Silenzi e fragori

Silenzi e fragori

Timau, 15 settembre.

La guerra, in qualche luogo, è soprattutto silenzio.

Il silenzio di chi aspetta, si nasconde, osserva. Poi giunto il momento dice una parola, l'unica efficace, e ritorna a tacere.

Il raro rombo della cannonata, che non falla, pare in qualche punto non faccia se non incorniciare il silenzio immenso delle cime e delle valli, sottolinearlo, farlo sentire più largo, più vasto, più sovrumano.

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Giorni sono m'ero trovato — e subito mi parve di dimenticare il come, il mezzo, il tempo, quasi ci fossi arrivato per incantesimo — in una radura ondulata e verdissima, in mezzo a panorami fuggenti d'abeti neri e di larici chiari, che si dilatavano a perdita d'occhio su per le coste molli fin verso le cime aspre sconfinanti entro i fumi errabondi del cielo. La radura era il centro di un silenzio infinito, d'una perfetta solitudine d'uomini e di cose umane. Verso il nord i monti imbruniti s'allontanavano, s'incanalavano fuggendo entro un imbocco in cui si precipitava la nebbia fumante sudai prati e dai boschi più alti: e fuori dal mondo della nebbia rompeva il mondo delle cime acute e frastagliate, come diviso in due cortine concentriche, una più vicina e più bassa, una più lontana e maggiore.

L'una era il vecchio confine, la cui occupazione costò la fatica d'una conquista; l'altra era il nuovo, ove ci stiamo aggrappando a pietra a pietra. E quella fuga di nebbia che s'incanalava nel passo aperto tra i monti, conduce verso la valle di Sexten, ove la lotta di difesa e di offesa è aspra come forse in pochi altri punti del fronte.

Siamo a Col Caradies, in faccia al Comelico, a dominio della Val Padola, la terza, con Val di Boite e Val d'Ansiei, delle vie di passaggio dall'Italia alla Drava.

Siamo in faccia all'epopea, i cui canti più alti si chiamano Sexten Seikofel Oberbacher, Croda Rossa. Ma nulla all'intorno sembra parlare di guerra. Ove le cime son libere dalla nebbia e dalle nubi, in qualche stria più regolare l'occhio esercitato riconosce una trincea, qualche strappo più chiaro nella roccia è il segno visibile lasciato dalle nostre granate. Dagli ultimi lembi del verde che tenta di arrampicarsi verso le rupi, vediamo uscire i cocuzzoli delle ultime tende d'un accampamento.

Ma son segni minimi e muti. Potrebbero essere i ruderi d'una guerra finita da anni. Sappiamo che attorno a noi le cime ci guardanodagli osservatorii, che nei prati dove passiamo caddero ancor ieri i colpi dei forti di cui quelle cime misteriose sono animate. Lo sappiamo, senza sentirlo: qui ci avvolge, c'incombe, ci stringe paurosamente quello che della guerra è il senso più strano, più angoscioso: il suo silenzio, il suo mistero, il suo perenne atteggiamento d'invisibile agguato. Silenzio e solitudine: non un uomo, non una casa, non un'arme, non una voce. Il verde senza pace e la discesa calma delle nuvole che ora vengono riassorbendo anche quei segni sperduti di guerra; la voce della montagna, compendio di silenzi lontani; la voce del verde, fatta di un avvolgimento morbido di tutti i sensi, di tutto l'essere, che sembra a ogni poco smarrirsi nello sgomento di quella grigia infinità, segnata a ogni poco da un colpo di cannone sperduto, rombi anch'essi silenziosi, senza scoppio, senza principio, come code di comete già spente: e la nebbia crescendo li assorbe, li dissolve nel grigio, che ora pesa su noi, su tutto il mondo, divinità diffusa e maligna, piena di mute minacce, di gelo, di paura.

Il vecchio e il nuovo confine sono scomparsi: non c'è più traccia di Roteck, di Cima Vallone, di Cima Vanscuro, di Quaternà. Sola riesce a fendere il grigio la punta del Monte Cavallino, ove la guerra è ogni giorno più viva.

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Monte Cavallino, segnando il confine del versante settentrionale di Val Padola, divide nettamente il Cadore orientale dal Cadore settentrionale. Da Monte Cavallino il confine scende con una leggiera inclinazione fino al Volaia, e in tutto quel tratto la guerra è, da tutt'e due le parti, non altro che un'attesa difensiva. Tuttavia pochi giornisono potemmo occupare il massiccio di Monte Chiadenis e di Monte Avanza tra Val di Sesis (affluente del Piave) e Rio di Fleons (affluente del Degano), nella zona del Paralba, ove il confine tra il Cadore e la Carnia raggiunge la frontiera austriaca.

Ma al Volaia comincia uno dei settori di maggiore interesse; ed è il tratto compreso tra le testate di Val Degano e di Val But. Volaia, Pal Piccolo, Freikofel, Pal Grande: nomi già gloriosi nella breve storia della nostra guerra. Di là da quella linea s'apre, verso l'austriaca Zeglia, Val Valentina, il cui passo fu conquistato il 13 giugno con una difficile operazione “poichè il nemico — diceva il comunicato relativo — dovette essere snidato di trincea in trincea e inseguito di balza in balza”. E lasciò nelle nostre mani armi, munizioni, bombe e prigionieri. Il giorno avanti, press'a poco nelle stesse condizioni, era stato preso il passo di Volaia; mentre fin dalla prima notte di guerra i nostri s'erano solidamente assicurati dei passi di Giramondo e di Vall'Inferno e della testata di Val Degano con un assalto alla baionetta, occupazioni che permisero il fiancheggiamento da occidente del passo di Monte Croce Carnico.

La lotta durò più giorni e fu conclusa il 30 di maggio. In quel giorno un battaglione e mezzo di austriaci con mitragliatrici attaccòi nostri alpini presso il passo; gli attacchi furono cinque, consecutivi, tutti respinti dai nostri, i quali allora presero a volta loro l'offensiva, sotto la pioggia violenta e tra la nebbia fitta, e con leggerissime perdite, e facendo duecento prigionieri, ricacciarono definitivamente il nemico. Con la quale occupazione fu chiusa all'Austria una delle più pericolose vie d'invasione verso la regione veneta. Da questo passo il nemico avrebbe potuto scendere, sia per Rio Collina e il canale di San Pietro (But), sia per il Degano, fino al Tagliamento sopra Tolmezzo, prendendo così di fianco le nostre difese che avrebbero dovuto scaglionarsi lungo il Tagliamento stesso invece d'essere impiegate sull'Isonzo. Alla perdita di quel passo gli austriaci non riuscirono mai a rassegnarsi; tentarono più volte di riprenderlo, e sempre inutilmente: il 30 maggio; il 3 e il 4 di giugno, in cui persero una batteria; il 14 tentando di irrompere contro la dorsale del Monte Avostanis, che domina il passo da est, con una violenta azione di artiglieria prima, poi con un attacco diretto che noi respingemmo alla baionetta volgendo in fuga i nemici. Dopo quindici giorni, il primo di luglio, il vano tentativo fu rinnovato di notte, con l'aiuto di razzi e riflettori e col lancio di gaz asfissianti.

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Il passo di Monte Croce Carnico è attorniato e guardato, a ovest dal Pizzo Collina nostro, e dallo Zellenkofel del quale ora è nostra una cima; a sud dal Tierz, nostro; a est dal Pal Grande dal Freikofel e dal Pal Piccolo. La situazione di queste tre cime rispetto al passo, spiega il frequente ricorrere dei loro nomi nella cronistoria della nostra guerra. Sulle tre cime passa il nostro confine, ma qualche ora avanti la guerra gli austriaci s'erano di esse cime impossessati.Noi riconquistammo il Freikofel ai primi di giugno con una lotta di circa dieci giorni, nei quali oltre il possesso della situazione guadagnammo centinaia di prigionieri: altre centinaia di austriaci vi rimasero morti. Allora il nemico si volse contro Pal Piccolo e Pal Grande (che fiancheggiano il Freikofel ai due lati) circa al 15 di giugno; il 18 e il 20 rinnovarono l'attacco contro il Freikofel direttamente, per volgerlo, il 22, contro la Cresta Verde, tra il Pizzo Collina e lo Zellenkofel; ritentarono i due giorni seguenti contro Pal Grande e Pal Piccolo: sempre respinti con gravi perdite. Ad assicurare meglio la nostra situazione noi occupammo, il 25, la cima dello Zellenkofel, mentre essi ritentavano quella del Freikofel. Il 26 il nemico tentò di riprendere lo Zellenkofel. Il 27 con artiglieria da montagna, faticosamente trasportata su di un'alta vetta, distruggemmo un accampamento che i nemici avevano stabilito sul rovescio di Pal Piccolo; il 28 essi cannoneggiarono Cima Zellenkofel; il primo di luglio tentarono attacchi notturni contro Pal Piccolo; sempre inutilmente: a ogni attacco che respingevamo, la nostra situazione nelle posizioni occupate si faceva più forte. Con quasi punte perdite da parte nostra, continuammo a logorare il nemico, che a ognuno deivani e rabbiosi tentativi lasciava nelle nostre mani uomini e munizioni. E ogni volta allargavamo fruttuosamente la nostra occupazione; così il 1º di luglio un nostro reparto alpino conquistò un trinceramento nemico nel versante settentrionale del Pal Grande, trinceramento che molestava continuamente il nostro possesso del Freikofel. Anche questa trincea fu oggetto di attacco, le notti del 3 e del 4, da parte del nemico che voleva riprenderla. Altre trincee verso Val d'Anger occupammo l'11 e il 12 di luglio. I tentativi contro le tre cime divennero abituali. Nei giorni nei quali non eravamo impegnati a respingerle, continuavamo a disperdere, con tiri di artiglieria, i lavoratori incaricati di munire d'opere d'approccio le pendici austriache verso il Freikofel.

La menzione di simili attacchi inutili potrebbe continuare: nè è detto che essi siano per cessare.

Volendo riassumere la storia della guerra in questo settore, potremmo dividerla in due periodi. Nel primo, dal 24 di maggio fin verso la metà di giugno, tenemmo un'azione difensiva contro i tentativi disperati d'attacco che il nemico operava, sempre con forze preponderanti, e preceduti da intense preparazioni d'artiglieria che talvolta durarono fino a tre giorni su tutto il ciglio, a raffiche di otto, di dodici colpi contemporanei. Periodo nel quale si rivelò nei nostri una delle doti più preziose e più rare del soldato nella guerra moderna, cioè la resistenza all'artiglieria. Portavano indietro i morti e riprendevano la posizione, impassibili. Nel secondo periodo, da mezzo il giugno in poi, stabilitici incrollabilmente, ci permettemmo azioni offensive, piccole incursioni. Ora che il passo di Monte Croce e la testata del But — cioè il più pericoloso collegamento stradale tra Val di Zeglia e Val Tagliamento — è solidamente nelle nostremani, le nostre truppe vanno lentamente e irresistibilmente allargando le loro posizioni verso tutta la valle dell'Anger, sede principale delle offese dell'artiglieria austriaca verso questa regione.

La valle dell'Anger è un vero campo trincerato, sistemato maravigliosamente, prodigiosamente armato da batterie multiple, d'ogni natura: mortai, obici, cannoni, mobili e fissi, da montagna e da campagna, di tutti i calibri, di tutte le portate.

Quante voci ha la valle austriaca dell'Anger, quando scatena la sua sinfonia!

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Perchè non sempre e non in ogni luogo la guerra è soprattutto silenzio.

Ma anche allora non appare come disordinato frastuono d'inferno: ma è una riquadrata, ben organata sinfonia, in cui distingui le voci e gli strumenti, segui i temi melodici e lo svilupparsi delle armonie. È una magnifica musica, piena di varietà, di solidità, di ordine e di esaltazione.

Un lontano rullo di echi sonori che per venti gole arriva fino alla vallata, ci invita ad avvicinarci. Montiamo per un poco, poi non basta montare, bisogna arrampicarsi. La strada s'è fatta mulattiera, e questa sentiero. E di mano in mano l'eco lontana è divenuta un preciso suono di rombi, isocrono, nitido. Le valli lo ripetono con armonie semplici. L'alba si fa giorno, la strada si fa ardua: e col crescer della luce e col ripire del cammino anche quel suono diviene più intenso e più rapido. Ora un rullo segue l'altro, ininterrottamente: sono tre rulli, tre note diverse prolungate dagli echi dei monti, e s'innestano su tre scoppi, uno più grave, due più acuti;e vengono di là dalle cime, da una lontananza ancor vaga dove la ripidità della costa sul nostro capo si perde tra l'infoscare degli abeti. Al di sopra un breve tratto di cielo candido e bianco senza una nube, rischiarato da un sole ancora invisibile. Siamo già tutti avvolti e come fasciati dai rombi.

Ed ecco, d'un tratto, mentre il mulo s'è fermato qualche minuto a riposare in una svolta dell'asprissima strada a scaglioni che ci conduce, — ecco, d'un tratto, l'eco dei tre rombi è percorsa sopra la mia testa da un sibilo acuto, trillato, rapidissimo, punteggiato da due scoppi secchi: una granata; e subito dopo, quasi a risposta contro il sibilo, traversa tutta la gola la nota meno alta d'uno shrapnell, con altri due scoppi secchi.

Da allora lo scoppio dello shrapnell e quello della granata non si distinguono più; si distinguono i due canti: il trivellìo aspro e acuto di questa, il fluire meno acuto e quasi flautato di quello. Gli schianti ininterrotti sono come note d'un accompagnamento sempre più rapido: il boato dei cannoni più lontani fa come una larga armonia continua su cui si appoggia il movimento accelerato degli scoppi e dei sibili, che ora fendono tutta l'aria intorno, incrociando in venti direzioni le loro linee diritte come lame.

E il mulo sale, faticosamente, un passo dietro l'altro, uno scaglione dopo l'altro, e giungiamo a uno spazio ove la gola apre una veduta abbastanza larga sull'altra costa. Ivi, proprio sulla cima, piomba lo scoppio dei sibili e rompe dalla roccia il pennacchio nero e violento della granata che penetra ed esplode; e a mezz'aria, nella luce diafana del mattino già alto, sbocciano le nebulette degli shrapnell, azzurre col lembo rosa, verginali, e si dilatano, e i raggi obliqui del sole le dissolvono. Altre sono grige come di perla, altre candidissime;mettono una nota strana d'ingenuità di contro a quei maligni sputi neri che saltano dalle rocce, in mezzo al fervore crescente dei rombi, al lacerìo sempre più intenso dei sibili, al moltiplicarsi violento degli scoppi.

E noi montiamo; e lo specchio del cielo si fa più ampio e più fulgido sopra il nostro capo.

Ma in quello specchio appare un punto nero lontano, e s'avvicina ed ingrossa, e poi si fa chiaro, e prende forma, e mette l'ali, due ali morbide e svelte di libellula. Un grido si leva da tutte le bocche:

— L'areoplano! —

È un monoplano nemico, alto sulle montagne e sulle valli, bellissimo: color di rosa, venato lievemente d'azzurro.

Da tutte le rocce, da tutti i boschi, da tutte le cime attorno, che parevano mute e deserte, si leva un fitto e continuo crepitìo di fucileria. L'areoplano non se ne accorge, avanza ancora, pieno di maestà e di grazia, fa una volata larga nel cielo, volge a destra e scompare.

Non ha lanciato le bombe che aspettavamo. Forse ha fatto un segnale? Noi procediamo: ma pochi minuti dopo, improvvisamente, la sinfonia, che non ha cessato un momento, raddoppia d'intensità, si fa vicinissima, moltiplica le sue voci.

Le granate non esplodono più nella costa di contro, ma in cima a questa su cui stiamo procedendo sempre più adagio. La cresta scoppia di tratto in tratto e lancia giù una gragnuola di sassi sulle nostre spalle, le pietre più grosse vengono a balzare tra le zampe dei muli che si spaventano, anche la strada davanti e dietro noi lancia sputi neri di terra e di roccia. La strada risponde col gemitolungo e bislacco dei muli imbizzarriti alle voci dell'aria e delle cime: e gemiti, schianti, miagolii, boati, scoppi, sibili, rombi, bussi, ululati, strappi, srotolar di nastri d'acciaio per l'aria, s'intricano in un crescendo maraviglioso d'armonia, incalzanti inebrianti frustanti: una gamma enorme di suoni che gli echi delle montagne riescono a fondere e lanciare come una voce sola contro il cielo già tutto invaso dal sole.

Smontiamo e ci arrampichiamo, quanto più rapidamente è possibile, su per un canalone di ghiaia, per ripararci nel solo luogo sicuro: una trincea.


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