Tre valli

Tre valli

Fiera di Primiero, 30 agosto.

Immaginate un'altura, che raggiunga circa i milleduecento metri, granitica, dal cocuzzolo tondeggiante in arco lentissimo, di modo che la vetta n'è quasi un largo ripiano circolare; e tutta di durissima roccia, con le pareti lisce a picco; e tutta calva e minacciosa. I punti scoscesi sono sostenuti da murature. Nel pianoro della sua vetta sono scavate ridotte per le polveri, profonde quaranta metri. E vi sono piattaforme magnifiche di cemento armato. La più moderna preparazione che possa desiderarsi per un forte di sbarramento.

Lo stavano preparando gli austriaci, ma prendendo il Pozzacchio di sorpresa li costringemmo a fuggire lasciando a mezzo la preparazione e tra le nostre mani una quantità di materiale utilissimo: quello che non poterono abbattere, rovinare, bruciare nel momento precipitoso della fuga. Bruciarono le caserme annesse al forte, ch'erano munite di termosifoni, di bagni, di condutture per l'acqua calda, di latrine igieniche: ora non se ne vedono che gli alti caminisuperstiti, roggi e bruciacchiati, miserevoli e soli contro l'orizzonte che s'allontana verso il nord. Distorsero una quantità enorme di travi, tubi, ordigni metallici d'ogni genere, perforatrici per la roccia, frantumatrici per il calcestruzzo, impastatrici, dinamo. Non poterono far saltare trecento quintali di gelatina esplosiva ch'erano nascosti nelle caverne, e che scoprimmo per un fortunatissimo caso: un soldato che inciampò in un filo elettrico che vi conduceva. E non poterono bruciare nè spezzare i pezzi ancora smontati delle cupole d'acciaio, che ora si pompeggiano ironiche nel loro scintillìo grigio sulla spianata ove i nostri soldati fanno la guardia alla valle.

È la Vallarsa: l'ho risalita su da Schio (che il Pasubio aveva illuminato provocante con grandi riflettori, ma fu preso subito al primo giorno di guerra) per Valle dei Signori, attraversando l'antico confine al Piano delle Fugazze. Così mi sono accostato da questa parte a Rovereto all'incirca di quanto me gli ero accostato da sudovest per val Lagarina. Giriamo attorno a Rovereto come un amante intorno a una donna desiderata. La donna è tutta cinta di un campo trincerato, che da questa parte comincia appunto allo sbocco di Vallarsa in val Lagarina.

Val Giudicaria, Val Lagarina, Vallarsa: convergono a Rovereto come tre frecce a un bersaglio. In tutte queste valli abbiamo avanzato enormemente: fino oltre Cimego nella Giudicaria, fino oltre Serravalle e Fortini lungo l'Adige, e qui in Vallarsa fino ad Albaredo. Tre soglie di Rovereto. Qui ci siamo fermati. Quando avremo preso il massiccio del Bondone, che domina Rovereto da nord, anche la città sarà nostra.

Occupando la Vallarsa, vi trovammo la fame, e vi portammo subito qualche agio. I primi giorni le cucine militari divisero il ranciocon gli abitanti; poi il commissariato provvide, in una località centrale della valle, un magazzino di tutti i generi alimentari, e procurò lavoro a una quantità di disoccupati occupandoli in preparativi di guerra.

La resistenza non era stata grande. Più che contro i soldati austriaci dovemmo lottare contro i rinnegati, spie locali organizzate dall'antico dominatore. È noto l'episodio del telefono scoperto sotto l'altare della chiesa parrocchiale di Pozzacchio. La congiura si stringeva attorno al parroco. Parecchi dei paesi del territorio furono allora sgombrati, e la Vallarsa fu nostra. N'era appunto il tempo. Oltre che il forte di Pozzacchio, ho visto a Valmorbia una chiara prova della preparazione offensiva che l'Austria stava facendo contro di noi: un sedicente asilo, fondato per donazione dell'imperatore, era un magnifico modernissimo ospedale di primo soccorso. Ce ne impadronimmo, e serve a noi, come il forte.

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Da Albaredo giù per Pozzacchio declinando verso est, la nostra linea presente disegna un breve cuneo che scende fino a Col Santo, e di qui risale a raggiungere Valle del Terragnolo, di là dalla quale tuonano gli altipiani di Folgaria,[3]di Lavarone, d'Asiago.

Essi, di là dalla Vallarsa e dai Sette Comuni, difendono i passaggi da Val d'Adige a Valsugana (la valle del Brenta, via austriacad'invasione dal Trentino verso est), che si ricongiunge con quella a Trento. I passi tra Val d'Adige e Valsugana erano sbarrati da forti modernissimi: Luserna, Spitz Verle, Busa Verle, Belvedere. Ma occupato il Lavarone subito ai primi giorni di guerra, di là battemmo il Luserna, che il 31 di maggio tacque e alzò bandiera bianca. Allora il Belvedere, situato più indietro, subito lo bombardò per punirlo della resa. Poi lo stesso forte di Belvedere cominciò ad affievolire. Il 3 di giugno anche lo Spitz Verle taceva e il fuoco del Belvedere e del Busa Verle erano diventati debolissimi. E fin dal 29 avevamo demolito un'opera moderna sulla cima di Vézena (a est delle sorgenti del Brenta) e occupati la cima stessa e il villaggio sottostante, sulla strada del monte Cost'Alta.

Di tutta la Valsugana avemmo ragione abbastanza facilmente. Scalato di sorpresa, il giorno 24, il Salubio, le difese della valle, che si concentravano a Telve sopra Borgo, furono immediatamente eliminate. Preso similmente il Civaron potemmo fare un primo spostamento in avanti di tutta la linea verso Borgo, appoggiando la sinistra al Civaron stesso e la destra ai monti Cima e Cimon Rava già precedentemente occupati dalle truppe che fin dai primi giorni avevano occupato Pieve di Tesino e Castel Tesino. Così si giunse alla linea del torrente Maso, affluente di sinistra del Brenta. Un secondospostamento avvenne il 25 agosto portandoci su di una nuova linea, che, appoggiata a monte Armentera e a monte Salubio, descriveva un arco, concavo verso ovest, intorno a Borgo. Da ultimo, appunto ier l'altro, espugnando Cima Cista, a dominio del Salubio, liberammo le nostre truppe che occupano questo monte dalle molestie del nemico; inoltre la nuova occupazione ci permetterà d'intensificare l'azione contro le posizioni che attorniano Borgo. Borgo per ora è rimasta città neutra, visitata tratto tratto da italiani e da austriaci, e non sempre alternatamente. Contro gli austriaci la possono difendere il Salubio e il Civaron, ma in faccia la bombarda il Panarotta, formidabile barriera, munita di forti corazzati con cinque cannoni in cupola da 152.[4]Fa parte dei migliori preparativi anti-italiani dell'Austria, come la maravigliosa, arditissima strada militare che da Strigno, seguendo una linea parallela a quella dell'antico confine, va a raggiungere la Valle del Cismon e Fiera di Primiero, congiungendo così due delle più ridenti regioni di villeggiatura che la guerra abbia disturbato in quella specie di grande albergo tra turistico e militare che l'Austria aveva fatto di tutto questo settore.

Raggiungendo appunto, da Valsugana, Val Cismon, a Pieve di Tesino ho avuto il piacere di stringere la mano all'ingegnere Demetrio Avanzo, già presidente della sezione locale della Lega Nazionale. Per merito suo la famigerataVolksbundnon era riuscita a stabilire a Pieve una sezione, mentre v'era riuscita a Castel Tesino. Anche il parroco di Pieve, don Picoroaz, collaborò arditamente a impedire l'insediarsi dellaVolksbundnella sua cura. Poi sono passato per l'albergodel Broccon, uno dei più caratteristici luoghi per chi volesse studiare quell'arte dello sfruttamento militare del turismo, o meglio del mascheramento turistico della preparazione offensiva, che è l'unica autentica invenzione della maledetta razza tedesca. A questo albergo, sovvenzionato dal governo austriaco, sopra un importante nodo stradale a mezza via tra Castel Tesino e Canale San Bovo, in mezzo a importanti posizioni già austriache, venivano ogni anno gli allievi della scuola di guerra a prepararsi all'invasione della nazione alleata.

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Così siamo a Fiera di Primiero, il centro ridente della ridentissima valle del Cismon, che si sviluppa verso nord e congiunge le regioni del fianco orientale del Trentino con quelle del Cadore.

A Fiera di Primiero prima dell'agosto del '14 c'erano quattrocento uomini e una sezione di mitragliatrici. Ma dopo lo scoppio della guerra europea v'era rimasto solo un capitano galiziano, Edoardo Velker, con duecento soldati di nuovo richiamo, quasi tutti di qui, anziani, più alcuni finanzieri e gendarmi.

Il giovedì avanti la nostra dichiarazione di guerra avevan fatto saltare il ponte di San Silvestro e due altri a Tonadico e avevan dato fuoco alle segherie di Tonadico. Il ponte non era caduto del tutto:mandarono lo chauffeur del capitano Velker a vederne lo stato: egli ritornò con la notizia che s'avanzava un reggimento di Alpini. Allora il capitano telefonò a Predazzo (ov'era il comando di divisione della colonna Concini) con l'ordine di partire immediatamente. Verso le 7 pomeridiane del 23 tutti erano in chiesa, quando venne il telegramma annunziante la dichiarazione di guerra. Pioveva a torrenti. Velker parte in automobile e lascia la truppa in balia dei gendarmi e dei finanzieri. Arrivato a San Martino di Castrozza scende dall'automobile, vi appicca il fuoco, e parte per la via dei boschi.

La truppa partì a sua volta verso le 10: il paese, sotto la pioggia dirotta, era una confusione enorme. A San Martino i soldati austriaci dettero fuoco agli alberghi ch'eran vuoti: ce n'era per circa quindici milioni di solo valore degli stabili. Fiera di Primiero è rimasta sgombra totalmente di truppe.

Il 25 verso le tre pomeridiane arrivarono tre bersaglieri, ai quali il sindaco consegnò le chiavi della gendarmeria. Delle autorità civili non rimasero che quattro impiegati. Verso sera giunse un'altra ventina di bersaglieri e un alpino, i quali tutti ripartirono la sera stessa. Verso le due e mezzo del pomeriggio seguente viene da San Martino un gendarme austriaco con un militare; era la seconda festa di Pentecoste. La popolazione aveva levato dal paese tutte le aquile austriache e le insegne tedesche. Il gendarme, visto ciò, voleva trarre in arresto e portare a Tonadico il sindaco, ma questi rifiutò di muoversi. Allora il gendarme, tanto per far qualche cosa, portò a Tonadico un tenente della guardia civile che nel frattempo era tornato (e che più tardi, rilasciato da quelli, fu da noi internato). Intanto un cittadino era andato a chiamare i bersaglieri ch'erano nei dintorni: ne accorsero tre o quattro e in un'osteria di Tonadico arrestarono il gendarmee il militare e li portarono a Cereda, ov'era il comando. Il 27 da Cereda giunsero a Fiera di Primiero altre truppe, anch'esse in maggioranza di bersaglieri: la popolazione, come già aveva fatto dei primi, li accolse con mal dissimulato spavento perchè era persuasa che dietro essi dovessero arrivare ascari a stuprare le donne. Mi piace nominar qui a titolo di onore la signora Sirmion e la signorina Mengoni, di Rovereto, che si trovavano a Fiera e andarono subito incontro ai primi bersaglieri sventolando un tricolore.

Ora tra le rovine bruciacchiate di San Martino di Castrozza vagolano ancora ogni notte, come corvi o jene, i vandali austriaci che hanno voluto sacrificarne le ricchezze. Fiera di Primiero invece ha raddolcito il suo aspetto già così ridente.

Gli archi acuti della Chiesa Parrocchiale quattrocentesca, gotico rasserenato dall'aria italiana che vi spira attorno dalle Dolomiti, l'ardito campanile ghibellino a dominio di tutta la valle, il piccolo palazzo tirolese sede già del Capitano distrettuale ora del nostro Commissariato, non hanno l'aria un po' spaurita e diffidente degli abitanti, forse non convinti ancora che ciò che è avvenuto non è un sogno: tutte le cose intorno a noi, per le vie e per la valle, sorridono. Sgombra d'ospiti estivi, la valle ha un aspetto più dolce, più primaverile, anche in questo morir dell'estate sulle rocce fantasiose del Sass Maor magnifico dai mille colori.


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