NOTE ALLA PREFAZIONE

NOTE ALLA PREFAZIONE[1]A. W. Ward,Chaucer, London, Macmillan 1884.[2]Macaulay, Hist. of. Engl., vol. I. B. Tauchnitz, Leipzig.[3]Compreso, s’intende, anche l’oste, al quale nessuno avrebbe vietato di raccontare una novella, per quanto non fosse obbligato. Intorno al numero preciso dei pellegrini nominati da Chaucer, non si trovano tutti d’accordo. E c’è, in verità, un po’ di confusione: poichè il poeta (Cf. Prologo, pag.4) dice che erano ventinove (non si sa se comprendendovi se stesso), e poi ne nomina trentuno, compreso lui stesso e non contando l’oste.[4]La «Novella di Melibeo» raccontata dal Chaucer stesso, e la «Novella del Parroco» che è l’ultima delle novelle rimaste. Delle ventiquattro autentiche due sono mutile: La «Novella del Cuoco» della quale non restano che pochi versi, e la «Novella dello Scudiero.»[5]Hist. of Eng. Literat.Scribner, New York 1875, 1.[6]Come dice il Boccaccio del servo di frate Cipolla. Il ritratto morale del mercante di indulgenze è completato da lui stesso nel principio del suo racconto (Cf. pag.273segg).[7]Op. cit., pag. 114.[8]Longfellow,Poetical Works, London, G. Routledge and Sons. pag. 288. Noto qui, per incidenza, che fra gli altri personaggi seduti accanto al fuoco a raccontar novelle, vi è uno studente, una poco originale imitazione del Chierico di Oxford, il quale racconta la storia del Falcone di Ser Federigo, delDecamerone(Gior. V. Nov. 9). Intorno alle fonti di queste novelle vediVarnhagen,Longfellow’ s Tales of a Wayside Inn, und ihre Quellen. Cfr.Anglia, VII, 1884.[9]Lounsbury,Studies in Chaucer,J. Osgood, London, 1892. II, 234.[10]Chaucer’s «Troylus and Cryseyde»compared with Boccaccio’s«Filostrato.» Cfr.Lounsbury,op. cit.235.[11]Nella novella raccontata dal Monaco.[12]Poetical Works of G. Chaucer, edited by Robert Bell, revised byW. Skeat,G. Bell, London, 1885. I. pag. 18.n.[13]Cfr. Lettera all’Athenaeum, 3 Ott. 1868, p. 433.[14]Epist.I. 2. 1.[15]Cf. Il Cantare di Ser Thopas, pag.317.[16]The Poetical Works of G. Chaucer. London.[17]Chaucers Canterbury-Geschichten aus den Englischen vonWilhelm Hertzberg. Leipzig.[18]Non ho saputo resistere alla tentazione di citare il passo nell’originale: per la traduzione V. Nov. del Cavaliere pag.76.[19]Longfellow,op. cit.pag. 280.[20]La regina Alcesti enumerando al dio dell’Amore alcune delle opere poetiche del Chaucer, dice che egli scrisse anche: «all the love of Palemon and Arcite.»[21]Vedi quanto su questa novella, sulle sue relazioni con la Teseide e con altri scritti del Chaucer scrive ilTen Brink, nei suoi interessanti studi:Chaucer, Studien zur Geschichteetc. A. Russell. Münster, 1870, p. 39. Per le due redazioni della storia di Palemone e Arcita vedi anche:Köbbing,Zu Chaucer’s «The Knightes Tale».Remarques sur le rapport des deux rèdactions etc, inEnglische Studien, II. 1878. p. 528-532.[22]Contributo agli studi sul Boccaccio. Loescher, 1887.[23]Il dramma che va sotto il nome del Fletcher, attribuito da qualcuno anche a Shakespeare, è intitolato: «The two noble kinsmen». Sullo stesso argomento già aveva composto un dramma Richard Edwards, che fu rappresentato alla presenza della regina Elisabetta nel 1566, col titolo: «Palemon and Arcite.» Il poema del Dryden è una parafrasi del racconto del Cavaliere.[24]Trovasi anche nel romanzo intitolato:Le Chevalier au Cigne, e in quello anche più antico delRe Offa.[25]Pecorone, X, I. Vedi quanto scrive sulle varie versioni del racconto di questa novella, e delle sue relazioni coll’antico romanzo francese dellaBella Elena di CostantinopoliEgidio Gorra(Il Pecorone, instudi di Critica Letteraria).[26]Confr.V. Imbriani,Novellaia FiorentinaVI.[27]VediRitson,Metrical Romances. Cfr.Bell,op. cit.I. 271.[28]Per la relazione della storia diEmarécon l’antico romanzo anglo-sassone delre Offa, vediRitson,Op. cit.[29]The Canterbury Tales of G. Chaucer byThomas Wright.[30]Cf.Lounsbury,Op. cit., II. 210.[31]Op. cit.[32]Cfr.Bell,Op. cit., pag. 272.[33]Op. cit., pag. XL.n.[34]The Kinges Quair(cioèThe King’s Quire:Il libro del re) è un poema di circa 1400 versi, nel quale Giacomo I ricorda, insieme col Gower, il Chaucer come «maister dear».[35]Cfr. pag. 208.[36]Lettere Senili, Lib. XVII, III.[37]Cfr.R. Bell,Op. cit., pag. 22. e segg.[38]Cfr.Warton,Hist. of. Eng. Poetry. London pag. 225.[39]E. Baret,Les Troubadours et leur influence sur la Litterature du midi de l’Europe, pag. 262.[40]Nella «Novella del Monaco.»[41]Il Sonetto incomincia: «S’amor non è etc.» La traduzione è inserita nel poemetto:Troilus and CressidaI, 400.[42]Lettere senili di F. Petrarca, volgarizzate daG. Fracassetti. Firenze, Le Monnier 1870. Vol. 2, Libr. XVII. 3.[43]F. Mamroth,G. Chaucer, seine Zeit und seine Abhängigkeit von Boccaccio. Mayer, Berlin. 1872. Pag. 56 segg.[44]A. Kissner, Chaucer in seinen Beziehungen zur Ital. Literat. Bonn, 1867, Pag. 76.[45]Noguier, nella suaHistoire de Toulouse, afferma che Griselda visse realmente nel 1103.Bouchet(Annales d’Aquitaine, III.) dice: «Griselidis vivoit environ l’an 1025.» Anche ilForesti(Supplemento delle Cronache) dice che Griselda è esistita, ed il fatto è vero. Questi documenti non hanno certamente alcun valore, ma potrebbero fare sospettare che esistesse la tradizione di un fatto realmente accaduto.[46]I Precursori del Boccaccioetc. Firenze, 1876. Pag. 42.[47]Lett. cit.[48]Cfr.Landau,Die Quellen des Decameron, Pag. 156 segg.[49]Note a Rabelais. Cfr.Dunlop,Hist of Pros. Fict, London, 1888, II, pag. 145.[50]FabliauxI. 269.[51]Ist. del Decam.Firenze, 1732. Pag. 603.[52]Memoires pour la vie de Petrarque. III. pag. 797. Cfr.Tyrwhitt,op. cit.61,n.[53]Geschichte des Dramas, Leipzig, 1867, I. pag. 639. IlLai del Fresnedi Maria di Francia, nonostante alcune tenui analogie, non ha che qualche relazione di somiglianza con la storia di Griselda, e non può essere considerato come fonte originale.[54]Anche il Boccaccio dice semplicemente che Giannucole «guardati l’aveva i panni, che spogliati s’aveva quella mattina che Gualtieri la sposò: per che recatigliele et ella rivestitiglisi, ai piccoli servigi della casa paterna si diede.»[55]Una interessante enumerazione di tutte le opere a cui ha dato origine la storia di Griselda, si trova nel dotto articolo su Griselda di Reinhold Köhler, inserito nellaEncyklopädie von Ersch und Gruber. Vedi anche:Westenholz,Die Griseldissage in der Litteraturgeschichte. Cfr.Zeischrift für Deutsche Philologie,xxi, p. 472. Per la letterat. russa vediWesselofsky,La Griselda ecc.inCiviltà italiana, Anno I. pag. 156 e segg.[56]Il Chaucer dice «the gentils» che io nella traduzione ho omesso, dando alla frase un altro movimento.[57]La maggior parte di quelli che si riferiscono alla gola e all’avidità del mangiare e del bere, sono tolti dall’operaDe Contemptu mundi, di Innocenzo III. È curioso che la espressione latina, onde il Mercante d’Indulgenze esprime l’argomento delle sue prediche, che è poi quello della sua novella, ricorre tale e quale nel testo latino del Morlini (Nov. XLII, ediz. Jannet. P. 85):radice malorum cupiditate affecti.[58]La LXXXI nel testo del Borghini, e la XVI in quello del Papanti. Cfr. la Nov. LXXXIII nell’ediz. del Gualteruzzi.[59]Che il Chaucer avesse conoscenza delNovellinonon è provato: altre novelle che abbiano con esso anche una lontana relazione, nelleCanterbury Talesnon ve ne sono. L’episodio di Talete che cade in una fossa, nella «Novella, del Mugnaio» è troppo comune e popolare, per supporre, come il Tyrwhitt, che il Chaucer l’abbia tolto dalleCento Novelle Antiche(Gualt. 38. Borgh. 36).[60]Della conoscenza che il Chaucer ebbe deiFabliauxfrancesi parla il Wright nei suoiAnecdota literaria.[61]Op. cit., pag. 131.[62]Per l’origine di questa storia, per questi ed altri riscontri, e per la versione orale popolare, vediD’Ancona,Le Fonti del Novellino, inStudi di Critica e Storia Letteraria.[63]Sulle novelle e sulla vita del Morlini, del quale fino ad ora ben poco si conosce, sta studiando da qualche tempo il Saviotti, già noto agli studiosi per altre pregevoli pubblicazioni. Rileviamo fin d’ora l’importanza di questo che sarà un nuovo contributo alla storia della novella.[64]Nello stesso metro è ancheThe King of Tars, che ha, in alcune espressioni, rapporti di somiglianza con la storia di Ser Thopas. In questa medesima stanza di sei versi scrisse il Dunbar (1460-1520) una ballata burlesca, intitolata:Sir Thomas Norray.[65]Cfr. Hertzberg,op. cit.[66]InLetters on Chivalry and Romance. Cfr.Lounsbury,op. cit.II, 245. Egli, del resto, ha il merito di essere stato il primo, o uno dei primi, a dimostrare che il racconto di Ser Thopas va inteso come una parodia dei cantari cavallereschi.[67]Cfr.Tyrwhitt,op. cit.eRitsonop. cit.ERRATA-CORRIGEErrataCorrigePag.24.AvicenoAvicenna»52.soccorercisoccorrerci»77.il campo «ha«il campo ha»94.che tormentano, in questo mondo,che tormentano in questo mondo»113.abbi pietà,abbi pietà»115.levando in alto, la manolevando in alto la mano,»123.diederodànno»150.MalkinsMalkin»152.AlcesteAlcesti»174.«ChiChi»195.coraggioil coraggio»196.Mentre il senatore,Mentre il senatore»197.nostro Signoranostra Signora»224.EÈ»»posapossa»287.e poio poi»»Dio le sueDio con le sue»293.restarono atterritirestarono attonitiNOVELLE DI CANTERBURY▪▪▪▪▪▪▪▪▪▪▪▪▪▪PROLOGOQuandole dolci pioggie di Aprile hanno spento l’arsura di Marzo, rinfrescando ogni vena della terra con quel succo meraviglioso che ha la virtù di dare la vita ai fiori; quando zeffiro sfiora col molle soffio i teneri germogli in ogni bosco e in ogni pianura, e il giovane sole ha percorso la metà del suo cammino in Ariete; quando gli uccelletti si abbandonano ai loro canti, e dormono tutta la notte con gli occhi aperti (così vivamente li punge il risveglio della natura), la gente prova, allora, un vago desiderio di mettersi in moto; e i pellegrini[1]vanno in cerca di straniere piagge, per visitare i santi miracolosi di qualche lontanacontrada[2]. E in gran numero, specialmente, si recano dalle estreme campagne d’Inghilterra a Canterbury, per ringraziare il martire benedetto di quel luogo, che fece loro la grazia, quando erano malati.Una sera, appunto in questa stagione, mentre me ne stavo all’osteria delTabarro, in Southwerk, aspettando la mattina per mettermi divotamente in viaggio verso Canterbury, capitò all’improvviso una brigata di ventinove persone di varia condizione: tutti pellegrini, che si erano trovati, per caso, lì alTabarro, per andare a Canterbury, come me. Le camere, e le stalle pei nostri cavalli, erano per fortuna abbastanza grandi, e ci accomodammo tutti alla meglio.In un attimo (il sole era appena andato sotto) barattai una parola con ciascuno di loro, e senz’altro fui della brigata anch’io, colla promessa di esser su per tempo la mattina, pronto a prender la strada di Canterbury con loro.Ma prima di cominciare il mio racconto, giacchè non ho fretta e il tempo non mi manca, mi pare molto naturale ch’io debbadirvi di questi miei compagni di viaggio, quello che potei raccapezzare: chi fossero, di che condizione, e come vestiti. Comincerò, per primo, da un cavaliere.C’era, dunque, un cavaliere, una degna persona, il quale fin da quando montò la prima volta a cavallo, ebbe in alto rispetto la cavalleria, la lealtà e l’onore, la libertà e la cortesia. Si era segnalato in prodezza combattendo pel suo signore e non c’era fra i cristiani e gl’infedeli uno che avesse cavalcato quanto lui, sempre onorato per la sua dignità di valoroso cavaliere.S’era trovato alla presa di Alessandria[3]; e in tutte le città della Prussia era stato più di una volta capo tavola[4]. Nessun altro cristiano della sua condizione aveva mai viaggiato quanto lui in Lituania e in Russia. Fu all’assedio di Algezir a Granata; combattè a Belmaria[5]; vide cadere in mano dei Turchi Layas e Satalia[6], e nel mare Grande[7]fece parte di molte illustri armate. Ben quindici volte si era trovato a ferali conflitti, e a Tremissen[8], per lanostra fede, era sceso tre volte in lizza, uccidendo sempre l’avversario.Questo prode cavaliere una volta, col signore di Palathia[9], combattè contro un pagano di Turchia, e anche allora si segnalò. Sebbene fosse così valoroso, era tuttavia molto prudente; ed aveva un modo di fare modesto e semplice come quello di una fanciulla. Un atto sgarbato, una parola scortese, non gli sfuggì mai, in tutta la sua vita, neppure trattando con l’essere più volgare di questo mondo. Insomma era veramente un compìto cavaliere. Perchè sappiate, ora, in quale arnese egli cavalcava, vi dirò che aveva un bel cavallo, ma di poco brio. Portava una casacca di fustagno tutta macchiata dalla ruggine della corazza, poichè era di ritorno da un lungo viaggio per andare a Canterbury.Aveva portato con sè suo figlio, un giovine scudiero, innamorato, di sangue molto caldo, coi capelli tutti ricci, che parevano arricciati artificialmente[10]. Poteva avere, tirando a indovinare, una ventina di anni. Era di corporatura piuttosto snella, di un’agilitàmeravigliosa, e fortissimo. Una volta era stato in Fiandra, in Artois e in Piccardia, facendo parte di una spedizione militare, e si era portato valorosamente, sebbene così giovane, con la speranza di entrare in grazia alla sua bella.Era di una carnagione così fina, che il suo viso si sarebbe potuto paragonare a un prato coperto di fiori, bianchi e rossi. Cantava, o suonava il flauto, tutto il giorno; aveva, in somma, tutta la freschezza giovanile del mese di Maggio. Portava una tunica corta con maniche lunghe e larghe; stava molto bene a cavallo, ed era un bel cavaliere. Componeva canzoni, era buon parlatore, valente giostratore, bravo ballerino, e sapeva dipingere e scrivere assai bene. La notte, per fare all’amore, dormiva meno di un rosignolo.Aveva modi molto cortesi, ed era modesto, e pronto a prestarsi in qualunque cosa: a tavola col padre era lui che tagliava e faceva da scalco.Dei servitori, il nostro cavaliere non aveva portato con sè che un valletto, ilquale aveva una veste verde, e un cappuccio dello stesso colore. Dalla sua cintola pendeva, con molta semplicità, un fascio di frecce adorne di penne di pavone, lucide e appuntate; che egli sapeva scagliare dritte e veloci da pari suo. In mano teneva un poderoso arco. Aveva la testa rapata e il colorito bruno. Conosceva molto bene il mestiere del boscaiuolo. Al braccio portava un lucido bracciale; a un fianco una spada e uno scudo, all’altro un bel pugnale ben montato, con la punta aguzza come quella di una lancia. Sul petto gli brillava un S. Cristoforo di argento. Portava a tracolla un corno, appeso ad un nastro verde. Se non m’inganno, doveva essere proprio un guardaboschi.C’era anche una monaca, una madre superiora, che aveva un aspetto semplice e modesto; il suo più gran giuramento era per S. Luigi. Si chiamava suora Eglantina. Cantava molto bene la messa, intonandola dolcemente col naso; parlava benissimo e con garbo il francese che parla il popolo di Stratford, a Bowe[11]: ma non conosceva affatto quello di Parigi. Stava a tavola contutte le regole: non c’era caso che le cascasse qualche cosa di bocca o che si ungesse le dita con la salsa. Portava il boccone alla bocca con tanta attenzione, che non le cadeva mai una briciola sul petto. Si compiaceva molto ad essere bene educata. Ogni volta che beveva, si asciugava, prima di bere, il labbro superiore; il quale non lasciava nel bicchiere la più piccola macchia d’unto. Insomma cercava di mangiare con tutta l’eleganza e la correttezza possibile. La sua compagnia era molto divertente e piacevole; aveva un modo di fare che la rendeva amabile. Si studiava, con ogni cura, di imitare le maniere che usano a corte, e di avere modi gentili; poichè ambiva d’essere stimata una signora degna di riguardo.Vi dirò delle qualità dell’animo suo: era così caritatevole e pietosa, che piangeva, solamente a vedere un topo preso in trappola, morto, o ferito. Aveva dei cagnolini che ingrassava a carne arrosto, latte, e schiacciata. E piangeva a calde lacrime se per caso uno di loro moriva, o buscava per la strada una bastonata unpo’ forte. Era una donna piena di sincerità e di cuore. Il fisciù che portava al collo era appuntato con molto garbo. Aveva il naso lungo ma ben fatto; gli occhi grigi come il vetro, la bocca molto piccola con labbra morbide e rosse come una rosa; bellissima fronte, larga quasi un palmo. Era piuttosto bassa; e raggiungeva a fatica la statura ordinaria di una donna.Il mantello che aveva indosso era, per quello che ne posso giudicare io, fatto con gusto. Attorno al braccio portava una doppia corona di piccoli coralli, tutta guarnita di verde, dalla quale pendeva un bel medaglione d’oro. Sul medaglione era incisa un’A con sopra una corona; e dopo il motto:Amor vincit omnia. Aveva con sè un’altra monaca che le faceva da cappellano, e tre preti[12].C’era anche un monaco, un gran brav’uomo in verità: appassionato per andare a cavallo e per la caccia, di aspetto florido e degno proprio di un abate. Aveva nella stalla dei cavalli bellissimi; e quando passava col suo cavallo, si sentiva da lontanoil rumore dei sonagli ben distinto; e qualche volta suonavano forte come la campana della cappella nella quale egli aveva la sua dimora religiosa.Il buon monaco amava il progresso: la regola di S. Marco e di S. Benedetto, un po’ troppo rigorosa, a dire il vero, era roba vecchia; meglio, quindi, lasciarla stare, e seguire le pratiche del mondo nuovo. Del testo il quale dice: che chi va a caccia non può essere un sant’uomo, e che un monaco senza regola[13]è un pesce fuor d’acqua, cioè un monaco senza monastero, non glie ne importava proprio un’acca[14]. Un testo che dice queste cose, secondo lui, non valeva un soldo[15].E, badate, non la pensava mica male: perchè rinchiudersi in un chiostro a logorarsi il cervello con lo studio, sempre col naso sul libro? O perchè, come vorrebbe S. Agostino, fare i calli alle mani lavorando dalla mattina alla sera? Se tutti dovessero fare così, dove anderebbe a finire il mondo? Lasciamo pure a S. Agostino, se gli preme, il diritto di lavorare. Peròera un forte ed abile cavaliere, ed aveva dei levrieri che volavano come uccelli. Per lui il cavallo e la caccia della lepre erano una vera passione; non ci avrebbe rinunziato a nessun costo.Vidi, se ben ricordo, che aveva le maniche della veste, vicino alla mano, guarnite di pelliccia, della qualità più fina che si trovasse nel suo paese. Per fermare il cappuccio sotto il mento portava uno spillo, molto curioso, lavorato in oro, che nella parte più grossa aveva un nodo d’amore[16]. Era interamente calvo, e aveva un cranio lucido come uno specchio.Anche la faccia era senza un pelo, e liscia come se gli ci avessero passato una mano d’olio, tanto egli era grasso e ben pasciuto. Aveva gli occhi infossati, e li stralunava come un matto, mentre la testa gli fumava come il camino d’una fornace[17]. Calzava un bel paio di stivaloni di pelle molto fine, e aveva il cavallo bardato con lusso; insomma era un gran bel prelato. Non era pallido, nè pareva che avesse l’animo tormentato; e per lui un buon papero, bellograsso, era il migliore arrosto del mondo. Cavalcava un palafreno scuro come una bacca di cipresso.C’era anche un cercatore, un fratacchiotto svelto e d’umore allegro, il quale viveva d’elemosina: l’avresti detto un sant’uomo. In tutti e quattro gli ordini di quei frati non c’era un altro che sapesse scherzare e chiacchierare come lui. Più di una volta aveva combinato, a spese sue, il matrimonio di qualche bella ragazza. Tra i frati del suo ordine era un pezzo grosso. Ben veduto da tutti, bazzicava dappertutto, ed era accolto famigliarmente dai signorotti di campagna, non solo, ma anche dalle signore più cospicue della città: perchè, com’egli stesso diceva, avendo la licenza del suo ordine, egli poteva confessare meglio di un curato. Ascoltava con molto amore la confessione, ed era molto indulgente nel dare l’assoluzione. Quando sapeva che c’era da buscare qualche cosa andava molto adagio con la penitenza: chi era pronto a fare un po’ di elemosina a un povero ordine di frati, non poteva avere macchia nella coscienza,e l’assoluzione l’aveva in saccoccia prima di confessarsi. Uno che fa l’elemosina, diceva egli, quasi vantandosi della scoperta, è già pentito dei suoi peccati. Non c’è mica bisogno di piangere: c’è della gente che ha il cuore così duro, che non sa tirare una lacrima neppure se è ferita a sangue. Quindi fa molto meglio chi senza tanti piagnistei e senza tanti paternostri, lascia guadagnare qualche cosa ai poveri frati.Dentro il cappuccio portava sempre una quantità di piccoli coltelli[18]e di spilli, per offrirli alle belle donne che ne avessero bisogno. Aveva un bel timbro di voce, e sapeva cantare e suonare a memoria. C’era una specie di canto, poi, nella quale era insuperabile.[19]Il suo viso era bianco come un giglio. Da valoroso campione conosceva a menadito le bettole di tutte le città dove era stato, ed era amico di tutti gli osti e di tutti i più allegri cantinieri, come un lazzarone o uno straccione qualunque. Se non che, ad una persona come lui non stava bene, almeno fin dove gli era possibile farne a meno, trattare con simile canaglia. Quellanon era davvero una compagnia che gli facesse onore, e potesse giovargli; perciò era meglio accompagnarsi con chi aveva soldi, e grazia di Dio da vendere. Quando sapeva che c’era da beccare qualche cosa, correva subito, tutto gentilezza, e pronto a rendere qualunque servizio. Non c’era al mondo un uomo che avesse le sue virtù: in tutta la confraternita non era possibile trovare un altro frate più bravo di lui per domandare l’elemosina[20]. Poichè anche se andava da una povera vedova, che non avesse da dargli, per modo di dire, un paio di scarpe rotte[21], qualche cosina, prima di andar via, buscava sempre; con tanta dolcezza sapeva dire il suo:In principio. Era, poi, così accorto nel comprare e rivendere, che rimediava più col suo piccolo commercio che con la tonaca. Quando una cosa non andava a modo suo, abbaiava come un cane cucciolo; perciò quando c’era da comporre qualche questione poteva prestare un valido aiuto. Non credete che avesse l’aria di uno di quei poveri diavoli, che vanno in giro con una tonaca frustafrusta: pareva un canonico, anzi un papa addirittura. Portava una mezza cappa di lana filata a doppio, tonda e tutta d’un pezzo come una campana[22]. Quando parlava, faceva sentire, per vezzo, un po’ di lisca, affinchè la lingua inglese in bocca sua suonasse più dolce. Allorchè, finito il canto, toccava l’arpa, gli occhi gli brillavano come due stelle in una serena notte d’inverno. Questo rispettabile frate si chiamava Uberto.C’era anche un mercante con la barba forcuta e il vestito di vari colori, il quale se ne stava sul suo cavallo, con un gran cappello di castoro in capo. Aveva un bel paio di stivali elegantemente affibbiati. Diceva le sue ragioni con molto calore, e in ogni occasione tastava accortamente il terreno, per vedere se c’era modo di guadagnare qualche cosa. Avrebbe desiderato che il tratto di mare fra Middelburg e Orewel fosse, per ogni buon fine, guardato e reso sicuro dai pirati. Era molto abile a cambiare, ad interesse, gli scudi con le altre monete. Questo bravo mercante sapeva valersi molto bene della sua abilità:e con tanta accortezza faceva gli affari, stringeva contratti, prendeva denari in prestito, che non c’era mai caso di sentir dire che avesse qualche debito. Era, in somma, una persona veramente degna; ma se devo dire la verità, non so come si chiamasse.C’era anche un chierico di Oxford, che da un gran pezzo almanaccava con la logica. Aveva un cavallo che reggeva l’anima coi denti, ed anche lui, per dire la verità, del grasso non ne aveva da buttar via, ma era smunto e malandato. Portava un mantello tutto logoro, e non poteva comprarsene un altro, perchè ancora non godeva nessun beneficio, e non era adatto a un altro impiego qualunque. Era più contento di avere a capo del letto una ventina di volumi delle opere di Aristotile, ben rilegati in pelle nera e rossa, che dei begli abiti, o un violino, o un altro strumento a corda, per divertirsi a suonare[23]. Con tutta la sua filosofia, era sempre al verde; perchè tutto quello che poteva raccapezzare dagli amici, lo spendeva in libri o per impararequalche cosa. E pregava giorno e notte per l’anima di coloro, che contribuivano, in qualche modo, a procurargli i mezzi di studiare, non avendo egli al mondo altro pensiero, altro desiderio che lo studio. Non diceva mai una parola più del necessario: e parlava sempre correttamente, e con modestia, in poche parole, e sempre con molto criterio. I suoi discorsi erano pieni di virtù e di morale, e con ugual piacere era sempre disposto a imparare e ad insegnare.C’era, con noi, anche un impiegato del tribunale,[24]colta e intelligente persona, il quale aveva passeggiato più di una volta su e giù per il portico di Westminster[25]. Era un uomo che aveva realmente delle ottime qualità; sempre prudente e pieno di buon senso, ispirava a tutti un certo rispetto. Godeva tale stima, ed erano così apprezzati i suoi savî discorsi, che molto spesso era invitato a sedere giudice in tribunale, a nome di una intera commissione[26]. Con la sua dottrina, e col nome che s’era fatto, guadagnava quanto voleva,e d’ogni parte gli piovevano regali. Era difficile trovare un altro che sapesse fare i propri interessi come lui. I suoi beni erano tutti libera proprietà; e non si poteva fare sospetti su quel ch’egli comprava. Era un uomo d’affari, senza dubbio, ma aveva un po’ la smania di darsi da fare anche più del bisogno. In tribunale citava tutti i momenti casi e giudizi che risalivano, nientemeno, al tempo del re Guglielmo[27]. Aveva l’abilità di redigere e presentare un verbale in modo, che nessuno vi trovava mai da ridire; e sapeva a mente tutti gli articoli del codice. Cavalcava alla meglio, con una veste di stoffa a vari colori, stretta alla vita da una cintura di seta a striscie. Ma basta del suo vestiario.Faceva parte della brigata anche un possidente[28], con la barba bianca come un fiore di margherita e col viso molto colorito. La mattina, appena alzato, cominciava sempre con una buona zuppa nel vino. Da vero figlio di Epicuro era solito passarsela allegramente, e pensava che la vera felicità è riposta nel pieno godimento del piacere.Proprietario di case, ed uno di quelli grossi, era il S. Giuliano del suo paese[29]. Pane e birra, alla sua tavola, erano sempre della migliore qualità[30]; nessuno aveva in cantina le botti di vino che aveva lui, e in casa sua c’era sempre pronto, a tutte l’ore, qualche buon piatto, cotto al forno, di pesce o di carne, e in grande abbondanza. Da mangiare e da bere gli pioveva in casa d’ogni parte, con tutto ciò che di più squisito si può desiderare. Il suo pranzo e la sua cena variavano col variare delle stagioni. Teneva ad ingrassare in gabbia molte buone pernici, nel vivaio nuotavano a dozzine le regine e i lucci: e guai al cuoco, se la salsa non era piccante e saporita, se in cucina non andava tutto come un orologio. Nel suo salotto da pranzo c’era sempre la tavola apparecchiata, dalla mattina alla sera.In consiglio la faceva sempre da padrone, come quegli che era stato, non so quante volte, deputato della provincia. Alla cintola, che era bianca come latte appena munto gli pendeva una daga e una borsadi seta. Aveva fatto anche il pretore e il ragioniere[31]; insomma un proprietario bravo come lui non s’era mai visto.Erano venuti con noi anche un merciaio, un legnaiuolo, un tessitore, un tintore e un tappezziere, vestiti nell’uniforme della importante e numerosa società alla quale appartenevano; ed era tutta roba nuova e pulita. Il pugnale non aveva il manico di rame, ma tutto ben lavorato in argento, e d’argento erano anche la cintura e la borsa. Avevano tutti e cinque l’aria di persone per bene, e ognuno di loro avrebbe potuto sedere benissimo, in una sala dorata, alla tavola d’onore[32]. Per senno, poi, sarebbero stati ottimi consiglieri municipali; molto più che avevano tutti qualche cosa al sole. Le loro mogli naturalmente sarebbero state contentissime, ed avrebbero fatto male a non essere: sentirsi chiamare «signora» e la sera, andando ai ritrovi festivi in chiesa con una elegante mantiglia, prendere, senza tante cerimonie, i primi posti, è una bella soddisfazione.Insieme con loro c’era un cuoco, cheavevano portato apposta, per fargli cucinare, all’occorrenza, un buon pollo lesso con la gelatina, e una torta di farina e di galanga[33]. Costui era un famoso bevitore di birra, e un bicchiere di quella di Londra lo sapeva giudicare senza sbagliare. Era molto bravo per cuocere l’arrosto allo spiede e sulla gratella, per il bollito, pel fritto, per fare brodi di carne battuta, e per la torta al forno. Peccato però, pensavo, che avesse il cancro ad una gamba: cucinava così bene il cappone in galantina[34]!C’era anche un marinaro, che veniva dal lontano Occidente, ed era, per quello che potei capire, di Dartmouth. Cavalcava, alla meglio, un ronzino preso a nolo, e indossava una veste grossolana, che gli arrivava giù fino al ginocchio. A tracolla, appesa a un cordone, portava una daga; i cocenti calori dell’estate gli avevano abbronzato il viso. In fondo era davvero un buon diavolo, sebbene nel suo viaggio a Bordeaux, mentre il mercante se la dormiva tranquillamente sulla nave, spillasse ogni tanto, dalla botte, qualche bicchiere di vino,senza tanti scrupoli di coscienza......................[35]Come marinaro però e come pilota, per abilità nel conoscere le maree, le correnti e le secche per le quali doveva passare, e per calcolare l’altezza del sole e della luna, non se ne trovava uno compagno, neppure a cercarlo da Hull[36]a Cartagine. Era coraggioso, e nello stesso tempo aveva molta prudenza nell’avventurarsi[37]; più di una tempesta gli aveva arruffato la barba. Conosceva a occhi chiusi tutti, i porti, da Gothland fino al capo di Finistere[38], e tutti i golfi della Bretagna e della Spagna. La sua nave si chiamavaMaddalena.Era venuto con noi anche un dottore, di cui non c’era in tutto il mondo l’eguale in medicina e in chirurgia, poichè conosceva a fondo anche l’astrologia. Si occupava moltissimo dei suoi malati, intrattenendoli delle ore intere con esperimenti magici; e con molta abilità sapeva rendere l’oroscopo[39]favorevole all’ammalato.Trovava subito la causa di qualunque malattia, sia che provenisse dal freddo, siadal caldo, o dall’umidità o dalla siccità dell’aria; con un’occhiata, vedeva dov’era il germe del male e come si era formato. Era in verità un ottimo pratico. Conosciuta la causa e trovato il germe della malattia, lasciava la sua ricetta, e c’erano subito pronti gli speziali, che mandavano droghe e pillole, d’accordo con lui, da buoni e vecchi amici, nel cavar sangue al prossimo. Aveva studiato a fondo il vecchio Esculapio, Dioscoride, Rufo, il vecchio Ippocrate, Hali e Galene, Serapion, Rasis, e Aviceno, Averrois, Damasceno e Costantino, Bernardo, Gatisdeno e Gilbertino[40].Mangiava poco, ma cercava che quel poco fosse roba nutritiva e facile a digerirsi. Sulla Bibbia non ci perdeva molto tempo; aveva un vestito rosso-sangue e celeste, foderato di taffetà e di seta piuttosto fina. Quando si trattava di spendere, andava molto adagio, e in questo modo s’era messo da parte tutto quello che aveva guadagnato nell’anno, in cui ci fu quella famosa pestilenza[41]. Poichè l’oro è il cordiale delmedico, egli lo preferiva, naturalmente, a qualunque altra cosa.C’era anche una buona donna di un paese vicino a Bath, la quale, per sua disgrazia, era un po’ sorda. Lavorava così bene il panno, che le sue stoffe superavano quelle di Ipres e di Ghent[42]. In tutta la parrocchia nessuna donna si sarebbe arrischiata di andare prima di lei a offrir l’obolo all’altare; e se qualcuna si provava a passarle innanzi, ne avea tanta rabbia, che tutta la sua devozione andava in fumo. I fazzoletti che la Domenica portava attorno, sul capo, per vendere, erano di un tessuto bello doppio: ci scommetto che pesavano almeno una diecina di libbre[43]. Aveva le calze rosse scarlatto, ben tirate su al ginocchio, e un bel paio di scarpe nuove. Era una bella donna; un po’ provocante con quel suo viso colorito: ma in fondo era stata sempre onesta. Tant’è vero che aveva salito cinque volte l’altare[44]per andare a marito, e da giovane non aveva avuto mai tresche; ma lasciamo stare il passato, chè ora non è il caso di andarlo a rivangare. Era stata trevolte a Gerusalemme, e aveva passato molti fiumi stranieri, e visto Roma, Bologna, S. Jacopo in Galizia, e Colonia, cosicchè non le mancava davvero la pratica di viaggiare. Per dire la verità era piuttosto ghiotta[45]. Cavalcava con disinvoltura un buon cavallo; aveva il collo ben coperto, e in capo portava un cappello largo come uno scudo o una targa. Era avvolta in un gran mantello che le scendeva, stretto ai fianchi, fino ai piedi, e alle scarpe aveva un bel paio di sproni appuntati. In compagnia rideva e chiacchierava che era un piacere; conosceva tutti i filtri dell’amore, poichè nell’arte di questo vecchio giuoco era provetta[46].C’era anche un buon prete, un povero parroco di una piccola città, il quale era proprio un sant’uomo; aveva molta dottrina, e predicava, sinceramente, il vangelo di Cristo, educando, con gran devozione, i suoi parrocchiani. Faceva molta carità, si occupava con grandissima premura del suo gregge, e più d’una volta aveva dato prova di molta rassegnazione nella sventura.Sentiva una certa ripugnanza ad angustiarsi per gl’interessi suoi[47], e preferiva pensare a gli altri; infatti era sempre in mezzo ai suoi poveretti, per dividere con loro quello che ricavava dalle offerte, e qualche volta anche il frutto di quel po’ di roba che aveva. Per lui ce n’era d’avanzo: si contentava di poco. La sua parrocchia era molto grande, e si stendeva fino a certe case lontanissime dalla città; nonostante, anche con l’acqua e coi tuoni, egli non abbandonava mai i suoi afflitti: prendeva su il suo bastone, e via, a piedi, a trovarli. In tutte le cose dava per il primo il buon esempio, e poi predicava agli altri. Ricorreva sempre alle parole del vangelo, e finiva spesso con questo paragone: «Se l’oro fa la ruggine, che cosa farà mai il ferro? Se un prete, al quale noi ci affidiamo, è il primo a dare il cattivo esempio, che cosa dovrà fare un povero ignorante?... È una cosa vergognosa, se uno ci pensa bene, vedere un cattivo pastore in mezzo a delle buone pecore. Perciò è dovere di ogni buon preteinsegnare con l’esempio al suo gregge, come bisogna vivere in questo mondo.»Questo buon parroco non era uno di quei tali, che riducono il beneficio un mercato, e lasciano marcire nel fango il loro gregge. Non correva a S. Paolo in Londra, per farsi una prebenda pregando per l’anima dei morti, o con la speranza di trovare un posticino in qualche confraternita. Se ne stava sempre a casa, e badava con molta cura alle sue pecore, sempre attento che il lupo non glie ne portasse via qualcuna. Insomma, faceva il pastore, non faceva il mercante. Sebbene avesse un animo così retto e virtuoso, non trattava mai con asprezza quelli che peccavano; nè parlava loro severamente, ma li ammoniva sempre con la sua solita bontà. La sua vita non aveva altro fine che quello di mostrare alle anime la via del paradiso. Però se qualcuno si ostinava nel male, e non la voleva intendere con le buone (fosse un signore o uno del popolo, era lo stesso), sapeva trattarlo come si meritava. Vi dico che era proprio il più buon prete del mondo.Nemico di ogni pompa e di ogni lusso, non si dava pensiero di condire le sue prediche con belle frasi[48]: predicava la dottrina di Cristo e dei suoi dodici apostoli, ed era il primo a seguirla.Con lui era venuto anche un suo fratello, contadino, che aveva caricato, in vita sua, molti carri di letame; ed era un uomo laborioso e dabbene, di indole tranquilla, e molto caritatevole. Venerava Iddio con tutto il cuore, e, bene o male che gli andassero gli affari, il suo primo pensiero era sempre rivolto a lui; poi pensava al prossimo, che egli amava come sè stesso. Quando aveva tempo, batteva il grano, zappava, e vangava la terra, per quei poveri contadini che non si potevano permettere il lusso di pagare le opere; e lavorava sempre per amore di Dio, senza prendere un centesimo da nessuno. Pagava puntualmente le sue decime, su ciò che guadagnava con le sue fatiche, e su quel po’ di roba che aveva. Cavalcava una cavalla, avvolto in un tabarro.C’erano anche un mugnaio, un economo,un fattore, un cursore un mercante d’indulgenze[49], e per ultimo c’ero io.Il mugnaio era un tocco di villano, coi muscoli d’acciaio e le ossa così robuste, che non ce la poteva nessuno; infatti nella lotta riusciva sempre vincitore, e guadagnava il montone. Era tarchiato, e duro come un nodo d’albero: con un colpo di testa sgangherava o sfondava qualunque porta. Aveva la barba rossiccia come le setole della scrofa e il pelo della volpe, e la portava piatta come una pala. Proprio sulla punta del naso ci aveva un bernoccolo con un ciuffo di peli, rossi come le setole delle orecchie di una scrofa, e le narici erano larghe e nere. Al fianco portava una sciabola e uno scudo. La bocca pareva un forno. Era un famoso chiacchierone, un goliardo che passava la vita nel vizio e nel vitupero, ed aveva un’abilità straordinaria per farsi la parte sul grano che gli portavano a macinare, facendosi pagare, per giunta, tre volte invece d’una[50]. Nondimeno, per Dio, aveva anche lui, il suo pollice d’oro[51]. Era vestito di bianco, conun cappuccio celeste in capo; e siccome suonava molto bene la cornamusa, ci fece camminare a suon di musica fino fuori della città.L’economo, persona molto gentile, era al servizio di un collegio di avvocati[52], e da lui tutte le serve avrebbero potuto imparare a far la spesa. Perchè era così accorto, che, anche se la roba che comprava non la pagava subito, ma la prendeva a credenza, trovava sempre il modo di portar via di bottega quel che c’era di meglio, e di intascare qualche soldo[53]. Siamo giusti, domineddio gli aveva dato un bel dono: vi pare poco, che un uomo, il quale in fondo era un pezzo d’ignorante, avesse l’abilità di rivendere tanti dottori?I suoi padroni, gli avvocati del collegio, erano più di una trentina, e in fatto di legge ne sapevano tutti di molto, ed erano valentissimi. Immaginatevi che ce n’era una dozzina, i quali sarebbero stati capaci di amministrare il patrimonio e i terreni di qualunque Lord inglese. E con la sua rendita (salvo che non avessero dovuto combatterecon un matto) gli avrebbero fatto fare la figura del gran signore, senza un centesimo di debito, se pure non avesse preferito menare una vita semplice e modesta. Erano amministratori così abili, che avrebbero saputo rimettere in gambe le finanze di qualunque provincia, per quanto malandata; eppure il nostro economo, quando si trattava della spesa, li metteva tutti nel sacco.Il fattore era un uomo magro e collerico; si faceva radere la barba fino alla pelle, e intorno all’orecchio voleva sempre ben tagliati i capelli. Davanti aveva il cocuzzolo spelato come un prete. Aveva un paio di gambe lunghe e secche come due bastoni, senza un’oncia di carne. Per tenere in ordine un granaio o un magazzino era valentissimo; e non c’era revisore che potesse trovare da ridire su i conti fatti da lui. Dalla siccità e dalla umidità della stagione ti sapeva dire, senza sbagliare, come sarebbe andata la raccolta. Le pecore, il bestiame, il latte e il burro, i maiali, il cavallo, le provviste, e i polli del suo padrone, erano tutti affidati alla suacustodia e direzione; e per contratto faceva il rendiconto annuale, fin da quando il suo padrone aveva vent’anni. Nel suo libro non c’erano arretrati: i conti erano sempre in regola. Fattori, contadini e pastori, conoscevano tutti la sua furberia e le sue astuzie, e avevano di lui una paura indiavolata. Abitava in un luogo amenissimo, ombreggiato dal verde degli alberi. Zitto e cheto s’era messo da parte un bel gruzzolo, poichè sapeva spendere il denaro meglio del suo padrone, del quale cercava, furbo matricolato, di entrare nelle grazie, prestandogli, all’occorrenza, del suo, e guadagnandoci qualche volta, insieme ai ringraziamenti, anche un vestito o un cappello. Da giovane aveva imparato il mestiere del legnaiuolo, ed era riuscito un valente artigiano. Cavalcava un bellissimo stallone grigio pomellato, ed era vestito di una lunga cappa turchina, con una spada arrugginita al fianco. Questo fattore si chiamava Scot, ed era nato a Norfolk, vicino ad una città chiamata Baldeswell. Aveva la cappa legataalla vita come un frate, e cavalcava sempre in coda alla brigata.,C’era, con noi, anche un usciere del tribunale ecclesiastico, con una faccia da cherubino, rossa come il fuoco per uno sfogo che gli era venuto fuori. Aveva gli occhi piccolissimi, ed era caldo e lascivo come un passerotto. Le ciglia spelate e la barba mezza spelacchiata lo faceano sì brutto, che i bambini ne avevano un gran terrore. Mercurio, piombo bianco, zolfo, borace, biacca, tintura di tartaro, unguenti, tutto era inutile: non era possibile trovare una medicina, che gli facesse sparire dal viso tutte quelle pustole bianche, e gli spianasse i bernoccoli che aveva sulle gote. Faceva delle gran mangiate d’aglio, di cipolla, di porri, e ci trincava sopra del vino generoso e rosso come il sangue, chiacchierando e gridando come un ossesso. Quando poi aveva bevuto ben bene, allora cominciava a parlare in latino. Stando tutto il giorno al tribunale in mezzo alle sentenze e ai decreti, niente di più naturale che qualche frase latina gli fosse rimasta in mente: del resto,ognuno sa che anche una gazza impara a discorrere bene come il papa[54]. Se qualcuno poi per divertirsi col suo latino lo faceva discorrere un poco, tirava fuori tutta la sua dottrina, e si metteva a gridare:Questio quid juris[55].Scapestrato sì, ma in fondo aveva il core buono, e non c’era più buon diavolo di lui; se un amico gli pagava un quartuccio di vino, era padrone di tenersi, magari per un anno intero, una concubina: egli lo compativa, e chiudeva un occhio volentieri. Quando qualche merlo gli capitava sotto, se lo pelava, piano piano, senza che questi se ne accorgesse[56]. Tutte le volte che s’imbatteva in qualcuno dei suoi buoni amici gli insegnava a non aver paura dei fulmini dell’arcidiacono, dicendo: «l’anima nostra non è mica rinchiusa dentro la nostra borsa. Perciò niente paura, perchè l’arcidiacono colpisce lì, lì dentro è l’inferno per lui». Ma egli mentiva per la gola: il colpevole dovrebbe temere sempre la scomunica, poichè questa perde l’uomo, come l’assoluzionelo salva; e dovrebbe, ognuno, guardarsi dalsignificavit[57].Aveva sotto la giurisdizione del suo ufficio tutta la gioventù[58]della diocesi, e con tutti era largo di consigli, con tutti si trovava sempre d’amore e d’accordo. S’era messo in capo una ghirlanda di fiori come quelle che si vedono appese per insegna alle birrerie, e invece di scudo portava una focaccia.Insieme a lui cavalcava un simpatico mercante d’indulgenze, di Roncisvalle, suo degno amico e compare, il quale era ritornato proprio allora da Roma. Non faceva altro che cantare con quanto ne aveva in gola: «Amor mio vien qui da me[59]»; mentre l’usciere con una voce che sonava più di un trombone, gli faceva il basso accompagnandolo. Questo mercante di indulgenze aveva i capelli biondi come la cera, e morbidi come fiocchi di lana, che gli cascavano giù per le spalle, un ciuffo qua e un ciuffo là, molto radi; nonostante, per fare il chiasso stava senza il cappuccio, e lo teneva chiuso in fondo alla sacca. Pretendeva di cavalcaresecondo l’ultima moda, e se ne andava, coi capelli svolazzanti per le spalle, con una semplice berretta in testa, mentre gli occhi gli luccicavano come quelli di una lepre. Sulla berretta aveva cucito una piccola immagine di Cristo, e si teneva davanti la sua sacca, piena zeppa d’indulgenze che venivano belle calde da Roma. Parlava con una vocina così curiosa, che pareva di sentir belare una capra. Era senza un pelo di barba, e ormai, credo, aveva perduto la speranza di averne: con quella faccia così pulita e liscia, sembrava sempre uscito dalla bottega del barbiere. Non mi ricordo bene se montava un cavallo o una cavalla.Da Berwike a Ware non c’era un mercante d’indulgenze bravo come lui. In fondo alla sua sacca c’erano dei veri tesori: c’era una federa, che era fatta, niente di meno, col velo di Maria Vergine; c’era un pezzo della vela che portò S. Pietro pel mare, quando incontrò Gesù che lo raccolse e lo salvò. C’era una croce di metallo con pietre preziose, e degli ossi di porco dentro un bicchiere.Con queste reliquie quando trovava qualche povero curato di campagna, in un giorno solo gli rimediava più di quello che il poveretto non guadagnava in due mesi. E così lisciando e scherzando egli si giocava il curato e tutta la sua gente. Però bisogna dire la verità, in chiesa era un gran bravo prete. Leggeva molto bene l’epistola, e qualunque altra parte della messa;[60]ma era proprio inarrivabile nel cantare un offertorio. Siccome sapeva che subito dopo c’era la predica, e bisognava scioglier la lingua[61]per intascare quattrini con la sua solita abilità, cantava con maggior lena, e gridava con quanto ne aveva in gola.E così, eccovi, in poche parole, la condizione, l’abbigliamento, il numero di tutta quella brava gente, e l’occasione in cui l’allegra brigata si trovò riunita a Southwork nella simpatica osteria delTabarropresso Belle. Bisogna ora che vi racconti, come ce la passammo quella notte lì all’osteria; poi vi dirò qualche cosa della nostra cavalcata, e saprete tutto il resto del nostro pellegrinaggio.Comincio dunque col chiedere alla vostra cortesia, lettori carissimi, di non volervela prendere con me e tacciarmi di ignorante, se io vi parlo alla buona, e vi racconto i discorsi e gli scherzi dei miei compagni di viaggio, con le loro precise parole. D’altronde, lo sapete meglio di me, chi racconta, deve cercare, fin dove gli è possibile, di riferire scrupolosamente quello che ha sentito, senza badare a come deve parlare. Altrimenti finisce per non dire la verità, ed è costretto quindi a inventare o a lambiccarsi il cervello dietro alla metafora. Quand’anche si trattasse di raccontar qualche cosa che si riferisse, faccio per dire, a un fratello, siamo sempre lì: non bisogna badare a una parola piuttosto che a un’altra. Guardate un po’ Cristo: nella sacra scrittura egli parla apertis verbis, e dice sempre le cose come sono; eppure nessuno ci ha trovato mai nulla di male. E Platone, signori miei, che cosa dice a questo proposito? Dice, a chi lo sa leggere, che le parole debbono essere parenti dei fatti[62].Vi prego anche di perdonarmi se qui nelmio racconto non ho dato a ciascuno dei miei compagni di viaggio il debito posto, secondo la propria condizione, come avrei dovuto fare. D’altronde il mio ingegno, lo vedrete bene, è un po’ corto.Il nostro oste, dunque, fece festa e buon viso a tutti, e ci mise a tavola in un momento, servendoci delle ottime vivande. Il vino era piuttosto generoso, e andava giù che era un piacere. L’oste, dicevo, il quale era stato maggiordomo di palazzo, ci trattò con molta cortesia. Egli era piuttosto grosso, ed aveva gli occhi infossati. In Chepe non c’era un tipo più simpatico di lui: franco savio e pieno di accortezza, uomo nel vero senso della parola, e per di più sempre di umore allegrissimo. Dopo cena si mise subito a scherzare con noi, e ci tenne un po’ allegri co’ suoi discorsi; poi saldati i conti disse: «Signori miei, siate di cuore i ben venuti; sulla mia parola io non ho mai avuto in questo albergo una così geniale brigata. Se mi riuscisse, vorrei trovare il modo di farvi sembrare il lungo cammino che dovete fare, meno noioso che fosse possibile.E credo proprio di aver trovato un mezzo molto semplice, e che non vi costerà nulla. Voi andate tutti a Canterbury, non è vero? Il signore v’accompagni, e il beato martire vi ricompensi. Or bene, io m’immagino che lungo la strada cercherete di chiacchierare e di scherzare; perchè il viaggio non offre, davvero, nulla di bello e di divertente, a chi abbia intenzione di starsene sul suo cavallo come un pezzo di marmo. In questo caso, signori miei, mi propongo io, come vi dicevo, di farvi passare il tempo più presto e con meno noia. Se vorrete avere la gentilezza di seguire tutti il mio consiglio, e se domani quando sarete a cavallo vi piacerà fare quello che vi dirò io, vi giuro su l’anima di mio padre, il quale è morto, che farete un viaggio piacevolissimo. Quando non fosse vero, tagliatemi la testa con un colpo. Ma senza tante chiacchiere, su la mano, ai voti!»La nostra approvazione non si fece aspettare tanto: ci parve che non fosse il caso di discutere la proposta dell’oste; e senz’altro accettammo, pregandolo di esporre il suo disegno.«Signori, diss’egli, fate del vostro meglio per ascoltarmi, e non ve ne abbiate a male, vi prego, se la mia proposta non vi piace. Ecco, in sostanza, di che cosa si tratta. Ciascuno di voi, per ingannare la lunga strada, dovrà raccontare due novelle nell’andare e altre due al ritorno; s’intende che ognuno è padrone di raccontare fatti avvenuti quando che sia. Chi di voi si porterà meglio, cioè chi racconterà cose più belle e più divertenti, dovrà avere una cena, qui in questo albergo, a questa stessa tavola, pagata da tutti gli altri al vostro ritorno da Canterbury. E perchè possiate fare un po’ più di allegria, verrò anch’io con voi, a mie spese bene inteso, e vi farò da guida; proponendo, fino da ora, per chi lungo il cammino non farà quello che dico io, la punizione seguente: pagare le spese, di viaggio per tutti. Se l’idea vi piace, ditelo senza tanti complimenti, che io domattina mi farò trovare pronto per tempo.»L’idea dell’oste piacque, e tutti demmo di buon animo la nostra parola, pregandolonon solo a voler fare davvero quanto ci aveva proposto, ma a volere essere il nostro capo, e nello stesso tempo giudice e relatore delle nostre novelle. E fino da quel momento fu stabilita, a un dipresso, la spesa della cena da farsi al nostro ritorno. Così da quanti eravamo li presenti, senza distinzione di grado, fu convenuto di affidarsi all’oste come guida, e di sottomettersi, di comune accordo, al suo giudizio di relatore. Egli allora ci portò del vino, e dopo aver bevuto ce ne andammo tutti a letto senza altro.La mattina, appena giorno, il nostro oste si alzò prima di tutti, e fu così il gallo che ci cantò la sveglia. Messici tutti in rango, e montati a cavallo, c’incamminammo, di passo per la strada che conduce all’abbeveratoio detto di S. Tommaso[63]. Qui l’oste fermò il suo cavallo, e disse: «Signori, vi prego di ricordarvi della vostra promessa; se il canto della sera va d’accordo con quello della mattina, vediamo chi è che deve raccontare la prima novella. Ch’io non possa bere più, in vita mia, unagoccia di birra e una goccia di vino, se chi si rifiuta di obbedirmi non farà per tutti le spese del viaggio!Signor cavaliere, mio padrone, qua anche voi a fare al conto,[64]poichè ho stabilito che decida la sorte chi deve essere il primo a raccontare. Anche voi, sora Madre priora, venite qua; e voi signor chierico, siete pregato d’essere un po’ più svelto, e di non pensare ora ai libri. Avanti, giù la mano tutti».In un momento tutte le mani si schierarono, e per non farla tanto lunga (fosse fatalità o caso, o quel che si voglia), la sorte cadde sul cavaliere, con gran piacere di tutta la brigata. E così gli toccò a raccontare pel primo la sua novella, secondo quello che di comune accordo era stato stabilito, come già sapete. Quel buon diavolo del cavaliere, in fine, quando vide che toccava a lui, da uomo savio, e sempre pronto a mantenere la sua parola, disse: «Ebbene, se devo essere io il primo, tanto meglio: sia lodato Dio, che è toccato proprioa me! Mettiamoci, dunque, in cammino, e fate attenzione a quello che dico.»Con queste parole riprendemmo la nostra strada, e il cavaliere di buonissimo umore cominciò subito il suo racconto, e disse questa novella.

NOTE ALLA PREFAZIONE[1]A. W. Ward,Chaucer, London, Macmillan 1884.[2]Macaulay, Hist. of. Engl., vol. I. B. Tauchnitz, Leipzig.[3]Compreso, s’intende, anche l’oste, al quale nessuno avrebbe vietato di raccontare una novella, per quanto non fosse obbligato. Intorno al numero preciso dei pellegrini nominati da Chaucer, non si trovano tutti d’accordo. E c’è, in verità, un po’ di confusione: poichè il poeta (Cf. Prologo, pag.4) dice che erano ventinove (non si sa se comprendendovi se stesso), e poi ne nomina trentuno, compreso lui stesso e non contando l’oste.[4]La «Novella di Melibeo» raccontata dal Chaucer stesso, e la «Novella del Parroco» che è l’ultima delle novelle rimaste. Delle ventiquattro autentiche due sono mutile: La «Novella del Cuoco» della quale non restano che pochi versi, e la «Novella dello Scudiero.»[5]Hist. of Eng. Literat.Scribner, New York 1875, 1.[6]Come dice il Boccaccio del servo di frate Cipolla. Il ritratto morale del mercante di indulgenze è completato da lui stesso nel principio del suo racconto (Cf. pag.273segg).[7]Op. cit., pag. 114.[8]Longfellow,Poetical Works, London, G. Routledge and Sons. pag. 288. Noto qui, per incidenza, che fra gli altri personaggi seduti accanto al fuoco a raccontar novelle, vi è uno studente, una poco originale imitazione del Chierico di Oxford, il quale racconta la storia del Falcone di Ser Federigo, delDecamerone(Gior. V. Nov. 9). Intorno alle fonti di queste novelle vediVarnhagen,Longfellow’ s Tales of a Wayside Inn, und ihre Quellen. Cfr.Anglia, VII, 1884.[9]Lounsbury,Studies in Chaucer,J. Osgood, London, 1892. II, 234.[10]Chaucer’s «Troylus and Cryseyde»compared with Boccaccio’s«Filostrato.» Cfr.Lounsbury,op. cit.235.[11]Nella novella raccontata dal Monaco.[12]Poetical Works of G. Chaucer, edited by Robert Bell, revised byW. Skeat,G. Bell, London, 1885. I. pag. 18.n.[13]Cfr. Lettera all’Athenaeum, 3 Ott. 1868, p. 433.[14]Epist.I. 2. 1.[15]Cf. Il Cantare di Ser Thopas, pag.317.[16]The Poetical Works of G. Chaucer. London.[17]Chaucers Canterbury-Geschichten aus den Englischen vonWilhelm Hertzberg. Leipzig.[18]Non ho saputo resistere alla tentazione di citare il passo nell’originale: per la traduzione V. Nov. del Cavaliere pag.76.[19]Longfellow,op. cit.pag. 280.[20]La regina Alcesti enumerando al dio dell’Amore alcune delle opere poetiche del Chaucer, dice che egli scrisse anche: «all the love of Palemon and Arcite.»[21]Vedi quanto su questa novella, sulle sue relazioni con la Teseide e con altri scritti del Chaucer scrive ilTen Brink, nei suoi interessanti studi:Chaucer, Studien zur Geschichteetc. A. Russell. Münster, 1870, p. 39. Per le due redazioni della storia di Palemone e Arcita vedi anche:Köbbing,Zu Chaucer’s «The Knightes Tale».Remarques sur le rapport des deux rèdactions etc, inEnglische Studien, II. 1878. p. 528-532.[22]Contributo agli studi sul Boccaccio. Loescher, 1887.[23]Il dramma che va sotto il nome del Fletcher, attribuito da qualcuno anche a Shakespeare, è intitolato: «The two noble kinsmen». Sullo stesso argomento già aveva composto un dramma Richard Edwards, che fu rappresentato alla presenza della regina Elisabetta nel 1566, col titolo: «Palemon and Arcite.» Il poema del Dryden è una parafrasi del racconto del Cavaliere.[24]Trovasi anche nel romanzo intitolato:Le Chevalier au Cigne, e in quello anche più antico delRe Offa.[25]Pecorone, X, I. Vedi quanto scrive sulle varie versioni del racconto di questa novella, e delle sue relazioni coll’antico romanzo francese dellaBella Elena di CostantinopoliEgidio Gorra(Il Pecorone, instudi di Critica Letteraria).[26]Confr.V. Imbriani,Novellaia FiorentinaVI.[27]VediRitson,Metrical Romances. Cfr.Bell,op. cit.I. 271.[28]Per la relazione della storia diEmarécon l’antico romanzo anglo-sassone delre Offa, vediRitson,Op. cit.[29]The Canterbury Tales of G. Chaucer byThomas Wright.[30]Cf.Lounsbury,Op. cit., II. 210.[31]Op. cit.[32]Cfr.Bell,Op. cit., pag. 272.[33]Op. cit., pag. XL.n.[34]The Kinges Quair(cioèThe King’s Quire:Il libro del re) è un poema di circa 1400 versi, nel quale Giacomo I ricorda, insieme col Gower, il Chaucer come «maister dear».[35]Cfr. pag. 208.[36]Lettere Senili, Lib. XVII, III.[37]Cfr.R. Bell,Op. cit., pag. 22. e segg.[38]Cfr.Warton,Hist. of. Eng. Poetry. London pag. 225.[39]E. Baret,Les Troubadours et leur influence sur la Litterature du midi de l’Europe, pag. 262.[40]Nella «Novella del Monaco.»[41]Il Sonetto incomincia: «S’amor non è etc.» La traduzione è inserita nel poemetto:Troilus and CressidaI, 400.[42]Lettere senili di F. Petrarca, volgarizzate daG. Fracassetti. Firenze, Le Monnier 1870. Vol. 2, Libr. XVII. 3.[43]F. Mamroth,G. Chaucer, seine Zeit und seine Abhängigkeit von Boccaccio. Mayer, Berlin. 1872. Pag. 56 segg.[44]A. Kissner, Chaucer in seinen Beziehungen zur Ital. Literat. Bonn, 1867, Pag. 76.[45]Noguier, nella suaHistoire de Toulouse, afferma che Griselda visse realmente nel 1103.Bouchet(Annales d’Aquitaine, III.) dice: «Griselidis vivoit environ l’an 1025.» Anche ilForesti(Supplemento delle Cronache) dice che Griselda è esistita, ed il fatto è vero. Questi documenti non hanno certamente alcun valore, ma potrebbero fare sospettare che esistesse la tradizione di un fatto realmente accaduto.[46]I Precursori del Boccaccioetc. Firenze, 1876. Pag. 42.[47]Lett. cit.[48]Cfr.Landau,Die Quellen des Decameron, Pag. 156 segg.[49]Note a Rabelais. Cfr.Dunlop,Hist of Pros. Fict, London, 1888, II, pag. 145.[50]FabliauxI. 269.[51]Ist. del Decam.Firenze, 1732. Pag. 603.[52]Memoires pour la vie de Petrarque. III. pag. 797. Cfr.Tyrwhitt,op. cit.61,n.[53]Geschichte des Dramas, Leipzig, 1867, I. pag. 639. IlLai del Fresnedi Maria di Francia, nonostante alcune tenui analogie, non ha che qualche relazione di somiglianza con la storia di Griselda, e non può essere considerato come fonte originale.[54]Anche il Boccaccio dice semplicemente che Giannucole «guardati l’aveva i panni, che spogliati s’aveva quella mattina che Gualtieri la sposò: per che recatigliele et ella rivestitiglisi, ai piccoli servigi della casa paterna si diede.»[55]Una interessante enumerazione di tutte le opere a cui ha dato origine la storia di Griselda, si trova nel dotto articolo su Griselda di Reinhold Köhler, inserito nellaEncyklopädie von Ersch und Gruber. Vedi anche:Westenholz,Die Griseldissage in der Litteraturgeschichte. Cfr.Zeischrift für Deutsche Philologie,xxi, p. 472. Per la letterat. russa vediWesselofsky,La Griselda ecc.inCiviltà italiana, Anno I. pag. 156 e segg.[56]Il Chaucer dice «the gentils» che io nella traduzione ho omesso, dando alla frase un altro movimento.[57]La maggior parte di quelli che si riferiscono alla gola e all’avidità del mangiare e del bere, sono tolti dall’operaDe Contemptu mundi, di Innocenzo III. È curioso che la espressione latina, onde il Mercante d’Indulgenze esprime l’argomento delle sue prediche, che è poi quello della sua novella, ricorre tale e quale nel testo latino del Morlini (Nov. XLII, ediz. Jannet. P. 85):radice malorum cupiditate affecti.[58]La LXXXI nel testo del Borghini, e la XVI in quello del Papanti. Cfr. la Nov. LXXXIII nell’ediz. del Gualteruzzi.[59]Che il Chaucer avesse conoscenza delNovellinonon è provato: altre novelle che abbiano con esso anche una lontana relazione, nelleCanterbury Talesnon ve ne sono. L’episodio di Talete che cade in una fossa, nella «Novella, del Mugnaio» è troppo comune e popolare, per supporre, come il Tyrwhitt, che il Chaucer l’abbia tolto dalleCento Novelle Antiche(Gualt. 38. Borgh. 36).[60]Della conoscenza che il Chaucer ebbe deiFabliauxfrancesi parla il Wright nei suoiAnecdota literaria.[61]Op. cit., pag. 131.[62]Per l’origine di questa storia, per questi ed altri riscontri, e per la versione orale popolare, vediD’Ancona,Le Fonti del Novellino, inStudi di Critica e Storia Letteraria.[63]Sulle novelle e sulla vita del Morlini, del quale fino ad ora ben poco si conosce, sta studiando da qualche tempo il Saviotti, già noto agli studiosi per altre pregevoli pubblicazioni. Rileviamo fin d’ora l’importanza di questo che sarà un nuovo contributo alla storia della novella.[64]Nello stesso metro è ancheThe King of Tars, che ha, in alcune espressioni, rapporti di somiglianza con la storia di Ser Thopas. In questa medesima stanza di sei versi scrisse il Dunbar (1460-1520) una ballata burlesca, intitolata:Sir Thomas Norray.[65]Cfr. Hertzberg,op. cit.[66]InLetters on Chivalry and Romance. Cfr.Lounsbury,op. cit.II, 245. Egli, del resto, ha il merito di essere stato il primo, o uno dei primi, a dimostrare che il racconto di Ser Thopas va inteso come una parodia dei cantari cavallereschi.[67]Cfr.Tyrwhitt,op. cit.eRitsonop. cit.

[1]A. W. Ward,Chaucer, London, Macmillan 1884.[2]Macaulay, Hist. of. Engl., vol. I. B. Tauchnitz, Leipzig.[3]Compreso, s’intende, anche l’oste, al quale nessuno avrebbe vietato di raccontare una novella, per quanto non fosse obbligato. Intorno al numero preciso dei pellegrini nominati da Chaucer, non si trovano tutti d’accordo. E c’è, in verità, un po’ di confusione: poichè il poeta (Cf. Prologo, pag.4) dice che erano ventinove (non si sa se comprendendovi se stesso), e poi ne nomina trentuno, compreso lui stesso e non contando l’oste.[4]La «Novella di Melibeo» raccontata dal Chaucer stesso, e la «Novella del Parroco» che è l’ultima delle novelle rimaste. Delle ventiquattro autentiche due sono mutile: La «Novella del Cuoco» della quale non restano che pochi versi, e la «Novella dello Scudiero.»[5]Hist. of Eng. Literat.Scribner, New York 1875, 1.[6]Come dice il Boccaccio del servo di frate Cipolla. Il ritratto morale del mercante di indulgenze è completato da lui stesso nel principio del suo racconto (Cf. pag.273segg).[7]Op. cit., pag. 114.[8]Longfellow,Poetical Works, London, G. Routledge and Sons. pag. 288. Noto qui, per incidenza, che fra gli altri personaggi seduti accanto al fuoco a raccontar novelle, vi è uno studente, una poco originale imitazione del Chierico di Oxford, il quale racconta la storia del Falcone di Ser Federigo, delDecamerone(Gior. V. Nov. 9). Intorno alle fonti di queste novelle vediVarnhagen,Longfellow’ s Tales of a Wayside Inn, und ihre Quellen. Cfr.Anglia, VII, 1884.[9]Lounsbury,Studies in Chaucer,J. Osgood, London, 1892. II, 234.[10]Chaucer’s «Troylus and Cryseyde»compared with Boccaccio’s«Filostrato.» Cfr.Lounsbury,op. cit.235.[11]Nella novella raccontata dal Monaco.[12]Poetical Works of G. Chaucer, edited by Robert Bell, revised byW. Skeat,G. Bell, London, 1885. I. pag. 18.n.[13]Cfr. Lettera all’Athenaeum, 3 Ott. 1868, p. 433.[14]Epist.I. 2. 1.[15]Cf. Il Cantare di Ser Thopas, pag.317.[16]The Poetical Works of G. Chaucer. London.[17]Chaucers Canterbury-Geschichten aus den Englischen vonWilhelm Hertzberg. Leipzig.[18]Non ho saputo resistere alla tentazione di citare il passo nell’originale: per la traduzione V. Nov. del Cavaliere pag.76.[19]Longfellow,op. cit.pag. 280.[20]La regina Alcesti enumerando al dio dell’Amore alcune delle opere poetiche del Chaucer, dice che egli scrisse anche: «all the love of Palemon and Arcite.»[21]Vedi quanto su questa novella, sulle sue relazioni con la Teseide e con altri scritti del Chaucer scrive ilTen Brink, nei suoi interessanti studi:Chaucer, Studien zur Geschichteetc. A. Russell. Münster, 1870, p. 39. Per le due redazioni della storia di Palemone e Arcita vedi anche:Köbbing,Zu Chaucer’s «The Knightes Tale».Remarques sur le rapport des deux rèdactions etc, inEnglische Studien, II. 1878. p. 528-532.[22]Contributo agli studi sul Boccaccio. Loescher, 1887.[23]Il dramma che va sotto il nome del Fletcher, attribuito da qualcuno anche a Shakespeare, è intitolato: «The two noble kinsmen». Sullo stesso argomento già aveva composto un dramma Richard Edwards, che fu rappresentato alla presenza della regina Elisabetta nel 1566, col titolo: «Palemon and Arcite.» Il poema del Dryden è una parafrasi del racconto del Cavaliere.[24]Trovasi anche nel romanzo intitolato:Le Chevalier au Cigne, e in quello anche più antico delRe Offa.[25]Pecorone, X, I. Vedi quanto scrive sulle varie versioni del racconto di questa novella, e delle sue relazioni coll’antico romanzo francese dellaBella Elena di CostantinopoliEgidio Gorra(Il Pecorone, instudi di Critica Letteraria).[26]Confr.V. Imbriani,Novellaia FiorentinaVI.[27]VediRitson,Metrical Romances. Cfr.Bell,op. cit.I. 271.[28]Per la relazione della storia diEmarécon l’antico romanzo anglo-sassone delre Offa, vediRitson,Op. cit.[29]The Canterbury Tales of G. Chaucer byThomas Wright.[30]Cf.Lounsbury,Op. cit., II. 210.[31]Op. cit.[32]Cfr.Bell,Op. cit., pag. 272.[33]Op. cit., pag. XL.n.[34]The Kinges Quair(cioèThe King’s Quire:Il libro del re) è un poema di circa 1400 versi, nel quale Giacomo I ricorda, insieme col Gower, il Chaucer come «maister dear».[35]Cfr. pag. 208.[36]Lettere Senili, Lib. XVII, III.[37]Cfr.R. Bell,Op. cit., pag. 22. e segg.[38]Cfr.Warton,Hist. of. Eng. Poetry. London pag. 225.[39]E. Baret,Les Troubadours et leur influence sur la Litterature du midi de l’Europe, pag. 262.[40]Nella «Novella del Monaco.»[41]Il Sonetto incomincia: «S’amor non è etc.» La traduzione è inserita nel poemetto:Troilus and CressidaI, 400.[42]Lettere senili di F. Petrarca, volgarizzate daG. Fracassetti. Firenze, Le Monnier 1870. Vol. 2, Libr. XVII. 3.[43]F. Mamroth,G. Chaucer, seine Zeit und seine Abhängigkeit von Boccaccio. Mayer, Berlin. 1872. Pag. 56 segg.[44]A. Kissner, Chaucer in seinen Beziehungen zur Ital. Literat. Bonn, 1867, Pag. 76.[45]Noguier, nella suaHistoire de Toulouse, afferma che Griselda visse realmente nel 1103.Bouchet(Annales d’Aquitaine, III.) dice: «Griselidis vivoit environ l’an 1025.» Anche ilForesti(Supplemento delle Cronache) dice che Griselda è esistita, ed il fatto è vero. Questi documenti non hanno certamente alcun valore, ma potrebbero fare sospettare che esistesse la tradizione di un fatto realmente accaduto.[46]I Precursori del Boccaccioetc. Firenze, 1876. Pag. 42.[47]Lett. cit.[48]Cfr.Landau,Die Quellen des Decameron, Pag. 156 segg.[49]Note a Rabelais. Cfr.Dunlop,Hist of Pros. Fict, London, 1888, II, pag. 145.[50]FabliauxI. 269.[51]Ist. del Decam.Firenze, 1732. Pag. 603.[52]Memoires pour la vie de Petrarque. III. pag. 797. Cfr.Tyrwhitt,op. cit.61,n.[53]Geschichte des Dramas, Leipzig, 1867, I. pag. 639. IlLai del Fresnedi Maria di Francia, nonostante alcune tenui analogie, non ha che qualche relazione di somiglianza con la storia di Griselda, e non può essere considerato come fonte originale.[54]Anche il Boccaccio dice semplicemente che Giannucole «guardati l’aveva i panni, che spogliati s’aveva quella mattina che Gualtieri la sposò: per che recatigliele et ella rivestitiglisi, ai piccoli servigi della casa paterna si diede.»[55]Una interessante enumerazione di tutte le opere a cui ha dato origine la storia di Griselda, si trova nel dotto articolo su Griselda di Reinhold Köhler, inserito nellaEncyklopädie von Ersch und Gruber. Vedi anche:Westenholz,Die Griseldissage in der Litteraturgeschichte. Cfr.Zeischrift für Deutsche Philologie,xxi, p. 472. Per la letterat. russa vediWesselofsky,La Griselda ecc.inCiviltà italiana, Anno I. pag. 156 e segg.[56]Il Chaucer dice «the gentils» che io nella traduzione ho omesso, dando alla frase un altro movimento.[57]La maggior parte di quelli che si riferiscono alla gola e all’avidità del mangiare e del bere, sono tolti dall’operaDe Contemptu mundi, di Innocenzo III. È curioso che la espressione latina, onde il Mercante d’Indulgenze esprime l’argomento delle sue prediche, che è poi quello della sua novella, ricorre tale e quale nel testo latino del Morlini (Nov. XLII, ediz. Jannet. P. 85):radice malorum cupiditate affecti.[58]La LXXXI nel testo del Borghini, e la XVI in quello del Papanti. Cfr. la Nov. LXXXIII nell’ediz. del Gualteruzzi.[59]Che il Chaucer avesse conoscenza delNovellinonon è provato: altre novelle che abbiano con esso anche una lontana relazione, nelleCanterbury Talesnon ve ne sono. L’episodio di Talete che cade in una fossa, nella «Novella, del Mugnaio» è troppo comune e popolare, per supporre, come il Tyrwhitt, che il Chaucer l’abbia tolto dalleCento Novelle Antiche(Gualt. 38. Borgh. 36).[60]Della conoscenza che il Chaucer ebbe deiFabliauxfrancesi parla il Wright nei suoiAnecdota literaria.[61]Op. cit., pag. 131.[62]Per l’origine di questa storia, per questi ed altri riscontri, e per la versione orale popolare, vediD’Ancona,Le Fonti del Novellino, inStudi di Critica e Storia Letteraria.[63]Sulle novelle e sulla vita del Morlini, del quale fino ad ora ben poco si conosce, sta studiando da qualche tempo il Saviotti, già noto agli studiosi per altre pregevoli pubblicazioni. Rileviamo fin d’ora l’importanza di questo che sarà un nuovo contributo alla storia della novella.[64]Nello stesso metro è ancheThe King of Tars, che ha, in alcune espressioni, rapporti di somiglianza con la storia di Ser Thopas. In questa medesima stanza di sei versi scrisse il Dunbar (1460-1520) una ballata burlesca, intitolata:Sir Thomas Norray.[65]Cfr. Hertzberg,op. cit.[66]InLetters on Chivalry and Romance. Cfr.Lounsbury,op. cit.II, 245. Egli, del resto, ha il merito di essere stato il primo, o uno dei primi, a dimostrare che il racconto di Ser Thopas va inteso come una parodia dei cantari cavallereschi.[67]Cfr.Tyrwhitt,op. cit.eRitsonop. cit.

[1]A. W. Ward,Chaucer, London, Macmillan 1884.

[2]Macaulay, Hist. of. Engl., vol. I. B. Tauchnitz, Leipzig.

[3]Compreso, s’intende, anche l’oste, al quale nessuno avrebbe vietato di raccontare una novella, per quanto non fosse obbligato. Intorno al numero preciso dei pellegrini nominati da Chaucer, non si trovano tutti d’accordo. E c’è, in verità, un po’ di confusione: poichè il poeta (Cf. Prologo, pag.4) dice che erano ventinove (non si sa se comprendendovi se stesso), e poi ne nomina trentuno, compreso lui stesso e non contando l’oste.

[4]La «Novella di Melibeo» raccontata dal Chaucer stesso, e la «Novella del Parroco» che è l’ultima delle novelle rimaste. Delle ventiquattro autentiche due sono mutile: La «Novella del Cuoco» della quale non restano che pochi versi, e la «Novella dello Scudiero.»

[5]Hist. of Eng. Literat.Scribner, New York 1875, 1.

[6]Come dice il Boccaccio del servo di frate Cipolla. Il ritratto morale del mercante di indulgenze è completato da lui stesso nel principio del suo racconto (Cf. pag.273segg).

[7]Op. cit., pag. 114.

[8]Longfellow,Poetical Works, London, G. Routledge and Sons. pag. 288. Noto qui, per incidenza, che fra gli altri personaggi seduti accanto al fuoco a raccontar novelle, vi è uno studente, una poco originale imitazione del Chierico di Oxford, il quale racconta la storia del Falcone di Ser Federigo, delDecamerone(Gior. V. Nov. 9). Intorno alle fonti di queste novelle vediVarnhagen,Longfellow’ s Tales of a Wayside Inn, und ihre Quellen. Cfr.Anglia, VII, 1884.

[9]Lounsbury,Studies in Chaucer,J. Osgood, London, 1892. II, 234.

[10]Chaucer’s «Troylus and Cryseyde»compared with Boccaccio’s«Filostrato.» Cfr.Lounsbury,op. cit.235.

[11]Nella novella raccontata dal Monaco.

[12]Poetical Works of G. Chaucer, edited by Robert Bell, revised byW. Skeat,G. Bell, London, 1885. I. pag. 18.n.

[13]Cfr. Lettera all’Athenaeum, 3 Ott. 1868, p. 433.

[14]Epist.I. 2. 1.

[15]Cf. Il Cantare di Ser Thopas, pag.317.

[16]The Poetical Works of G. Chaucer. London.

[17]Chaucers Canterbury-Geschichten aus den Englischen vonWilhelm Hertzberg. Leipzig.

[18]Non ho saputo resistere alla tentazione di citare il passo nell’originale: per la traduzione V. Nov. del Cavaliere pag.76.

[19]Longfellow,op. cit.pag. 280.

[20]La regina Alcesti enumerando al dio dell’Amore alcune delle opere poetiche del Chaucer, dice che egli scrisse anche: «all the love of Palemon and Arcite.»

[21]Vedi quanto su questa novella, sulle sue relazioni con la Teseide e con altri scritti del Chaucer scrive ilTen Brink, nei suoi interessanti studi:Chaucer, Studien zur Geschichteetc. A. Russell. Münster, 1870, p. 39. Per le due redazioni della storia di Palemone e Arcita vedi anche:Köbbing,Zu Chaucer’s «The Knightes Tale».Remarques sur le rapport des deux rèdactions etc, inEnglische Studien, II. 1878. p. 528-532.

[22]Contributo agli studi sul Boccaccio. Loescher, 1887.

[23]Il dramma che va sotto il nome del Fletcher, attribuito da qualcuno anche a Shakespeare, è intitolato: «The two noble kinsmen». Sullo stesso argomento già aveva composto un dramma Richard Edwards, che fu rappresentato alla presenza della regina Elisabetta nel 1566, col titolo: «Palemon and Arcite.» Il poema del Dryden è una parafrasi del racconto del Cavaliere.

[24]Trovasi anche nel romanzo intitolato:Le Chevalier au Cigne, e in quello anche più antico delRe Offa.

[25]Pecorone, X, I. Vedi quanto scrive sulle varie versioni del racconto di questa novella, e delle sue relazioni coll’antico romanzo francese dellaBella Elena di CostantinopoliEgidio Gorra(Il Pecorone, instudi di Critica Letteraria).

[26]Confr.V. Imbriani,Novellaia FiorentinaVI.

[27]VediRitson,Metrical Romances. Cfr.Bell,op. cit.I. 271.

[28]Per la relazione della storia diEmarécon l’antico romanzo anglo-sassone delre Offa, vediRitson,Op. cit.

[29]The Canterbury Tales of G. Chaucer byThomas Wright.

[30]Cf.Lounsbury,Op. cit., II. 210.

[31]Op. cit.

[32]Cfr.Bell,Op. cit., pag. 272.

[33]Op. cit., pag. XL.n.

[34]The Kinges Quair(cioèThe King’s Quire:Il libro del re) è un poema di circa 1400 versi, nel quale Giacomo I ricorda, insieme col Gower, il Chaucer come «maister dear».

[35]Cfr. pag. 208.

[36]Lettere Senili, Lib. XVII, III.

[37]Cfr.R. Bell,Op. cit., pag. 22. e segg.

[38]Cfr.Warton,Hist. of. Eng. Poetry. London pag. 225.

[39]E. Baret,Les Troubadours et leur influence sur la Litterature du midi de l’Europe, pag. 262.

[40]Nella «Novella del Monaco.»

[41]Il Sonetto incomincia: «S’amor non è etc.» La traduzione è inserita nel poemetto:Troilus and CressidaI, 400.

[42]Lettere senili di F. Petrarca, volgarizzate daG. Fracassetti. Firenze, Le Monnier 1870. Vol. 2, Libr. XVII. 3.

[43]F. Mamroth,G. Chaucer, seine Zeit und seine Abhängigkeit von Boccaccio. Mayer, Berlin. 1872. Pag. 56 segg.

[44]A. Kissner, Chaucer in seinen Beziehungen zur Ital. Literat. Bonn, 1867, Pag. 76.

[45]Noguier, nella suaHistoire de Toulouse, afferma che Griselda visse realmente nel 1103.Bouchet(Annales d’Aquitaine, III.) dice: «Griselidis vivoit environ l’an 1025.» Anche ilForesti(Supplemento delle Cronache) dice che Griselda è esistita, ed il fatto è vero. Questi documenti non hanno certamente alcun valore, ma potrebbero fare sospettare che esistesse la tradizione di un fatto realmente accaduto.

[46]I Precursori del Boccaccioetc. Firenze, 1876. Pag. 42.

[47]Lett. cit.

[48]Cfr.Landau,Die Quellen des Decameron, Pag. 156 segg.

[49]Note a Rabelais. Cfr.Dunlop,Hist of Pros. Fict, London, 1888, II, pag. 145.

[50]FabliauxI. 269.

[51]Ist. del Decam.Firenze, 1732. Pag. 603.

[52]Memoires pour la vie de Petrarque. III. pag. 797. Cfr.Tyrwhitt,op. cit.61,n.

[53]Geschichte des Dramas, Leipzig, 1867, I. pag. 639. IlLai del Fresnedi Maria di Francia, nonostante alcune tenui analogie, non ha che qualche relazione di somiglianza con la storia di Griselda, e non può essere considerato come fonte originale.

[54]Anche il Boccaccio dice semplicemente che Giannucole «guardati l’aveva i panni, che spogliati s’aveva quella mattina che Gualtieri la sposò: per che recatigliele et ella rivestitiglisi, ai piccoli servigi della casa paterna si diede.»

[55]Una interessante enumerazione di tutte le opere a cui ha dato origine la storia di Griselda, si trova nel dotto articolo su Griselda di Reinhold Köhler, inserito nellaEncyklopädie von Ersch und Gruber. Vedi anche:Westenholz,Die Griseldissage in der Litteraturgeschichte. Cfr.Zeischrift für Deutsche Philologie,xxi, p. 472. Per la letterat. russa vediWesselofsky,La Griselda ecc.inCiviltà italiana, Anno I. pag. 156 e segg.

[56]Il Chaucer dice «the gentils» che io nella traduzione ho omesso, dando alla frase un altro movimento.

[57]La maggior parte di quelli che si riferiscono alla gola e all’avidità del mangiare e del bere, sono tolti dall’operaDe Contemptu mundi, di Innocenzo III. È curioso che la espressione latina, onde il Mercante d’Indulgenze esprime l’argomento delle sue prediche, che è poi quello della sua novella, ricorre tale e quale nel testo latino del Morlini (Nov. XLII, ediz. Jannet. P. 85):radice malorum cupiditate affecti.

[58]La LXXXI nel testo del Borghini, e la XVI in quello del Papanti. Cfr. la Nov. LXXXIII nell’ediz. del Gualteruzzi.

[59]Che il Chaucer avesse conoscenza delNovellinonon è provato: altre novelle che abbiano con esso anche una lontana relazione, nelleCanterbury Talesnon ve ne sono. L’episodio di Talete che cade in una fossa, nella «Novella, del Mugnaio» è troppo comune e popolare, per supporre, come il Tyrwhitt, che il Chaucer l’abbia tolto dalleCento Novelle Antiche(Gualt. 38. Borgh. 36).

[60]Della conoscenza che il Chaucer ebbe deiFabliauxfrancesi parla il Wright nei suoiAnecdota literaria.

[61]Op. cit., pag. 131.

[62]Per l’origine di questa storia, per questi ed altri riscontri, e per la versione orale popolare, vediD’Ancona,Le Fonti del Novellino, inStudi di Critica e Storia Letteraria.

[63]Sulle novelle e sulla vita del Morlini, del quale fino ad ora ben poco si conosce, sta studiando da qualche tempo il Saviotti, già noto agli studiosi per altre pregevoli pubblicazioni. Rileviamo fin d’ora l’importanza di questo che sarà un nuovo contributo alla storia della novella.

[64]Nello stesso metro è ancheThe King of Tars, che ha, in alcune espressioni, rapporti di somiglianza con la storia di Ser Thopas. In questa medesima stanza di sei versi scrisse il Dunbar (1460-1520) una ballata burlesca, intitolata:Sir Thomas Norray.

[65]Cfr. Hertzberg,op. cit.

[66]InLetters on Chivalry and Romance. Cfr.Lounsbury,op. cit.II, 245. Egli, del resto, ha il merito di essere stato il primo, o uno dei primi, a dimostrare che il racconto di Ser Thopas va inteso come una parodia dei cantari cavallereschi.

[67]Cfr.Tyrwhitt,op. cit.eRitsonop. cit.

ERRATA-CORRIGEErrataCorrigePag.24.AvicenoAvicenna»52.soccorercisoccorrerci»77.il campo «ha«il campo ha»94.che tormentano, in questo mondo,che tormentano in questo mondo»113.abbi pietà,abbi pietà»115.levando in alto, la manolevando in alto la mano,»123.diederodànno»150.MalkinsMalkin»152.AlcesteAlcesti»174.«ChiChi»195.coraggioil coraggio»196.Mentre il senatore,Mentre il senatore»197.nostro Signoranostra Signora»224.EÈ»»posapossa»287.e poio poi»»Dio le sueDio con le sue»293.restarono atterritirestarono attoniti

NOVELLE DI CANTERBURY▪▪▪▪▪▪▪▪▪▪▪▪▪▪PROLOGOQuandole dolci pioggie di Aprile hanno spento l’arsura di Marzo, rinfrescando ogni vena della terra con quel succo meraviglioso che ha la virtù di dare la vita ai fiori; quando zeffiro sfiora col molle soffio i teneri germogli in ogni bosco e in ogni pianura, e il giovane sole ha percorso la metà del suo cammino in Ariete; quando gli uccelletti si abbandonano ai loro canti, e dormono tutta la notte con gli occhi aperti (così vivamente li punge il risveglio della natura), la gente prova, allora, un vago desiderio di mettersi in moto; e i pellegrini[1]vanno in cerca di straniere piagge, per visitare i santi miracolosi di qualche lontanacontrada[2]. E in gran numero, specialmente, si recano dalle estreme campagne d’Inghilterra a Canterbury, per ringraziare il martire benedetto di quel luogo, che fece loro la grazia, quando erano malati.Una sera, appunto in questa stagione, mentre me ne stavo all’osteria delTabarro, in Southwerk, aspettando la mattina per mettermi divotamente in viaggio verso Canterbury, capitò all’improvviso una brigata di ventinove persone di varia condizione: tutti pellegrini, che si erano trovati, per caso, lì alTabarro, per andare a Canterbury, come me. Le camere, e le stalle pei nostri cavalli, erano per fortuna abbastanza grandi, e ci accomodammo tutti alla meglio.In un attimo (il sole era appena andato sotto) barattai una parola con ciascuno di loro, e senz’altro fui della brigata anch’io, colla promessa di esser su per tempo la mattina, pronto a prender la strada di Canterbury con loro.Ma prima di cominciare il mio racconto, giacchè non ho fretta e il tempo non mi manca, mi pare molto naturale ch’io debbadirvi di questi miei compagni di viaggio, quello che potei raccapezzare: chi fossero, di che condizione, e come vestiti. Comincerò, per primo, da un cavaliere.C’era, dunque, un cavaliere, una degna persona, il quale fin da quando montò la prima volta a cavallo, ebbe in alto rispetto la cavalleria, la lealtà e l’onore, la libertà e la cortesia. Si era segnalato in prodezza combattendo pel suo signore e non c’era fra i cristiani e gl’infedeli uno che avesse cavalcato quanto lui, sempre onorato per la sua dignità di valoroso cavaliere.S’era trovato alla presa di Alessandria[3]; e in tutte le città della Prussia era stato più di una volta capo tavola[4]. Nessun altro cristiano della sua condizione aveva mai viaggiato quanto lui in Lituania e in Russia. Fu all’assedio di Algezir a Granata; combattè a Belmaria[5]; vide cadere in mano dei Turchi Layas e Satalia[6], e nel mare Grande[7]fece parte di molte illustri armate. Ben quindici volte si era trovato a ferali conflitti, e a Tremissen[8], per lanostra fede, era sceso tre volte in lizza, uccidendo sempre l’avversario.Questo prode cavaliere una volta, col signore di Palathia[9], combattè contro un pagano di Turchia, e anche allora si segnalò. Sebbene fosse così valoroso, era tuttavia molto prudente; ed aveva un modo di fare modesto e semplice come quello di una fanciulla. Un atto sgarbato, una parola scortese, non gli sfuggì mai, in tutta la sua vita, neppure trattando con l’essere più volgare di questo mondo. Insomma era veramente un compìto cavaliere. Perchè sappiate, ora, in quale arnese egli cavalcava, vi dirò che aveva un bel cavallo, ma di poco brio. Portava una casacca di fustagno tutta macchiata dalla ruggine della corazza, poichè era di ritorno da un lungo viaggio per andare a Canterbury.Aveva portato con sè suo figlio, un giovine scudiero, innamorato, di sangue molto caldo, coi capelli tutti ricci, che parevano arricciati artificialmente[10]. Poteva avere, tirando a indovinare, una ventina di anni. Era di corporatura piuttosto snella, di un’agilitàmeravigliosa, e fortissimo. Una volta era stato in Fiandra, in Artois e in Piccardia, facendo parte di una spedizione militare, e si era portato valorosamente, sebbene così giovane, con la speranza di entrare in grazia alla sua bella.Era di una carnagione così fina, che il suo viso si sarebbe potuto paragonare a un prato coperto di fiori, bianchi e rossi. Cantava, o suonava il flauto, tutto il giorno; aveva, in somma, tutta la freschezza giovanile del mese di Maggio. Portava una tunica corta con maniche lunghe e larghe; stava molto bene a cavallo, ed era un bel cavaliere. Componeva canzoni, era buon parlatore, valente giostratore, bravo ballerino, e sapeva dipingere e scrivere assai bene. La notte, per fare all’amore, dormiva meno di un rosignolo.Aveva modi molto cortesi, ed era modesto, e pronto a prestarsi in qualunque cosa: a tavola col padre era lui che tagliava e faceva da scalco.Dei servitori, il nostro cavaliere non aveva portato con sè che un valletto, ilquale aveva una veste verde, e un cappuccio dello stesso colore. Dalla sua cintola pendeva, con molta semplicità, un fascio di frecce adorne di penne di pavone, lucide e appuntate; che egli sapeva scagliare dritte e veloci da pari suo. In mano teneva un poderoso arco. Aveva la testa rapata e il colorito bruno. Conosceva molto bene il mestiere del boscaiuolo. Al braccio portava un lucido bracciale; a un fianco una spada e uno scudo, all’altro un bel pugnale ben montato, con la punta aguzza come quella di una lancia. Sul petto gli brillava un S. Cristoforo di argento. Portava a tracolla un corno, appeso ad un nastro verde. Se non m’inganno, doveva essere proprio un guardaboschi.C’era anche una monaca, una madre superiora, che aveva un aspetto semplice e modesto; il suo più gran giuramento era per S. Luigi. Si chiamava suora Eglantina. Cantava molto bene la messa, intonandola dolcemente col naso; parlava benissimo e con garbo il francese che parla il popolo di Stratford, a Bowe[11]: ma non conosceva affatto quello di Parigi. Stava a tavola contutte le regole: non c’era caso che le cascasse qualche cosa di bocca o che si ungesse le dita con la salsa. Portava il boccone alla bocca con tanta attenzione, che non le cadeva mai una briciola sul petto. Si compiaceva molto ad essere bene educata. Ogni volta che beveva, si asciugava, prima di bere, il labbro superiore; il quale non lasciava nel bicchiere la più piccola macchia d’unto. Insomma cercava di mangiare con tutta l’eleganza e la correttezza possibile. La sua compagnia era molto divertente e piacevole; aveva un modo di fare che la rendeva amabile. Si studiava, con ogni cura, di imitare le maniere che usano a corte, e di avere modi gentili; poichè ambiva d’essere stimata una signora degna di riguardo.Vi dirò delle qualità dell’animo suo: era così caritatevole e pietosa, che piangeva, solamente a vedere un topo preso in trappola, morto, o ferito. Aveva dei cagnolini che ingrassava a carne arrosto, latte, e schiacciata. E piangeva a calde lacrime se per caso uno di loro moriva, o buscava per la strada una bastonata unpo’ forte. Era una donna piena di sincerità e di cuore. Il fisciù che portava al collo era appuntato con molto garbo. Aveva il naso lungo ma ben fatto; gli occhi grigi come il vetro, la bocca molto piccola con labbra morbide e rosse come una rosa; bellissima fronte, larga quasi un palmo. Era piuttosto bassa; e raggiungeva a fatica la statura ordinaria di una donna.Il mantello che aveva indosso era, per quello che ne posso giudicare io, fatto con gusto. Attorno al braccio portava una doppia corona di piccoli coralli, tutta guarnita di verde, dalla quale pendeva un bel medaglione d’oro. Sul medaglione era incisa un’A con sopra una corona; e dopo il motto:Amor vincit omnia. Aveva con sè un’altra monaca che le faceva da cappellano, e tre preti[12].C’era anche un monaco, un gran brav’uomo in verità: appassionato per andare a cavallo e per la caccia, di aspetto florido e degno proprio di un abate. Aveva nella stalla dei cavalli bellissimi; e quando passava col suo cavallo, si sentiva da lontanoil rumore dei sonagli ben distinto; e qualche volta suonavano forte come la campana della cappella nella quale egli aveva la sua dimora religiosa.Il buon monaco amava il progresso: la regola di S. Marco e di S. Benedetto, un po’ troppo rigorosa, a dire il vero, era roba vecchia; meglio, quindi, lasciarla stare, e seguire le pratiche del mondo nuovo. Del testo il quale dice: che chi va a caccia non può essere un sant’uomo, e che un monaco senza regola[13]è un pesce fuor d’acqua, cioè un monaco senza monastero, non glie ne importava proprio un’acca[14]. Un testo che dice queste cose, secondo lui, non valeva un soldo[15].E, badate, non la pensava mica male: perchè rinchiudersi in un chiostro a logorarsi il cervello con lo studio, sempre col naso sul libro? O perchè, come vorrebbe S. Agostino, fare i calli alle mani lavorando dalla mattina alla sera? Se tutti dovessero fare così, dove anderebbe a finire il mondo? Lasciamo pure a S. Agostino, se gli preme, il diritto di lavorare. Peròera un forte ed abile cavaliere, ed aveva dei levrieri che volavano come uccelli. Per lui il cavallo e la caccia della lepre erano una vera passione; non ci avrebbe rinunziato a nessun costo.Vidi, se ben ricordo, che aveva le maniche della veste, vicino alla mano, guarnite di pelliccia, della qualità più fina che si trovasse nel suo paese. Per fermare il cappuccio sotto il mento portava uno spillo, molto curioso, lavorato in oro, che nella parte più grossa aveva un nodo d’amore[16]. Era interamente calvo, e aveva un cranio lucido come uno specchio.Anche la faccia era senza un pelo, e liscia come se gli ci avessero passato una mano d’olio, tanto egli era grasso e ben pasciuto. Aveva gli occhi infossati, e li stralunava come un matto, mentre la testa gli fumava come il camino d’una fornace[17]. Calzava un bel paio di stivaloni di pelle molto fine, e aveva il cavallo bardato con lusso; insomma era un gran bel prelato. Non era pallido, nè pareva che avesse l’animo tormentato; e per lui un buon papero, bellograsso, era il migliore arrosto del mondo. Cavalcava un palafreno scuro come una bacca di cipresso.C’era anche un cercatore, un fratacchiotto svelto e d’umore allegro, il quale viveva d’elemosina: l’avresti detto un sant’uomo. In tutti e quattro gli ordini di quei frati non c’era un altro che sapesse scherzare e chiacchierare come lui. Più di una volta aveva combinato, a spese sue, il matrimonio di qualche bella ragazza. Tra i frati del suo ordine era un pezzo grosso. Ben veduto da tutti, bazzicava dappertutto, ed era accolto famigliarmente dai signorotti di campagna, non solo, ma anche dalle signore più cospicue della città: perchè, com’egli stesso diceva, avendo la licenza del suo ordine, egli poteva confessare meglio di un curato. Ascoltava con molto amore la confessione, ed era molto indulgente nel dare l’assoluzione. Quando sapeva che c’era da buscare qualche cosa andava molto adagio con la penitenza: chi era pronto a fare un po’ di elemosina a un povero ordine di frati, non poteva avere macchia nella coscienza,e l’assoluzione l’aveva in saccoccia prima di confessarsi. Uno che fa l’elemosina, diceva egli, quasi vantandosi della scoperta, è già pentito dei suoi peccati. Non c’è mica bisogno di piangere: c’è della gente che ha il cuore così duro, che non sa tirare una lacrima neppure se è ferita a sangue. Quindi fa molto meglio chi senza tanti piagnistei e senza tanti paternostri, lascia guadagnare qualche cosa ai poveri frati.Dentro il cappuccio portava sempre una quantità di piccoli coltelli[18]e di spilli, per offrirli alle belle donne che ne avessero bisogno. Aveva un bel timbro di voce, e sapeva cantare e suonare a memoria. C’era una specie di canto, poi, nella quale era insuperabile.[19]Il suo viso era bianco come un giglio. Da valoroso campione conosceva a menadito le bettole di tutte le città dove era stato, ed era amico di tutti gli osti e di tutti i più allegri cantinieri, come un lazzarone o uno straccione qualunque. Se non che, ad una persona come lui non stava bene, almeno fin dove gli era possibile farne a meno, trattare con simile canaglia. Quellanon era davvero una compagnia che gli facesse onore, e potesse giovargli; perciò era meglio accompagnarsi con chi aveva soldi, e grazia di Dio da vendere. Quando sapeva che c’era da beccare qualche cosa, correva subito, tutto gentilezza, e pronto a rendere qualunque servizio. Non c’era al mondo un uomo che avesse le sue virtù: in tutta la confraternita non era possibile trovare un altro frate più bravo di lui per domandare l’elemosina[20]. Poichè anche se andava da una povera vedova, che non avesse da dargli, per modo di dire, un paio di scarpe rotte[21], qualche cosina, prima di andar via, buscava sempre; con tanta dolcezza sapeva dire il suo:In principio. Era, poi, così accorto nel comprare e rivendere, che rimediava più col suo piccolo commercio che con la tonaca. Quando una cosa non andava a modo suo, abbaiava come un cane cucciolo; perciò quando c’era da comporre qualche questione poteva prestare un valido aiuto. Non credete che avesse l’aria di uno di quei poveri diavoli, che vanno in giro con una tonaca frustafrusta: pareva un canonico, anzi un papa addirittura. Portava una mezza cappa di lana filata a doppio, tonda e tutta d’un pezzo come una campana[22]. Quando parlava, faceva sentire, per vezzo, un po’ di lisca, affinchè la lingua inglese in bocca sua suonasse più dolce. Allorchè, finito il canto, toccava l’arpa, gli occhi gli brillavano come due stelle in una serena notte d’inverno. Questo rispettabile frate si chiamava Uberto.C’era anche un mercante con la barba forcuta e il vestito di vari colori, il quale se ne stava sul suo cavallo, con un gran cappello di castoro in capo. Aveva un bel paio di stivali elegantemente affibbiati. Diceva le sue ragioni con molto calore, e in ogni occasione tastava accortamente il terreno, per vedere se c’era modo di guadagnare qualche cosa. Avrebbe desiderato che il tratto di mare fra Middelburg e Orewel fosse, per ogni buon fine, guardato e reso sicuro dai pirati. Era molto abile a cambiare, ad interesse, gli scudi con le altre monete. Questo bravo mercante sapeva valersi molto bene della sua abilità:e con tanta accortezza faceva gli affari, stringeva contratti, prendeva denari in prestito, che non c’era mai caso di sentir dire che avesse qualche debito. Era, in somma, una persona veramente degna; ma se devo dire la verità, non so come si chiamasse.C’era anche un chierico di Oxford, che da un gran pezzo almanaccava con la logica. Aveva un cavallo che reggeva l’anima coi denti, ed anche lui, per dire la verità, del grasso non ne aveva da buttar via, ma era smunto e malandato. Portava un mantello tutto logoro, e non poteva comprarsene un altro, perchè ancora non godeva nessun beneficio, e non era adatto a un altro impiego qualunque. Era più contento di avere a capo del letto una ventina di volumi delle opere di Aristotile, ben rilegati in pelle nera e rossa, che dei begli abiti, o un violino, o un altro strumento a corda, per divertirsi a suonare[23]. Con tutta la sua filosofia, era sempre al verde; perchè tutto quello che poteva raccapezzare dagli amici, lo spendeva in libri o per impararequalche cosa. E pregava giorno e notte per l’anima di coloro, che contribuivano, in qualche modo, a procurargli i mezzi di studiare, non avendo egli al mondo altro pensiero, altro desiderio che lo studio. Non diceva mai una parola più del necessario: e parlava sempre correttamente, e con modestia, in poche parole, e sempre con molto criterio. I suoi discorsi erano pieni di virtù e di morale, e con ugual piacere era sempre disposto a imparare e ad insegnare.C’era, con noi, anche un impiegato del tribunale,[24]colta e intelligente persona, il quale aveva passeggiato più di una volta su e giù per il portico di Westminster[25]. Era un uomo che aveva realmente delle ottime qualità; sempre prudente e pieno di buon senso, ispirava a tutti un certo rispetto. Godeva tale stima, ed erano così apprezzati i suoi savî discorsi, che molto spesso era invitato a sedere giudice in tribunale, a nome di una intera commissione[26]. Con la sua dottrina, e col nome che s’era fatto, guadagnava quanto voleva,e d’ogni parte gli piovevano regali. Era difficile trovare un altro che sapesse fare i propri interessi come lui. I suoi beni erano tutti libera proprietà; e non si poteva fare sospetti su quel ch’egli comprava. Era un uomo d’affari, senza dubbio, ma aveva un po’ la smania di darsi da fare anche più del bisogno. In tribunale citava tutti i momenti casi e giudizi che risalivano, nientemeno, al tempo del re Guglielmo[27]. Aveva l’abilità di redigere e presentare un verbale in modo, che nessuno vi trovava mai da ridire; e sapeva a mente tutti gli articoli del codice. Cavalcava alla meglio, con una veste di stoffa a vari colori, stretta alla vita da una cintura di seta a striscie. Ma basta del suo vestiario.Faceva parte della brigata anche un possidente[28], con la barba bianca come un fiore di margherita e col viso molto colorito. La mattina, appena alzato, cominciava sempre con una buona zuppa nel vino. Da vero figlio di Epicuro era solito passarsela allegramente, e pensava che la vera felicità è riposta nel pieno godimento del piacere.Proprietario di case, ed uno di quelli grossi, era il S. Giuliano del suo paese[29]. Pane e birra, alla sua tavola, erano sempre della migliore qualità[30]; nessuno aveva in cantina le botti di vino che aveva lui, e in casa sua c’era sempre pronto, a tutte l’ore, qualche buon piatto, cotto al forno, di pesce o di carne, e in grande abbondanza. Da mangiare e da bere gli pioveva in casa d’ogni parte, con tutto ciò che di più squisito si può desiderare. Il suo pranzo e la sua cena variavano col variare delle stagioni. Teneva ad ingrassare in gabbia molte buone pernici, nel vivaio nuotavano a dozzine le regine e i lucci: e guai al cuoco, se la salsa non era piccante e saporita, se in cucina non andava tutto come un orologio. Nel suo salotto da pranzo c’era sempre la tavola apparecchiata, dalla mattina alla sera.In consiglio la faceva sempre da padrone, come quegli che era stato, non so quante volte, deputato della provincia. Alla cintola, che era bianca come latte appena munto gli pendeva una daga e una borsadi seta. Aveva fatto anche il pretore e il ragioniere[31]; insomma un proprietario bravo come lui non s’era mai visto.Erano venuti con noi anche un merciaio, un legnaiuolo, un tessitore, un tintore e un tappezziere, vestiti nell’uniforme della importante e numerosa società alla quale appartenevano; ed era tutta roba nuova e pulita. Il pugnale non aveva il manico di rame, ma tutto ben lavorato in argento, e d’argento erano anche la cintura e la borsa. Avevano tutti e cinque l’aria di persone per bene, e ognuno di loro avrebbe potuto sedere benissimo, in una sala dorata, alla tavola d’onore[32]. Per senno, poi, sarebbero stati ottimi consiglieri municipali; molto più che avevano tutti qualche cosa al sole. Le loro mogli naturalmente sarebbero state contentissime, ed avrebbero fatto male a non essere: sentirsi chiamare «signora» e la sera, andando ai ritrovi festivi in chiesa con una elegante mantiglia, prendere, senza tante cerimonie, i primi posti, è una bella soddisfazione.Insieme con loro c’era un cuoco, cheavevano portato apposta, per fargli cucinare, all’occorrenza, un buon pollo lesso con la gelatina, e una torta di farina e di galanga[33]. Costui era un famoso bevitore di birra, e un bicchiere di quella di Londra lo sapeva giudicare senza sbagliare. Era molto bravo per cuocere l’arrosto allo spiede e sulla gratella, per il bollito, pel fritto, per fare brodi di carne battuta, e per la torta al forno. Peccato però, pensavo, che avesse il cancro ad una gamba: cucinava così bene il cappone in galantina[34]!C’era anche un marinaro, che veniva dal lontano Occidente, ed era, per quello che potei capire, di Dartmouth. Cavalcava, alla meglio, un ronzino preso a nolo, e indossava una veste grossolana, che gli arrivava giù fino al ginocchio. A tracolla, appesa a un cordone, portava una daga; i cocenti calori dell’estate gli avevano abbronzato il viso. In fondo era davvero un buon diavolo, sebbene nel suo viaggio a Bordeaux, mentre il mercante se la dormiva tranquillamente sulla nave, spillasse ogni tanto, dalla botte, qualche bicchiere di vino,senza tanti scrupoli di coscienza......................[35]Come marinaro però e come pilota, per abilità nel conoscere le maree, le correnti e le secche per le quali doveva passare, e per calcolare l’altezza del sole e della luna, non se ne trovava uno compagno, neppure a cercarlo da Hull[36]a Cartagine. Era coraggioso, e nello stesso tempo aveva molta prudenza nell’avventurarsi[37]; più di una tempesta gli aveva arruffato la barba. Conosceva a occhi chiusi tutti, i porti, da Gothland fino al capo di Finistere[38], e tutti i golfi della Bretagna e della Spagna. La sua nave si chiamavaMaddalena.Era venuto con noi anche un dottore, di cui non c’era in tutto il mondo l’eguale in medicina e in chirurgia, poichè conosceva a fondo anche l’astrologia. Si occupava moltissimo dei suoi malati, intrattenendoli delle ore intere con esperimenti magici; e con molta abilità sapeva rendere l’oroscopo[39]favorevole all’ammalato.Trovava subito la causa di qualunque malattia, sia che provenisse dal freddo, siadal caldo, o dall’umidità o dalla siccità dell’aria; con un’occhiata, vedeva dov’era il germe del male e come si era formato. Era in verità un ottimo pratico. Conosciuta la causa e trovato il germe della malattia, lasciava la sua ricetta, e c’erano subito pronti gli speziali, che mandavano droghe e pillole, d’accordo con lui, da buoni e vecchi amici, nel cavar sangue al prossimo. Aveva studiato a fondo il vecchio Esculapio, Dioscoride, Rufo, il vecchio Ippocrate, Hali e Galene, Serapion, Rasis, e Aviceno, Averrois, Damasceno e Costantino, Bernardo, Gatisdeno e Gilbertino[40].Mangiava poco, ma cercava che quel poco fosse roba nutritiva e facile a digerirsi. Sulla Bibbia non ci perdeva molto tempo; aveva un vestito rosso-sangue e celeste, foderato di taffetà e di seta piuttosto fina. Quando si trattava di spendere, andava molto adagio, e in questo modo s’era messo da parte tutto quello che aveva guadagnato nell’anno, in cui ci fu quella famosa pestilenza[41]. Poichè l’oro è il cordiale delmedico, egli lo preferiva, naturalmente, a qualunque altra cosa.C’era anche una buona donna di un paese vicino a Bath, la quale, per sua disgrazia, era un po’ sorda. Lavorava così bene il panno, che le sue stoffe superavano quelle di Ipres e di Ghent[42]. In tutta la parrocchia nessuna donna si sarebbe arrischiata di andare prima di lei a offrir l’obolo all’altare; e se qualcuna si provava a passarle innanzi, ne avea tanta rabbia, che tutta la sua devozione andava in fumo. I fazzoletti che la Domenica portava attorno, sul capo, per vendere, erano di un tessuto bello doppio: ci scommetto che pesavano almeno una diecina di libbre[43]. Aveva le calze rosse scarlatto, ben tirate su al ginocchio, e un bel paio di scarpe nuove. Era una bella donna; un po’ provocante con quel suo viso colorito: ma in fondo era stata sempre onesta. Tant’è vero che aveva salito cinque volte l’altare[44]per andare a marito, e da giovane non aveva avuto mai tresche; ma lasciamo stare il passato, chè ora non è il caso di andarlo a rivangare. Era stata trevolte a Gerusalemme, e aveva passato molti fiumi stranieri, e visto Roma, Bologna, S. Jacopo in Galizia, e Colonia, cosicchè non le mancava davvero la pratica di viaggiare. Per dire la verità era piuttosto ghiotta[45]. Cavalcava con disinvoltura un buon cavallo; aveva il collo ben coperto, e in capo portava un cappello largo come uno scudo o una targa. Era avvolta in un gran mantello che le scendeva, stretto ai fianchi, fino ai piedi, e alle scarpe aveva un bel paio di sproni appuntati. In compagnia rideva e chiacchierava che era un piacere; conosceva tutti i filtri dell’amore, poichè nell’arte di questo vecchio giuoco era provetta[46].C’era anche un buon prete, un povero parroco di una piccola città, il quale era proprio un sant’uomo; aveva molta dottrina, e predicava, sinceramente, il vangelo di Cristo, educando, con gran devozione, i suoi parrocchiani. Faceva molta carità, si occupava con grandissima premura del suo gregge, e più d’una volta aveva dato prova di molta rassegnazione nella sventura.Sentiva una certa ripugnanza ad angustiarsi per gl’interessi suoi[47], e preferiva pensare a gli altri; infatti era sempre in mezzo ai suoi poveretti, per dividere con loro quello che ricavava dalle offerte, e qualche volta anche il frutto di quel po’ di roba che aveva. Per lui ce n’era d’avanzo: si contentava di poco. La sua parrocchia era molto grande, e si stendeva fino a certe case lontanissime dalla città; nonostante, anche con l’acqua e coi tuoni, egli non abbandonava mai i suoi afflitti: prendeva su il suo bastone, e via, a piedi, a trovarli. In tutte le cose dava per il primo il buon esempio, e poi predicava agli altri. Ricorreva sempre alle parole del vangelo, e finiva spesso con questo paragone: «Se l’oro fa la ruggine, che cosa farà mai il ferro? Se un prete, al quale noi ci affidiamo, è il primo a dare il cattivo esempio, che cosa dovrà fare un povero ignorante?... È una cosa vergognosa, se uno ci pensa bene, vedere un cattivo pastore in mezzo a delle buone pecore. Perciò è dovere di ogni buon preteinsegnare con l’esempio al suo gregge, come bisogna vivere in questo mondo.»Questo buon parroco non era uno di quei tali, che riducono il beneficio un mercato, e lasciano marcire nel fango il loro gregge. Non correva a S. Paolo in Londra, per farsi una prebenda pregando per l’anima dei morti, o con la speranza di trovare un posticino in qualche confraternita. Se ne stava sempre a casa, e badava con molta cura alle sue pecore, sempre attento che il lupo non glie ne portasse via qualcuna. Insomma, faceva il pastore, non faceva il mercante. Sebbene avesse un animo così retto e virtuoso, non trattava mai con asprezza quelli che peccavano; nè parlava loro severamente, ma li ammoniva sempre con la sua solita bontà. La sua vita non aveva altro fine che quello di mostrare alle anime la via del paradiso. Però se qualcuno si ostinava nel male, e non la voleva intendere con le buone (fosse un signore o uno del popolo, era lo stesso), sapeva trattarlo come si meritava. Vi dico che era proprio il più buon prete del mondo.Nemico di ogni pompa e di ogni lusso, non si dava pensiero di condire le sue prediche con belle frasi[48]: predicava la dottrina di Cristo e dei suoi dodici apostoli, ed era il primo a seguirla.Con lui era venuto anche un suo fratello, contadino, che aveva caricato, in vita sua, molti carri di letame; ed era un uomo laborioso e dabbene, di indole tranquilla, e molto caritatevole. Venerava Iddio con tutto il cuore, e, bene o male che gli andassero gli affari, il suo primo pensiero era sempre rivolto a lui; poi pensava al prossimo, che egli amava come sè stesso. Quando aveva tempo, batteva il grano, zappava, e vangava la terra, per quei poveri contadini che non si potevano permettere il lusso di pagare le opere; e lavorava sempre per amore di Dio, senza prendere un centesimo da nessuno. Pagava puntualmente le sue decime, su ciò che guadagnava con le sue fatiche, e su quel po’ di roba che aveva. Cavalcava una cavalla, avvolto in un tabarro.C’erano anche un mugnaio, un economo,un fattore, un cursore un mercante d’indulgenze[49], e per ultimo c’ero io.Il mugnaio era un tocco di villano, coi muscoli d’acciaio e le ossa così robuste, che non ce la poteva nessuno; infatti nella lotta riusciva sempre vincitore, e guadagnava il montone. Era tarchiato, e duro come un nodo d’albero: con un colpo di testa sgangherava o sfondava qualunque porta. Aveva la barba rossiccia come le setole della scrofa e il pelo della volpe, e la portava piatta come una pala. Proprio sulla punta del naso ci aveva un bernoccolo con un ciuffo di peli, rossi come le setole delle orecchie di una scrofa, e le narici erano larghe e nere. Al fianco portava una sciabola e uno scudo. La bocca pareva un forno. Era un famoso chiacchierone, un goliardo che passava la vita nel vizio e nel vitupero, ed aveva un’abilità straordinaria per farsi la parte sul grano che gli portavano a macinare, facendosi pagare, per giunta, tre volte invece d’una[50]. Nondimeno, per Dio, aveva anche lui, il suo pollice d’oro[51]. Era vestito di bianco, conun cappuccio celeste in capo; e siccome suonava molto bene la cornamusa, ci fece camminare a suon di musica fino fuori della città.L’economo, persona molto gentile, era al servizio di un collegio di avvocati[52], e da lui tutte le serve avrebbero potuto imparare a far la spesa. Perchè era così accorto, che, anche se la roba che comprava non la pagava subito, ma la prendeva a credenza, trovava sempre il modo di portar via di bottega quel che c’era di meglio, e di intascare qualche soldo[53]. Siamo giusti, domineddio gli aveva dato un bel dono: vi pare poco, che un uomo, il quale in fondo era un pezzo d’ignorante, avesse l’abilità di rivendere tanti dottori?I suoi padroni, gli avvocati del collegio, erano più di una trentina, e in fatto di legge ne sapevano tutti di molto, ed erano valentissimi. Immaginatevi che ce n’era una dozzina, i quali sarebbero stati capaci di amministrare il patrimonio e i terreni di qualunque Lord inglese. E con la sua rendita (salvo che non avessero dovuto combatterecon un matto) gli avrebbero fatto fare la figura del gran signore, senza un centesimo di debito, se pure non avesse preferito menare una vita semplice e modesta. Erano amministratori così abili, che avrebbero saputo rimettere in gambe le finanze di qualunque provincia, per quanto malandata; eppure il nostro economo, quando si trattava della spesa, li metteva tutti nel sacco.Il fattore era un uomo magro e collerico; si faceva radere la barba fino alla pelle, e intorno all’orecchio voleva sempre ben tagliati i capelli. Davanti aveva il cocuzzolo spelato come un prete. Aveva un paio di gambe lunghe e secche come due bastoni, senza un’oncia di carne. Per tenere in ordine un granaio o un magazzino era valentissimo; e non c’era revisore che potesse trovare da ridire su i conti fatti da lui. Dalla siccità e dalla umidità della stagione ti sapeva dire, senza sbagliare, come sarebbe andata la raccolta. Le pecore, il bestiame, il latte e il burro, i maiali, il cavallo, le provviste, e i polli del suo padrone, erano tutti affidati alla suacustodia e direzione; e per contratto faceva il rendiconto annuale, fin da quando il suo padrone aveva vent’anni. Nel suo libro non c’erano arretrati: i conti erano sempre in regola. Fattori, contadini e pastori, conoscevano tutti la sua furberia e le sue astuzie, e avevano di lui una paura indiavolata. Abitava in un luogo amenissimo, ombreggiato dal verde degli alberi. Zitto e cheto s’era messo da parte un bel gruzzolo, poichè sapeva spendere il denaro meglio del suo padrone, del quale cercava, furbo matricolato, di entrare nelle grazie, prestandogli, all’occorrenza, del suo, e guadagnandoci qualche volta, insieme ai ringraziamenti, anche un vestito o un cappello. Da giovane aveva imparato il mestiere del legnaiuolo, ed era riuscito un valente artigiano. Cavalcava un bellissimo stallone grigio pomellato, ed era vestito di una lunga cappa turchina, con una spada arrugginita al fianco. Questo fattore si chiamava Scot, ed era nato a Norfolk, vicino ad una città chiamata Baldeswell. Aveva la cappa legataalla vita come un frate, e cavalcava sempre in coda alla brigata.,C’era, con noi, anche un usciere del tribunale ecclesiastico, con una faccia da cherubino, rossa come il fuoco per uno sfogo che gli era venuto fuori. Aveva gli occhi piccolissimi, ed era caldo e lascivo come un passerotto. Le ciglia spelate e la barba mezza spelacchiata lo faceano sì brutto, che i bambini ne avevano un gran terrore. Mercurio, piombo bianco, zolfo, borace, biacca, tintura di tartaro, unguenti, tutto era inutile: non era possibile trovare una medicina, che gli facesse sparire dal viso tutte quelle pustole bianche, e gli spianasse i bernoccoli che aveva sulle gote. Faceva delle gran mangiate d’aglio, di cipolla, di porri, e ci trincava sopra del vino generoso e rosso come il sangue, chiacchierando e gridando come un ossesso. Quando poi aveva bevuto ben bene, allora cominciava a parlare in latino. Stando tutto il giorno al tribunale in mezzo alle sentenze e ai decreti, niente di più naturale che qualche frase latina gli fosse rimasta in mente: del resto,ognuno sa che anche una gazza impara a discorrere bene come il papa[54]. Se qualcuno poi per divertirsi col suo latino lo faceva discorrere un poco, tirava fuori tutta la sua dottrina, e si metteva a gridare:Questio quid juris[55].Scapestrato sì, ma in fondo aveva il core buono, e non c’era più buon diavolo di lui; se un amico gli pagava un quartuccio di vino, era padrone di tenersi, magari per un anno intero, una concubina: egli lo compativa, e chiudeva un occhio volentieri. Quando qualche merlo gli capitava sotto, se lo pelava, piano piano, senza che questi se ne accorgesse[56]. Tutte le volte che s’imbatteva in qualcuno dei suoi buoni amici gli insegnava a non aver paura dei fulmini dell’arcidiacono, dicendo: «l’anima nostra non è mica rinchiusa dentro la nostra borsa. Perciò niente paura, perchè l’arcidiacono colpisce lì, lì dentro è l’inferno per lui». Ma egli mentiva per la gola: il colpevole dovrebbe temere sempre la scomunica, poichè questa perde l’uomo, come l’assoluzionelo salva; e dovrebbe, ognuno, guardarsi dalsignificavit[57].Aveva sotto la giurisdizione del suo ufficio tutta la gioventù[58]della diocesi, e con tutti era largo di consigli, con tutti si trovava sempre d’amore e d’accordo. S’era messo in capo una ghirlanda di fiori come quelle che si vedono appese per insegna alle birrerie, e invece di scudo portava una focaccia.Insieme a lui cavalcava un simpatico mercante d’indulgenze, di Roncisvalle, suo degno amico e compare, il quale era ritornato proprio allora da Roma. Non faceva altro che cantare con quanto ne aveva in gola: «Amor mio vien qui da me[59]»; mentre l’usciere con una voce che sonava più di un trombone, gli faceva il basso accompagnandolo. Questo mercante di indulgenze aveva i capelli biondi come la cera, e morbidi come fiocchi di lana, che gli cascavano giù per le spalle, un ciuffo qua e un ciuffo là, molto radi; nonostante, per fare il chiasso stava senza il cappuccio, e lo teneva chiuso in fondo alla sacca. Pretendeva di cavalcaresecondo l’ultima moda, e se ne andava, coi capelli svolazzanti per le spalle, con una semplice berretta in testa, mentre gli occhi gli luccicavano come quelli di una lepre. Sulla berretta aveva cucito una piccola immagine di Cristo, e si teneva davanti la sua sacca, piena zeppa d’indulgenze che venivano belle calde da Roma. Parlava con una vocina così curiosa, che pareva di sentir belare una capra. Era senza un pelo di barba, e ormai, credo, aveva perduto la speranza di averne: con quella faccia così pulita e liscia, sembrava sempre uscito dalla bottega del barbiere. Non mi ricordo bene se montava un cavallo o una cavalla.Da Berwike a Ware non c’era un mercante d’indulgenze bravo come lui. In fondo alla sua sacca c’erano dei veri tesori: c’era una federa, che era fatta, niente di meno, col velo di Maria Vergine; c’era un pezzo della vela che portò S. Pietro pel mare, quando incontrò Gesù che lo raccolse e lo salvò. C’era una croce di metallo con pietre preziose, e degli ossi di porco dentro un bicchiere.Con queste reliquie quando trovava qualche povero curato di campagna, in un giorno solo gli rimediava più di quello che il poveretto non guadagnava in due mesi. E così lisciando e scherzando egli si giocava il curato e tutta la sua gente. Però bisogna dire la verità, in chiesa era un gran bravo prete. Leggeva molto bene l’epistola, e qualunque altra parte della messa;[60]ma era proprio inarrivabile nel cantare un offertorio. Siccome sapeva che subito dopo c’era la predica, e bisognava scioglier la lingua[61]per intascare quattrini con la sua solita abilità, cantava con maggior lena, e gridava con quanto ne aveva in gola.E così, eccovi, in poche parole, la condizione, l’abbigliamento, il numero di tutta quella brava gente, e l’occasione in cui l’allegra brigata si trovò riunita a Southwork nella simpatica osteria delTabarropresso Belle. Bisogna ora che vi racconti, come ce la passammo quella notte lì all’osteria; poi vi dirò qualche cosa della nostra cavalcata, e saprete tutto il resto del nostro pellegrinaggio.Comincio dunque col chiedere alla vostra cortesia, lettori carissimi, di non volervela prendere con me e tacciarmi di ignorante, se io vi parlo alla buona, e vi racconto i discorsi e gli scherzi dei miei compagni di viaggio, con le loro precise parole. D’altronde, lo sapete meglio di me, chi racconta, deve cercare, fin dove gli è possibile, di riferire scrupolosamente quello che ha sentito, senza badare a come deve parlare. Altrimenti finisce per non dire la verità, ed è costretto quindi a inventare o a lambiccarsi il cervello dietro alla metafora. Quand’anche si trattasse di raccontar qualche cosa che si riferisse, faccio per dire, a un fratello, siamo sempre lì: non bisogna badare a una parola piuttosto che a un’altra. Guardate un po’ Cristo: nella sacra scrittura egli parla apertis verbis, e dice sempre le cose come sono; eppure nessuno ci ha trovato mai nulla di male. E Platone, signori miei, che cosa dice a questo proposito? Dice, a chi lo sa leggere, che le parole debbono essere parenti dei fatti[62].Vi prego anche di perdonarmi se qui nelmio racconto non ho dato a ciascuno dei miei compagni di viaggio il debito posto, secondo la propria condizione, come avrei dovuto fare. D’altronde il mio ingegno, lo vedrete bene, è un po’ corto.Il nostro oste, dunque, fece festa e buon viso a tutti, e ci mise a tavola in un momento, servendoci delle ottime vivande. Il vino era piuttosto generoso, e andava giù che era un piacere. L’oste, dicevo, il quale era stato maggiordomo di palazzo, ci trattò con molta cortesia. Egli era piuttosto grosso, ed aveva gli occhi infossati. In Chepe non c’era un tipo più simpatico di lui: franco savio e pieno di accortezza, uomo nel vero senso della parola, e per di più sempre di umore allegrissimo. Dopo cena si mise subito a scherzare con noi, e ci tenne un po’ allegri co’ suoi discorsi; poi saldati i conti disse: «Signori miei, siate di cuore i ben venuti; sulla mia parola io non ho mai avuto in questo albergo una così geniale brigata. Se mi riuscisse, vorrei trovare il modo di farvi sembrare il lungo cammino che dovete fare, meno noioso che fosse possibile.E credo proprio di aver trovato un mezzo molto semplice, e che non vi costerà nulla. Voi andate tutti a Canterbury, non è vero? Il signore v’accompagni, e il beato martire vi ricompensi. Or bene, io m’immagino che lungo la strada cercherete di chiacchierare e di scherzare; perchè il viaggio non offre, davvero, nulla di bello e di divertente, a chi abbia intenzione di starsene sul suo cavallo come un pezzo di marmo. In questo caso, signori miei, mi propongo io, come vi dicevo, di farvi passare il tempo più presto e con meno noia. Se vorrete avere la gentilezza di seguire tutti il mio consiglio, e se domani quando sarete a cavallo vi piacerà fare quello che vi dirò io, vi giuro su l’anima di mio padre, il quale è morto, che farete un viaggio piacevolissimo. Quando non fosse vero, tagliatemi la testa con un colpo. Ma senza tante chiacchiere, su la mano, ai voti!»La nostra approvazione non si fece aspettare tanto: ci parve che non fosse il caso di discutere la proposta dell’oste; e senz’altro accettammo, pregandolo di esporre il suo disegno.«Signori, diss’egli, fate del vostro meglio per ascoltarmi, e non ve ne abbiate a male, vi prego, se la mia proposta non vi piace. Ecco, in sostanza, di che cosa si tratta. Ciascuno di voi, per ingannare la lunga strada, dovrà raccontare due novelle nell’andare e altre due al ritorno; s’intende che ognuno è padrone di raccontare fatti avvenuti quando che sia. Chi di voi si porterà meglio, cioè chi racconterà cose più belle e più divertenti, dovrà avere una cena, qui in questo albergo, a questa stessa tavola, pagata da tutti gli altri al vostro ritorno da Canterbury. E perchè possiate fare un po’ più di allegria, verrò anch’io con voi, a mie spese bene inteso, e vi farò da guida; proponendo, fino da ora, per chi lungo il cammino non farà quello che dico io, la punizione seguente: pagare le spese, di viaggio per tutti. Se l’idea vi piace, ditelo senza tanti complimenti, che io domattina mi farò trovare pronto per tempo.»L’idea dell’oste piacque, e tutti demmo di buon animo la nostra parola, pregandolonon solo a voler fare davvero quanto ci aveva proposto, ma a volere essere il nostro capo, e nello stesso tempo giudice e relatore delle nostre novelle. E fino da quel momento fu stabilita, a un dipresso, la spesa della cena da farsi al nostro ritorno. Così da quanti eravamo li presenti, senza distinzione di grado, fu convenuto di affidarsi all’oste come guida, e di sottomettersi, di comune accordo, al suo giudizio di relatore. Egli allora ci portò del vino, e dopo aver bevuto ce ne andammo tutti a letto senza altro.La mattina, appena giorno, il nostro oste si alzò prima di tutti, e fu così il gallo che ci cantò la sveglia. Messici tutti in rango, e montati a cavallo, c’incamminammo, di passo per la strada che conduce all’abbeveratoio detto di S. Tommaso[63]. Qui l’oste fermò il suo cavallo, e disse: «Signori, vi prego di ricordarvi della vostra promessa; se il canto della sera va d’accordo con quello della mattina, vediamo chi è che deve raccontare la prima novella. Ch’io non possa bere più, in vita mia, unagoccia di birra e una goccia di vino, se chi si rifiuta di obbedirmi non farà per tutti le spese del viaggio!Signor cavaliere, mio padrone, qua anche voi a fare al conto,[64]poichè ho stabilito che decida la sorte chi deve essere il primo a raccontare. Anche voi, sora Madre priora, venite qua; e voi signor chierico, siete pregato d’essere un po’ più svelto, e di non pensare ora ai libri. Avanti, giù la mano tutti».In un momento tutte le mani si schierarono, e per non farla tanto lunga (fosse fatalità o caso, o quel che si voglia), la sorte cadde sul cavaliere, con gran piacere di tutta la brigata. E così gli toccò a raccontare pel primo la sua novella, secondo quello che di comune accordo era stato stabilito, come già sapete. Quel buon diavolo del cavaliere, in fine, quando vide che toccava a lui, da uomo savio, e sempre pronto a mantenere la sua parola, disse: «Ebbene, se devo essere io il primo, tanto meglio: sia lodato Dio, che è toccato proprioa me! Mettiamoci, dunque, in cammino, e fate attenzione a quello che dico.»Con queste parole riprendemmo la nostra strada, e il cavaliere di buonissimo umore cominciò subito il suo racconto, e disse questa novella.

NOVELLE DI CANTERBURY

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Quandole dolci pioggie di Aprile hanno spento l’arsura di Marzo, rinfrescando ogni vena della terra con quel succo meraviglioso che ha la virtù di dare la vita ai fiori; quando zeffiro sfiora col molle soffio i teneri germogli in ogni bosco e in ogni pianura, e il giovane sole ha percorso la metà del suo cammino in Ariete; quando gli uccelletti si abbandonano ai loro canti, e dormono tutta la notte con gli occhi aperti (così vivamente li punge il risveglio della natura), la gente prova, allora, un vago desiderio di mettersi in moto; e i pellegrini[1]vanno in cerca di straniere piagge, per visitare i santi miracolosi di qualche lontanacontrada[2]. E in gran numero, specialmente, si recano dalle estreme campagne d’Inghilterra a Canterbury, per ringraziare il martire benedetto di quel luogo, che fece loro la grazia, quando erano malati.

Una sera, appunto in questa stagione, mentre me ne stavo all’osteria delTabarro, in Southwerk, aspettando la mattina per mettermi divotamente in viaggio verso Canterbury, capitò all’improvviso una brigata di ventinove persone di varia condizione: tutti pellegrini, che si erano trovati, per caso, lì alTabarro, per andare a Canterbury, come me. Le camere, e le stalle pei nostri cavalli, erano per fortuna abbastanza grandi, e ci accomodammo tutti alla meglio.

In un attimo (il sole era appena andato sotto) barattai una parola con ciascuno di loro, e senz’altro fui della brigata anch’io, colla promessa di esser su per tempo la mattina, pronto a prender la strada di Canterbury con loro.

Ma prima di cominciare il mio racconto, giacchè non ho fretta e il tempo non mi manca, mi pare molto naturale ch’io debbadirvi di questi miei compagni di viaggio, quello che potei raccapezzare: chi fossero, di che condizione, e come vestiti. Comincerò, per primo, da un cavaliere.

C’era, dunque, un cavaliere, una degna persona, il quale fin da quando montò la prima volta a cavallo, ebbe in alto rispetto la cavalleria, la lealtà e l’onore, la libertà e la cortesia. Si era segnalato in prodezza combattendo pel suo signore e non c’era fra i cristiani e gl’infedeli uno che avesse cavalcato quanto lui, sempre onorato per la sua dignità di valoroso cavaliere.

S’era trovato alla presa di Alessandria[3]; e in tutte le città della Prussia era stato più di una volta capo tavola[4]. Nessun altro cristiano della sua condizione aveva mai viaggiato quanto lui in Lituania e in Russia. Fu all’assedio di Algezir a Granata; combattè a Belmaria[5]; vide cadere in mano dei Turchi Layas e Satalia[6], e nel mare Grande[7]fece parte di molte illustri armate. Ben quindici volte si era trovato a ferali conflitti, e a Tremissen[8], per lanostra fede, era sceso tre volte in lizza, uccidendo sempre l’avversario.

Questo prode cavaliere una volta, col signore di Palathia[9], combattè contro un pagano di Turchia, e anche allora si segnalò. Sebbene fosse così valoroso, era tuttavia molto prudente; ed aveva un modo di fare modesto e semplice come quello di una fanciulla. Un atto sgarbato, una parola scortese, non gli sfuggì mai, in tutta la sua vita, neppure trattando con l’essere più volgare di questo mondo. Insomma era veramente un compìto cavaliere. Perchè sappiate, ora, in quale arnese egli cavalcava, vi dirò che aveva un bel cavallo, ma di poco brio. Portava una casacca di fustagno tutta macchiata dalla ruggine della corazza, poichè era di ritorno da un lungo viaggio per andare a Canterbury.

Aveva portato con sè suo figlio, un giovine scudiero, innamorato, di sangue molto caldo, coi capelli tutti ricci, che parevano arricciati artificialmente[10]. Poteva avere, tirando a indovinare, una ventina di anni. Era di corporatura piuttosto snella, di un’agilitàmeravigliosa, e fortissimo. Una volta era stato in Fiandra, in Artois e in Piccardia, facendo parte di una spedizione militare, e si era portato valorosamente, sebbene così giovane, con la speranza di entrare in grazia alla sua bella.

Era di una carnagione così fina, che il suo viso si sarebbe potuto paragonare a un prato coperto di fiori, bianchi e rossi. Cantava, o suonava il flauto, tutto il giorno; aveva, in somma, tutta la freschezza giovanile del mese di Maggio. Portava una tunica corta con maniche lunghe e larghe; stava molto bene a cavallo, ed era un bel cavaliere. Componeva canzoni, era buon parlatore, valente giostratore, bravo ballerino, e sapeva dipingere e scrivere assai bene. La notte, per fare all’amore, dormiva meno di un rosignolo.

Aveva modi molto cortesi, ed era modesto, e pronto a prestarsi in qualunque cosa: a tavola col padre era lui che tagliava e faceva da scalco.

Dei servitori, il nostro cavaliere non aveva portato con sè che un valletto, ilquale aveva una veste verde, e un cappuccio dello stesso colore. Dalla sua cintola pendeva, con molta semplicità, un fascio di frecce adorne di penne di pavone, lucide e appuntate; che egli sapeva scagliare dritte e veloci da pari suo. In mano teneva un poderoso arco. Aveva la testa rapata e il colorito bruno. Conosceva molto bene il mestiere del boscaiuolo. Al braccio portava un lucido bracciale; a un fianco una spada e uno scudo, all’altro un bel pugnale ben montato, con la punta aguzza come quella di una lancia. Sul petto gli brillava un S. Cristoforo di argento. Portava a tracolla un corno, appeso ad un nastro verde. Se non m’inganno, doveva essere proprio un guardaboschi.

C’era anche una monaca, una madre superiora, che aveva un aspetto semplice e modesto; il suo più gran giuramento era per S. Luigi. Si chiamava suora Eglantina. Cantava molto bene la messa, intonandola dolcemente col naso; parlava benissimo e con garbo il francese che parla il popolo di Stratford, a Bowe[11]: ma non conosceva affatto quello di Parigi. Stava a tavola contutte le regole: non c’era caso che le cascasse qualche cosa di bocca o che si ungesse le dita con la salsa. Portava il boccone alla bocca con tanta attenzione, che non le cadeva mai una briciola sul petto. Si compiaceva molto ad essere bene educata. Ogni volta che beveva, si asciugava, prima di bere, il labbro superiore; il quale non lasciava nel bicchiere la più piccola macchia d’unto. Insomma cercava di mangiare con tutta l’eleganza e la correttezza possibile. La sua compagnia era molto divertente e piacevole; aveva un modo di fare che la rendeva amabile. Si studiava, con ogni cura, di imitare le maniere che usano a corte, e di avere modi gentili; poichè ambiva d’essere stimata una signora degna di riguardo.

Vi dirò delle qualità dell’animo suo: era così caritatevole e pietosa, che piangeva, solamente a vedere un topo preso in trappola, morto, o ferito. Aveva dei cagnolini che ingrassava a carne arrosto, latte, e schiacciata. E piangeva a calde lacrime se per caso uno di loro moriva, o buscava per la strada una bastonata unpo’ forte. Era una donna piena di sincerità e di cuore. Il fisciù che portava al collo era appuntato con molto garbo. Aveva il naso lungo ma ben fatto; gli occhi grigi come il vetro, la bocca molto piccola con labbra morbide e rosse come una rosa; bellissima fronte, larga quasi un palmo. Era piuttosto bassa; e raggiungeva a fatica la statura ordinaria di una donna.

Il mantello che aveva indosso era, per quello che ne posso giudicare io, fatto con gusto. Attorno al braccio portava una doppia corona di piccoli coralli, tutta guarnita di verde, dalla quale pendeva un bel medaglione d’oro. Sul medaglione era incisa un’A con sopra una corona; e dopo il motto:Amor vincit omnia. Aveva con sè un’altra monaca che le faceva da cappellano, e tre preti[12].

C’era anche un monaco, un gran brav’uomo in verità: appassionato per andare a cavallo e per la caccia, di aspetto florido e degno proprio di un abate. Aveva nella stalla dei cavalli bellissimi; e quando passava col suo cavallo, si sentiva da lontanoil rumore dei sonagli ben distinto; e qualche volta suonavano forte come la campana della cappella nella quale egli aveva la sua dimora religiosa.

Il buon monaco amava il progresso: la regola di S. Marco e di S. Benedetto, un po’ troppo rigorosa, a dire il vero, era roba vecchia; meglio, quindi, lasciarla stare, e seguire le pratiche del mondo nuovo. Del testo il quale dice: che chi va a caccia non può essere un sant’uomo, e che un monaco senza regola[13]è un pesce fuor d’acqua, cioè un monaco senza monastero, non glie ne importava proprio un’acca[14]. Un testo che dice queste cose, secondo lui, non valeva un soldo[15].

E, badate, non la pensava mica male: perchè rinchiudersi in un chiostro a logorarsi il cervello con lo studio, sempre col naso sul libro? O perchè, come vorrebbe S. Agostino, fare i calli alle mani lavorando dalla mattina alla sera? Se tutti dovessero fare così, dove anderebbe a finire il mondo? Lasciamo pure a S. Agostino, se gli preme, il diritto di lavorare. Peròera un forte ed abile cavaliere, ed aveva dei levrieri che volavano come uccelli. Per lui il cavallo e la caccia della lepre erano una vera passione; non ci avrebbe rinunziato a nessun costo.

Vidi, se ben ricordo, che aveva le maniche della veste, vicino alla mano, guarnite di pelliccia, della qualità più fina che si trovasse nel suo paese. Per fermare il cappuccio sotto il mento portava uno spillo, molto curioso, lavorato in oro, che nella parte più grossa aveva un nodo d’amore[16]. Era interamente calvo, e aveva un cranio lucido come uno specchio.

Anche la faccia era senza un pelo, e liscia come se gli ci avessero passato una mano d’olio, tanto egli era grasso e ben pasciuto. Aveva gli occhi infossati, e li stralunava come un matto, mentre la testa gli fumava come il camino d’una fornace[17]. Calzava un bel paio di stivaloni di pelle molto fine, e aveva il cavallo bardato con lusso; insomma era un gran bel prelato. Non era pallido, nè pareva che avesse l’animo tormentato; e per lui un buon papero, bellograsso, era il migliore arrosto del mondo. Cavalcava un palafreno scuro come una bacca di cipresso.

C’era anche un cercatore, un fratacchiotto svelto e d’umore allegro, il quale viveva d’elemosina: l’avresti detto un sant’uomo. In tutti e quattro gli ordini di quei frati non c’era un altro che sapesse scherzare e chiacchierare come lui. Più di una volta aveva combinato, a spese sue, il matrimonio di qualche bella ragazza. Tra i frati del suo ordine era un pezzo grosso. Ben veduto da tutti, bazzicava dappertutto, ed era accolto famigliarmente dai signorotti di campagna, non solo, ma anche dalle signore più cospicue della città: perchè, com’egli stesso diceva, avendo la licenza del suo ordine, egli poteva confessare meglio di un curato. Ascoltava con molto amore la confessione, ed era molto indulgente nel dare l’assoluzione. Quando sapeva che c’era da buscare qualche cosa andava molto adagio con la penitenza: chi era pronto a fare un po’ di elemosina a un povero ordine di frati, non poteva avere macchia nella coscienza,e l’assoluzione l’aveva in saccoccia prima di confessarsi. Uno che fa l’elemosina, diceva egli, quasi vantandosi della scoperta, è già pentito dei suoi peccati. Non c’è mica bisogno di piangere: c’è della gente che ha il cuore così duro, che non sa tirare una lacrima neppure se è ferita a sangue. Quindi fa molto meglio chi senza tanti piagnistei e senza tanti paternostri, lascia guadagnare qualche cosa ai poveri frati.

Dentro il cappuccio portava sempre una quantità di piccoli coltelli[18]e di spilli, per offrirli alle belle donne che ne avessero bisogno. Aveva un bel timbro di voce, e sapeva cantare e suonare a memoria. C’era una specie di canto, poi, nella quale era insuperabile.[19]Il suo viso era bianco come un giglio. Da valoroso campione conosceva a menadito le bettole di tutte le città dove era stato, ed era amico di tutti gli osti e di tutti i più allegri cantinieri, come un lazzarone o uno straccione qualunque. Se non che, ad una persona come lui non stava bene, almeno fin dove gli era possibile farne a meno, trattare con simile canaglia. Quellanon era davvero una compagnia che gli facesse onore, e potesse giovargli; perciò era meglio accompagnarsi con chi aveva soldi, e grazia di Dio da vendere. Quando sapeva che c’era da beccare qualche cosa, correva subito, tutto gentilezza, e pronto a rendere qualunque servizio. Non c’era al mondo un uomo che avesse le sue virtù: in tutta la confraternita non era possibile trovare un altro frate più bravo di lui per domandare l’elemosina[20]. Poichè anche se andava da una povera vedova, che non avesse da dargli, per modo di dire, un paio di scarpe rotte[21], qualche cosina, prima di andar via, buscava sempre; con tanta dolcezza sapeva dire il suo:In principio. Era, poi, così accorto nel comprare e rivendere, che rimediava più col suo piccolo commercio che con la tonaca. Quando una cosa non andava a modo suo, abbaiava come un cane cucciolo; perciò quando c’era da comporre qualche questione poteva prestare un valido aiuto. Non credete che avesse l’aria di uno di quei poveri diavoli, che vanno in giro con una tonaca frustafrusta: pareva un canonico, anzi un papa addirittura. Portava una mezza cappa di lana filata a doppio, tonda e tutta d’un pezzo come una campana[22]. Quando parlava, faceva sentire, per vezzo, un po’ di lisca, affinchè la lingua inglese in bocca sua suonasse più dolce. Allorchè, finito il canto, toccava l’arpa, gli occhi gli brillavano come due stelle in una serena notte d’inverno. Questo rispettabile frate si chiamava Uberto.

C’era anche un mercante con la barba forcuta e il vestito di vari colori, il quale se ne stava sul suo cavallo, con un gran cappello di castoro in capo. Aveva un bel paio di stivali elegantemente affibbiati. Diceva le sue ragioni con molto calore, e in ogni occasione tastava accortamente il terreno, per vedere se c’era modo di guadagnare qualche cosa. Avrebbe desiderato che il tratto di mare fra Middelburg e Orewel fosse, per ogni buon fine, guardato e reso sicuro dai pirati. Era molto abile a cambiare, ad interesse, gli scudi con le altre monete. Questo bravo mercante sapeva valersi molto bene della sua abilità:e con tanta accortezza faceva gli affari, stringeva contratti, prendeva denari in prestito, che non c’era mai caso di sentir dire che avesse qualche debito. Era, in somma, una persona veramente degna; ma se devo dire la verità, non so come si chiamasse.

C’era anche un chierico di Oxford, che da un gran pezzo almanaccava con la logica. Aveva un cavallo che reggeva l’anima coi denti, ed anche lui, per dire la verità, del grasso non ne aveva da buttar via, ma era smunto e malandato. Portava un mantello tutto logoro, e non poteva comprarsene un altro, perchè ancora non godeva nessun beneficio, e non era adatto a un altro impiego qualunque. Era più contento di avere a capo del letto una ventina di volumi delle opere di Aristotile, ben rilegati in pelle nera e rossa, che dei begli abiti, o un violino, o un altro strumento a corda, per divertirsi a suonare[23]. Con tutta la sua filosofia, era sempre al verde; perchè tutto quello che poteva raccapezzare dagli amici, lo spendeva in libri o per impararequalche cosa. E pregava giorno e notte per l’anima di coloro, che contribuivano, in qualche modo, a procurargli i mezzi di studiare, non avendo egli al mondo altro pensiero, altro desiderio che lo studio. Non diceva mai una parola più del necessario: e parlava sempre correttamente, e con modestia, in poche parole, e sempre con molto criterio. I suoi discorsi erano pieni di virtù e di morale, e con ugual piacere era sempre disposto a imparare e ad insegnare.

C’era, con noi, anche un impiegato del tribunale,[24]colta e intelligente persona, il quale aveva passeggiato più di una volta su e giù per il portico di Westminster[25]. Era un uomo che aveva realmente delle ottime qualità; sempre prudente e pieno di buon senso, ispirava a tutti un certo rispetto. Godeva tale stima, ed erano così apprezzati i suoi savî discorsi, che molto spesso era invitato a sedere giudice in tribunale, a nome di una intera commissione[26]. Con la sua dottrina, e col nome che s’era fatto, guadagnava quanto voleva,e d’ogni parte gli piovevano regali. Era difficile trovare un altro che sapesse fare i propri interessi come lui. I suoi beni erano tutti libera proprietà; e non si poteva fare sospetti su quel ch’egli comprava. Era un uomo d’affari, senza dubbio, ma aveva un po’ la smania di darsi da fare anche più del bisogno. In tribunale citava tutti i momenti casi e giudizi che risalivano, nientemeno, al tempo del re Guglielmo[27]. Aveva l’abilità di redigere e presentare un verbale in modo, che nessuno vi trovava mai da ridire; e sapeva a mente tutti gli articoli del codice. Cavalcava alla meglio, con una veste di stoffa a vari colori, stretta alla vita da una cintura di seta a striscie. Ma basta del suo vestiario.

Faceva parte della brigata anche un possidente[28], con la barba bianca come un fiore di margherita e col viso molto colorito. La mattina, appena alzato, cominciava sempre con una buona zuppa nel vino. Da vero figlio di Epicuro era solito passarsela allegramente, e pensava che la vera felicità è riposta nel pieno godimento del piacere.Proprietario di case, ed uno di quelli grossi, era il S. Giuliano del suo paese[29]. Pane e birra, alla sua tavola, erano sempre della migliore qualità[30]; nessuno aveva in cantina le botti di vino che aveva lui, e in casa sua c’era sempre pronto, a tutte l’ore, qualche buon piatto, cotto al forno, di pesce o di carne, e in grande abbondanza. Da mangiare e da bere gli pioveva in casa d’ogni parte, con tutto ciò che di più squisito si può desiderare. Il suo pranzo e la sua cena variavano col variare delle stagioni. Teneva ad ingrassare in gabbia molte buone pernici, nel vivaio nuotavano a dozzine le regine e i lucci: e guai al cuoco, se la salsa non era piccante e saporita, se in cucina non andava tutto come un orologio. Nel suo salotto da pranzo c’era sempre la tavola apparecchiata, dalla mattina alla sera.

In consiglio la faceva sempre da padrone, come quegli che era stato, non so quante volte, deputato della provincia. Alla cintola, che era bianca come latte appena munto gli pendeva una daga e una borsadi seta. Aveva fatto anche il pretore e il ragioniere[31]; insomma un proprietario bravo come lui non s’era mai visto.

Erano venuti con noi anche un merciaio, un legnaiuolo, un tessitore, un tintore e un tappezziere, vestiti nell’uniforme della importante e numerosa società alla quale appartenevano; ed era tutta roba nuova e pulita. Il pugnale non aveva il manico di rame, ma tutto ben lavorato in argento, e d’argento erano anche la cintura e la borsa. Avevano tutti e cinque l’aria di persone per bene, e ognuno di loro avrebbe potuto sedere benissimo, in una sala dorata, alla tavola d’onore[32]. Per senno, poi, sarebbero stati ottimi consiglieri municipali; molto più che avevano tutti qualche cosa al sole. Le loro mogli naturalmente sarebbero state contentissime, ed avrebbero fatto male a non essere: sentirsi chiamare «signora» e la sera, andando ai ritrovi festivi in chiesa con una elegante mantiglia, prendere, senza tante cerimonie, i primi posti, è una bella soddisfazione.

Insieme con loro c’era un cuoco, cheavevano portato apposta, per fargli cucinare, all’occorrenza, un buon pollo lesso con la gelatina, e una torta di farina e di galanga[33]. Costui era un famoso bevitore di birra, e un bicchiere di quella di Londra lo sapeva giudicare senza sbagliare. Era molto bravo per cuocere l’arrosto allo spiede e sulla gratella, per il bollito, pel fritto, per fare brodi di carne battuta, e per la torta al forno. Peccato però, pensavo, che avesse il cancro ad una gamba: cucinava così bene il cappone in galantina[34]!

C’era anche un marinaro, che veniva dal lontano Occidente, ed era, per quello che potei capire, di Dartmouth. Cavalcava, alla meglio, un ronzino preso a nolo, e indossava una veste grossolana, che gli arrivava giù fino al ginocchio. A tracolla, appesa a un cordone, portava una daga; i cocenti calori dell’estate gli avevano abbronzato il viso. In fondo era davvero un buon diavolo, sebbene nel suo viaggio a Bordeaux, mentre il mercante se la dormiva tranquillamente sulla nave, spillasse ogni tanto, dalla botte, qualche bicchiere di vino,senza tanti scrupoli di coscienza......................[35]

Come marinaro però e come pilota, per abilità nel conoscere le maree, le correnti e le secche per le quali doveva passare, e per calcolare l’altezza del sole e della luna, non se ne trovava uno compagno, neppure a cercarlo da Hull[36]a Cartagine. Era coraggioso, e nello stesso tempo aveva molta prudenza nell’avventurarsi[37]; più di una tempesta gli aveva arruffato la barba. Conosceva a occhi chiusi tutti, i porti, da Gothland fino al capo di Finistere[38], e tutti i golfi della Bretagna e della Spagna. La sua nave si chiamavaMaddalena.

Era venuto con noi anche un dottore, di cui non c’era in tutto il mondo l’eguale in medicina e in chirurgia, poichè conosceva a fondo anche l’astrologia. Si occupava moltissimo dei suoi malati, intrattenendoli delle ore intere con esperimenti magici; e con molta abilità sapeva rendere l’oroscopo[39]favorevole all’ammalato.

Trovava subito la causa di qualunque malattia, sia che provenisse dal freddo, siadal caldo, o dall’umidità o dalla siccità dell’aria; con un’occhiata, vedeva dov’era il germe del male e come si era formato. Era in verità un ottimo pratico. Conosciuta la causa e trovato il germe della malattia, lasciava la sua ricetta, e c’erano subito pronti gli speziali, che mandavano droghe e pillole, d’accordo con lui, da buoni e vecchi amici, nel cavar sangue al prossimo. Aveva studiato a fondo il vecchio Esculapio, Dioscoride, Rufo, il vecchio Ippocrate, Hali e Galene, Serapion, Rasis, e Aviceno, Averrois, Damasceno e Costantino, Bernardo, Gatisdeno e Gilbertino[40].

Mangiava poco, ma cercava che quel poco fosse roba nutritiva e facile a digerirsi. Sulla Bibbia non ci perdeva molto tempo; aveva un vestito rosso-sangue e celeste, foderato di taffetà e di seta piuttosto fina. Quando si trattava di spendere, andava molto adagio, e in questo modo s’era messo da parte tutto quello che aveva guadagnato nell’anno, in cui ci fu quella famosa pestilenza[41]. Poichè l’oro è il cordiale delmedico, egli lo preferiva, naturalmente, a qualunque altra cosa.

C’era anche una buona donna di un paese vicino a Bath, la quale, per sua disgrazia, era un po’ sorda. Lavorava così bene il panno, che le sue stoffe superavano quelle di Ipres e di Ghent[42]. In tutta la parrocchia nessuna donna si sarebbe arrischiata di andare prima di lei a offrir l’obolo all’altare; e se qualcuna si provava a passarle innanzi, ne avea tanta rabbia, che tutta la sua devozione andava in fumo. I fazzoletti che la Domenica portava attorno, sul capo, per vendere, erano di un tessuto bello doppio: ci scommetto che pesavano almeno una diecina di libbre[43]. Aveva le calze rosse scarlatto, ben tirate su al ginocchio, e un bel paio di scarpe nuove. Era una bella donna; un po’ provocante con quel suo viso colorito: ma in fondo era stata sempre onesta. Tant’è vero che aveva salito cinque volte l’altare[44]per andare a marito, e da giovane non aveva avuto mai tresche; ma lasciamo stare il passato, chè ora non è il caso di andarlo a rivangare. Era stata trevolte a Gerusalemme, e aveva passato molti fiumi stranieri, e visto Roma, Bologna, S. Jacopo in Galizia, e Colonia, cosicchè non le mancava davvero la pratica di viaggiare. Per dire la verità era piuttosto ghiotta[45]. Cavalcava con disinvoltura un buon cavallo; aveva il collo ben coperto, e in capo portava un cappello largo come uno scudo o una targa. Era avvolta in un gran mantello che le scendeva, stretto ai fianchi, fino ai piedi, e alle scarpe aveva un bel paio di sproni appuntati. In compagnia rideva e chiacchierava che era un piacere; conosceva tutti i filtri dell’amore, poichè nell’arte di questo vecchio giuoco era provetta[46].

C’era anche un buon prete, un povero parroco di una piccola città, il quale era proprio un sant’uomo; aveva molta dottrina, e predicava, sinceramente, il vangelo di Cristo, educando, con gran devozione, i suoi parrocchiani. Faceva molta carità, si occupava con grandissima premura del suo gregge, e più d’una volta aveva dato prova di molta rassegnazione nella sventura.

Sentiva una certa ripugnanza ad angustiarsi per gl’interessi suoi[47], e preferiva pensare a gli altri; infatti era sempre in mezzo ai suoi poveretti, per dividere con loro quello che ricavava dalle offerte, e qualche volta anche il frutto di quel po’ di roba che aveva. Per lui ce n’era d’avanzo: si contentava di poco. La sua parrocchia era molto grande, e si stendeva fino a certe case lontanissime dalla città; nonostante, anche con l’acqua e coi tuoni, egli non abbandonava mai i suoi afflitti: prendeva su il suo bastone, e via, a piedi, a trovarli. In tutte le cose dava per il primo il buon esempio, e poi predicava agli altri. Ricorreva sempre alle parole del vangelo, e finiva spesso con questo paragone: «Se l’oro fa la ruggine, che cosa farà mai il ferro? Se un prete, al quale noi ci affidiamo, è il primo a dare il cattivo esempio, che cosa dovrà fare un povero ignorante?... È una cosa vergognosa, se uno ci pensa bene, vedere un cattivo pastore in mezzo a delle buone pecore. Perciò è dovere di ogni buon preteinsegnare con l’esempio al suo gregge, come bisogna vivere in questo mondo.»

Questo buon parroco non era uno di quei tali, che riducono il beneficio un mercato, e lasciano marcire nel fango il loro gregge. Non correva a S. Paolo in Londra, per farsi una prebenda pregando per l’anima dei morti, o con la speranza di trovare un posticino in qualche confraternita. Se ne stava sempre a casa, e badava con molta cura alle sue pecore, sempre attento che il lupo non glie ne portasse via qualcuna. Insomma, faceva il pastore, non faceva il mercante. Sebbene avesse un animo così retto e virtuoso, non trattava mai con asprezza quelli che peccavano; nè parlava loro severamente, ma li ammoniva sempre con la sua solita bontà. La sua vita non aveva altro fine che quello di mostrare alle anime la via del paradiso. Però se qualcuno si ostinava nel male, e non la voleva intendere con le buone (fosse un signore o uno del popolo, era lo stesso), sapeva trattarlo come si meritava. Vi dico che era proprio il più buon prete del mondo.Nemico di ogni pompa e di ogni lusso, non si dava pensiero di condire le sue prediche con belle frasi[48]: predicava la dottrina di Cristo e dei suoi dodici apostoli, ed era il primo a seguirla.

Con lui era venuto anche un suo fratello, contadino, che aveva caricato, in vita sua, molti carri di letame; ed era un uomo laborioso e dabbene, di indole tranquilla, e molto caritatevole. Venerava Iddio con tutto il cuore, e, bene o male che gli andassero gli affari, il suo primo pensiero era sempre rivolto a lui; poi pensava al prossimo, che egli amava come sè stesso. Quando aveva tempo, batteva il grano, zappava, e vangava la terra, per quei poveri contadini che non si potevano permettere il lusso di pagare le opere; e lavorava sempre per amore di Dio, senza prendere un centesimo da nessuno. Pagava puntualmente le sue decime, su ciò che guadagnava con le sue fatiche, e su quel po’ di roba che aveva. Cavalcava una cavalla, avvolto in un tabarro.

C’erano anche un mugnaio, un economo,un fattore, un cursore un mercante d’indulgenze[49], e per ultimo c’ero io.

Il mugnaio era un tocco di villano, coi muscoli d’acciaio e le ossa così robuste, che non ce la poteva nessuno; infatti nella lotta riusciva sempre vincitore, e guadagnava il montone. Era tarchiato, e duro come un nodo d’albero: con un colpo di testa sgangherava o sfondava qualunque porta. Aveva la barba rossiccia come le setole della scrofa e il pelo della volpe, e la portava piatta come una pala. Proprio sulla punta del naso ci aveva un bernoccolo con un ciuffo di peli, rossi come le setole delle orecchie di una scrofa, e le narici erano larghe e nere. Al fianco portava una sciabola e uno scudo. La bocca pareva un forno. Era un famoso chiacchierone, un goliardo che passava la vita nel vizio e nel vitupero, ed aveva un’abilità straordinaria per farsi la parte sul grano che gli portavano a macinare, facendosi pagare, per giunta, tre volte invece d’una[50]. Nondimeno, per Dio, aveva anche lui, il suo pollice d’oro[51]. Era vestito di bianco, conun cappuccio celeste in capo; e siccome suonava molto bene la cornamusa, ci fece camminare a suon di musica fino fuori della città.

L’economo, persona molto gentile, era al servizio di un collegio di avvocati[52], e da lui tutte le serve avrebbero potuto imparare a far la spesa. Perchè era così accorto, che, anche se la roba che comprava non la pagava subito, ma la prendeva a credenza, trovava sempre il modo di portar via di bottega quel che c’era di meglio, e di intascare qualche soldo[53]. Siamo giusti, domineddio gli aveva dato un bel dono: vi pare poco, che un uomo, il quale in fondo era un pezzo d’ignorante, avesse l’abilità di rivendere tanti dottori?

I suoi padroni, gli avvocati del collegio, erano più di una trentina, e in fatto di legge ne sapevano tutti di molto, ed erano valentissimi. Immaginatevi che ce n’era una dozzina, i quali sarebbero stati capaci di amministrare il patrimonio e i terreni di qualunque Lord inglese. E con la sua rendita (salvo che non avessero dovuto combatterecon un matto) gli avrebbero fatto fare la figura del gran signore, senza un centesimo di debito, se pure non avesse preferito menare una vita semplice e modesta. Erano amministratori così abili, che avrebbero saputo rimettere in gambe le finanze di qualunque provincia, per quanto malandata; eppure il nostro economo, quando si trattava della spesa, li metteva tutti nel sacco.

Il fattore era un uomo magro e collerico; si faceva radere la barba fino alla pelle, e intorno all’orecchio voleva sempre ben tagliati i capelli. Davanti aveva il cocuzzolo spelato come un prete. Aveva un paio di gambe lunghe e secche come due bastoni, senza un’oncia di carne. Per tenere in ordine un granaio o un magazzino era valentissimo; e non c’era revisore che potesse trovare da ridire su i conti fatti da lui. Dalla siccità e dalla umidità della stagione ti sapeva dire, senza sbagliare, come sarebbe andata la raccolta. Le pecore, il bestiame, il latte e il burro, i maiali, il cavallo, le provviste, e i polli del suo padrone, erano tutti affidati alla suacustodia e direzione; e per contratto faceva il rendiconto annuale, fin da quando il suo padrone aveva vent’anni. Nel suo libro non c’erano arretrati: i conti erano sempre in regola. Fattori, contadini e pastori, conoscevano tutti la sua furberia e le sue astuzie, e avevano di lui una paura indiavolata. Abitava in un luogo amenissimo, ombreggiato dal verde degli alberi. Zitto e cheto s’era messo da parte un bel gruzzolo, poichè sapeva spendere il denaro meglio del suo padrone, del quale cercava, furbo matricolato, di entrare nelle grazie, prestandogli, all’occorrenza, del suo, e guadagnandoci qualche volta, insieme ai ringraziamenti, anche un vestito o un cappello. Da giovane aveva imparato il mestiere del legnaiuolo, ed era riuscito un valente artigiano. Cavalcava un bellissimo stallone grigio pomellato, ed era vestito di una lunga cappa turchina, con una spada arrugginita al fianco. Questo fattore si chiamava Scot, ed era nato a Norfolk, vicino ad una città chiamata Baldeswell. Aveva la cappa legataalla vita come un frate, e cavalcava sempre in coda alla brigata.,

C’era, con noi, anche un usciere del tribunale ecclesiastico, con una faccia da cherubino, rossa come il fuoco per uno sfogo che gli era venuto fuori. Aveva gli occhi piccolissimi, ed era caldo e lascivo come un passerotto. Le ciglia spelate e la barba mezza spelacchiata lo faceano sì brutto, che i bambini ne avevano un gran terrore. Mercurio, piombo bianco, zolfo, borace, biacca, tintura di tartaro, unguenti, tutto era inutile: non era possibile trovare una medicina, che gli facesse sparire dal viso tutte quelle pustole bianche, e gli spianasse i bernoccoli che aveva sulle gote. Faceva delle gran mangiate d’aglio, di cipolla, di porri, e ci trincava sopra del vino generoso e rosso come il sangue, chiacchierando e gridando come un ossesso. Quando poi aveva bevuto ben bene, allora cominciava a parlare in latino. Stando tutto il giorno al tribunale in mezzo alle sentenze e ai decreti, niente di più naturale che qualche frase latina gli fosse rimasta in mente: del resto,ognuno sa che anche una gazza impara a discorrere bene come il papa[54]. Se qualcuno poi per divertirsi col suo latino lo faceva discorrere un poco, tirava fuori tutta la sua dottrina, e si metteva a gridare:Questio quid juris[55].

Scapestrato sì, ma in fondo aveva il core buono, e non c’era più buon diavolo di lui; se un amico gli pagava un quartuccio di vino, era padrone di tenersi, magari per un anno intero, una concubina: egli lo compativa, e chiudeva un occhio volentieri. Quando qualche merlo gli capitava sotto, se lo pelava, piano piano, senza che questi se ne accorgesse[56]. Tutte le volte che s’imbatteva in qualcuno dei suoi buoni amici gli insegnava a non aver paura dei fulmini dell’arcidiacono, dicendo: «l’anima nostra non è mica rinchiusa dentro la nostra borsa. Perciò niente paura, perchè l’arcidiacono colpisce lì, lì dentro è l’inferno per lui». Ma egli mentiva per la gola: il colpevole dovrebbe temere sempre la scomunica, poichè questa perde l’uomo, come l’assoluzionelo salva; e dovrebbe, ognuno, guardarsi dalsignificavit[57].

Aveva sotto la giurisdizione del suo ufficio tutta la gioventù[58]della diocesi, e con tutti era largo di consigli, con tutti si trovava sempre d’amore e d’accordo. S’era messo in capo una ghirlanda di fiori come quelle che si vedono appese per insegna alle birrerie, e invece di scudo portava una focaccia.

Insieme a lui cavalcava un simpatico mercante d’indulgenze, di Roncisvalle, suo degno amico e compare, il quale era ritornato proprio allora da Roma. Non faceva altro che cantare con quanto ne aveva in gola: «Amor mio vien qui da me[59]»; mentre l’usciere con una voce che sonava più di un trombone, gli faceva il basso accompagnandolo. Questo mercante di indulgenze aveva i capelli biondi come la cera, e morbidi come fiocchi di lana, che gli cascavano giù per le spalle, un ciuffo qua e un ciuffo là, molto radi; nonostante, per fare il chiasso stava senza il cappuccio, e lo teneva chiuso in fondo alla sacca. Pretendeva di cavalcaresecondo l’ultima moda, e se ne andava, coi capelli svolazzanti per le spalle, con una semplice berretta in testa, mentre gli occhi gli luccicavano come quelli di una lepre. Sulla berretta aveva cucito una piccola immagine di Cristo, e si teneva davanti la sua sacca, piena zeppa d’indulgenze che venivano belle calde da Roma. Parlava con una vocina così curiosa, che pareva di sentir belare una capra. Era senza un pelo di barba, e ormai, credo, aveva perduto la speranza di averne: con quella faccia così pulita e liscia, sembrava sempre uscito dalla bottega del barbiere. Non mi ricordo bene se montava un cavallo o una cavalla.

Da Berwike a Ware non c’era un mercante d’indulgenze bravo come lui. In fondo alla sua sacca c’erano dei veri tesori: c’era una federa, che era fatta, niente di meno, col velo di Maria Vergine; c’era un pezzo della vela che portò S. Pietro pel mare, quando incontrò Gesù che lo raccolse e lo salvò. C’era una croce di metallo con pietre preziose, e degli ossi di porco dentro un bicchiere.Con queste reliquie quando trovava qualche povero curato di campagna, in un giorno solo gli rimediava più di quello che il poveretto non guadagnava in due mesi. E così lisciando e scherzando egli si giocava il curato e tutta la sua gente. Però bisogna dire la verità, in chiesa era un gran bravo prete. Leggeva molto bene l’epistola, e qualunque altra parte della messa;[60]ma era proprio inarrivabile nel cantare un offertorio. Siccome sapeva che subito dopo c’era la predica, e bisognava scioglier la lingua[61]per intascare quattrini con la sua solita abilità, cantava con maggior lena, e gridava con quanto ne aveva in gola.

E così, eccovi, in poche parole, la condizione, l’abbigliamento, il numero di tutta quella brava gente, e l’occasione in cui l’allegra brigata si trovò riunita a Southwork nella simpatica osteria delTabarropresso Belle. Bisogna ora che vi racconti, come ce la passammo quella notte lì all’osteria; poi vi dirò qualche cosa della nostra cavalcata, e saprete tutto il resto del nostro pellegrinaggio.

Comincio dunque col chiedere alla vostra cortesia, lettori carissimi, di non volervela prendere con me e tacciarmi di ignorante, se io vi parlo alla buona, e vi racconto i discorsi e gli scherzi dei miei compagni di viaggio, con le loro precise parole. D’altronde, lo sapete meglio di me, chi racconta, deve cercare, fin dove gli è possibile, di riferire scrupolosamente quello che ha sentito, senza badare a come deve parlare. Altrimenti finisce per non dire la verità, ed è costretto quindi a inventare o a lambiccarsi il cervello dietro alla metafora. Quand’anche si trattasse di raccontar qualche cosa che si riferisse, faccio per dire, a un fratello, siamo sempre lì: non bisogna badare a una parola piuttosto che a un’altra. Guardate un po’ Cristo: nella sacra scrittura egli parla apertis verbis, e dice sempre le cose come sono; eppure nessuno ci ha trovato mai nulla di male. E Platone, signori miei, che cosa dice a questo proposito? Dice, a chi lo sa leggere, che le parole debbono essere parenti dei fatti[62].

Vi prego anche di perdonarmi se qui nelmio racconto non ho dato a ciascuno dei miei compagni di viaggio il debito posto, secondo la propria condizione, come avrei dovuto fare. D’altronde il mio ingegno, lo vedrete bene, è un po’ corto.

Il nostro oste, dunque, fece festa e buon viso a tutti, e ci mise a tavola in un momento, servendoci delle ottime vivande. Il vino era piuttosto generoso, e andava giù che era un piacere. L’oste, dicevo, il quale era stato maggiordomo di palazzo, ci trattò con molta cortesia. Egli era piuttosto grosso, ed aveva gli occhi infossati. In Chepe non c’era un tipo più simpatico di lui: franco savio e pieno di accortezza, uomo nel vero senso della parola, e per di più sempre di umore allegrissimo. Dopo cena si mise subito a scherzare con noi, e ci tenne un po’ allegri co’ suoi discorsi; poi saldati i conti disse: «Signori miei, siate di cuore i ben venuti; sulla mia parola io non ho mai avuto in questo albergo una così geniale brigata. Se mi riuscisse, vorrei trovare il modo di farvi sembrare il lungo cammino che dovete fare, meno noioso che fosse possibile.E credo proprio di aver trovato un mezzo molto semplice, e che non vi costerà nulla. Voi andate tutti a Canterbury, non è vero? Il signore v’accompagni, e il beato martire vi ricompensi. Or bene, io m’immagino che lungo la strada cercherete di chiacchierare e di scherzare; perchè il viaggio non offre, davvero, nulla di bello e di divertente, a chi abbia intenzione di starsene sul suo cavallo come un pezzo di marmo. In questo caso, signori miei, mi propongo io, come vi dicevo, di farvi passare il tempo più presto e con meno noia. Se vorrete avere la gentilezza di seguire tutti il mio consiglio, e se domani quando sarete a cavallo vi piacerà fare quello che vi dirò io, vi giuro su l’anima di mio padre, il quale è morto, che farete un viaggio piacevolissimo. Quando non fosse vero, tagliatemi la testa con un colpo. Ma senza tante chiacchiere, su la mano, ai voti!»

La nostra approvazione non si fece aspettare tanto: ci parve che non fosse il caso di discutere la proposta dell’oste; e senz’altro accettammo, pregandolo di esporre il suo disegno.

«Signori, diss’egli, fate del vostro meglio per ascoltarmi, e non ve ne abbiate a male, vi prego, se la mia proposta non vi piace. Ecco, in sostanza, di che cosa si tratta. Ciascuno di voi, per ingannare la lunga strada, dovrà raccontare due novelle nell’andare e altre due al ritorno; s’intende che ognuno è padrone di raccontare fatti avvenuti quando che sia. Chi di voi si porterà meglio, cioè chi racconterà cose più belle e più divertenti, dovrà avere una cena, qui in questo albergo, a questa stessa tavola, pagata da tutti gli altri al vostro ritorno da Canterbury. E perchè possiate fare un po’ più di allegria, verrò anch’io con voi, a mie spese bene inteso, e vi farò da guida; proponendo, fino da ora, per chi lungo il cammino non farà quello che dico io, la punizione seguente: pagare le spese, di viaggio per tutti. Se l’idea vi piace, ditelo senza tanti complimenti, che io domattina mi farò trovare pronto per tempo.»

L’idea dell’oste piacque, e tutti demmo di buon animo la nostra parola, pregandolonon solo a voler fare davvero quanto ci aveva proposto, ma a volere essere il nostro capo, e nello stesso tempo giudice e relatore delle nostre novelle. E fino da quel momento fu stabilita, a un dipresso, la spesa della cena da farsi al nostro ritorno. Così da quanti eravamo li presenti, senza distinzione di grado, fu convenuto di affidarsi all’oste come guida, e di sottomettersi, di comune accordo, al suo giudizio di relatore. Egli allora ci portò del vino, e dopo aver bevuto ce ne andammo tutti a letto senza altro.

La mattina, appena giorno, il nostro oste si alzò prima di tutti, e fu così il gallo che ci cantò la sveglia. Messici tutti in rango, e montati a cavallo, c’incamminammo, di passo per la strada che conduce all’abbeveratoio detto di S. Tommaso[63]. Qui l’oste fermò il suo cavallo, e disse: «Signori, vi prego di ricordarvi della vostra promessa; se il canto della sera va d’accordo con quello della mattina, vediamo chi è che deve raccontare la prima novella. Ch’io non possa bere più, in vita mia, unagoccia di birra e una goccia di vino, se chi si rifiuta di obbedirmi non farà per tutti le spese del viaggio!

Signor cavaliere, mio padrone, qua anche voi a fare al conto,[64]poichè ho stabilito che decida la sorte chi deve essere il primo a raccontare. Anche voi, sora Madre priora, venite qua; e voi signor chierico, siete pregato d’essere un po’ più svelto, e di non pensare ora ai libri. Avanti, giù la mano tutti».

In un momento tutte le mani si schierarono, e per non farla tanto lunga (fosse fatalità o caso, o quel che si voglia), la sorte cadde sul cavaliere, con gran piacere di tutta la brigata. E così gli toccò a raccontare pel primo la sua novella, secondo quello che di comune accordo era stato stabilito, come già sapete. Quel buon diavolo del cavaliere, in fine, quando vide che toccava a lui, da uomo savio, e sempre pronto a mantenere la sua parola, disse: «Ebbene, se devo essere io il primo, tanto meglio: sia lodato Dio, che è toccato proprioa me! Mettiamoci, dunque, in cammino, e fate attenzione a quello che dico.»

Con queste parole riprendemmo la nostra strada, e il cavaliere di buonissimo umore cominciò subito il suo racconto, e disse questa novella.


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