D'accordo, Aldo Sàmara e la sua fidanzata avevano rinunziato al loro viaggio di nozze.
Èlvia era stata lietissima di veder accettata la sua proposta. Le repugnava quell'andare a disperdere per gli alberghi, sotto gli sguardi importuni dei camerieri e dei viaggiatori, le prime dolci impressioni della loro vita di sposi.
Aldo Sàmara, che per una strana serie di circostanze non aveva fin allora potuto effettuare il suo sogno di visitare Venezia, si era proposto di associare il ricordo della fantastica città con quello del giorno in cui avrebbe raggiunto il più elevato scopo della sua esistenza; e per ciò aveva mostrato un po' di esitazione nell'acconsentire a una proposta che gli sembrava raffermasse quella specie di fatalità dalla quale gli era stata più volte impedita la sua partenza per Venezia quasi sul punto di chiudere le valige o di avviarsi per la stazione.
—Ti dispiace?—aveva detto Èlvia.
—Oh, no, se fa piacere a te!
—Venezia è sempre là, non ce la porta via nessuno—avea soggiuntoÈlvia sorridendo.—Potremo andarvi dopo.
—Non sarà la stessa cosa.
—Sarà forse meglio. Saremo meno assorti, meno distratti nell'ammirarne le bellezze.
—Hai ragione…. Hai sempre ragione!… Però….
—Sentiamo!
—Può darsi che sia un pregiudizio alimentato dall'uso, o un'impressione mia personale, ma la luna di miele passata in città non mi sembra più luna di miele. Non potremo segregarci in casa, chiudere l'uscio di essa ai parenti, agli amici, alle tue amiche soprattutti. Quel primo mese del nostro matrimonio in che cosa differirà poi dagli altri, quando la vertigine della vita sociale, degli affari specialmente, riprenderà te e me, per quanto noi si abbia l'intenzione di menare vita modesta, come la nostra condizione richiede?
—E perchè mai dovrebbe differire?—replicò Èlvia.
—Hai ragione…. Hai sempre ragione!… Però….
—Un altro però?
—Ricordi? Un giorno, in una delle nostre passeggiate in gran comitiva per la campagna, lo scorso autunno, tu mi facesti osservare quella villa mezza nascosta tra gli alberi, in cima a una collinetta, e mi dicesti sottovoce:—Colà!—Il lampo degli occhi e il sorriso finirono di esprimere l'intimo significato di quella parola. Vi ho ripensato parecchie volte, e un giorno—mi pare di avertelo raccontato—ho commesso la fanciullaggine di andare a visitare la villa turrita che, vista dallo stradone sembrava un edifizio medioevale.
—Non me n'hai detto mai nulla.
—Probabilmente perchè mi pareva di aver commesso una fanciullaggine. È una villetta dei primi anni di questo secolo. I mezzadri abitano al pianterreno. I padroni non vanno mai a villeggiarvi e neppure a visitarla di tanto in tanto.—Perchè?—domandai—Chi lo sa?—rispose la mezzadra.—E sarebbero disposti ad affittarla?—Certamente. Abbiamo le chiavi noi, per dar aria alle stanze. Vuol vederle?—Sono cinque al primo piano e due al piano superiore, in quella che vorrebbe essere una torretta merlata; stanze ariose, pulite, con discreta mobilia un po' invecchiata, di trent'anni addietro o poco più. E un silenzio, una pace! Vista maravigliosa dal lato di levante, con tutti i colli laziali torno torno; da ponente, Roma con la cupola di San Pietro troneggiante nell'azzurro…. In una settimana, quella villetta potrebbe esser pronta a riceverci—concluse Aldo insinuante.
—Sì, sì—rispose Èlvia.—È una bella idea.
* * *
Aldo Sàmara aveva voluto lasciare a quelle stanze la impronta caratteristica del tempo in cui erano state mobiliate; ed eccettuata la camera degli sposi, esse erano rimaste quali egli le aveva trovate nella sua prima visita, senza spostar nulla, anche perchè i mezzadri avevano raccomandato, in nome dei padroni, di conservare, per quanto più era possibile, la disposizione degli oggetti che vi si trovavano.
Non erano punto preziosi i tavolini, i canterali, i divani, le seggiole, le poltrone, le litografie e le incisioni in cornici di ebano, i quattro o cinque quadri a olio, di soggetto sacro, mediocrissime copie di originali del Guercino e di Carlo Dolce, i due specchi ridotti quasi inservibili dall'umido che ne avea macchiato e corroso l'argentatura.
Eppure Èlvia ed Aldo si erano adattati sùbito a quell'aria di vecchiezza—di stanchezza, diceva Èlvia—quantunque si sentissero stranamente trasportati in un ambiente affatto diverso da quello delle loro case sorridenti di tutta la gaia freschezza dell'ammobiliamento moderno.
Le prime due giornate eran passate come in sogno. I due giovani sposi avevano avuto appena tempo di dare un'occhiata al paesaggio e di fare qualche breve passeggiata all'aperto. Ma, il terzo giorno, nelle ore pomeridiane, una pioggerella fina, insistente, li aveva confinati in casa. Si erano un po' svagati leggendo alcuni capitoli di uno dei tanti romanzi nuovi comprati per quell'occasione, e le ombre della sera li avevano sorpresi dietro i vetri della finestra del salotto, silenziosi, intenti a guardare la pioggia che veniva giù più fitta, velando e quasi sfumando la campagna attorno e i colli laziali lontani.
Aldo avea cinto col braccio la vita di Èlvia, ed ella si era abbandonata carezzevolmente col capo su la spalla di lui. Tutt'a un tratto, ella trasalì.
—Che cosa è stato?
—Niente…. Non so!
Intanto spalancava gli occhi spauriti, voltandosi a guardare nella stanza già invasa dall'oscurità.
—Insomma?…—fece Aldo.
—Un brivido per tutta la persona, come se qualcuno mi avesse posato una mano diaccia su la spalla.
—Chi sa che cosa fantasticavi!
—Non pensavo niente, guardavo fuori.
—Facciamo accendere i lumi.
Tutta la gran luce che due lumi diffusero poco dopo nel salotto non valse però a rassicurarla pienamente. Avevano ripreso la continuazione della lettura interrotta. Aldo leggeva ad alta voce, alzando, di tratto in tratto, gli occhi in viso a Èlvia, che coi gomiti appoggiati sul piano del tavolino e col mento sul dorso delle mani congiunte, stava ad ascoltare. Evidentemente era un po' distratta. Due o tre volte, Aldo aveva notato che ella, pur restando immobile, girava le pupille attorno, con aria di diffidente paura; e credette opportuno di sgridarla con dolce severità.
—Non sei una bambina!… Eh, via!… O ti senti male?
—Sarei proprio imbarazzata—rispose Èlvia—se dovessi spiegarti quel che provo…. Ora voglio dirtelo—soggiunse:—Ho provato qualcosa di simile sin dalla prima sera che arrivammo qui, nell'intervallo che tu, sceso a parlare col mezzadro, dovesti lasciarmi sola per qualche istante.
—Che cosa provasti?
—Un senso di freddo, come al contatto di persona disaggradevole… invisibile.
—Oh!…
—Sarà una ridicolaggine… che vuoi che ti dica?… Anche tu?…—esclamò Èlvia, vedendo diventare serio serio il marito e prendere l'atteggiamento di chi sta in osservazione di qualcosa d'insolito.
Aldo tardò a rispondere.
—Anche tu?—ella replicò afferrandolo, atterrita, per una mano.
—Volevo spiegarmi—disse Aldo con qualche imbarazzo—che cosa può mai averti prodotto tale strana suggestione in questo salotto. La vecchia consolle? Lo specchio? Quei quadri anneriti e dai quali non si è potuto togliere la polvere resa aderente dal tempo e dall'umido? Il soffitto troppo alto? La tappezzeria nova delle pareti? I nervi di una giovine signora sono impressionabilissimi, la immaginazione troppo facile ad essere eccitata….
Ma, così parlando, Aldo nascondeva a stento che aveva in quell'istante anche lui un'indefinibile sensazione di malessere, precisamente come pel contatto di persona disaggradevole, invisibile. Chiuse il libro, si alzò da sedere, e sforzandosi di sorridere, disse a Èlvia:
—Non piove più!
E aperse la finestra. Il cielo era sereno. Le nuvole si addensavano sui monti in fondo all'orizzonte, e la luna inondava con la sua luce argentea la campagna, che esalava l'odore speciale dei terreni bagnati da pioggia recente.
Richiusa l'imposta, egli prese Èlvia sottobraccio, e la condusse nella sala da pranzo. La tavola era già apparecchiata per la cena.
—Com'è curiosa questa villa, di sera!—esclamò Nannina, la donna di servizio, portando in tavola.
—Perchè dite così?—domandò Èlvia.
—Mah!…—fece Nannina.
—Anche lei?—pensò Aldo.
* * *
Egli si era rammentato di un libro inglese letto anni addietro, col quale si pretendeva di dare una prova scientifica dell'immortalità dell'anima e dell'esistenza di Dio. L'autore, o gli autori—erano due, se mal non ricordava—credevano di aver dimostrato che fin i più impercettibili movimenti del nostro pensiero, non che gli atti e le parole, vengono registrati e fissati nell'universa materia cosmica come sur una lastra fotografica, anzi meglio che su una lastra fotografica. E da questa nozione rimastagli chiara nella mente, rannicchiato nel suo cantuccio di letto e fingendo di dormire, egli era venuto fantasticando, durante la nottata, una probabile spiegazione di quel fenomeno ormai innegabile perchè avvertito contemporaneamente da tre persone. Le pareti di quella casa dovevano essere certamente sàture di misteriosi fluidi, di pensieri e di atti là registrati, e con tale forza da produrre terrificanti sensazioni rivelatrici.
Gli erano rivenute alla memoria le notizie del mezzadro intorno all'abbandono in cui i padroni lasciavano quella villa da anni ed anni, senza mai venire a darvi una fuggevole occhiata. Ora gli sembrava di non aver notato allora certe esitanze nelle risposte del mezzadro e della sua moglie, e si proponeva di interrogarli quella mattina, prima che Èlvia si alzasse da letto.
E durante la lunga nottata insonne non gli era anche parso di sentire una specie di formicolìo dappertutto, nelle pareti, nella volta, dietro gli usci, nelle stanze accanto; un formicolìo sordo sordo, che l'orecchio non percepiva ma che intanto non gli sembrava meno reale, quantunque percepito dai nervi di tutto il suo organismo quasi per immediato contatto?
Egli s'interessava molto, da un anno in qua, di certi fenomeni di cui soltanto da poco tempo alcuni scienziati osavano spregiudicatamente di occuparsi, e cominciava a sospettare di trovarsi di fronte a qualcuno di tali fenomeni; giacchè non poteva credere di essersi lasciato vincere dalla nervosità di Èlvia e della donna di servizio per suggestione di seconda mano.
—Hai dormito bene?—gli domandò Èlvia vedendolo saltar giù dal letto.
—Ho fatto tutt'un sonno. E tu?
—Io non ho chiuso occhio. C'è mancato poco che non ti svegliassi.
—Perchè?
—Non sgridarmi; avevo paura.
—Ancora?—egli esclamò, fingendo di mostrarsi un po' in collera per questa debolezza femminile.—Intanto che tu ti vesti—poi soggiunse—scendo a fumar un sigaro all'aria aperta. Ti mando Nannina.
Non aveva potuto cavar nulla di bocca ai mezzadri. Quando essi avevano preso quella mezzadria, la villa stava chiusa e abbandonata da un pezzo.
—Giacchè i padroni non se ne curano, perchè non abitate le stanze superiori?
—Queste a terreno, capisce, sono più comode per noi.
—E dite, prima di me e della mia signora, nessun altro ha preso in affitto la villa?
—Sì, quattro anni addietro, due forestieri, un vecchio con la figlia, bellissima creatura, che volle andar via dopo una settimana.
—Perchè?
—Lo dissero forse; ma chi li capiva? Scapparono quasi, brontolando, facendo certi gesti! Già quel vecchio doveva essere mezzo matto. Andava attorno da mattina a sera, raccogliendo erbacce, riportandone a casa mazzi, fasci interi. La figlia dipingeva.
La giornata passò tranquilla. Èlvia ed egli avevano quasi dimenticato le tristi impressioni della sera avanti, perchè le stanze illuminate dal sole, assumevano durante il giorno aspetto gaio. Ma la sera, dopo il tramonto, sembrava si trasfigurassero; e non valeva l'accendere molti lumi. Qualcosa d'indefinibile, d'inesplicabile vibrava dalle pareti, dagli oggetti; si sarebbe detto anche dall'aria che vi circolava.
Èlvia, per vergogna di apparire bambinescamente paurosa, non osava di manifestare ad Aldo l'opprimente sensazione che la invadeva; ed Aldo si guardava bene dal confessarle la repugnanza che gli ispirava, di sera, tutta la casa, in qualunque stanza essi si intrattenessero fino all'ora di cenare e di andare a letto. Èlvia si stringeva a lui, voleva esser presa tra le braccia, quasi per trovarvi un rifugio; ed egli era contento di tenerla così, di accarezzarla, di baciarla, di mormorarle dolci parole a intervalli…. Giacchè, a mano a mano che la sera più s'inoltrava, essi si sentivano costretti a restare silenziosi; e avevano ancora—pensavano—tante dolci cose da dirsi in quelle ore di raccoglimento, in mezzo alla gran pace della vasta campagna!
Aldo non poteva più dubitare che si trattasse di sensazioni reali. Èlvia era un organismo solido, ricco di salute, come lui. Egli, è vero, si era occupato di fenomeni anormali, ma solamente leggendo quel che ne scrivevano, pro e contro, scienziati d'alto valore. Non si era mai provato a osservare direttamente, quantunque spesso invitato da persone che volevano iniziarlo ai misteri del magnetismo e dello spiritismo. Èlvia lo aveva qualche volta graziosamente punzecchiato per questi suoi studi, mostrandosi piuttosto incredula che no. Egli non poteva per ciò supporre che quel che essi e Nannina sentivano nella villa provenisse da eccessiva nervosità o da preconcetti capaci di alterare le ordinarie funzioni dei loro sensi.
* * *
Avevano trascorso la intera giornata vagando per la campagna. Fatto colazione in una vaccheria, si erano inoltrati per sentieri e sentieroli verso le colline, cogliendo bellissimi fiori selvatici, fermandosi, per riposarsi, nelle case dei contadini incontrate qua e là, prendendo istantanee coi loro Kodack, fotografando ognuno un punto di vista diverso per sfida di vedere chi di loro due avrebbe saputo scegliere il paesaggio più artistico; ed erano tornati tardi alla villa, un po' stanchi ma contentissimi della bella escursione, e leticando allegramente intorno ai resultati delle pellicole dei rispettivi Kodack. Peccato che bisognasse attendere il ritorno a Roma per svilupparle!
Intanto si erano seduti a tavola con grand'appetito, quantunque la cena non fosse ancora pronta.
—Hai sonno?—domandò Aldo, scorgendo che sua moglie stentava a tener aperte le pàlpebre.
—Èlvia!… Èlvia!…—egli gridò vedendole travolgere gli occhi fino al bianco.
Ella non rispondeva. Rigida, eretta sul busto, con gli occhi chiusi e le sopracciglia corrugate, sembrava guardasse attentamente e vedesse a occhi chiusi.
Aldo capì sùbito che si trattava d'un caso di catalessi spontanea e ne fu atterrito, non potendosi render conto della cagione da cui veniva prodotto, nè delle conseguenze che avrebbero potuto seguirne. E continuava a chiamare, scotendola pel braccio:—Èlvia! Èlvia!—osservando ansiosamente gli atteggiamenti ch'ella prendeva quasi assistesse a uno spettacolo che la faceva inorridire.
Poi le labbra di lei si agitarono; suoni inarticolati le uscirono di bocca. In piedi, con le mani sporte in avanti, ella indietreggiava, voltando il capo da una parte come per evitar di vedere. Diè un grido, cadde tra le braccia di Aldo che furon pronte a riceverla… E vi aperse gli occhi.
—Perchè?—domandò, stupita.
—Ti sei lasciata sorprendere dal sonno—balbettò Aldo per non spaventarla.—Volevo metterti a giacere sul canapè.
Èlvia non si rammentava di niente. Che cosa avea visto? Aldo non glielo domandò. Ma egli era ormai certo che in quella villa era dovuto accadere qualche terribile tragedia rimasta ignorata. Le pareti vibravano terrore. Si sentiva sopraffare anche lui dalla misteriosa forza ogni giorno più. Sarebbe soggiaciuto alla catalessi pure lui?
Con sua grande meraviglia, quella sera Èlvia fu tranquillissima. Non mostrò di sentire nessuna impressione di paura durante la cena nè dopo. Fu anzi più allegra del solito; se non che, tutt'a un tratto, nell'alzarsi da tavola domandò:
—Dimmi: dove ho letto o dove ho veduto rappresentare….
—Che cosa?
—È strano!—ella esclamò dopo breve pausa.—Mi torna in mente una scena di non so più qual dramma, di non so più qual capitolo di romanzo…. Come mai mi ritorna in mente così viva, così fresca, quasi l'avessi letta recentemente o veduta rappresentare?
—Quale scena?
—Mah!… È strano! Mi sfugge…. Di quel marito che ordina alla moglie creduta colpevole:—Punisciti da te stessa!—E lei non vuol morire di veleno nè di pugnale… E vorrebbe gridare, chiamare aiuto; e urta agli usci chiusi a chiave, e picchia alle imposte delle finestre inchiodate… e perde la parola e muor di terrore davanti all'inesorabile marito, che l'ha condotta in una villa lontana!… Dove ho letto questo? O dove l'ho veduto rappresentare?… È strano! È strano!
—Lascia andare!—la interruppe Aldo.—Dimmi piuttosto un'altra cosa:Non ti sei già annoiata di star qui?
—No. E tu?
Quell'inatteso fenomeno di serenità mise in maggior sospetto Aldo Sàmara. Gli parve di vedere la sua Èlvia in balìa delle misteriose forze spadroneggianti nelle stanze superiori della villa abbandonata, e volle sottrarla e sottrar se stesso al loro occulto potere.
Tornàti a Roma, egli soffrì per qualche tempo l'irragionevole ossessione di una malefica influenza che avrebbe nociuto a tutti e due; ma, dopo alcuni mesi di chiusa ansietà, ebbe a convincersi perfettamente che si era ingannato.
Soltanto, accadde—due o tre volte, a lunghi intervalli,—che Èlvia ripetesse, come quella sera:
—Dimmi: Dove ho letto…. O dove ho visto rappresentare?… È strano!È strano!
Da allora in poi, Aldo Sàmara ha riletto più volte il libro di quei due scienziati inglesi, e metterebbe la mano sul fuoco per attestare che essi hanno ragione.
Vedendo entrare il dottore, la bella signora si era alzata dalla poltrona dove stava abbandonatamente sdraiata da un pezzo, in attesa.
Vecchio amico di casa, egli le accennò sorridendo di non muoversi e affrettò il passo verso di lei che gli stendeva le mani.
Il salotto, tenuto in penombra dalle pesanti tende di stoffa delle finestre, ingombro di seggiole, di poltrone, di tavolinetti sovraccarichi di preziosi gingilli e di vasi giapponesi colmi di rose gialle che spandevano per l'aria acutissimo profumo, con due antichi arazzi alle pareti inquadrati dal fondo azzurro della tappezzeria di broccato, prendeva in quell'ora vespertina, un'insolita aria di mistero, accresciuta dalla severità dell'aspetto della bella signora. Il dottore avea sùbito notato la mancanza dell'abituale gentile sorriso con cui ella lo accoglieva anche quando stava a letto malata, e nello stesso tempo una rapida occhiata gli aveva fatto comprendere che il consulto per cui era stato invitato a venire da lei doveva essere, più che altro, un pretesto. Di che cosa poteva voler consultarlo? Se lo domandava, pensando che spesso le donne amano di rivolgersi piuttosto al medico che non al confessore in certe delicate circostanze.
—Mi perdoni se ho ritardato di qualche ora la mia venuta. La nostra professione—disse il dottore—non ci lascia mai piena libertà.
—Non ha bisogno di scusarsi—ella rispose, stringendogli nuovamente le mani.
—Non sta male, mi pare.
—Fisicamente, forse no; ma sono così turbata di spirito che ho paura di ammalarmi.
—Di che si tratta?
—Della mia felicità.
—In questo caso, la miglior consigliera è lei stessa.
—Ho un terribile scrupolo.
—Sarei lietissimo, se potessi riuscire a dileguarlo. Si rivolge al medico o all'amico?
—A tutti e due.
—L'amico vale più del medico in questo caso.
—Consulto l'amico perchè è medico.
—Ahi! La responsabilità si accresce, perchè il cuore dell'amico può nuocere alla scienza del medico. È cosa grave, a quel che pare.
—Gravissima! Sono sul punto di prendere una gran decisione e non so risolvermi. Quel terribile scrupolo mi trattiene, mi fa esitare. Non vorrei commettere un delitto.
—Oh!—fece il dottore, stupito.—Lei non è capace di far male a una mosca.
—Volontariamente, no; ma per leggerezza, per sbadataggine….
—Parli, e conti su la mia devozione, sul mio affetto, se non su la mia scienza.
—Conto su questa soprattutto. Voglio una parola di certezza, di certezza assoluta.
—Chi può sentirsi sicuro di essere in circostanza di darla?
—Ho letto un libro che mi ha sconvolta. Ignorare è una bella cosa!Non lo avevo mai capito prima di ora.
—Ha i suoi inconvenienti anche l'ignorare. Una colta signora come è lei sa che ogni faccenda di questo mondo può esser guardata da diversi punti; così da uno si può veder bianco, e nero dall'altro, o grigio o rosso o giallo.
—Il mio caso è meno complicato: o bianco o nero. Il cuore mi fa vedere bianco; la mente, dopo quella malaugurata lettura, nero. A chi devo dar retta?
—Una donna deve dar retta sempre al suo cuore.
—Probabilmente non direbbe così, se sapesse….
—Appunto, non ci perdiamo in preamboli.
—Ha fretta?
—Soltanto per toglierla, se è possibile, dalla morale sofferenza che stimo acutissima, se non vedo su le labbra di lei il dolce sorriso che la rende ordinariamente più bella…. Non è un complimento, ma un'osservazione fatta appena l'ho veduta.
—Un'anima moribonda non può sorridere, dottore.
—Non esageri, via! Parli dunque.
—Ella sa la mia disgrazia; sono rimasta vedova a venticinque anni, dopo due di matrimonio non consolato da prole.
—Forse sarebbe stata disgrazia maggiore la vedovanza con prole. La vita è piena di dolorose sorprese.
—Un figlio o una figlia mi avrebbero compensata di ogni disinganno. Il mio cuore avrebbe trovato una sublime occupazione; qualunque sacrificio mi sarebbe parso gioia divina. La donna che non diventa madre è una creatura sbagliata. In mio marito io amavo anticipatamente i miei figli.
—A venticinque anni si può ricominciare ad amare un altr'uomo. La fedeltà ai morti è atto assurdo.
—Infatti…. Ma sul punto di decidermi per un nuovo legame in cui sarebbero appagate tutte le aspirazioni del mio cuore, un tristissimo dubbio mi trattiene. Se potessi pensare soltanto a me….
—A chi altri?
—Alle mie creature, alle quali anelo.
—Le lasci prima venire.
—Ho io il diritto di compromettere la loro felicità? Preparar loro una vita dolorosa, disgraziata, unicamente perchè il cuore mi dice: Sposa l'uomo che tu ami e da cui sei riamata?
—Non capisco.
—Che c'è di certo per la scienza intorno all'eredità?
—Molto e poco. La natura ha misteri che non siamo ancora riusciti a penetrare interamente.
—Nella famiglia di colui che dovrebbe essere il mio secondo marito sono avvenuti casi di pazzia.
—Ereditaria?
—Chi lo sa? Ma sono avvenuti. Pazza l'ava, pazzo uno zio, pazzo un fratello!—
Il dottore abbassò la testa, corrugando le sopracciglia, pensoso. Era profondamente impressionato della desolazione vibrante nella voce di quella donna innamorata che pareva attendesse da lui una sentenza di vita o di morte. E non osava di alzarle gli occhi in viso per paura che la sua minima esitanza non ferisse irrimediabilmente quel povero cuore. L'avea vista crescere e fiorire, e le voleva bene come a figlia. Da giovinetta, l'aveva strappata quasi a stento dagli artigli della morte, e per ciò gli pareva cosa sua. Era stato testimone delle nozze di lei, come amico più intimo di famiglia. L'aveva vista agonizzare pel gran dolore della perdita del marito tòltole improvvisamente da una subdolaangina pectorisproprio il giorno della festa del secondo compleanno delle loro nozze. Non ignorava chi fosse il prescelto tra tanti che ora aspiravano alla mano di lei, bella, ricca, orfana di parenti; e si maravigliava che lo scrupolo presentàtosele alla mente non si fosse affacciato prima al suo pensiero di dottore e di amico. Sarebbe stato suo dovere metterla in guardia, quantunque non consultato, sin dal primo giorno in cui egli aveva acquistato la certezza che il marchese Attilio Volpes sarebbe divenuto, presto o tardi, il secondo marito della baronessa Iole di Rivierasco, vedova del barone di Camposparto. Per delicatezza, avea mostrato d'ignorare, anche dopo la rivelazione della baronessa; e la richiesta del consulto lo contristava e gli dava la profonda sensazione di un rimorso.
Tutto questo gli era passato per la mente come un pauroso baleno.
—Ecco—egli disse.—Vi sono casi pei quali la scienza non può avere dubbio alcuno. Ho conosciuto una famiglia in cui tutti i figli ammattivano, per un anno, appena compiuti i vent'anni. La pazzia scoppiava improvvisamente a giorno fisso, a ora fissa, con puntualità incredibile. Dei tre maschi, il maggiore avea avuto una pazzia dolce, idilliaca, restando a letto in una camera tutta parata di rami di ulivo e di quercia preparati dalle sue mani, con la coperta cosparsa di foglie di alloro. Il secondo avea passato l'anno doloroso suonando uno zufolo di canna e il violino, appresi a suonare da sè durante la pazzia; e la virtuosità perdurò quando egli ebbe riacquistato il senno. Il terzo si credeva un gran capitano, depositario dei più intimi segreti del Re e del Papa, e citava continuamente tutti i testi latini studiati nelle scuole e che non ricordò più quando l'accesso finì…. Ma un figlio del secondogenito, nel quale si riprodusse la periodica pazzia, ammazzò un fratello…. Degli altri non so. In casi come questi, ripeto, il consiglio del medico non potrebbe essere incerto. Per gli alcoolici, pei delinquenti nati, pei deformi, egualmente. Ma abbiamo anche moltissimi casi in cui avvengono salti, sparizioni inesplicabili, più inesplicabili riprese. Germi, latenti per due o tre generazioni, si sviluppano a un tratto. Come? Perchè? La scienza non ne sa nulla. Nè sa in che modo si propaghino, nè può prevedere come e quando. Certamente, trattandosi di una specie di gioco d'azzardo, la prudenza consiglierebbe di non giocare. Ma se vi sono altre e forti ragioni che consigliano il giuoco? Un amore come il suo, per esempio, un amore che è la vita, la felicità di due buone creature, per le quali un'interdizione sarebbe grandissima sventura? Verrà forse il giorno che la scienza potrà dare infallibilmente i suoi responsi su questo riguardo; e allora la legislazione dovrà intervenire pel bene della società sacrificando quello, passeggero, dell'individuo. Ma oggi….
La baronessa lo aveva ascoltato ansiosa, tremante, trattenendo il respiro, tenendogli fissi gli occhi negli occhi per scrutare se mai le parole non rivelassero tutto il pensiero di lui: ed era rimasta sospesa, ansimante a quelMa oggiche le faceva penetrare nel buio del cuore uno spiraglio di luce.
—Ella conosce la famiglia del marchese Volpes.
—Ah! si tratta del marchese?—esclamò il dottore con fina simulazione di sorpresa.—La scelta è indizio di gran senno in lui. Se lo perdesse dopo, la colpa potrebbe essere un po' di lei; ma è un'ipotesi assurda.
—Dunque?
—Il suo scrupolo la onora.
—Questa è la parte dell'amico. Il dottore che cosa consiglia, che cosa impone?
—Niente. Io credo che l'individuo non è obbligato a immolare la sua breve felicità ai pretesi eterni diritti della Specie. Che farebbe lei se io le dicessi: Non sposi?
—Ne morrei!… Forse, mi ammazzerei perchè la vita non avrebbe più nessun'attrattiva per me.
—È un po' troppo. La vita ha sempre, finchè dura, nuove attrattive da sostituire a quelle disperse dalla sua stessa inconsapevole ferocia.
—Non sempre, dottore!
—Può darsi. Nessuno però ha diritto di buttarla via come cosa inutile; la religione e la scienza sono di accordo su questo punto.
—Sia esplicito; si curi della verità non di me.
—Più esplicito di così? È doveroso che la scienza risponda con un forse e non con un'affermazione che potrebbe risultare sbagliata. Sia felice, a modo suo, lasci che al resto pensi la Natura. Dio, il Caso, insomma quella Forza occulta che regola l'Universo. Amare ed essere amata valgon bene che si tenti il gioco.
La baronessa riflettè un momento, poi disse:
—Grazie!
Il dottore uscì dal salotto col cuore sconvolto. Aveva fatto bene? Aveva fatto male? Forse aveva fatto male; ma poteva anche darsi che avesse fatto bene.
Eppure il suo scetticismo di scienziato non lo rassicurava pienamente.
—La Specie!—brontolava, scendendo le scale del palazzo Rivierasco.—Pensi essa ai casi suoi! Non è essa che fa amare a quel modo?… Pensi essa ai casi suoi.
—Non l'amavi?—domandò, con gran maraviglia, Diego Punzi.
—Un po'—rispose Falcini.
—Un po'… in che senso?
—Non tutte le donne producono il famosocoup de foudre; molte, la più parte anzi, s'insinuano lentamente nel nostro cuore e sono le più pericolose.
—Non fare teoriche, alla Stendhal!—lo interruppe Punzi.
—No; voglio soltanto spiegarti….
—E allora raccontami. La spiegazione me la darò da me.
—T'interessa?
—Mi hai cagionato un gran dolore in quel tempo!
—Ah!—esclamò Falcini guardando fissamente negli occhi il suo amico. E soggiunse:—Senza volerlo però e senza saperlo. Me ne dispiace per te e per lei.
—Chi sa se non sia stato meglio?
—Bisognerebbe pensare così quando una cosa non avviene; ma non è facile. E poi… non è sempre vero. Ora tu, con questa rivelazione, mi fai sentire rimorso.
—Dàtti pace; fortunatamente sono riuscito a consolarmi.
—Non vuol dire. Io credo che in questo mondo sia assai più il male che vien fatto senza volerlo, che non quello prodotto liberamente.
—Dunque?
—Dunque, capisci, mi trovai imbarazzato. Ricordo benissimo: era una serata di maggio… no, di giugno, con un plenilunio maraviglioso. Il padre, la madre, la cugina e gli altri due amici che li accompagnavano salivano per via Quattro Fontane dalla parte del marciapiede inondato dal lume di luna; noi due, invece, dalla parte dell'ombra delle case, che tagliava quasi a mezzo la via. Improvvisamente ella mi disse:—Tra una diecina di giorni parto.—Per Lione?—domandai (Aveva un fratello colà, direttore d'una fabbrica di velluti).—Per Kiel—rispose.—Come mai?—Vo da un'amica…. che fantastica per me non so qual progetto…. Potrebbe darsi che io non ritornassi più a Roma….—Oh!…—Consigliatemi: debbo andare? Affido il mio destino alle vostre mani.—Assumerei una gravissima responsabilità dandovi un consiglio qualunque.—
Ella saliva a capo chino, con gli occhi socchiusi, ed io sentivo tremare il suo braccio attaccato al mio. La guardai; era pallida, e alle mie ultime parole aveva atteggiato le labbra a una dolorosa espressione di disinganno.—Sentite, Nelly,—le dissi.—Poco fa in casa Olgani abbiamo scherzato e riso troppo. Le vostre parole di questo momento sono serie e gravi, se io non mi illudo intorno al loro significato. Non posso rispondervi sùbito. Vorrei potervi dire: Restate! Ma sarebbe gran leggerezza da parte mia, se non riflettessi qualche giorno. Vi dispiace di attendere fino a mercoledì prossimo? Ci rivedremo in casa Olgani. Se me lo permetteste, potrei anche scrivervi.—No; mi darete la risposta mercoledì. Sinceramente, spero!—Sincerissimamente!—Ho, forse, fatto male a chiedervi un consiglio!—esclamò dopo una breve pausa.—Ve ne sono gratissimo.—Raggiungiamo gli altri—ella concluse, sorridendo tristamente.
E nel traversare la via, le strinsi forte una mano, mormorando:—Avete fatto bene; ve ne ringrazio.
Intanto ella riprendeva il suo aspetto ordinario; ma io mi sforzavo invano di non apparire turbato; e osservandola, pensavo quanto le donne siano superiori a noi nel dissimulare e nel padroneggiarsi. In quel breve tratto di strada, ella aveva cominciato a parlarmi del soggetto delle nostre risate in casa Olgani mentre un violinista scorticava non so quale sonata di Saint-Saëns; e pareva che avesse dimenticato le gravi cose dèttemi poco prima.
Tornando a casa e rifacendo la strada fatta insieme con miss Nelly, mi sembrava di riudire, quasi ondulanti ancora per l'aria, il suono della voce e l'accento incerto con cui ella mi aveva domandato:—Debbo andare?—Mi rimproveravo di non essere stato sincero. Perchè non le avevo detto immediatamente:—Siete libera! Io non sono in circostanza di darvi una risposta concreta?—E nello stesso tempo che cominciavo a sentire una specie d'irritazione contro di lei per quella domanda intempestiva (non credevo di aver fatto niente che potesse autorizzarla a rivolgermela), provavo pure un dolce compiacimento che lusingava il mio amor proprio. Non leggevo ben chiaro nel mio cuore. Quell'anno sfarfalleggiavo irrequieto tra le tante signorine che intervenivano in casa Olgani. Ricordi? Noi chiamavamo laFieraquei mercoledì affollatissimi, destinati dalla signora Olgani a combinare matrimoni. Ella pensava soprattutti a sua figlia già sullo sfiorire, ma non voleva farlo scorgere; e perciò gran richiamo di mamme e di ragazze, e balli che dovevano sembrare improvvisati, e accademie di musica e di canto…. e, ogni sera, novità di divertimenti…. Povera signora! Vi ha rimesso le spese. Le quattro ossa spolpate della sua figliuola le sono rimaste in casa; nessuno ha avuto il coraggio di sposare quello scheletro che pure aveva una discretissima dote.
—Non divagare—lo interruppe Diego Punzi.
—Ricordi? Troppe ragazze! Per ogni scapolo, non meno di tre in concorrenza. Tirati in qua, tirati in là, nessuno di noi riusciva a fissarsi. Più che non corteggiassimo, eravamo corteggiati. Bei tempi! Anche tu; non negarlo.
—Come gli altri; quantunque….
—Lo so; tu pensavi seriamente al matrimonio e volevi sceglier bene. Io, convinto che nel matrimonio tutto è caso, intendevo di lasciare che l'avvenimento, se mai, si compisse senza che dovessi metterci nè sale nè pepe. E poi, in quella baraonda di serate, mi sembrava che neppur le ragazze facessero sul serio; e rammentando una maccaronica antifona del vecchio prete mio professore di latino, ripetevo spesso, osservando gli altri:—Canzonare te, canzonare me, Virgo sacrata!—Miss Nelly e sua cugina Jane però erano un'eccezione tra la folla. Jane, bellissima, con la sua eccessiva rigidezza britannica teneva un po' in distanza i corteggiatori; in miss Nelly, invece, si scorgeva poco o niente d'inglese, cioè soltanto una dignità semplice e schietta che imponeva rispetto. Si capiva, avvicinandola e conversando con lei, che si aveva da fare con una signorina per la quale le parole significavano precisamente quel che volevano dire e non altro. Non si potevano adoperare sottintesi o esprimere leggermente sentimenti che erano piuttosto madrigali senza costrutto, o complimenti, o adulazioni, o maliziose canzonature da produrre lievi conseguenze. Per ciò miss Nelly era diventata prestamente la mia preferita; mi sembrava di sentirmi in ogni cosa all'unisono con lei. Mi piaceva soprattutto quella sua dolce gaiezza di spirito…. Ma già io te ne parlo come se si trattasse di persona a te ignota.
—Stavo per dirtelo. Insomma, che cosa rispondesti quel mercoledì?
—Passai parecchi giorni in un torpore strano, quasi volessi evitarmi la fatica di ricercare in fondo all'animo la risposta da dare. Evidentemente non ero innamorato, e sentivo dispiacere di non esser tale. Miss Nelly mi ispirava una gran simpatia, ma non aveva ancora operato così intensamente sul mio cuore da darmi la chiara coscienza che ella fosse per me qualche cosa di più di una amica o di una persona con cui avrei voluto passare insieme alcune ore della giornata. Non mi trovavo maturo da decidermi a legarmi con lei per tutta la vita. E poi, c'erano davvero circostanze di famiglia che non mi avrebbero permesso di prendere impegni per un tempo lontano, senza contare che i fidanzamenti a lunga scadenza mi sono sempre stati odiosissimi. Eppure avrei voluto ch'ella avesse atteso ancora prima di mettermi alle strette con quella domanda e con le gravi parole:—Affido il mio avvenire alle vostra mani!—Chi sa? Tra qualche mese, lasciando che gli avvenimenti operassero da sè, forse, mi sarebbe stato facile risolvermi secondo quel che ella sembrava desiderasse…. Ma in quei giorni, no; e non volevo mentire. È vero, pur troppo, che spesso, una parola, una sola parola inopportunamente pronunziata influisce senza rimedio su la intera esistenza di una persona. Tu ti sei consolato facilmente.
—Non ho detto: facilmente.
—In ogni modo, ti sei consolato; io invece rimpiango ancora quel che ho perduto. Il mercoledì, dunque, mi avviavo verso casa Olgani senza che io sapessi precisamente quel che avrei dovuto dire a miss Nelly, o almeno senza sapere in che modo avrei potuto formulare la mia risposta. Non volevo mentire e non volevo neppure chiudermi ogni via di riprendere quell'argomento nel caso che le circostanze mi avessero, un giorno, permesso di dirle:—Restate!—o qualunque altra parola equivalente. Entrando nel salotto, una rapida occhiata in giro mi aveva consolato; miss Nelly non c'era.—Può darsi che non venga!—pensai…. Ma proprio in quel punto ella appariva su l'uscio preceduta dalla cugina. Le corsi incontro, come chi affronta coraggiosamente un inevitabile pericolo, e le dissi:—Siete in ritardo!—Mi guardò negli occhi, seria, quasi maravigliata di udirsi dire quelle parole. E durante la serata mi sembrò che volesse evitarmi. Uscendo di casa Olgani, qualcuno della comitiva propose una passeggiata al Colosseo. Ci avviammo. Le offersi il braccio. La serata era bellissima; le viuzze che conducono colà quasi deserte. Durante il tragitto, Jane era rimasta a fianco della cugina troppo ostinatamente, contro il solito; pareva che lo facesse a posta, d'accordo con lei. Ma io manovrai in maniera da restare isolati per alcuni istanti. Avevo riflettuto: È naturale che miss Nelly non si mostri impaziente di ricevere la mia risposta; ora spetta a me d'aver premura di darla.—Dunque—dissi, e si vedeva bene che non sapevo come cominciare a parlare—quella vostra amica ha un progetto…. per voi? Io vi sono gratissimo….—Ah!—ella esclamò.—Non ne ragioniamo. L'altra sera mi sono sfuggite parole incoerenti. Scusate. Non val la pena di tornarci su.—Perchè?—È inutile; ho deciso di partire. L'invito è così affettuoso, così pressante…. E poi… ho bisogno di aria nuova, di un po' di campagna. La villa della mia amica è in mezzo a una gran foresta….—Parlava lentamente, con tono severo. Non osai d'insistere, mortificatissimo. Poco dopo, sotto gli archi del Colosseo, appena ella si staccò dal mio braccio, mi parve che qualche cosa di decisivo fosse avvenuto per me.
—È tutto?
—No. Tre mesi dopo ella era già ritornata. Ma durante quei tre mesi, io avevo commesso la stupidaggine di lasciarmi adescare—misteri del cuore!—da…. Non importa che tu sappia da chi, perchè anche questo è un avvenimento ormai passato, quantunque abbia lasciato dolorose tracce nella mia vita. Avevo riveduto miss Nelly, fuggevolmente. Facevo rare e brevi apparizioni in casa Olgani. Tre sere avanti l'onomastico di sua madre, miss Nelly aveva avuto la precauzione di rammentarmi quella data; io non avrei potuto mancare alla festa senza mostrarmi scortese. C'eri anche tu quella sera.
—E appunto allora—lo interruppe Diego Punzi—io mi convinsi che nel cuore di miss Nelly non c'era più posto per me. Vi eravate rifugiati nel salottino in fondo, così stranamente illuminato con piccoli globi a colore…. Vi avevo visti sparire e non avevo resistito all'ansietà di sorprendere—ho vergogna di confessartelo—una parola, un gesto che potesse confermare il mio sospetto…. Eravate seduti in un angolo…. Non vi accorgeste di me…. Fu un istante…. Tu stavi a capo chino, con le mani strette accoste al mento e miss Nelly si asciugava gli occhi….
—È vero.—Ho bisogno di parlarle—mi aveva detto sotto voce. E con la scusa di mostrarmi un idolo giapponese, regalo di suo fratello alla mamma, arrivato da Lione il giorno avanti, mi aveva condotto nello strano salottino, dove quei piccoli lumi con globi a colore diffondevano fantastica luce attorno all'idolo istallato in un angolo su una specie d'altare.—Sono stata troppo dura e inconsiderata con voi—disse.—Volevo chiedervene scusa per lettera da Kiel; me n'è mancato il coraggio.—Eccesso di delicatezza da parte vostra—risposi.—Lasciatemi parlare—continuò.—Avevate ragione. Allorchè una donna dice a un uomo quel che io ho osato di dire a voi l'altra volta, merita anche una risposta peggiore di quella che voi mi dèste…. Ma io ero turbata da un'illusione; credevo che il mio contegno v'impedisse di aprirmi l'animo vostro, e pensai di porgervi un mezzo per vincere il ritegno che vi faceva indugiare. Mi attendeva uno scatto…. Invece, voi foste glaciale, riserbatissimo. Quando, il mercoledì appresso, già stavate per parlare…. Oh, avevo sofferto tanto in quei giorni di intervallo! Mi ero sentita così avvilita, così offesa dalla vostra inattesa esitazione!…. E v'interruppi bruscamente, con la malvagia volontà di prendermi una rivincita…. Vi prego di perdonarmi; sono stata perversa. Me ne pentii quasi sùbito. L'orgoglio ci fa commettere tante cattive azioni!—Ma niente affatto!…—Sì, sì!… Ditemi che mi avete perdonato,… che mi perdonate! Io non ho saputo indovinare quale sarebbe stata la risposta che stavate per darmi. Se fosse quella che mi ero lusingata di ricevere….—Ah, Nelly!—la interruppi, prendendole le mani che ella abbandonò tra le mie.—È stata una disgrazia! La mia risposta non era, forse, quella che io avrei voluto darvi e che voi desideravate, ma non tale però da precluderci l'avvenire; mentre oggi….—Non mi resse l'animo di andare innanzi. Vidi riempirsi di lagrime quei begli occhi che mi fissavano con vivissima ansietà, e le sue labbra, improvvisamente impallidite, agitarsi per balbettare:—È dunque vero…. quel che mi hanno detto?—Non voglio ingannarvi, non posso mentire; sarebbe pietà troppo crudele, e indegna di voi e di me.—Ella pianse un po' in silenzio. Estremamente commosso, io la pregavo di frenarsi. Se qualcuno fosse venuto a sorprenderci?—La colpa è stata mia!… Debbo scontarne la pena!—ella disse, asciugandosi lestamente gli occhi, e facendo sforzi per rimettersi. Io potevo padroneggiarmi a stento. In quel punto ho capito come mai un'onesta persona possa talvolta lasciarsi indurre a commettere un'inesplicabile infamia. Pensavo all'altra, avevo il cuore, o meglio, i sensi invasati dall'altra, che fidava nella mia parola come io fidavo nella sua, e intanto ci mancò poco, assai poco, che io non mi lasciassi lusingare dalla circostanza di giocare una partita doppia con lei e con miss Nelly. E, guarda stranezza della vita! avrei fatto bene. Per comportarmi onestamente, mi sono, forse, lasciato scappar di mano la felicità!
—E forse—soggiunse Punzi—l'hai fatta perdere a un altro!
—Mi è rimasto nella memoria l'idolo giapponese che ci guardava da quell'angolo con gli occhi di vetro enormemente spalancati, nelle cui pupille si riflettevano le fiammelle colorate dei lumi, e non ho potuto dimenticare le ultime parole di miss Nelly, quasi un singhiozzo:—Sempre tardi!—
—Sempre tardi?… Perchè?…
—È il segreto di quell'anima dolorosa, ed io non ho ardito di domandarle una spiegazione. Sempre tardi! Potrebbe essere il motto di tante buone creature di questo mondo. Motto esplicativo di mille oscure tragedie della vita, non meno triste, anzi assai più triste di quelle che finiscono con un veleno o con un colpo di pistola; tragedie che tormentano lunghe esistenze, e non hanno neppure il compenso di destare interesse e commozione attorno a loro.
—Magro compenso!—esclamò Punzi.
—Dopo, quando miss Nelly non era più qua ed io non sapevo dove poter rintracciarla, ho sentito schiudersi nel mio cuore il germe nascosto di un affetto che avrebbe dato certamente un altro indirizzo alla mia vita. Ed ora che la so morta a Calcutta….
—È morta?
—Lo ignoravi?… Ora mi par di avere qualche cosa che mi si imputridisca nel cuore e vi spanda miasmi deleteri.
—Oh, rassicùrati!—fece Punzi.—Vita mors est, et mors vita, ha detto qualcuno.
Quella figura di donna sembrava non riuscisse a liberarsi dall'opprimente involucro della creta che ne accennava le forme. Soltanto la testa si ergeva con fierezza, quasi tirasse violentemente in su la massa dei capelli spioventi su le spalle ignude e la schiena arcuata, ma che si confondevano con le carni per mancanza di modellatura. E siccome la stecca dello scultore non le aveva ancora aperto gli occhi, così il bellissimo volto ovale prendeva espressione di tale disperata angoscia da far proprio male a guardarlo.
Che cosa volesse rappresentare con essa il giovane scultore VittorioD'Arèba non avrebbe saputo dirlo neppur lui.
Quel doloroso atteggiamento gli era balenato nella fantasia con tanta precisione di particolari, ch'egli si era illuso di poter terminare il bozzetto in due o tre giorni. Invece eran trascorse parecchie settimane, e la tormentata figura femminile apparsagli dinanzi, come balzata a un tratto fuori dal nulla e con tutta l'armoniosa perfezione della forma scultoria, non arrivava punto a vincere le inattese esitanze della mano.
Dati qua e là rapidi colpi di pollice e di stecca, impostati i pezzettini di creta nervosamente spiaccicati o arrotondati tra le dita, e tòltine via, con rabbiosa scontentezza, altri riconosciuti superflui dal severo giudizio dell'occhio, egli rimaneva ritto, immobile, davanti al bozzetto che gli pareva non acquistasse nelle linee e nella fattura l'impronta di spontaneità, di vigore e di vita del bozzetto rappresentatogli dall'immaginazione con mirabile evidenza.
Non avrebbe dovuto far altro che copiarlo, come uno scolare il gesso indicatogli dal professore; e intanto, appena la mano si accostava alla creta accumulata in fretta in fretta sul cavalletto e rozzamente atteggiata nella mossa di quel modello ideale che gli aveva dato il maggior entusiasmo da cui si fosse sentito avvampare finora nei più felici momenti di creazione artistica, egli incontrava una strana invincibile resistenza, quasi il pollice e la stecca si rifiutassero di obbedire all'intelletto che voleva adoprarli.
Caso affatto nuovo per Vittorio D'Arèba, che sapeva di possedere il dono d'una rara facilità di improvvisazione, senza nessun pregiudizio dell'efficace modellatura appropriata a un bozzetto.
Più nuovo assai però era il sentimento di profonda tristezza da cui si sentiva invadere di giorno in giorno nella lotta contro quell'incredibile impotenza che lo teneva ostinatamente chiuso nello studio dalle otto di mattina alle sei di sera, e che gli faceva sfuggire gli allegri ritrovi di amici e di confratelli d'arte da lui frequentati per riposarsi dall'assiduo lavoro giornaliero e per prendervi anche alimento di forze produttive tra le calorose discussioni.
Alcuni dei più intimi amici eran venuti a picchiare più volte alla porta del suo studio nella solitaria casa, in piena campagna, in una traversa di via Flaminia; ma la porta era rimasta inesorabilmente chiusa davanti ai seccatori che lo irritavano con quelle interruzioni e che pareva venissero a posta per fargli smarrire l'impeto di esecuzione proprio sul punto che stava per prorompere trionfante.
Allora egli si lasciava cascare, sfinito, sul vecchio canapè addossato al muro, con le braccia rotte da inesplicabile stanchezza, la testa abbandonata sul petto, e non osava di guardare la maledetta figura che si contorceva, appena abbozzata, col fiero gesto di tirar violentemente in su la massa spiovente dei capelli.
E come quella figura ancora informe sembrava soffrisse orrendamente per l'inane sforzo contro la inesorabile fatalità che la teneva impigliata nell'umido blocco di creta dove si disegnavano appena le curve del seno, del ventre e delle anche, così egli sentiva, ora, di soffrire quanto non aveva mai sofferto, quasi pure il suo spirito si dibattesse impacciato da nodi interiori e non potesse liberamente trasfondersi in quell'opera, che ormai aveva il fascino delle cose vietate o stimate impossibili a esser raggiunte e, ciò non ostante, desiderate e rincorse con indomabile ardore.
Immenso fu poi il suo stupore la mattina in cui si accorse che il sentimento di profonda tristezza dal quale veniva torturato da una settimana, non riguardasse se stesso e la inettitudine di raggiungere la giusta forma della sua opera d'arte, ma fosse invece vivissima partecipazione al disperato dolore di quella figura che cominciava a sembrargli persona viva, forse—egli aveva voluto darsi una spiegazione del fenomeno—per l'intensa e lunga contemplazione che gli faceva scorgere nell'opera non finita di abbozzare l'espressione che gli stava in mente e che avrebbe dovuto animarla se egli fosse riuscito a modellarla fortemente.
—Ma non riuscirò!—sospirava.
Gli sembrava anzi di aver già commesso un delitto, condannando la bellissima creatura—Dove l'avea vista? Come l'aveva conosciuta?—all'ineffabile tortura di quell'atteggiamento da cui egli più non si sentiva capace di liberarla. E quest'idea, dapprima pàrsagli sciocca o pazza, lo penetrava ogni giorno più, gli dava un senso di rimorso, che però non era senza mistura di compiacimento, giacchè non a tutti poteva accadere un caso uguale; ed esso indicava una forza, un potere intelligentissimo in colui che era arrivato, sia pure inconsapevolmente, a quel tentativo.
E per ciò egli tornava tuttavia a chiudersi nello studio di buon'ora e ne usciva a sera tarda. Ma chi avesse potuto osservarlo ritto davanti al bozzetto, con gli occhi fissi in esso, e che guardavano e non vedevano, distratti da qualche oscuro fascino dal quale veniva interrotta la corrente di impressioni tra i sensi e lo spirito; chi avesse potuto osservarlo, specie in quegli ultimi giorni, quando stesa la mano verso la figura con un briciolo di creta su la punta dell'indice, egli si arrestava esitante con un tremito nel braccio, quasi temesse di compire una profanazione posando quel briciolo sul nudo corpo della formosissima donna, quantunque la modellatura ne fosse rimasta più accennata che sviluppata; chi lo avesse, finalmente, osservato nei lunghi intervalli di sosta, buttato sul canapè, col viso contratto, con le mani brancicanti la stoffa di esso in atto di strapparla, non avrebbe mai immaginato che il giovane artista avesse perduto la giocondità di spirito, con cui riusciva gratissimo nei ritrovi e nelle relazioni sociali, unicamente perchè la mancata creazione artistica gli dava la pazza convinzione che una creatura umana soffrisse nell'opera sua.
—Dove l'aveva vista?… Come l'aveva conosciuta?—se lo domandava spesso e inutilmente.
Quella mattina, avviatosi per lo studio, aveva indugiato davanti a una vetrina di acqueforti moderne e di riproduzioni fotografiche di capilavori di pittura.
—Ah!… Sei vivo?
E sentì afferrarsi un braccio dalla poderosa mano dell'amico che lo apostrofava con quelle parole.
—Che fai? Lavori almeno, o ti sei perduto anche tu dietro qualche gonna, come l'imbecille di Dorini?
—Lasciami stare!—rispose Vittorio D'Arèba.
—Scoraggiamenti dunque? Tanto meglio. Soltanto gli sciocchi sono contenti di loro stessi.
—Se tu sapessi quel che mi accade!
—Quel che accade a tutti e che ognuno di noi suppone caso speciale, eccezionale…. Sentiamo!
Giulio Nolli soleva parlare così, con aria tra autorevole e beffarda, che lasciava incerti coloro che non ne conoscevano la vasta cultura e il fine ingegno di critico d'arte, s'egli fosse un gran pedante o un pallone gonfiato di vento.
Vittorio D'Arèba, che ne apprezzava moltissimo i giudizi e i consigli, a quelSentiamo!si scosse, pentito di essersi lasciato scappar di bocca un principio di confidenza che sarebbe stato assai scortese interrompere.
—Può darsi—rispose.—Tu forse non lo crederai, tu che non stimi, come tanti altri, che la facilità d'esecuzione sia tra le qualità inferiori dell'ingegno artistico (e spesso ti sei compiaciuto di rallegrartene con me) tu non crederai che io stenti da un mese e mezzo a tirar innanzi… una cosina da niente… una figura di donna in vigoroso atteggiamento. Mi è apparsa così davanti agli occhi, mi sta fissa così davanti agli occhi, meglio di un modello reale… e intanto….
—Chi sa che concetto, chi sa che simbolo ti sei messo in testa di esprimere! Giacchè ormai anche voialtri scultori volete contribuire al benessere sociale, alla civiltà, all'emancipazione delle plebi…! E, col pretesto del concetto e del simbolo, fate brutte statue inguardabili o non riuscite a farne neppure brutte.
—Niente affatto, caro mio. Ho veduto, meglio, ho fantasticato, o, meglio ancora, mi si è presentata improvvisamente all'immaginazione questa figura che…. che non so dirti che cosa voglia esprimere con quel suo doloroso atteggiamento; e mi son messo subito ansiosamente a ritrarla, a eseguirla. Credevo di sbrigarmene in due o tre giorni; e son là, da un mese e mezzo, non sapendo come finir di abbozzarla, di abbozzarla soltanto! Questo stranissimo fatto mi ha talmente impressionato, che in certi momenti—non stralunare gli occhi!—mi par d'impazzire.
—Eh! Eh!
—Perchè l'immaginazione mi fa vedere tanta vita in quella figura di donna, da darmi un pungentissimo senso di pena, quasi….—non stralunare gli occhi!—quasi io non mi trovi davanti a un'incompiuta opera d'arte, ma assista, impotente di soccorrerla, al martirio di una creatura umana attratta in un agguato per colpa mia.
—Eh! Eh! Bisogna vedere questo miracolo!
—Quest'infamia, dovresti dire. Mi vergogno di me. Sono incretinito!…. Sto per smarrire la ragione!
—Il primo caso è più probabile.
Ma un'affettuosa stretta di mano fece capire a Vittorio D'Arèba che il suo amico scherzava.
Il giovane scultore si schermì un pezzo contro le insistenze del critico d'arte che voleva accompagnarlo a ogni costo allo studio; alla fine si arrese.
—Mi saprai consigliare.
—Non occorrerà.
Giulio Nolli si arrestò, increspando le sopracciglia, alla vista del bozzetto e, con grande stupore dell'artista, rimase lungamente assorto a contemplarlo da tutti i lati, senza punto curarsi dell'ansietà con cui quegli doveva attendere il responso di lui.
—Oh! È un portento!—esclamò all'ultimo il Nolli.—Hai fatto il tuo capolavoro. Non farai niente di meglio in avvenire, te lo dico io.
—Ti beffi di me?
—E sei davvero incretinito, se non comprendi il valore di quest'opera, che ha un solo irrimediabile difetto—soggiunse il Nolli non ancora sazio di ammirare:—dovrà rimanere quel che è, un bozzetto. Nessuna abilità di esecutore potrà tradurlo in marmo conservandone la freschezza del tocco, l'incompleto. Non ardire di lavorarvi più; sciuperesti questa terribilità di espressione che risulta appunto da quel che il tuo istinto d'artista ti ha preservato di alterare dando maggiore finitezza alla modellatura.
Vittorio D'Arèba era commosso, con gli occhi pieni di lagrime che gli velavano l'opera sua.
Intanto il critico, continuato a profondersi in elogi, a sviluppare ampiamente il concetto risultante da quella tormentata figura, domandava all'artista:
—Tu dunque non hai pensato niente di tutto questo?
—Niente!
—Benissimo. Le vive forze della Natura creano così, con misteriosa inconsapevolezza; e l'ingegno artistico, che è una delle tante forze naturali, non può agire altrimenti. Fa' formare sùbito e poi fondere in bronzo il tuo bozzetto. Sentirai che scoppio alla prossima esposizione!
—Mah…?—fece il D'Arèba con trepidante gesto interrogativo.
—Come battezzarlo? Ecco:Dolore senza nome!
—Grazie!… È proprio così! balbettò lo scultore.
E sentiva dentro di sè tutta l'angoscia di quel dolore senza nome, che intanto gli si trasformava—prodigio dell'arte!—in infinita dolcezza.