni, senza dubbi, come un obbligo, come un dovere, come una fatalità.

Così di Gaetano Starace; si aggiunga che, per un po' di naturale ingegno, egli si rendeva utile riducendo commedie italiane in dialetto, raffazzonandone delle nuove su tele vecchie, scrivendo parodie di opere serie—e qua e là non mancava dello spirito. Non roba molto fine, è sottinteso, ma pei frequentatori del teatrino bastava ed era soverchio: come attore, Gaetano era svelto, pieno di vita, aveva una voce gradevole e conosceva l'arte di modularla. Il padre gli morì presto ed esso, che era figlio unico, gli subentrò come nei regni costituzionali; recitava bene, era allegro per natura, era giovane; piacque, divenne il beniamino del pubblico. Il suo mestiere non gli dispiaceva, anzi e' lo faceva con un certo trasporto: nel suo cervello non nascevano le idee dell'arte, la sua missione, la vocazione, la fibra artistica, l'interpretazione, la scuola vecchia, la nuova e simili formole che affliggono gli altri artisti drammatici—niente di tutto questo. Sibbene, così alla grossa, egli comprendeva che quegli spettatori della platea e del lubbione erano popolo, quel popolo che soffre, che lavora, che stenta e che quando può disporre di pochi soldi, va al teatro per dimenticare nel riso i guai della vita—e nel suo cuore di popolano, si consolava di dover essere lui ad alleviare, a sollevare, a rallegrare il suo prossimo. Quando si metteva la maschera e stringeva la vagina del suo camiciotto, si sentiva il cuore leggero, diventava gaio per la gaiezza che avrebbe data altrui; quando una intiera platea scoppiava in una risata omerica, egli gongolava dal contento, come chi abbia fatto una buona azione.

Per lo più, prima che cominciasse la rappresentazione, usava di metter l'occhio al buco del sipario ad osservare attentamente il suo pubblico; notava tutti i volti gravi, i tristi e se ne ritornava fra le quinte, fregandosi le mani, sorridendo e mormorando fra sè: «Vedremo, vedremo, se ci potrete resistere.» Quando aveva ottenuto l'intento e si vedeva davanti una folla di volti ridenti, si congratulava con sè stesso come di una grande vittoria. Talvolta qualche spettatore isolato s'incaponiva a rimaner serio, non sorrideva neppure ai più graziosi frizzi; allora Pulcinella si ostinava da parte sua, s'infiammava, si moltiplicava, recitava per quel solo spettatore, fino a che lo avesse vinto e domato, sino a che lo avesse visto contrarre la bocca in una convulsione di riso represso. Chiamava questi spettatori con una parola pittoresca ed energica:scogli.

Quella sera appunto aveva trovato unoscoglioed anche durissimo; quello lì non voleva ridere, proprio non voleva. Gaetano aveva lavorato bene e molto, aveva variato la trita commedia che si rappresentava, infiorandola d'improvvisazioni spiritose; ma lo spettatore non se n'era dato per inteso, era rimasto immobile ed indifferente; Pulcinella ci perdeva, lo spettatore era più forte di lui.

Veramente si trattava di una spettatrice: era una giovinetta che stava nel palco numero 2 di prima fila, seduta di fronte alla scena e quindi vicinissima. Una giovinetta dal volto pallido e lunghetto, un po' magro; sulle linee esili del collo ricadevano due grosse treccie nere che erano appuntate, con semplice ed elegante ornamento, da certe stelle di tartaruga bionda; vestiva un abito di lana grigia, terminato alla radice del collo da una arricciatura di merletto bianco, chiuso a quel punto da una stella più grande di tartaruga; oscuri i guanti. Aveva ascoltato con molta attenzione, ma la serietà del viso non si era diradata; anzi una certa fierezza trapelava dalla fronte stretta e bianca, dalla linea decisa del mento: non era bella, ma aveva una di quelle fisonomie spiccate, perfettamente individuali, che non si possono più dimenticare. Con lei stava una signora matura, vestita onestamente di nero, con un volto molto somigliante alla giovinetta, ma le cui linee erano più dolci, quasi ammollite dai capelli bianchi e da un benevolo sorriso: sua madre, forse.

Ma Gaetano non si curava di tutti questi particolari, era preoccupato dalla gravità della fanciulla. Non era malinconia, non era dolore, non era neppure indifferenza: il sentimento che si leggeva sul viso di lei, era un'aria di serietà superiore, quasi inconsciente, certo naturale. Egli si chiedeva perchè una giovinetta, neanche vestita di nero, nell'età del riso, nel teatro dove si andava per ridere, si niegasse alla gioia. Ora ella parlava lentamente con la sua compagna, senza gestire, con uno sguardo intelligente, muovendo appena le labbra: che diceva? Quale strana apparenza era la sua! Tutti ridevano, ella no; tutti si divertivano, essa non si annoiava; che faceva, che pensava dunque? Rivolgendo in sè queste idee, Gaetano rimaneva col viso incollato alla sudicia tela del sipario, con l'occhio fisso sulla figura pallida della fanciulla, perduto nelle sue supposizioni, tormentato un poco da quel problema ventenne che stava nel palco di prima fila.

—Fuori scena!—gridò il buttafuori.

Suo malgrado Gaetano dovette rientrare nelle quinte; giunto là gli parve di aver avuto un'idea luminosa, un'idea che gli fece piacere e dispiacere nel medesimo tempo: sicuramente la fanciulla doveva essere innamorata.

—Allora ci penso io a farla stare allegra,—mormorò fra sè;—giusto nel terzo atto vi è una scena di amore.

Diede una spinta sino all'esiguo camerinetto dove Donna Carmela, l'amorosa, allo scarso lume d'una fumosa candela di sego, davanti ad uno specchietto di quaranta centesimi, si acconciava al collo un fazzoletto di seta rossa; aveva le guance grossolanamente cariche di bianco e di rosso.

—Mi raccomando, Donna Carmela,—le disse:—un pò' di anima nella nostra scena.

—Vi pare! Con voi non c'è bisogno di raccomandazione,—ribattè lei, scoccandogli uno sguardo lusinghiero; tanto il ventesimo fidanzato non c'era! Ma Gaetano parve non ci badasse.

Infatti la scena di amore, che era anche la culminante, cioè l'ultima, fa recitata a meraviglia: Carmela vi mise dell'impegno, parve quasi che sapesse la parte; i suoi occhi ingranditi dal bistro brillavano, la voce rauca aveva quasi delle intonazioni d'intelligenza. Gaetano si superò; fu felice in ogni frase, fu spiritoso, fu ridicolo, fu barocco: la platea, anzi tutto il teatro andava in convulsioni pel ridere, egli stesso si sentiva in ammirazione davanti alla sua bravura—e quando, all'ultimo, un applauso fragoroso coronò l'opera, egli rivolse un'occhiata alla giovinetta del palco, sicuro di averle fatta impressione, sicuro di averla commossa al riso. No; il volto di lei non aveva cangiato espressione, solo l'occhio fiero avvolgeva Carmela e Gaetano in un freddo sguardo e la bocca gentile si piegava ad una curva dura ed energica di disprezzo.

Egli rimase freddo, immobile, istupidito. Perchè il disprezzo?

Fu così che Gaetano Starace, Pulcinella del popolare teatro di S.Carlino, s'innamorò di una sconosciuta.

Egli non era un filosofo, eppure un giorno, passandosi la mano sulla fronte pensierosa, esclamò: Quanto diverso l'amore della commedia da quello della vita! E la testa gli si curvò sotto il peso di quest'amara verità.

Ogni sera l'aveva recitato, l'amore della commedia: quell'amore espressivo, esterno, parolaio, pieno di fiamma, ruvido, carezzevole, passionato del popolo napoletano, egli lo aveva espresso ogni sera a Donna Carmela, l'amorosa, e a Donna Checchina, la così detta ingenua; ogni sera l'una o l'altra di quelle due donne lo aveva amato, gli aveva rivolte parole d'affetto. Egli era stato volta a volta amante felice, geloso, traditore, sfrontato, tradito, non corrisposto; ma in fondo, al terzo atto della commediola, le cose si erano aggiustate, il matrimonio si compiva, e si ballava la tarantella alla luce dei fuochi artificiali. Sempre il suo amore era stato allegro, chiassone, grossolano, volgare, aperto a tutti senza che mai un palpito interno corrispondesse a tutto quel lusso di esteriorità; ma nella vita, quale e quanta differenza!

Dopo quella sera egli era stato una settimana inquieto ed agitato: lo assalivano mille dubbi, mille sospetti; un turbine di pensieri gli girava pel capo: non si sapeva spiegare il contegno della giovinetta. Non se lo spiegava; eppure dovunque si voltasse, a qualunque occupazione si desse, egli rivedeva la freddezza di quegli occhi ed il disdegno di quelle labbra; insieme il volto pallido e simpatico, le treccie nere e le stelle bionde di tartaruga: dappertutto la stessa immagine. Nel teatro era peggio: fissava sempre il suo sguardo sul secondo palco di prima fila, quasi attendesse a vederla ricomparire, irritandosi contro gli altri che venivano ad occuparlo; se veniva al buco del sipario, si ricordava di lei; se donna Carmela gli parlava, si ricordava di lei; se recitava la commedia della prima sera, gli pareva di soffrire le stesse ansie e la medesima disillusione di allora. Infine la sua vita era profondamente turbata.

Un segreto istinto lo spingeva a non ricercare la fanciulla sconosciuta; pure la rivide, seppe di lei, della sua famiglia, della sua condizione: vi era una vecchia e solita storia di famiglia nobile, impoverita per cattiva amministrazione e per infelici liti, una madre ed una figliuola che erano rimaste con una piccola rendita, sufficiente a farle vivere una vita molto ristretta e molto borghese. Pure nelle vene della fanciulla, Sofia Cantelmi, scorreva un sangue purissimo ed azzurro, onde la severità scultoria della figura, l'incesso un po' altero, le estremità lunghe e fini, e quell'aria signorile che si ha, ma che non si acquista mai. Gaetano seppe tutto questo, prese cinquanta volte al giorno la risoluzione di fuggire Sofia, di non rivederla più, di non pensarvi, di dedicarsi intiero alla sua umile vita di Pulcinella, ma il povero giovane non vi riuscì: non era stato mai innamorato, non giungeva a vincersi.

Passava le mattinate a passeggiare nella piazza Cavour, sotto le acacie deglisquares, a guardare i balconi di un secondo piano che si aprivano raramente pel suo desiderio; Sofia vi compariva solo nelle belle giornate e vi rimaneva poco, non lo vedeva mai, o, vedendolo, non lo curava. La domenica ella si recava a sentir messa nella antica chiesa di S. Maria di Costantinopoli con sua madre, ed egli, pio come tutti quelli che amano, entrava nella chiesa e pregava; poi le due signore andavano a fare una passeggiata, ed egli dietro, a dieci passi di distanza, fingendo l'indifferente, ma seguendole come un cane fedele. Pel resto della giornata doveva occuparsi alle prove, correre a casa a prendere un boccone, ritornare al teatro per la rappresentazione di giorno e non uscirne che a mezzanotte: pure a mezzanotte, prima di ritirarsi in casa, stracco morto dalla fatica, oppresso dal caldo, faceva una scorsa sino a piazza Cavour per rivedere un balcone illuminato e qualche volta un'ombra alta e svelta passare dietro le tendine. Questo per settimane intiere, senza variazioni; ma la sua pazienza, quella specie d'innata bontà, quella umiltà rassegnata che si contentava di vedere Sofia senza sperare altro, quella voce interna che lo consigliava a smettere, si stancarono. Era giovane, non aveva mai amato, il sangue gli bolliva nelle vene e gli sconvolgeva il cervello; quell'attesa, quell'immobilità gli divennero insoffribili; aveva bisogno di decidersi a qualche cosa, di agire, di muoversi, di sapere che ne doveva essere del suo cuore e di sè. Le scrisse una, due, cinque lettere.

Erano male scritte, è vero: qualche espressione, qualche frase, qualche periodo era preso dalle commedie di repertorio; qualche errore di ortografia vi incappava ogni tanto; pure vi spirava un amore così profondo, così sincero, vi si manifestava un desiderio così vivo di una sola parola, di un sol sorriso, che l'altera fanciulla ne dovette essere scossa. Era da tempo che essa, sotto la bruna frangia delle palpebre, osservava la fedeltà di Gaetano a presentarsi ogni mattina; era da tempo che essa aveva l'abitudine di vederlo immancabile alla chiesa, alla passeggiata, sempre modesto, sempre un po' triste; e lentamente, nel suo cuore freddo e solitario, comparve l'immagine del giovane innamorato. Sofia era uno di quei caratteri intieri, tutti di un pezzo, incapaci di cedere ad una debolezza, ma incapaci di mentire agli altri od a sè stessi; era altiera, ma per questa medesima alterigia non soffriva mezzi termini; non amava o amando, doveva andare sino in fondo. Poi le sventure sofferte da bambina le avevano data una severa lezione, le avevano insegnato che la nobile nascita non vale nulla in tempi nei quali non conta che il danaro: che oltre la nobiltà del blasone vi è pur quella del lavoro, anch'essa egualmente bella ed onesta. Il giovane aveva una professione, lavorava di certo in quelle ore che non lo si vedeva apparire; forse per soverchia umiltà aveva firmato le sue lettere col solo nome di battesimo, temendo che la nudità del suo cognome borghese non dovesse offendere la fanciulla. Sofia sentì di stimarlo per la sua condotta passata, per quella presente; la madre, desiderosa come tutte le madri di vedere collocata la figliuola, la incoraggiava dolcemente; ella rispose poche parole, con serietà, ma senza freddezza. Lo stimava, voleva conoscerlo; forse lo avrebbe amato.

Egli andò per la prima volta in quella casa tremante di emozione, dominato da una strana ansietà; avrebbe voluto essere perfettamente contento e credeva di esserlo; ma ogni tanto, come per una nuvola nera, la sua gioia s'intorbidava ed egli si spaventava per un ignoto pericolo. Dopo si dava del matto, del presuntuoso, dell'incontentabile; chiamava in aiuto il suo amore, la sua franchezza, la lealtà del suo cuore e delle sue intenzioni; pensava che un mese, una settimana prima non avrebbe neppure sognato una simile fortuna—e si rassicurava. Pure al cospetto delle due donne fu timido ed impacciato, non osava guardare Sofia, non sapeva se darle delleialla toscana o delvoialla napolitana; le parole cascavano lente, un invincibile dubbio lo arrestava. La fanciulla lo comprese e vide che era mestieri aiutarlo, restituirgli un po'del suo coraggio; gli parlò lei, con bontà, cercando di raddolcire l'espressione del suo volto, giungendo sino a sorridere; egli si animò, divenne più franco, superò completamente il suo imbarazzo. Le cose si mettevano assai bene, quando la signora Cantelmi uscì fuori con questa domanda:

—E dove ci avete conosciute?

—Al teatro…—rispose egli, preso da una nuova esitanza.

—Al teatro?—riprese Sofia.—Noi vi andiamo molto di rado.

—Nell'aprile, al San Carlino—rispose egli senza aggiungere altro,

—Ora ricordo; quando Maria Desanctis ci mandò quel palco, mamma. Una cattiva serata quella….

—Perchè?—domandò Gaetano, senza osare di chiedere altro.

—Non amo quel teatro; vi si ride troppo e non vi s'impara nulla. Tutto quello che vi si dice è così triviale, così volgare, così basso, che mi ripugna; quelle risate della platea hanno qualche cosa di selvaggio. E quel Pulcinella, quel grossolano buffone, che carezza con la parola e con l'intenzione tutti gli istinti brutti del popolo, mi è insoffribile: io mi chieggo come un uomo si possa rassegnare a quel mestiere….

—Sei severa, Sofia,—interruppe la madre, mitigando l'osservazione con un mite sorriso.

—No, mamma. Forse che mancano vie oneste per guadagnarsi il pane? Meglio un lavoro manuale che quel mestiere ridicolo ed indecoroso. Ma infine che importa a noi tutto questo? Io non vi vidi quella sera.

—Non potevate vedermi,—rispose Gaetano pallidissimo.

—Andate spesso al teatro?—chiese la madre.—Non siete occupato alla sera?

—Sì, ogni sera—riprese lui con uno sforzo penoso—ogni sera vado a lavorare.

—È un lavoro faticoso?—domandò Sofia con bontà.

—No… non molto; ed anche mi ci sono abituato.

—In commercio forse?

Che cosa doveva risponderle? Gettarle la verità in volto e fuggire? L'amava, l'amava passionatamente, l'amava per le sue stesse parole di disprezzo. L'amava, mentì.

—Sì, in commercio in una casa bancaria. Ci vado alle quattro e ne esco ogni sera alla mezzanotte.

Ed aggiunse il suo nome ed il cognome di sua madre: Rosati. Così l'inganno era completo. Dopo si congedò, andò a casa abbattuto, pallido, ferito al cuore. Sul teatro l'amore era sempre una gaia commedia, ma nella vita diventava per lui un dramma doloroso; il primo giorno della sua felicità, egli era tanto, tanto infelice!

La mattina egli la passava presso di lei; seduto sulla sedia dove ella appoggiava i piedini, scherzando con i gomitoli di lana che le servivano per il ricamo, parlandole a voce sommessa, mentre la madre andava e veniva per le stanze. Non arrivavano mai visite, la camera era silenziosa, piena di luce e di sole; dei fiori erano messi qua e là in certi grandi vasi di cristallo tersi e puliti; Sofia si degnava di parlare con quella sua voce gravemente musicale, che aveva qualche cosa d'intimo e d'affettuoso: Sofia si degnava di sorridere con quel bel sorriso che correggeva la purezza statuaria dei lineamenti; Gaetano si sentiva penetrato da una grande pace, da una soddisfatta tranquillità. Egli godeva di mille piccole cose; le affusolate e bianche dita di Sofia, adorne di un anellino con turchesi che egli le aveva donato, volavano sul canevaccio come farfalle bianche; quando la lana finiva, nell'ago, essa la spezzava con un colpo netto delle graziose e lucide forbicine; quando un fiore si doveva incominciare, egli era chiamato a dare il suo parere sulle gradazioni e sulle mezze tinte; spesso la fanciulla lasciava andare in grembo il lavoro e si distraeva a discorrere con lui, lentamente, accentuando le parole solo con lo sguardo. Gli diceva che la sera avanti, sull'imbrunire, era uscita al balcone, e che aveva visto nella strada tanta gente; subito aveva pensato a lui, sagrificato in una camera buia, sopra un libro mastro, in compagnia delle cifre, e lo aveva compatito; gli diceva che se l'altra domenica fosse uscito un gaie sole, sarebbero andati tutti e tre a passeggiare nel bosco di Capodimonte; essa gli avrebbe indicati certi bellissimi viali, certi alberi vecchi vecchi e che avevano l'aria molto buona; gli diceva che aveva letto il tale libro, che le era piaciuto, specialmente un certo punto: prendesse il libro, era sul tavolo, lo aprisse a tale pagina, leggesse ad alta voce, ed egli obbediva sorridendo; leggeva con enfasi, comprendeva più col cuore che con la mente; ella lo ascoltava, socchiudendo un poco i bruni occhi. Poi rimanevano silenziosi, fissandosi a lungo col sorriso dello sguardo e finendo col sorriso innamorato delle labbra. Non discutevano mai; si trovavano sempre d'accordo; perchè Sofia era un po' esclusiva nelle sue opinioni, era inflessibile nelle sue idee; ma Gaetano, ammirandola ed amandola, s'inchinava a tutto quanto ella dicesse. Vi era in lei un sentimento così grande, così equo di probità, un disdegno così completo della facile morale del mondo, che il giovane si sentiva in sua compagnia diventare più forte, più fermo, più coraggioso. L'amava come fanciulla, come donna, come amica, come sorella; gli piaceva, l'ammirava, le voleva bene l'adorava; l'amava, l'amava, l'amava.

Ma appena uscito da quella porta, le sue ferite cominciavano a sanguinare. Egli era un mentitore, un traditore, un vigliacco che ingannava una giovinetta nobile e onesta; era indegno del suo amore, egli il buffone, egli il Pulcinella. Sinallora la sua mente era rimasta ottusa, egli aveva amato il suo mestiere, ne aveva compreso il solo lato buono, gli era parso di non essere da meno degli altri uomini che lavorano; ma le parole di Sofia gli avevano acuito l'ingegno, lacerato il velo che gli ottenebrava l'intelletto: suo padre gli aveva lasciato in eredità il ridicolo, quello che faceva ogni sera era un mestiere indegno. Quindi nutriva nel cuore un odio incurabile per quanto prima era stata la sua consolazione: il palcoscenico stretto, polveroso; le quinte nere, sporche, soffocanti, piene di ragnateli; l'ambiente di petrolio, di fumo rossiccio, di respiri graveolenti; i compagni volgari, chiassosi, sboccati; le donne dipinte, incipriate con la farina, cariche di oro falso, che parlavano il dialetto, gridavano, si urtavano, litigavano, alcune viziose, altre semplicemente miserabili; la sua livrea bianca, la maschera nera che lo deformava, il berrettone obbligatorio; quei caratteri di ghiottone, di pauroso, di egoista, d'imbroglione, che era costretto di rappresentare; quelle frasi a doppio senso, quei frizzi taglienti che addirittura portavano via il pezzo di carne, quell'amore esterno che doveva fingere—tutto, tutto gli sembrava ignobile. La sua vita della mattina lo ingentiliva e gli sviluppava tutte le facoltà morali; la vita di ogni sera lo avviliva, l'opprimeva, l'abbrutiva.

Con uno sforzo disperato aveva cercato liberarsene, aveva voluto gettare lungi da sè quel fardello tormentoso; ma gli mancava la capacità di un altro impiego, non sapeva nulla o un poco di tutto, che vale lo stesso: era un ignorante. Non lo avevano voluto neppure per copista; si chiedevano informazioni sul suo conto e quando si appurava che era il Pulcinella del S. Carlino, ognuno si stringeva nelle spalle con un sorriso: stava al teatro, vi rimanesse. Così soffrì due o tre rifiuti che gli facevano misurare quale e quanto fosse il ridicolo della sua posizione; e ritornava ogni sera alla sua catena addolorandosene, soffrendo, digrignando i denti quando il pubblico lo applaudiva; odiando sè stesso, il mondo—ed amando Sofia.

A lungo andare non ebbe più pace neppure nelle ore che trascorreva con lei, non giungeva più a dimenticare la sua personalità, il pensiero della sua condizione miserrima vinceva anche il balsamo della presenza di Sofia. Costei spesso gli chiedeva minute notizie della sua vita d'impiegato, se il lavoro non fosse troppo penoso, se i suoi banchieri lo trattassero con bontà, se andassero bene gli affari: ed egli ad ingarbugliarsi, a chiamare in soccorso le sue ristrette cognizioni per pescarvi qualche cosa di commerciale, ad infilzare bugie sopra bugie. Le rare volte che suonava il campanello, egli trasaliva, temendo che entrasse qualche persona da cui fosse conosciuto; qualche volta si alzava come se volesse fuggire; quando giungeva a Sofia una lettera in sua presenza, egli tremava che fosse qualche anonima denunzia: se la ritrovava malinconica, gli si gelava il sangue nelle vene, pensando: Ha saputo qualche cosa! Le aveva promesso di condurle sua madre, una buona popolana; ma con mille pretesti non aveva mantenuto la promessa. Nelle belle mattinate di estate, nei suoi rarissimi giorni di vacanza, Sofia lo incitava a uscire insieme con lei e con la madre; gli toccava scegliere le vie remote, guardarsi d'attorno, con sospetto d'incontrare qualche amico che lo chiamasse per nome.


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