CAPITOLO II.DELLE MARCIE, CONTRO MARCIE, RITIRATE.Se tutta l'arte di questa guerra, nel comparire consiste, sulla fronte, sui fianchi, edalle spalle del nemico, e quindi scomparire, nel farsi, ora sù d'una vetta, ora sull'altra inaspettatamente vedere, e nel tener sempre l'avversario a bada, molestato e confuso, ne avviene che le continue marcie, contro marcie, e ritirate debbono essere quelle, che finalmente, a quel condottiero daranno la causa vinta, che saprà con accortezza, velocità e prudenza, portarle ad effetto. Per mezzo di queste ben dirette operazioni, mentre gli eserciti Francesi giunsero fino a Gibilterra, le bande Spagnuole nel cuore della Francia penetrarono, ed alle stesse porte di Tolosa imponevano balzelli; e per tal modo a quelle colonne misero paura, che dovevansi per far loro la guerra, in Ispagna introdurre. Pel mezzo indicato, bruciando i villaggi, e devastando le campagne, portarono le bande nel 1810, 11, 12, nei dipartimenti dell'Audee dell'Arriege, lo scompiglio e spavento, e fecero lo stesso Napoleone, oltremodo sorprendere, tal che, al generale comandante in Catalogna, ordinava di porre in non cale tutte le altre operazioni, per vantaggiose che fossero, onde concertarsi col generale Reille, ed a lui unirsi con tutte le forze, per salvare l'integrità dell'impero, ed alla difesa del medesimo, prontamente accorrere. Per lo mezzo delle già dette operazioni, per ultimo, si mantennerole numerose bande, che per la liberazione della Spagna erano in armi, e nel loro intento, con somma lode, riescirono. Dovendo il condottiero stordire, turbare, ed atterrire il nemico, farsi credere forte, per quanto in numero è debole, l'apparenza delle sue forze con le marcie, e contro marcie moltiplicando, dovendo essergli vicino, quando è creduto lontano, e per l'opposto, lontano quando è creduto vicino, fà d'uopo per quest'effetto, che sia in attività continua, e che faccia la sua truppa velocemente camminare. Se il condottiero si trova per esempio nella posizione A, vicino alla posizione B occupata dal nemico, e che voglia quello sorprendere od inquietare, dovrà, con una rapida marcia, portarsi al punto C, che sarà il punto di congiunzione dei due lati di un angolo acuto, e con una contro marcia veloce, al punto B, cadere addosso all'avversario, che tranquillo se ne starà in riposo, credendolo al punto C. Serva questa dimostrazione pel metodo da tenersi, in generale, nelle operazioni di questa guerra.Siccome le marcie de' volontarj sono un oggetto così essenziale, ci converrà, di passaggio, alcuni particolari a quelle concernenti, per minuto esaminare, sopra tutto, perchè in molti rispetti, dalle regolari differiscono. Osserveremoprimieramente, che ogni individuo deve portare un fiasco impagliato oppur di cuoio, pieno d'acqua, nella quale sia mescolata una quinta, o sesta parte d'aceto, affinchè possa dissetarsi senza bere acqua delle fonti, che nocevolissima si rende a chi nelle marcie ne beve. Ei non deve aver nulla nel suo equipaggio che possa incommodarlo o farlo nel cammino ritardare; unantiguardoonde perlustrare il paese, ed unretroguardo, per impedire che i volontarj s'arrestino, lascino deivacuinella colonna, predino nelle case, nei giardini, nelle vigne, etc., sono del tutto necessarii. Può il condottiero stare alla testa, al centro, od alla coda della banda, ciascuno degli uffiziali, alla testa delle rispettive porzioni di truppa da loro comandate. Debbono i fianchi essere da corridori estratti dalla banda cautamente esplorati. Le strade scoscese, ed aspre, saran le prescelte, perchè meno esposte, e meno all'inseguimento del nemico soggette. Puossi bensì nel piano, sù di molte colonne di fronte, marciare, locchè aumenta la rapidità dei movimenti, ma sui monti è necessario che quelle sieno al minor numero possibile ridotte. Le alture, le vette, le sommità, dalle quali si possa scoprire il nemico, senza essere veduto, onde siano coperti i nostri movimenti,esser debbono dal condottiero preferite, che dovrà parimenti evitare d'inoltrarsi nei burroni, negli stretti, nelle valli, dove possa essere veduto, e non vedere il nemico. Con aspri, ed inopinati attacchi, si può costringere l'avversario a movimenti circolari, a disposizioni d'attacco, e guadagnare un giorno di marcia, per allontanarsi da lui. Sono questi precetti per la riescita di qualunque marcia, contro marcia o ritirata, essenzialissimi. Ma non potrebbero mai queste, bene eseguirsi, ed avere un favorevole risultato, se i volontarj non si trovano essere ai nemici, che si debbono combattere, di gran lunga, nel camminare, migliori. Che gli italiani siano più agili, svelti e forti camminatori dei barbari, non v'ha certamente chi lo metta in dubbio! Epperciò, esser loro dovranno nelle marcie, infinitamente superiori. Parlando il Botta di una spedizione comandata dal colonnello Tarleton contro degli Americani, che riescì felicemente, così si spiega: «Malgrado della stanchezza degli uomini e dei cavalli, dei quali alcuni, per questa sola cagione, erano morti, e del calore della stagione, raddoppiò i passi, e tanto fù presta la mossa delle sue genti, che venne sopra il nemico in un luogo chiamato Wacsowes, trascorso avendo 105miglia in cinquanta quattr'ore.» Una simile marcia, essendo la truppa, spossata, deve molto rapida, certamente parere, ma se volgiamo l'occhio a quelle dei condottieri delle bande spagnuole, non ci stupiremo. E per non parlare di quelle del tempo della guerra dell'indipendenza, parecchie delle quali furono maravigliose, ci basti accennare fra le molte del generale Milans nell'ultima guerra della libertà in Ispagna, quella operata contro dei faziosi apostolici, l'anno 1822. Incaricato quell'ottimo condottiero di scortare un convoglio fino al castello di Hostalrich, col battaglione, e corpo de' lancieri, ambi composti di proscritti Italiani, che tanto in quella guerra s'illustrarono, e con alcuni distaccamenti spagnuoli; tosto, dopo del suo arrivo in Matarò, fatto consapevole che un numero di faziosi, di molto più forte della sua colonna, lo aspettava nelle vicinanze del suddetto castello, per rapirglielo di mano, egli lascia il convoglio a Matarò; parte con la sua truppa; si porta a San Celoni; viene in dietro per Hostalrich, cade, all'improvviso, addosso ai faziosi in Pineda, prendendogli a rovescio, ne fà un generale macello, e se ne ritorna di volo a prendere il convoglio, che nel castello senza opposizione, introduce. Questacontro marcia, in parte, notturna, di circa settanta miglia, per balze, dirupi, e cammini scoscesi, effettuata nel periodo di sole diciott'ore, salvò il convoglio, e sarà sempre, stupenda, e degna di grand'encomio pel generale che la ideò, e per la truppa, che la sostenne, da ognuno considerata. Non meno comandevole anzi di maggiore elogio, meritevole, si è la marcia pure dal generale Milans, alla testa d'un corpo d'Italiani, e Spagnuoli eseguita, che da Matarò, scortando un convoglio di muli carichi, passando per aspri cammini, e dirupi, si portò per marcie circolari, da Matarò fino a Vich, e percorse in vent'otto ore di marcia più di novanta miglia di seguito. Poscia i volontarj, digiuni, assetati, e sfiniti, dovettero, tosto giunti alla distanza di quattro miglia da quel paese, venire alle mani col nemico, ed allora duecento Italiani, e quattro cento Spagnuoli, sconfissero, e misero in piena rotta approssimativamente sei mila faziosi apostolici. Questa marcia straordinaria non meno, che il successivo combattimento, in che tanto risplende il valore Italiano, ci prova la loro attitudine in questo genere di guerra. E che non avremmo noi da aspettare, se tanto fecero in una terra straniera, quando per la patria, pegli amici, pei parenti, per la felicità deiloro compatrioti, a combattere intraprendessero? Tosto che le bande comincieranno a prendere incremento, e così dar ombra ai nemici, non v'ha dubbio che questi da Italiani esecrabili, ajutati, (i quali per agevolar loro la conoscenza del paese, infelicemente non mancheranno) formeran tosto il progetto di dar loro la caccia, come agli orsi, ed alle pantere, e disegneranno di rinchiudere tra le montagne, quelle bande che più saranno rinomate. E per ciò conseguire, essi riuniranno forti corpi di truppe, dalla periferia al centro, quel determinato territorio irradiando, onde non possano le bande avere favorevole probabilità di salvarsi dalle loro mani. Ma i condottieri, che conosceranno tanto il terreno, e del pari coloro da cui saranno incalzati, che non perderanno mai speranza, nè mai saranno di risorse dal proprio loro genio create, deficienti, divideranno, ad imitazione del celebre Mina, la loro truppa in piccole colonne mobili. Queste in tante direzioni differenti, marcieranno; ma con istruzioni tali, che, se mai si presentasse una favorevole opportunità, si possa la loro riunione, in un punto stabilito, rapidamente operare. Sparpagliatisi quei drappelli per le montagne, sarà loro cosa facile di guizzar di mano al nemico, che pell'irregolarità del terrenoper la scabrosità dei siti, non potrà mantenere una catena di correlazione fra un raggio, e l'altro delle truppe attaccanti, e sarà obbligato di tanto lontano, la linea estendere, che la sua forza, per numerosa che trovisi, non sarà, per coprirla, sufficiente, od altrimenti, dovrà tenersi concentrato senza che alcun'oggetto, il richiegga. In questo stato di cose, i nemici non anderanno d'accordo nelle operazioni da eseguirsi, si confonderanno, tituberanno, e prima che si decidano in qual maniera avranno da operare, e dove dovranno, per cercare la banda, che disparve, indirizzarsi, l'avveduto condottiero avrà già la sua truppa in un punto lontano, e fuori della scala delle loro operazioni, di bel nuovo riunita. Essendo Mina nel pese diCernanella attuazione sopra descritta, il generale Reille, aTafallae Caffarelli, aMonreal, colle loro divisioni, ognuna in talmodo un'ora da lui distante, portossi nel giorno seguente aSanguesa, e siccome non v'era apparenza, che il nemico disegnasse di muoversi, rimasevi l'intero giorno. Ma prevenuto l'indomani mattina, che Caffarelli si avvicinava aLumbier, e Reille aCaceda, due punti, due ore da lui, distanti, ci spedì immediatamente la sua cavalleria, lungo il fiumeAragone, per attirare l'attenzione del nemico daquella parte, e marciò colla fanteria ai monti diBigueza. Seguitaronlo le due divisioni nemiche, una sulla destra, l'altra sulla sinistra, e speravano di potere, in tal modo, metterlo in mezzo a due fuochi. Ma buon calcolatore del tempo, ed avveduto, Mina conobbe di aver il vantaggio d'una mezz'ora di cammino sopra di loro, e non mancò di profittarne, onde giungere ad un altro monte, e mettere la sua truppa in ordine per difendere la posizione. La sera però, il nemico, sia scoraggito dall'asprezza del luogo, sia nel pensiero di poterlo quindi con maggior vantaggio attaccare, sia ingannato ne' suoi calcoli, si mosse in direzione opposta, e potendo il condottiero spagnuolo avere, un pò di respiro, si porta al Villaggio diVeguezal. Per fortuna dei nemici, giunsero il giorno appresso dal distretto delleCinco Villas, numerose truppe francesi di rinforzo, ed i generali, di ciò soddisfatti, risolsero di attaccarlo da tre parti, cioè dalPuerto,Navascues, eTiermas. Mina, come buon condottiero, n'ebbe sollecita, ed esatta informazione, e tutti gl'ingannò; portandosi rapidamente adZruzozqui. Caffarelli non tralasciò di seguitarlo fino adArtieda, situata ad un'ora e mezza di distanza. Nulla dimeno, malgrado tutta la perspicacia, e la velocità, non potè, il prode condottiero,evitare il giorno dieciotto di giugno, sulla strada d'Aoiz, di scontrarsi colla colonna di Caffarelli. Presa immediatamente una buona posizione sopra di alcune vantaggiose sommità, respinse con tanto vigore, l'attacco del nemico, che gli ammazzò più di trecento uomini, ed ebbe, con questa vittoria, un giorno di respiro sù de' suoi persecutori guadagnato. Gli venne il giorno 20 a notizia, che Reille si era di nuovo unito a Caffarelli con lo scopo di venire ad un combattimento decisivo. Allora Mina, come quello, che conosceva di dovere per certo avere il peggio in un combattimento cercato da quei generali, si decise a sparpagliare la sua piccola forza, ed in quel modo le probabilità di guizzargli dalle mani, vieppiù moltiplicare. Mandando Cruchaga con la terza parte delle sue forze, nella direzione diRoncesvalles, egli, cogli altri due terzi, marciò alla volta diZubiri. Ei seppe, cammin facendo, che i Francesi erano stati inAoizal numero di 6000 fanti e 700 cavalli; e che in quel momento erano così disposti, cioè, che 4000 marciavano sopraZubiri, che altri 2000 con 400 cavalli eran diretti verso la città diUroz; che Reille con 300 cavalli erasi portato aPamplona, che inoltre 200 uomini reduci dalla scorta dei feriti, erano pure, con un rinforzo di munizioni,avviati versoZubiri. Abbenchè terribile si fosse questa informazione, mangiò nulla dimeno, la truppa, il necessario suo frugalissimo cibo, e malgrado una dirotta, ed incessante pioggia, tornò indietro aLarrainzar, daddove Mina mandò la metà della forza, che gli rimaneva, aBustan, ed egli stesso, col rimanente, misesi alla volta del villaggio d'Illarsein cammino. Questa separazione sebbene utile, non fù però, a diminuire il suo pericolo, sufficiente, perchè i Francesi, cosa di molto più importante, il possesso della sua persona sola, che la distruzione della truppa, giustamente stimavano. Epperciò stavangli strettamente alla pesta; daIllarsel'inseguirono fino aVillanuevainAraguil, dove Mina arrivò verso la mezzanotte, e partì alle due del mattino. Non più lungo fù inEcharri-Aranaz, il suo riposo, di là pelPuertodiTizatragasi indirizzò alpuertodiLezaun, ed in quel luogo eziandio stavagli quasi addosso, il nemico. Giunse finalmente a losArcos, ed il Francese stanco, e fuor di speranza di poterlo raggiungere, fece alto adEstella, dodici miglia da lui lontano. Non perse Mina il tempo, richiamò le forze daRoncesvalles, e da altre parti dove le aveva spedite. Queste in pochi giorni riunironsi, ed occupaEstella, stata poc'anzi dai Francesi abbandonata.È forza ammirare la continua mobilità di questa banda, la costanza, e perspicacia del condottiero, l'ostinazione, e sobrietà dei volontarj, non meno, che la loro disciplina, la quale faceva sì, che con sollecita diligenza si recassero al tempo, e luogo prefisso, senza neppure, di andarsene alle case loro, far pensiero, dinanzi alle quali molte volte, per lo più, strettamente inseguiti, e per bande separate dispersi, dovevano, trasferendosi al destinato punto, passare. Aborrirono essi l'idea, che il ritirarsi individualmente in quelle, sarebbe stato l'unico scampo cui si poteano appigliare. Tutto ciò, solo ad uomini che per la loro patria, pel bene comune combattono, richiedere poteasi, e dagli eroi potea unicamente operarsi. I patrii, e militari progressi di Mina, l'avevano portato ad un punto, che ogni nuova bella operazione, aumentando la sua celebrità, senza accrescere le sue forze, non serviva, che a metterlo in maggior pericolo. Imperciocchè il nemico, inasprito, faceva maggiori sforzi per giungere alla sua distruzione. Truppe furono mosse dall'Aragon e dalla Navarra, per inseguirlo, e di giorno, di notte, nelle valli, e nei monti, doveano dargli animosamente la caccia. Il generale Harispe, con una divisione di tre mila fanti, e duecento cavalli, occupò i punti diSanguesa,Galipienso, ed altri passi importanti nell'Aragona, ed il generale Panatier con un'altra divisione osservava laRibera de los arcos,Estella, ed il suo circondario, e tre colonne mobili, per ogni direzione perseguitavanlo, e marciavangli addosso. Il primo pensiero dell'eroe navarrese, quando così davvicino trovossi circondato, si fù di baldanzosamente il nemico attaccare. Ma ben bene la cosa bilicando, troppo debole di forze si riconobbe. Per la qual cosa, dando le spalle al nemico, marciò pelCarrascalsopraPamplona. Quando là vicino pervenne, due colonne francesi a poca distanza gli si affacciarono, ed egli immediatamente versoLumbiercontrammarciò. Harispe i suoi movimenti previde. Epperciò, Mina inZrurozquitrovossi l'inimico a fronte. Avevano i volontarj nei tre precedenti giorni fatte rapide non meno, che lunghe marcie. Pur non dimeno, con la loro solita indomita risolutezza, alla battaglia si disposero, e seguinne rabbioso azzuffamento. Cinque volte Harispe sulla posizione spagnuola vigorosamente slanciossi, e n'ebbe sempre il peggio. La metà della cavalleria francese fù, ne' suoi vani tentativi per rompere la banda, interamente distrutta. Però, accortosi Mina d'un'evoluzione fatta dal nemico per tagliargli la ritirata, raccolse,con sano consiglio, le truppe, e cominciò in tempo, ed in buon ordine a ritirarsi, mantenendo sempre un ben nutrito fuoco fino a notte oscura continuato. Quando, tutt'ad un tratto, un'improvvisa, e folta nebbia coperse amici, e nemici, ed in quell'oscurità i Francesi e Spagnuoli frammischiati e confusi, facendo l'un l'altro, fuoco sui propri commilitoni, in tal confusione s'ammazzavano. Ma freddo, e presto in tali eventi, il condottiero suppone l'esistenza d'un passo difficile, lo trova, e velocemente se ne impadronisce, situa in favorevole posizione la sua banda, ed il nemico non l'osa inseguire. Mina seriosamente riflette, e vede di non esservi probabilità di poter uscire dalle mani degli avversarj, (che sono in un numero assai maggiore) da cui trovasi per ogni parte circondato, e divide la sua forza per compagnie, e la manda in tante separate direzioni. Egli stesso non si ritiene che soli venti uomini a cavallo, coi quali entra nel territorio francese, e scorre nelle vicinanze diRoncesvalles Viscarret ed Albaceyla, che mette a sacco e fuoco. Pensava egli, con questa misura, di portare il nemico a perderlo di vista, e l'attenzione sua distrarre, separare una parte delle sue truppe, mettere lo sconcerto, e la divisione fra i comandanti, e potere tosto,avutane l'opportunità, di bel nuovo i suoi compagni riunire, per quindi, sul nemico, quando meno se lo aspettasse, con tutta la banda piombare. In fatti non tardò molto a verificarsi ciò ch'egli supponeva. La maggior parte dalle truppe spedite contro di lui, dovettero verso Saragozza indirizzarsi, e Mina di ritorno in Navarra, la sparpagliata banda immediatamente riunì. Tanto erano bene istruiti gli uffiziali e volontarj, tant'era l'amor di patria sui loro cuori possente, che in pochissimi giorni, l'intiera banda fù, come per miracolo, in allegria, ed in buonissimo stato, acconciamente riaccozzata. Quanto di Mina si è detto, potrà di utile ammaestramento, tanto ai condottieri, come ai volontarj, servire, che in una guerra d'insurrezione per bande, vogliano militare. Le marcie, contro marcie, e ritirate, in una guerra di questa specie, in che si tratta sempre di marciare, contro marciare e ritirarsi, o per combattere, o per evitare il combattimento, hanno fra di loro pochissima differenza. Le marcie semplici; le contro marcie di evoluzione, alla vista del nemico in pianura, le ritirate sostenute e di fronte per passaggio di linee, etc., non potendo aver luogo in questa guerra, ne avviene, che quasi tutte sono dello stesso tenore. Peròvariano nelle loro parti, all'infinito, e non si possono per quelle, dar regole determinate, essendo alle circostanze, al modo dell'attacco ed agli accidenti del terreno, sottoposte. Una banda che andando pei monti, e colline, s'incontri nell'avversario, potrà senza disperdersi, dall'inseguimento andar salva, quando non sia da quello strettamente circondata. Ed a tale effetto, dovrà il condottiero situarla per decurie, e per iscaglioni, presentando al nemico una fronte obliqua. Ogni scaglione di dieci uomini uniti col dorso in dentro, formante un gruppo rinserrato di figura tonda, farà fuoco alla sua volta. Il primo, dopo d'aver fatto fuoco, si volgerà la fronte addietro, e per la linea perpendicolare, si porterà rapidamente a collocarsi alla coda della colonna. Sarà quello dal fuoco del secondo, sostenuto, che rimarrà, fino a che il primo sia quasi alla metà della colonna. Quindi partirà, e sarà sostenuto dal terzo, e così seguitando, una banda potrà per lunghissimo tratto ritirarsi. Questi scaglioni di vetta, in vetta, di dirupo, in dirupo situati, cosa ben difficile ad un nemico, certamente sarà di poterli non solo distruggere, ma ben anche di loro avvicinarsi, e dovrà, per necessità della loro posizione, e della difficoltà del terreno, andarea rilento, e sarà infine dai medesimi bersagliato, e sconfitto, quante volte non lascia l'impresa, ed una prudente ritirata non intraprenda. Servaci, per compimento di questo capitolo, la esposizione della bellissima ritirata del mai sempre commendevole brigadiere Don Gervasio Gasca, nella guerra dell'indipendenza spagnuola, in che operò egli difficilissime marcie, contro marcie, e con somma gloria, finalmente a ritirarsi pervenne.Nominato dopo la caduta di Tarragona, il generale Don Luigi Lacy, in vece del generale Campo Verde, al comando dell'esercito distrutto, mentr'egli, per riaccozzare gli avanzi, s'adoperava, fù pell'impossibilità in che si trovava, di sostenerlo, e mantenere i cavalli, costretto a mandare un corpo di cavalleria ad unirsi ad un altro esercito. Il brigadiere Don Gervasio Gasca comandava a quella divisione composta di dodici uffiziali subalterni, novecento e ventidue uomini e quattrocento novantanove cavalli, rimanenti dei reggimenti d'Alcantara, dragoni di Numanzia, usseri spagnuoli, cacciatori di Valenza ed usseri di Granata. Dovevano questi passare pell'Aragona, nella parte libera del paese, ed incorporarsi nel primo esercito, che incontrassero. La relazione di quella marcia dimostra benissimola perizia del nemico nel cogliere le posizioni per mantenersi nel dominio militare del paese. Imperciocchè, sebbene fosse Valenza così vicina, non dimeno dovè Gasca fare una marcia di sei settimane e percorrere lo spazio di sette cento quaranta quattro miglia, prima di potersi ad un esercito spagnuolo congiungere. Cominciò egli tale pericolosa ritirata il dì 28 di luglio, coi cavalli, per mancanza d'alimento, nello stato il più miserabile, e senza un soldo di danaro in cassa per pagare il soldato, ed alle altre spese, provvedere. Le provvisioni, ed informazioni, venivangli dal caso, dalla forza e dalla carità, solamente fornite, perchè altro mezzo non aveva per procurarsene.S'incontrò a Grans, con una piccola banda di nemici, che con parte della sua forza trattenne, mentre il rimanente guadava l'EseraperBarazona. Facendo lunghissime marcie, onde prevenire l'avviso, che avrebbe potuto ricevere il nemico, riuscì a passare i fiumiLuenca, eGallego, senza opposizione. Ma quando si trovò nel distretto deLas Cinco Villasdi Aragona, egli conobbe, che i Francesi daBarbastro, edHuesca, erano stati in osservazione de' suoi movimenti e riunivansi, per tagliare a pezzi la sua colonna. Allungòallora le sue marcie, prese una deviata direzione, in modo che quelle divennero circolari, e non marciò che di notte. Malgrado tutte queste saggie precauzioni, non potè schivare di essere attaccato a mezza notte nelle vicinanze del villaggio diLuescasenza sapere da qual forza. Ma pur egli conobbe che il fuoco veniva dal villaggio e da un'altura che dominava il terreno, per dove la colonna passava. Gasca, d'animo forte, voleva continuare la marcia e ad ogni evento, coll'avversario cozzare; ma la colonna esitò. Essa si confuse, e non fù più possibile al condottiero d'impedirne la fuga, e lo sbandamento. Nulla dimeno, giudizioso e previdente, ei colse prima che quello si effettuasse, un opportuno momento, per indicare un luogo non praticato, dove ciascuno, o per individuo, o per truppa, dovesse nel termine di tre giorni riunirsi. Ciò stabilito, egli pure con soli dodici uomini prese la fuga. La ritirata fù precipitosa, ognuno pensò alla propria salvezza. Nulla dimeno, al terzo giorno, tutti all'indicato punto di riunione, in un luogo circondato da boschi, alle falde di un monte si ritrovarono. Appena che la colonna tornò a marciare, un corpo di mille fanti e trecento cavalli, sotto agli ordini del generale Polacco Clopiski, s'affrettava adimpedirgli il passo del Gallego. Ma Gasca, per evitarlo, si gettò rapidamente nella Navarra. E non potendo effettuare il pericoloso passaggio dell'Ebro senza la cooperazione di qualche banda, egli mandò immediatamente messi a Mina, onde richiedergli un indispensabile ajuto. Per tre giorni, rimase inEybarad aspettarne la risposta, e tre distaccamenti di cavalleria di quel distinto condottiero, il raggiunsero quindi, per dargli ajuto e servirgli di guida. Fù la loro conoscenza del paese di sommo vantaggio; e con una marcia rapida, ed inaspettata, si portò Gasca ad uno dei guadi del fiume, le acque del quale erano gonfiate; locchè mise la truppa in necessità di passarlo al nuoto. Il passaggio non dimeno ebbe luogo, ed una marcia circolare, che durò dalle quattro pomeridiane fino alle otto della mattina seguente, immediatamente intraprese, onde potersi tener fuori di tiro dalle guarnigioni diTafalla,CaparrosoeTudella; essendo divenuto allora meno imminente il pericolo, sebbene non meno grande, Gasca faceva marcie più brevi ed a seconda degli avvisi, che si procurava dei movimenti del nemico, ne variava la direzione. In tal modo, dopo del corso di sei settimane di pericoli e disagi ricolme, che pochi popoli potrebbero sostenere, all'eccezionedi quelli, che pel santo amor di patria imprendono a combattere, per la via convergente di Guadalaxara e Cuenca, coll'esercito di Murcia si congiunsero; gli Spagnuoli avendo in questa marcia perduto quattro uffiziali, cinquanta tre soldati e dugentotredici cavalli, di cui la maggior parte fù, nella marcia notturna, sul cammino diLuesca, smarrita, quando perdè di vista la colonna: una parte dei cavalli, morì per istrada, spossata dalla fatica e dalla fame.Terrà dunque il condottiero, sempre fisso in mente, che deve sulle marcie e contro marcie, tutta questa guerra posare; si sovverrà, che con quelle, nel tempo della maggior potenza della republica Romana, i Parti dall'esercito di Crasso si liberarono, e resero quindi la gita di Antonio funesta e vergognosa; ei si sovverrà che con quelle, Arminio potè resistere all'esercito di Germanico, e la salute delle legioni di Cecina, sommamente mettere in forse; e che per ultimo, quelle diedero la vittoria a Napoleone, nelle pianure di Marengo, che unite al suo felice ardimento nel valicare il Po a Piacenza, e l'Adda a Lodi, la strada a grandi, ulteriori, decisivi successi, gloriosamente gli aprirono, nel mentre che, allo sbaglio da lui commesso, nell'essersi contro de' precetti dell'artemilitare, sù di Milano anzicchè sù di Mantova, diretto, poser conveniente riparo. Da tali esempi ammaestrato, entrerà con sicurezza il condottiero, nei non ancora in Italia camminati sentieri di questa guerra, e potrà cogliere pregiatissimi frutti di patrio profitto.
Se tutta l'arte di questa guerra, nel comparire consiste, sulla fronte, sui fianchi, edalle spalle del nemico, e quindi scomparire, nel farsi, ora sù d'una vetta, ora sull'altra inaspettatamente vedere, e nel tener sempre l'avversario a bada, molestato e confuso, ne avviene che le continue marcie, contro marcie, e ritirate debbono essere quelle, che finalmente, a quel condottiero daranno la causa vinta, che saprà con accortezza, velocità e prudenza, portarle ad effetto. Per mezzo di queste ben dirette operazioni, mentre gli eserciti Francesi giunsero fino a Gibilterra, le bande Spagnuole nel cuore della Francia penetrarono, ed alle stesse porte di Tolosa imponevano balzelli; e per tal modo a quelle colonne misero paura, che dovevansi per far loro la guerra, in Ispagna introdurre. Pel mezzo indicato, bruciando i villaggi, e devastando le campagne, portarono le bande nel 1810, 11, 12, nei dipartimenti dell'Audee dell'Arriege, lo scompiglio e spavento, e fecero lo stesso Napoleone, oltremodo sorprendere, tal che, al generale comandante in Catalogna, ordinava di porre in non cale tutte le altre operazioni, per vantaggiose che fossero, onde concertarsi col generale Reille, ed a lui unirsi con tutte le forze, per salvare l'integrità dell'impero, ed alla difesa del medesimo, prontamente accorrere. Per lo mezzo delle già dette operazioni, per ultimo, si mantennerole numerose bande, che per la liberazione della Spagna erano in armi, e nel loro intento, con somma lode, riescirono. Dovendo il condottiero stordire, turbare, ed atterrire il nemico, farsi credere forte, per quanto in numero è debole, l'apparenza delle sue forze con le marcie, e contro marcie moltiplicando, dovendo essergli vicino, quando è creduto lontano, e per l'opposto, lontano quando è creduto vicino, fà d'uopo per quest'effetto, che sia in attività continua, e che faccia la sua truppa velocemente camminare. Se il condottiero si trova per esempio nella posizione A, vicino alla posizione B occupata dal nemico, e che voglia quello sorprendere od inquietare, dovrà, con una rapida marcia, portarsi al punto C, che sarà il punto di congiunzione dei due lati di un angolo acuto, e con una contro marcia veloce, al punto B, cadere addosso all'avversario, che tranquillo se ne starà in riposo, credendolo al punto C. Serva questa dimostrazione pel metodo da tenersi, in generale, nelle operazioni di questa guerra.
Siccome le marcie de' volontarj sono un oggetto così essenziale, ci converrà, di passaggio, alcuni particolari a quelle concernenti, per minuto esaminare, sopra tutto, perchè in molti rispetti, dalle regolari differiscono. Osserveremoprimieramente, che ogni individuo deve portare un fiasco impagliato oppur di cuoio, pieno d'acqua, nella quale sia mescolata una quinta, o sesta parte d'aceto, affinchè possa dissetarsi senza bere acqua delle fonti, che nocevolissima si rende a chi nelle marcie ne beve. Ei non deve aver nulla nel suo equipaggio che possa incommodarlo o farlo nel cammino ritardare; unantiguardoonde perlustrare il paese, ed unretroguardo, per impedire che i volontarj s'arrestino, lascino deivacuinella colonna, predino nelle case, nei giardini, nelle vigne, etc., sono del tutto necessarii. Può il condottiero stare alla testa, al centro, od alla coda della banda, ciascuno degli uffiziali, alla testa delle rispettive porzioni di truppa da loro comandate. Debbono i fianchi essere da corridori estratti dalla banda cautamente esplorati. Le strade scoscese, ed aspre, saran le prescelte, perchè meno esposte, e meno all'inseguimento del nemico soggette. Puossi bensì nel piano, sù di molte colonne di fronte, marciare, locchè aumenta la rapidità dei movimenti, ma sui monti è necessario che quelle sieno al minor numero possibile ridotte. Le alture, le vette, le sommità, dalle quali si possa scoprire il nemico, senza essere veduto, onde siano coperti i nostri movimenti,esser debbono dal condottiero preferite, che dovrà parimenti evitare d'inoltrarsi nei burroni, negli stretti, nelle valli, dove possa essere veduto, e non vedere il nemico. Con aspri, ed inopinati attacchi, si può costringere l'avversario a movimenti circolari, a disposizioni d'attacco, e guadagnare un giorno di marcia, per allontanarsi da lui. Sono questi precetti per la riescita di qualunque marcia, contro marcia o ritirata, essenzialissimi. Ma non potrebbero mai queste, bene eseguirsi, ed avere un favorevole risultato, se i volontarj non si trovano essere ai nemici, che si debbono combattere, di gran lunga, nel camminare, migliori. Che gli italiani siano più agili, svelti e forti camminatori dei barbari, non v'ha certamente chi lo metta in dubbio! Epperciò, esser loro dovranno nelle marcie, infinitamente superiori. Parlando il Botta di una spedizione comandata dal colonnello Tarleton contro degli Americani, che riescì felicemente, così si spiega: «Malgrado della stanchezza degli uomini e dei cavalli, dei quali alcuni, per questa sola cagione, erano morti, e del calore della stagione, raddoppiò i passi, e tanto fù presta la mossa delle sue genti, che venne sopra il nemico in un luogo chiamato Wacsowes, trascorso avendo 105miglia in cinquanta quattr'ore.» Una simile marcia, essendo la truppa, spossata, deve molto rapida, certamente parere, ma se volgiamo l'occhio a quelle dei condottieri delle bande spagnuole, non ci stupiremo. E per non parlare di quelle del tempo della guerra dell'indipendenza, parecchie delle quali furono maravigliose, ci basti accennare fra le molte del generale Milans nell'ultima guerra della libertà in Ispagna, quella operata contro dei faziosi apostolici, l'anno 1822. Incaricato quell'ottimo condottiero di scortare un convoglio fino al castello di Hostalrich, col battaglione, e corpo de' lancieri, ambi composti di proscritti Italiani, che tanto in quella guerra s'illustrarono, e con alcuni distaccamenti spagnuoli; tosto, dopo del suo arrivo in Matarò, fatto consapevole che un numero di faziosi, di molto più forte della sua colonna, lo aspettava nelle vicinanze del suddetto castello, per rapirglielo di mano, egli lascia il convoglio a Matarò; parte con la sua truppa; si porta a San Celoni; viene in dietro per Hostalrich, cade, all'improvviso, addosso ai faziosi in Pineda, prendendogli a rovescio, ne fà un generale macello, e se ne ritorna di volo a prendere il convoglio, che nel castello senza opposizione, introduce. Questacontro marcia, in parte, notturna, di circa settanta miglia, per balze, dirupi, e cammini scoscesi, effettuata nel periodo di sole diciott'ore, salvò il convoglio, e sarà sempre, stupenda, e degna di grand'encomio pel generale che la ideò, e per la truppa, che la sostenne, da ognuno considerata. Non meno comandevole anzi di maggiore elogio, meritevole, si è la marcia pure dal generale Milans, alla testa d'un corpo d'Italiani, e Spagnuoli eseguita, che da Matarò, scortando un convoglio di muli carichi, passando per aspri cammini, e dirupi, si portò per marcie circolari, da Matarò fino a Vich, e percorse in vent'otto ore di marcia più di novanta miglia di seguito. Poscia i volontarj, digiuni, assetati, e sfiniti, dovettero, tosto giunti alla distanza di quattro miglia da quel paese, venire alle mani col nemico, ed allora duecento Italiani, e quattro cento Spagnuoli, sconfissero, e misero in piena rotta approssimativamente sei mila faziosi apostolici. Questa marcia straordinaria non meno, che il successivo combattimento, in che tanto risplende il valore Italiano, ci prova la loro attitudine in questo genere di guerra. E che non avremmo noi da aspettare, se tanto fecero in una terra straniera, quando per la patria, pegli amici, pei parenti, per la felicità deiloro compatrioti, a combattere intraprendessero? Tosto che le bande comincieranno a prendere incremento, e così dar ombra ai nemici, non v'ha dubbio che questi da Italiani esecrabili, ajutati, (i quali per agevolar loro la conoscenza del paese, infelicemente non mancheranno) formeran tosto il progetto di dar loro la caccia, come agli orsi, ed alle pantere, e disegneranno di rinchiudere tra le montagne, quelle bande che più saranno rinomate. E per ciò conseguire, essi riuniranno forti corpi di truppe, dalla periferia al centro, quel determinato territorio irradiando, onde non possano le bande avere favorevole probabilità di salvarsi dalle loro mani. Ma i condottieri, che conosceranno tanto il terreno, e del pari coloro da cui saranno incalzati, che non perderanno mai speranza, nè mai saranno di risorse dal proprio loro genio create, deficienti, divideranno, ad imitazione del celebre Mina, la loro truppa in piccole colonne mobili. Queste in tante direzioni differenti, marcieranno; ma con istruzioni tali, che, se mai si presentasse una favorevole opportunità, si possa la loro riunione, in un punto stabilito, rapidamente operare. Sparpagliatisi quei drappelli per le montagne, sarà loro cosa facile di guizzar di mano al nemico, che pell'irregolarità del terrenoper la scabrosità dei siti, non potrà mantenere una catena di correlazione fra un raggio, e l'altro delle truppe attaccanti, e sarà obbligato di tanto lontano, la linea estendere, che la sua forza, per numerosa che trovisi, non sarà, per coprirla, sufficiente, od altrimenti, dovrà tenersi concentrato senza che alcun'oggetto, il richiegga. In questo stato di cose, i nemici non anderanno d'accordo nelle operazioni da eseguirsi, si confonderanno, tituberanno, e prima che si decidano in qual maniera avranno da operare, e dove dovranno, per cercare la banda, che disparve, indirizzarsi, l'avveduto condottiero avrà già la sua truppa in un punto lontano, e fuori della scala delle loro operazioni, di bel nuovo riunita. Essendo Mina nel pese diCernanella attuazione sopra descritta, il generale Reille, aTafallae Caffarelli, aMonreal, colle loro divisioni, ognuna in talmodo un'ora da lui distante, portossi nel giorno seguente aSanguesa, e siccome non v'era apparenza, che il nemico disegnasse di muoversi, rimasevi l'intero giorno. Ma prevenuto l'indomani mattina, che Caffarelli si avvicinava aLumbier, e Reille aCaceda, due punti, due ore da lui, distanti, ci spedì immediatamente la sua cavalleria, lungo il fiumeAragone, per attirare l'attenzione del nemico daquella parte, e marciò colla fanteria ai monti diBigueza. Seguitaronlo le due divisioni nemiche, una sulla destra, l'altra sulla sinistra, e speravano di potere, in tal modo, metterlo in mezzo a due fuochi. Ma buon calcolatore del tempo, ed avveduto, Mina conobbe di aver il vantaggio d'una mezz'ora di cammino sopra di loro, e non mancò di profittarne, onde giungere ad un altro monte, e mettere la sua truppa in ordine per difendere la posizione. La sera però, il nemico, sia scoraggito dall'asprezza del luogo, sia nel pensiero di poterlo quindi con maggior vantaggio attaccare, sia ingannato ne' suoi calcoli, si mosse in direzione opposta, e potendo il condottiero spagnuolo avere, un pò di respiro, si porta al Villaggio diVeguezal. Per fortuna dei nemici, giunsero il giorno appresso dal distretto delleCinco Villas, numerose truppe francesi di rinforzo, ed i generali, di ciò soddisfatti, risolsero di attaccarlo da tre parti, cioè dalPuerto,Navascues, eTiermas. Mina, come buon condottiero, n'ebbe sollecita, ed esatta informazione, e tutti gl'ingannò; portandosi rapidamente adZruzozqui. Caffarelli non tralasciò di seguitarlo fino adArtieda, situata ad un'ora e mezza di distanza. Nulla dimeno, malgrado tutta la perspicacia, e la velocità, non potè, il prode condottiero,evitare il giorno dieciotto di giugno, sulla strada d'Aoiz, di scontrarsi colla colonna di Caffarelli. Presa immediatamente una buona posizione sopra di alcune vantaggiose sommità, respinse con tanto vigore, l'attacco del nemico, che gli ammazzò più di trecento uomini, ed ebbe, con questa vittoria, un giorno di respiro sù de' suoi persecutori guadagnato. Gli venne il giorno 20 a notizia, che Reille si era di nuovo unito a Caffarelli con lo scopo di venire ad un combattimento decisivo. Allora Mina, come quello, che conosceva di dovere per certo avere il peggio in un combattimento cercato da quei generali, si decise a sparpagliare la sua piccola forza, ed in quel modo le probabilità di guizzargli dalle mani, vieppiù moltiplicare. Mandando Cruchaga con la terza parte delle sue forze, nella direzione diRoncesvalles, egli, cogli altri due terzi, marciò alla volta diZubiri. Ei seppe, cammin facendo, che i Francesi erano stati inAoizal numero di 6000 fanti e 700 cavalli; e che in quel momento erano così disposti, cioè, che 4000 marciavano sopraZubiri, che altri 2000 con 400 cavalli eran diretti verso la città diUroz; che Reille con 300 cavalli erasi portato aPamplona, che inoltre 200 uomini reduci dalla scorta dei feriti, erano pure, con un rinforzo di munizioni,avviati versoZubiri. Abbenchè terribile si fosse questa informazione, mangiò nulla dimeno, la truppa, il necessario suo frugalissimo cibo, e malgrado una dirotta, ed incessante pioggia, tornò indietro aLarrainzar, daddove Mina mandò la metà della forza, che gli rimaneva, aBustan, ed egli stesso, col rimanente, misesi alla volta del villaggio d'Illarsein cammino. Questa separazione sebbene utile, non fù però, a diminuire il suo pericolo, sufficiente, perchè i Francesi, cosa di molto più importante, il possesso della sua persona sola, che la distruzione della truppa, giustamente stimavano. Epperciò stavangli strettamente alla pesta; daIllarsel'inseguirono fino aVillanuevainAraguil, dove Mina arrivò verso la mezzanotte, e partì alle due del mattino. Non più lungo fù inEcharri-Aranaz, il suo riposo, di là pelPuertodiTizatragasi indirizzò alpuertodiLezaun, ed in quel luogo eziandio stavagli quasi addosso, il nemico. Giunse finalmente a losArcos, ed il Francese stanco, e fuor di speranza di poterlo raggiungere, fece alto adEstella, dodici miglia da lui lontano. Non perse Mina il tempo, richiamò le forze daRoncesvalles, e da altre parti dove le aveva spedite. Queste in pochi giorni riunironsi, ed occupaEstella, stata poc'anzi dai Francesi abbandonata.È forza ammirare la continua mobilità di questa banda, la costanza, e perspicacia del condottiero, l'ostinazione, e sobrietà dei volontarj, non meno, che la loro disciplina, la quale faceva sì, che con sollecita diligenza si recassero al tempo, e luogo prefisso, senza neppure, di andarsene alle case loro, far pensiero, dinanzi alle quali molte volte, per lo più, strettamente inseguiti, e per bande separate dispersi, dovevano, trasferendosi al destinato punto, passare. Aborrirono essi l'idea, che il ritirarsi individualmente in quelle, sarebbe stato l'unico scampo cui si poteano appigliare. Tutto ciò, solo ad uomini che per la loro patria, pel bene comune combattono, richiedere poteasi, e dagli eroi potea unicamente operarsi. I patrii, e militari progressi di Mina, l'avevano portato ad un punto, che ogni nuova bella operazione, aumentando la sua celebrità, senza accrescere le sue forze, non serviva, che a metterlo in maggior pericolo. Imperciocchè il nemico, inasprito, faceva maggiori sforzi per giungere alla sua distruzione. Truppe furono mosse dall'Aragon e dalla Navarra, per inseguirlo, e di giorno, di notte, nelle valli, e nei monti, doveano dargli animosamente la caccia. Il generale Harispe, con una divisione di tre mila fanti, e duecento cavalli, occupò i punti diSanguesa,Galipienso, ed altri passi importanti nell'Aragona, ed il generale Panatier con un'altra divisione osservava laRibera de los arcos,Estella, ed il suo circondario, e tre colonne mobili, per ogni direzione perseguitavanlo, e marciavangli addosso. Il primo pensiero dell'eroe navarrese, quando così davvicino trovossi circondato, si fù di baldanzosamente il nemico attaccare. Ma ben bene la cosa bilicando, troppo debole di forze si riconobbe. Per la qual cosa, dando le spalle al nemico, marciò pelCarrascalsopraPamplona. Quando là vicino pervenne, due colonne francesi a poca distanza gli si affacciarono, ed egli immediatamente versoLumbiercontrammarciò. Harispe i suoi movimenti previde. Epperciò, Mina inZrurozquitrovossi l'inimico a fronte. Avevano i volontarj nei tre precedenti giorni fatte rapide non meno, che lunghe marcie. Pur non dimeno, con la loro solita indomita risolutezza, alla battaglia si disposero, e seguinne rabbioso azzuffamento. Cinque volte Harispe sulla posizione spagnuola vigorosamente slanciossi, e n'ebbe sempre il peggio. La metà della cavalleria francese fù, ne' suoi vani tentativi per rompere la banda, interamente distrutta. Però, accortosi Mina d'un'evoluzione fatta dal nemico per tagliargli la ritirata, raccolse,con sano consiglio, le truppe, e cominciò in tempo, ed in buon ordine a ritirarsi, mantenendo sempre un ben nutrito fuoco fino a notte oscura continuato. Quando, tutt'ad un tratto, un'improvvisa, e folta nebbia coperse amici, e nemici, ed in quell'oscurità i Francesi e Spagnuoli frammischiati e confusi, facendo l'un l'altro, fuoco sui propri commilitoni, in tal confusione s'ammazzavano. Ma freddo, e presto in tali eventi, il condottiero suppone l'esistenza d'un passo difficile, lo trova, e velocemente se ne impadronisce, situa in favorevole posizione la sua banda, ed il nemico non l'osa inseguire. Mina seriosamente riflette, e vede di non esservi probabilità di poter uscire dalle mani degli avversarj, (che sono in un numero assai maggiore) da cui trovasi per ogni parte circondato, e divide la sua forza per compagnie, e la manda in tante separate direzioni. Egli stesso non si ritiene che soli venti uomini a cavallo, coi quali entra nel territorio francese, e scorre nelle vicinanze diRoncesvalles Viscarret ed Albaceyla, che mette a sacco e fuoco. Pensava egli, con questa misura, di portare il nemico a perderlo di vista, e l'attenzione sua distrarre, separare una parte delle sue truppe, mettere lo sconcerto, e la divisione fra i comandanti, e potere tosto,avutane l'opportunità, di bel nuovo i suoi compagni riunire, per quindi, sul nemico, quando meno se lo aspettasse, con tutta la banda piombare. In fatti non tardò molto a verificarsi ciò ch'egli supponeva. La maggior parte dalle truppe spedite contro di lui, dovettero verso Saragozza indirizzarsi, e Mina di ritorno in Navarra, la sparpagliata banda immediatamente riunì. Tanto erano bene istruiti gli uffiziali e volontarj, tant'era l'amor di patria sui loro cuori possente, che in pochissimi giorni, l'intiera banda fù, come per miracolo, in allegria, ed in buonissimo stato, acconciamente riaccozzata. Quanto di Mina si è detto, potrà di utile ammaestramento, tanto ai condottieri, come ai volontarj, servire, che in una guerra d'insurrezione per bande, vogliano militare. Le marcie, contro marcie, e ritirate, in una guerra di questa specie, in che si tratta sempre di marciare, contro marciare e ritirarsi, o per combattere, o per evitare il combattimento, hanno fra di loro pochissima differenza. Le marcie semplici; le contro marcie di evoluzione, alla vista del nemico in pianura, le ritirate sostenute e di fronte per passaggio di linee, etc., non potendo aver luogo in questa guerra, ne avviene, che quasi tutte sono dello stesso tenore. Peròvariano nelle loro parti, all'infinito, e non si possono per quelle, dar regole determinate, essendo alle circostanze, al modo dell'attacco ed agli accidenti del terreno, sottoposte. Una banda che andando pei monti, e colline, s'incontri nell'avversario, potrà senza disperdersi, dall'inseguimento andar salva, quando non sia da quello strettamente circondata. Ed a tale effetto, dovrà il condottiero situarla per decurie, e per iscaglioni, presentando al nemico una fronte obliqua. Ogni scaglione di dieci uomini uniti col dorso in dentro, formante un gruppo rinserrato di figura tonda, farà fuoco alla sua volta. Il primo, dopo d'aver fatto fuoco, si volgerà la fronte addietro, e per la linea perpendicolare, si porterà rapidamente a collocarsi alla coda della colonna. Sarà quello dal fuoco del secondo, sostenuto, che rimarrà, fino a che il primo sia quasi alla metà della colonna. Quindi partirà, e sarà sostenuto dal terzo, e così seguitando, una banda potrà per lunghissimo tratto ritirarsi. Questi scaglioni di vetta, in vetta, di dirupo, in dirupo situati, cosa ben difficile ad un nemico, certamente sarà di poterli non solo distruggere, ma ben anche di loro avvicinarsi, e dovrà, per necessità della loro posizione, e della difficoltà del terreno, andarea rilento, e sarà infine dai medesimi bersagliato, e sconfitto, quante volte non lascia l'impresa, ed una prudente ritirata non intraprenda. Servaci, per compimento di questo capitolo, la esposizione della bellissima ritirata del mai sempre commendevole brigadiere Don Gervasio Gasca, nella guerra dell'indipendenza spagnuola, in che operò egli difficilissime marcie, contro marcie, e con somma gloria, finalmente a ritirarsi pervenne.
Nominato dopo la caduta di Tarragona, il generale Don Luigi Lacy, in vece del generale Campo Verde, al comando dell'esercito distrutto, mentr'egli, per riaccozzare gli avanzi, s'adoperava, fù pell'impossibilità in che si trovava, di sostenerlo, e mantenere i cavalli, costretto a mandare un corpo di cavalleria ad unirsi ad un altro esercito. Il brigadiere Don Gervasio Gasca comandava a quella divisione composta di dodici uffiziali subalterni, novecento e ventidue uomini e quattrocento novantanove cavalli, rimanenti dei reggimenti d'Alcantara, dragoni di Numanzia, usseri spagnuoli, cacciatori di Valenza ed usseri di Granata. Dovevano questi passare pell'Aragona, nella parte libera del paese, ed incorporarsi nel primo esercito, che incontrassero. La relazione di quella marcia dimostra benissimola perizia del nemico nel cogliere le posizioni per mantenersi nel dominio militare del paese. Imperciocchè, sebbene fosse Valenza così vicina, non dimeno dovè Gasca fare una marcia di sei settimane e percorrere lo spazio di sette cento quaranta quattro miglia, prima di potersi ad un esercito spagnuolo congiungere. Cominciò egli tale pericolosa ritirata il dì 28 di luglio, coi cavalli, per mancanza d'alimento, nello stato il più miserabile, e senza un soldo di danaro in cassa per pagare il soldato, ed alle altre spese, provvedere. Le provvisioni, ed informazioni, venivangli dal caso, dalla forza e dalla carità, solamente fornite, perchè altro mezzo non aveva per procurarsene.
S'incontrò a Grans, con una piccola banda di nemici, che con parte della sua forza trattenne, mentre il rimanente guadava l'EseraperBarazona. Facendo lunghissime marcie, onde prevenire l'avviso, che avrebbe potuto ricevere il nemico, riuscì a passare i fiumiLuenca, eGallego, senza opposizione. Ma quando si trovò nel distretto deLas Cinco Villasdi Aragona, egli conobbe, che i Francesi daBarbastro, edHuesca, erano stati in osservazione de' suoi movimenti e riunivansi, per tagliare a pezzi la sua colonna. Allungòallora le sue marcie, prese una deviata direzione, in modo che quelle divennero circolari, e non marciò che di notte. Malgrado tutte queste saggie precauzioni, non potè schivare di essere attaccato a mezza notte nelle vicinanze del villaggio diLuescasenza sapere da qual forza. Ma pur egli conobbe che il fuoco veniva dal villaggio e da un'altura che dominava il terreno, per dove la colonna passava. Gasca, d'animo forte, voleva continuare la marcia e ad ogni evento, coll'avversario cozzare; ma la colonna esitò. Essa si confuse, e non fù più possibile al condottiero d'impedirne la fuga, e lo sbandamento. Nulla dimeno, giudizioso e previdente, ei colse prima che quello si effettuasse, un opportuno momento, per indicare un luogo non praticato, dove ciascuno, o per individuo, o per truppa, dovesse nel termine di tre giorni riunirsi. Ciò stabilito, egli pure con soli dodici uomini prese la fuga. La ritirata fù precipitosa, ognuno pensò alla propria salvezza. Nulla dimeno, al terzo giorno, tutti all'indicato punto di riunione, in un luogo circondato da boschi, alle falde di un monte si ritrovarono. Appena che la colonna tornò a marciare, un corpo di mille fanti e trecento cavalli, sotto agli ordini del generale Polacco Clopiski, s'affrettava adimpedirgli il passo del Gallego. Ma Gasca, per evitarlo, si gettò rapidamente nella Navarra. E non potendo effettuare il pericoloso passaggio dell'Ebro senza la cooperazione di qualche banda, egli mandò immediatamente messi a Mina, onde richiedergli un indispensabile ajuto. Per tre giorni, rimase inEybarad aspettarne la risposta, e tre distaccamenti di cavalleria di quel distinto condottiero, il raggiunsero quindi, per dargli ajuto e servirgli di guida. Fù la loro conoscenza del paese di sommo vantaggio; e con una marcia rapida, ed inaspettata, si portò Gasca ad uno dei guadi del fiume, le acque del quale erano gonfiate; locchè mise la truppa in necessità di passarlo al nuoto. Il passaggio non dimeno ebbe luogo, ed una marcia circolare, che durò dalle quattro pomeridiane fino alle otto della mattina seguente, immediatamente intraprese, onde potersi tener fuori di tiro dalle guarnigioni diTafalla,CaparrosoeTudella; essendo divenuto allora meno imminente il pericolo, sebbene non meno grande, Gasca faceva marcie più brevi ed a seconda degli avvisi, che si procurava dei movimenti del nemico, ne variava la direzione. In tal modo, dopo del corso di sei settimane di pericoli e disagi ricolme, che pochi popoli potrebbero sostenere, all'eccezionedi quelli, che pel santo amor di patria imprendono a combattere, per la via convergente di Guadalaxara e Cuenca, coll'esercito di Murcia si congiunsero; gli Spagnuoli avendo in questa marcia perduto quattro uffiziali, cinquanta tre soldati e dugentotredici cavalli, di cui la maggior parte fù, nella marcia notturna, sul cammino diLuesca, smarrita, quando perdè di vista la colonna: una parte dei cavalli, morì per istrada, spossata dalla fatica e dalla fame.
Terrà dunque il condottiero, sempre fisso in mente, che deve sulle marcie e contro marcie, tutta questa guerra posare; si sovverrà, che con quelle, nel tempo della maggior potenza della republica Romana, i Parti dall'esercito di Crasso si liberarono, e resero quindi la gita di Antonio funesta e vergognosa; ei si sovverrà che con quelle, Arminio potè resistere all'esercito di Germanico, e la salute delle legioni di Cecina, sommamente mettere in forse; e che per ultimo, quelle diedero la vittoria a Napoleone, nelle pianure di Marengo, che unite al suo felice ardimento nel valicare il Po a Piacenza, e l'Adda a Lodi, la strada a grandi, ulteriori, decisivi successi, gloriosamente gli aprirono, nel mentre che, allo sbaglio da lui commesso, nell'essersi contro de' precetti dell'artemilitare, sù di Milano anzicchè sù di Mantova, diretto, poser conveniente riparo. Da tali esempi ammaestrato, entrerà con sicurezza il condottiero, nei non ancora in Italia camminati sentieri di questa guerra, e potrà cogliere pregiatissimi frutti di patrio profitto.