Alla fine poi, qualunque fossero i loro modi coi non Israeliti, non se ne può incolpare le loro leggi e la loro morale.
Esaminando ambedue dai primi tempi fino ad oggi, io non trovo se non precetti che tendono alla carità ed all'amore del prossimo, senza distinzione di culto o di fede.
Eviterei al lettore il fastidio delle citazioni se non fosse egualmente giusto ed importante il chiarire la verità, e purgarla da pregiudizj tanto radicati.
Comincio dalla legge di Mosè, e scelgo pochi esempi tra moltissimi.
La Legge di Mosècondanna a morte il padrone che percuote lo schiavo anche Cananeo, sino ad ucciderlo (EsodoXXI, 20).
Comanda di non abborrire gli Egizii, in grazia dell'ospitalità da essi accordata un tempo agli Ebrei (Deut.XXIII, 8).
Esprime una distinzione tra l'Israelita ed il non Israelita (Nocri, la quale voce significa uomini di nazione straniera, e non d'altra religione, che convivessero cogli Israeliti), non trattandosi di leggi d'onestà universale, ma solo trattandosi di speciali disposizioni di fraternità e benevolenza; verbigrazia:.
1° Di non domandar censo per denari prestati (Deut.XIII, 20, 21).
2° Di non esigere crediti anco recenti spirato l'anno sabatico (Deut.XV, 1. 3.); ec. ec.
Nella Storia Sacra, Giacobbe maledice l'ira di Simeone e Levi, e l'eccidio de' Sichemiti, il cui principe avea pure sforzata la loro sorella.
Giosuè rispetta il giuramento fatto ai Gabaoniti, benchèdannati da Dio all'esterminio, e sebbene il giuramento fosse stato dolosamente carpito.
I Talmudistidanno il precettoama il prossimo tuo come te stesso, quale epilogo di tutta la legge; e la voce ebraicaNeang (prossimo) esprime ogni uomo, e non il solo Israelita, poichè trovasi ancora usata per esprimere Egiziano. Vietano di fare altrui illusione, anco al non Israelita.Vœtitum fallere homines etiam gentiles.[3]Verbigrazia, di presentarlo di cosa alcuna facendogliela credere di maggior valuta che non è in effetto (Talm.Bab. Chollin, fol. 94.)
Condannano alla restituzione chi ruba ilGoi(infedele); e tengono anzi maggior colpa derubarlo, che non l'Israelita, poichè ne rimane profanato il nome di Dio (Josaftà,Kamà, cap. 10.)
Maimonide, uno dei più autorevoli Talmudisti, vivente in Spagna nel secolo XV, dice espressamente: «Chi trafficando coll'Israelita, come coll'Idolatra, usasse falso peso o falsa misura, contravviene ad un divino precetto, ed è tenuto alla restituzione etc. . . . .Calcolerai col tuo compratore.—Il qual testo tratta di un non Israelita tuo suddito...: quanto più dovrai osservare tal legge con chi non è a te soggetto? D'altronde la Scrittura dice: È in abbominazione all'Eterno chi tali cose commette..., ognuno che commette ingiustizia. Proposizione assoluta e senza alcuna condizione.»(Trattato Ghenevà, cap. 7.)
Affermano che quando il Salmista (Sal. XV. 5) encomia chi presta il denaro senza interesse, intende quando si faccia anche col Goi (Talmud bab. Maccoth. fog.24.)
Potrei aggiungere molti altri testi dello stesso tenore, ma lo stimo superfluo.
In opposizione a queste massime tendenti a stringer vieppiù fra gli uomini i vincoli sociali, ve ne sono, è vero, ne' codici Talmudici e nei libri Rabbinici alcune invece che spirano odio ed intolleranza: ma è da considerarsi essere i due codici Talmudici, tanto il Gerosolimitano che il Babilonese, stati compilati mentre ancora vigeva il Paganesimo, il quale si rendeva doppiamente odioso agli Israeliti col peccato d'idolatria, il più abborrito da essi, e colla crudeltà della persecuzione. I libri degli antichi Rabbini furono anch'essi scritti sotto l'impressione dell'odio e dello spavento che dovevan destare le orribili sevizie del medio evo: ma nessuna di queste autorità è accettata o riconosciuta dai Rabbini, o dagli Israeliti presenti;[4]e tenerli capaci di porre in pratica massime unicamente derivate da passioni e da circostanze straordinarie, sarebbe lo stesso che creder capaci i Cristiani del secolo XIX di riaccendere i roghi dell'Inquisizione.
Ora dunque, riassumendo il mio discorso, mi sembra dimostrato che l'intolleranza e le persecuzioni che ne derivano, non solo sono ingiuste, contrarie alla ragione, ai comandamenti dell'Evangelo ed agli esempj di Gesù Cristo e degli Apostoli; non solo sono inefficaci ad ottenere lo scopo cui sembran dirette: ma gli sono contrarie, conducono all'effetto diametralmente opposto; e nel caso degli Israeliti, l'appoggiarle ad una maledizione che pesi sulla loro schiatta, o al desiderio della loro conversione,o alla corruttela della loro morale, non è nè da Cristiano, nè da uomo retto e razionale. E mi sembra egualmente provato, che la tolleranza non è indifferenza per la fede e la religione; ma è anzi zelo pel suo trionfo, e il miglior modo di procurarlo.
Ma a questo punto ringrazio di cuore Iddio, che tutto il detto sin qui si riferisca oramai assai più al passato che al tempo presente. L'emancipazione civile degli Israeliti è stata incominciata, e sarà immancabilmente compiuta da quel Pontefice che ha saputo cogliere e riunire nella sua mano benedetta tutte le palme della virtù e della carità evangelica.
Ad istanza e per opera di Don Michele Caetani, Principe di Teano, fattosi virtuoso ed illuminato promotore della causa degli Israeliti, Pio IX ha confidato ad una Commissione l'esame de' loro giusti reclami, e la cura dei modi atti a render loro piena giustizia. Primi effetti di queste disposizioni sono stati la permissione d'allargarsi ne' Rioni adiacenti al Ghetto; con che ne verrà spazio ed agio maggiore a coloro che vi rimangono.
La vergognosa cerimonia del sabato di carnevale in Campidoglio, ed il tributo che v'era annesso, furono, come accennammo, l'una e l'altro aboliti. A questi primi passi terranno dietro certamente tutti gli altri, finchè sia completo questo grande atto di giustizia. Un nuovo passo sta intanto per muoversi; l'ammissione degli Israeliti nei ruoli della Guardia cittadina. Pio IX vi ha dato il suo consenso; onde si può tenere la cosa giudicata irrevocabilmente in principio. Quanto alla pratica, sembra s'incontri qualche difficoltà: sembra vi sia il timore, forse non interamente fuor di proposito, che nel Rione ove dovrebbero gli Israeliti concorrere al servizio cittadino, non siano del tutto spente le vecchie repulsioni, e potesse col contatto tra essi ed i Cristiani nascere qualche scandalo.
Se per una parte è prudente tener quelle vie che possono antivenirlo, per l'altra è giusto e conveniente cercar un ripiego, onde non sia loro tolto il poter partecipare agli effetti di quella onorata e leale fiducia che dimostrò il Pontefice al Popolo dello Stato e di Roma. Ripensando il lungo patire di quella sventurata nazione, respinta per tanto tempo da tutti i beni e i vantaggi del viver civile, del quale bensì dovea sostenere raddoppiato ogni peso; ripensando l'ingiusto disprezzo onde fu segno, le dolorose umiliazioni delle quali ebbe a bere il calice sino alla feccia; come non sentire il desiderio, il bisogno di una riparazione pronta ed aperta quanto è possibile?
Come non provare quel senso di rispetto e di premura sollecita che desta una sventura immeritata e sostenuta con longanimità e fortezza?
Qual gioja, qual soddisfazione può immaginarsi al mondo maggiore e più pura di quella di poter farsi istrumento di giustizia e di misericordia?
Chi mai potrebbe, ove fosse scelto al dolce ufficio di spalancare all'innocente prigioniero le porte del carcere, di restituire il suo a chi n'era stato violentemente spogliato, di ridonar l'onore a chi ha patita immeritata ignominia? chi potrebbe non sentire una fretta smaniosa d'adempiere l'augusto incarico? Certamente questi virtuosi sensi albergano in cuore di coloro che sono ordinatori e guida della Guardia cittadina; e sapranno trovar modo onde conciliare la prudenza colla giustizia, e col desiderio che provano senza dubbio di stender senza ritardi una mano amica a chi sinora non ebbe se non scherni e ripulse.
Per quanto non creda ufficio mio il dar consigli a cui compete l'ordinare il servizio della Guardia, stimo però mi sia lecito esporre modestamente un mio pensiero.
Se lo scrivere ne' Ruoli tutti gli Israeliti che a normadella legge e dell'età vi sarebbero compresi, può esser origine di qualche inconveniente, non si potrebbe ristringersi ad un minor numero, e scegliere da una nota presentata dall'Università stessa degli Israeliti, quegli individui che pel loro stato, il loro costume, i modi, la coltura, fossero atti a conciliarsi gli animi, e rimuovere ogni idea scortese, ogni senso di repulsione?
E se ciò non fosse stimato bastevole, non si potrebbe provvisoriamente dividerli in modo che prestassero l'opera loro ne' varj Rioni separatamente; e si trovassero così frammisti a coloro che per idee più giuste, e per civile educazione, stimerebbero dovere e sentirebbero gioja d'accoglierli come amici e fratelli?
La Guardia cittadina di Roma presa nel suo insieme non potrebbe certamente aver altri sensi che questi. Formata con magica rapidità in un momento di pericolo, essa ha mostrato vigore, energia, prontezza e prudenza degna d'un corpo che contasse lunghi anni di esperienza e di vita. La vista di que' cittadini che pel passato, e sino a pochi mesi fa, attendevano soltanto ai diversi uffici della vita civile così disformi da ogni idea ed esercizio della milizia, posti ora in fila, ed esperti così presto dell'atteggiarsi, del muoversi militare, del maneggio delle armi, de' doveri del soldato, lo sa Iddio qual profondo senso di gioja mi abbia destato in cuore. Qual dote di nobili e generosi sentimenti non è accennata e sottintesa da questi fatti? Il solo pensare che uomini di così eletta natura potessero non dico ripugnare ad accogliere tra loro chi sinora fu così a torto proscritto, ma non sentir pienamente quanto sia degno ed onorato l'atto che li ritorna alla esistenza, all'onore di cittadini, sarebbe imperdonabile ingiuria; chè i più avversi ed ostinati detrattori del popolo Romano non osarono mai dargli taccia di basso e poco generoso sentire. Nè tempo, nè servitù,nè traversie di fortuna, bastarono a cancellare quel suggello di generosità e di grandezza che gli fu impresso dall'antica sua virtù, ed è ancora allo straniero cagion di stupore e di meraviglia: tutto si può sperare da un tal popolo; e stare in dubbio, all'opposto, ch'egli non senta quanto sia bello il riparare l'ingiustizia e l'onorar la sventura, sarebbe, lo ripeto, fargli ingiuria, ch'egli è ben lungi dal meritare.
Questa giustizia che trova, come ogni atto virtuoso, il suo premio in se stessa, avrà poi altro prezioso guiderdone; la gratitudine, le benedizioni di chi n'è fatto segno. Quanto esse possano esser calde e vivaci, lo vediamo da ciò che accade in Toscana. I redattori del giornale di PisaL'Italia, uomini eletti, di nobil cuore, onore di quello Studio e d'Italia, come sa ognuno, e come appare dal loro giornale, hanno presa a difendere la causa degli Israeliti. Quelli di Livorno hanno tosto pubblicata una lettera, nella quale è il passo seguente:
«Voi ci chiamate fratelli! Questa parola varrebbe essa sola a cancellare la ricordanza di tanti secoli di umiliazioni e di dolori. Questo dolce e santo nome noi lo accettiamo colla coscienza di meritarlo, perchè noi pure intendiamo di cooperare al bene d'Italia nostra, che fu sempre in cima de' nostri pensieri; perchè ci sentiamo nell'anima fratelli a quanti per essa patirono, a quanti s'allegrano all'idea del suo prossimo risorgimento, a quanti son pronti sagrificare per lei gli agi, le sostanze e la vita.»
Queste semplici parole, quando le lessi, mi penetrarono il cuore, mi commossero profondamente; tanto è l'affetto, tanta è l'effusione di sincerità che da esse traluce: e pensai fra me stesso, quali nobili e preziose soddisfazioni rifiutano e sprecano gli uomini coll'amara e superba pazzia dell'intolleranza e delle persecuzioni!E qual fonte di gioje, di felicità, di profitti scambievoli, potrebbero all'opposto trovare nel rispetto de' diritti di tutti, nell'onorarsi ed amarsi gli uni cogli altri; come c'insegna quel Codice che più di tutti mostra la via per la quale abbia l'uomo a cercare la sua vera e stabile felicità!
Ma se questa via, la civiltà cristiana l'aveva in parte smarrita; se, purtroppo! in molte parti ed in molti casi, professando una dottrina in parole, la rinnegavano nei fatti; e chiudendo gli occhi all'eterno sole della giustizia e della verità, concludeva invece ed operava a norma dell'errore e dell'iniquità: ora Iddio, pietoso delle sue creature, ci ha mandato chi ci rimetta sul buon cammino, e ci sia guida e sostegno onde non ismarrirlo per l'avvenire.
I primi operai dell'Evangelio conquistarono il mondo colla mansuetudine, colla giustizia e col sacrificio: coll'armi medesime l'ha conquistato Pio IX. Egli ha conosciuto quali siano le vere ed inconcusse basi sulle quali si fonda quella religione ond'egli è Capo e difensore in Terra; e conoscendo del pari, quali cagioni le avessero smosse, ponendo l'edificio in puntelli, spegnendo nel cuor degli uomini l'affetto, il desiderio di tutelarlo e sorreggerlo, ha saputo scoprire la vera radice del male e mettervi risolutamente la scure: e quali effetti egli abbia ottenuto, lo vediam tutti; lo vede il mondo, che attonito e riverente assiste al grande spettacolo d'una trasmutazione sospirata tanto e così poco sperata, eseguita senza violenza, senza sangue, senza una lagrima; ed anzi col bene, col profitto di tutti, coi soli istrumenti e le sole potenze della giustizia, della mansuetudine e della carità.
Questa trasmutazione si sta operando al tempo stesso nel mondo materiale e nell'intelligenza del mondo soprannaturale; e quella virtù che opera beneficamente sul primo,agisce per propagata potenza anche sulla seconda. Se la legge cristiana ammonisce gli uomini che il loro passaggio sulla terra è tempo di prova, e preparamento ad un futuro migliore, e perciò soltanto epoca di transizione; offre però nello stesso tempo la formula, per dir così, del maggior bene e della minore infelicità possibile in questo loro passaggio. Nè porge i precetti che frenano e dirigono i loro intelletti ed i loro cuori, quali capricciose prove imposte all'uomo nella sola considerazione della vita futura, de' gastighi da evitarsi o de' premj da conseguirsi; ma insieme li presenta come una manifestazione delle condizioni necessarie all'uomo onde viva meno infelice; come tesoro di sapienza offerto innanzi tratto all'umana specie; come un'anticipazione sull'esperienza: e gli uomini trovano ne' semplici ed angusti precetti dell'Evangelio un insieme di leggi morali, che, accettate quali fondamenti delle sociali e delle politiche, li condurrebbero a tutta quella libertà e quell'eguaglianza che può ottenersi onestamente e ragionevolmente nell'umana società: leggi che applicate alla pratica rendono gli uomini giusti, mansueti, generosi, amorevoli scambievolmente: gli impediscono perciò d'opprimersi a vicenda, e d'accrescere per opera e volontà loro quella misura d'infelicità e di miserie, delle quali Iddio per gli arcani suoi fini dispose sopportassero il triste retaggio.
Gli pone, per conseguenza, in quella condizione che porta con sè la minor dose d'infelicità, o la felicità maggiore che sia ottenibile sulla terra.
Quindi ne seguì sempre, e sempre ne seguirà l'effetto, che più la legge evangelica sarà applicata ed osservata, più sarà generale la giustizia, la carità, la vera libertà fra gli uomini; i quali, per conseguenza, più si troveranno felici, e più saranno devoti ed amanti di quella legge che è per loro origine di tanti beni: e questobello e fortunato ordine del mondo materiale, sarà come un allettamento, un'introduzione al mondo soprannaturale, alle idee che lo dominano e lo dirigono. In altre parole, i benefici effetti dei precetti evangelici, essendo fonte di bene e di felicità terrena, saranno argomento agli uomini della loro divina origine; la civiltà sarà prova, sostegno ed allettamento alla Religione. Mentre invece, ove la Religione si faccia setta ed istrumento politico, pretesto o coperchio d'oppressioni e d'ingiustizie, nemica della civiltà; verrà rigettata dalle moltitudini, che da' suoi mali effetti trarranno argomento per negarle un'origine divina.
In questa forma stabiliva Iddio le cose di quaggiù; e nella forma medesima fonda e stabilisce Pio IX il rinnovato e ricco edificio del quale si è fatto architetto.
Suo primo ufficio, come Pontefice e Vicario di Gesù Cristo, è certamente l'aver cura alla fede ed alla religione, procurarne il trionfo, raffermare chi crede, confortar chi vacilla, persuadere chi non crede.
E quali modi ha egli giudicato opportuni all'adempimento dell'augusto suo ufficio? Quelli che accennavamo dianzi, tenuti da Gesù Cristo; i soli giusti e razionali, perchè i soli veramente atti ad ottenere lo scopo, i soli profittevoli all'umanità.
Pio IX, col rinnovare ordini e leggi, col ristabilire diritti conculcati, coll'introdurre riforme utili e spontanee, s'è mostrato giusto e stretto osservatore di quel precetto evangelico, che rende il debole e l'infimo rispettabile al grande, al potente; che difende il derelitto dalla violenza del forte, collo scudo della fede e della carità: e i deboli e i derelitti hanno benedetta quella fede che prima maledivano.
Pio IX, coll'obblio del passato, coll'amnistia, s'è mostrato misericordioso e religioso seguace del precettoche impone di concedere perdono, perchè tutti ci troveremo all'occasione di doverlo un giorno implorare. E quelli che rivedevan la famiglia e la patria, hanno benedetta la religione del perdono.
Pio IX, coll'aprire le braccia a tutti gli afflitti, coll'accogliere le loro preghiere, ascoltarne i lamenti, tergerne le lacrime; col ripetere quelle divine parole: «Venite a me voi tutti che siete nell'afflizione, ed io vi consolerò;» segui il grande esempio del Redentore; fa modello e vero ritratto di quella carità che è il compendio di tutta la legge, e ne forma il massimo de' precetti: e tutti i consolati hanno detto:—Questa è veramente religione divina.
Eppure tutto ciò non versava se non sovra interessi terreni, miglioramenti sociali, sovra mutazioni negli ordini dello Stato; tutto ciò non era se non cura e rimedio di mali che affliggevano il mondo materiale: non s'è udito che nel morale egli abbia promossa mutazione veruna, ch'esso abbia desiderate o prescritte maggiori pratiche nel culto, nuovi o più frequenti atti di religione: egli non ha moltiplicate cerimonie, non ha spedito predicatori o missionarj, non ha suscitato apologisti, non ha ordinato si pubblicassero nuovi libri a difesa della Cattolica fede.
Ma egli ha fatto assai meglio, ed assai più. Egli ha saputo renderla amabile, desiderabile agli uomini: ha saputo mostrarla all'opera, e far vedere quanto sia utile, quanto sia benefica ne' suoi effetti: ha saputo rendere evidente la calunnia di chi la diceva nemica al viver civile; nemica a quella onesta ed ordinata libertà, a quella giusta eguaglianza de' dritti sociali, che è invece il più distinto carattere dell'Evangelio. Ha provato che il più religioso, veramente religioso, de' Pontefici, è necessariamente ad un tempo l'ottimo de' Principi.
E perchè tutto ciò? Perchè Pio IX non è l'uomo del partito, ma è l'uomo di Dio.
Ecco la spiegazione e la chiave de' suoi trionfi; della sua immensa potenza morale, della venerazione che ispira, della sottomissione che trova in tutte le volontà, dell'ardente amore di che è fatto segno: ecco perchè in tutto il mondo il suo nome è la speranza de' deboli e degli afflitti, e l'invocazione di tutti gli oppressi, e suona come l'annuncio di tempi migliori, di giustizia e di rigenerazione. Ecco perchè a Pietroburgo, a Vienna, come a Londra e Parigi, l'inno di Pio IX è cantato e udito con passione ed applauso, quasi canto nazionale; ed anzi più che se fosse canto nazionale: poichè è tenuto qual culto reso ad un principio che tutti produce e domina quanti sono al mondo principj utili e grandi; che è la base inconcussa, il germe fecondo del bene non d'una nazione ma di tutti i popoli, dell'intera civiltà cristiana: il principio che prostra infrante le armi caduche della violenza; ed altre ne pone, sante ed immortali, nelle mani della giustizia, del diritto e della vera libertà, affrettandone il trionfo e la nuova e generale ristaurazione.[5]
Perchè Pio IX non è l'uomo del partito ma l'uomo di Dio, s'è sparso fra tutti i popoli quel fremito che sorgeall'appressarsi delle grandi manifestazioni della potenza divina, e scoppiato quel concorde grido di lodi e d'allegrezza, che nessuna umana forza, nessun concerto, nessun'arte potrebbe produrre, e che s'alza spontaneo quando tutte le menti sono ad un tratto colpite dall'istesso pensiero, vedono la medesima verità, quando tutti i cuori provano l'effetto medesimo. Popoli diversi di lingua, di clima, di costumi, di leggi, di fede, hanno avuto un solo ed identico affetto; hanno concordi alzato il grido, per proclamar Pio IX il restauratore del senso religioso: l'uomo della civiltà, l'uomo da tanto tempo aspettato e sospirato sull'alto seggio che rimaneva vedovo e deserto; l'uomo che soddisfacesse all'intimo senso delle nazioni, dell'opinioni, de' culti tutti del globo; che innalzando la fiaccola della fede, gli ammonisse al tempo stesso a spegner gli odj, conciliar gl'interessi, transigere sin all'ultimo limite ove lo concede una sincera ed illibata coscienza; a tollerarsi a vicenda gli uni e gli altri, come ci tollera quel Dio che muove il sole e ne dona calore ed il raggio ugualmente a tutti gli uomini; ad amarsi come debbono i figli d'uno stesso padre avviati al medesimo viaggio, e ad una meta comune. Non son forse questi i cardini su cui stanno inconcussi que' principj che tutelano e colleganotutti i popoli? Perciò tutti i popoli si son volti a Pio IX, tutte le menti l'hanno proclamato arbitro della civiltà, tutti i cuori l'hanno benedetto.
La più dichiarata nemica del papato, l'Inghilterra, ha reso omaggio all'uomo di Dio, nel più augusto de' consessi, per bocca degli uomini di Stato, che ne sono guide e moderatori. Le loro nobili ed elevate intelligenze si sono commosse all'apparire di quella inaspettata luce sul Vaticano. Si sono volte amiche e riverenti per benedirla e avvicinarsele. Un nuovo senso, per dir così, di pudore si desta ne' Protestanti per le ostilità dirette contro i Cattolici. La coscienza pubblica rifugge spontanea dal contristare ed affliggere, mentre Pio IX benefica e consola. Il principio cattolico è riabilitato: l'antico gridoNo Poperysuona come un anacronismo.[6]
Io non dico per questo che sia prossima o certa la fusione de' due principj, cattolico e protestante; ma dico e tengo per certo, che Pio IX ha abbattuto il maggiore ostacolo che le si opponesse; e, se non altro, ha coi suoi atti e col suo esempio insegnata la mansuetudine e la tolleranza, ha disarmata la persecuzione del suo flagello, e l'ha costretta almeno a vergognarsene.
In Germania, in Francia, sotto forme diverse, conseguenti alle diverse condizioni ed ai varj caratteri nazionali, succedono analoghi effetti: ed il principio cattolico, immedesimato, grazie a Pio IX, colla giustizia e la carità nella sua applicazione al mondo materiale, immedesimato colla tolleranza rispetto al mondo morale, si presenta sotto una nuova luce, purgato delle antiche macchie,assolto dalle vecchie accuse e da lunghi sospetti. Potrà ben darsi che non sia accettato, che la sua fede non venga accolta; ma non potrà oramai eccitare odio o disprezzo, e dovrà essere invece oggetto di rispetto e d'amore, come lo è già infatti nell'augusto suo Capo.
E tuttociò (non possiamo abbastanza ripeterlo) perchè Pio IX non è l'uomo del partito, ma l'uomo del cuor retto, l'uomo di Dio.
E perchè accadeva, pel passato, tutto all'opposto?—Perchè non uomini di Dio, ma del partito, eran coloro che per tanti anni vollero persuadere al mondo, che essi non avevano altri pensieri, altri interessi se non quelli della Religione, del Cattolicismo; anzi erano esso e loro una cosa medesima: inganno così mirabilmente smascherato, e reso palpabile ora ai meno veggenti. Inganno che, appena palesato e fatto noto agli uomini, dovea cadere; come cadde, divenendo inutile e deriso istrumento. Inganno che, tratto a forza dalle sue tenebre, ed esposto al vivo raggio della stella che splende sul Vaticano, giacque sotto il tremendo confronto, e divenne chiaro e patente argomento di verità; apparendo aperto e chiaro chi veramente e sinceramente sia nuncio della parola Evangelica, e chi ne faccia invece sacrilego strumento d'insaziabilità, di violenze e d'ambizione.
Ma l'insistere su queste verità è oramai, la Dio grazia, opera superflua; mentre le loro logiche e pratiche applicazioni appaiono, più o meno, dappertutto in via di venire adottate.
Quel Pontefice che, nel porre rimedio ai mali del suo popolo, aveva mostrata tanta sete di giustizia, tanto ardore di carità, non poteva non commuoversi delle miserie degli Israeliti; che son pure anch'essi suoi figli, che quantunque divisi di fede e di culto, sentono il desiderio, il bisogno di cercare in esso un padre; che in lui già lo trovarono,e piegano ad esso riverenti se non sinora le intelligenze, certo gli affetti e le volontà.
Egli fece per essi assai, poichè stabilì giusta in principio la loro assimilazione agli altri cittadini, con quell'autorità che è certo la più competente in tal materia, di quante sieno autorità al mondo; che invocata a torto, e male usata dall'ignoranza, dallo spirito di setta, dalle passioni, dall'intolleranza, s'è ora sciolta da così turpe sodalità.
Ed il primo passo mosso da Pio IX per guidare gli Israeliti ad una completa emancipazione, sarebbe già forse stato seguito da un secondo e da molti altri, s'egli avesse trovato più unanime il consenso dell'universale nell'accogliere questo grande atto di giustizia, e nell'applicarlo alla pratica colla cooperazione pronta e spontanea di tutti gli individui e di tutti i ceti.
Ma, siccome al dissodarsi delle terre lasciate da lungo tempo incolte e selvagge, danno minor impaccio i fusti delle piante sorgenti sulla superficie del suolo, che non le loro radici, e quelle innumerabili e tenui barbe che serpono e si perdono nelle viscere della terra, e che non si giunge a sterpare se non con lunga e perdurante fatica; così avviene che, nella società umana, potenti e benefici riformatori ebbero più di tutto a travagliarsi in ogni tempo intorno i pregiudizi plebei, diramati nelle moltitudini dalla malizia e dalla ignoranza; e dovettero spesso arrestare o sospendere il loro generoso corso a fronte di questo ignobile ostacolo.
A torlo di mezzo, e sgombrare così al gran Pontefice la via, molti si adoprarono e s'adoprano volenterosi in molti punti d'Italia. È da desiderarsi che il loro esempio venga imitato, e che più di tutto si lavori a vincere i pregiudizj che ancor rimangono fra il volgo (ed il volgo, persuadiamocene, è composto talvolta di signori e diricchi, quanto di poveri e popolani), mostrando loro, che la causa della Rigenerazione Israelitica è strettamente unita con quella della Rigenerazione Italiana; perchè la giustizia è una sola, ed è la medesima per tutti; ed è forte ed invincibile soltanto quando è imparzialmente domandata a chi ci sta sopra ed è più potente di noi, come imparzialmente fatta a chi si trova nella nostra dipendenza.
Il concorde ed alto grido messo dall'opinion pubblica in Italia onde chiedere Riforme, e domandare ai Principi che franchi si mettessero alla testa della Nazione e la guidassero all'indipendenza ed alla libertà, fu ascoltato perchè potente, e potente perchè sommamente giusto. Ma se negheremo agli altri quella giustizia che per noi stessi invochiamo, questa potenza verrà indebolita, quel santo grido di rigenerazione non suonerà verità, giustizia per tutti; ma privilegio, egoismo e privato interesse: e verrà per noi rinnovato il fatto della parabola del Vangelo, di quel servo che implorò ed ottenne dal suo signore tempo ed agio a pagare la grossa moneta di che gli era debitore, ed uscito dalla sua presenza ed incontrato quel suo compagno che di piccola cosa l'aveva a soddisfare, l'afferrò pel collo, e gli negava ogni compassione.
Esser giusti, imparzialmente, rigorosamente giusti, è il miglior modo onde esser potenti; perchè gli uomini senza volerlo e saperlo talvolta rendono culto alla giustizia, e ne rispettano i decreti: ed anco tra i violenti e gli iniqui, non v'è cuore tanto in se stesso sicuro che non vacilli al cospetto della giustizia, quando si appalesa per opera delle moltitudini piena, luminosa, irrecusabile; ed appare, qual è veramente, emanazione divina, e certa manifestazione della volontà dell'Onnipotente.
Ognuno di noi, dunque, tenda la mano ai nostri fratelli Israeliti: li ristori de' dolori, de' danni, degl'ingiustischemi che fecero loro soffrire non dirò i Cristiani (chè un tal nome non si conviene a chi rinnega o falsa il sommo tra precetti di Cristo, la Carità), ma coloro che avevano, e, pel fatto delle riferite persecuzioni, non meritavano il titolo di Cristiani.
Io, per la mia parte, in ammenda del passato, in pegno dell'avvenire, non ho altro da offrire agli Israeliti se non queste povere pagine, ed il buon volere. Accettino il tenue dono con quel cuore medesimo con che vien loro dato: e se a quest'atto, ch'io tengo stretto adempimento d'un dovere di giustizia, volessero essi attribuire pregio maggiore e farlo degno di guiderdone, scordino il passato, e tengano me e tutti gli uomini della mia fede, come noi terremo loro, in conto di fratelli; e sarà questo il più accetto ed onorato di quanti premj io potessi immaginare o desiderare.
FINE.
NOTE.[1]Diritto accordato agli Israeliti di non dover esser soggetti ad aumenti di pigione.[2]Durante il tumulto avvenuto in Firenze all'occasione de' birri, sul finir d'ottobre, il cav. Basevi, israelita, capitano della Civica, si trovò avere il comando d'un posto, ebbe a dar ordini, prender disposizioni, e si portò, a detta di tutti, con prudenza e vigore. Egli, parlandomi di questo fatto, mi diceva: Se io ho potuto far nulla di buono, è stato perchè mi vedevo secondato, non incontravo visi e sguardi di disprezzo,non mi sentivo sulla spalle l'anatema dell'Ebreo!—Qual dolorosa verità, e qual giusto ed amaro rimprovero sta scolpito in queste parole![3]L'autore delChassidim, vivente circa il 1200 in Francia, dichiara peccatore chi, nel salutare il non Israelita, gli dice sottovoce villania, che l'altro suppone parole amorevoli.[4]Ciò appare dagli atti dell'assemblea degli Israeliti di Francia, e del regno d'Italia, convocata in Parigi da Napoleone con decreto del 30 maggio 1806.[5]In una delle ultime Sedute della Camera dei Pari, una voce rispettata proclamava Roma centro della libertà: e non intendeva certo parlare di quella del 93. E qui accade l'osservare, che molti i quali amano e vorrebbero veder rinnovati gli antichi sistemi perchè facevan loro pro, rappresentano il grido e l'Inno di Pio IX quale istrumento di sedizione o rivoluzione. Sappiano costoro, come sa l'intera Europa, e sanno coloro che non hanno interesse a chiuder gli occhi al vero, che quel grido o quell'Inno invocano non il disordine ma la sua fine; invocano giustizia, perchè il nome del gran Pontefice n'è divenuto sinonimo. E siccome v'è stato un tempo in Italia (e questo tempo non è, purtroppo, finito in ogni sua parte) nel quale il chieder ordine e giustizia, era delitto da punirsi colla prigione, col patibolo o colla mitraglia; i popoli hanno cercato modo di presentar la medesima domanda facendosi scudo col nome del Pontefice, il quale così s'è trovato scelto dagli afflitti quale rifugio e protettore: e certo nessuna scelta potea immaginarsi più gloriosa e degna del Vicario di Gesù Cristo. E sfido costoro a citare un sol caso nel quale il grido e l'Inno di Pio IX si siano fatti segnale di disordini, o rivoluzione violenta. Chi vuole il disordine e spinge alla rivoluzione, sono quelli i quali, temendo la luce che scuopre le opere loro, tentano persuadere al Pontefice che la via in che s'è messo, è dannosa alla fede ed alla religione: mentre invece il senso religioso intiepidito e quasi assiderato per l'addietro, perchè il Cattolicismo, fattosi setta politica, una cosa prometteva in parole, un'altra ne atteneva in fatti; perchè Cattolicismo voleva dire dipendenza dallo straniero, sperpero della cosa pubblica, commissioni speciali, giandarmi e spie; il senso religioso, dico, s'è ad un tratto riacceso, appunto perchè, grazie a Pio IX,Cattolicismo,Papato, vuol dire ora indipendenza al di fuori, ordine, giustizia, onesta libertà in casa. Quella setta che per trent'anni ha travagliata l'Italia, ha interesse a confondere i termini, le cause, gli effetti; spezzar quel nuovo e santo vincolo che lega insieme popoli e principi; e dopo avere eccitato disordini, e tentate trame di violenza, visti falliti i primi disegni, ne tenta ora de' nuovi più coperti, e vieppiù pericolosi; ed è dovere di tutti gridare all'erta e mettersi in guardia contro essa. Popoli e Principi ne sono minacciati egualmente. La loro concordia, sola tavola di salute all'Italia, potrebbe venir meno; ed in Roma è maggiore il pericolo, perchè in Roma, come in luogo ove sta il palladio delle sorti italiane, più lavora e fa ogni suo potere tentando stillare nel santo ed illibato cuore di Pio il sospetto più atto a turbarlo: quello (non so saziarmi di ripeterlo) che il liberalismo italiano abbia mire avverse alla Religione.Ma egualmente ripeto, e non dobbiamo stancarci di dichiararlo, quest'accusa è menzogna e pretta frode.Tra i liberali italiani, che sono non una setta, ma la moltitudine, come s'è veduto nelle dimostrazioni di Roma, Firenze, Genova e Torino, saranno uomini più o meno convinti in fatto di religione; e di tali se ne trovano non solo in ogni massa, ma in ogni ceto, e perfino nel clericale. Qualunque sia però la loro opinione personale, nessuno è avverso alla religione, e molto meno ha disegni ostili contr'essa; e si può dimostrarlo in modo che non ammette dubbio o sospetto. La moltitudine è composta di credenti, di vacillanti o indifferenti, e di non credenti: i primi per coscienza e convincimento sono amici e fautori della Religione; gli altri non le sono ostili, anzi la rispettano, e la promuovono, perchè la religione, il papato, il clericato (non parlo della setta che vuol farsi credere una cosa sola con loro) sono alleati, sono forza necessaria al trionfo della Causa Italiana; perchè si sono avveduti del grand'errore commesso pel passato coll'inimicarsi il Sacerdozio, e quella tanto numerosa e potente clientela che sta con lui.Perchè conoscono qual immensa potenza aggiunga all'Italia il pontificato, e l'autorità del suo grado: e certo non occorre gran perspicacia per conoscere, verbigrazia, che se gli Austriaci non sono venuti avanti dopo l'occupazion di Ferrara, e se anzi l'hanno evacuata, ciò non è accaduto in virtù del campo di Forlì.Questi son motivi senza replica, perchè motivi d'interesse; si aggiungono poi, e si verranno aggiungendo sempre più, motivi di coscienza, d'affetto e di convincimento, quanto più i non credenti o i vacillanti si faranno sicuri che la Religione, il papato, è amico e protettore dell'indipendenza, dell'ordine, dell'onesta libertà; e non è per riporre nuovamente le sue forze a' servigi di quella setta che fu cagione si smarrissero tutti questi beni, e perciò rese odiosa agli uomini la Religione, che scambiaron con essa.Per essa, pe' suoi continui sforzi, per le sue frodi che non mai vengon meno, il Pontificato è posto a rischio di perdere la luminosa occasione che gli è posta innanzi; la Religione, di venir calunniata di nuovo come nemica all'indipendenza, alla libertà, e ad ogni viver civile. Ma la Provvidenza ha troppo chiaramente mostrato ch'essa vuol salva l'Italia; essa ci salverà dalle costoro frodi. Se tale non fosse il suo disegno, ci avrebbe essa dato Pio IX?[6]Queste linee furono scritte prima del fatto de' Collegi Irlandesi, e forse ora non sono più l'esatta espressione della verità. Non intendo entrare nella discussione dei respettivi diritti; e mi contento d'esprimere il voto, senza dubbio egualmente sentito dagli uomini illuminati ed imparziali d'ambedue le nazioni, che queste differenze abbiano una saggia ed amichevole soluzione.
[1]Diritto accordato agli Israeliti di non dover esser soggetti ad aumenti di pigione.
[1]Diritto accordato agli Israeliti di non dover esser soggetti ad aumenti di pigione.
[2]Durante il tumulto avvenuto in Firenze all'occasione de' birri, sul finir d'ottobre, il cav. Basevi, israelita, capitano della Civica, si trovò avere il comando d'un posto, ebbe a dar ordini, prender disposizioni, e si portò, a detta di tutti, con prudenza e vigore. Egli, parlandomi di questo fatto, mi diceva: Se io ho potuto far nulla di buono, è stato perchè mi vedevo secondato, non incontravo visi e sguardi di disprezzo,non mi sentivo sulla spalle l'anatema dell'Ebreo!—Qual dolorosa verità, e qual giusto ed amaro rimprovero sta scolpito in queste parole!
[2]Durante il tumulto avvenuto in Firenze all'occasione de' birri, sul finir d'ottobre, il cav. Basevi, israelita, capitano della Civica, si trovò avere il comando d'un posto, ebbe a dar ordini, prender disposizioni, e si portò, a detta di tutti, con prudenza e vigore. Egli, parlandomi di questo fatto, mi diceva: Se io ho potuto far nulla di buono, è stato perchè mi vedevo secondato, non incontravo visi e sguardi di disprezzo,non mi sentivo sulla spalle l'anatema dell'Ebreo!—Qual dolorosa verità, e qual giusto ed amaro rimprovero sta scolpito in queste parole!
[3]L'autore delChassidim, vivente circa il 1200 in Francia, dichiara peccatore chi, nel salutare il non Israelita, gli dice sottovoce villania, che l'altro suppone parole amorevoli.
[3]L'autore delChassidim, vivente circa il 1200 in Francia, dichiara peccatore chi, nel salutare il non Israelita, gli dice sottovoce villania, che l'altro suppone parole amorevoli.
[4]Ciò appare dagli atti dell'assemblea degli Israeliti di Francia, e del regno d'Italia, convocata in Parigi da Napoleone con decreto del 30 maggio 1806.
[4]Ciò appare dagli atti dell'assemblea degli Israeliti di Francia, e del regno d'Italia, convocata in Parigi da Napoleone con decreto del 30 maggio 1806.
[5]In una delle ultime Sedute della Camera dei Pari, una voce rispettata proclamava Roma centro della libertà: e non intendeva certo parlare di quella del 93. E qui accade l'osservare, che molti i quali amano e vorrebbero veder rinnovati gli antichi sistemi perchè facevan loro pro, rappresentano il grido e l'Inno di Pio IX quale istrumento di sedizione o rivoluzione. Sappiano costoro, come sa l'intera Europa, e sanno coloro che non hanno interesse a chiuder gli occhi al vero, che quel grido o quell'Inno invocano non il disordine ma la sua fine; invocano giustizia, perchè il nome del gran Pontefice n'è divenuto sinonimo. E siccome v'è stato un tempo in Italia (e questo tempo non è, purtroppo, finito in ogni sua parte) nel quale il chieder ordine e giustizia, era delitto da punirsi colla prigione, col patibolo o colla mitraglia; i popoli hanno cercato modo di presentar la medesima domanda facendosi scudo col nome del Pontefice, il quale così s'è trovato scelto dagli afflitti quale rifugio e protettore: e certo nessuna scelta potea immaginarsi più gloriosa e degna del Vicario di Gesù Cristo. E sfido costoro a citare un sol caso nel quale il grido e l'Inno di Pio IX si siano fatti segnale di disordini, o rivoluzione violenta. Chi vuole il disordine e spinge alla rivoluzione, sono quelli i quali, temendo la luce che scuopre le opere loro, tentano persuadere al Pontefice che la via in che s'è messo, è dannosa alla fede ed alla religione: mentre invece il senso religioso intiepidito e quasi assiderato per l'addietro, perchè il Cattolicismo, fattosi setta politica, una cosa prometteva in parole, un'altra ne atteneva in fatti; perchè Cattolicismo voleva dire dipendenza dallo straniero, sperpero della cosa pubblica, commissioni speciali, giandarmi e spie; il senso religioso, dico, s'è ad un tratto riacceso, appunto perchè, grazie a Pio IX,Cattolicismo,Papato, vuol dire ora indipendenza al di fuori, ordine, giustizia, onesta libertà in casa. Quella setta che per trent'anni ha travagliata l'Italia, ha interesse a confondere i termini, le cause, gli effetti; spezzar quel nuovo e santo vincolo che lega insieme popoli e principi; e dopo avere eccitato disordini, e tentate trame di violenza, visti falliti i primi disegni, ne tenta ora de' nuovi più coperti, e vieppiù pericolosi; ed è dovere di tutti gridare all'erta e mettersi in guardia contro essa. Popoli e Principi ne sono minacciati egualmente. La loro concordia, sola tavola di salute all'Italia, potrebbe venir meno; ed in Roma è maggiore il pericolo, perchè in Roma, come in luogo ove sta il palladio delle sorti italiane, più lavora e fa ogni suo potere tentando stillare nel santo ed illibato cuore di Pio il sospetto più atto a turbarlo: quello (non so saziarmi di ripeterlo) che il liberalismo italiano abbia mire avverse alla Religione.Ma egualmente ripeto, e non dobbiamo stancarci di dichiararlo, quest'accusa è menzogna e pretta frode.Tra i liberali italiani, che sono non una setta, ma la moltitudine, come s'è veduto nelle dimostrazioni di Roma, Firenze, Genova e Torino, saranno uomini più o meno convinti in fatto di religione; e di tali se ne trovano non solo in ogni massa, ma in ogni ceto, e perfino nel clericale. Qualunque sia però la loro opinione personale, nessuno è avverso alla religione, e molto meno ha disegni ostili contr'essa; e si può dimostrarlo in modo che non ammette dubbio o sospetto. La moltitudine è composta di credenti, di vacillanti o indifferenti, e di non credenti: i primi per coscienza e convincimento sono amici e fautori della Religione; gli altri non le sono ostili, anzi la rispettano, e la promuovono, perchè la religione, il papato, il clericato (non parlo della setta che vuol farsi credere una cosa sola con loro) sono alleati, sono forza necessaria al trionfo della Causa Italiana; perchè si sono avveduti del grand'errore commesso pel passato coll'inimicarsi il Sacerdozio, e quella tanto numerosa e potente clientela che sta con lui.Perchè conoscono qual immensa potenza aggiunga all'Italia il pontificato, e l'autorità del suo grado: e certo non occorre gran perspicacia per conoscere, verbigrazia, che se gli Austriaci non sono venuti avanti dopo l'occupazion di Ferrara, e se anzi l'hanno evacuata, ciò non è accaduto in virtù del campo di Forlì.Questi son motivi senza replica, perchè motivi d'interesse; si aggiungono poi, e si verranno aggiungendo sempre più, motivi di coscienza, d'affetto e di convincimento, quanto più i non credenti o i vacillanti si faranno sicuri che la Religione, il papato, è amico e protettore dell'indipendenza, dell'ordine, dell'onesta libertà; e non è per riporre nuovamente le sue forze a' servigi di quella setta che fu cagione si smarrissero tutti questi beni, e perciò rese odiosa agli uomini la Religione, che scambiaron con essa.Per essa, pe' suoi continui sforzi, per le sue frodi che non mai vengon meno, il Pontificato è posto a rischio di perdere la luminosa occasione che gli è posta innanzi; la Religione, di venir calunniata di nuovo come nemica all'indipendenza, alla libertà, e ad ogni viver civile. Ma la Provvidenza ha troppo chiaramente mostrato ch'essa vuol salva l'Italia; essa ci salverà dalle costoro frodi. Se tale non fosse il suo disegno, ci avrebbe essa dato Pio IX?
[5]In una delle ultime Sedute della Camera dei Pari, una voce rispettata proclamava Roma centro della libertà: e non intendeva certo parlare di quella del 93. E qui accade l'osservare, che molti i quali amano e vorrebbero veder rinnovati gli antichi sistemi perchè facevan loro pro, rappresentano il grido e l'Inno di Pio IX quale istrumento di sedizione o rivoluzione. Sappiano costoro, come sa l'intera Europa, e sanno coloro che non hanno interesse a chiuder gli occhi al vero, che quel grido o quell'Inno invocano non il disordine ma la sua fine; invocano giustizia, perchè il nome del gran Pontefice n'è divenuto sinonimo. E siccome v'è stato un tempo in Italia (e questo tempo non è, purtroppo, finito in ogni sua parte) nel quale il chieder ordine e giustizia, era delitto da punirsi colla prigione, col patibolo o colla mitraglia; i popoli hanno cercato modo di presentar la medesima domanda facendosi scudo col nome del Pontefice, il quale così s'è trovato scelto dagli afflitti quale rifugio e protettore: e certo nessuna scelta potea immaginarsi più gloriosa e degna del Vicario di Gesù Cristo. E sfido costoro a citare un sol caso nel quale il grido e l'Inno di Pio IX si siano fatti segnale di disordini, o rivoluzione violenta. Chi vuole il disordine e spinge alla rivoluzione, sono quelli i quali, temendo la luce che scuopre le opere loro, tentano persuadere al Pontefice che la via in che s'è messo, è dannosa alla fede ed alla religione: mentre invece il senso religioso intiepidito e quasi assiderato per l'addietro, perchè il Cattolicismo, fattosi setta politica, una cosa prometteva in parole, un'altra ne atteneva in fatti; perchè Cattolicismo voleva dire dipendenza dallo straniero, sperpero della cosa pubblica, commissioni speciali, giandarmi e spie; il senso religioso, dico, s'è ad un tratto riacceso, appunto perchè, grazie a Pio IX,Cattolicismo,Papato, vuol dire ora indipendenza al di fuori, ordine, giustizia, onesta libertà in casa. Quella setta che per trent'anni ha travagliata l'Italia, ha interesse a confondere i termini, le cause, gli effetti; spezzar quel nuovo e santo vincolo che lega insieme popoli e principi; e dopo avere eccitato disordini, e tentate trame di violenza, visti falliti i primi disegni, ne tenta ora de' nuovi più coperti, e vieppiù pericolosi; ed è dovere di tutti gridare all'erta e mettersi in guardia contro essa. Popoli e Principi ne sono minacciati egualmente. La loro concordia, sola tavola di salute all'Italia, potrebbe venir meno; ed in Roma è maggiore il pericolo, perchè in Roma, come in luogo ove sta il palladio delle sorti italiane, più lavora e fa ogni suo potere tentando stillare nel santo ed illibato cuore di Pio il sospetto più atto a turbarlo: quello (non so saziarmi di ripeterlo) che il liberalismo italiano abbia mire avverse alla Religione.
Ma egualmente ripeto, e non dobbiamo stancarci di dichiararlo, quest'accusa è menzogna e pretta frode.
Tra i liberali italiani, che sono non una setta, ma la moltitudine, come s'è veduto nelle dimostrazioni di Roma, Firenze, Genova e Torino, saranno uomini più o meno convinti in fatto di religione; e di tali se ne trovano non solo in ogni massa, ma in ogni ceto, e perfino nel clericale. Qualunque sia però la loro opinione personale, nessuno è avverso alla religione, e molto meno ha disegni ostili contr'essa; e si può dimostrarlo in modo che non ammette dubbio o sospetto. La moltitudine è composta di credenti, di vacillanti o indifferenti, e di non credenti: i primi per coscienza e convincimento sono amici e fautori della Religione; gli altri non le sono ostili, anzi la rispettano, e la promuovono, perchè la religione, il papato, il clericato (non parlo della setta che vuol farsi credere una cosa sola con loro) sono alleati, sono forza necessaria al trionfo della Causa Italiana; perchè si sono avveduti del grand'errore commesso pel passato coll'inimicarsi il Sacerdozio, e quella tanto numerosa e potente clientela che sta con lui.
Perchè conoscono qual immensa potenza aggiunga all'Italia il pontificato, e l'autorità del suo grado: e certo non occorre gran perspicacia per conoscere, verbigrazia, che se gli Austriaci non sono venuti avanti dopo l'occupazion di Ferrara, e se anzi l'hanno evacuata, ciò non è accaduto in virtù del campo di Forlì.
Questi son motivi senza replica, perchè motivi d'interesse; si aggiungono poi, e si verranno aggiungendo sempre più, motivi di coscienza, d'affetto e di convincimento, quanto più i non credenti o i vacillanti si faranno sicuri che la Religione, il papato, è amico e protettore dell'indipendenza, dell'ordine, dell'onesta libertà; e non è per riporre nuovamente le sue forze a' servigi di quella setta che fu cagione si smarrissero tutti questi beni, e perciò rese odiosa agli uomini la Religione, che scambiaron con essa.
Per essa, pe' suoi continui sforzi, per le sue frodi che non mai vengon meno, il Pontificato è posto a rischio di perdere la luminosa occasione che gli è posta innanzi; la Religione, di venir calunniata di nuovo come nemica all'indipendenza, alla libertà, e ad ogni viver civile. Ma la Provvidenza ha troppo chiaramente mostrato ch'essa vuol salva l'Italia; essa ci salverà dalle costoro frodi. Se tale non fosse il suo disegno, ci avrebbe essa dato Pio IX?
[6]Queste linee furono scritte prima del fatto de' Collegi Irlandesi, e forse ora non sono più l'esatta espressione della verità. Non intendo entrare nella discussione dei respettivi diritti; e mi contento d'esprimere il voto, senza dubbio egualmente sentito dagli uomini illuminati ed imparziali d'ambedue le nazioni, che queste differenze abbiano una saggia ed amichevole soluzione.
[6]Queste linee furono scritte prima del fatto de' Collegi Irlandesi, e forse ora non sono più l'esatta espressione della verità. Non intendo entrare nella discussione dei respettivi diritti; e mi contento d'esprimere il voto, senza dubbio egualmente sentito dagli uomini illuminati ed imparziali d'ambedue le nazioni, che queste differenze abbiano una saggia ed amichevole soluzione.
Recente Pubblicazione.PROPOSTA D'UN PROGRAMMAPERL'OPINIONE NAZIONALEITALIANA:DIMASSIMO D'AZEGLIO.Un Volumetto. Una Lira Italiana.Sotto il Torchio.DELLE NUOVESPERANZE D'ITALIA,PRESENTIMENTIDA UN'OPERADINICCOLÒ TOMMASÉO.Firenze. Gennaio 1848.
Recente Pubblicazione.
PROPOSTA D'UN PROGRAMMAPERL'OPINIONE NAZIONALEITALIANA:
DIMASSIMO D'AZEGLIO.
Un Volumetto. Una Lira Italiana.
Sotto il Torchio.
DELLE NUOVESPERANZE D'ITALIA,
PRESENTIMENTIDA UN'OPERADINICCOLÒ TOMMASÉO.
Firenze. Gennaio 1848.