Il silenzio di Malborghetto

Il silenzio di Malborghetto

Chiusaforte, 18 settembre.

Quando i primi comunicati del Comando Supremo ci dissero occupate le testate di Valdogna e di Val Raccolana, abbiamo potuto credere che questa occupazione rientrasse semplicemente in quel sistema di prima rettificazione ed afforzamento del vecchio confine, che costituì il primo momento — rapidissimo — della guerra.

Invece Valdogna e Val Raccolana hanno rappresentato per noi qualche cosa di assai più che un lembo estremo di terra nostra da difendere.

Non alludo con questo all'opinione, abbastanza diffusa, che tra i piani d'invasione di Conrad fosse quello per Val Fella e per le valli, diramate come le nervature d'una foglia di vite, o, se più vi piace, come l'ossatura di una mano, che formano la caratteristica dell'angolo nord-orientale della Carnia e dell'Italia. Ragionare sopra piani d'invasione non posti in atto è cosa alquanto inutile e pazzotica.

Ma Valdogna e Val Raccolana hanno significato per noi Malborghetto. Malborghetto, chiave dell'alta Val Fella e con essa di Tarvis onde muovono diritte le due arterie più vive dell'Austria, fu uno degli obiettivi più tenacemente perseguiti e più utilmente raggiunti dalla nostra offensiva.

Ora Malborghetto tace, e il suo silenzio è dovuto alla sùbita sicurezza che la nostra azione primissima ha saputo dare alle più alte valli della Carnia orientale.

Prendere Malborghetto procedendo da occidente a oriente, a ritroso del corso dell'alto Fella, sarebbe stata impresa lunga, pericolosa, sanguinosissima, e tutt'altro che sicura.

Far tacere Malborghetto operando dal sud, dall'estrema nostra costa che dalle profondità di Valdogna sale fino alla cresta percorsa, parallelamente all'alto Fella, dal nostro confine, fu una delle idee più geniali fra le tante genialissime in cui si scompone e si complica l'opera del nostro piano di guerra. E la piena riuscita ne ha dimostrato luminosamente la genialità.

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Valdogna era già tutta compresa nel nostro territorio, ma la testata, che giunge appunto alla linea di confine, dovè esserne conquistata e rafforzata i primi giorni di guerra. Perchè gli austriaci, che sapevano quanto fosse necessario in una guerra di questo genere essere padroni delle cime, avevano tentato d'impadronirsi di tutte le punte, non già allo scoppio della guerra, ma qualche ora prima. Noi sparammo la nostra prima cannonata la mezzanotte del 24, essi avevano sparato la loro prima fin dalle 18 del 23, esubito erano corsi a prendere le punte ove passava il confine, con sei ore dunque di vantaggio sui nostri.

L'irregolarità del procedimento non valse, chè da tutte furono ricacciati.

Valdogna dunque era nostra. Ma in un punto, in uno solo, essi erano rimasti, cioè nella forcella Cianalot, che scende dal costone a nord della Valdogna: posizione privilegiata in quanto rappresentava un occhio del nemico aperto su tutta la nostra valle. E perchè ne sapevano l'importanza l'avevano da tempo afforzata con trincee di calcestruzzo. Perchè il Cianalot fosse soltanto un occhio del nemico sulla valle e non si trasformasse anche in una strada per accedervi, i nostri alpini avevano occupato subito una costa diruta del monte Pipar, che dal Cianalot chiude la valle fino alla testata, cioè alla sella di Som Dogna. E di là sorvegliavano il nemico. Al disopra del Cianalot, verso nord, si levano i due Pizzi, per i quali passa il confine, all'altezza di oltre duemila metri: e di essi il più alto, Pizzo Occidentale, era occupato dagli austriaci, il più basso dai nostri.

Così attorno alle trincee del Cianalot si stringeva una rete di vigilanze oculate dall'una parte e dall'altra; ma l'occhio nemico rimaneva sempre aperto sulla nostra valle, e pareva impossibile accecarlo, perchè appena occupato dai nostri il luogo si sarebbe trovatosotto la gragnuola delle granate che il Pizzo Occidentale non avrebbe mancato di rovesciare su di esso.

Ma questa guerra pare sia fatalmente disposta a dimostrare che nessuna impresa è impossibile all'ardire italiano. Il 30 di luglio, mentre da Granuda un attacco frontale si dirigeva contro il Pizzo austriaco, e una colonna da Forcella di Bielica accennava un'azione diversiva verso Lusnitz in fondo di Val Fella, allo scopo di attirare su di sè le riserve che avrebbero potuto essere impegnate a sostenere la difesa del nostro obbiettivo d'attacco, le batterie di Valdogna aprirono improvvisamente, tutte insieme, un fuoco d'inferno contro le trincee del Cianalot; un fuoco che durò parecchie ore, ininterrottamente; tutta la gamma degli spari, da quelli dei calibri maggiori a quelli dei minori, si rovesciò sui duecentocinquanta austriaci che tenevano la forcella, li assordò, li lasciò letteralmente storditi. Poi i nostri cominciarono ad allungare i tiri verso la parte più alta del monte, un po' più su delle trincee da occupare, sempre mantenendo altissimo il frastuono infernale: gli austriaci credevano che noi sbagliassimo il tiro e si stavano rannicchiati per proteggersi dai frammenti di roccia che rotolavano giù dalla cresta battuta; aspettavano che la tempesta passasse. Invece venne la folgore; con l'allungamento dei tiri i nostri non miravano ad altro che ad ingannare il nemico, a mantenerne il salutare stordimento, e a far luogo all'attacco diretto dei nostri alpini; i quali volarono su per il Cianalot, furono sopra ai nemici, e di duecentocinquanta che erano ne trafissero centoventi con le baionette e ne presero centosette prigionieri, prima che potessero risentirsi. Gli altri riuscirono a nascondersi tra i dirupi, senza difendersi. Tra i prigionieri fu il capitano, il quale appena si vide addosso quegli arditissimi cercò di precipitarsi al gabbiottodel telefono. Nel gabbiotto bisognava entrare carponi per un buco; egli v'era già dentro con mezza la persona, un alpino lo raggiunse e riuscì a prenderlo per una gamba; così tenendolo fermo recise con una forbice i fili del telefono, poi tirò fuori il capitano che strillava e insultava gli assalitori. A stento riuscì ai nostri ufficiali di trarlo dalle mani degli alpini. Fatto prigione e alquanto placato, egli stesso volle stringere la mano di quelli che l'avevano preso ed ebbe parole di ammirazione per la loro audacia.

Così avemmo a un tempo il Pizzo ancora austriaco e il Cianalot; fu chiuso per sempre l'occhio del nemico sulla importantissima valle, che continuò e continua ad afforzarsi di opere d'ogni sorta, e specialmente di strade. In pochi altri luoghi come in questa valle si potè ammirare la tecnica della guerra di montagna, in cui contemporaneamente occorre provvedere le strade provvisorie per armare e quelle definitive per il rifornimento. Il quale ora si compie in modo continuo e perfetto.

Sul Pizzo Occidentale i soldati vi mostrano ancora, con sguardi pieni di legittimo orgoglio, gli strappi chiari fatti nella roccia nera dalle loro granate.

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Una delle vallette laterali di Valdogna è quella del torrente Montasio, che porta al Jof di Montasio, la cui cima tocca la quota di 2754 metri. Per la cima passa il confine, e tutto il monte era nostro. Ma al Jof di Montasio, che è pieno di caverne e di anfrattuosità, si accede per mezzo di corde metalliche dalla testata dell'austriaca Val di Seisera: e un piccolo drappello dei loro era riuscito una notte a raggiungere una di queste anfrattuosità dalla parte che guarda lanostra valle, a incavernarvisi, a stabilirvi un osservatorio. Scivolando in mezzo alle strettissime e dirute guglie in cui la cima si frange, erano riusciti anche a collocare un filo telefonico che dal detto osservatorio saliva alla cima, attraversava ivi il confine, e scendeva dall'altra parte, ove un apparecchio ricevitore accoglieva indisturbato il risultato delle osservazioni. Per parecchio tempo la giustezza di certi loro tiri nella valle (e le case scoperchiate di alcuni di questi paesetti ne fanno ancora testimonianza) dettero segno ai nostri dell'esistenza di un osservatorio da quella parte: ma non si riusciva a individuarlo. I nostri alpini, restringendo sempre le ricerche, andarono ad appostarsi sul Jof di Miez, a duemila metri, in faccia a quello di Montasio, nel versante meridionale del Dogna; di là finalmente scoprirono un giorno un austriaco che usciva dalla caverna per le quotidiane osservazioni. Allora l'osservatorio fu battuto dalle artiglierie, poi gli osservatori furono snidati dalla loro caverna, vero nido di aquile, con un attacco diretto, e l'occupazione il 22 di giugno fu estesa alla imminente Cresta Verde, a 2634 metri di altezza, contro la quale il nemico tentò poi più volte vani attacchi notturni.

Ma il nemico conosce il valore di queste valli, e non potendo più sperare di rimettervi piede, vi sfoga contro talvolta un poco di inutile rabbia. Giorni sono un areoplano si presentò a cinquecento metri al disopra del Montasio, percorse Valdogna, uccise un cavallo con una bomba, arrivò fin sopra la stazione di Chiusaforte, e ne ripartì senza aver fatto danni di sorta. Era una giornata limpidissima e calma, quali sono oramai rare tra questi monti: nei giorni comuni un tentativo di questo genere non potrebbe essere fatale che per l'areoplano stesso.

E sparano, ogni giorno, un po' a caso, colpi un po' d'ogni calibro, non più contro nostre batterie, che non possono più individuare, ma dove possono credere che abbiamo degli osservatori. In un giorno solo hanno sparato più di mille colpi.

Sparano, si spostano, sparano ancora. Hanno ancora due dei loro 305, che tuonano per una, due, tre settimane contro Valdogna: poi tacciono tre o quattro giorni, poi riprendono a tuonare contro Val Raccolana. Di dietro il Nebria tirano in Valdogna (in un giorno solo mandarono in direzione di Implanz settanta colpi); di dietro il Raukoff si accaniscono verso Val Raccolana, con i loro tiri uguali, uno ogni sei minuti all'incirca, cui i soldati e gli operai si sono abituati magnificamente.

Ma Malborghetto tace.

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Tace Malborghetto, e tacciono i forti del suo sistema, da tempo. Il piazzamento delle grosse batterie contro Malborghetto fu compiuto il 12 di giugno; il primo colpo fu tirato dal generale Cadorna per augurio.

Il giorno dopo fu incendiata, con esplosione di depositi di munizioni, la parte alta di Malborghetto; il 13 esplose la parte bassa del forte Hensel; il 16 fu ruinata la cortina che unisce l'opera alta all'opera bassa di Malborghetto e le piazzuole dell'artiglieria scoperta; il 23 fu sfondata una cupola del forte Hensel; nuovi danni alle opere di Malborghetto furono ottenuti con azioni dei primi giorni di luglio; il 29 fu sfondata un'altra cupola del forte Hensel.

Ora Malborghetto tace. Gli austriaci lo hanno fornito di appariscenti cupole di cartone per ingannare i nostri sull'effetto dei tiri,ma il cartone non fa il monaco e quel cartone è oggetto di riso ai nostri allegri artiglieri.

Tace Malborghetto, ma parla ancora, dietro Malborghetto, il Nebria, parla ancora il Gugberg. La serie delle cime da prendere, delle valli da varcare, dei forti da smantellare, par che si rinnovi a ogni nuova conquista. Battute le opere permanenti, le cime all'intorno, che erano già nidi solitarii d'uccelli rapaci, e ieri posti di sentinelle avanzate o di osservatorii, diventano esse stesse forti. Le opere permanenti cedono il luogo alle batterie mobili, il lavoro d'individuazione deve rinnovarsi ogni giorno. Tutta la somma della guerra si restringe nelle pupille di pochi osservatori, che debbono ogni giorno scoprire una vampa nuova, minima, senza fumo, sortire da un crepaccio fino a quell'ora muto e cieco: e sanno che quella vampa è già pronta a spostarsi, sanno che domani dovrà rinnovarsi il lavoro di scoperta.

Così si cerca di moltiplicare l'azione dei tiri indiretti: alcuni di questi angusti e profondi incassamenti di montagne son diventati vere e proprie orchestre di artiglierie, disposte secondo la varia portata degli strumenti, pronte a un cenno direttoriale che scateni la sinfonia: i pezzi di maggior calibro in fondo alle valli: enormi gole di bronzo, piantate sugli affusti saldamente come lottatori incrollabili, sopra le piattaforme girevoli. A mezza costa i muscoli più svelti dei pezzi un po' minori, rintanati nelle caverne di cemento, confusi tra il color vario delle crepe e delle stratificazioni che striano e macchiano tutta la montagna e rendono impossibile a pochi passi distinguere con precisione un disegno o una forma; più su, in qualche conca che pianeggi nella costa del monte, batterie medie, coperte di frasche d'abete, boschetti ingannevoli che paion recessi di ninfe; piùsu ancora le batterie minime e più mobili, avanguardie snelle e leggiere del corteo, paggi dei giganti.

Da ultimo, al sommo, allo scoperto, l'uomo col fucile e la granata a mano, la trincea, la vita che va a braccio ogni minuto allegramente con la morte.

Allegramente. In quasi tutte le trincee c'è almeno un mandolino e una chitarra, e un giuoco di bocce.


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