NOVELLA DEL CAVALIERENellestorie dei tempi antichi si racconta che una volta c’era un duca, chiamato Teseo, il quale era signore e governatore di Atene; ed aveva così gran fama di conquistatore, che allora non ce n’era uno più grande di lui sotto la cappa del sole. Aveva conquistato molti grandi regni, e da valente e prode cavaliere era riuscito a soggiogare anche quello delle donne conosciuto anticamente col nome di Scizia, sposando la bella regina Ippolita, che egli si portò gloriosamente e con solenne pompa in Atene, insieme con la giovane sorella di lei Emilia. Ed ora appunto questo duca famoso cavalca verso Atene in mezzo allagloria e ai suoni del trionfo, seguito da tutto il suo esercito in armi.Se non avessi paura di andare troppo per le lunghe, vi racconterei per filo e per segno in qual modo Teseo riuscì, coi suoi cavalieri, a vincere il regno delle donne; vi descriverei la grande battaglia fra Atene e le Amazzoni, l’assedio di Ippolita, la bella e coraggiosa regina della Scizia, le feste che celebrarono le sue nozze con Teseo, e i sacrifici ch’egli fece, al suo ritorno, nel tempio di Pallade. Ma pur troppo, per questa volta, debbo farne a meno. Dio sa quale vasto campo da arare io ho davanti a me: e i buoi che tirano il mio aratro sono fiacchi. Il seguito della mia storia, dicevo, è molto lungo; e non vorrei che qualcuno di voi, per colpa mia, dovesse rinunziare al suo racconto. Ciascuno deve dire la sua novella, e staremo a vedere, poi, chi vincerà la cena. Riprendiamo, dunque, dove eravamo rimasti.Il duca del quale vi parlavo, giunto quasi alle porte della città, e quando stava proprio per entrarvi con tutto il suo splendidoseguito, volgendo per caso gli occhi da una parte della strada, vide una lunga fila di signore abbrunate, che stavano in ginocchio a due a due, lungo la strada, piangendo e gridando così disperatamente, che mai persona viva aveva sentito tali lamenti. Nè si chetarono, finchè non ebbero fermato il cavallo di Teseo, prendendolo per la briglia.«Chi siete, disse loro Teseo, voi che col pianto turbate in questo modo, il mio trionfo? Piangete forse, e vi lamentate così, per invidia della mia gloria? Chi vi ha maltrattato, chi vi ha offeso? Ditemelo, ch’io possa, se è possibile, rimediarvi. Come mai siete tutte vestite di nero?»Allora la più vecchia fuori di sè dal dolore, e col pallore della morte in viso, che faceva pietà a guardarla e a sentirla, rispose:«Signore, fortunato vincitore, e glorioso conquistatore, non è davvero la vostra gloria o la fama vostra che ci affligge: abbiate compassione di noi, e prestateci il vostro soccorso, ve ne scongiuriamo. Movetevia compassione del nostro dolore e della miseria nostra. Siate così generoso da lasciar cadere una goccia della pietà vostra su noi, povere disgraziate. Pensate che noi tutte eravamo, un giorno, duchesse o regine, ed ora siamo povere donne. Vi abbiamo aspettato per quindici interi giorni, qui nel tempio della Dea Clemenza, per domandarvi il vostro aiuto: voi potete soccorerci, se volete. Io, povera disgraziata, che piango e mi dispero così, sono la moglie di Capaneo, che morì (quel giorno sia maledetto!) a Tebe. Quante voi vedete qui piangere in questo triste abbigliamento, tutte abbiamo perduto il marito là durante l’assedio. Ed ora il vecchio Creonte re di Tebe pieno d’ira e di malvagità, spinto dal dispetto e dalla prepotenza, per fare oltraggio al corpo dei mariti nostri uccisi in battaglia, ha fatto fare una catasta di tutti i morti, e non permetterà assolutamente che sieno sepolti o bruciati: vuole, per disprezzo, che siano lasciati come pasto ai cani.»A queste parole si lasciarono cadere, senza alcun ritegno, per terra, e cominciaronoa gridare pietosamente: «abbiate un po’ di compassione di noi, povere disgraziate, e lasciate che il nostro dolore vi tocchi il cuore.»Il buon duca, sentendole parlare in questo modo, commosso, saltò giù da cavallo. Nel vederle ridotte dalla nobiltà di una volta a tanta miseria e a tanto avvilimento, gli parve di sentirsi spezzare il cuore ad un tratto; e fattele alzare in piedi, cercò con ogni mezzo di confortarle, e sulla sua lealtà di cavaliere giurò che avrebbe fatto quanto gli era possibile per vendicarle del tiranno Creonte, promettendo loro che tutta la Grecia avrebbe parlato, presto, della fine che per la mano di Teseo farebbe quell’uomo ben meritevole della morte.E subito, senza porre tempo in mezzo, spiegò le insegne e mosse a cavallo verso Tebe, seguito da tutto il suo esercito. Non volle nemmeno entrare in Atene per riposarsi una mezza giornata, ma quella notte stessa si mise in cammino. Prima di partire fece accompagnare ad Atene la regina Ippolita e la bella sorella di lei, Emilia, perchèlo aspettassero là; quindi senza che io ve la faccia tanto lunga, montò a cavallo, e via per la sua strada.Nella grande bandiera bianca la figura rubiconda di Marte, con la lancia e lo scudo, risplende così fulgida, che al suo passare tutti i campi scintillano. Vicino alla bandiera segue la insegna di Teseo, tutta d’oro, nella quale è raffigurato il Minotauro da lui ucciso in Creta. Così, dunque, cavalcava il duca conquistatore, accompagnato dal fiore dei cavalieri ateniesi; giunto finalmente a Tebe, scese con garbo da cavallo, e si fermò in un campo ove stabilì di dare battaglia. E per farla corta, venuto alle mani col re di Tebe lo uccise, da prode e leale cavaliere in aperta battaglia, e mise in fuga tutte le sue genti. Quindi prese d’assalto la città, abbattendone le mura, spezzando in ogni luogo sbarre e travi, e restituì alle signore ateniesi i corpi dei loro morti mariti, affinchè facessero loro le debite esequie, secondo il costume d’allora.Troppo tempo ci vorrebbe per descrivere i pianti e i lamenti che levarono ledonne di Atene mentre bruciavano i cadaveri, le cerimonie con cui Teseo, l’illustre conquistatore, prese congedo da loro: ed io ci rinunzio perchè non ho intenzione di andare tanto per le lunghe.Teseo dunque, questo nobile duca, ucciso Creonte ed espugnata la città di Tebe, non abbandonò mai il campo di battaglia, restandovi perfino a dormire la notte, oramai padrone di fare là il comodo suo. Intanto i soldati dopo la vittoria si abbandonarono al saccheggio, frugando nel mucchio dei cadaveri per spogliarli delle vesti e delle armi. Ora accadde che costoro, in mezzo alla catasta dei morti, trovarono due giovani cavalieri, feriti gravemente in varie parti del corpo, i quali giacevano per terra, l’uno accanto all’altro, vestiti di bellissime e ricche armi. L’uno aveva nome Arcita, l’altro si chiamava Palemone, ed erano tutti e due fra la vita e la morte. Gli araldi, dalla cotta d’armi e dagli abiti che avevano indosso, si accorsero subito che i due giovani appartenevano alla famiglia del re di Tebe, e li riconobbero, precisamente, perfigliuoli di due sorelle. Allora gli stessi soldati li trassero fuori dal mucchio dei morti, e li portarono, con molta cura, alla tenda di Teseo, il quale non volle sapere di riscatto, e li fece subito condurre in Atene, perchè fossero rinchiusi per sempre in prigione. Ciò fatto Teseo si mise a cavallo, e se ne ritornò col suo esercito in Atene, incoronato di alloro come un conquistatore, e là finì felice e contento i suoi giorni. Ma senza farla tanto lunga torniamo a Palemone e Arcita, i quali se ne stavan chiusi in una torre nell’angoscia e nel dolore, senza speranza di poterne mai uscire, poichè sapevano bene che non c’era oro che potesse riscattarli.Dunque, a un giorno per volta, passarono degli anni; quando una mattina di maggio Emilia, più bella in volto del giglio sul verde stelo, più fresca del maggio stesso con tutti i suoi novelli fiori (poichè il suo colore gareggiava con quello della rosa, e non so chi delle due fosse la più bella), una mattina, dicevo, Emilia secondo il solito si alzò e si vestì prima che fosse giorno. Maggionon lascia poltrire la gente nel letto: ogni animo gentile lo sente, e balza improvviso dal sonno appena questi gli grida: «levati e fa il tuo dovere».Emilia dunque ricordandosi che doveva far gli onori a Maggio si alzò. Perchè sappiate com’era abbigliata, aveva indosso una veste nuova, e i bei capelli biondi legati in una lunga treccia le pendevano giù per le spalle. Si divertiva a passeggiare su e giù pel giardino, mentre il sole sorgeva a poco a poco. Coglieva qua e là dei fiori rossi e bianchi, e ne intrecciava una graziosa ghirlanda per la testa, cantando come un angelo del cielo. Per l’appunto era unita al muro di questo giardino la grossa e sicura torre (il carcere principale della cittadella), nella quale erano chiusi i due cavalieri di cui vi ho parlato e dovrò ancora parlarvi.Era una bella mattina di maggio, e il sole risplendeva nel cielo. Palemone, il povero prigioniero, si era alzato, e col permesso del carceriere era salito secondo il solito, ad una camera su in alto, dalla quale egli scopriva tutta la bella città, e il giardinoverdeggiante di rami, dove la bella e giovane Emilia passeggiava per diletto.Il povero prigioniero andava su e giù per la stanza tutto addolorato, e lamentandosi con se stesso della sua disgrazia diceva ogni tanto: ma perchè sono venuto al mondo?Ora il caso fece che egli attraverso le fitte e grosse sbarre di una finestra gettasse gli occhi sopra Emilia, e ferito al cuore dalla sua bellezza si traesse indietro mandando un grido.Dal quale scosso improvvisamente Arcita disse a Palemone: «Cugino mio, che cosa hai? Perchè sei pallido come la morte? Perchè hai gridato così? Chi è che ti ha fatto del male? Se è la prigionia che ti fa soffrire in questo modo, sopportala con rassegnazione, per l’amore di Dio, poichè non c’è rimedio. Il destino ci ha riserbato questa sventura: certo deve essere stato un maligno influsso di Saturno o di qualche costellazione. Invano abbiamo cercato di scongiurare il pericolo: il cielo era disposto così fin dal giorno della nostra nascita; bisogna rassegnarsi, non c’è questione.»Rispose Palemone: «Cugino, in verità tu ti sei immaginato una cosa che non è vera. Non mi ha fatto gridare la prigione: gli è che proprio in questo momento ho ricevuto una ferita, che passandomi per gli occhi, è penetrata fino al cuore uccidendomi. La bellezza di una donna che passeggia laggiù nel giardino è ciò che mi fa gridare e soffrire. Io non so se sia una donna o una dea, ma se io non m’inganno deve essere proprio Venere.»E così dicendo cadde in ginocchio ed esclamò: «Venere, se per tua volontà tu appari così in questo giardino a me povera disgraziata creatura, aiutaci a fuggire da questa prigione. Se è nostro destino irrevocabile di dover morire quì dentro, abbi compassione del nostro lignaggio così oltraggiato da un tiranno.»A queste parole Arcita si mise a spiare nel giardino, dove la donna seguitava a passeggiare su e giù. E rimase così colpito dalla bellezza di lei, che se Palemone ne fu ferito mortalmente, la sua ferita non era meno mortale davvero. E sospirando dissepietosamente: «La giovane beltà di colei che passeggia laggiù mi uccide. Se quella donna non mi concede, per pietà, di poterla almeno vedere, io sono bell’e morto.»Palemone guardando, tutto arrabbiato, il cugino gli disse: «Arcita, ma tu dici questo davvero, oppure scherzi?» «No, rispose Arcita, io dico davvero, in fede mia. Dio volesse che in questo momento avessi voglia di scherzare.»Allora Palemone aggrottando le ciglia soggiunse: «Arcita, non ti farebbe onore ingannare e tradire me in questo modo; me che sono tuo cugino, e dopo il giuramento fatto solennemente da tutti e due di essere sempre come due fratelli, di lasciare piena libertà l’uno all’altro (a costo di morire, e fino al giorno in cui la morte ci avrebbe separati) in amore e in qualunque altra circostanza; dopo che noi abbiamo giurato, anzi, che tu in ogni caso avresti aiutato me, ed io te. Questo fu il nostro giuramento, io lo ricordo bene, tu non puoi dire di no. Tu dunque ora dovresti aiutarmi col tuo consiglio: invece mancando alla tua parolavuoi amare la donna mia, quella che io amo e servo, che amerò e servirò fino a che il cuore mi batterà nel petto.Ma tu o Arcita, mancatore di parola non farai questo certamente. Io fui il primo ad amare quella donna, e confessai a te l’amore mio come ad un confidente, come ad un fratello che aveva giurato di aiutarmi. Tu dunque, se sei un cavaliere, devi aiutarmi come puoi, altrimenti io ho il diritto di chiamarti un uomo sleale.»Arcita rispose risentito: «Tu piuttosto sarai un mancatore di fede e non io; anzi sei, e te lo dico chiaramente sul viso. Perchè quella donna io l’ho amata prima di te: vorresti dire di no? Tu l’avevi creduta una dea, quindi il tuo non è amore ma venerazione, mentre io l’amo come creatura umana. E appunto per questo ti ho detto tutto, come ad un cugino il quale aveva giurato di essermi fratello.Ma supponiamo pure che tu sia stato il primo ad amarla: non conosci il motto di quell’antico saggio il quale disse: “chi può dettare legge ad un amante?” Amoreè la legge più potente che un povero mortale abbia mai dettato. E infatti tutti i giorni, e da gente di qualunque condizione, noi vediamo infrangere per amore le leggi più assolute e giuramenti come il nostro. Un uomo è costretto ad amare per forza, malgrado della sua volontà. Egli non può liberarsi, ed è pronto ad incontrare anche la morte, sia colei che egli ama, indifferentemente, una fanciulla, una vedova o magari una donna maritata.Del resto non è nemmeno probabile che tu possa restare per tutta la vita nelle sue grazie, come non vi resterò, certo, neppure io: poichè tu sai, pur troppo, che noi siamo condannati ad una eterna prigionia senza speranza di riscatto.Noi finiremo, forse, per fare come quei due cani che si leticavano un osso, i quali stettero alle prese un giorno intero, per poi non avere nulla. Perchè mentre si azzuffavano calò in mezzo a loro un nibbio, e si portò via l’osso. Perciò, caro fratello, sarà meglio fare come si suoi dire: “alla corte del re ognun pensa per sè” ecco tutto.Tu ama quella donna quanto ti pare; io per conto mio l’amo e l’amerò sempre: non posso dirti altro davvero. Una volta che dobbiamo rassegnarci tutti e due alla prigione, segua ognuno la sorte che gli tocca.»Grande e a lungo seguitò ancora la disputa fra loro due, se avessi il tempo di raccontarla, ma andiamo avanti. Per farvela corta, un giorno un duca famoso chiamato Piritoo, compagno di Teseo fin da quando erano bambini, andò in Atene per rivedere il vecchio amico e passare qualche tempo con lui allegramente, come era solito fare ogni tanto, giacchè si volevano tutti e due un gran bene. Si volevano tanto bene, (dicono i libri che parlano di quei tempi,) che quando l’uno di essi morì, non dico bugie, l’altro andò a ritrovarlo fin giù nell’inferno. Ma ora non è mia intenzione scrivere questa storia.Piritoo, dunque, conosceva benissimo Arcita che aveva veduto crescere d’anno in anno in Tebe, cosicchè gli voleva molto bene: e tanto fece e tanto pregò, che Teseo lo lasciò uscire di prigione. E non solamentenon volle nessun riscatto, ma gli lasciò piena libertà di andare dovunque volesse, ad una condizione: che se per caso Arcita fosse còlto di giorno o di notte, anche per un momento, in una città del regno di Teseo, e venisse arrestato, perderebbe la testa con un colpo di sciabola. Questo fu il patto, e non c’era per Arcita altra speranza di rimedio o altra via di scampo. Così egli partì, e s’avviò in fretta verso casa sua. Stia bene attento, però, perchè la sua vita corre un gran pericolo.Quanto soffre, intanto, il povero Arcita! Si sente la morte nel cuore; piange, si lamenta, si dispera che fa pietà a sentirlo, e pensa di darsi la morte. Poi grida: «Maledetto il giorno che son venuto al mondo! Eccomi condannato ad una prigione più dura di quella di prima: eccomi condannato non dico al purgatorio, ma alle pene dell’inferno. Ah! non avessi mai conosciuto Piritoo: così sarei ancora presso Teseo legato in prigione, ma felice, e non un disgraziato come sono ora. La sola vista di colei che io servo senza sperare di essere mai degno dellasua grazia, mi avrebbe abbastanza ricompensato.Caro cugino Palemone, soggiungeva, tu hai riportato la vittoria in questa avventura: tu puoi godere ancora ed essere felice chiuso in prigione. In prigione? Che dico? In paradiso. La fortuna ha tirato essa stessa i dadi per te, poichè tu godi la vista di Emilia, ed io ne soffro, invece, la lontananza. Tu almeno, che la vedi ogni giorno, e sei un nobile e valoroso cavaliere, puoi sperare che un caso qualunque (visto che la fortuna è così cieca) ti faccia ottenere ciò che desideri. Ma per me che sono esiliato senza speranza di grazia, e mi trovo in mezzo a così grande disperazione che non può darmi aiuto o conforto nè la terra, nè l’acqua, nè il fuoco, nè l’aria, nè altra creatura da loro formata, per me non ci resta che morire dalla disperazione e dal dolore. Addio vita, addio desiderî, addio felicità, addio tutto!Ma perchè tutti gli uomini si lamentano tanto della divina provvidenza e della sorte, che spesso e volentieri concede loro, o in un modo o in un altro, più di quello cheessi stessi possano immaginare? Uno, per esempio, desidera le ricchezze, e non sa che saranno la sua morte o la sua rovina. Un altro che è in prigione, vuole uscirne ad ogni costo, e in casa sua trova la morte per mano dei servi. I mali di questo genere che da un momento all’altro ci possono capitare addosso sono tanti, che noi stessi non sappiamo che cosa augurarci nel mondo. Noi camminiamo su questa terra come l’uomo che è ubriaco fradicio: egli sa di avere una casa, ma non sa infilare la strada che lo meni dritto al portone; e su quella che ha trovato scivola maledettamente ad ogni passo. Nello stesso modo preciso camminiamo noi in questa valle di lacrime.Noi ci arrabattiamo dietro la felicità, ma il più delle volte sbagliamo la strada; questa è la verità. Tutti dobbiamo confessarlo, ed io pel primo, che mi credevo (anzi ne ero certo) di sentirmi felice e contento il giorno in cui fossi uscito di prigione, e invece eccomi qua le mille miglia lontano dalla felicità. O Emilia, se io non debbo rivederti, è finita: io sono un uomo morto!»Palemone, intanto, appena seppe che Arcita se ne era andato, cominciò a disperarsi in modo, che la gran torre echeggiava delle sue grida e dei suoi pianti. Fin le catene che aveva ai piedi erano bagnate delle sue amare lacrime.«Ahimè, diceva, o cugino Arcita, Dio sa se di noi due tu sei quello, pur troppo, che ha guadagnato nella lite che ci ha divisi.Tu ora cammini liberamente per le vie di Tebe, e poco ti importa del mio dolore. Tu se vuoi, bravo e coraggioso come sei, puoi radunare tutta la gente del sangue nostro, e far con essa una guerra così accanita al regno di Teseo da ottenere, per un evento qualunque, o come prezzo della pace, la mano di colei per la quale è destinato che io muoia. Poichè quale probabilità posso avere di possederla, col vantaggio che tu hai di essere fuori di prigione e libero di te, mentre io sono costretto a morire rinchiuso in una gabbia? Ormai posso rassegnarmi a piangere e a disperarmi per tutta la vita, per le sofferenze che mi dà la prigionia, alle quali si aggiungono i tormentidell’amore, che raddoppiano il mio strazio.»Ad un tratto il fuoco della gelosia gli divampò nel petto, e con tanta furia irruppe nel suo cuore, che divenne pallido come la cenere fredda della morte,[1]e disse: «O Dei crudeli, che governate il mondo con la forza della vostra parola immortale, e scrivete sopra una tavola di diamante i vostri decreti e la vostra eterna concessione, questo genere umano pel quale voi avete fatto tanto, in sostanza che cosa vale più della pecora che giace per terra nella stalla? Anche l’uomo viene ucciso come un’altra bestia qualunque, è arrestato e imprigionato, passa da una sciagura all’altra, spesso essendo, per Dio, anche innocente.Che cosa è, dunque, questo governo superiore che tutto vede, e lascia soffrire chi è senza colpa ed innocente? Ma un’altra cosa, mi fa sentire più amaramente le mie pene; ed è che l’uomo, per amore di Dio, debba essere costretto a rinunziare alla sua volontà, mentre una bestia qualunque può soddisfare tutti i suoi desiderî. Senzacontare, poi, che la bestia quando è morta riposa in pace; mentre l’uomo deve piangere e soffrire anche nell’altro mondo, come se non ne avesse abbastanza in questo. È proprio così.Il perchè io non non lo so, e lascio, appunto, che rispondano gli indovini; ma un’altra cosa, pur troppo, so: ed è che in questo mondo ci siamo venuti per soffrire. Io, disgraziato, vedo una serpe strisciare liberamente per la via; vedo un ladro, il quale ha derubato più d’un galantuomo, andarsene comodamente a spasso dove gli pare e piace, mentre io debbo starmene qui in prigione per volere di Saturno e per l’odio e l’ira di Giunone, la quale ha quasi distrutto completamente il sangue tebano, ed abbattuto le grandi mura della città. E Venere per giunta mi fa morire di gelosia e di paura per causa di Arcita.»Intanto lasciamo per un poco Palemone nella sua prigione, e torniamo ad Arcita.L’estate passa, e le lunghe notti invernali raddoppiano le pene dell’amante in esilio e del prigioniero in Atene. Io non so,davvero, chi di loro due si trovasse peggio. Poichè, in una parola, Palemone era condannato a perpetua prigionia, e a morire fra i ceppi e le catene; Arcita esiliato sotto la pena della testa, non doveva mai più rivedere la donna del suo cuore.O innamorati, che cosa rispondereste a questa domanda: chi vi pare più disgraziato, Arcita o Palemone? Questi vede tutti i giorni la sua donna, ma è condannato a passare tutta la vita in prigione; quegli è padrone di andare, a piedi ed a cavallo, dove gli pare, ma non potrà mai più rivedere la donna sua. Pensate un po’ quel che vi pare voi che siete al caso di saperne più degli altri: io intanto, riprendo il mio racconto.Arcita dunque, giunto a Tebe, non faceva che lamentarsi tutto il giorno, fuori di sè dal dolore di non dover più rivedere la sua donna. E per dirvi in una parola quanto era grande il suo dolore: mai creatura umana ebbe a soffrire come lui, fra quante ce ne sono su questa terra, e ce ne saranno prima che il mondo finisca. Non dormiva, non mangiava, non beveva, tantoche si ridusse secco come un uscio.[2]Aveva gli occhi infossati che facevano impressione a guardarli, la faccia smunta e pallida come la cenere spenta. Stava sempre solo, lontano da tutti, e la notte non faceva che piangere e disperarsi. Se sentiva qualcuno cantare o suonare, cominciava a piangere e non la finiva più. Era così accasciato ed avvilito, così completamente cambiato, che non si riconosceva più neppure la sua voce, sentendolo parlare.Andava girando per il mondo con l’aria non di un povero innamorato colpito dal male di Eros, ma con l’aspetto di un matto. Pareva un disgraziato al quale l’umor tetro cacciandosi nella parte anteriore della scatola del pensiero, avesse mandato a spasso il ben dell’intelletto. L’organismo fisico e morale del misero amante era, insomma, tutto scombussolato. Ma perchè dovrei passare il giorno intero a raccontarvi le sue pene?Dunque, già da un anno o due Arcita era in mezzo a questi tormenti e a questi dolori, quando una notte, mentre dormiva,gli parve di vedere, in sogno, Mercurio, l’alato messaggero del cielo, il quale gli disse di darsi pace e stare allegro. Il dio teneva dritta in una mano la boccetta apportatrice del sonno, e un cappello gli cuopriva i capelli luccicanti; era vestito ed armato (Arcita lo guardò bene), proprio come il giorno in cui Argo chiuse i suoi cento occhi nel sonno della morte.[3]«Arcita, egli disse, tu devi ritornare ad Atene: è destinato che là abbiano fine i tuoi affanni».A queste parole Arcita si svegliò con un sussulto. «Ciò che ho inteso, diceva, mi ha messo la febbre addosso: io anderò subito ad Atene. Non ci sarà paura di morte che mi impedisca di rivedere la donna mia, colei che io amo e servo. Davanti a lei non mi curo della morte.» E così dicendo prese un grande specchio, e guardatosi, vide che la sua fisonomia era così cambiata, che egli non era più quello di prima. Allora gli venne una bell’idea: giacchè le sofferenze patite lo avevano così mal ridotto, bastava che egli si desse un po’ l’aria di una persona di bassa condizione, per non essere riconosciutoin Atene, e poter vedere, così, ogni giorno da vicino la sua Emilia. Detto fatto: si tolse gli abiti, e si vestì come un povero operaio. Quindi accompagnato solamente da un suo scudiere (al quale aveva confidato tutto), vestito anche lui poveramente, prese la prima strada che menava ad Atene. Giunto là, un giorno andò al palazzo di corte, e si mise sulla porta, offrendosi a questo e a quello, se avesse bisogno di un uomo di fatica per qualunque servizio. E per non farla tanto lunga, gli riuscì di farsi prendere come aiuto da un cameriere addetto alla persona di Emilia. Naturalmente Arcita, accorto com’era, aveva subito saputo, appena tornato in Atene, quale era la servitù di lei. Tagliava le legna per il fuoco e portava i suoi viaggi d’acqua senza nessuna fatica: era giovane e robusto, ed aveva forza e spalle abbastanza buone, per reggere a qualunque servizio gli venisse comandato.Erano appena due anni che egli, sotto il falso nome di Filostrato,[4]serviva in tal modo la sua bella Emilia; e già tutti gli sierano affezionati: nessuno degli altri servitori era benvoluto come lui. La gentilezza dei suoi modi era così grande, che a corte tutti ne parlavano: tutti dicevano che Teseo avrebbe fatto una vera opera di carità, a migliorare un poco la condizione di lui, facendogli fare un servizio più decoroso, in modo che potesse mettere in opera le sue virtù. Intanto la fama delle sue molte abilità e del suo bel modo di parlare si sparse per la città, e giunse presto agli orecchi di Teseo, il quale lo volle al suo servizio, e lo fece suo scudiere, dandogli, naturalmente, la paga necessaria per potersi mantenere in quel grado. Del resto c’era chi di nascosto gli portava, ogni anno, da Tebe la rendita dei suoi beni. Egli però aveva l’accortezza di spendere sempre modestamente, affinchè a nessuno potesse dare nell’occhio, e fare meraviglia, come mai avesse tanto denaro. Per tre anni Arcita se la passò in questo modo, senza essere scoperto; anzi seppe fare così bene, tanto in tempo di pace che in mezzo alle guerre, che Teseo non ebbe mai alcuno più caro di lui. Ma lasciamolo, ora, così contentoe felice, e torniamo un poco a Palemone.Questi sette anni erano passati per lui molto tristi nella orribile e cruda prigione, in mezzo ai tormenti dell’amore e della disperazione. Chi soffriva, al mondo, come Palemone doppiamente torturato? Da una parte, l’amore che lo faceva diventar matto, da l’altra, la prigione, dove si trattava di stare non un anno, ma per tutta la vita.Quale poeta inglese potrebbe degnamente cantare, in rima, tutto il martirio di lui? Io no davvero; quindi tiriamo pure innanzi. Dopo sette anni, dunque, di penosa prigionia, precisamente la notte del tre di Maggio (come riferiscono i vecchi libri che raccontano i particolari di questa storia), fosse caso o destino (certo quando una cosa è destinata, deve accadere), Palemone, con l’aiuto di un amico, a mezza notte in punto scappava dalla prigione, dandosela a gambe per lasciare al più presto la città.La notte era corta, e il giorno si avvicinava: era necessario nascondersi per non essere scoperto. Perciò Palemone con passotrepidante si rifugia, in fretta, in una selva lì vicina. La sua intenzione era di restare là nascosto tutto il giorno, per prendere, giunta la notte, la via di Tebe, dove poi pregherebbe i suoi amici di aiutarlo a guerreggiare contro Teseo. Poichè egli voleva, oramai, una di queste due cose: o perdere la vita, o sposare Emilia; questo si era proposto, e voleva riuscirvi.Torniamo ora ad Arcita, il quale in mezzo a tanta felicità non sognava neppure che gli fossero così vicini, un’altra volta, gli antichi affanni; finchè la sua mala ventura gli ci fece battere proprio il naso[5]. L’allodola gaia, messaggera del giorno, saluta col canto i grigi albori mattutini; e Febo fiammeggiando levasi con tale splendore di luce, che tutto l’oriente ne ride, e nel fogliame del bosco vaporano sotto i suoi tepidi raggi le pendule gocce d’argento. Arcita intanto, il primo scudiere della corte di Teseo, si era alzato e contemplava il giorno sereno; quindi per fare onore a Maggio, con l’anima riboccante d’amore, se ne andò sul suo focoso destriero a diporto pei campi, qualche migliofuori della città. E il caso fece che, per l’appunto, si diresse verso la selva stessa dove era Palemone, in cerca di caprifoglio e biancospino per fare una ghirlanda. E cantava con effusione al bel sole di Maggio:«Maggio, con tutti i tuoi fiori e le tue foglie, ben venuto sii tu, fresco e ridente Maggio; io spero di trovare in questo luogo un po’ di verde.» Quindi col cuore pieno di gioia, balza a terra da cavallo, ed entrato in fretta nel bosco incomincia a girare su e giù per un viale, proprio dove Palemone, trepidando di paura, stava nascosto dietro a un cespuglio, perchè nessuno lo vedesse. Egli non sapeva davvero che Arcita fosse lì; e Dio sa se egli se lo sarebbe mai immaginato. Ma dice bene un antico proverbio: il campo «ha gli occhi per vedere, il bosco gli orecchi per sentire.» Ed ha ragione chi va cauto, perchè gli uomini si incontrano tutto il giorno, su questa terra, senza bisogno di convegni. Neppure Arcita s’immaginava che il suo compagno di sventura, zitto e cheto lì nel bosco, gli fosse così vicino da sentire tutto ciò che egli diceva.Arcita dopo avere girato qua e là per un bel pezzo, cantando la sua canzone di Maggio, improvvisamente divenne muto e pensieroso, come fanno quei bei tipi degli innamorati; i quali un momento sono su in paradiso, un minuto dopo giù nell’inferno;[6]e vanno su e giù come un secchio nel pozzo. Poichè l’incostante Venere rende mutabile, a un suo comando, l’animo dei sudditi, come il giorno a lei sacro. Infatti il venerdì ora c’è il sole, ora piove a catinelle: raramente è uguale agli altri giorni della settimana.Finito il suo canto, Arcita cominciò a sospirare, e si mise a sedere lì nel bosco, dicendo «Maledetto il giorno che sono nato! Per quanto tempo ancora, o Giunone crudele, vorrai far guerra alla città di Tebe? Estinta è oramai la regale progenie di Cadmo e di Amfione: di Cadmo che fu il primo fondatore di Tebe, il primo a governarla e ad esserne incoronato re. Io sono del suo sangue, suo discendente in linea diretta, ed appartengo proprio al ceppo reale; ed ora eccomi qua, ridotto così disgraziato e vile, che non mi vergogno di servire, come miseroscudiere, un uomo che è mio mortale nemico. E per mia maggiore vergogna, Giunone mi spinge perfino a disconoscere il mio nome; poichè mentre mi chiamo Arcita, ora mi nascondo sotto il nome di Filostrato, che significa: uomo da nulla. Ah! Marte crudele, ah! crudele Giunone, l’ira vostra ha ormai distrutto il sangue nostro; noi soli restiamo: io e quel disgraziato di Palemone, che Teseo tiene a marcire in prigione. Ma non bastava tutto questo; amore, per darmi il colpo di grazia, ha trafitto così profondamente il mio povero cuore di cavaliere col suo cocente dardo, che il cielo, senza dubbio, doveva avere destinato la mia morte prima ch’io venissi al mondo. O Emilia, tu mi uccidi con gli occhi tuoi; tu sei la causa della mia morte. Di tutto il resto non mi importa nulla: purchè io possa fare qualche cosa per piacerti.»E così dicendo cadde svenuto, e rimase, per qualche momento, privo di sensi. Intanto Palemone, il quale si era sentito, ad un tratto, come passare il cuore da una fredda lama, balzò in piedi; e tutto tremantedalla rabbia non potè più a lungo restar nascosto. Appena udito il racconto di Arcita, come un pazzo, e pallido come un morto, saltò fuori dal folto cespuglio che lo nascondeva, dicendo: «Ah! falso Arcita, falso e malvagio traditore, finalmente ti ho còlto, te che pretendi di amare tanto la donna mia; colei per la quale io soffro tutte queste pene e questi affanni. E dire che tu sei del mio sangue! che avevi giurato, come spesso ti ho ripetuto, di aiutarmi coi tuoi consigli! In questo modo, dunque, hai ingannato Teseo, cambiandoti il nome? S’io non cadrò morto, tu dovrai quì stesso morire. Tu non amerai la mia Emilia; io solo l’amerò, e nessun altro, poichè sono (come tu vedi) Palemone, il tuo mortale nemico.E sebbene quì non abbia la mia sciabola, essendo fuggito per un caso di prigione, io non ti temo affatto; e tu dovrai o morire, o rinunziare all’amore di Emilia. Scegli, dunque, ciò che ti piace di più, poichè non c’è per te altro scampo.»Arcita allora fuori di sè dalla rabbia, appena l’ebbe riconosciuto udendo quelle parole,con la ferocia di un leone trasse fuori la spada e disse: «Per il Dio che sta su in cielo, s’io non avessi pietà dei tuoi affanni e della passione che ti rende pazzo; se non fosse perchè non hai la spada, tu non moveresti più un passo da questa selva, senza cadere sotto la mia mano. Io spezzo quì la fede con cui tu pretendi che io sia ancora legato a te. Che? Pazzo che non sei altro: pensa che l’amore è libero; ed io amerò la tua donna a dispetto di tutta la tua forza. Ma poichè tu sei un prode e cortese cavaliere, e vuoi contenderla con la spada, eccoti la mia mano: domani, immancabilmente, io sarò quì; e nessuno (parola di cavaliere) saprà nulla di quanto è accaduto fra noi.Al mio ritorno porterò anche per te una buona armatura; anzi tu sceglierai delle due la migliore, e lascierai a me la peggio. Stasera, intanto, ti porterò da mangiare e da bere, e penserò anche a provvederti delle coperte per la notte. E se sarà destinato che tu vinca con la spada la mia donna, ed uccida mein questo bosco, abbiti pure la donna in premio».Palemone rispose: «Va bene, accetto».E si lasciarono così, per trovarsi la mattina dopo come ciascuno aveva lealmente promesso.O Cupido, re spietato ed assoluto! È proprio vero, come si suol dire, che amore e impero non vogliono sapere di società. E nessuno lo sa meglio di Arcita e Palemone.Arcita, intanto, se n’era tornato, in fretta, in città; e la mattina seguente, prima di giorno, si procurò di nascosto due armature complete, con tutto l’occorrente perchè egli e Palemone potessero misurarsi sul terreno. Montato, quindi, a cavallo con le due armature davanti a sè, si mise in cammino; e così all’ora e nel luogo stabilito i due amici si ritrovarono.Appena si videro, impallidirono tutti e due. Come il cacciatore Trace appostato con la lancia alla tana del leone o dell’orso, sentendo dal fruscio del bosco avvicinarsi la belva (che rompe sui suoi passi rami e foglie), pensa trepidando: ecco ilnemico, o io l’uccido sulla tana, o egli uccide me, se fallisco il colpo; così Arcita e Palemone, pallidi, trepidarono, conoscendo ciascuno il valore dell’altro. Senza nè anche salutarsi indossarono le armi, aiutandosi come due buoni fratelli. Quindi impugnata un’asta bene appuntata e forte, si avanzarono, con lunghi passi, l’uno contro l’altro. Avresti detto, vedendoli combattere che Palemone avesse la ferocia di un leone, e Arcita la fierezza d’una tigre: infuriati come due orsi che hanno la bocca biancheggiante di spuma, menavano tutti e due orribili colpi, immersi nel sangue fino al collo del piede. Ma lasciamo loro che si battono in questo modo, e torniamo a Teseo.Il destino, ministro di tutte le cose, il quale distribuisce in questo mondo la provvidenza divina, è così potente, che quando gli uomini hanno giurato che una cosa non può accadere se non in un dato modo, un bel giorno accade proprio alla rovescia; e te la do in mille anni, se un’altra volta sola si ripete in quel modo lì. I nostri desiderî, di qualunque genere siano: guerra, paceodio, amore, tutti, senza dubbio, sono guidati dalla mente di Dio. Dico questo a proposito di Teseo, il quale ha una passione così grande per la caccia, specialmente per quella del cervo nel mese di maggio, che l’alba non lo trova mai a letto; ma è sempre pronto a montare a cavallo, con tutto il suo seguito di cacciatori coi corni e i cani. Egli trova nella caccia un divertimento così grande, che il suo maggior diletto, la sua unica ambizione, è l’essere chiamato: la distruzione dei cervi.Era, come ho già detto, una bella giornata, e Teseo, con l’animo giocondo e pieno di felicità, montato a cavallo con regale pompa, se ne andò a caccia insieme alla sua bella Ippolita e ad Emilia, che indossava un bellissimo abito verde. E s’incamminò verso un piccolo bosco, lì vicino, dove gli era stato detto che c’era un cervo. Quindi si spinse avanti per una pianura, dove seppe che l’animale era solito fuggire presso un ruscello, e seguitò ancora la sua strada in quella direzione. Il duca lo seguì una o due volte, sguinzagliando i cani, chestavano tutti pronti ad un suo cenno; e finalmente giunto in un prato, portando la mano agli occhi, perchè il sole gli permettesse di vedere, scôrse Arcita e Palemone che combattevano infuriati come due tori. Le spade luccicanti volavano per l’aria così terribilmente, che il più piccolo colpo avrebbe abbattuto una querce. Teseo non sapendo chi fossero, diè di sprone al cavallo, e in un salto fu in mezzo a loro, con la sciabola sguainata, e gridò: «Olà! fermi, per la vostra testa. Giuro per Marte, dio potente della guerra, che il primo il quale, davanti a me, tirerà un altro colpo solo, cadrà morto. Chi siete voi che osate venire qui a combattere in questo modo senza un giudice o un ufficiale che diriga l’assalto, come in un leale torneo?»Palemone rispose subito: «Signore, perchè non dirti, senz’altro, la verità? Tutti e due ci meritiamo la morte: noi siamo due disgraziati prigionieri stanchi della vita; tu che sei nostro signore e nostro giudice, non avere per noi nè compassione nè perdono. Uccidimi pel primo, che mi fai una vera carità,ma uccidi anche il compagno mio. O se tu lo desideri, uccidi lui prima di me; poichè sappi, se non te ne sei accorto, che costui è Arcita, il tuo mortale nemico. Egli fu bandito dal tuo regno sotto la pena della testa: perciò si merita la morte. Sappi che costui venne alla tua porta, e dicendo di chiamarsi Filostrato, riuscì ad ingannarti per molti anni, sì che tu stesso lo hai fatto tuo primo scudiero. Egli ama Emilia.E giacchè è venuto il giorno della mia morte, faccio intera la mia confessione: io sono quel disgraziato di Palemone, che è fuggito, per sua unica volontà, di prigione. Sono anch’io tuo mortale nemico, ed amo così ardentemente la bella Emilia, che sarei felice di morire davanti a gli occhi suoi. Perciò da me stesso ti chiedo la mia condanna di morte; ma tu uccidi anche il mio compagno, chè tutti e due ci meritiamo di essere uccisi.»Allora il nobile duca rispose: «La cosa è molto semplice. La vostra stessa bocca confessando tutto, vi ha condannato, ed io non lo dimenticherò. Non c’è, quindi, bisognodi farvi parlare con la tortura, e, per Marte rubicondo[7], voi morrete subito.»A queste parole (le donne, si sa, fanno presto a commoversi) la regina cominciò a piangere, e con lei Emilia e le altre signore del seguito. Tutte ebbero pietà di quei due giovani, di illustre lignaggio, che solo per amore si battevano a quel modo. E vedendoli così orribilmente feriti e sanguinanti, si volsero a Teseo gridando: «Signore, abbiate compassione almeno di noi». E mettendosi in ginocchio per terra, volevano baciargli i piedi. Un cuore gentile si muove facilmente a pietà: e finalmente si commosse anche Teseo. Sebbene furibondo, da principio, contro i due Tebani, riflettendo, poi, alla colpa che avevano commesso, e alla causa che li aveva spinti, sentì che se l’ira li condannava come rei, la ragione non sapeva fare altro che scusarli. Pensò che chiunque, per amore, avrebbe fatto lo stesso, cercando di scappare, ad ogni costo, di prigione. Ebbe, poi, compassione di tutte quelle donne che piangevano in coro, e ripensando nell’animo generoso al caso dei due prigionieritebani, diceva fra sè: «Guai a quel sovrano che è senza pietà, ed è un leone tanto con l’uomo pentito e sommesso, quanto con l’uomo superbo e ribelle! Guai a quel sovrano che ad ogni costo vuole mantenere ciò che in un momento di rabbia ha minacciato! Ha poco criterio chi in un caso simile non sa distinguere, e mette sulla stessa bilancia l’orgoglio e l’umiltà.» E tosto, sbollito il primo impeto dell’ira, alzando gli occhi sorridenti da terra disse, a voce alta, queste precise parole:«Benedicite!Che signore grande e potente è Amore! Tutto vince la sua potenza, e potrebbe, davvero, essere chiamato un Dio pei suoi miracoli. Il cuore degli uomini è in mano sua.Guardate Arcita e Palemone: fuggiti di prigione, avrebbero potuto vivere, in Tebe, come due re; invece per quanto sicuri di trovare in me un mortale nemico, eccoli un’altra volta qua, condotti, come ciechi, da Amore a cercare la morte. Non vi pare una grande pazzia questa? Chi più matto, in questo mondo, di un uomo innamorato? Guardateun po’ per l’amore di Dio, come sanguinano quei disgraziati! Non vi pare che si siano conciati, tutti e due, per le feste? Ecco come Amore, loro padrone, li ha pagati e compensati dei servizi resi. Eppure andate a levar loro di testa, se vi riesce, che sono due matti, a volere servire Amore ad ogni costo.Ma il più bello è questo: che la donna della quale sono, tutti e due, così gelosi, può ringraziarli, di tanto amore, precisamente come me. Poichè di questa interessante faccenda, per Dio, non ne sa nulla davvero[8]. Tutti, però, giovani o vecchi, di sangue caldo o pezzi di ghiaccio, dobbiamo esser messi alla dura prova: tutti, una buona volta dobbiamo perdere la testa per una donna. Io stesso ci sono cascato, a suo tempo, ed ho servito come gli altri. E perchè, appunto, so per prova le pene dell’amore, e, preso più d’una volta nei suoi lacci, conosco quale strazio sia per quel disgraziato che ci casca; io vi perdono, o cavalieri Tebani, per amore della regina, che me lo domanda in ginocchio, e della mia buona cognataEmilia. Ma voi, qui stesso, mi dovete giurare che non cercherete mai di insidiare la mia terra, di attaccarmi e di costringermi a combattere, nè di giorno nè di notte. Io vi perdono interamente, purchè siate, in ogni occasione, amici miei». Palemone e Arcita giurarono che avrebbero fatto tutto ciò che egli chiedeva; e lo pregarono, fino da quel momento, di concedere a tutti e due la sua pietosa protezione. Teseo promise loro tutto il suo favore, e soggiunse: «Quanto ad Emilia, per la quale è nata tra voi questa battaglia e questa gelosia, io trovo che se anche fosse una regina o una principessa, non potrebbe desiderare di meglio che sposare, un giorno, uno di voi due: poichè senza dubbio ne siete ugualmente degni, pel vostro lignaggio e per le ricchezze vostre. Ma capirete bene, che non può sposarvi tutti e due. Quand’anche doveste disputarvela con le armi eternamente, uno dovrebbe tornarsene per forza con le pive nel sacco;[9]insomma, siccome non la potete sposare in due, abbia fine, oramai, la vostra gelosia e la vostra rabbia. Io farò in modo che ognuno di voiabbia il suo destino, e non si possa lamentare. Sentite, dunque, come ho pensato di finire, una buona volta, questa avventura.Il mio avviso, per venire ad una conclusione decisiva, senza che ci si debba più tornare sopra, sarebbe questo, che approverete se vi piacerà. Ognuno di voi vada, oggi stesso, liberamente dove crede, senza riscatto e sicuro; ma passate cinquanta settimane da questo giorno, voi dovrete ritornare tutti e due qua, dovunque siate, portando ciascuno cento cavalieri armati di tutto punto, pronti per entrare in lizza, e venire a battaglia. Ed io sulla mia parola di cavaliere, vi prometto che chi di voi due uscirà vittorioso dal torneo, cioè abbia la fortuna di uccidere, coi suoi cento cavalieri, l’avversario, o di metterlo fuori di combattimento, avrà da me Emilia in isposa.Farò fare in questo stesso luogo la lizza, e Dio mi salvi l’anima davvero, se io sarò un giudice equo e coscienzioso. La cosa non sarà definita, fino a che uno di voi non resti ucciso, o sia fatto prigioniero. Ditemi ora quello che pensate della mia propostae se vi pare che io abbia parlato bene, approvatela; questa deve essere la fine e la conclusione della vostra avventura».Chi era più felice, in quel momento, di Palemone? Chi più di Arcita matto dalla contentezza? Chi potrebbe raccontare o descrivere la gioia di tutti, quando Teseo ebbe fatto una grazia così bella? Tutti si inginocchiarono davanti a lui, ringraziandolo di cuore, e specialmente i due giovani tebani.Quindi Palemone e Arcita, con l’animo pieno di speranza e di felicità, presero commiato, e s’incamminarono, a cavallo, verso Tebe dalle grandi ed antiche mura.Ma io non posso seguitare il mio racconto senza dirvi quello che spese Teseo, per far preparare subito la lizza: son sicuro che qualcuno non mi perdonerebbe una negligenza simile. Poichè si tratta di un anfiteatro così grande e così bello, che ci scommetto, non c’era l’uguale in tutto il mondo. Aveva quasi un miglio di circuito, cinto tutto intorno di mura in pietra, in modo da formare un circolo perfetto come quello tracciato da un compasso. Nell’interno c’erano delle gradinate,all’altezza di sessanta passi l’una da l’altra in modo che chi stava seduto davanti, non impedisse di vedere a quello che gli era dietro. Si entrava nella lizza per due porte di marmo bianco, uguali precise, che guardavano una ad oriente e l’altra ad occidente. Insomma, per farvela corta, basti dire che non si era mai visto sorgere, in così breve tempo, sulla terra, un edificio come quello. Poichè quanti ingegneri pittori e scultori erano in Atene, tutti furono chiamati da Teseo, e mantenuti a sue spese, per costruire l’anfiteatro e dirigere i lavori. Sopra la porta ad oriente fece costruire una cappella con un altare, in onore di Venere, dea dell’amore, per celebrarvi i suoi riti, e fare i debiti sacrifici; sopra quella ad occidente ne fece costruire un’altra compagna per onorare la memoria di Marte, e tutti e due costarono una somma favolosa[10]. Una terza, poi, in onore di Diana, pudica e casta dea, Teseo fece innalzare con grande magnificenza, dentro una piccola torre, che si levava sul muro di cinta verso il NordE questa era tutta d’alabastro e di corallo, un vero splendore di ricchezza.Ma dove lascio le magnifiche incisioni, le pitture e le belle immagini effigiate in queste tre cappelle?Nel tempio di Venere, appena entrati, si vedevano figurati sul muro, in un quadro commovente, i sonni interrotti, i dolorosi sospiri, le amare lacrime, i lamenti, e i fieri colpi di passione, che tormentano, in questo mondo, i servi d’amore, i loro giuramenti e le loro promesse. In bell’ordine, poi, erano dipinti sulle pareti il piacere e la speranza, il desiderio e l’audacia, la bellezza e la gioventù, il ruffianesimo e l’oro, la civetteria e la violenza, la menzogna e l’adulazione, la prodigalità e gl’intrighi, la gelosia con una corona d’oro in testa e un cuculo appollaiato sopra una mano, feste e strumenti musicali, carole e danze, libidine e lusso. Tutti i compagni dell’amore, insomma, c’erano rappresentati, in un numero molto più grande di quello che io ho ricordato e potrei ricordare. Il monte Citerone, per esempio, sul quale Venere ha la sua principale dimora,si vedeva dipinto sul muro col suo giardino e con tutta la gaia serenità che vi spira attorno. Il pittore non si era dimenticato di nulla: c’era l’ozio che stava a guardia sulla porta, Narciso, famoso per la sua bellezza, c’era la pazzia di re Salomone, la forza maravigliosa d’Ercole, gl’incantesimi di Medea e di Circe, Turno audace e coraggioso, e finalmente il ricco Creso in mezzo alle catene. Questo quadro dimostrava che il sapere, l’oro, la bellezza, l’astuzia, la forza e il coraggio, non possono cospirare e lottare, anche tutti insieme, contro Venere sola, la quale è padrona del mondo. E tutta quella gente che si vedeva lì dipinta, era caduta nelle sue reti, e si lamentava, senza tregua, pel dolore. Per far presto io vi ho ricordato solamente qualche esempio, ma ce n’erano ancora più di mille.Nuda in mezzo alla gloria del mare, spiccava la splendida figura di Venere, cullata dall’onda azzurra e cristallina, che le nascondeva la parte inferiore del corpo. Nella destra stringeva una cetra[11], sopra la sua testa leggiadra, incoronata di freschissimerose, svolazzavano le sacre colombe. Dinanzi le stava il figlio Cupido, con le ali alle spalle e la benda agli occhi, armato dell’arco e di frecce lucide e appuntate.Perchè non vi dovrei descrivere, ora, anche le figure effigiate nel tempio di Marte rubicondo? Tutta intera una parete rappresentava l’interno dei gran tempio di Marte in Tracia, nell’aspra regione dove il Dio ha il suo regno.Prima di tutto si vedeva una foresta, di vecchi alberi nodosi e senza foglie, irta di orribili rami, abbandonata dagli uomini e dalle belve. E dal fondo pareva si sprigionasse un rumore sordo, come di un uragano che schiantasse tutto. In basso, ai piedi di un colle sorgeva il tempio di Marte bellicoso, tutto d’acciaio brunito, con un’entrata così lunga e stretta, che metteva paura. E di là dentro si scatenava una tale tempesta,[12]che tutte le porte del tempio tremavano. I muri non avevano finestre, per cui penetrasse un raggio a rompere l’oscurità; solo l’ingresso era illuminato dall’aurora boreale[13]. La porta era tutta di diamante, attraversata, perlungo e per largo, da fortissime sbarre di ferro; e di ferro erano anche le grosse[14]colonne che sostenevano il tempio, luccicanti al sole.Entrando, si vedevano dipinti sul muro l’orribile immagine del delitto, con tutte le sue arti, l’ira feroce, rossa come un tizzo di fuoco, il tagliaborse, e la paura pallida come la morte. C’era l’uomo che ride, e sotto il manto ci ha il coltello, la stalla che brucia con le pecore in mezzo a nuvoli di fumo, il traditore che assassina l’uomo che dorme, la guerra dalle ferite sanguinanti, la rissa che impugnato il coltello sanguinoso minaccia fieramente; e un cupo frastuono regnava in quel luogo di dolore. Si vedeva, quindi, il suicida, coi capelli intrisi nel sangue che gli sgorgava dal cuore lacerato; quegli che muore con un chiodo piantato in mezzo al cervello; e la morte fredda che leva in alto la bocca spalancata. In mezzo al tempio sedeva col volto afflitto e sconsolato, la sventura. Venivano poi il furore sghignazzante nella rabbia, il lamento dei ribelli[15], le grida disperate, e le imprecazioni, la carognadistesa per terra, vicino a un cespuglio, con la gola tagliata, un migliaio di morti caduti in battaglia[16], il tiranno che trascina per forza la preda, la città distrutta: nulla, insomma, ci mancava dei disastri di Marte. C’erano, in mezzo alle fiamme, le navi che danzano sull’acqua[17], il cacciatore strangolato dagli orsi inferociti, la scrofa che divora il bambino nella culla, il cuoco che si è scottato col manico del suo lungo romaiolo, e il carrettiere che travolto dal carro, pel malefico influsso di Marte, cade lungo disteso sotto le ruote.Venivano, quindi, della grande compagnia di Marte, l’armaiuolo, il fabbricante di archi, e il fabbro che aguzza le spade sull’incudine. Su in alto, sopra le altre figure, si vedeva dentro una torre la Vittoria, seduta trionfalmente, mentre sulla testa le pendeva, da un sottile filo messo a doppio, quella tale spada affilata[18]. Poi v’era dipinta la morte di Giulio Cesare, quella del grande Nerone e di Antonio, i quali allora non erano nemmeno nati; ma già si vedeva quale fine Marte minaccioso destinava loro.Poichè in quel quadro c’era dipinto, come nelle sfere celesti, il destino di ognuno; si vedeva chi doveva essere ucciso, e chi era destinato a morire d’amore. Ma basti un solo esempio tolto dalle antiche storie, giacchè non potrei ricordarli tutti neppure se io volessi.Sopra un carro si vedeva la statua di Marte tutto armato, con lo sguardo truce e sinistro. Sul corpo gli brillavano due stelle che nelle antiche scritture sono chiamate: unaPuella, e l’altraRubeus[19]. Il Dio delle armi era raffigurato con un lupo, dagli occhi fiammeggianti, ai suoi piedi, nell’atto di divorare un uomo. Questa storia che si trovava lì ad onore e gloria di Marte, era un fine lavoro in matita.Ora passiamo in fretta al tempio della casta Diana, ed io vi descriverò le caccie e gli esempi di modestia e di pudore che erano dipinti qua e là su le pareti.Vidi Callisto addolorata, che dall’ira di Diana fu cambiata di donna in orsa, e divenne poi la stella polare. Così, almeno era dipinta, ed io non so dirvi altro. Anche suofiglio, come ognuno poteva vedere, era in figura di stella. C’era Dafne cambiata in albero: dico Dafne la figlia di Peneo, non la dea Diana[20]. Vidi Atteone mutato in cervo per avere osato di guardare Diana nuda, e i cani che non avendolo riconosciuto lo sbranarono vivo. Più oltre, nella stessa parete, si vedeva Atalanta che dava la caccia all’orso insieme con Meleagro e molti altri, puniti tutti da Diana che dette loro affanni e dolori. C’erano istoriati, in fine, molti altri fatti maravigliosi che ora non ho voglia di ricordare.La Dea stava seduta sopra un cervo, con dei piccoli cani ai suoi piedi, e proprio sotto ai piedi aveva una luna ancora crescente, ma già prossima a calare. Era vestita splendidamente di verde, con l’arco in mano e le freccie nel turcasso, ed aveva gli occhi rivolti in giù, verso il tetro regno di Plutone. Davanti alla dea si vedeva una donna presa dai dolori del parto, la quale non potendo sgravarsi invocava pietosamente Lucina, e diceva: «Abbi compassione di me, tu che meglio d’ogni altro puoi aiutarmi».Chi dipinse questo quadro era certo un artista molto geniale, e deve avere speso un occhio nei colori.La lizza, dunque, era pronta; e Teseo, che con tanta profusione di danaro aveva adornato i templi ed il teatro, quando tutto fu finito ne rimase soddisfatto ed ammirava con grande compiacenza.Ma lasciamo un poco lui, e torniamo a Palemone e ad Arcita.Si avvicinava il giorno del loro arrivo, coi cento cavalieri per il torneo; e tutti e due, secondo i patti, giunsero in quel giorno in Atene con cento cavalieri armati di tutto punto e pronti alla battaglia. Più d’uno, certamente, pensò che mai, da che il mondo è mondo, s’era veduto (per quanto siano sconfinati il mare e la terra che Dio ha creato) un’accolta così bella di prodi ed eletti cavalieri. Poichè quanti amavano la cavalleria ed aveano desiderio di acquistarsi un nome glorioso, chiesero di prendere parte a questo torneo, e fu fortunato chi potè essere scelto. Chè se domani ci fosse un torneo simile, voi siete certi che ogniardito cavaliere il quale fosse amante di imprese amorose ed avesse sangue nelle vene, inglese o di qualunque altra terra, vi accorrerebbe con gioia e vorrebbe prendervi parte. Combattere per una donna!Benedicite, dovrebbe essere una gran bella vista!Con Palemone, dunque, vennero molti e molti cavalieri. Alcuni erano armati di una maglia di ferro e di una corazza con una veste corta; altri avevano al petto e alle spalle due larghe piastre d’acciaio, o portavano uno scudo prussiano o una targa; alcuni avevano le gambe ben difese dagli schinieri, ed impugnavano un’accetta o una clava d’acciaio. Naturalmente non c’è moda, per quanto nuova, che una volta non sia stata vecchia: così ognuno s’era armato come gli era sembrato meglio.Insieme con Palemone vedevi, tra gli altri guerrieri, perfino Licurgo, il grande re della Tracia. Aveva barba nera e faccia maschia, con occhi luccicanti tra il giallo e il rosso; portava i capelli ben pettinati sulla fronte austera, e mentre camminava si guardava attorno come un grifone. Era grosso, edaveva ossa dure e forti, larghe spalle, e le braccia rotonde e lunghe. Secondo il costume del suo paese sedeva in un carro d’oro tirato da sei bovi bianchi. Invece della cotta d’armi sulla bardatura c’era una vecchia pelle d’orso divenuta nera, col tempo, come il carbone, adorna di borchie gialle, che luccicavano come l’oro. I lunghi capelli gli cadevano dietro sulle spalle, ed erano lucidi e neri come una penna di corvo. In testa portava una corona d’oro dello spessore di un braccio, tempestata di pietre preziose, di finissimi rubini e di diamanti. Attorno al suo carro c’era una ventina di mastini bianchi, grossi come un vitello, che servivano per la caccia del leone e del daino, con una muserola d’oro fermata strettamente e l’anello del collare ben pulito. Il seguito era composto di cento cavalieri forti e coraggiosi, armati di tutto punto.Insieme con Arcita, come riferiscono le antiche storie, veniva, simile a Marte re delle armi, il grande Emetrio, re dell’India, il quale montava un cavallo baio, bardato in acciaio, con una bella coperta in oro. Lasua cotta d’armi era di panno di Tartaria guarnito, tutto intorno, di candide perle grosse e rotonde; la sella era d’oro massiccio lavorato a fuoco. Sulle spalle aveva un mantello corto tutto coperto di rubini rossi, che risplendevano come fiamma; i capelli cresputi e pioventi giù in lunghe anella, erano biondi, e luccicavano come il sole. Aveva il naso in su, gli occhi chiari[21], le labbra rotonde, e il colorito sanguigno; nella faccia si vedeva sparsa, qua e là, un po’ di lentiggine di un colore fra il giallo e il nero, e nel suo sguardo c’era la fierezza di un leone. Avrà avuto, presso a poco, venticinque anni, e già gli spuntava nel mento la prima barba. Quando parlava, la sua voce squillava come una tromba. In testa portava una corona d’alloro fresco che era bellissima, e sopra una mano teneva per divertimento un’aquila ammaestrata, bianca come un giglio. Conduceva un centinaio di cavalieri armati ricchissimamente e (tranne l’elmo che lo avevano tutti uguale) nella maniera più svariata. Immaginatevi che in questa nobile schiera s’erano radunati, peramore, e per spirito di cavalleria, conti, duchi, e re. Attorno al loro condottiero, il re Emetrio, correvano d’ogni parte leoni e leopardi addomesticati.Tutti questi cavalieri, dunque, giunsero ad Atene la mattina presto di domenica, ed entrati in città, scesero da cavallo.Teseo, il nostro duca, il nostro illustre cavaliere, poichè li ebbe condotti per la città, e trovato alloggio a ciascuno secondo il proprio grado, li accolse con gran festa, e si dette tanto da fare perchè non mancasse loro nulla, e per onorarli degnamente, che tutti pensano ancora che non ci potrebbe essere uomo, chiunque egli fosse, che potesse fare più o meglio di quello che fece Teseo. Non starò a parlarvi della musica, del lusso con cui fu preparato il ricevimento, degli splendidi doni ch’egli offrì ai suoi ospiti di qualunque condizione fossero e dell’addobbamento del palazzo di corte; non ricorderò chi a mensa occupava i posti d’onore, quali fossero le signore più belle e quelle che ballavano meglio e sapevano meglio cantare e carolare, nè chi aveva piùsentimento nel parlare d’amore. Non sto a dirvi che razza di falconi si vedessero appollaiati su in alto nel bastone, e quanti cani erano pronti per la caccia: ma riprendo il racconto che è meglio. Ora viene il bello, ascoltatemi dunque se ne avete voglia.La domenica, prima che spuntasse il giorno, Palemone appena sentì cantare l’allodola (e già cantava che mancavano due ore all’alba) si alzò col cuore pieno di giovanile baldanza, e se ne andò, divotamente, in pellegrinaggio al tempio di Citerea benedetta e benigna, di Venere onorata degnamente dagli uomini. E nell’ora a lei sacra, si avviò alla lizza dove sorgeva il suo tempio, e inginocchiatosi umilmente e facendo atto di adorazione disse:«Venere, mia signora, la più bella tra le belle, figlia di Giove e sposa di Vulcano, tu che allieti colla tua presenza il monte Citerone, per l’amore che porti al tuo figlio Adone, abbi pietà delle mie amare e calde lacrime, e non disprezzare questa mia umile preghiera.Ah! Io non trovo parole per esprimeretutto quello che soffro, tutto l’inferno che mi tormenta il cuore. Non ha forza l’animo mio di manifestare quello che sente, ed io sono così confuso che la parola mi manca. Ma tu, o splendida signora, abbi compassione di me, tu che mi leggi nel pensiero, e vedi gli affanni che io soffro; considera tutto questo, e compiangi il mio dolore, ed io ti prometto che con tutte le forze mi dedicherò umilmente al tuo servizio, e farò sempre guerra alla castità. Io ti faccio questo voto, tu aiutami adunque.Io non mi curo della gloria delle armi, nè ti chiedo di concedermi domani la vittoria e l’onor del torneo. Io non cerco la vana gloria del premio conquistato con le armi perchè il mio nome sia strombazzato a destra e a sinistra; ma voglio che Emilia sia mia, e voglio morire al suo servizio; trova tu il modo ch’io possa ottenere questo. Non voglio sapere se per me sia meglio riuscire vincitore su i miei avversari o che essi vincano me, purchè io possa aver lei tra le braccia. Per quanto Marte sia il Dio delle armi, la tua potenza è così grandesu nel cielo, che se tu vorrai, potrò avere, finalmente, l’amor mio. Io adorerò sempre il tuo tempio, ed ogni volta che monterò a cavallo o uscirò a passeggiare, ti farò i debiti sacrifici ed accenderò il fuoco in tuo onore.Chè se tu non vorrai aiutarmi, o mia dolce signora, ti prego allora di far sì che Arcita domani mi passi il cuore con la sua lancia. Poichè una volta che io abbia perduta la vita, non mi potrà dispiacere che Arcita, rimasto vincitore, si abbia in moglie la donna. Di questo io ti prego, e quì finisce la mia preghiera: signora benedetta e cara, fa’ che io m’abbia l’amor mio».Dopo questa preghiera Palemone, con l’animo pieno di compunzione, fece subito i sacrifici; ma io non starò a raccontarvi tutti i particolari e tutte le pratiche ch’egli osservò. Dirò solamente che, finito il sacrificio, la statua di Venere fece un segno dal quale Palemone si accorse che la sua preghiera era stata, quel giorno, accolta con favore. Il segno della Dea significava, veramente, che doveva aspettare: ma egli capìbene che la ricompensa gli era concessa. Perciò se ne tornò subito a casa con la gioia nel cuore.Tre ore dopo[22]che Palemone se ne era andato al tempio di Venere, il sole si levò, e anche Emilia lasciò il letto, e se ne andò al tempio di Diana seguita dalle sue ancelle, con l’incenso, le vesti e tutto l’occorrente pei sacrifici, pei quali non mancavano, secondo l’uso, nemmeno i corni pieni di miele.Mentre il tempio fumava, tutto adorno di bei drappi, Emilia, col cuore pieno di giubilo, lavò e purificò il corpo ad una fonte. Ma non vi sto a dire nulla del modo con cui essa compiè il rito; poichè anche a volere accennare solamente le cose in generale, non sarebbe una faccenda da poco stare a sentirle tutte. Capisco che con un po’ di buona volontà non sarebbe poi una fatica dell’altro mondo, ma è meglio che nessuno resti sacrificato. I biondi capelli, dunque, le cadevano sciolti sulle spalle, e sul capo aveva una bella corona di foglie di quercia ancora fresche, accomodata conmolta grazia. Se ne andò all’altare e accesi due fuochi compiè i sacrifici della Dea, di cui vi risparmio la descrizione, perchè ognuno può leggerla da sè nella Tebaide di Stazio[23]e negli altri antichi libri che ne parlano.Quando il fuoco cominciò ad ardere su l’altare, Emilia con aria mesta e supplichevole parlò a Diana in questo modo.«O casta dea dei verdi boschi, che contempli il cielo la terra e il mare, regina del regno tetro e profondo di Plutone, dea delle vergini, che da molti anni conosci il mio cuore, e sai quale sia il mio pensiero, proteggimi tu stessa dalla tua vendetta e dall’ira tua, per la quale Atteone soffrì orribilmente. O casta Dea, tu sai bene che io desidero di rimanere vergine per tutta la vita, e che non voglio innamorarmi e divenire moglie. Io sono (tu lo sai) una fanciulla del tuo seguito, ed amo la caccia e i boschi selvaggi, e non voglio divenire donna ed avere figli; e perciò appunto fuggo la compagnia degli uomini. Tu dunque aiutami, signora, poichè lo puoi, te ne scongiuroper la tua triplice forma. Di questa grazia io ti prego: fa che Palemone il quale ha per me tanto amore, ed Arcita che mi ama così caldamente, stiano d’accordo, e distogli il loro cuore da me, in modo che tutto l’amor loro, ogni loro desio, tutte le loro sofferenze, tutto il loro ardore, si spenga, o sia rivolto altrove. Chè se non vuoi farmi questa grazia, e se è mio destino che io debba avere per marito uno di loro due, fa allora che io sia di colui che più mi desidera.
NOVELLA DEL CAVALIERENellestorie dei tempi antichi si racconta che una volta c’era un duca, chiamato Teseo, il quale era signore e governatore di Atene; ed aveva così gran fama di conquistatore, che allora non ce n’era uno più grande di lui sotto la cappa del sole. Aveva conquistato molti grandi regni, e da valente e prode cavaliere era riuscito a soggiogare anche quello delle donne conosciuto anticamente col nome di Scizia, sposando la bella regina Ippolita, che egli si portò gloriosamente e con solenne pompa in Atene, insieme con la giovane sorella di lei Emilia. Ed ora appunto questo duca famoso cavalca verso Atene in mezzo allagloria e ai suoni del trionfo, seguito da tutto il suo esercito in armi.Se non avessi paura di andare troppo per le lunghe, vi racconterei per filo e per segno in qual modo Teseo riuscì, coi suoi cavalieri, a vincere il regno delle donne; vi descriverei la grande battaglia fra Atene e le Amazzoni, l’assedio di Ippolita, la bella e coraggiosa regina della Scizia, le feste che celebrarono le sue nozze con Teseo, e i sacrifici ch’egli fece, al suo ritorno, nel tempio di Pallade. Ma pur troppo, per questa volta, debbo farne a meno. Dio sa quale vasto campo da arare io ho davanti a me: e i buoi che tirano il mio aratro sono fiacchi. Il seguito della mia storia, dicevo, è molto lungo; e non vorrei che qualcuno di voi, per colpa mia, dovesse rinunziare al suo racconto. Ciascuno deve dire la sua novella, e staremo a vedere, poi, chi vincerà la cena. Riprendiamo, dunque, dove eravamo rimasti.Il duca del quale vi parlavo, giunto quasi alle porte della città, e quando stava proprio per entrarvi con tutto il suo splendidoseguito, volgendo per caso gli occhi da una parte della strada, vide una lunga fila di signore abbrunate, che stavano in ginocchio a due a due, lungo la strada, piangendo e gridando così disperatamente, che mai persona viva aveva sentito tali lamenti. Nè si chetarono, finchè non ebbero fermato il cavallo di Teseo, prendendolo per la briglia.«Chi siete, disse loro Teseo, voi che col pianto turbate in questo modo, il mio trionfo? Piangete forse, e vi lamentate così, per invidia della mia gloria? Chi vi ha maltrattato, chi vi ha offeso? Ditemelo, ch’io possa, se è possibile, rimediarvi. Come mai siete tutte vestite di nero?»Allora la più vecchia fuori di sè dal dolore, e col pallore della morte in viso, che faceva pietà a guardarla e a sentirla, rispose:«Signore, fortunato vincitore, e glorioso conquistatore, non è davvero la vostra gloria o la fama vostra che ci affligge: abbiate compassione di noi, e prestateci il vostro soccorso, ve ne scongiuriamo. Movetevia compassione del nostro dolore e della miseria nostra. Siate così generoso da lasciar cadere una goccia della pietà vostra su noi, povere disgraziate. Pensate che noi tutte eravamo, un giorno, duchesse o regine, ed ora siamo povere donne. Vi abbiamo aspettato per quindici interi giorni, qui nel tempio della Dea Clemenza, per domandarvi il vostro aiuto: voi potete soccorerci, se volete. Io, povera disgraziata, che piango e mi dispero così, sono la moglie di Capaneo, che morì (quel giorno sia maledetto!) a Tebe. Quante voi vedete qui piangere in questo triste abbigliamento, tutte abbiamo perduto il marito là durante l’assedio. Ed ora il vecchio Creonte re di Tebe pieno d’ira e di malvagità, spinto dal dispetto e dalla prepotenza, per fare oltraggio al corpo dei mariti nostri uccisi in battaglia, ha fatto fare una catasta di tutti i morti, e non permetterà assolutamente che sieno sepolti o bruciati: vuole, per disprezzo, che siano lasciati come pasto ai cani.»A queste parole si lasciarono cadere, senza alcun ritegno, per terra, e cominciaronoa gridare pietosamente: «abbiate un po’ di compassione di noi, povere disgraziate, e lasciate che il nostro dolore vi tocchi il cuore.»Il buon duca, sentendole parlare in questo modo, commosso, saltò giù da cavallo. Nel vederle ridotte dalla nobiltà di una volta a tanta miseria e a tanto avvilimento, gli parve di sentirsi spezzare il cuore ad un tratto; e fattele alzare in piedi, cercò con ogni mezzo di confortarle, e sulla sua lealtà di cavaliere giurò che avrebbe fatto quanto gli era possibile per vendicarle del tiranno Creonte, promettendo loro che tutta la Grecia avrebbe parlato, presto, della fine che per la mano di Teseo farebbe quell’uomo ben meritevole della morte.E subito, senza porre tempo in mezzo, spiegò le insegne e mosse a cavallo verso Tebe, seguito da tutto il suo esercito. Non volle nemmeno entrare in Atene per riposarsi una mezza giornata, ma quella notte stessa si mise in cammino. Prima di partire fece accompagnare ad Atene la regina Ippolita e la bella sorella di lei, Emilia, perchèlo aspettassero là; quindi senza che io ve la faccia tanto lunga, montò a cavallo, e via per la sua strada.Nella grande bandiera bianca la figura rubiconda di Marte, con la lancia e lo scudo, risplende così fulgida, che al suo passare tutti i campi scintillano. Vicino alla bandiera segue la insegna di Teseo, tutta d’oro, nella quale è raffigurato il Minotauro da lui ucciso in Creta. Così, dunque, cavalcava il duca conquistatore, accompagnato dal fiore dei cavalieri ateniesi; giunto finalmente a Tebe, scese con garbo da cavallo, e si fermò in un campo ove stabilì di dare battaglia. E per farla corta, venuto alle mani col re di Tebe lo uccise, da prode e leale cavaliere in aperta battaglia, e mise in fuga tutte le sue genti. Quindi prese d’assalto la città, abbattendone le mura, spezzando in ogni luogo sbarre e travi, e restituì alle signore ateniesi i corpi dei loro morti mariti, affinchè facessero loro le debite esequie, secondo il costume d’allora.Troppo tempo ci vorrebbe per descrivere i pianti e i lamenti che levarono ledonne di Atene mentre bruciavano i cadaveri, le cerimonie con cui Teseo, l’illustre conquistatore, prese congedo da loro: ed io ci rinunzio perchè non ho intenzione di andare tanto per le lunghe.Teseo dunque, questo nobile duca, ucciso Creonte ed espugnata la città di Tebe, non abbandonò mai il campo di battaglia, restandovi perfino a dormire la notte, oramai padrone di fare là il comodo suo. Intanto i soldati dopo la vittoria si abbandonarono al saccheggio, frugando nel mucchio dei cadaveri per spogliarli delle vesti e delle armi. Ora accadde che costoro, in mezzo alla catasta dei morti, trovarono due giovani cavalieri, feriti gravemente in varie parti del corpo, i quali giacevano per terra, l’uno accanto all’altro, vestiti di bellissime e ricche armi. L’uno aveva nome Arcita, l’altro si chiamava Palemone, ed erano tutti e due fra la vita e la morte. Gli araldi, dalla cotta d’armi e dagli abiti che avevano indosso, si accorsero subito che i due giovani appartenevano alla famiglia del re di Tebe, e li riconobbero, precisamente, perfigliuoli di due sorelle. Allora gli stessi soldati li trassero fuori dal mucchio dei morti, e li portarono, con molta cura, alla tenda di Teseo, il quale non volle sapere di riscatto, e li fece subito condurre in Atene, perchè fossero rinchiusi per sempre in prigione. Ciò fatto Teseo si mise a cavallo, e se ne ritornò col suo esercito in Atene, incoronato di alloro come un conquistatore, e là finì felice e contento i suoi giorni. Ma senza farla tanto lunga torniamo a Palemone e Arcita, i quali se ne stavan chiusi in una torre nell’angoscia e nel dolore, senza speranza di poterne mai uscire, poichè sapevano bene che non c’era oro che potesse riscattarli.Dunque, a un giorno per volta, passarono degli anni; quando una mattina di maggio Emilia, più bella in volto del giglio sul verde stelo, più fresca del maggio stesso con tutti i suoi novelli fiori (poichè il suo colore gareggiava con quello della rosa, e non so chi delle due fosse la più bella), una mattina, dicevo, Emilia secondo il solito si alzò e si vestì prima che fosse giorno. Maggionon lascia poltrire la gente nel letto: ogni animo gentile lo sente, e balza improvviso dal sonno appena questi gli grida: «levati e fa il tuo dovere».Emilia dunque ricordandosi che doveva far gli onori a Maggio si alzò. Perchè sappiate com’era abbigliata, aveva indosso una veste nuova, e i bei capelli biondi legati in una lunga treccia le pendevano giù per le spalle. Si divertiva a passeggiare su e giù pel giardino, mentre il sole sorgeva a poco a poco. Coglieva qua e là dei fiori rossi e bianchi, e ne intrecciava una graziosa ghirlanda per la testa, cantando come un angelo del cielo. Per l’appunto era unita al muro di questo giardino la grossa e sicura torre (il carcere principale della cittadella), nella quale erano chiusi i due cavalieri di cui vi ho parlato e dovrò ancora parlarvi.Era una bella mattina di maggio, e il sole risplendeva nel cielo. Palemone, il povero prigioniero, si era alzato, e col permesso del carceriere era salito secondo il solito, ad una camera su in alto, dalla quale egli scopriva tutta la bella città, e il giardinoverdeggiante di rami, dove la bella e giovane Emilia passeggiava per diletto.Il povero prigioniero andava su e giù per la stanza tutto addolorato, e lamentandosi con se stesso della sua disgrazia diceva ogni tanto: ma perchè sono venuto al mondo?Ora il caso fece che egli attraverso le fitte e grosse sbarre di una finestra gettasse gli occhi sopra Emilia, e ferito al cuore dalla sua bellezza si traesse indietro mandando un grido.Dal quale scosso improvvisamente Arcita disse a Palemone: «Cugino mio, che cosa hai? Perchè sei pallido come la morte? Perchè hai gridato così? Chi è che ti ha fatto del male? Se è la prigionia che ti fa soffrire in questo modo, sopportala con rassegnazione, per l’amore di Dio, poichè non c’è rimedio. Il destino ci ha riserbato questa sventura: certo deve essere stato un maligno influsso di Saturno o di qualche costellazione. Invano abbiamo cercato di scongiurare il pericolo: il cielo era disposto così fin dal giorno della nostra nascita; bisogna rassegnarsi, non c’è questione.»Rispose Palemone: «Cugino, in verità tu ti sei immaginato una cosa che non è vera. Non mi ha fatto gridare la prigione: gli è che proprio in questo momento ho ricevuto una ferita, che passandomi per gli occhi, è penetrata fino al cuore uccidendomi. La bellezza di una donna che passeggia laggiù nel giardino è ciò che mi fa gridare e soffrire. Io non so se sia una donna o una dea, ma se io non m’inganno deve essere proprio Venere.»E così dicendo cadde in ginocchio ed esclamò: «Venere, se per tua volontà tu appari così in questo giardino a me povera disgraziata creatura, aiutaci a fuggire da questa prigione. Se è nostro destino irrevocabile di dover morire quì dentro, abbi compassione del nostro lignaggio così oltraggiato da un tiranno.»A queste parole Arcita si mise a spiare nel giardino, dove la donna seguitava a passeggiare su e giù. E rimase così colpito dalla bellezza di lei, che se Palemone ne fu ferito mortalmente, la sua ferita non era meno mortale davvero. E sospirando dissepietosamente: «La giovane beltà di colei che passeggia laggiù mi uccide. Se quella donna non mi concede, per pietà, di poterla almeno vedere, io sono bell’e morto.»Palemone guardando, tutto arrabbiato, il cugino gli disse: «Arcita, ma tu dici questo davvero, oppure scherzi?» «No, rispose Arcita, io dico davvero, in fede mia. Dio volesse che in questo momento avessi voglia di scherzare.»Allora Palemone aggrottando le ciglia soggiunse: «Arcita, non ti farebbe onore ingannare e tradire me in questo modo; me che sono tuo cugino, e dopo il giuramento fatto solennemente da tutti e due di essere sempre come due fratelli, di lasciare piena libertà l’uno all’altro (a costo di morire, e fino al giorno in cui la morte ci avrebbe separati) in amore e in qualunque altra circostanza; dopo che noi abbiamo giurato, anzi, che tu in ogni caso avresti aiutato me, ed io te. Questo fu il nostro giuramento, io lo ricordo bene, tu non puoi dire di no. Tu dunque ora dovresti aiutarmi col tuo consiglio: invece mancando alla tua parolavuoi amare la donna mia, quella che io amo e servo, che amerò e servirò fino a che il cuore mi batterà nel petto.Ma tu o Arcita, mancatore di parola non farai questo certamente. Io fui il primo ad amare quella donna, e confessai a te l’amore mio come ad un confidente, come ad un fratello che aveva giurato di aiutarmi. Tu dunque, se sei un cavaliere, devi aiutarmi come puoi, altrimenti io ho il diritto di chiamarti un uomo sleale.»Arcita rispose risentito: «Tu piuttosto sarai un mancatore di fede e non io; anzi sei, e te lo dico chiaramente sul viso. Perchè quella donna io l’ho amata prima di te: vorresti dire di no? Tu l’avevi creduta una dea, quindi il tuo non è amore ma venerazione, mentre io l’amo come creatura umana. E appunto per questo ti ho detto tutto, come ad un cugino il quale aveva giurato di essermi fratello.Ma supponiamo pure che tu sia stato il primo ad amarla: non conosci il motto di quell’antico saggio il quale disse: “chi può dettare legge ad un amante?” Amoreè la legge più potente che un povero mortale abbia mai dettato. E infatti tutti i giorni, e da gente di qualunque condizione, noi vediamo infrangere per amore le leggi più assolute e giuramenti come il nostro. Un uomo è costretto ad amare per forza, malgrado della sua volontà. Egli non può liberarsi, ed è pronto ad incontrare anche la morte, sia colei che egli ama, indifferentemente, una fanciulla, una vedova o magari una donna maritata.Del resto non è nemmeno probabile che tu possa restare per tutta la vita nelle sue grazie, come non vi resterò, certo, neppure io: poichè tu sai, pur troppo, che noi siamo condannati ad una eterna prigionia senza speranza di riscatto.Noi finiremo, forse, per fare come quei due cani che si leticavano un osso, i quali stettero alle prese un giorno intero, per poi non avere nulla. Perchè mentre si azzuffavano calò in mezzo a loro un nibbio, e si portò via l’osso. Perciò, caro fratello, sarà meglio fare come si suoi dire: “alla corte del re ognun pensa per sè” ecco tutto.Tu ama quella donna quanto ti pare; io per conto mio l’amo e l’amerò sempre: non posso dirti altro davvero. Una volta che dobbiamo rassegnarci tutti e due alla prigione, segua ognuno la sorte che gli tocca.»Grande e a lungo seguitò ancora la disputa fra loro due, se avessi il tempo di raccontarla, ma andiamo avanti. Per farvela corta, un giorno un duca famoso chiamato Piritoo, compagno di Teseo fin da quando erano bambini, andò in Atene per rivedere il vecchio amico e passare qualche tempo con lui allegramente, come era solito fare ogni tanto, giacchè si volevano tutti e due un gran bene. Si volevano tanto bene, (dicono i libri che parlano di quei tempi,) che quando l’uno di essi morì, non dico bugie, l’altro andò a ritrovarlo fin giù nell’inferno. Ma ora non è mia intenzione scrivere questa storia.Piritoo, dunque, conosceva benissimo Arcita che aveva veduto crescere d’anno in anno in Tebe, cosicchè gli voleva molto bene: e tanto fece e tanto pregò, che Teseo lo lasciò uscire di prigione. E non solamentenon volle nessun riscatto, ma gli lasciò piena libertà di andare dovunque volesse, ad una condizione: che se per caso Arcita fosse còlto di giorno o di notte, anche per un momento, in una città del regno di Teseo, e venisse arrestato, perderebbe la testa con un colpo di sciabola. Questo fu il patto, e non c’era per Arcita altra speranza di rimedio o altra via di scampo. Così egli partì, e s’avviò in fretta verso casa sua. Stia bene attento, però, perchè la sua vita corre un gran pericolo.Quanto soffre, intanto, il povero Arcita! Si sente la morte nel cuore; piange, si lamenta, si dispera che fa pietà a sentirlo, e pensa di darsi la morte. Poi grida: «Maledetto il giorno che son venuto al mondo! Eccomi condannato ad una prigione più dura di quella di prima: eccomi condannato non dico al purgatorio, ma alle pene dell’inferno. Ah! non avessi mai conosciuto Piritoo: così sarei ancora presso Teseo legato in prigione, ma felice, e non un disgraziato come sono ora. La sola vista di colei che io servo senza sperare di essere mai degno dellasua grazia, mi avrebbe abbastanza ricompensato.Caro cugino Palemone, soggiungeva, tu hai riportato la vittoria in questa avventura: tu puoi godere ancora ed essere felice chiuso in prigione. In prigione? Che dico? In paradiso. La fortuna ha tirato essa stessa i dadi per te, poichè tu godi la vista di Emilia, ed io ne soffro, invece, la lontananza. Tu almeno, che la vedi ogni giorno, e sei un nobile e valoroso cavaliere, puoi sperare che un caso qualunque (visto che la fortuna è così cieca) ti faccia ottenere ciò che desideri. Ma per me che sono esiliato senza speranza di grazia, e mi trovo in mezzo a così grande disperazione che non può darmi aiuto o conforto nè la terra, nè l’acqua, nè il fuoco, nè l’aria, nè altra creatura da loro formata, per me non ci resta che morire dalla disperazione e dal dolore. Addio vita, addio desiderî, addio felicità, addio tutto!Ma perchè tutti gli uomini si lamentano tanto della divina provvidenza e della sorte, che spesso e volentieri concede loro, o in un modo o in un altro, più di quello cheessi stessi possano immaginare? Uno, per esempio, desidera le ricchezze, e non sa che saranno la sua morte o la sua rovina. Un altro che è in prigione, vuole uscirne ad ogni costo, e in casa sua trova la morte per mano dei servi. I mali di questo genere che da un momento all’altro ci possono capitare addosso sono tanti, che noi stessi non sappiamo che cosa augurarci nel mondo. Noi camminiamo su questa terra come l’uomo che è ubriaco fradicio: egli sa di avere una casa, ma non sa infilare la strada che lo meni dritto al portone; e su quella che ha trovato scivola maledettamente ad ogni passo. Nello stesso modo preciso camminiamo noi in questa valle di lacrime.Noi ci arrabattiamo dietro la felicità, ma il più delle volte sbagliamo la strada; questa è la verità. Tutti dobbiamo confessarlo, ed io pel primo, che mi credevo (anzi ne ero certo) di sentirmi felice e contento il giorno in cui fossi uscito di prigione, e invece eccomi qua le mille miglia lontano dalla felicità. O Emilia, se io non debbo rivederti, è finita: io sono un uomo morto!»Palemone, intanto, appena seppe che Arcita se ne era andato, cominciò a disperarsi in modo, che la gran torre echeggiava delle sue grida e dei suoi pianti. Fin le catene che aveva ai piedi erano bagnate delle sue amare lacrime.«Ahimè, diceva, o cugino Arcita, Dio sa se di noi due tu sei quello, pur troppo, che ha guadagnato nella lite che ci ha divisi.Tu ora cammini liberamente per le vie di Tebe, e poco ti importa del mio dolore. Tu se vuoi, bravo e coraggioso come sei, puoi radunare tutta la gente del sangue nostro, e far con essa una guerra così accanita al regno di Teseo da ottenere, per un evento qualunque, o come prezzo della pace, la mano di colei per la quale è destinato che io muoia. Poichè quale probabilità posso avere di possederla, col vantaggio che tu hai di essere fuori di prigione e libero di te, mentre io sono costretto a morire rinchiuso in una gabbia? Ormai posso rassegnarmi a piangere e a disperarmi per tutta la vita, per le sofferenze che mi dà la prigionia, alle quali si aggiungono i tormentidell’amore, che raddoppiano il mio strazio.»Ad un tratto il fuoco della gelosia gli divampò nel petto, e con tanta furia irruppe nel suo cuore, che divenne pallido come la cenere fredda della morte,[1]e disse: «O Dei crudeli, che governate il mondo con la forza della vostra parola immortale, e scrivete sopra una tavola di diamante i vostri decreti e la vostra eterna concessione, questo genere umano pel quale voi avete fatto tanto, in sostanza che cosa vale più della pecora che giace per terra nella stalla? Anche l’uomo viene ucciso come un’altra bestia qualunque, è arrestato e imprigionato, passa da una sciagura all’altra, spesso essendo, per Dio, anche innocente.Che cosa è, dunque, questo governo superiore che tutto vede, e lascia soffrire chi è senza colpa ed innocente? Ma un’altra cosa, mi fa sentire più amaramente le mie pene; ed è che l’uomo, per amore di Dio, debba essere costretto a rinunziare alla sua volontà, mentre una bestia qualunque può soddisfare tutti i suoi desiderî. Senzacontare, poi, che la bestia quando è morta riposa in pace; mentre l’uomo deve piangere e soffrire anche nell’altro mondo, come se non ne avesse abbastanza in questo. È proprio così.Il perchè io non non lo so, e lascio, appunto, che rispondano gli indovini; ma un’altra cosa, pur troppo, so: ed è che in questo mondo ci siamo venuti per soffrire. Io, disgraziato, vedo una serpe strisciare liberamente per la via; vedo un ladro, il quale ha derubato più d’un galantuomo, andarsene comodamente a spasso dove gli pare e piace, mentre io debbo starmene qui in prigione per volere di Saturno e per l’odio e l’ira di Giunone, la quale ha quasi distrutto completamente il sangue tebano, ed abbattuto le grandi mura della città. E Venere per giunta mi fa morire di gelosia e di paura per causa di Arcita.»Intanto lasciamo per un poco Palemone nella sua prigione, e torniamo ad Arcita.L’estate passa, e le lunghe notti invernali raddoppiano le pene dell’amante in esilio e del prigioniero in Atene. Io non so,davvero, chi di loro due si trovasse peggio. Poichè, in una parola, Palemone era condannato a perpetua prigionia, e a morire fra i ceppi e le catene; Arcita esiliato sotto la pena della testa, non doveva mai più rivedere la donna del suo cuore.O innamorati, che cosa rispondereste a questa domanda: chi vi pare più disgraziato, Arcita o Palemone? Questi vede tutti i giorni la sua donna, ma è condannato a passare tutta la vita in prigione; quegli è padrone di andare, a piedi ed a cavallo, dove gli pare, ma non potrà mai più rivedere la donna sua. Pensate un po’ quel che vi pare voi che siete al caso di saperne più degli altri: io intanto, riprendo il mio racconto.Arcita dunque, giunto a Tebe, non faceva che lamentarsi tutto il giorno, fuori di sè dal dolore di non dover più rivedere la sua donna. E per dirvi in una parola quanto era grande il suo dolore: mai creatura umana ebbe a soffrire come lui, fra quante ce ne sono su questa terra, e ce ne saranno prima che il mondo finisca. Non dormiva, non mangiava, non beveva, tantoche si ridusse secco come un uscio.[2]Aveva gli occhi infossati che facevano impressione a guardarli, la faccia smunta e pallida come la cenere spenta. Stava sempre solo, lontano da tutti, e la notte non faceva che piangere e disperarsi. Se sentiva qualcuno cantare o suonare, cominciava a piangere e non la finiva più. Era così accasciato ed avvilito, così completamente cambiato, che non si riconosceva più neppure la sua voce, sentendolo parlare.Andava girando per il mondo con l’aria non di un povero innamorato colpito dal male di Eros, ma con l’aspetto di un matto. Pareva un disgraziato al quale l’umor tetro cacciandosi nella parte anteriore della scatola del pensiero, avesse mandato a spasso il ben dell’intelletto. L’organismo fisico e morale del misero amante era, insomma, tutto scombussolato. Ma perchè dovrei passare il giorno intero a raccontarvi le sue pene?Dunque, già da un anno o due Arcita era in mezzo a questi tormenti e a questi dolori, quando una notte, mentre dormiva,gli parve di vedere, in sogno, Mercurio, l’alato messaggero del cielo, il quale gli disse di darsi pace e stare allegro. Il dio teneva dritta in una mano la boccetta apportatrice del sonno, e un cappello gli cuopriva i capelli luccicanti; era vestito ed armato (Arcita lo guardò bene), proprio come il giorno in cui Argo chiuse i suoi cento occhi nel sonno della morte.[3]«Arcita, egli disse, tu devi ritornare ad Atene: è destinato che là abbiano fine i tuoi affanni».A queste parole Arcita si svegliò con un sussulto. «Ciò che ho inteso, diceva, mi ha messo la febbre addosso: io anderò subito ad Atene. Non ci sarà paura di morte che mi impedisca di rivedere la donna mia, colei che io amo e servo. Davanti a lei non mi curo della morte.» E così dicendo prese un grande specchio, e guardatosi, vide che la sua fisonomia era così cambiata, che egli non era più quello di prima. Allora gli venne una bell’idea: giacchè le sofferenze patite lo avevano così mal ridotto, bastava che egli si desse un po’ l’aria di una persona di bassa condizione, per non essere riconosciutoin Atene, e poter vedere, così, ogni giorno da vicino la sua Emilia. Detto fatto: si tolse gli abiti, e si vestì come un povero operaio. Quindi accompagnato solamente da un suo scudiere (al quale aveva confidato tutto), vestito anche lui poveramente, prese la prima strada che menava ad Atene. Giunto là, un giorno andò al palazzo di corte, e si mise sulla porta, offrendosi a questo e a quello, se avesse bisogno di un uomo di fatica per qualunque servizio. E per non farla tanto lunga, gli riuscì di farsi prendere come aiuto da un cameriere addetto alla persona di Emilia. Naturalmente Arcita, accorto com’era, aveva subito saputo, appena tornato in Atene, quale era la servitù di lei. Tagliava le legna per il fuoco e portava i suoi viaggi d’acqua senza nessuna fatica: era giovane e robusto, ed aveva forza e spalle abbastanza buone, per reggere a qualunque servizio gli venisse comandato.Erano appena due anni che egli, sotto il falso nome di Filostrato,[4]serviva in tal modo la sua bella Emilia; e già tutti gli sierano affezionati: nessuno degli altri servitori era benvoluto come lui. La gentilezza dei suoi modi era così grande, che a corte tutti ne parlavano: tutti dicevano che Teseo avrebbe fatto una vera opera di carità, a migliorare un poco la condizione di lui, facendogli fare un servizio più decoroso, in modo che potesse mettere in opera le sue virtù. Intanto la fama delle sue molte abilità e del suo bel modo di parlare si sparse per la città, e giunse presto agli orecchi di Teseo, il quale lo volle al suo servizio, e lo fece suo scudiere, dandogli, naturalmente, la paga necessaria per potersi mantenere in quel grado. Del resto c’era chi di nascosto gli portava, ogni anno, da Tebe la rendita dei suoi beni. Egli però aveva l’accortezza di spendere sempre modestamente, affinchè a nessuno potesse dare nell’occhio, e fare meraviglia, come mai avesse tanto denaro. Per tre anni Arcita se la passò in questo modo, senza essere scoperto; anzi seppe fare così bene, tanto in tempo di pace che in mezzo alle guerre, che Teseo non ebbe mai alcuno più caro di lui. Ma lasciamolo, ora, così contentoe felice, e torniamo un poco a Palemone.Questi sette anni erano passati per lui molto tristi nella orribile e cruda prigione, in mezzo ai tormenti dell’amore e della disperazione. Chi soffriva, al mondo, come Palemone doppiamente torturato? Da una parte, l’amore che lo faceva diventar matto, da l’altra, la prigione, dove si trattava di stare non un anno, ma per tutta la vita.Quale poeta inglese potrebbe degnamente cantare, in rima, tutto il martirio di lui? Io no davvero; quindi tiriamo pure innanzi. Dopo sette anni, dunque, di penosa prigionia, precisamente la notte del tre di Maggio (come riferiscono i vecchi libri che raccontano i particolari di questa storia), fosse caso o destino (certo quando una cosa è destinata, deve accadere), Palemone, con l’aiuto di un amico, a mezza notte in punto scappava dalla prigione, dandosela a gambe per lasciare al più presto la città.La notte era corta, e il giorno si avvicinava: era necessario nascondersi per non essere scoperto. Perciò Palemone con passotrepidante si rifugia, in fretta, in una selva lì vicina. La sua intenzione era di restare là nascosto tutto il giorno, per prendere, giunta la notte, la via di Tebe, dove poi pregherebbe i suoi amici di aiutarlo a guerreggiare contro Teseo. Poichè egli voleva, oramai, una di queste due cose: o perdere la vita, o sposare Emilia; questo si era proposto, e voleva riuscirvi.Torniamo ora ad Arcita, il quale in mezzo a tanta felicità non sognava neppure che gli fossero così vicini, un’altra volta, gli antichi affanni; finchè la sua mala ventura gli ci fece battere proprio il naso[5]. L’allodola gaia, messaggera del giorno, saluta col canto i grigi albori mattutini; e Febo fiammeggiando levasi con tale splendore di luce, che tutto l’oriente ne ride, e nel fogliame del bosco vaporano sotto i suoi tepidi raggi le pendule gocce d’argento. Arcita intanto, il primo scudiere della corte di Teseo, si era alzato e contemplava il giorno sereno; quindi per fare onore a Maggio, con l’anima riboccante d’amore, se ne andò sul suo focoso destriero a diporto pei campi, qualche migliofuori della città. E il caso fece che, per l’appunto, si diresse verso la selva stessa dove era Palemone, in cerca di caprifoglio e biancospino per fare una ghirlanda. E cantava con effusione al bel sole di Maggio:«Maggio, con tutti i tuoi fiori e le tue foglie, ben venuto sii tu, fresco e ridente Maggio; io spero di trovare in questo luogo un po’ di verde.» Quindi col cuore pieno di gioia, balza a terra da cavallo, ed entrato in fretta nel bosco incomincia a girare su e giù per un viale, proprio dove Palemone, trepidando di paura, stava nascosto dietro a un cespuglio, perchè nessuno lo vedesse. Egli non sapeva davvero che Arcita fosse lì; e Dio sa se egli se lo sarebbe mai immaginato. Ma dice bene un antico proverbio: il campo «ha gli occhi per vedere, il bosco gli orecchi per sentire.» Ed ha ragione chi va cauto, perchè gli uomini si incontrano tutto il giorno, su questa terra, senza bisogno di convegni. Neppure Arcita s’immaginava che il suo compagno di sventura, zitto e cheto lì nel bosco, gli fosse così vicino da sentire tutto ciò che egli diceva.Arcita dopo avere girato qua e là per un bel pezzo, cantando la sua canzone di Maggio, improvvisamente divenne muto e pensieroso, come fanno quei bei tipi degli innamorati; i quali un momento sono su in paradiso, un minuto dopo giù nell’inferno;[6]e vanno su e giù come un secchio nel pozzo. Poichè l’incostante Venere rende mutabile, a un suo comando, l’animo dei sudditi, come il giorno a lei sacro. Infatti il venerdì ora c’è il sole, ora piove a catinelle: raramente è uguale agli altri giorni della settimana.Finito il suo canto, Arcita cominciò a sospirare, e si mise a sedere lì nel bosco, dicendo «Maledetto il giorno che sono nato! Per quanto tempo ancora, o Giunone crudele, vorrai far guerra alla città di Tebe? Estinta è oramai la regale progenie di Cadmo e di Amfione: di Cadmo che fu il primo fondatore di Tebe, il primo a governarla e ad esserne incoronato re. Io sono del suo sangue, suo discendente in linea diretta, ed appartengo proprio al ceppo reale; ed ora eccomi qua, ridotto così disgraziato e vile, che non mi vergogno di servire, come miseroscudiere, un uomo che è mio mortale nemico. E per mia maggiore vergogna, Giunone mi spinge perfino a disconoscere il mio nome; poichè mentre mi chiamo Arcita, ora mi nascondo sotto il nome di Filostrato, che significa: uomo da nulla. Ah! Marte crudele, ah! crudele Giunone, l’ira vostra ha ormai distrutto il sangue nostro; noi soli restiamo: io e quel disgraziato di Palemone, che Teseo tiene a marcire in prigione. Ma non bastava tutto questo; amore, per darmi il colpo di grazia, ha trafitto così profondamente il mio povero cuore di cavaliere col suo cocente dardo, che il cielo, senza dubbio, doveva avere destinato la mia morte prima ch’io venissi al mondo. O Emilia, tu mi uccidi con gli occhi tuoi; tu sei la causa della mia morte. Di tutto il resto non mi importa nulla: purchè io possa fare qualche cosa per piacerti.»E così dicendo cadde svenuto, e rimase, per qualche momento, privo di sensi. Intanto Palemone, il quale si era sentito, ad un tratto, come passare il cuore da una fredda lama, balzò in piedi; e tutto tremantedalla rabbia non potè più a lungo restar nascosto. Appena udito il racconto di Arcita, come un pazzo, e pallido come un morto, saltò fuori dal folto cespuglio che lo nascondeva, dicendo: «Ah! falso Arcita, falso e malvagio traditore, finalmente ti ho còlto, te che pretendi di amare tanto la donna mia; colei per la quale io soffro tutte queste pene e questi affanni. E dire che tu sei del mio sangue! che avevi giurato, come spesso ti ho ripetuto, di aiutarmi coi tuoi consigli! In questo modo, dunque, hai ingannato Teseo, cambiandoti il nome? S’io non cadrò morto, tu dovrai quì stesso morire. Tu non amerai la mia Emilia; io solo l’amerò, e nessun altro, poichè sono (come tu vedi) Palemone, il tuo mortale nemico.E sebbene quì non abbia la mia sciabola, essendo fuggito per un caso di prigione, io non ti temo affatto; e tu dovrai o morire, o rinunziare all’amore di Emilia. Scegli, dunque, ciò che ti piace di più, poichè non c’è per te altro scampo.»Arcita allora fuori di sè dalla rabbia, appena l’ebbe riconosciuto udendo quelle parole,con la ferocia di un leone trasse fuori la spada e disse: «Per il Dio che sta su in cielo, s’io non avessi pietà dei tuoi affanni e della passione che ti rende pazzo; se non fosse perchè non hai la spada, tu non moveresti più un passo da questa selva, senza cadere sotto la mia mano. Io spezzo quì la fede con cui tu pretendi che io sia ancora legato a te. Che? Pazzo che non sei altro: pensa che l’amore è libero; ed io amerò la tua donna a dispetto di tutta la tua forza. Ma poichè tu sei un prode e cortese cavaliere, e vuoi contenderla con la spada, eccoti la mia mano: domani, immancabilmente, io sarò quì; e nessuno (parola di cavaliere) saprà nulla di quanto è accaduto fra noi.Al mio ritorno porterò anche per te una buona armatura; anzi tu sceglierai delle due la migliore, e lascierai a me la peggio. Stasera, intanto, ti porterò da mangiare e da bere, e penserò anche a provvederti delle coperte per la notte. E se sarà destinato che tu vinca con la spada la mia donna, ed uccida mein questo bosco, abbiti pure la donna in premio».Palemone rispose: «Va bene, accetto».E si lasciarono così, per trovarsi la mattina dopo come ciascuno aveva lealmente promesso.O Cupido, re spietato ed assoluto! È proprio vero, come si suol dire, che amore e impero non vogliono sapere di società. E nessuno lo sa meglio di Arcita e Palemone.Arcita, intanto, se n’era tornato, in fretta, in città; e la mattina seguente, prima di giorno, si procurò di nascosto due armature complete, con tutto l’occorrente perchè egli e Palemone potessero misurarsi sul terreno. Montato, quindi, a cavallo con le due armature davanti a sè, si mise in cammino; e così all’ora e nel luogo stabilito i due amici si ritrovarono.Appena si videro, impallidirono tutti e due. Come il cacciatore Trace appostato con la lancia alla tana del leone o dell’orso, sentendo dal fruscio del bosco avvicinarsi la belva (che rompe sui suoi passi rami e foglie), pensa trepidando: ecco ilnemico, o io l’uccido sulla tana, o egli uccide me, se fallisco il colpo; così Arcita e Palemone, pallidi, trepidarono, conoscendo ciascuno il valore dell’altro. Senza nè anche salutarsi indossarono le armi, aiutandosi come due buoni fratelli. Quindi impugnata un’asta bene appuntata e forte, si avanzarono, con lunghi passi, l’uno contro l’altro. Avresti detto, vedendoli combattere che Palemone avesse la ferocia di un leone, e Arcita la fierezza d’una tigre: infuriati come due orsi che hanno la bocca biancheggiante di spuma, menavano tutti e due orribili colpi, immersi nel sangue fino al collo del piede. Ma lasciamo loro che si battono in questo modo, e torniamo a Teseo.Il destino, ministro di tutte le cose, il quale distribuisce in questo mondo la provvidenza divina, è così potente, che quando gli uomini hanno giurato che una cosa non può accadere se non in un dato modo, un bel giorno accade proprio alla rovescia; e te la do in mille anni, se un’altra volta sola si ripete in quel modo lì. I nostri desiderî, di qualunque genere siano: guerra, paceodio, amore, tutti, senza dubbio, sono guidati dalla mente di Dio. Dico questo a proposito di Teseo, il quale ha una passione così grande per la caccia, specialmente per quella del cervo nel mese di maggio, che l’alba non lo trova mai a letto; ma è sempre pronto a montare a cavallo, con tutto il suo seguito di cacciatori coi corni e i cani. Egli trova nella caccia un divertimento così grande, che il suo maggior diletto, la sua unica ambizione, è l’essere chiamato: la distruzione dei cervi.Era, come ho già detto, una bella giornata, e Teseo, con l’animo giocondo e pieno di felicità, montato a cavallo con regale pompa, se ne andò a caccia insieme alla sua bella Ippolita e ad Emilia, che indossava un bellissimo abito verde. E s’incamminò verso un piccolo bosco, lì vicino, dove gli era stato detto che c’era un cervo. Quindi si spinse avanti per una pianura, dove seppe che l’animale era solito fuggire presso un ruscello, e seguitò ancora la sua strada in quella direzione. Il duca lo seguì una o due volte, sguinzagliando i cani, chestavano tutti pronti ad un suo cenno; e finalmente giunto in un prato, portando la mano agli occhi, perchè il sole gli permettesse di vedere, scôrse Arcita e Palemone che combattevano infuriati come due tori. Le spade luccicanti volavano per l’aria così terribilmente, che il più piccolo colpo avrebbe abbattuto una querce. Teseo non sapendo chi fossero, diè di sprone al cavallo, e in un salto fu in mezzo a loro, con la sciabola sguainata, e gridò: «Olà! fermi, per la vostra testa. Giuro per Marte, dio potente della guerra, che il primo il quale, davanti a me, tirerà un altro colpo solo, cadrà morto. Chi siete voi che osate venire qui a combattere in questo modo senza un giudice o un ufficiale che diriga l’assalto, come in un leale torneo?»Palemone rispose subito: «Signore, perchè non dirti, senz’altro, la verità? Tutti e due ci meritiamo la morte: noi siamo due disgraziati prigionieri stanchi della vita; tu che sei nostro signore e nostro giudice, non avere per noi nè compassione nè perdono. Uccidimi pel primo, che mi fai una vera carità,ma uccidi anche il compagno mio. O se tu lo desideri, uccidi lui prima di me; poichè sappi, se non te ne sei accorto, che costui è Arcita, il tuo mortale nemico. Egli fu bandito dal tuo regno sotto la pena della testa: perciò si merita la morte. Sappi che costui venne alla tua porta, e dicendo di chiamarsi Filostrato, riuscì ad ingannarti per molti anni, sì che tu stesso lo hai fatto tuo primo scudiero. Egli ama Emilia.E giacchè è venuto il giorno della mia morte, faccio intera la mia confessione: io sono quel disgraziato di Palemone, che è fuggito, per sua unica volontà, di prigione. Sono anch’io tuo mortale nemico, ed amo così ardentemente la bella Emilia, che sarei felice di morire davanti a gli occhi suoi. Perciò da me stesso ti chiedo la mia condanna di morte; ma tu uccidi anche il mio compagno, chè tutti e due ci meritiamo di essere uccisi.»Allora il nobile duca rispose: «La cosa è molto semplice. La vostra stessa bocca confessando tutto, vi ha condannato, ed io non lo dimenticherò. Non c’è, quindi, bisognodi farvi parlare con la tortura, e, per Marte rubicondo[7], voi morrete subito.»A queste parole (le donne, si sa, fanno presto a commoversi) la regina cominciò a piangere, e con lei Emilia e le altre signore del seguito. Tutte ebbero pietà di quei due giovani, di illustre lignaggio, che solo per amore si battevano a quel modo. E vedendoli così orribilmente feriti e sanguinanti, si volsero a Teseo gridando: «Signore, abbiate compassione almeno di noi». E mettendosi in ginocchio per terra, volevano baciargli i piedi. Un cuore gentile si muove facilmente a pietà: e finalmente si commosse anche Teseo. Sebbene furibondo, da principio, contro i due Tebani, riflettendo, poi, alla colpa che avevano commesso, e alla causa che li aveva spinti, sentì che se l’ira li condannava come rei, la ragione non sapeva fare altro che scusarli. Pensò che chiunque, per amore, avrebbe fatto lo stesso, cercando di scappare, ad ogni costo, di prigione. Ebbe, poi, compassione di tutte quelle donne che piangevano in coro, e ripensando nell’animo generoso al caso dei due prigionieritebani, diceva fra sè: «Guai a quel sovrano che è senza pietà, ed è un leone tanto con l’uomo pentito e sommesso, quanto con l’uomo superbo e ribelle! Guai a quel sovrano che ad ogni costo vuole mantenere ciò che in un momento di rabbia ha minacciato! Ha poco criterio chi in un caso simile non sa distinguere, e mette sulla stessa bilancia l’orgoglio e l’umiltà.» E tosto, sbollito il primo impeto dell’ira, alzando gli occhi sorridenti da terra disse, a voce alta, queste precise parole:«Benedicite!Che signore grande e potente è Amore! Tutto vince la sua potenza, e potrebbe, davvero, essere chiamato un Dio pei suoi miracoli. Il cuore degli uomini è in mano sua.Guardate Arcita e Palemone: fuggiti di prigione, avrebbero potuto vivere, in Tebe, come due re; invece per quanto sicuri di trovare in me un mortale nemico, eccoli un’altra volta qua, condotti, come ciechi, da Amore a cercare la morte. Non vi pare una grande pazzia questa? Chi più matto, in questo mondo, di un uomo innamorato? Guardateun po’ per l’amore di Dio, come sanguinano quei disgraziati! Non vi pare che si siano conciati, tutti e due, per le feste? Ecco come Amore, loro padrone, li ha pagati e compensati dei servizi resi. Eppure andate a levar loro di testa, se vi riesce, che sono due matti, a volere servire Amore ad ogni costo.Ma il più bello è questo: che la donna della quale sono, tutti e due, così gelosi, può ringraziarli, di tanto amore, precisamente come me. Poichè di questa interessante faccenda, per Dio, non ne sa nulla davvero[8]. Tutti, però, giovani o vecchi, di sangue caldo o pezzi di ghiaccio, dobbiamo esser messi alla dura prova: tutti, una buona volta dobbiamo perdere la testa per una donna. Io stesso ci sono cascato, a suo tempo, ed ho servito come gli altri. E perchè, appunto, so per prova le pene dell’amore, e, preso più d’una volta nei suoi lacci, conosco quale strazio sia per quel disgraziato che ci casca; io vi perdono, o cavalieri Tebani, per amore della regina, che me lo domanda in ginocchio, e della mia buona cognataEmilia. Ma voi, qui stesso, mi dovete giurare che non cercherete mai di insidiare la mia terra, di attaccarmi e di costringermi a combattere, nè di giorno nè di notte. Io vi perdono interamente, purchè siate, in ogni occasione, amici miei». Palemone e Arcita giurarono che avrebbero fatto tutto ciò che egli chiedeva; e lo pregarono, fino da quel momento, di concedere a tutti e due la sua pietosa protezione. Teseo promise loro tutto il suo favore, e soggiunse: «Quanto ad Emilia, per la quale è nata tra voi questa battaglia e questa gelosia, io trovo che se anche fosse una regina o una principessa, non potrebbe desiderare di meglio che sposare, un giorno, uno di voi due: poichè senza dubbio ne siete ugualmente degni, pel vostro lignaggio e per le ricchezze vostre. Ma capirete bene, che non può sposarvi tutti e due. Quand’anche doveste disputarvela con le armi eternamente, uno dovrebbe tornarsene per forza con le pive nel sacco;[9]insomma, siccome non la potete sposare in due, abbia fine, oramai, la vostra gelosia e la vostra rabbia. Io farò in modo che ognuno di voiabbia il suo destino, e non si possa lamentare. Sentite, dunque, come ho pensato di finire, una buona volta, questa avventura.Il mio avviso, per venire ad una conclusione decisiva, senza che ci si debba più tornare sopra, sarebbe questo, che approverete se vi piacerà. Ognuno di voi vada, oggi stesso, liberamente dove crede, senza riscatto e sicuro; ma passate cinquanta settimane da questo giorno, voi dovrete ritornare tutti e due qua, dovunque siate, portando ciascuno cento cavalieri armati di tutto punto, pronti per entrare in lizza, e venire a battaglia. Ed io sulla mia parola di cavaliere, vi prometto che chi di voi due uscirà vittorioso dal torneo, cioè abbia la fortuna di uccidere, coi suoi cento cavalieri, l’avversario, o di metterlo fuori di combattimento, avrà da me Emilia in isposa.Farò fare in questo stesso luogo la lizza, e Dio mi salvi l’anima davvero, se io sarò un giudice equo e coscienzioso. La cosa non sarà definita, fino a che uno di voi non resti ucciso, o sia fatto prigioniero. Ditemi ora quello che pensate della mia propostae se vi pare che io abbia parlato bene, approvatela; questa deve essere la fine e la conclusione della vostra avventura».Chi era più felice, in quel momento, di Palemone? Chi più di Arcita matto dalla contentezza? Chi potrebbe raccontare o descrivere la gioia di tutti, quando Teseo ebbe fatto una grazia così bella? Tutti si inginocchiarono davanti a lui, ringraziandolo di cuore, e specialmente i due giovani tebani.Quindi Palemone e Arcita, con l’animo pieno di speranza e di felicità, presero commiato, e s’incamminarono, a cavallo, verso Tebe dalle grandi ed antiche mura.Ma io non posso seguitare il mio racconto senza dirvi quello che spese Teseo, per far preparare subito la lizza: son sicuro che qualcuno non mi perdonerebbe una negligenza simile. Poichè si tratta di un anfiteatro così grande e così bello, che ci scommetto, non c’era l’uguale in tutto il mondo. Aveva quasi un miglio di circuito, cinto tutto intorno di mura in pietra, in modo da formare un circolo perfetto come quello tracciato da un compasso. Nell’interno c’erano delle gradinate,all’altezza di sessanta passi l’una da l’altra in modo che chi stava seduto davanti, non impedisse di vedere a quello che gli era dietro. Si entrava nella lizza per due porte di marmo bianco, uguali precise, che guardavano una ad oriente e l’altra ad occidente. Insomma, per farvela corta, basti dire che non si era mai visto sorgere, in così breve tempo, sulla terra, un edificio come quello. Poichè quanti ingegneri pittori e scultori erano in Atene, tutti furono chiamati da Teseo, e mantenuti a sue spese, per costruire l’anfiteatro e dirigere i lavori. Sopra la porta ad oriente fece costruire una cappella con un altare, in onore di Venere, dea dell’amore, per celebrarvi i suoi riti, e fare i debiti sacrifici; sopra quella ad occidente ne fece costruire un’altra compagna per onorare la memoria di Marte, e tutti e due costarono una somma favolosa[10]. Una terza, poi, in onore di Diana, pudica e casta dea, Teseo fece innalzare con grande magnificenza, dentro una piccola torre, che si levava sul muro di cinta verso il NordE questa era tutta d’alabastro e di corallo, un vero splendore di ricchezza.Ma dove lascio le magnifiche incisioni, le pitture e le belle immagini effigiate in queste tre cappelle?Nel tempio di Venere, appena entrati, si vedevano figurati sul muro, in un quadro commovente, i sonni interrotti, i dolorosi sospiri, le amare lacrime, i lamenti, e i fieri colpi di passione, che tormentano, in questo mondo, i servi d’amore, i loro giuramenti e le loro promesse. In bell’ordine, poi, erano dipinti sulle pareti il piacere e la speranza, il desiderio e l’audacia, la bellezza e la gioventù, il ruffianesimo e l’oro, la civetteria e la violenza, la menzogna e l’adulazione, la prodigalità e gl’intrighi, la gelosia con una corona d’oro in testa e un cuculo appollaiato sopra una mano, feste e strumenti musicali, carole e danze, libidine e lusso. Tutti i compagni dell’amore, insomma, c’erano rappresentati, in un numero molto più grande di quello che io ho ricordato e potrei ricordare. Il monte Citerone, per esempio, sul quale Venere ha la sua principale dimora,si vedeva dipinto sul muro col suo giardino e con tutta la gaia serenità che vi spira attorno. Il pittore non si era dimenticato di nulla: c’era l’ozio che stava a guardia sulla porta, Narciso, famoso per la sua bellezza, c’era la pazzia di re Salomone, la forza maravigliosa d’Ercole, gl’incantesimi di Medea e di Circe, Turno audace e coraggioso, e finalmente il ricco Creso in mezzo alle catene. Questo quadro dimostrava che il sapere, l’oro, la bellezza, l’astuzia, la forza e il coraggio, non possono cospirare e lottare, anche tutti insieme, contro Venere sola, la quale è padrona del mondo. E tutta quella gente che si vedeva lì dipinta, era caduta nelle sue reti, e si lamentava, senza tregua, pel dolore. Per far presto io vi ho ricordato solamente qualche esempio, ma ce n’erano ancora più di mille.Nuda in mezzo alla gloria del mare, spiccava la splendida figura di Venere, cullata dall’onda azzurra e cristallina, che le nascondeva la parte inferiore del corpo. Nella destra stringeva una cetra[11], sopra la sua testa leggiadra, incoronata di freschissimerose, svolazzavano le sacre colombe. Dinanzi le stava il figlio Cupido, con le ali alle spalle e la benda agli occhi, armato dell’arco e di frecce lucide e appuntate.Perchè non vi dovrei descrivere, ora, anche le figure effigiate nel tempio di Marte rubicondo? Tutta intera una parete rappresentava l’interno dei gran tempio di Marte in Tracia, nell’aspra regione dove il Dio ha il suo regno.Prima di tutto si vedeva una foresta, di vecchi alberi nodosi e senza foglie, irta di orribili rami, abbandonata dagli uomini e dalle belve. E dal fondo pareva si sprigionasse un rumore sordo, come di un uragano che schiantasse tutto. In basso, ai piedi di un colle sorgeva il tempio di Marte bellicoso, tutto d’acciaio brunito, con un’entrata così lunga e stretta, che metteva paura. E di là dentro si scatenava una tale tempesta,[12]che tutte le porte del tempio tremavano. I muri non avevano finestre, per cui penetrasse un raggio a rompere l’oscurità; solo l’ingresso era illuminato dall’aurora boreale[13]. La porta era tutta di diamante, attraversata, perlungo e per largo, da fortissime sbarre di ferro; e di ferro erano anche le grosse[14]colonne che sostenevano il tempio, luccicanti al sole.Entrando, si vedevano dipinti sul muro l’orribile immagine del delitto, con tutte le sue arti, l’ira feroce, rossa come un tizzo di fuoco, il tagliaborse, e la paura pallida come la morte. C’era l’uomo che ride, e sotto il manto ci ha il coltello, la stalla che brucia con le pecore in mezzo a nuvoli di fumo, il traditore che assassina l’uomo che dorme, la guerra dalle ferite sanguinanti, la rissa che impugnato il coltello sanguinoso minaccia fieramente; e un cupo frastuono regnava in quel luogo di dolore. Si vedeva, quindi, il suicida, coi capelli intrisi nel sangue che gli sgorgava dal cuore lacerato; quegli che muore con un chiodo piantato in mezzo al cervello; e la morte fredda che leva in alto la bocca spalancata. In mezzo al tempio sedeva col volto afflitto e sconsolato, la sventura. Venivano poi il furore sghignazzante nella rabbia, il lamento dei ribelli[15], le grida disperate, e le imprecazioni, la carognadistesa per terra, vicino a un cespuglio, con la gola tagliata, un migliaio di morti caduti in battaglia[16], il tiranno che trascina per forza la preda, la città distrutta: nulla, insomma, ci mancava dei disastri di Marte. C’erano, in mezzo alle fiamme, le navi che danzano sull’acqua[17], il cacciatore strangolato dagli orsi inferociti, la scrofa che divora il bambino nella culla, il cuoco che si è scottato col manico del suo lungo romaiolo, e il carrettiere che travolto dal carro, pel malefico influsso di Marte, cade lungo disteso sotto le ruote.Venivano, quindi, della grande compagnia di Marte, l’armaiuolo, il fabbricante di archi, e il fabbro che aguzza le spade sull’incudine. Su in alto, sopra le altre figure, si vedeva dentro una torre la Vittoria, seduta trionfalmente, mentre sulla testa le pendeva, da un sottile filo messo a doppio, quella tale spada affilata[18]. Poi v’era dipinta la morte di Giulio Cesare, quella del grande Nerone e di Antonio, i quali allora non erano nemmeno nati; ma già si vedeva quale fine Marte minaccioso destinava loro.Poichè in quel quadro c’era dipinto, come nelle sfere celesti, il destino di ognuno; si vedeva chi doveva essere ucciso, e chi era destinato a morire d’amore. Ma basti un solo esempio tolto dalle antiche storie, giacchè non potrei ricordarli tutti neppure se io volessi.Sopra un carro si vedeva la statua di Marte tutto armato, con lo sguardo truce e sinistro. Sul corpo gli brillavano due stelle che nelle antiche scritture sono chiamate: unaPuella, e l’altraRubeus[19]. Il Dio delle armi era raffigurato con un lupo, dagli occhi fiammeggianti, ai suoi piedi, nell’atto di divorare un uomo. Questa storia che si trovava lì ad onore e gloria di Marte, era un fine lavoro in matita.Ora passiamo in fretta al tempio della casta Diana, ed io vi descriverò le caccie e gli esempi di modestia e di pudore che erano dipinti qua e là su le pareti.Vidi Callisto addolorata, che dall’ira di Diana fu cambiata di donna in orsa, e divenne poi la stella polare. Così, almeno era dipinta, ed io non so dirvi altro. Anche suofiglio, come ognuno poteva vedere, era in figura di stella. C’era Dafne cambiata in albero: dico Dafne la figlia di Peneo, non la dea Diana[20]. Vidi Atteone mutato in cervo per avere osato di guardare Diana nuda, e i cani che non avendolo riconosciuto lo sbranarono vivo. Più oltre, nella stessa parete, si vedeva Atalanta che dava la caccia all’orso insieme con Meleagro e molti altri, puniti tutti da Diana che dette loro affanni e dolori. C’erano istoriati, in fine, molti altri fatti maravigliosi che ora non ho voglia di ricordare.La Dea stava seduta sopra un cervo, con dei piccoli cani ai suoi piedi, e proprio sotto ai piedi aveva una luna ancora crescente, ma già prossima a calare. Era vestita splendidamente di verde, con l’arco in mano e le freccie nel turcasso, ed aveva gli occhi rivolti in giù, verso il tetro regno di Plutone. Davanti alla dea si vedeva una donna presa dai dolori del parto, la quale non potendo sgravarsi invocava pietosamente Lucina, e diceva: «Abbi compassione di me, tu che meglio d’ogni altro puoi aiutarmi».Chi dipinse questo quadro era certo un artista molto geniale, e deve avere speso un occhio nei colori.La lizza, dunque, era pronta; e Teseo, che con tanta profusione di danaro aveva adornato i templi ed il teatro, quando tutto fu finito ne rimase soddisfatto ed ammirava con grande compiacenza.Ma lasciamo un poco lui, e torniamo a Palemone e ad Arcita.Si avvicinava il giorno del loro arrivo, coi cento cavalieri per il torneo; e tutti e due, secondo i patti, giunsero in quel giorno in Atene con cento cavalieri armati di tutto punto e pronti alla battaglia. Più d’uno, certamente, pensò che mai, da che il mondo è mondo, s’era veduto (per quanto siano sconfinati il mare e la terra che Dio ha creato) un’accolta così bella di prodi ed eletti cavalieri. Poichè quanti amavano la cavalleria ed aveano desiderio di acquistarsi un nome glorioso, chiesero di prendere parte a questo torneo, e fu fortunato chi potè essere scelto. Chè se domani ci fosse un torneo simile, voi siete certi che ogniardito cavaliere il quale fosse amante di imprese amorose ed avesse sangue nelle vene, inglese o di qualunque altra terra, vi accorrerebbe con gioia e vorrebbe prendervi parte. Combattere per una donna!Benedicite, dovrebbe essere una gran bella vista!Con Palemone, dunque, vennero molti e molti cavalieri. Alcuni erano armati di una maglia di ferro e di una corazza con una veste corta; altri avevano al petto e alle spalle due larghe piastre d’acciaio, o portavano uno scudo prussiano o una targa; alcuni avevano le gambe ben difese dagli schinieri, ed impugnavano un’accetta o una clava d’acciaio. Naturalmente non c’è moda, per quanto nuova, che una volta non sia stata vecchia: così ognuno s’era armato come gli era sembrato meglio.Insieme con Palemone vedevi, tra gli altri guerrieri, perfino Licurgo, il grande re della Tracia. Aveva barba nera e faccia maschia, con occhi luccicanti tra il giallo e il rosso; portava i capelli ben pettinati sulla fronte austera, e mentre camminava si guardava attorno come un grifone. Era grosso, edaveva ossa dure e forti, larghe spalle, e le braccia rotonde e lunghe. Secondo il costume del suo paese sedeva in un carro d’oro tirato da sei bovi bianchi. Invece della cotta d’armi sulla bardatura c’era una vecchia pelle d’orso divenuta nera, col tempo, come il carbone, adorna di borchie gialle, che luccicavano come l’oro. I lunghi capelli gli cadevano dietro sulle spalle, ed erano lucidi e neri come una penna di corvo. In testa portava una corona d’oro dello spessore di un braccio, tempestata di pietre preziose, di finissimi rubini e di diamanti. Attorno al suo carro c’era una ventina di mastini bianchi, grossi come un vitello, che servivano per la caccia del leone e del daino, con una muserola d’oro fermata strettamente e l’anello del collare ben pulito. Il seguito era composto di cento cavalieri forti e coraggiosi, armati di tutto punto.Insieme con Arcita, come riferiscono le antiche storie, veniva, simile a Marte re delle armi, il grande Emetrio, re dell’India, il quale montava un cavallo baio, bardato in acciaio, con una bella coperta in oro. Lasua cotta d’armi era di panno di Tartaria guarnito, tutto intorno, di candide perle grosse e rotonde; la sella era d’oro massiccio lavorato a fuoco. Sulle spalle aveva un mantello corto tutto coperto di rubini rossi, che risplendevano come fiamma; i capelli cresputi e pioventi giù in lunghe anella, erano biondi, e luccicavano come il sole. Aveva il naso in su, gli occhi chiari[21], le labbra rotonde, e il colorito sanguigno; nella faccia si vedeva sparsa, qua e là, un po’ di lentiggine di un colore fra il giallo e il nero, e nel suo sguardo c’era la fierezza di un leone. Avrà avuto, presso a poco, venticinque anni, e già gli spuntava nel mento la prima barba. Quando parlava, la sua voce squillava come una tromba. In testa portava una corona d’alloro fresco che era bellissima, e sopra una mano teneva per divertimento un’aquila ammaestrata, bianca come un giglio. Conduceva un centinaio di cavalieri armati ricchissimamente e (tranne l’elmo che lo avevano tutti uguale) nella maniera più svariata. Immaginatevi che in questa nobile schiera s’erano radunati, peramore, e per spirito di cavalleria, conti, duchi, e re. Attorno al loro condottiero, il re Emetrio, correvano d’ogni parte leoni e leopardi addomesticati.Tutti questi cavalieri, dunque, giunsero ad Atene la mattina presto di domenica, ed entrati in città, scesero da cavallo.Teseo, il nostro duca, il nostro illustre cavaliere, poichè li ebbe condotti per la città, e trovato alloggio a ciascuno secondo il proprio grado, li accolse con gran festa, e si dette tanto da fare perchè non mancasse loro nulla, e per onorarli degnamente, che tutti pensano ancora che non ci potrebbe essere uomo, chiunque egli fosse, che potesse fare più o meglio di quello che fece Teseo. Non starò a parlarvi della musica, del lusso con cui fu preparato il ricevimento, degli splendidi doni ch’egli offrì ai suoi ospiti di qualunque condizione fossero e dell’addobbamento del palazzo di corte; non ricorderò chi a mensa occupava i posti d’onore, quali fossero le signore più belle e quelle che ballavano meglio e sapevano meglio cantare e carolare, nè chi aveva piùsentimento nel parlare d’amore. Non sto a dirvi che razza di falconi si vedessero appollaiati su in alto nel bastone, e quanti cani erano pronti per la caccia: ma riprendo il racconto che è meglio. Ora viene il bello, ascoltatemi dunque se ne avete voglia.La domenica, prima che spuntasse il giorno, Palemone appena sentì cantare l’allodola (e già cantava che mancavano due ore all’alba) si alzò col cuore pieno di giovanile baldanza, e se ne andò, divotamente, in pellegrinaggio al tempio di Citerea benedetta e benigna, di Venere onorata degnamente dagli uomini. E nell’ora a lei sacra, si avviò alla lizza dove sorgeva il suo tempio, e inginocchiatosi umilmente e facendo atto di adorazione disse:«Venere, mia signora, la più bella tra le belle, figlia di Giove e sposa di Vulcano, tu che allieti colla tua presenza il monte Citerone, per l’amore che porti al tuo figlio Adone, abbi pietà delle mie amare e calde lacrime, e non disprezzare questa mia umile preghiera.Ah! Io non trovo parole per esprimeretutto quello che soffro, tutto l’inferno che mi tormenta il cuore. Non ha forza l’animo mio di manifestare quello che sente, ed io sono così confuso che la parola mi manca. Ma tu, o splendida signora, abbi compassione di me, tu che mi leggi nel pensiero, e vedi gli affanni che io soffro; considera tutto questo, e compiangi il mio dolore, ed io ti prometto che con tutte le forze mi dedicherò umilmente al tuo servizio, e farò sempre guerra alla castità. Io ti faccio questo voto, tu aiutami adunque.Io non mi curo della gloria delle armi, nè ti chiedo di concedermi domani la vittoria e l’onor del torneo. Io non cerco la vana gloria del premio conquistato con le armi perchè il mio nome sia strombazzato a destra e a sinistra; ma voglio che Emilia sia mia, e voglio morire al suo servizio; trova tu il modo ch’io possa ottenere questo. Non voglio sapere se per me sia meglio riuscire vincitore su i miei avversari o che essi vincano me, purchè io possa aver lei tra le braccia. Per quanto Marte sia il Dio delle armi, la tua potenza è così grandesu nel cielo, che se tu vorrai, potrò avere, finalmente, l’amor mio. Io adorerò sempre il tuo tempio, ed ogni volta che monterò a cavallo o uscirò a passeggiare, ti farò i debiti sacrifici ed accenderò il fuoco in tuo onore.Chè se tu non vorrai aiutarmi, o mia dolce signora, ti prego allora di far sì che Arcita domani mi passi il cuore con la sua lancia. Poichè una volta che io abbia perduta la vita, non mi potrà dispiacere che Arcita, rimasto vincitore, si abbia in moglie la donna. Di questo io ti prego, e quì finisce la mia preghiera: signora benedetta e cara, fa’ che io m’abbia l’amor mio».Dopo questa preghiera Palemone, con l’animo pieno di compunzione, fece subito i sacrifici; ma io non starò a raccontarvi tutti i particolari e tutte le pratiche ch’egli osservò. Dirò solamente che, finito il sacrificio, la statua di Venere fece un segno dal quale Palemone si accorse che la sua preghiera era stata, quel giorno, accolta con favore. Il segno della Dea significava, veramente, che doveva aspettare: ma egli capìbene che la ricompensa gli era concessa. Perciò se ne tornò subito a casa con la gioia nel cuore.Tre ore dopo[22]che Palemone se ne era andato al tempio di Venere, il sole si levò, e anche Emilia lasciò il letto, e se ne andò al tempio di Diana seguita dalle sue ancelle, con l’incenso, le vesti e tutto l’occorrente pei sacrifici, pei quali non mancavano, secondo l’uso, nemmeno i corni pieni di miele.Mentre il tempio fumava, tutto adorno di bei drappi, Emilia, col cuore pieno di giubilo, lavò e purificò il corpo ad una fonte. Ma non vi sto a dire nulla del modo con cui essa compiè il rito; poichè anche a volere accennare solamente le cose in generale, non sarebbe una faccenda da poco stare a sentirle tutte. Capisco che con un po’ di buona volontà non sarebbe poi una fatica dell’altro mondo, ma è meglio che nessuno resti sacrificato. I biondi capelli, dunque, le cadevano sciolti sulle spalle, e sul capo aveva una bella corona di foglie di quercia ancora fresche, accomodata conmolta grazia. Se ne andò all’altare e accesi due fuochi compiè i sacrifici della Dea, di cui vi risparmio la descrizione, perchè ognuno può leggerla da sè nella Tebaide di Stazio[23]e negli altri antichi libri che ne parlano.Quando il fuoco cominciò ad ardere su l’altare, Emilia con aria mesta e supplichevole parlò a Diana in questo modo.«O casta dea dei verdi boschi, che contempli il cielo la terra e il mare, regina del regno tetro e profondo di Plutone, dea delle vergini, che da molti anni conosci il mio cuore, e sai quale sia il mio pensiero, proteggimi tu stessa dalla tua vendetta e dall’ira tua, per la quale Atteone soffrì orribilmente. O casta Dea, tu sai bene che io desidero di rimanere vergine per tutta la vita, e che non voglio innamorarmi e divenire moglie. Io sono (tu lo sai) una fanciulla del tuo seguito, ed amo la caccia e i boschi selvaggi, e non voglio divenire donna ed avere figli; e perciò appunto fuggo la compagnia degli uomini. Tu dunque aiutami, signora, poichè lo puoi, te ne scongiuroper la tua triplice forma. Di questa grazia io ti prego: fa che Palemone il quale ha per me tanto amore, ed Arcita che mi ama così caldamente, stiano d’accordo, e distogli il loro cuore da me, in modo che tutto l’amor loro, ogni loro desio, tutte le loro sofferenze, tutto il loro ardore, si spenga, o sia rivolto altrove. Chè se non vuoi farmi questa grazia, e se è mio destino che io debba avere per marito uno di loro due, fa allora che io sia di colui che più mi desidera.
Nellestorie dei tempi antichi si racconta che una volta c’era un duca, chiamato Teseo, il quale era signore e governatore di Atene; ed aveva così gran fama di conquistatore, che allora non ce n’era uno più grande di lui sotto la cappa del sole. Aveva conquistato molti grandi regni, e da valente e prode cavaliere era riuscito a soggiogare anche quello delle donne conosciuto anticamente col nome di Scizia, sposando la bella regina Ippolita, che egli si portò gloriosamente e con solenne pompa in Atene, insieme con la giovane sorella di lei Emilia. Ed ora appunto questo duca famoso cavalca verso Atene in mezzo allagloria e ai suoni del trionfo, seguito da tutto il suo esercito in armi.
Se non avessi paura di andare troppo per le lunghe, vi racconterei per filo e per segno in qual modo Teseo riuscì, coi suoi cavalieri, a vincere il regno delle donne; vi descriverei la grande battaglia fra Atene e le Amazzoni, l’assedio di Ippolita, la bella e coraggiosa regina della Scizia, le feste che celebrarono le sue nozze con Teseo, e i sacrifici ch’egli fece, al suo ritorno, nel tempio di Pallade. Ma pur troppo, per questa volta, debbo farne a meno. Dio sa quale vasto campo da arare io ho davanti a me: e i buoi che tirano il mio aratro sono fiacchi. Il seguito della mia storia, dicevo, è molto lungo; e non vorrei che qualcuno di voi, per colpa mia, dovesse rinunziare al suo racconto. Ciascuno deve dire la sua novella, e staremo a vedere, poi, chi vincerà la cena. Riprendiamo, dunque, dove eravamo rimasti.
Il duca del quale vi parlavo, giunto quasi alle porte della città, e quando stava proprio per entrarvi con tutto il suo splendidoseguito, volgendo per caso gli occhi da una parte della strada, vide una lunga fila di signore abbrunate, che stavano in ginocchio a due a due, lungo la strada, piangendo e gridando così disperatamente, che mai persona viva aveva sentito tali lamenti. Nè si chetarono, finchè non ebbero fermato il cavallo di Teseo, prendendolo per la briglia.
«Chi siete, disse loro Teseo, voi che col pianto turbate in questo modo, il mio trionfo? Piangete forse, e vi lamentate così, per invidia della mia gloria? Chi vi ha maltrattato, chi vi ha offeso? Ditemelo, ch’io possa, se è possibile, rimediarvi. Come mai siete tutte vestite di nero?»
Allora la più vecchia fuori di sè dal dolore, e col pallore della morte in viso, che faceva pietà a guardarla e a sentirla, rispose:
«Signore, fortunato vincitore, e glorioso conquistatore, non è davvero la vostra gloria o la fama vostra che ci affligge: abbiate compassione di noi, e prestateci il vostro soccorso, ve ne scongiuriamo. Movetevia compassione del nostro dolore e della miseria nostra. Siate così generoso da lasciar cadere una goccia della pietà vostra su noi, povere disgraziate. Pensate che noi tutte eravamo, un giorno, duchesse o regine, ed ora siamo povere donne. Vi abbiamo aspettato per quindici interi giorni, qui nel tempio della Dea Clemenza, per domandarvi il vostro aiuto: voi potete soccorerci, se volete. Io, povera disgraziata, che piango e mi dispero così, sono la moglie di Capaneo, che morì (quel giorno sia maledetto!) a Tebe. Quante voi vedete qui piangere in questo triste abbigliamento, tutte abbiamo perduto il marito là durante l’assedio. Ed ora il vecchio Creonte re di Tebe pieno d’ira e di malvagità, spinto dal dispetto e dalla prepotenza, per fare oltraggio al corpo dei mariti nostri uccisi in battaglia, ha fatto fare una catasta di tutti i morti, e non permetterà assolutamente che sieno sepolti o bruciati: vuole, per disprezzo, che siano lasciati come pasto ai cani.»
A queste parole si lasciarono cadere, senza alcun ritegno, per terra, e cominciaronoa gridare pietosamente: «abbiate un po’ di compassione di noi, povere disgraziate, e lasciate che il nostro dolore vi tocchi il cuore.»
Il buon duca, sentendole parlare in questo modo, commosso, saltò giù da cavallo. Nel vederle ridotte dalla nobiltà di una volta a tanta miseria e a tanto avvilimento, gli parve di sentirsi spezzare il cuore ad un tratto; e fattele alzare in piedi, cercò con ogni mezzo di confortarle, e sulla sua lealtà di cavaliere giurò che avrebbe fatto quanto gli era possibile per vendicarle del tiranno Creonte, promettendo loro che tutta la Grecia avrebbe parlato, presto, della fine che per la mano di Teseo farebbe quell’uomo ben meritevole della morte.
E subito, senza porre tempo in mezzo, spiegò le insegne e mosse a cavallo verso Tebe, seguito da tutto il suo esercito. Non volle nemmeno entrare in Atene per riposarsi una mezza giornata, ma quella notte stessa si mise in cammino. Prima di partire fece accompagnare ad Atene la regina Ippolita e la bella sorella di lei, Emilia, perchèlo aspettassero là; quindi senza che io ve la faccia tanto lunga, montò a cavallo, e via per la sua strada.
Nella grande bandiera bianca la figura rubiconda di Marte, con la lancia e lo scudo, risplende così fulgida, che al suo passare tutti i campi scintillano. Vicino alla bandiera segue la insegna di Teseo, tutta d’oro, nella quale è raffigurato il Minotauro da lui ucciso in Creta. Così, dunque, cavalcava il duca conquistatore, accompagnato dal fiore dei cavalieri ateniesi; giunto finalmente a Tebe, scese con garbo da cavallo, e si fermò in un campo ove stabilì di dare battaglia. E per farla corta, venuto alle mani col re di Tebe lo uccise, da prode e leale cavaliere in aperta battaglia, e mise in fuga tutte le sue genti. Quindi prese d’assalto la città, abbattendone le mura, spezzando in ogni luogo sbarre e travi, e restituì alle signore ateniesi i corpi dei loro morti mariti, affinchè facessero loro le debite esequie, secondo il costume d’allora.
Troppo tempo ci vorrebbe per descrivere i pianti e i lamenti che levarono ledonne di Atene mentre bruciavano i cadaveri, le cerimonie con cui Teseo, l’illustre conquistatore, prese congedo da loro: ed io ci rinunzio perchè non ho intenzione di andare tanto per le lunghe.
Teseo dunque, questo nobile duca, ucciso Creonte ed espugnata la città di Tebe, non abbandonò mai il campo di battaglia, restandovi perfino a dormire la notte, oramai padrone di fare là il comodo suo. Intanto i soldati dopo la vittoria si abbandonarono al saccheggio, frugando nel mucchio dei cadaveri per spogliarli delle vesti e delle armi. Ora accadde che costoro, in mezzo alla catasta dei morti, trovarono due giovani cavalieri, feriti gravemente in varie parti del corpo, i quali giacevano per terra, l’uno accanto all’altro, vestiti di bellissime e ricche armi. L’uno aveva nome Arcita, l’altro si chiamava Palemone, ed erano tutti e due fra la vita e la morte. Gli araldi, dalla cotta d’armi e dagli abiti che avevano indosso, si accorsero subito che i due giovani appartenevano alla famiglia del re di Tebe, e li riconobbero, precisamente, perfigliuoli di due sorelle. Allora gli stessi soldati li trassero fuori dal mucchio dei morti, e li portarono, con molta cura, alla tenda di Teseo, il quale non volle sapere di riscatto, e li fece subito condurre in Atene, perchè fossero rinchiusi per sempre in prigione. Ciò fatto Teseo si mise a cavallo, e se ne ritornò col suo esercito in Atene, incoronato di alloro come un conquistatore, e là finì felice e contento i suoi giorni. Ma senza farla tanto lunga torniamo a Palemone e Arcita, i quali se ne stavan chiusi in una torre nell’angoscia e nel dolore, senza speranza di poterne mai uscire, poichè sapevano bene che non c’era oro che potesse riscattarli.
Dunque, a un giorno per volta, passarono degli anni; quando una mattina di maggio Emilia, più bella in volto del giglio sul verde stelo, più fresca del maggio stesso con tutti i suoi novelli fiori (poichè il suo colore gareggiava con quello della rosa, e non so chi delle due fosse la più bella), una mattina, dicevo, Emilia secondo il solito si alzò e si vestì prima che fosse giorno. Maggionon lascia poltrire la gente nel letto: ogni animo gentile lo sente, e balza improvviso dal sonno appena questi gli grida: «levati e fa il tuo dovere».
Emilia dunque ricordandosi che doveva far gli onori a Maggio si alzò. Perchè sappiate com’era abbigliata, aveva indosso una veste nuova, e i bei capelli biondi legati in una lunga treccia le pendevano giù per le spalle. Si divertiva a passeggiare su e giù pel giardino, mentre il sole sorgeva a poco a poco. Coglieva qua e là dei fiori rossi e bianchi, e ne intrecciava una graziosa ghirlanda per la testa, cantando come un angelo del cielo. Per l’appunto era unita al muro di questo giardino la grossa e sicura torre (il carcere principale della cittadella), nella quale erano chiusi i due cavalieri di cui vi ho parlato e dovrò ancora parlarvi.
Era una bella mattina di maggio, e il sole risplendeva nel cielo. Palemone, il povero prigioniero, si era alzato, e col permesso del carceriere era salito secondo il solito, ad una camera su in alto, dalla quale egli scopriva tutta la bella città, e il giardinoverdeggiante di rami, dove la bella e giovane Emilia passeggiava per diletto.
Il povero prigioniero andava su e giù per la stanza tutto addolorato, e lamentandosi con se stesso della sua disgrazia diceva ogni tanto: ma perchè sono venuto al mondo?
Ora il caso fece che egli attraverso le fitte e grosse sbarre di una finestra gettasse gli occhi sopra Emilia, e ferito al cuore dalla sua bellezza si traesse indietro mandando un grido.
Dal quale scosso improvvisamente Arcita disse a Palemone: «Cugino mio, che cosa hai? Perchè sei pallido come la morte? Perchè hai gridato così? Chi è che ti ha fatto del male? Se è la prigionia che ti fa soffrire in questo modo, sopportala con rassegnazione, per l’amore di Dio, poichè non c’è rimedio. Il destino ci ha riserbato questa sventura: certo deve essere stato un maligno influsso di Saturno o di qualche costellazione. Invano abbiamo cercato di scongiurare il pericolo: il cielo era disposto così fin dal giorno della nostra nascita; bisogna rassegnarsi, non c’è questione.»
Rispose Palemone: «Cugino, in verità tu ti sei immaginato una cosa che non è vera. Non mi ha fatto gridare la prigione: gli è che proprio in questo momento ho ricevuto una ferita, che passandomi per gli occhi, è penetrata fino al cuore uccidendomi. La bellezza di una donna che passeggia laggiù nel giardino è ciò che mi fa gridare e soffrire. Io non so se sia una donna o una dea, ma se io non m’inganno deve essere proprio Venere.»
E così dicendo cadde in ginocchio ed esclamò: «Venere, se per tua volontà tu appari così in questo giardino a me povera disgraziata creatura, aiutaci a fuggire da questa prigione. Se è nostro destino irrevocabile di dover morire quì dentro, abbi compassione del nostro lignaggio così oltraggiato da un tiranno.»
A queste parole Arcita si mise a spiare nel giardino, dove la donna seguitava a passeggiare su e giù. E rimase così colpito dalla bellezza di lei, che se Palemone ne fu ferito mortalmente, la sua ferita non era meno mortale davvero. E sospirando dissepietosamente: «La giovane beltà di colei che passeggia laggiù mi uccide. Se quella donna non mi concede, per pietà, di poterla almeno vedere, io sono bell’e morto.»
Palemone guardando, tutto arrabbiato, il cugino gli disse: «Arcita, ma tu dici questo davvero, oppure scherzi?» «No, rispose Arcita, io dico davvero, in fede mia. Dio volesse che in questo momento avessi voglia di scherzare.»
Allora Palemone aggrottando le ciglia soggiunse: «Arcita, non ti farebbe onore ingannare e tradire me in questo modo; me che sono tuo cugino, e dopo il giuramento fatto solennemente da tutti e due di essere sempre come due fratelli, di lasciare piena libertà l’uno all’altro (a costo di morire, e fino al giorno in cui la morte ci avrebbe separati) in amore e in qualunque altra circostanza; dopo che noi abbiamo giurato, anzi, che tu in ogni caso avresti aiutato me, ed io te. Questo fu il nostro giuramento, io lo ricordo bene, tu non puoi dire di no. Tu dunque ora dovresti aiutarmi col tuo consiglio: invece mancando alla tua parolavuoi amare la donna mia, quella che io amo e servo, che amerò e servirò fino a che il cuore mi batterà nel petto.
Ma tu o Arcita, mancatore di parola non farai questo certamente. Io fui il primo ad amare quella donna, e confessai a te l’amore mio come ad un confidente, come ad un fratello che aveva giurato di aiutarmi. Tu dunque, se sei un cavaliere, devi aiutarmi come puoi, altrimenti io ho il diritto di chiamarti un uomo sleale.»
Arcita rispose risentito: «Tu piuttosto sarai un mancatore di fede e non io; anzi sei, e te lo dico chiaramente sul viso. Perchè quella donna io l’ho amata prima di te: vorresti dire di no? Tu l’avevi creduta una dea, quindi il tuo non è amore ma venerazione, mentre io l’amo come creatura umana. E appunto per questo ti ho detto tutto, come ad un cugino il quale aveva giurato di essermi fratello.
Ma supponiamo pure che tu sia stato il primo ad amarla: non conosci il motto di quell’antico saggio il quale disse: “chi può dettare legge ad un amante?” Amoreè la legge più potente che un povero mortale abbia mai dettato. E infatti tutti i giorni, e da gente di qualunque condizione, noi vediamo infrangere per amore le leggi più assolute e giuramenti come il nostro. Un uomo è costretto ad amare per forza, malgrado della sua volontà. Egli non può liberarsi, ed è pronto ad incontrare anche la morte, sia colei che egli ama, indifferentemente, una fanciulla, una vedova o magari una donna maritata.
Del resto non è nemmeno probabile che tu possa restare per tutta la vita nelle sue grazie, come non vi resterò, certo, neppure io: poichè tu sai, pur troppo, che noi siamo condannati ad una eterna prigionia senza speranza di riscatto.
Noi finiremo, forse, per fare come quei due cani che si leticavano un osso, i quali stettero alle prese un giorno intero, per poi non avere nulla. Perchè mentre si azzuffavano calò in mezzo a loro un nibbio, e si portò via l’osso. Perciò, caro fratello, sarà meglio fare come si suoi dire: “alla corte del re ognun pensa per sè” ecco tutto.Tu ama quella donna quanto ti pare; io per conto mio l’amo e l’amerò sempre: non posso dirti altro davvero. Una volta che dobbiamo rassegnarci tutti e due alla prigione, segua ognuno la sorte che gli tocca.»
Grande e a lungo seguitò ancora la disputa fra loro due, se avessi il tempo di raccontarla, ma andiamo avanti. Per farvela corta, un giorno un duca famoso chiamato Piritoo, compagno di Teseo fin da quando erano bambini, andò in Atene per rivedere il vecchio amico e passare qualche tempo con lui allegramente, come era solito fare ogni tanto, giacchè si volevano tutti e due un gran bene. Si volevano tanto bene, (dicono i libri che parlano di quei tempi,) che quando l’uno di essi morì, non dico bugie, l’altro andò a ritrovarlo fin giù nell’inferno. Ma ora non è mia intenzione scrivere questa storia.
Piritoo, dunque, conosceva benissimo Arcita che aveva veduto crescere d’anno in anno in Tebe, cosicchè gli voleva molto bene: e tanto fece e tanto pregò, che Teseo lo lasciò uscire di prigione. E non solamentenon volle nessun riscatto, ma gli lasciò piena libertà di andare dovunque volesse, ad una condizione: che se per caso Arcita fosse còlto di giorno o di notte, anche per un momento, in una città del regno di Teseo, e venisse arrestato, perderebbe la testa con un colpo di sciabola. Questo fu il patto, e non c’era per Arcita altra speranza di rimedio o altra via di scampo. Così egli partì, e s’avviò in fretta verso casa sua. Stia bene attento, però, perchè la sua vita corre un gran pericolo.
Quanto soffre, intanto, il povero Arcita! Si sente la morte nel cuore; piange, si lamenta, si dispera che fa pietà a sentirlo, e pensa di darsi la morte. Poi grida: «Maledetto il giorno che son venuto al mondo! Eccomi condannato ad una prigione più dura di quella di prima: eccomi condannato non dico al purgatorio, ma alle pene dell’inferno. Ah! non avessi mai conosciuto Piritoo: così sarei ancora presso Teseo legato in prigione, ma felice, e non un disgraziato come sono ora. La sola vista di colei che io servo senza sperare di essere mai degno dellasua grazia, mi avrebbe abbastanza ricompensato.
Caro cugino Palemone, soggiungeva, tu hai riportato la vittoria in questa avventura: tu puoi godere ancora ed essere felice chiuso in prigione. In prigione? Che dico? In paradiso. La fortuna ha tirato essa stessa i dadi per te, poichè tu godi la vista di Emilia, ed io ne soffro, invece, la lontananza. Tu almeno, che la vedi ogni giorno, e sei un nobile e valoroso cavaliere, puoi sperare che un caso qualunque (visto che la fortuna è così cieca) ti faccia ottenere ciò che desideri. Ma per me che sono esiliato senza speranza di grazia, e mi trovo in mezzo a così grande disperazione che non può darmi aiuto o conforto nè la terra, nè l’acqua, nè il fuoco, nè l’aria, nè altra creatura da loro formata, per me non ci resta che morire dalla disperazione e dal dolore. Addio vita, addio desiderî, addio felicità, addio tutto!
Ma perchè tutti gli uomini si lamentano tanto della divina provvidenza e della sorte, che spesso e volentieri concede loro, o in un modo o in un altro, più di quello cheessi stessi possano immaginare? Uno, per esempio, desidera le ricchezze, e non sa che saranno la sua morte o la sua rovina. Un altro che è in prigione, vuole uscirne ad ogni costo, e in casa sua trova la morte per mano dei servi. I mali di questo genere che da un momento all’altro ci possono capitare addosso sono tanti, che noi stessi non sappiamo che cosa augurarci nel mondo. Noi camminiamo su questa terra come l’uomo che è ubriaco fradicio: egli sa di avere una casa, ma non sa infilare la strada che lo meni dritto al portone; e su quella che ha trovato scivola maledettamente ad ogni passo. Nello stesso modo preciso camminiamo noi in questa valle di lacrime.
Noi ci arrabattiamo dietro la felicità, ma il più delle volte sbagliamo la strada; questa è la verità. Tutti dobbiamo confessarlo, ed io pel primo, che mi credevo (anzi ne ero certo) di sentirmi felice e contento il giorno in cui fossi uscito di prigione, e invece eccomi qua le mille miglia lontano dalla felicità. O Emilia, se io non debbo rivederti, è finita: io sono un uomo morto!»
Palemone, intanto, appena seppe che Arcita se ne era andato, cominciò a disperarsi in modo, che la gran torre echeggiava delle sue grida e dei suoi pianti. Fin le catene che aveva ai piedi erano bagnate delle sue amare lacrime.
«Ahimè, diceva, o cugino Arcita, Dio sa se di noi due tu sei quello, pur troppo, che ha guadagnato nella lite che ci ha divisi.
Tu ora cammini liberamente per le vie di Tebe, e poco ti importa del mio dolore. Tu se vuoi, bravo e coraggioso come sei, puoi radunare tutta la gente del sangue nostro, e far con essa una guerra così accanita al regno di Teseo da ottenere, per un evento qualunque, o come prezzo della pace, la mano di colei per la quale è destinato che io muoia. Poichè quale probabilità posso avere di possederla, col vantaggio che tu hai di essere fuori di prigione e libero di te, mentre io sono costretto a morire rinchiuso in una gabbia? Ormai posso rassegnarmi a piangere e a disperarmi per tutta la vita, per le sofferenze che mi dà la prigionia, alle quali si aggiungono i tormentidell’amore, che raddoppiano il mio strazio.»
Ad un tratto il fuoco della gelosia gli divampò nel petto, e con tanta furia irruppe nel suo cuore, che divenne pallido come la cenere fredda della morte,[1]e disse: «O Dei crudeli, che governate il mondo con la forza della vostra parola immortale, e scrivete sopra una tavola di diamante i vostri decreti e la vostra eterna concessione, questo genere umano pel quale voi avete fatto tanto, in sostanza che cosa vale più della pecora che giace per terra nella stalla? Anche l’uomo viene ucciso come un’altra bestia qualunque, è arrestato e imprigionato, passa da una sciagura all’altra, spesso essendo, per Dio, anche innocente.
Che cosa è, dunque, questo governo superiore che tutto vede, e lascia soffrire chi è senza colpa ed innocente? Ma un’altra cosa, mi fa sentire più amaramente le mie pene; ed è che l’uomo, per amore di Dio, debba essere costretto a rinunziare alla sua volontà, mentre una bestia qualunque può soddisfare tutti i suoi desiderî. Senzacontare, poi, che la bestia quando è morta riposa in pace; mentre l’uomo deve piangere e soffrire anche nell’altro mondo, come se non ne avesse abbastanza in questo. È proprio così.
Il perchè io non non lo so, e lascio, appunto, che rispondano gli indovini; ma un’altra cosa, pur troppo, so: ed è che in questo mondo ci siamo venuti per soffrire. Io, disgraziato, vedo una serpe strisciare liberamente per la via; vedo un ladro, il quale ha derubato più d’un galantuomo, andarsene comodamente a spasso dove gli pare e piace, mentre io debbo starmene qui in prigione per volere di Saturno e per l’odio e l’ira di Giunone, la quale ha quasi distrutto completamente il sangue tebano, ed abbattuto le grandi mura della città. E Venere per giunta mi fa morire di gelosia e di paura per causa di Arcita.»
Intanto lasciamo per un poco Palemone nella sua prigione, e torniamo ad Arcita.
L’estate passa, e le lunghe notti invernali raddoppiano le pene dell’amante in esilio e del prigioniero in Atene. Io non so,davvero, chi di loro due si trovasse peggio. Poichè, in una parola, Palemone era condannato a perpetua prigionia, e a morire fra i ceppi e le catene; Arcita esiliato sotto la pena della testa, non doveva mai più rivedere la donna del suo cuore.
O innamorati, che cosa rispondereste a questa domanda: chi vi pare più disgraziato, Arcita o Palemone? Questi vede tutti i giorni la sua donna, ma è condannato a passare tutta la vita in prigione; quegli è padrone di andare, a piedi ed a cavallo, dove gli pare, ma non potrà mai più rivedere la donna sua. Pensate un po’ quel che vi pare voi che siete al caso di saperne più degli altri: io intanto, riprendo il mio racconto.
Arcita dunque, giunto a Tebe, non faceva che lamentarsi tutto il giorno, fuori di sè dal dolore di non dover più rivedere la sua donna. E per dirvi in una parola quanto era grande il suo dolore: mai creatura umana ebbe a soffrire come lui, fra quante ce ne sono su questa terra, e ce ne saranno prima che il mondo finisca. Non dormiva, non mangiava, non beveva, tantoche si ridusse secco come un uscio.[2]Aveva gli occhi infossati che facevano impressione a guardarli, la faccia smunta e pallida come la cenere spenta. Stava sempre solo, lontano da tutti, e la notte non faceva che piangere e disperarsi. Se sentiva qualcuno cantare o suonare, cominciava a piangere e non la finiva più. Era così accasciato ed avvilito, così completamente cambiato, che non si riconosceva più neppure la sua voce, sentendolo parlare.
Andava girando per il mondo con l’aria non di un povero innamorato colpito dal male di Eros, ma con l’aspetto di un matto. Pareva un disgraziato al quale l’umor tetro cacciandosi nella parte anteriore della scatola del pensiero, avesse mandato a spasso il ben dell’intelletto. L’organismo fisico e morale del misero amante era, insomma, tutto scombussolato. Ma perchè dovrei passare il giorno intero a raccontarvi le sue pene?
Dunque, già da un anno o due Arcita era in mezzo a questi tormenti e a questi dolori, quando una notte, mentre dormiva,gli parve di vedere, in sogno, Mercurio, l’alato messaggero del cielo, il quale gli disse di darsi pace e stare allegro. Il dio teneva dritta in una mano la boccetta apportatrice del sonno, e un cappello gli cuopriva i capelli luccicanti; era vestito ed armato (Arcita lo guardò bene), proprio come il giorno in cui Argo chiuse i suoi cento occhi nel sonno della morte.[3]«Arcita, egli disse, tu devi ritornare ad Atene: è destinato che là abbiano fine i tuoi affanni».
A queste parole Arcita si svegliò con un sussulto. «Ciò che ho inteso, diceva, mi ha messo la febbre addosso: io anderò subito ad Atene. Non ci sarà paura di morte che mi impedisca di rivedere la donna mia, colei che io amo e servo. Davanti a lei non mi curo della morte.» E così dicendo prese un grande specchio, e guardatosi, vide che la sua fisonomia era così cambiata, che egli non era più quello di prima. Allora gli venne una bell’idea: giacchè le sofferenze patite lo avevano così mal ridotto, bastava che egli si desse un po’ l’aria di una persona di bassa condizione, per non essere riconosciutoin Atene, e poter vedere, così, ogni giorno da vicino la sua Emilia. Detto fatto: si tolse gli abiti, e si vestì come un povero operaio. Quindi accompagnato solamente da un suo scudiere (al quale aveva confidato tutto), vestito anche lui poveramente, prese la prima strada che menava ad Atene. Giunto là, un giorno andò al palazzo di corte, e si mise sulla porta, offrendosi a questo e a quello, se avesse bisogno di un uomo di fatica per qualunque servizio. E per non farla tanto lunga, gli riuscì di farsi prendere come aiuto da un cameriere addetto alla persona di Emilia. Naturalmente Arcita, accorto com’era, aveva subito saputo, appena tornato in Atene, quale era la servitù di lei. Tagliava le legna per il fuoco e portava i suoi viaggi d’acqua senza nessuna fatica: era giovane e robusto, ed aveva forza e spalle abbastanza buone, per reggere a qualunque servizio gli venisse comandato.
Erano appena due anni che egli, sotto il falso nome di Filostrato,[4]serviva in tal modo la sua bella Emilia; e già tutti gli sierano affezionati: nessuno degli altri servitori era benvoluto come lui. La gentilezza dei suoi modi era così grande, che a corte tutti ne parlavano: tutti dicevano che Teseo avrebbe fatto una vera opera di carità, a migliorare un poco la condizione di lui, facendogli fare un servizio più decoroso, in modo che potesse mettere in opera le sue virtù. Intanto la fama delle sue molte abilità e del suo bel modo di parlare si sparse per la città, e giunse presto agli orecchi di Teseo, il quale lo volle al suo servizio, e lo fece suo scudiere, dandogli, naturalmente, la paga necessaria per potersi mantenere in quel grado. Del resto c’era chi di nascosto gli portava, ogni anno, da Tebe la rendita dei suoi beni. Egli però aveva l’accortezza di spendere sempre modestamente, affinchè a nessuno potesse dare nell’occhio, e fare meraviglia, come mai avesse tanto denaro. Per tre anni Arcita se la passò in questo modo, senza essere scoperto; anzi seppe fare così bene, tanto in tempo di pace che in mezzo alle guerre, che Teseo non ebbe mai alcuno più caro di lui. Ma lasciamolo, ora, così contentoe felice, e torniamo un poco a Palemone.
Questi sette anni erano passati per lui molto tristi nella orribile e cruda prigione, in mezzo ai tormenti dell’amore e della disperazione. Chi soffriva, al mondo, come Palemone doppiamente torturato? Da una parte, l’amore che lo faceva diventar matto, da l’altra, la prigione, dove si trattava di stare non un anno, ma per tutta la vita.
Quale poeta inglese potrebbe degnamente cantare, in rima, tutto il martirio di lui? Io no davvero; quindi tiriamo pure innanzi. Dopo sette anni, dunque, di penosa prigionia, precisamente la notte del tre di Maggio (come riferiscono i vecchi libri che raccontano i particolari di questa storia), fosse caso o destino (certo quando una cosa è destinata, deve accadere), Palemone, con l’aiuto di un amico, a mezza notte in punto scappava dalla prigione, dandosela a gambe per lasciare al più presto la città.
La notte era corta, e il giorno si avvicinava: era necessario nascondersi per non essere scoperto. Perciò Palemone con passotrepidante si rifugia, in fretta, in una selva lì vicina. La sua intenzione era di restare là nascosto tutto il giorno, per prendere, giunta la notte, la via di Tebe, dove poi pregherebbe i suoi amici di aiutarlo a guerreggiare contro Teseo. Poichè egli voleva, oramai, una di queste due cose: o perdere la vita, o sposare Emilia; questo si era proposto, e voleva riuscirvi.
Torniamo ora ad Arcita, il quale in mezzo a tanta felicità non sognava neppure che gli fossero così vicini, un’altra volta, gli antichi affanni; finchè la sua mala ventura gli ci fece battere proprio il naso[5]. L’allodola gaia, messaggera del giorno, saluta col canto i grigi albori mattutini; e Febo fiammeggiando levasi con tale splendore di luce, che tutto l’oriente ne ride, e nel fogliame del bosco vaporano sotto i suoi tepidi raggi le pendule gocce d’argento. Arcita intanto, il primo scudiere della corte di Teseo, si era alzato e contemplava il giorno sereno; quindi per fare onore a Maggio, con l’anima riboccante d’amore, se ne andò sul suo focoso destriero a diporto pei campi, qualche migliofuori della città. E il caso fece che, per l’appunto, si diresse verso la selva stessa dove era Palemone, in cerca di caprifoglio e biancospino per fare una ghirlanda. E cantava con effusione al bel sole di Maggio:
«Maggio, con tutti i tuoi fiori e le tue foglie, ben venuto sii tu, fresco e ridente Maggio; io spero di trovare in questo luogo un po’ di verde.» Quindi col cuore pieno di gioia, balza a terra da cavallo, ed entrato in fretta nel bosco incomincia a girare su e giù per un viale, proprio dove Palemone, trepidando di paura, stava nascosto dietro a un cespuglio, perchè nessuno lo vedesse. Egli non sapeva davvero che Arcita fosse lì; e Dio sa se egli se lo sarebbe mai immaginato. Ma dice bene un antico proverbio: il campo «ha gli occhi per vedere, il bosco gli orecchi per sentire.» Ed ha ragione chi va cauto, perchè gli uomini si incontrano tutto il giorno, su questa terra, senza bisogno di convegni. Neppure Arcita s’immaginava che il suo compagno di sventura, zitto e cheto lì nel bosco, gli fosse così vicino da sentire tutto ciò che egli diceva.
Arcita dopo avere girato qua e là per un bel pezzo, cantando la sua canzone di Maggio, improvvisamente divenne muto e pensieroso, come fanno quei bei tipi degli innamorati; i quali un momento sono su in paradiso, un minuto dopo giù nell’inferno;[6]e vanno su e giù come un secchio nel pozzo. Poichè l’incostante Venere rende mutabile, a un suo comando, l’animo dei sudditi, come il giorno a lei sacro. Infatti il venerdì ora c’è il sole, ora piove a catinelle: raramente è uguale agli altri giorni della settimana.
Finito il suo canto, Arcita cominciò a sospirare, e si mise a sedere lì nel bosco, dicendo «Maledetto il giorno che sono nato! Per quanto tempo ancora, o Giunone crudele, vorrai far guerra alla città di Tebe? Estinta è oramai la regale progenie di Cadmo e di Amfione: di Cadmo che fu il primo fondatore di Tebe, il primo a governarla e ad esserne incoronato re. Io sono del suo sangue, suo discendente in linea diretta, ed appartengo proprio al ceppo reale; ed ora eccomi qua, ridotto così disgraziato e vile, che non mi vergogno di servire, come miseroscudiere, un uomo che è mio mortale nemico. E per mia maggiore vergogna, Giunone mi spinge perfino a disconoscere il mio nome; poichè mentre mi chiamo Arcita, ora mi nascondo sotto il nome di Filostrato, che significa: uomo da nulla. Ah! Marte crudele, ah! crudele Giunone, l’ira vostra ha ormai distrutto il sangue nostro; noi soli restiamo: io e quel disgraziato di Palemone, che Teseo tiene a marcire in prigione. Ma non bastava tutto questo; amore, per darmi il colpo di grazia, ha trafitto così profondamente il mio povero cuore di cavaliere col suo cocente dardo, che il cielo, senza dubbio, doveva avere destinato la mia morte prima ch’io venissi al mondo. O Emilia, tu mi uccidi con gli occhi tuoi; tu sei la causa della mia morte. Di tutto il resto non mi importa nulla: purchè io possa fare qualche cosa per piacerti.»
E così dicendo cadde svenuto, e rimase, per qualche momento, privo di sensi. Intanto Palemone, il quale si era sentito, ad un tratto, come passare il cuore da una fredda lama, balzò in piedi; e tutto tremantedalla rabbia non potè più a lungo restar nascosto. Appena udito il racconto di Arcita, come un pazzo, e pallido come un morto, saltò fuori dal folto cespuglio che lo nascondeva, dicendo: «Ah! falso Arcita, falso e malvagio traditore, finalmente ti ho còlto, te che pretendi di amare tanto la donna mia; colei per la quale io soffro tutte queste pene e questi affanni. E dire che tu sei del mio sangue! che avevi giurato, come spesso ti ho ripetuto, di aiutarmi coi tuoi consigli! In questo modo, dunque, hai ingannato Teseo, cambiandoti il nome? S’io non cadrò morto, tu dovrai quì stesso morire. Tu non amerai la mia Emilia; io solo l’amerò, e nessun altro, poichè sono (come tu vedi) Palemone, il tuo mortale nemico.
E sebbene quì non abbia la mia sciabola, essendo fuggito per un caso di prigione, io non ti temo affatto; e tu dovrai o morire, o rinunziare all’amore di Emilia. Scegli, dunque, ciò che ti piace di più, poichè non c’è per te altro scampo.»
Arcita allora fuori di sè dalla rabbia, appena l’ebbe riconosciuto udendo quelle parole,con la ferocia di un leone trasse fuori la spada e disse: «Per il Dio che sta su in cielo, s’io non avessi pietà dei tuoi affanni e della passione che ti rende pazzo; se non fosse perchè non hai la spada, tu non moveresti più un passo da questa selva, senza cadere sotto la mia mano. Io spezzo quì la fede con cui tu pretendi che io sia ancora legato a te. Che? Pazzo che non sei altro: pensa che l’amore è libero; ed io amerò la tua donna a dispetto di tutta la tua forza. Ma poichè tu sei un prode e cortese cavaliere, e vuoi contenderla con la spada, eccoti la mia mano: domani, immancabilmente, io sarò quì; e nessuno (parola di cavaliere) saprà nulla di quanto è accaduto fra noi.
Al mio ritorno porterò anche per te una buona armatura; anzi tu sceglierai delle due la migliore, e lascierai a me la peggio. Stasera, intanto, ti porterò da mangiare e da bere, e penserò anche a provvederti delle coperte per la notte. E se sarà destinato che tu vinca con la spada la mia donna, ed uccida mein questo bosco, abbiti pure la donna in premio».
Palemone rispose: «Va bene, accetto».
E si lasciarono così, per trovarsi la mattina dopo come ciascuno aveva lealmente promesso.
O Cupido, re spietato ed assoluto! È proprio vero, come si suol dire, che amore e impero non vogliono sapere di società. E nessuno lo sa meglio di Arcita e Palemone.
Arcita, intanto, se n’era tornato, in fretta, in città; e la mattina seguente, prima di giorno, si procurò di nascosto due armature complete, con tutto l’occorrente perchè egli e Palemone potessero misurarsi sul terreno. Montato, quindi, a cavallo con le due armature davanti a sè, si mise in cammino; e così all’ora e nel luogo stabilito i due amici si ritrovarono.
Appena si videro, impallidirono tutti e due. Come il cacciatore Trace appostato con la lancia alla tana del leone o dell’orso, sentendo dal fruscio del bosco avvicinarsi la belva (che rompe sui suoi passi rami e foglie), pensa trepidando: ecco ilnemico, o io l’uccido sulla tana, o egli uccide me, se fallisco il colpo; così Arcita e Palemone, pallidi, trepidarono, conoscendo ciascuno il valore dell’altro. Senza nè anche salutarsi indossarono le armi, aiutandosi come due buoni fratelli. Quindi impugnata un’asta bene appuntata e forte, si avanzarono, con lunghi passi, l’uno contro l’altro. Avresti detto, vedendoli combattere che Palemone avesse la ferocia di un leone, e Arcita la fierezza d’una tigre: infuriati come due orsi che hanno la bocca biancheggiante di spuma, menavano tutti e due orribili colpi, immersi nel sangue fino al collo del piede. Ma lasciamo loro che si battono in questo modo, e torniamo a Teseo.
Il destino, ministro di tutte le cose, il quale distribuisce in questo mondo la provvidenza divina, è così potente, che quando gli uomini hanno giurato che una cosa non può accadere se non in un dato modo, un bel giorno accade proprio alla rovescia; e te la do in mille anni, se un’altra volta sola si ripete in quel modo lì. I nostri desiderî, di qualunque genere siano: guerra, paceodio, amore, tutti, senza dubbio, sono guidati dalla mente di Dio. Dico questo a proposito di Teseo, il quale ha una passione così grande per la caccia, specialmente per quella del cervo nel mese di maggio, che l’alba non lo trova mai a letto; ma è sempre pronto a montare a cavallo, con tutto il suo seguito di cacciatori coi corni e i cani. Egli trova nella caccia un divertimento così grande, che il suo maggior diletto, la sua unica ambizione, è l’essere chiamato: la distruzione dei cervi.
Era, come ho già detto, una bella giornata, e Teseo, con l’animo giocondo e pieno di felicità, montato a cavallo con regale pompa, se ne andò a caccia insieme alla sua bella Ippolita e ad Emilia, che indossava un bellissimo abito verde. E s’incamminò verso un piccolo bosco, lì vicino, dove gli era stato detto che c’era un cervo. Quindi si spinse avanti per una pianura, dove seppe che l’animale era solito fuggire presso un ruscello, e seguitò ancora la sua strada in quella direzione. Il duca lo seguì una o due volte, sguinzagliando i cani, chestavano tutti pronti ad un suo cenno; e finalmente giunto in un prato, portando la mano agli occhi, perchè il sole gli permettesse di vedere, scôrse Arcita e Palemone che combattevano infuriati come due tori. Le spade luccicanti volavano per l’aria così terribilmente, che il più piccolo colpo avrebbe abbattuto una querce. Teseo non sapendo chi fossero, diè di sprone al cavallo, e in un salto fu in mezzo a loro, con la sciabola sguainata, e gridò: «Olà! fermi, per la vostra testa. Giuro per Marte, dio potente della guerra, che il primo il quale, davanti a me, tirerà un altro colpo solo, cadrà morto. Chi siete voi che osate venire qui a combattere in questo modo senza un giudice o un ufficiale che diriga l’assalto, come in un leale torneo?»
Palemone rispose subito: «Signore, perchè non dirti, senz’altro, la verità? Tutti e due ci meritiamo la morte: noi siamo due disgraziati prigionieri stanchi della vita; tu che sei nostro signore e nostro giudice, non avere per noi nè compassione nè perdono. Uccidimi pel primo, che mi fai una vera carità,ma uccidi anche il compagno mio. O se tu lo desideri, uccidi lui prima di me; poichè sappi, se non te ne sei accorto, che costui è Arcita, il tuo mortale nemico. Egli fu bandito dal tuo regno sotto la pena della testa: perciò si merita la morte. Sappi che costui venne alla tua porta, e dicendo di chiamarsi Filostrato, riuscì ad ingannarti per molti anni, sì che tu stesso lo hai fatto tuo primo scudiero. Egli ama Emilia.
E giacchè è venuto il giorno della mia morte, faccio intera la mia confessione: io sono quel disgraziato di Palemone, che è fuggito, per sua unica volontà, di prigione. Sono anch’io tuo mortale nemico, ed amo così ardentemente la bella Emilia, che sarei felice di morire davanti a gli occhi suoi. Perciò da me stesso ti chiedo la mia condanna di morte; ma tu uccidi anche il mio compagno, chè tutti e due ci meritiamo di essere uccisi.»
Allora il nobile duca rispose: «La cosa è molto semplice. La vostra stessa bocca confessando tutto, vi ha condannato, ed io non lo dimenticherò. Non c’è, quindi, bisognodi farvi parlare con la tortura, e, per Marte rubicondo[7], voi morrete subito.»
A queste parole (le donne, si sa, fanno presto a commoversi) la regina cominciò a piangere, e con lei Emilia e le altre signore del seguito. Tutte ebbero pietà di quei due giovani, di illustre lignaggio, che solo per amore si battevano a quel modo. E vedendoli così orribilmente feriti e sanguinanti, si volsero a Teseo gridando: «Signore, abbiate compassione almeno di noi». E mettendosi in ginocchio per terra, volevano baciargli i piedi. Un cuore gentile si muove facilmente a pietà: e finalmente si commosse anche Teseo. Sebbene furibondo, da principio, contro i due Tebani, riflettendo, poi, alla colpa che avevano commesso, e alla causa che li aveva spinti, sentì che se l’ira li condannava come rei, la ragione non sapeva fare altro che scusarli. Pensò che chiunque, per amore, avrebbe fatto lo stesso, cercando di scappare, ad ogni costo, di prigione. Ebbe, poi, compassione di tutte quelle donne che piangevano in coro, e ripensando nell’animo generoso al caso dei due prigionieritebani, diceva fra sè: «Guai a quel sovrano che è senza pietà, ed è un leone tanto con l’uomo pentito e sommesso, quanto con l’uomo superbo e ribelle! Guai a quel sovrano che ad ogni costo vuole mantenere ciò che in un momento di rabbia ha minacciato! Ha poco criterio chi in un caso simile non sa distinguere, e mette sulla stessa bilancia l’orgoglio e l’umiltà.» E tosto, sbollito il primo impeto dell’ira, alzando gli occhi sorridenti da terra disse, a voce alta, queste precise parole:
«Benedicite!Che signore grande e potente è Amore! Tutto vince la sua potenza, e potrebbe, davvero, essere chiamato un Dio pei suoi miracoli. Il cuore degli uomini è in mano sua.
Guardate Arcita e Palemone: fuggiti di prigione, avrebbero potuto vivere, in Tebe, come due re; invece per quanto sicuri di trovare in me un mortale nemico, eccoli un’altra volta qua, condotti, come ciechi, da Amore a cercare la morte. Non vi pare una grande pazzia questa? Chi più matto, in questo mondo, di un uomo innamorato? Guardateun po’ per l’amore di Dio, come sanguinano quei disgraziati! Non vi pare che si siano conciati, tutti e due, per le feste? Ecco come Amore, loro padrone, li ha pagati e compensati dei servizi resi. Eppure andate a levar loro di testa, se vi riesce, che sono due matti, a volere servire Amore ad ogni costo.
Ma il più bello è questo: che la donna della quale sono, tutti e due, così gelosi, può ringraziarli, di tanto amore, precisamente come me. Poichè di questa interessante faccenda, per Dio, non ne sa nulla davvero[8]. Tutti, però, giovani o vecchi, di sangue caldo o pezzi di ghiaccio, dobbiamo esser messi alla dura prova: tutti, una buona volta dobbiamo perdere la testa per una donna. Io stesso ci sono cascato, a suo tempo, ed ho servito come gli altri. E perchè, appunto, so per prova le pene dell’amore, e, preso più d’una volta nei suoi lacci, conosco quale strazio sia per quel disgraziato che ci casca; io vi perdono, o cavalieri Tebani, per amore della regina, che me lo domanda in ginocchio, e della mia buona cognataEmilia. Ma voi, qui stesso, mi dovete giurare che non cercherete mai di insidiare la mia terra, di attaccarmi e di costringermi a combattere, nè di giorno nè di notte. Io vi perdono interamente, purchè siate, in ogni occasione, amici miei». Palemone e Arcita giurarono che avrebbero fatto tutto ciò che egli chiedeva; e lo pregarono, fino da quel momento, di concedere a tutti e due la sua pietosa protezione. Teseo promise loro tutto il suo favore, e soggiunse: «Quanto ad Emilia, per la quale è nata tra voi questa battaglia e questa gelosia, io trovo che se anche fosse una regina o una principessa, non potrebbe desiderare di meglio che sposare, un giorno, uno di voi due: poichè senza dubbio ne siete ugualmente degni, pel vostro lignaggio e per le ricchezze vostre. Ma capirete bene, che non può sposarvi tutti e due. Quand’anche doveste disputarvela con le armi eternamente, uno dovrebbe tornarsene per forza con le pive nel sacco;[9]insomma, siccome non la potete sposare in due, abbia fine, oramai, la vostra gelosia e la vostra rabbia. Io farò in modo che ognuno di voiabbia il suo destino, e non si possa lamentare. Sentite, dunque, come ho pensato di finire, una buona volta, questa avventura.
Il mio avviso, per venire ad una conclusione decisiva, senza che ci si debba più tornare sopra, sarebbe questo, che approverete se vi piacerà. Ognuno di voi vada, oggi stesso, liberamente dove crede, senza riscatto e sicuro; ma passate cinquanta settimane da questo giorno, voi dovrete ritornare tutti e due qua, dovunque siate, portando ciascuno cento cavalieri armati di tutto punto, pronti per entrare in lizza, e venire a battaglia. Ed io sulla mia parola di cavaliere, vi prometto che chi di voi due uscirà vittorioso dal torneo, cioè abbia la fortuna di uccidere, coi suoi cento cavalieri, l’avversario, o di metterlo fuori di combattimento, avrà da me Emilia in isposa.
Farò fare in questo stesso luogo la lizza, e Dio mi salvi l’anima davvero, se io sarò un giudice equo e coscienzioso. La cosa non sarà definita, fino a che uno di voi non resti ucciso, o sia fatto prigioniero. Ditemi ora quello che pensate della mia propostae se vi pare che io abbia parlato bene, approvatela; questa deve essere la fine e la conclusione della vostra avventura».
Chi era più felice, in quel momento, di Palemone? Chi più di Arcita matto dalla contentezza? Chi potrebbe raccontare o descrivere la gioia di tutti, quando Teseo ebbe fatto una grazia così bella? Tutti si inginocchiarono davanti a lui, ringraziandolo di cuore, e specialmente i due giovani tebani.
Quindi Palemone e Arcita, con l’animo pieno di speranza e di felicità, presero commiato, e s’incamminarono, a cavallo, verso Tebe dalle grandi ed antiche mura.
Ma io non posso seguitare il mio racconto senza dirvi quello che spese Teseo, per far preparare subito la lizza: son sicuro che qualcuno non mi perdonerebbe una negligenza simile. Poichè si tratta di un anfiteatro così grande e così bello, che ci scommetto, non c’era l’uguale in tutto il mondo. Aveva quasi un miglio di circuito, cinto tutto intorno di mura in pietra, in modo da formare un circolo perfetto come quello tracciato da un compasso. Nell’interno c’erano delle gradinate,all’altezza di sessanta passi l’una da l’altra in modo che chi stava seduto davanti, non impedisse di vedere a quello che gli era dietro. Si entrava nella lizza per due porte di marmo bianco, uguali precise, che guardavano una ad oriente e l’altra ad occidente. Insomma, per farvela corta, basti dire che non si era mai visto sorgere, in così breve tempo, sulla terra, un edificio come quello. Poichè quanti ingegneri pittori e scultori erano in Atene, tutti furono chiamati da Teseo, e mantenuti a sue spese, per costruire l’anfiteatro e dirigere i lavori. Sopra la porta ad oriente fece costruire una cappella con un altare, in onore di Venere, dea dell’amore, per celebrarvi i suoi riti, e fare i debiti sacrifici; sopra quella ad occidente ne fece costruire un’altra compagna per onorare la memoria di Marte, e tutti e due costarono una somma favolosa[10]. Una terza, poi, in onore di Diana, pudica e casta dea, Teseo fece innalzare con grande magnificenza, dentro una piccola torre, che si levava sul muro di cinta verso il NordE questa era tutta d’alabastro e di corallo, un vero splendore di ricchezza.
Ma dove lascio le magnifiche incisioni, le pitture e le belle immagini effigiate in queste tre cappelle?
Nel tempio di Venere, appena entrati, si vedevano figurati sul muro, in un quadro commovente, i sonni interrotti, i dolorosi sospiri, le amare lacrime, i lamenti, e i fieri colpi di passione, che tormentano, in questo mondo, i servi d’amore, i loro giuramenti e le loro promesse. In bell’ordine, poi, erano dipinti sulle pareti il piacere e la speranza, il desiderio e l’audacia, la bellezza e la gioventù, il ruffianesimo e l’oro, la civetteria e la violenza, la menzogna e l’adulazione, la prodigalità e gl’intrighi, la gelosia con una corona d’oro in testa e un cuculo appollaiato sopra una mano, feste e strumenti musicali, carole e danze, libidine e lusso. Tutti i compagni dell’amore, insomma, c’erano rappresentati, in un numero molto più grande di quello che io ho ricordato e potrei ricordare. Il monte Citerone, per esempio, sul quale Venere ha la sua principale dimora,si vedeva dipinto sul muro col suo giardino e con tutta la gaia serenità che vi spira attorno. Il pittore non si era dimenticato di nulla: c’era l’ozio che stava a guardia sulla porta, Narciso, famoso per la sua bellezza, c’era la pazzia di re Salomone, la forza maravigliosa d’Ercole, gl’incantesimi di Medea e di Circe, Turno audace e coraggioso, e finalmente il ricco Creso in mezzo alle catene. Questo quadro dimostrava che il sapere, l’oro, la bellezza, l’astuzia, la forza e il coraggio, non possono cospirare e lottare, anche tutti insieme, contro Venere sola, la quale è padrona del mondo. E tutta quella gente che si vedeva lì dipinta, era caduta nelle sue reti, e si lamentava, senza tregua, pel dolore. Per far presto io vi ho ricordato solamente qualche esempio, ma ce n’erano ancora più di mille.
Nuda in mezzo alla gloria del mare, spiccava la splendida figura di Venere, cullata dall’onda azzurra e cristallina, che le nascondeva la parte inferiore del corpo. Nella destra stringeva una cetra[11], sopra la sua testa leggiadra, incoronata di freschissimerose, svolazzavano le sacre colombe. Dinanzi le stava il figlio Cupido, con le ali alle spalle e la benda agli occhi, armato dell’arco e di frecce lucide e appuntate.
Perchè non vi dovrei descrivere, ora, anche le figure effigiate nel tempio di Marte rubicondo? Tutta intera una parete rappresentava l’interno dei gran tempio di Marte in Tracia, nell’aspra regione dove il Dio ha il suo regno.
Prima di tutto si vedeva una foresta, di vecchi alberi nodosi e senza foglie, irta di orribili rami, abbandonata dagli uomini e dalle belve. E dal fondo pareva si sprigionasse un rumore sordo, come di un uragano che schiantasse tutto. In basso, ai piedi di un colle sorgeva il tempio di Marte bellicoso, tutto d’acciaio brunito, con un’entrata così lunga e stretta, che metteva paura. E di là dentro si scatenava una tale tempesta,[12]che tutte le porte del tempio tremavano. I muri non avevano finestre, per cui penetrasse un raggio a rompere l’oscurità; solo l’ingresso era illuminato dall’aurora boreale[13]. La porta era tutta di diamante, attraversata, perlungo e per largo, da fortissime sbarre di ferro; e di ferro erano anche le grosse[14]colonne che sostenevano il tempio, luccicanti al sole.
Entrando, si vedevano dipinti sul muro l’orribile immagine del delitto, con tutte le sue arti, l’ira feroce, rossa come un tizzo di fuoco, il tagliaborse, e la paura pallida come la morte. C’era l’uomo che ride, e sotto il manto ci ha il coltello, la stalla che brucia con le pecore in mezzo a nuvoli di fumo, il traditore che assassina l’uomo che dorme, la guerra dalle ferite sanguinanti, la rissa che impugnato il coltello sanguinoso minaccia fieramente; e un cupo frastuono regnava in quel luogo di dolore. Si vedeva, quindi, il suicida, coi capelli intrisi nel sangue che gli sgorgava dal cuore lacerato; quegli che muore con un chiodo piantato in mezzo al cervello; e la morte fredda che leva in alto la bocca spalancata. In mezzo al tempio sedeva col volto afflitto e sconsolato, la sventura. Venivano poi il furore sghignazzante nella rabbia, il lamento dei ribelli[15], le grida disperate, e le imprecazioni, la carognadistesa per terra, vicino a un cespuglio, con la gola tagliata, un migliaio di morti caduti in battaglia[16], il tiranno che trascina per forza la preda, la città distrutta: nulla, insomma, ci mancava dei disastri di Marte. C’erano, in mezzo alle fiamme, le navi che danzano sull’acqua[17], il cacciatore strangolato dagli orsi inferociti, la scrofa che divora il bambino nella culla, il cuoco che si è scottato col manico del suo lungo romaiolo, e il carrettiere che travolto dal carro, pel malefico influsso di Marte, cade lungo disteso sotto le ruote.
Venivano, quindi, della grande compagnia di Marte, l’armaiuolo, il fabbricante di archi, e il fabbro che aguzza le spade sull’incudine. Su in alto, sopra le altre figure, si vedeva dentro una torre la Vittoria, seduta trionfalmente, mentre sulla testa le pendeva, da un sottile filo messo a doppio, quella tale spada affilata[18]. Poi v’era dipinta la morte di Giulio Cesare, quella del grande Nerone e di Antonio, i quali allora non erano nemmeno nati; ma già si vedeva quale fine Marte minaccioso destinava loro.Poichè in quel quadro c’era dipinto, come nelle sfere celesti, il destino di ognuno; si vedeva chi doveva essere ucciso, e chi era destinato a morire d’amore. Ma basti un solo esempio tolto dalle antiche storie, giacchè non potrei ricordarli tutti neppure se io volessi.
Sopra un carro si vedeva la statua di Marte tutto armato, con lo sguardo truce e sinistro. Sul corpo gli brillavano due stelle che nelle antiche scritture sono chiamate: unaPuella, e l’altraRubeus[19]. Il Dio delle armi era raffigurato con un lupo, dagli occhi fiammeggianti, ai suoi piedi, nell’atto di divorare un uomo. Questa storia che si trovava lì ad onore e gloria di Marte, era un fine lavoro in matita.
Ora passiamo in fretta al tempio della casta Diana, ed io vi descriverò le caccie e gli esempi di modestia e di pudore che erano dipinti qua e là su le pareti.
Vidi Callisto addolorata, che dall’ira di Diana fu cambiata di donna in orsa, e divenne poi la stella polare. Così, almeno era dipinta, ed io non so dirvi altro. Anche suofiglio, come ognuno poteva vedere, era in figura di stella. C’era Dafne cambiata in albero: dico Dafne la figlia di Peneo, non la dea Diana[20]. Vidi Atteone mutato in cervo per avere osato di guardare Diana nuda, e i cani che non avendolo riconosciuto lo sbranarono vivo. Più oltre, nella stessa parete, si vedeva Atalanta che dava la caccia all’orso insieme con Meleagro e molti altri, puniti tutti da Diana che dette loro affanni e dolori. C’erano istoriati, in fine, molti altri fatti maravigliosi che ora non ho voglia di ricordare.
La Dea stava seduta sopra un cervo, con dei piccoli cani ai suoi piedi, e proprio sotto ai piedi aveva una luna ancora crescente, ma già prossima a calare. Era vestita splendidamente di verde, con l’arco in mano e le freccie nel turcasso, ed aveva gli occhi rivolti in giù, verso il tetro regno di Plutone. Davanti alla dea si vedeva una donna presa dai dolori del parto, la quale non potendo sgravarsi invocava pietosamente Lucina, e diceva: «Abbi compassione di me, tu che meglio d’ogni altro puoi aiutarmi».
Chi dipinse questo quadro era certo un artista molto geniale, e deve avere speso un occhio nei colori.
La lizza, dunque, era pronta; e Teseo, che con tanta profusione di danaro aveva adornato i templi ed il teatro, quando tutto fu finito ne rimase soddisfatto ed ammirava con grande compiacenza.
Ma lasciamo un poco lui, e torniamo a Palemone e ad Arcita.
Si avvicinava il giorno del loro arrivo, coi cento cavalieri per il torneo; e tutti e due, secondo i patti, giunsero in quel giorno in Atene con cento cavalieri armati di tutto punto e pronti alla battaglia. Più d’uno, certamente, pensò che mai, da che il mondo è mondo, s’era veduto (per quanto siano sconfinati il mare e la terra che Dio ha creato) un’accolta così bella di prodi ed eletti cavalieri. Poichè quanti amavano la cavalleria ed aveano desiderio di acquistarsi un nome glorioso, chiesero di prendere parte a questo torneo, e fu fortunato chi potè essere scelto. Chè se domani ci fosse un torneo simile, voi siete certi che ogniardito cavaliere il quale fosse amante di imprese amorose ed avesse sangue nelle vene, inglese o di qualunque altra terra, vi accorrerebbe con gioia e vorrebbe prendervi parte. Combattere per una donna!Benedicite, dovrebbe essere una gran bella vista!
Con Palemone, dunque, vennero molti e molti cavalieri. Alcuni erano armati di una maglia di ferro e di una corazza con una veste corta; altri avevano al petto e alle spalle due larghe piastre d’acciaio, o portavano uno scudo prussiano o una targa; alcuni avevano le gambe ben difese dagli schinieri, ed impugnavano un’accetta o una clava d’acciaio. Naturalmente non c’è moda, per quanto nuova, che una volta non sia stata vecchia: così ognuno s’era armato come gli era sembrato meglio.
Insieme con Palemone vedevi, tra gli altri guerrieri, perfino Licurgo, il grande re della Tracia. Aveva barba nera e faccia maschia, con occhi luccicanti tra il giallo e il rosso; portava i capelli ben pettinati sulla fronte austera, e mentre camminava si guardava attorno come un grifone. Era grosso, edaveva ossa dure e forti, larghe spalle, e le braccia rotonde e lunghe. Secondo il costume del suo paese sedeva in un carro d’oro tirato da sei bovi bianchi. Invece della cotta d’armi sulla bardatura c’era una vecchia pelle d’orso divenuta nera, col tempo, come il carbone, adorna di borchie gialle, che luccicavano come l’oro. I lunghi capelli gli cadevano dietro sulle spalle, ed erano lucidi e neri come una penna di corvo. In testa portava una corona d’oro dello spessore di un braccio, tempestata di pietre preziose, di finissimi rubini e di diamanti. Attorno al suo carro c’era una ventina di mastini bianchi, grossi come un vitello, che servivano per la caccia del leone e del daino, con una muserola d’oro fermata strettamente e l’anello del collare ben pulito. Il seguito era composto di cento cavalieri forti e coraggiosi, armati di tutto punto.
Insieme con Arcita, come riferiscono le antiche storie, veniva, simile a Marte re delle armi, il grande Emetrio, re dell’India, il quale montava un cavallo baio, bardato in acciaio, con una bella coperta in oro. Lasua cotta d’armi era di panno di Tartaria guarnito, tutto intorno, di candide perle grosse e rotonde; la sella era d’oro massiccio lavorato a fuoco. Sulle spalle aveva un mantello corto tutto coperto di rubini rossi, che risplendevano come fiamma; i capelli cresputi e pioventi giù in lunghe anella, erano biondi, e luccicavano come il sole. Aveva il naso in su, gli occhi chiari[21], le labbra rotonde, e il colorito sanguigno; nella faccia si vedeva sparsa, qua e là, un po’ di lentiggine di un colore fra il giallo e il nero, e nel suo sguardo c’era la fierezza di un leone. Avrà avuto, presso a poco, venticinque anni, e già gli spuntava nel mento la prima barba. Quando parlava, la sua voce squillava come una tromba. In testa portava una corona d’alloro fresco che era bellissima, e sopra una mano teneva per divertimento un’aquila ammaestrata, bianca come un giglio. Conduceva un centinaio di cavalieri armati ricchissimamente e (tranne l’elmo che lo avevano tutti uguale) nella maniera più svariata. Immaginatevi che in questa nobile schiera s’erano radunati, peramore, e per spirito di cavalleria, conti, duchi, e re. Attorno al loro condottiero, il re Emetrio, correvano d’ogni parte leoni e leopardi addomesticati.
Tutti questi cavalieri, dunque, giunsero ad Atene la mattina presto di domenica, ed entrati in città, scesero da cavallo.
Teseo, il nostro duca, il nostro illustre cavaliere, poichè li ebbe condotti per la città, e trovato alloggio a ciascuno secondo il proprio grado, li accolse con gran festa, e si dette tanto da fare perchè non mancasse loro nulla, e per onorarli degnamente, che tutti pensano ancora che non ci potrebbe essere uomo, chiunque egli fosse, che potesse fare più o meglio di quello che fece Teseo. Non starò a parlarvi della musica, del lusso con cui fu preparato il ricevimento, degli splendidi doni ch’egli offrì ai suoi ospiti di qualunque condizione fossero e dell’addobbamento del palazzo di corte; non ricorderò chi a mensa occupava i posti d’onore, quali fossero le signore più belle e quelle che ballavano meglio e sapevano meglio cantare e carolare, nè chi aveva piùsentimento nel parlare d’amore. Non sto a dirvi che razza di falconi si vedessero appollaiati su in alto nel bastone, e quanti cani erano pronti per la caccia: ma riprendo il racconto che è meglio. Ora viene il bello, ascoltatemi dunque se ne avete voglia.
La domenica, prima che spuntasse il giorno, Palemone appena sentì cantare l’allodola (e già cantava che mancavano due ore all’alba) si alzò col cuore pieno di giovanile baldanza, e se ne andò, divotamente, in pellegrinaggio al tempio di Citerea benedetta e benigna, di Venere onorata degnamente dagli uomini. E nell’ora a lei sacra, si avviò alla lizza dove sorgeva il suo tempio, e inginocchiatosi umilmente e facendo atto di adorazione disse:
«Venere, mia signora, la più bella tra le belle, figlia di Giove e sposa di Vulcano, tu che allieti colla tua presenza il monte Citerone, per l’amore che porti al tuo figlio Adone, abbi pietà delle mie amare e calde lacrime, e non disprezzare questa mia umile preghiera.
Ah! Io non trovo parole per esprimeretutto quello che soffro, tutto l’inferno che mi tormenta il cuore. Non ha forza l’animo mio di manifestare quello che sente, ed io sono così confuso che la parola mi manca. Ma tu, o splendida signora, abbi compassione di me, tu che mi leggi nel pensiero, e vedi gli affanni che io soffro; considera tutto questo, e compiangi il mio dolore, ed io ti prometto che con tutte le forze mi dedicherò umilmente al tuo servizio, e farò sempre guerra alla castità. Io ti faccio questo voto, tu aiutami adunque.
Io non mi curo della gloria delle armi, nè ti chiedo di concedermi domani la vittoria e l’onor del torneo. Io non cerco la vana gloria del premio conquistato con le armi perchè il mio nome sia strombazzato a destra e a sinistra; ma voglio che Emilia sia mia, e voglio morire al suo servizio; trova tu il modo ch’io possa ottenere questo. Non voglio sapere se per me sia meglio riuscire vincitore su i miei avversari o che essi vincano me, purchè io possa aver lei tra le braccia. Per quanto Marte sia il Dio delle armi, la tua potenza è così grandesu nel cielo, che se tu vorrai, potrò avere, finalmente, l’amor mio. Io adorerò sempre il tuo tempio, ed ogni volta che monterò a cavallo o uscirò a passeggiare, ti farò i debiti sacrifici ed accenderò il fuoco in tuo onore.
Chè se tu non vorrai aiutarmi, o mia dolce signora, ti prego allora di far sì che Arcita domani mi passi il cuore con la sua lancia. Poichè una volta che io abbia perduta la vita, non mi potrà dispiacere che Arcita, rimasto vincitore, si abbia in moglie la donna. Di questo io ti prego, e quì finisce la mia preghiera: signora benedetta e cara, fa’ che io m’abbia l’amor mio».
Dopo questa preghiera Palemone, con l’animo pieno di compunzione, fece subito i sacrifici; ma io non starò a raccontarvi tutti i particolari e tutte le pratiche ch’egli osservò. Dirò solamente che, finito il sacrificio, la statua di Venere fece un segno dal quale Palemone si accorse che la sua preghiera era stata, quel giorno, accolta con favore. Il segno della Dea significava, veramente, che doveva aspettare: ma egli capìbene che la ricompensa gli era concessa. Perciò se ne tornò subito a casa con la gioia nel cuore.
Tre ore dopo[22]che Palemone se ne era andato al tempio di Venere, il sole si levò, e anche Emilia lasciò il letto, e se ne andò al tempio di Diana seguita dalle sue ancelle, con l’incenso, le vesti e tutto l’occorrente pei sacrifici, pei quali non mancavano, secondo l’uso, nemmeno i corni pieni di miele.
Mentre il tempio fumava, tutto adorno di bei drappi, Emilia, col cuore pieno di giubilo, lavò e purificò il corpo ad una fonte. Ma non vi sto a dire nulla del modo con cui essa compiè il rito; poichè anche a volere accennare solamente le cose in generale, non sarebbe una faccenda da poco stare a sentirle tutte. Capisco che con un po’ di buona volontà non sarebbe poi una fatica dell’altro mondo, ma è meglio che nessuno resti sacrificato. I biondi capelli, dunque, le cadevano sciolti sulle spalle, e sul capo aveva una bella corona di foglie di quercia ancora fresche, accomodata conmolta grazia. Se ne andò all’altare e accesi due fuochi compiè i sacrifici della Dea, di cui vi risparmio la descrizione, perchè ognuno può leggerla da sè nella Tebaide di Stazio[23]e negli altri antichi libri che ne parlano.
Quando il fuoco cominciò ad ardere su l’altare, Emilia con aria mesta e supplichevole parlò a Diana in questo modo.
«O casta dea dei verdi boschi, che contempli il cielo la terra e il mare, regina del regno tetro e profondo di Plutone, dea delle vergini, che da molti anni conosci il mio cuore, e sai quale sia il mio pensiero, proteggimi tu stessa dalla tua vendetta e dall’ira tua, per la quale Atteone soffrì orribilmente. O casta Dea, tu sai bene che io desidero di rimanere vergine per tutta la vita, e che non voglio innamorarmi e divenire moglie. Io sono (tu lo sai) una fanciulla del tuo seguito, ed amo la caccia e i boschi selvaggi, e non voglio divenire donna ed avere figli; e perciò appunto fuggo la compagnia degli uomini. Tu dunque aiutami, signora, poichè lo puoi, te ne scongiuroper la tua triplice forma. Di questa grazia io ti prego: fa che Palemone il quale ha per me tanto amore, ed Arcita che mi ama così caldamente, stiano d’accordo, e distogli il loro cuore da me, in modo che tutto l’amor loro, ogni loro desio, tutte le loro sofferenze, tutto il loro ardore, si spenga, o sia rivolto altrove. Chè se non vuoi farmi questa grazia, e se è mio destino che io debba avere per marito uno di loro due, fa allora che io sia di colui che più mi desidera.