Il Carso

Il Carso

Romans, 26 settembre.

Dal colle di Medea, fiorito di boschetti come un nitido recesso d'Arcadia, ci si scopre la zona tra l'Iudrio e l'Isonzo, davanti al grande e confuso rilievo lontano del Monte Nero che ci manda il suo ultimo saluto. Sono le colline del Collio: è una molle transizione tra le montagne e montagne che hanno accompagnato tutto il nostro viaggio sinora, e la pianura che da Gorizia, incurvandosi attorno al Carso, volge i nostri pensieri verso il mare imminente.

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Eccolo, il Carso fatale. Linee lunghe, curve lentissime, che pennelleggiano l'orizzonte di colori tepidi e morbidi. È il Carso veramente? Le Alpi Tridentine, le Dolomiti cadorine, i dirupi Carnici, il Monte Nero poderosissimo, s'intonavano più recisamente con la visione di forza, di lotta, di travaglio, di asprezza conquistatrice che quei nomi suscitano in noi. Ma il Carso sanguinoso, quello? Sono terrazze che invitano a salirvi per ammirare albe e tramonti. I rombidel cannone che le avvolgono sembrano anch'essi più miti, spari di feste campestri lontane. L'aria è lucida, gli alberi svettano sul colle, il cielo è virgineo d'azzurro e di candore.

Ma dal verde del terreno fioriscono scoppi improvvisi, nell'azzurro e nel candore del cielo sbocciano nebulette più azzurre e più candide di quello, e dipingono sul cielo una ghirlanda chiara che si chiude, si sposta, si rinnova: in mezzo alle nebulette appare un nero, non più che un punto, e s'abbassa, si dilata, si accende ferito dai raggi del sole, mette le ali. Gli scoppi degli shrapnells continuano a fiorire a festoni e ghirlande sotto l'areoplano, sotto i due areoplani che s'avvicinano a noi, in rote lente e larghe. Ora le nebulette dissolvendosi hanno diffuso una tenue nuvola chiara che il cielo assorbe nella cerulea infinità; e gli scoppi si fanno sempre più spessi, e gli areoplani s'allontanano, fuggono, scompaiono. Ma riportando lo sguardo a terra, giù nella piana, vediamo qua e là uscirne getti di fumo torbido. L'areoplano ha seminato qualche bomba per questi colti che non vorrebbero se non germi di piante benefiche, la vite il granturco l'ulivo il frutteto. Sono il Carso davvero quelle pendici tenere che tratteggiano l'orizzonte, il Carso fatale e sanguinoso, ove si combatte, si muore, si vince ora per ora travagliosamente la magnifica battaglia cui s'appunta la guerra lunga che per una serie ininterrotta ci ha accompagnati dallo Stelvio all'Adriatico.

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Non c'erano su questo suolo difese permanenti, ma strade, ferrovie, ponti: chiaro segno del concetto offensivo che covava nella mente dei nostri nemici durante gli anni penosi della maligna alleanza.

Pure non fu grande svantaggio per essi. La guerra moderna ha diminuito di molto, per non dire negato del tutto, il valore delle fortificazioni permanenti. Con le difese e i trinceramenti improvvisati che l'Austria ha stabilito su tutto il terreno, essa ci creò rapidamente condizioni durissime di lotta. Le complicate opere trincerate contro cui le nostre truppe s'imbatterono nella loro avanzata, erano veramente formidabili. Ma il passaggio dell'Isonzo sotto le prime pendici dell'altipiano, e la scalata loro, fecero subito dimenticare e parer lievi quelle prime difficoltà.

Di qua possiamo vedere la lunga schiena del Sabotino: dietro vi passa l'Isonzo, che discende tra il Sabotino e Monte San Gabriele. E riconosciamo anche il Podgora, ruvido e rossiccio, come l'hanno ridotto miriadi di granate distruggendo il bosco foltissimo che lo ricopriva. E il Monte Fortin, sentinella avanzata del Medio Isonzo verso il Carso. Presso Sagrado il fiume svolta nella pianura, ivi un canale ne deriva circondando torno torno tutto l'orlo del Carso fino a Monfalcone.

La cerchia più vicina a noi è costituita dai colli di Manzano, di Cormons, di Quarin, che ricollegano la pianura alla regione del Collio. Una pianura varia, accidentata, mossa, vivacissima di ciglioni, d'avvallamenti, di crespe; e la pianura continua sbalzando di là dall'Isonzo e insinuandosi nella vallata del Vippacco: vi biancheggiano Cormons, Subida, Capriva, San Lorenzo di Mossa, vi nereggia Lucinico arso: sporge, all'imbocco della valle, Gorizia.

Gorizia appare, in tutti i suoi particolari, una città fortificata dalla natura secondo le regole dell'arte. Un bastione a sinistra: il Podgora, con le alture che gli si accavallano intorno. Uno a destra: il Carso. La pianura intermedia fa da cortina, il tratto dell'Isonzo da fossato.

A nord di Gorizia le cime, rosse di lunga lotta, del Podgoradel Sabotino del Monte Santo: solo quest'ultimo ci rimane ancora da prendere del tutto perchè uno dei due bastioni taccia. Dell'altro, il Carso, abbiamo occupato intiero il ciglio esteriore da Monte San Michele a Monfalcone. E ci troviamo di faccia al secondo, al Vallone, che domina Doberdò e Oppacchiasella.

Il Carso, tanto meno aspro, alto e diruto degli altri, è tuttavia una più formidabile difesa per il nemico. Il suolo n'è sassoso e roccioso, ma la natura calcare vi ha permesso lunghe e ampie erosioni entro cui i corsi d'acqua scompaiono. Nelle più late, le doline, si adagiavano sul leggiero strato di terra che le ricopre, intieri vigneti, campi, frutteti, villaggi: oggi taluni di quegli incavi costituiscono irraggiungibili luoghi di appostamento per le batterie austriache. Inoltre le pendici più alte sono ricoperte di boschi. Ne vediamo di qui chiaramente alcuni che si sono già conquistati una fama terribile: bosco Cappuccio, che imberrettava la cresta sopra Sdraussina: non l'imberretta più perchè i proiettili lo hanno tutto sfrondato e bruciacchiato; più in basso verso la piana di Gradisca, Bosco Triangolare e Bosco a Lancia. Furono tutti insidiosi ripari per il nemico, continuando la serie di fortificazioni campali che percorrevano la linea del fiume. I nostri non li conoscevano e dovevano avanzare dentro essi con non meno di prudenza che di coraggio. Sopra da quei boschi, e oltre verso il mare, si stende il Monte Sei Busi.

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Il 24 di maggio da Saga i nostri occuparono la linea Cormons-Versa-Cervignano-Terzo: il 25 urtarono contro la difesa del Sabotino; dal 25 al 28 presero il Fortin; poi sostarono per fortificarsi ed organizzare i servizi.

Il 5 di giugno cominciò il vero periodo di attacco alle posizioni; l'8 si gettò un ponte sull'Isonzo a Sagrado. Intanto avevamo rapidamente ricostruito su palafitte quello di Pieris che il nemico aveva distrutto ritirandosi.

Il passaggio del ponte di Sagrado ai piedi della prima cornice carsica, sotto il fuoco continuo, parve un miracolo. Costituiti di là dal fiume, cominciammo la serie ininterrotta degli attacchi su tutta la curva carsica: la prima occupazione fu quella di Monfalcone e della sua rocca. Nel suolo roccioso non potevamo scavare le trincee, dovevamo costruirle a sopraelevazioni di sacchi di pietre. Le linee dei muretti levate così si moltiplicavano, in tutte le direzioni, con cento svolte ed intrichi, man mano che salivamo. Il 23 tutto il margine dell'altipiano tra Sagrado e Monfalcone era nostro. Il 24 la linea nemica fu sfondata, sopra Redipuglia, con la presa di Castelnuovo.

La quale presentò una difficoltà nuova e particolarissima in aggiunta alla consueta dei trinceramenti cementati e blindati. Tutta la regione a occidente del Carso è corsa da un sistema di canali, che mette capo a Monfalcone; uno dei quali è il canale Dottori, quello che corre ai piedi della collina seguendone la curvatura. Per raggiungerela radice di essa collina occorrevano dunque ponti, e i ponti erano stati distrutti. Opportune cognizioni ci accertarono che era stato rotto l'argine del detto canale, inondando il piano e anche alcuni paesi, e che per mantenere l'inondazione gli austriaci avevano chiuse le saracinesche dell'incile di Sagrado. Nelle case di Sagrado si vede ancora il segno cui giungeva l'acqua. Allora alcune pattuglie si spinsero a Sagrado e vi ruppero un argine, in modo che il deflusso delle acque della inondazione si versasse nell'Isonzo: ma la breccia non fu abbastanza ampia, e il suolo era ancora coperto da uno strato di venti centimetri d'acqua.

L'avvenuta inondazione ci dava motivo di credere che le resistenze del costone di Castelnuovo, a sinistra, fossero minori che nel costone che lo continua a destra, quello dei Sei Busi.

La notte sul 22 giugno due compagnie traversarono il canale Dottori e s'abbarbicarono alla collina: la notte seguente il Genio, incurante del fuoco di cui il nemico lo ricopriva, gettò i ponti sul canale. La mattina del 24 le truppe si lanciarono attraverso l'inondazione, fino a raggiungere lo sperone di Castelnuovo, coperto di fitti boschi a noi perfettamente ignoti, pieni, come ho già detto, di agguati, seminati di mine. Catene di uomini usciti appena dall'acqua si spargevano cautamente tra gli alberi a tagliare i fili elettrici che congiungevano le mine e poi a scavarle una per una. Intanto una batteria d'artiglieria, portata audacemente sulle prime linee, cannoneggiava e demoliva l'incile di Sagrado, togliendo l'ostruzione e riaprendo il corso alle acque verso l'Isonzo.

La mattina del 25 gran parte del costone di Castelnuovo era nostra, occupazione che ci permise di stabilirci almeno in punto elevato rispetto al fronte.

Nei giorni dal 2 al 4 luglio ebbe luogo il compimento dell'azione su Castelnuovo.

Quando le nostre truppe arrivarono al castello da cui il costone prende il nome, una parte della pendice occidentale ne era rimasta tuttavia occupata dal nemico. Di mano in mano che arrivavano, i nostri erano decimati dall'artiglieria, dalla fucileria, dalle mitragliatrici; ma la sola cosa che li impensierisse era la difficoltà dei reticolati magnifici, fortissimi, tenuti da paletti di ferro cementati nella roccia. Li dovettero sfondare con l'artiglieria. Aperto così in essi un varco, i soldati vi irruppero dentro e presero un trincerone, che fu il punto di partenza di un'azione di rovescio sulle altre trincee. I nostri cannoni avevano sparato per quattro ore consecutive su tutto il fronte da Sagrado a Monfalcone. In tre colpi raggiungevano la trincea, rovesciandone il parapetto.

Verso la metà di luglio avvenne una nuova spinta offensiva: in una sanguinosa azione, compiuta con esemplare accordo tra la cavalleria e la fanteria, ben sei ordini di fortissime trincee furono presi; vi si fecero in quattro giorni quasi quattromila prigionieri oltre la cattura di mitragliatrici, fucili, munizioni. Nella notte del 22 il nemico ricevè grandi rinforzi e tentò un attacco disperato contro la nostra sinistra. Le nostre truppe di prima linea sostennero validamente l'urto finchè ricevettero a volta loro rinforzi; allora poterono, come diceva il comunicato relativo, “sferrare una vigorosa controffensiva che riuscì una vera rotta per l'avversario”. Il quale lasciò il suolo letteralmente coperto di cadaveri, e in mano nostra altri millecinquecento prigionieri. Qualche giorno di raccoglimento, e il 25 conquistiamo Bosco Cappuccio e alcuni trinceramenti della Selva di San Martino al Carso. E infieriamo contro il Monte dei Sei Busi, lo conquistiamo,lo perdiamo, lo riprendiamo; anche questo terreno è per noi nuovo: i boschi che lo ricoprono nascondono mille insidie. Dobbiamo proteggerci colle maschere dai gaz micidiali emanati dalle bombe e dalle granate asfissianti. Solo quando i nemici sono snidati tutti, uno per uno, alla baionetta, dai boschi, possiamo dire nostro il Monte dei Sei Busi. E anche questa volta la giornata finisce per noi con la cattura di oltre un migliaio e mezzo di prigionieri.

Il 27 la battaglia continua infocatissima: si conquista per breve il San Michele che domina tutto il primo tratto dell'altipiano, ma qui i tiri incrociati e violentissimi delle batterie multiple d'ogni calibro ci costringono a ripiegare; anche ripiegando, i nostri fecero più di mille prigionieri: erano quei soldati che dovevano tentare l'avvolgimento del San Michele da Rubia, e perciò vennero a scontrarsi coi nostri. Intanto al centro si procede alla baionetta verso la sella di San Martino: la sera si compie la conquista del Monte Sei Busi, lasciata interrotta tre giorni innanzi, con la cattura di più di tremila prigionieri, di cinque mitragliatrici e di molte altre armi, munizioni, viveri, materiale da guerra.

I giorni che seguono sono impiegati nel fortificare le posizioni conquistate, rettificando a nostro vantaggio la linea di schieramento con parziali conquiste di trincee. Poi comincia da parte nostra un periodo di difesa, perchè contro la nostra occupazione il nemico si accanisce, non solo con i cannoni e i fucili, ma anche con le bombe a mano, con getti di esplosivi dagli areoplani con tentativi di incendi dei boschi. La nostra vigilanza sventa ogni loro tentativo. Intanto ci prepariamo a proseguire l'avanzata contro la seconda linea del nemico, preparata ad oriente di quella che abbiamo già superata.L'attacco alla seconda linea comincia il 30 di luglio; il nostro centro comincia ad avanzare. Una breve sosta ci è imposta dall'attacco che il nemico porta la notte del 31 contro la nostra destra al monte dei Sei Busi, con truppe di Kaiserjager che distruggiamo quasi completamente. Grosse colonne nemiche marciano da Duino verso Doberdò: ma i nostri osservatori le scorgono, le nostre artiglierie le disperdono prima che siano giunte a rinforzare le truppe di linea e possiamo muovere alla offensiva, conquistare altre trincee, e intanto difenderci dalle azioni dimostrative che il nemico tenta contro l'ala sinistra, tenendo sempre per obiettivo la riconquista del monte Sei Busi e specialmente movendo contro il bosco del Cappuccio. Qua la nostra offensiva ci porta ad una brillante conquista parziale, quella del trincerone che domina lo sbocco orientale del bosco stesso e di qui gli accessi a San Martino del Carso. Col 7 di agosto siamo per un tratto traboccati oltre il primo ciglio dell'altipiano giù nel margine dell'avvallamento che scende verso Doberdò; nei giorni seguenti la nostra attenzione deve proteggere Monfalcone, contro cui il nemico accanisce con bombe incendiarie; il 26 di agosto occupiamo il bosco di San Martino che il nemico ha lasciato indifeso, e contro cui tenta un tardivo assalto furioso, che respingiamo volgendo in fuga gli assalitori, come respingiamo da tutte le posizioni carsiche tutti gli altri attacchi, specialmente notturni, pronunciati dal nemico con abbondante lancio di razzi luminosi.

Altra notevole avanzata si ha il giorno 4, specialmente verso la strada che conduce a Doberdò. E avanzare vuol dire salire verso una trincea sotto il fuoco; prenderla; appena presa accorgersi che a lato di quella, invisibile, n'era una trasversale dalla quale il nemico spara nella nostra infilata; arrestarsi a conquistare anche quella primadi procedere un poco più su; dilagare così, lenti, come un'acqua in un piano paludoso, in quella rete strana, irregolare, pazza, piena d'agguati, che gli austriaci con una magnifica preparazione hanno saputo stendere approfittando di tutti gli accidenti prodotti dall'erosione nel calcare dell'altipiano insidioso.

Il diciotto di settembre segna dell'impresa carsica un episodio importantissimo. Il nemico era rimasto annidato, e fortemente trincerato, come dappertutto, entro il bosco Ferro di Cavallo, ad occidente del San Michele. Alternando azioni di sorpresa con attacchi di viva forza, la nostra fanteria prese l'offensiva e poi mano mano dilagò per tutto il bosco.

Non le sole forze della fortificazione campale del nemico dovè vincere, ma anche la sua slealtà. Avvenne qui, com'era già avvenuto più volte altrove in questa guerra, che alcuni soldati simularono la resa alzando le mani inermi: quando i nostri, fiduciosi, furono loro vicinissimi, quelli si gettarono a terra e scoprirono dietro di sè un'altra fila a fucili spianati, che cominciò a sparare infernalmente sui nostri.

In questo modo si avanza su per il Carso. Il ciglio dell'altipiano non ha più pietre, e allora i ripari delle trincee si fanno con sacchi a terra. Non potendo interrarsi, si prosegue con fortificazioni di riporto, che disegnano un feroce labirinto di linee aspre su tutta la superficie del colle. E dappertutto siamo esposti agli sguardi del nemico. E dietro il San Michele, fino a Monfalcone, ci aspetta l'altra cresta, il Vallone, maravigliosa linea di arroccamento dei nostri nemici. Il Monte San Michele, che dovemmo riprendere tre volte, era un osservatorio da cui nessun punto del terreno poteva loro nascondersi.

Ora il nostro fronte segue, da Peteano a Monfalcone, tutto il primo orlo del Carso, e si affaccia al Vallone. E gli austriaci sfogano il loro rancore per la grave perdita con bombardamento in continuo contro Castelnuovo, punto obbligato di passaggio per i rifornimenti e le riserve.


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