CAPITOLO V.DIFESE DI STRETTI E BURRONI. — SORPRESE. — SCARAMUCCIE E STRATAGEMMI.

CAPITOLO V.DIFESE DI STRETTI E BURRONI. — SORPRESE. — SCARAMUCCIE E STRATAGEMMI.In una guerra che per lo più, negli alpestri monti, negl'intricati boschi, in asprissimi dirupi, ed interminabili abissi devesi di continuo alimentare, non sarà difficile, che ben sovente il condottiero s'incontri nella necessità di opporre al varco degli stretti, burroni etc., una valevole difesa. Prima di eleggere il luogo dov'egli intenda di contrastare il passaggio al nemico, dovrà ben bene, il sito calcolare, ed accuratamente osservare, se si trova in maniera situato, che l'avversario non possa, girando la sua posizione, al di là, per altre parti, trasportarsi, e rendere, per tal modo, di niun effetto i suoi preparativi, ed inutile la sua permanenza in quel luogo. Qualora sulla stessalinea de' monti, uno, o varj passaggi esistano, dovrà il condottiero, se la sua forza non è sufficiente, mettersi con altre bande d'accordo, affinchè vengano quelli, parimenti difesi. Supposto dunque che il nemico, per procedere innanzi, o indietro, a seconda delle militari operazioni da lui divisate, debba necessariamente passare per quello stretto, si porrà il condottiero in misura di opporgli una vigorosa resistenza, respingerlo, ed impedirlo, se potrà, od in caso contrario, fargli la riuscita di quel tentativo, a carissimo prezzo, pagare. Cercherà la banda, per prima essenzial cosa, d'impossessarsi delle sommità dei monti, perchè difficile, anzi impossibile crediamo, che possa da una banda, uno stretto in pianura chiusa da un bosco, paludi, o canali, con molto frutto difendersi, rovinerà il cammino, pel quale dovrà giungere il nemico, onde spossarlo, e ritardargli la marcia. Ed a questo fine, distruggerà i ponti, se ve ne sono, qualora di trovarsi in vicinanza di canali, fiumi, o paludi, gli avvenga, rompendo le sponde, gli argini, etc., le strade compiutamente allagherà, con alberi, tronchi, e travi, piantati nella terra, e rivestiti di rovo, e di quante piante spinose può ritrovare, costruirà delle barricate dell'altezza di varj uomini, davanti le quali, farà un granfosso; a molta distanza dalle barricate farà dei grandi, larghi, e profondi tagli, da un lato all'altro della strada, e della terra, che da quelli estrae, e parimenti, con travi, e carri di molte pietre ricolmi (le ruote de' quali siano seppellite nella terra ed i timoni legati assieme), innalzerà dalla parte opposta del taglio, un'altissima, e ripidissima sponda che il nemico di passare impedisca od almeno gli dia intollerabile molestia.Prese queste precauzioni, il condottiero guarnirà le alture dei monti, ed i volontarj colà situati, potranno, facendo un fosso circondato di alberi coi rami, con tronchi, terra, etc., se ne hanno il tempo, ripararsi a piè dei monti e ad un'altezza dominante la strada, e spezialmente in quelle parti che ad uno stretto soprastanno, il capo potrà, se gliene viene l'acconcio, far costruire dei ridotti laterali, che non dovranno essere tondi ma quadri, lunghi, o triangolari; al dissopra dei quali, potrà fare dei tagli nel monte da un semplice parapetto coperti, tal che si debba, per entrarvi, dalla sommità, per difficilissima via, calare; non dovendo essere perpendicolari ai ridotti, ma diagonali, onde schivare, che rotolando le pietre dall'alto a basso, l'amico, anzichè l'avversario, distruggano. Saranno in quei tagli, situati dei volontarj,che di rottami, e grosse masse di pietre, provvisti, con quelle, e con fuoco de' moschetti, dovranno il nemico senza posa e con suo grave danno, infastidire. Prese tutte queste misure, dividerà il condottiero la sua forza nei luoghi da lui, atti a difesa, riputati, ed avrà sempre una spezial cura, che ciascun distaccamento, non lasciando in servizio, che un terzo alla volta, della truppa, possa i posti confidatigli, delle necessarie guardie, vegghie, scolte, e velette, agevolmente guarnire. Delle ventiquattr'ore del giorno, ne avranno in questo modo i volontarj, otto di servizio, e sedici di riposo, la metà del quale sarà in pattuglie, riconoscenze, etc., impiegato, ed ott'ore per mangiare, e dormire, solamente rimarranno. Si regolerà in questo modo; tutte le volte che avrà una forza sufficiente, per poterlo eseguire, e non sarà stretto dal nemico, perchè in quel caso, non al riposo, ma solo alla gloria, ed alla patria, si deve pensare. L'illustre Hofer nell'ardimentosa sua guerra contro all'impero francese, ci offre varj esempi d'una insurrezione nazionale, potente, gli stretti, burroni, etc., a difendere. Ei mise in fuga una colonna di venti mila nemici, sotto agli ordini del generale Lefebvre, e del principe ereditario di Baviera, che per trevolte consecutive, diedero l'assalto alla posizione del romitaggio di Hunterau, dove quel prode aveva la sua forza, riunita, e trasse partito da tutt'i grandi vantaggi offertigli dalla natura del terreno, dov'erasi fortemente trincerato; costrinse quei duci a fuggire colla perdita di dieci mila morti, mille e cinquecento prigionieri, otto cannoni, nella massima confusione; infine a Sterzing Hofer di bel nuovo il generale Lefebvre, sconfisse, nell'inseguirlo fino alle paludi di quelle vicinanze e cagionogli la perdita di mille ottocento uomini morti, di mille cinquecento prigionieri, di molti cavalli e di gran parte del suo equipaggio, pel qual disastro, fù quel generale, costretto a tornare indietro fino ad Inspruck. Dopo di tutte queste preclarissime gesta, Hofer venne informato essere una colonna di dieci mila uomini, per trasferirsi a Prutz, passando per Landek, paese cui non si può giungere, senza entrare in una valle, che per lo spazio di tre leghe, si restringe, qual orrido tortuoso abisso, da inacessibili, asprissimi greppi formato, in mezzo a due altissimi monti d'onde, peramb'i lati del cammino, tali masse di roccie, sì fattamente sporgono all'infuori, che pajono volersi, l'un coll'altro congiungere, dalle quali la sottostante strada, lungo la sponda del fiumeInn, che impetuoso e borbogliante scorre nella profondità del burrone, viene signoreggiata. Presa in quelle ineguali sommità sporgenti, convenevol militar posizione, ammucchiò il prode Hofer, per lungo tratto, grandissimo numero di enormi macigni, tronchi d'alberi, ed altre simili cose atte, pel loro peso, l'imprevidente nemico tosto, nella profondità inoltrato, a flagellare. Passò l'anti-guardodi ottocento Sassoni, senza molestia e giunse a Prutz, che a suo grande stupore, trovò da un assai maggior numero di Tirolesi, militarmente occupato, che a posare le armi, senza indugio costrinserlo. Sedotto all'istante un prigioniero, quel capo, indietro inviollo al generale, con la relazione della caduta di Prutz. E di ciò, la colonna nemica, avend'egli persuaso, nel fondo del burrone, con piena confidenza s'intromise; alcune piccole bande di Tirolesi, a bella posta, onde ingannare il nemico sulle vere intenzioni, lungo la valle situate, al suo ingresso, arditamente si opposero. Viddesi fra quei difensori, un canuto cittadino d'oltre ottant'anni con venerabile aspetto, situato con le spalle al monte, che ad ogni archibugiata, un nemico del suo paese trucidava, e seguiva in quel modo, riparato dai nemici. Ma alcuni Bavaresi, s'arrampicarono alla sommitàdella rupe e da sopra, per assalirlo si calarono. Tostocchè quello conobbe non essergli più via di scampo, proruppe in un grido terribile, e con altere parole, i due invasori che si avvicinavano, provocò, quindi coll'ultimo suo tiro di schioppo, il primo di loro stese immediatamente a suoi piedi, ed avventandosi poscia contro al secondo, a metà del corpo strettamente abbracciollo. Valendosi il soldato della libertà delle braccia, forte il percoteva, ma il rispettabile vecchio all'orlo dell'orrido dirupo, invocato il nome di Dio, seco il nemico trascinando, disperatamente nel profondo sbalzossi, e viddersi ambedue giù nell'abisso precipitare. Tostocchè fù l'intiera colonna nello stretto inoltrata, una risonante voce dalla cima d'altissima rupe laterale, pronunziò le seguenti parole: «È opportuno il momento? Debbo io tagliare?» Cui, dalla vetta dell'altro lato fù in tuono imperativo e forte, tostamente risposto: «Sì: subito; periscano gl'infami!» A queste tremende e sconosciute voci, le schiere nemiche a darne immediato avviso al generale spedirono alcuno, ma troppo era tardi! In quello stesso punto, fra le universali grida di tutt'i Tirolesi in quelle scoscese creste collocati, sassi, pietre, tronchi d'alberi, grossi massi staccati di roccia, etc.,furono, con orrendo principizio, dalle vette, per tutto il lungo delle strette dov'era chiuso il nemico, lasciati cadere, che nel profondo piombando, in modo spaventevole, più di sei mila Bavaresi, Francesi e Sassoni, rimasero da tanto improvvisa, ed orrenda difesa, interamente schiacciati.Calarono sull'istante i vincitori Tirolesi nel burrone alla corsa, per compire la vittoria, ammazzare i superstiti, ed impossessarsi del bottino, nella quale operazione, vecchi, giovani, donne, ragazzi e fino le bellissime donzelle, pur anche intente a distruggere il nemico del paese, vedevansi, soddisfatte, festevolmente accorrere.Esposto da noi in succinto, come si possa il passaggio d'uno stretto, difendere, passeremo a trattare delle sorprese delle quali poco in questo capitolo ragioneremo, dovendone in quello delle fortezze, far motto. Non sarà peraltro mai disutile rammentare ad un condottiero, che può, negli avvenimenti della guerra, essere una banda, senz'aver torto, battuta, ma che sarà sempre da considerarsi colpevole, e degna di vituperio quella che si lascierà, in qualsivoglia tempo, sorprendere. Quindi, per quanto grandi, fastidiose, e picciole molte precauzioni parer possano; mainon saranno di troppo. E se ad un volontario potrà esser permesso di darsi, per un certo tempo, tranquillamente al sonno, ad un condottiero non sono leciti che brevi riposi, e questi presi con intervallo di tempo, nel giorno, quando il pericolo di essere sorpreso, sarà di molto lontano. Tre ore od al più quattro di sonno, nelle ventiquattro, debbono essere ad un buon condottiero bastevoli, dovendo avvertire, che il suo Secondo non riposi mai nello stesso tempo, ma che uno vegli, se l'altro dorme. Deve il condottiero farsi dappertutto vedere, tutto conoscere, senza che mai non sia la sua ora di riposo, conosciuta. Ordinariamente non si tenta una sorpresa, se non quando si suppone, che l'avversario non prenda le necessarie precauzioni per evitarla. Quando si ha notizia, che il condottiero troppo in sè stesso confidi, o sia conosciuto per essere leggiero di testa, e nelle occasioni difficili, sia soggetto a confondersi; quando la truppa avversaria, debole, o cattiva, sia riputata; quando sia il comandante assente od ammalato; quando gli abitanti siano dei loro difensori, nemici; quando vi sia discordia nella truppa, in fine, quando da quella non si faccia esattamente il servizio; se quindi, le strade, vicine a quel luogo, sono coperte, ed ilpaese, disabitato, se vi sono boschi, burroni, balze, col di cui favore possa, senza essere veduta, appressarsi al nemico, e tutte le altre simili circostanze, o parte di esse concorrano; allora per lo più di notte, ma in certi casi anche di giorno, si tenta, o per stratagemma, od apertamente, la sorpresa.Le storie di tutt'i tempi e di tutte le guerre, ne insegnano abbastanza, essere la negligenza nelle precauzioni, causa principale di gravi disastri e perdite di battaglie, che ben soventi la somma delle cose rovinano e danno a quello dei combattenti, che secondo tutti i calcoli dovrebb'essere perditore, la compiuta vittoria. Questo difetto, nelle guerre civili di Francia, all'esercito degli Ugonotti, ordinario, lo portò molte volte a gravi pericoli, e soprattutto nella battaglia ch'ebbe luogo nel 1562 tra Spina e Blanvilla, diede all'esercito cattolico vinta la giornata; locchè spinse il prode ammiraglio di Colignì ad esclamare, che, per loro negligenza, era venuto tempo da porre la salute non più ne' piedi, come per lo passato tentavasi fare, ma nelle mani. Checchè dicasi, è certo che non mai sarà la vigilanza, ad un condottiero, troppo raccomandata.Usavano gli Spagnuoli, oltre moltissime altre precauzioni, di quella di mettere alcunevedette sopra le sommità principali dei monti, dove operavano. Eran quelle per l'ordinario, de' contadini stessi alla buona causa devoti, ad una certa distanza, gli uni dalli altri, per lo spazio di due o tre leghe collocati, e formavano una specie di catena di corrispondenza. Il primo che vedeva l'inimico, sparava il suo schioppo, e gli altri a misura, che quello a loro si approssimava, facevano progressivamente lo stesso, in modo che, con difficoltà potevano essere sorpresi, poichè pe' tiri venivano da lungi, avvertiti, per qual direzione il nemico si muovesse. E per indicare, quello esser più forte della banda o bande riunite, sparavano due tiri consecutivi. Sebbene conoscessero i Francesi, essere quello un segnale convenuto, non potevano però impedirlo, perchè udivano in vero, uno o due tiri partire dalle sommità circondanti, ma non potevano dal loro cammino deviare, od isolare soldati per inseguirli. Soprattutto, facilissima cosa era ad uno o due contadini nascosti nei boschi, o nei rami d'un alto e fronzuto albero, schivar le ricerche del nemico, massimamente, che, fatti uno o due tiri, più non dovevano continuare. Gli altri contadini appostati in seguito, avevano cura, prima di sparare, d'attendere l'avvicinamento della colonna; primieramente perdare il segnale giusto della sua forza, poichè quella avrebbe potuto in un punto essere maggiore, ed in un altro, partendosi in due o tre frazioni destinate a differenti propositi, divenir minore; in secondo luogo per dare agli amici, segno della sua direzione, e del grado di rapidità della sua marcia; in terzo luogo, per non indicare al nemico, con un fuoco immediatamente successivo in quella data linea, il luogo dove trovavasi la banda, impostata.In breve poi tutto si riduce a che, un buon condottiero, deve tanto i suoi movimenti, quanto le sue posizioni, le sue marcie e fino le sue idee al nemico nascondere, nel mentre che per lo contrario, deve tutto ciò sapere di lui. In questo modo potrà sorprendere l'avversario, e non correrà il rischio di essere da quello, sorpreso.Fra la sorpresa e l'imboscata, non havvi altra differenza se non che, nella prima, si marcia sù del nemico, e nella seconda si aspetta in un luogo coperto, e da lui non preveduto, al varco. Il generale Milans, nell'anno 1822, alla testa di una piccola colonna composta la maggior parte di proscritti italiani, ch'erano in Ispagna rifuggiti, per conclusione della contro marcia, di che nel capitolo secondo di questa parte già abbiamtenuto discorso, recossi alla sorpresa di Pineda. Giunto un'ora prima dell'alba, nelle vicinanze di quel paese, collocò il battaglione d'Africa sui contrafforti dei monti, che quella terra circondano, onde osservare gli aditi, e la fuga del nemico, per quella parte, impedire. La cavalleria, composta de' lancieri italiani, e d'alcuni tenui drappelli spagnuoli, fù nella pianura delle maremme, schierata. Eransi in quella notte, sette cento apostolici di alloggiamento in Pineda, in grande gozzoviglia e sollazzevole ballo (dato loro dagli abitanti del paese coi quali conveniano nella opinione) con gran tripudio, intrattenuti. Aveane avuto Milans, dai suoi informatori, sollecito avvertimento. Era, sul suo finire, il festino, e già nel santuario, i bacchettoni apostolici alla messa congregavansi, quando Milans credè opportuno di dare alla sanguinosa divisata operazione, energicamente principio. Formati in colonne d'attacco, preceduti dai corridori, entrarono gl'Italiani a bajonetta spianata, e dopo aver tutte l'esterne, ed interne guardie dell'ingresso in un baleno trucidate, giungono al centro del paese. Battono i tamburi, squillano le trombe, invitano alla carica, e stanchi gli apostolici dal ballo, dallo stravizzo della passata notte, scoraggiati, attoniti, ed in chiesa fra loro confusi, chi dauna parte, chi dall'altra, corrono sonnacchiosi a munirsi delle loro armi. Oppone la guardia principale della piazza, ostinata resistenza agli aggressori, e dà campo ai commilitoni di rinvenir le loro armi. Malgrado ciò, assalita alla bajonetta gagliardamente, soggiace al vigore dell'attacco, e tutta perisce. Affoltansi gli apostolici, nell'uscire armati dalle loro case, nè sanno dove far testa, alcun luogo riparato per riunirsi non trovano; le colonne, ed i corridori colla bajonetta, e colla sciabola, gliene tolgon l'acconcio. Per ultimo dailiberali, ferocemente inseguiti, si riparano tremanti nelle botteghe, e nelle case, e da quelle cominciano, per tutte le parti a sparare. In ogni strada, in piazza, nei viottoli, nei cortili, non odesi, che il fragore dei tiri di continuo, in ogni dove, spesseggianti. Arde il paese, passeggia la morte in una fornace; snicchiano dai loro nascondigli ad uno, ad uno, gli sbandati, sul limitare delle porte, nelle camere, nei balconi, etc., quanti ne incontrano sul posto, trafiggono. Senza più potersi difendere, spaventati all'idea dell'orrenda fine, che lor si para davanti, trasportati dalla disperazione, pervengono i superstiti a riunirsi in un angolo del cimiterio, da dove quell'affoltata torma in iscompiglio, agli aditi dei monti s'addirizza,perchè sguarniti di truppe li suppone, e spera potersi a salvamento recare. Ma si trova il battaglione d'Africa in fronte, che con un ben diretto fuoco per drappelli, ne spiana la metà del loro numero, a terra, e mette l'altra in disordinata fuga. Di là corrono, anzi volano i rimanenti apostolici alla sponda del mare, nella speranza di rinvenire sulle onde la loro salvezza, ma colà in vece, inevitabile morte li aspetta. La cavalleria ch'era sull'arenosa piaggia, schierata, spinge al loro appressarsi, una carica a fondo, e con una spaventevole carnificina, mette il colmo al generale sbaraglio. Fra i pochi cui, per momentanea ventura, è dato di destramente i micidiali colpi delle lancie, schivare, neppure a tanto macello bastevoli, alcuni gettansi a mare, ed altri di piccoli battelli abbandonati s'impossessano, sperando la prossima morte, che li minaccia, isfuggire od almeno allontanare. Uno stuolo di valorosi lancieri italiani, scende in un batter d'occhio da cavallo, corre di botto alla ripa, entra in alcuni dimenticati palischermi, e a destra, a sinistra, in fronte, ed alle spalle, colle lancie da ogni parte vibrando ripetute puntate, sprofonda gl'imbarcati fuggiaschi nel mare. Tutti quanti di salvarsi a nuoto presumevano, ma sono dall'inesorabile cuspide trafitti.La terra è seminata de' cadaveri. Il mare che prima imbiancava per ripercossi marosi, ora tutto di sangue rosseggia; nessuno dei combattenti apostolici ha schivato la morte; così la sorpresa fù coronata dal più brillante successo.L'imperterrito, ed avveduto Milans, presente in ogni parte, diresse, da esperto condottiero, una sorpresa di tanto momento, che il possesso del castello di Hostalrich assicurò, pell'introduzione del convoglio di vettovaglie, e munizioni, di che sommo difetto pativa. Stava il generale congratulandosi con gl'Italiani sullo strenuo loro comportamento, ed esatta esecuzione de' suoi ordini, quando venne avvertito, che una decina d'apostolici, fra i quali alcuni capi, eransi nel campanile della chiesa rifuggiti. Vittorioso Milans, al cui cuore umano di proseguire lo spargimento di sangue, forte incresceva, immediatamente sul piazzale della chiesa, e sotto al campanile si trasferisce, ove colla promessa di salvar loro la vita, esorta quei miserabili ad arrendersi. In vece di rispondere a tali generose proposte, sparano coloro una schioppettata per ammazzarlo, ma per buona ventura sbagliano il colpo ed in vece sua, un Italiano, che al suo fianco gli serviva d'uffiziale d'ordinanza, cade morto sul posto. Milans da così ostinata temerità, e dall'attentato controsua vita, quand'egli con parole di pace lor prometteva la salvezza, giustamente irritato, dà ordine, che quegli ostinati vengano colla forza ad evacuare il campanile, costretti. Alto, e chiuso com'era, sarebbe stato un attacco alla bajonetta, impossibile. Si decise dunque il generale, a fargli appiccare il fuoco, e furono in un istante, tutt'i banchi, confessionali, ed oggetti combustibili, in mezzo alla chiesa ammassati. Si chiusero le porte, e si accese la bica; il subitaneo crepitar delle volte dell'edifizio non tardò, l'effetto delle fiamme a palesare. Aperte le mura, e distrutte le finestre, bentosto le stridenti vampe annunziarono l'incendio generale. Ei fece arder le porte, che dal campanile davano adito al santuario, le stesse corde delle campane s'abbruciarono, il fumo era densissimo, nero, ed insopportabile. Sul punto di soffocare, non hanno più i rifuggiti alcuna speranza di scampo; allora si decidono ad implorare la pietà dei vincitori, ma troppo tardi. Già il momento della clemenza è trascorso; deve una giusta vendetta soddisfarsi; merita la morte dell'italiano, d'essere con memorabil castigo caramente pagata. Col mezzo di altre corde, e scale si facilita la loro uscita, ma per essere tutti al piede della torre archibugiati: due colonelli, quattro frati, e due preti erano costoro,che espiarono, morendo, i numerosi misfatti da loro, contro la patria, commessi.Qual capo d'opera delle sorprese, puossi questa giustamente annoverare, nella quale di sette od ottocento apostolici ad un solo, di recarsi a salvamento, non riuscì. Tosto che una solamente di tali operazioni, ad un condottiero italiano riesca, si potranno dir debellate le fetenti macchine tedesche le quali null'altro tanto temono, quanto le sorprese. Colto dal sagace condottiero, il destro d'impadronirsi, e trucidare i loro uffiziali, non troverà resistenza nei soldati, e potrà una compiuta vittoria facilmente riportare. Ci rimarrebbe a dire, come una banda si debba da una sorpresa difendere, ma siccome nel capitolo delle fortezze, come in quello della difesa di un punto circondato da nemici, di ciò a lungo terrem ragionamento, non aggiungeremo altri precetti, e ci contenteremo di avvertire, che il più delle volte succede, che chi va per sorprendere, si trova egli stesso dall'avversario, sorpreso, sopra tutto se l'assalito è vigilante, se scorge gli stratagemmi dell'aggressore, e mette convenevol riparo. Molte volte pure succede, che cadendo con impeto deciso, ed ardito addosso al nemico lo confonde, istupidisce, profitta del momento,e si salva. Di ciò in appoggio, può la condotta di Mina in simili circostanze, valevolmente servirci. Avvenne, che un giorno, essendosi Mina alquanto dalla sua banda separato, con soli diciesette volontarj (locchè gli succedeva soventi, secondo il sistema di sparpagliarla, quando troppo strettamente si vedeva inseguito, o circondato), andò ad alloggiare inSangaren, nella casa di un abitante, dove, quando era di passaggio per quel paese, abitualmente si posava. Avutane contezza i Francesi, ch'erano inHuescadi guarnigione, ivi un distaccamento di dragoni, per sorprenderlo, immediatamente spedirono. Giunse quello al far del giorno, quando Mina, disposto a partire, con una tazza di cioccolato rifocillavasi. Avvertito dell'arrivo dei nemici, egli senz'armi, come si trova, corre alla porta del cortile, con l'idea di chiuderla; ma non appena vi giunge, che da due dragoni arrivati a briglia sciolta sul limitare della medesima, già la trova occupata. Questi alla sua volontà con vigore si oppongono; ed in tal frangente afferra egli una grossa stanga, che per assicurare la porta nella notte, serviva, la maneggia con destrezza, e tanto sulla testa dei due dragoni, come sù quella dei cavalli, vibra colpi terribili. Così perviene atalmente confonderli, che sono alla fine, di abbandonare la porta costretti, da lui immediatamente chiusa, ed assicurata. Addossate quindi le armi, monta a cavallo, solo da quattro de' suoi volontarj seguito, perchè gli altri sparsi nelle case del paese, erano gli uni stati presi dal nemico, e gli altri, ciascuno al proprio ingegno ricorrendo, eransi colla fuga salvati. Mina comanda all'esitante padrone di aprir tosto la porta, lancia di carriera il cavallo, cozza con violenza nel distaccamento nemico, ruota da ogni parte la spada, ferisce l'uno, rovescia l'altro, trafigge molti, e finalmente si reca illeso nelle vicinanze diEgea de los caballeros, vi trova riunita la sua banda, ed alla testa di quella, nello stesso momento riparte.Nell'indomani, e nei successivi giorni, fece Mina, il giro di tutti quei paesi, per dov'erano, i Francesi, passati, onde portarsi a sorprenderlo, i di cui abitanti per malizia, od inavvertenza deglialcaldi, e parrochi, non l'aveano di tal movimento, a tempo, avvertito. Subitocchè in quei paesi del transito nemico, giungeva, sul piazzale della chiesa, a sè chiamava l'alcalde, e parroco delinquenti, e dopo d'aver loro fortemente la mancanza verso la patria, rimproverata, facevagliambedue al campanile della parrocchia, per la gola, impiccare. Avvenne, che uno fra tanti di questi parrochi, si trovò essere stretto parente suo, ma il forte Mina come buon condottiero, che l'amor della patria a qualunque altro sentimento anteponeva, e vedeva essere la sicurezza, e salvazione della sua banda, e persona non meno, che la buona riescita della contesa, posta nel rigore verso di quei due impiegati, al supplizio del campanile, parimenti mandollo.Gli agguati, come di sopra abbiam, detto, non sono che sorprese di piede fermo, e difficilmente di queste, senza che all'agguato la mente si rivolga, tener puossi ragionamento. Ma siccome in un altro capitolo, già ne abbiamo a lungo trattato, ci contenteremo di esporre un solo esempio, pure da quella celebre guerra dell'independenza, da noi estratto.Il condottiero Cuesta nella Estramadura, come quello, che conosceva benissimo il terreno di tutt'i monti della provincia, e che di buoni informatori si serviva, seppe, che una divisione di cavalleria, ed altra di fanteria francesi, marciavano daTaraicejoin direzione delPuentedell'Arzobispo. Agguatatosi nei monti diGuadalupe, spiò la favorevole occasione, e come vidde, che il generale Maricy comandantedi quel corpo d'esercito, marciava co' suoi ajutanti di campo, nell'intervallo delle due divisioni le quali per l'asprezza, ed angustia del cammino si trovavano ad una certa distanza l'una dall'altra; quatto, quatto, nascosto in uno stretto, dietro una siepe lo stette ad aspettare; lasciò sfilare tutta la divisione di cavalleria davanti a lui senza fiatare, nè lasciarsi vedere, e tosto, scoperto il generale, si slanciò ferocemente sopra di lui, ed in un co' suoi ajutanti che lo vollero difendere, lo mise a pezzi, e soddisfatto, nascondendosi di bel nuovo, la disperazione dei comandanti dei corpi d'ambe le divisioni, che non potevano vendicare la morte del loro comandante, Cuesta rimase, con sommo giubilo, ad osservare.Sono la sorpresa, l'agguato, e lo stratagemma, le più ordinarie operazioni in questa guerra, da praticarsi. Va per lo più quest'ultimo, sempre unito alla sorpresa. E lunga, difficil cosa sarebbe il riandare i possibili stratagemmi, che dal principio della guerra nel mondo, infino ad oggi, sono stati messi da' generali, e condottieri, con profitto, in uso. Possonsi da Pollieno, e Frontino utilissimi ammaestramenti, a quest'oggetto, ricavare, epperciò non esporremo il modo di far credere al nemico diaver maggiore forza di quella, che si abbia, facendo suonare le trombe molte, e separate, dove non v'è truppa; di accendere fuochi nella notte, dove precisamente non si serena, e tener la banda all'oscuro; di far montare gli abitanti a cavallo, sebbene vecchi, od infermi, per far credere da lontano al nemico, che si è forte in cavalleria etc., e molte altre dimostrazioni di tal fatta che a quasi tutti d'altronde sono già note, non essendovi scrittor militare, che non le abbia, trattando dei stratagemmi, ripetute. Consiglieremo non dimeno i condottieri a servirsene, perchè quantunque già conosciuti, non mancano quasi mai di produrre un buon effetto mettendole all'improvviso, ed all'insaputa del nemico, in pratica.Aveva Mina ricevuto un soccorso di munizioni dalla giunta d'Aragona, e pensò di subitamente servirsene, al qual effetto marciò alle porte di Estella in quel tempo dalle truppe francesi presidiata. Prima di giungere alla vista del paese, la maggior parte della sua banda, dietro alle siepi, e boccone, per terra, nei fossi, e nei solchi dei campi ei cautamente nascose. Quindi a portata della piazza, per allettare i nemici ad attaccarlo, con pochi soldati presentossi. Ed in fatti, cent'uomini della guarnigione pieni di jattanza, e con animo di tagliare a pezzi queipochi Spagnuoli, uscirono al loro incontro. S'appiccò incontanente la zuffa, e quando già erano alle mani, fece Mina un segnale; accorse il rimanente della banda di volo, ed in un istante fù quel distaccamento, distrutto. Nuovi Francesi uscirono dal paese per ajutare i compagni, ma troppo tardi: già erano i primi, annichilati, ed i secondi non ebbero miglior sorte, dimodocchè, sotto le stesse mura della piazza senza che un solo abbia potuto fuggire, tutti inesorabilmente perirono.DonRamon de Ulzurrum y Eraso, comandante di uno dei battaglioni di Mina, stava inEcharre-Vranazall'uopo di riunirlo, ed ordinarlo, e non aveva ancora, che un centinajo di volontarj. Mandarono i Francesi un distaccamento di quattro cento, e cinquanta uomini, affinchè, prima di esser compiutamente formato, lo mandassero in rovina. Uscì Ulzurrum dal villaggio, e quella mano di uomini, nascondendone il numero, con tanto avveduto consiglio dispose, e con tanto vantaggio seppe il nemico molestare, che i Francesi non osarono entrare nel paese, e con la perdita del terzo della loro forza, fuggirono.Per mezzo dei loro giusti calcoli, e dello stratagemma di far l'uno, minore, e l'altro, maggiore forza comparire, riportarono i duecitati condottieri sui Francesi compiuta vittoria. Ora per l'ordine regolare del nostro trattato, passeremo a parlare delle scaramuccie, ossiabadalucchi.Una zuffa parziale di piccoli corpi, che s'incontrano, costituisce una scaramuccia, per lo più di poca entità nelle guerre regolari, ma da mettersi nella guerra d'insurrezione, continuamente in uso. Mina nel tempo della guerra dell'independenza, scriveva, che risme di carta non gli sarebbero bastate, per notare tutte le scaramuccie in ch'egli, e la sua banda furono le tante volte impegnati, perchè ogni giorno, ed anche due, o tre volte al giorno, di scaramucciare gli succedeva. Per mezzo della scaramuccia, si molesta, si spossa veramente il nemico, e si perviene a tanto infastidirlo, che perde alla fine il coraggio, e la volontà di far la guerra. D'uopo è dunque al condottiero di essere perseverante non men che sollecito nella ricerca delle occasioni, di frequentemente col nemicobadaluccare. La perseveranza, dice il generale san Ciro, è il principio, e la causa di tutt'i buoni successi, la sola guarentigia della loro durata, la virtù la più rara, la più necessaria alla guerra la prima istruzione, ed il primo esempio che un capo debba alle truppe, cui comanda.Perseverare dunque nel molestare il nemico, a frequenti scaramuccie, obbligandolo, dovrà essere la principale cura di un condottiero. Dall'ostinazione proverrà la riuscita della nostra lotta; sconfitti, e dispersi quest'oggi, saremo dimani di bel nuovo riuniti per iscaramucciare. Dice Polibio al libro nono che: «L'ostinazione spossa il nemico e prepara il buon successo.» Da quella sola, potrà l'Italia la sua rigenerazione sperare. Quel carattere ostinato, che Mina dimostrò nella guerra dell'independenza, quello si fù che gli diede finalmente la vittoria. Nessun condottiero si trovava in una posizione più pericolosa della sua; erano tutte le fortezze in Navarra da truppe Francesi guarnite, che pure tutto il paese, che le circondava, possedevano. Non vi era un punto dal quale Mina potesse ricevere soccorso, o dove gli fosse di ritirarsi, possibile, le sole sue fortezze erano i monti, ed altre risorse non aveva, che quelle dal suo ingegno, dalla sua pertinace volontà, dal coraggio de' suoi compagni, e dall'amore de' suoi compatrioti, fornite. A forza di scaramuccie, sorprese, ed agguati, impedì egli per lungo tempo a Suchet di portarsi contro di Tarragona e Valenza, sempre gli toglieva i convogli, e le sue comunicazioni interrompeva.È massima di guerra, dice Tucidide al libro quinto, che colui il quale attacca, il primo, rovina e spaventa il nemico. Era questa, messa in esecuzione dai principali condottieri spagnuoli, perchè si ritiravano, o dividevano la banda, se non si conoscevano in forza bastevole per far resistenza. Ma se poi sapevano esservi grande probabilità di riescita, allora non aspettavano di essere attaccati, ma primi, assalivano, ed era passato in proverbio che «quien pega primero pega dos veces.»Trovavasi Mina inMondigorriacon tre de' suoi battaglioni e la cavalleria, quando il generale Caffarelli, con due divisioni, una perpuente de la Reyna, e l'altra per la valle d'Echaurri, marciava contro di lui. Il generale Reille, con una terza si avanzava dalCarrascal; una quarta veniva daLogrognosopra d'Estella, tutta la forza nemica mossa contro di lui, sommava ad otto mila fanti, e due mila cavalli. Avvertito dei loro movimenti, non volle Mina con ragione aspettare di essere attaccato, ma quantunque fosse di molto inferiore in forza, pur si decise ad attaccare. In fatti, postosi in agguato, vicino alCarrascal, onde assalire il generale Reille, lo attaccò al varco, lo mise in piena rotta, ed a ritirarsi sopraTafalla, lo astrinse. Ma quando inseguendolo, giàera giunto fino al villaggio diBarasoain, tosto s'avvide che Caffarelli retroceduto daPuente, era pervenuto a situarsi tra il battaglione comandato da lui, e gli altri due, di maniera che, se Reille si fermava nella sua fuga, e riuniva una parte della sua truppa, la colonna spagnuola si trovava in mezzo a due fuochi, locchè di fatti ebbe luogo. Quattro mila fanti, e settecento cavalli, che avevano un grande vantaggio sì pel numero, come per la posizione, il prode Mina disperatamente attaccarono, ma per opra di quel coraggio proprio a chi difende la patria con un indicibile vigore, con la sola perdita di ventitre morti, quel condottiero, respingendoli, liberossi. Un distaccamento di usseri pervenne, in questo frangente, a circondare la sua persona, ed uno di loro gli vibrò un colpo, che non potè, se non, abbassandosi di lungo sul cavallo, evitare, il quale ad un tratto impennandosi, con uno slancio il fe' balzare di sella. Rimessosi subitamente in piedi con tutta possa la diede a gambe. Per buona fortuna, il cavallo seguì il padrone, che in sella prestamente risaltò, e solo, inoltrandosi nel più folto de' boschi, dagli usseri, che lo inseguirono fino alla notte, si salvò, i quali poi disperando di più rintracciarlo, indietro se ne ritornarono. Così il valente Mina,dopo d'avere per tre giorni, senza compagni, errato, di bel nuovo aCernaritrovò la smarrita banda. Ripeteremo dunque, che debbono essere le scaramuccie, in questa guerra frequentissime, che al condottiero conviene essere il primo a tentare, ed in quel modo fino alla fine, perseverare.

In una guerra che per lo più, negli alpestri monti, negl'intricati boschi, in asprissimi dirupi, ed interminabili abissi devesi di continuo alimentare, non sarà difficile, che ben sovente il condottiero s'incontri nella necessità di opporre al varco degli stretti, burroni etc., una valevole difesa. Prima di eleggere il luogo dov'egli intenda di contrastare il passaggio al nemico, dovrà ben bene, il sito calcolare, ed accuratamente osservare, se si trova in maniera situato, che l'avversario non possa, girando la sua posizione, al di là, per altre parti, trasportarsi, e rendere, per tal modo, di niun effetto i suoi preparativi, ed inutile la sua permanenza in quel luogo. Qualora sulla stessalinea de' monti, uno, o varj passaggi esistano, dovrà il condottiero, se la sua forza non è sufficiente, mettersi con altre bande d'accordo, affinchè vengano quelli, parimenti difesi. Supposto dunque che il nemico, per procedere innanzi, o indietro, a seconda delle militari operazioni da lui divisate, debba necessariamente passare per quello stretto, si porrà il condottiero in misura di opporgli una vigorosa resistenza, respingerlo, ed impedirlo, se potrà, od in caso contrario, fargli la riuscita di quel tentativo, a carissimo prezzo, pagare. Cercherà la banda, per prima essenzial cosa, d'impossessarsi delle sommità dei monti, perchè difficile, anzi impossibile crediamo, che possa da una banda, uno stretto in pianura chiusa da un bosco, paludi, o canali, con molto frutto difendersi, rovinerà il cammino, pel quale dovrà giungere il nemico, onde spossarlo, e ritardargli la marcia. Ed a questo fine, distruggerà i ponti, se ve ne sono, qualora di trovarsi in vicinanza di canali, fiumi, o paludi, gli avvenga, rompendo le sponde, gli argini, etc., le strade compiutamente allagherà, con alberi, tronchi, e travi, piantati nella terra, e rivestiti di rovo, e di quante piante spinose può ritrovare, costruirà delle barricate dell'altezza di varj uomini, davanti le quali, farà un granfosso; a molta distanza dalle barricate farà dei grandi, larghi, e profondi tagli, da un lato all'altro della strada, e della terra, che da quelli estrae, e parimenti, con travi, e carri di molte pietre ricolmi (le ruote de' quali siano seppellite nella terra ed i timoni legati assieme), innalzerà dalla parte opposta del taglio, un'altissima, e ripidissima sponda che il nemico di passare impedisca od almeno gli dia intollerabile molestia.

Prese queste precauzioni, il condottiero guarnirà le alture dei monti, ed i volontarj colà situati, potranno, facendo un fosso circondato di alberi coi rami, con tronchi, terra, etc., se ne hanno il tempo, ripararsi a piè dei monti e ad un'altezza dominante la strada, e spezialmente in quelle parti che ad uno stretto soprastanno, il capo potrà, se gliene viene l'acconcio, far costruire dei ridotti laterali, che non dovranno essere tondi ma quadri, lunghi, o triangolari; al dissopra dei quali, potrà fare dei tagli nel monte da un semplice parapetto coperti, tal che si debba, per entrarvi, dalla sommità, per difficilissima via, calare; non dovendo essere perpendicolari ai ridotti, ma diagonali, onde schivare, che rotolando le pietre dall'alto a basso, l'amico, anzichè l'avversario, distruggano. Saranno in quei tagli, situati dei volontarj,che di rottami, e grosse masse di pietre, provvisti, con quelle, e con fuoco de' moschetti, dovranno il nemico senza posa e con suo grave danno, infastidire. Prese tutte queste misure, dividerà il condottiero la sua forza nei luoghi da lui, atti a difesa, riputati, ed avrà sempre una spezial cura, che ciascun distaccamento, non lasciando in servizio, che un terzo alla volta, della truppa, possa i posti confidatigli, delle necessarie guardie, vegghie, scolte, e velette, agevolmente guarnire. Delle ventiquattr'ore del giorno, ne avranno in questo modo i volontarj, otto di servizio, e sedici di riposo, la metà del quale sarà in pattuglie, riconoscenze, etc., impiegato, ed ott'ore per mangiare, e dormire, solamente rimarranno. Si regolerà in questo modo; tutte le volte che avrà una forza sufficiente, per poterlo eseguire, e non sarà stretto dal nemico, perchè in quel caso, non al riposo, ma solo alla gloria, ed alla patria, si deve pensare. L'illustre Hofer nell'ardimentosa sua guerra contro all'impero francese, ci offre varj esempi d'una insurrezione nazionale, potente, gli stretti, burroni, etc., a difendere. Ei mise in fuga una colonna di venti mila nemici, sotto agli ordini del generale Lefebvre, e del principe ereditario di Baviera, che per trevolte consecutive, diedero l'assalto alla posizione del romitaggio di Hunterau, dove quel prode aveva la sua forza, riunita, e trasse partito da tutt'i grandi vantaggi offertigli dalla natura del terreno, dov'erasi fortemente trincerato; costrinse quei duci a fuggire colla perdita di dieci mila morti, mille e cinquecento prigionieri, otto cannoni, nella massima confusione; infine a Sterzing Hofer di bel nuovo il generale Lefebvre, sconfisse, nell'inseguirlo fino alle paludi di quelle vicinanze e cagionogli la perdita di mille ottocento uomini morti, di mille cinquecento prigionieri, di molti cavalli e di gran parte del suo equipaggio, pel qual disastro, fù quel generale, costretto a tornare indietro fino ad Inspruck. Dopo di tutte queste preclarissime gesta, Hofer venne informato essere una colonna di dieci mila uomini, per trasferirsi a Prutz, passando per Landek, paese cui non si può giungere, senza entrare in una valle, che per lo spazio di tre leghe, si restringe, qual orrido tortuoso abisso, da inacessibili, asprissimi greppi formato, in mezzo a due altissimi monti d'onde, peramb'i lati del cammino, tali masse di roccie, sì fattamente sporgono all'infuori, che pajono volersi, l'un coll'altro congiungere, dalle quali la sottostante strada, lungo la sponda del fiumeInn, che impetuoso e borbogliante scorre nella profondità del burrone, viene signoreggiata. Presa in quelle ineguali sommità sporgenti, convenevol militar posizione, ammucchiò il prode Hofer, per lungo tratto, grandissimo numero di enormi macigni, tronchi d'alberi, ed altre simili cose atte, pel loro peso, l'imprevidente nemico tosto, nella profondità inoltrato, a flagellare. Passò l'anti-guardodi ottocento Sassoni, senza molestia e giunse a Prutz, che a suo grande stupore, trovò da un assai maggior numero di Tirolesi, militarmente occupato, che a posare le armi, senza indugio costrinserlo. Sedotto all'istante un prigioniero, quel capo, indietro inviollo al generale, con la relazione della caduta di Prutz. E di ciò, la colonna nemica, avend'egli persuaso, nel fondo del burrone, con piena confidenza s'intromise; alcune piccole bande di Tirolesi, a bella posta, onde ingannare il nemico sulle vere intenzioni, lungo la valle situate, al suo ingresso, arditamente si opposero. Viddesi fra quei difensori, un canuto cittadino d'oltre ottant'anni con venerabile aspetto, situato con le spalle al monte, che ad ogni archibugiata, un nemico del suo paese trucidava, e seguiva in quel modo, riparato dai nemici. Ma alcuni Bavaresi, s'arrampicarono alla sommitàdella rupe e da sopra, per assalirlo si calarono. Tostocchè quello conobbe non essergli più via di scampo, proruppe in un grido terribile, e con altere parole, i due invasori che si avvicinavano, provocò, quindi coll'ultimo suo tiro di schioppo, il primo di loro stese immediatamente a suoi piedi, ed avventandosi poscia contro al secondo, a metà del corpo strettamente abbracciollo. Valendosi il soldato della libertà delle braccia, forte il percoteva, ma il rispettabile vecchio all'orlo dell'orrido dirupo, invocato il nome di Dio, seco il nemico trascinando, disperatamente nel profondo sbalzossi, e viddersi ambedue giù nell'abisso precipitare. Tostocchè fù l'intiera colonna nello stretto inoltrata, una risonante voce dalla cima d'altissima rupe laterale, pronunziò le seguenti parole: «È opportuno il momento? Debbo io tagliare?» Cui, dalla vetta dell'altro lato fù in tuono imperativo e forte, tostamente risposto: «Sì: subito; periscano gl'infami!» A queste tremende e sconosciute voci, le schiere nemiche a darne immediato avviso al generale spedirono alcuno, ma troppo era tardi! In quello stesso punto, fra le universali grida di tutt'i Tirolesi in quelle scoscese creste collocati, sassi, pietre, tronchi d'alberi, grossi massi staccati di roccia, etc.,furono, con orrendo principizio, dalle vette, per tutto il lungo delle strette dov'era chiuso il nemico, lasciati cadere, che nel profondo piombando, in modo spaventevole, più di sei mila Bavaresi, Francesi e Sassoni, rimasero da tanto improvvisa, ed orrenda difesa, interamente schiacciati.

Calarono sull'istante i vincitori Tirolesi nel burrone alla corsa, per compire la vittoria, ammazzare i superstiti, ed impossessarsi del bottino, nella quale operazione, vecchi, giovani, donne, ragazzi e fino le bellissime donzelle, pur anche intente a distruggere il nemico del paese, vedevansi, soddisfatte, festevolmente accorrere.

Esposto da noi in succinto, come si possa il passaggio d'uno stretto, difendere, passeremo a trattare delle sorprese delle quali poco in questo capitolo ragioneremo, dovendone in quello delle fortezze, far motto. Non sarà peraltro mai disutile rammentare ad un condottiero, che può, negli avvenimenti della guerra, essere una banda, senz'aver torto, battuta, ma che sarà sempre da considerarsi colpevole, e degna di vituperio quella che si lascierà, in qualsivoglia tempo, sorprendere. Quindi, per quanto grandi, fastidiose, e picciole molte precauzioni parer possano; mainon saranno di troppo. E se ad un volontario potrà esser permesso di darsi, per un certo tempo, tranquillamente al sonno, ad un condottiero non sono leciti che brevi riposi, e questi presi con intervallo di tempo, nel giorno, quando il pericolo di essere sorpreso, sarà di molto lontano. Tre ore od al più quattro di sonno, nelle ventiquattro, debbono essere ad un buon condottiero bastevoli, dovendo avvertire, che il suo Secondo non riposi mai nello stesso tempo, ma che uno vegli, se l'altro dorme. Deve il condottiero farsi dappertutto vedere, tutto conoscere, senza che mai non sia la sua ora di riposo, conosciuta. Ordinariamente non si tenta una sorpresa, se non quando si suppone, che l'avversario non prenda le necessarie precauzioni per evitarla. Quando si ha notizia, che il condottiero troppo in sè stesso confidi, o sia conosciuto per essere leggiero di testa, e nelle occasioni difficili, sia soggetto a confondersi; quando la truppa avversaria, debole, o cattiva, sia riputata; quando sia il comandante assente od ammalato; quando gli abitanti siano dei loro difensori, nemici; quando vi sia discordia nella truppa, in fine, quando da quella non si faccia esattamente il servizio; se quindi, le strade, vicine a quel luogo, sono coperte, ed ilpaese, disabitato, se vi sono boschi, burroni, balze, col di cui favore possa, senza essere veduta, appressarsi al nemico, e tutte le altre simili circostanze, o parte di esse concorrano; allora per lo più di notte, ma in certi casi anche di giorno, si tenta, o per stratagemma, od apertamente, la sorpresa.

Le storie di tutt'i tempi e di tutte le guerre, ne insegnano abbastanza, essere la negligenza nelle precauzioni, causa principale di gravi disastri e perdite di battaglie, che ben soventi la somma delle cose rovinano e danno a quello dei combattenti, che secondo tutti i calcoli dovrebb'essere perditore, la compiuta vittoria. Questo difetto, nelle guerre civili di Francia, all'esercito degli Ugonotti, ordinario, lo portò molte volte a gravi pericoli, e soprattutto nella battaglia ch'ebbe luogo nel 1562 tra Spina e Blanvilla, diede all'esercito cattolico vinta la giornata; locchè spinse il prode ammiraglio di Colignì ad esclamare, che, per loro negligenza, era venuto tempo da porre la salute non più ne' piedi, come per lo passato tentavasi fare, ma nelle mani. Checchè dicasi, è certo che non mai sarà la vigilanza, ad un condottiero, troppo raccomandata.

Usavano gli Spagnuoli, oltre moltissime altre precauzioni, di quella di mettere alcunevedette sopra le sommità principali dei monti, dove operavano. Eran quelle per l'ordinario, de' contadini stessi alla buona causa devoti, ad una certa distanza, gli uni dalli altri, per lo spazio di due o tre leghe collocati, e formavano una specie di catena di corrispondenza. Il primo che vedeva l'inimico, sparava il suo schioppo, e gli altri a misura, che quello a loro si approssimava, facevano progressivamente lo stesso, in modo che, con difficoltà potevano essere sorpresi, poichè pe' tiri venivano da lungi, avvertiti, per qual direzione il nemico si muovesse. E per indicare, quello esser più forte della banda o bande riunite, sparavano due tiri consecutivi. Sebbene conoscessero i Francesi, essere quello un segnale convenuto, non potevano però impedirlo, perchè udivano in vero, uno o due tiri partire dalle sommità circondanti, ma non potevano dal loro cammino deviare, od isolare soldati per inseguirli. Soprattutto, facilissima cosa era ad uno o due contadini nascosti nei boschi, o nei rami d'un alto e fronzuto albero, schivar le ricerche del nemico, massimamente, che, fatti uno o due tiri, più non dovevano continuare. Gli altri contadini appostati in seguito, avevano cura, prima di sparare, d'attendere l'avvicinamento della colonna; primieramente perdare il segnale giusto della sua forza, poichè quella avrebbe potuto in un punto essere maggiore, ed in un altro, partendosi in due o tre frazioni destinate a differenti propositi, divenir minore; in secondo luogo per dare agli amici, segno della sua direzione, e del grado di rapidità della sua marcia; in terzo luogo, per non indicare al nemico, con un fuoco immediatamente successivo in quella data linea, il luogo dove trovavasi la banda, impostata.

In breve poi tutto si riduce a che, un buon condottiero, deve tanto i suoi movimenti, quanto le sue posizioni, le sue marcie e fino le sue idee al nemico nascondere, nel mentre che per lo contrario, deve tutto ciò sapere di lui. In questo modo potrà sorprendere l'avversario, e non correrà il rischio di essere da quello, sorpreso.

Fra la sorpresa e l'imboscata, non havvi altra differenza se non che, nella prima, si marcia sù del nemico, e nella seconda si aspetta in un luogo coperto, e da lui non preveduto, al varco. Il generale Milans, nell'anno 1822, alla testa di una piccola colonna composta la maggior parte di proscritti italiani, ch'erano in Ispagna rifuggiti, per conclusione della contro marcia, di che nel capitolo secondo di questa parte già abbiamtenuto discorso, recossi alla sorpresa di Pineda. Giunto un'ora prima dell'alba, nelle vicinanze di quel paese, collocò il battaglione d'Africa sui contrafforti dei monti, che quella terra circondano, onde osservare gli aditi, e la fuga del nemico, per quella parte, impedire. La cavalleria, composta de' lancieri italiani, e d'alcuni tenui drappelli spagnuoli, fù nella pianura delle maremme, schierata. Eransi in quella notte, sette cento apostolici di alloggiamento in Pineda, in grande gozzoviglia e sollazzevole ballo (dato loro dagli abitanti del paese coi quali conveniano nella opinione) con gran tripudio, intrattenuti. Aveane avuto Milans, dai suoi informatori, sollecito avvertimento. Era, sul suo finire, il festino, e già nel santuario, i bacchettoni apostolici alla messa congregavansi, quando Milans credè opportuno di dare alla sanguinosa divisata operazione, energicamente principio. Formati in colonne d'attacco, preceduti dai corridori, entrarono gl'Italiani a bajonetta spianata, e dopo aver tutte l'esterne, ed interne guardie dell'ingresso in un baleno trucidate, giungono al centro del paese. Battono i tamburi, squillano le trombe, invitano alla carica, e stanchi gli apostolici dal ballo, dallo stravizzo della passata notte, scoraggiati, attoniti, ed in chiesa fra loro confusi, chi dauna parte, chi dall'altra, corrono sonnacchiosi a munirsi delle loro armi. Oppone la guardia principale della piazza, ostinata resistenza agli aggressori, e dà campo ai commilitoni di rinvenir le loro armi. Malgrado ciò, assalita alla bajonetta gagliardamente, soggiace al vigore dell'attacco, e tutta perisce. Affoltansi gli apostolici, nell'uscire armati dalle loro case, nè sanno dove far testa, alcun luogo riparato per riunirsi non trovano; le colonne, ed i corridori colla bajonetta, e colla sciabola, gliene tolgon l'acconcio. Per ultimo dailiberali, ferocemente inseguiti, si riparano tremanti nelle botteghe, e nelle case, e da quelle cominciano, per tutte le parti a sparare. In ogni strada, in piazza, nei viottoli, nei cortili, non odesi, che il fragore dei tiri di continuo, in ogni dove, spesseggianti. Arde il paese, passeggia la morte in una fornace; snicchiano dai loro nascondigli ad uno, ad uno, gli sbandati, sul limitare delle porte, nelle camere, nei balconi, etc., quanti ne incontrano sul posto, trafiggono. Senza più potersi difendere, spaventati all'idea dell'orrenda fine, che lor si para davanti, trasportati dalla disperazione, pervengono i superstiti a riunirsi in un angolo del cimiterio, da dove quell'affoltata torma in iscompiglio, agli aditi dei monti s'addirizza,perchè sguarniti di truppe li suppone, e spera potersi a salvamento recare. Ma si trova il battaglione d'Africa in fronte, che con un ben diretto fuoco per drappelli, ne spiana la metà del loro numero, a terra, e mette l'altra in disordinata fuga. Di là corrono, anzi volano i rimanenti apostolici alla sponda del mare, nella speranza di rinvenire sulle onde la loro salvezza, ma colà in vece, inevitabile morte li aspetta. La cavalleria ch'era sull'arenosa piaggia, schierata, spinge al loro appressarsi, una carica a fondo, e con una spaventevole carnificina, mette il colmo al generale sbaraglio. Fra i pochi cui, per momentanea ventura, è dato di destramente i micidiali colpi delle lancie, schivare, neppure a tanto macello bastevoli, alcuni gettansi a mare, ed altri di piccoli battelli abbandonati s'impossessano, sperando la prossima morte, che li minaccia, isfuggire od almeno allontanare. Uno stuolo di valorosi lancieri italiani, scende in un batter d'occhio da cavallo, corre di botto alla ripa, entra in alcuni dimenticati palischermi, e a destra, a sinistra, in fronte, ed alle spalle, colle lancie da ogni parte vibrando ripetute puntate, sprofonda gl'imbarcati fuggiaschi nel mare. Tutti quanti di salvarsi a nuoto presumevano, ma sono dall'inesorabile cuspide trafitti.La terra è seminata de' cadaveri. Il mare che prima imbiancava per ripercossi marosi, ora tutto di sangue rosseggia; nessuno dei combattenti apostolici ha schivato la morte; così la sorpresa fù coronata dal più brillante successo.

L'imperterrito, ed avveduto Milans, presente in ogni parte, diresse, da esperto condottiero, una sorpresa di tanto momento, che il possesso del castello di Hostalrich assicurò, pell'introduzione del convoglio di vettovaglie, e munizioni, di che sommo difetto pativa. Stava il generale congratulandosi con gl'Italiani sullo strenuo loro comportamento, ed esatta esecuzione de' suoi ordini, quando venne avvertito, che una decina d'apostolici, fra i quali alcuni capi, eransi nel campanile della chiesa rifuggiti. Vittorioso Milans, al cui cuore umano di proseguire lo spargimento di sangue, forte incresceva, immediatamente sul piazzale della chiesa, e sotto al campanile si trasferisce, ove colla promessa di salvar loro la vita, esorta quei miserabili ad arrendersi. In vece di rispondere a tali generose proposte, sparano coloro una schioppettata per ammazzarlo, ma per buona ventura sbagliano il colpo ed in vece sua, un Italiano, che al suo fianco gli serviva d'uffiziale d'ordinanza, cade morto sul posto. Milans da così ostinata temerità, e dall'attentato controsua vita, quand'egli con parole di pace lor prometteva la salvezza, giustamente irritato, dà ordine, che quegli ostinati vengano colla forza ad evacuare il campanile, costretti. Alto, e chiuso com'era, sarebbe stato un attacco alla bajonetta, impossibile. Si decise dunque il generale, a fargli appiccare il fuoco, e furono in un istante, tutt'i banchi, confessionali, ed oggetti combustibili, in mezzo alla chiesa ammassati. Si chiusero le porte, e si accese la bica; il subitaneo crepitar delle volte dell'edifizio non tardò, l'effetto delle fiamme a palesare. Aperte le mura, e distrutte le finestre, bentosto le stridenti vampe annunziarono l'incendio generale. Ei fece arder le porte, che dal campanile davano adito al santuario, le stesse corde delle campane s'abbruciarono, il fumo era densissimo, nero, ed insopportabile. Sul punto di soffocare, non hanno più i rifuggiti alcuna speranza di scampo; allora si decidono ad implorare la pietà dei vincitori, ma troppo tardi. Già il momento della clemenza è trascorso; deve una giusta vendetta soddisfarsi; merita la morte dell'italiano, d'essere con memorabil castigo caramente pagata. Col mezzo di altre corde, e scale si facilita la loro uscita, ma per essere tutti al piede della torre archibugiati: due colonelli, quattro frati, e due preti erano costoro,che espiarono, morendo, i numerosi misfatti da loro, contro la patria, commessi.

Qual capo d'opera delle sorprese, puossi questa giustamente annoverare, nella quale di sette od ottocento apostolici ad un solo, di recarsi a salvamento, non riuscì. Tosto che una solamente di tali operazioni, ad un condottiero italiano riesca, si potranno dir debellate le fetenti macchine tedesche le quali null'altro tanto temono, quanto le sorprese. Colto dal sagace condottiero, il destro d'impadronirsi, e trucidare i loro uffiziali, non troverà resistenza nei soldati, e potrà una compiuta vittoria facilmente riportare. Ci rimarrebbe a dire, come una banda si debba da una sorpresa difendere, ma siccome nel capitolo delle fortezze, come in quello della difesa di un punto circondato da nemici, di ciò a lungo terrem ragionamento, non aggiungeremo altri precetti, e ci contenteremo di avvertire, che il più delle volte succede, che chi va per sorprendere, si trova egli stesso dall'avversario, sorpreso, sopra tutto se l'assalito è vigilante, se scorge gli stratagemmi dell'aggressore, e mette convenevol riparo. Molte volte pure succede, che cadendo con impeto deciso, ed ardito addosso al nemico lo confonde, istupidisce, profitta del momento,e si salva. Di ciò in appoggio, può la condotta di Mina in simili circostanze, valevolmente servirci. Avvenne, che un giorno, essendosi Mina alquanto dalla sua banda separato, con soli diciesette volontarj (locchè gli succedeva soventi, secondo il sistema di sparpagliarla, quando troppo strettamente si vedeva inseguito, o circondato), andò ad alloggiare inSangaren, nella casa di un abitante, dove, quando era di passaggio per quel paese, abitualmente si posava. Avutane contezza i Francesi, ch'erano inHuescadi guarnigione, ivi un distaccamento di dragoni, per sorprenderlo, immediatamente spedirono. Giunse quello al far del giorno, quando Mina, disposto a partire, con una tazza di cioccolato rifocillavasi. Avvertito dell'arrivo dei nemici, egli senz'armi, come si trova, corre alla porta del cortile, con l'idea di chiuderla; ma non appena vi giunge, che da due dragoni arrivati a briglia sciolta sul limitare della medesima, già la trova occupata. Questi alla sua volontà con vigore si oppongono; ed in tal frangente afferra egli una grossa stanga, che per assicurare la porta nella notte, serviva, la maneggia con destrezza, e tanto sulla testa dei due dragoni, come sù quella dei cavalli, vibra colpi terribili. Così perviene atalmente confonderli, che sono alla fine, di abbandonare la porta costretti, da lui immediatamente chiusa, ed assicurata. Addossate quindi le armi, monta a cavallo, solo da quattro de' suoi volontarj seguito, perchè gli altri sparsi nelle case del paese, erano gli uni stati presi dal nemico, e gli altri, ciascuno al proprio ingegno ricorrendo, eransi colla fuga salvati. Mina comanda all'esitante padrone di aprir tosto la porta, lancia di carriera il cavallo, cozza con violenza nel distaccamento nemico, ruota da ogni parte la spada, ferisce l'uno, rovescia l'altro, trafigge molti, e finalmente si reca illeso nelle vicinanze diEgea de los caballeros, vi trova riunita la sua banda, ed alla testa di quella, nello stesso momento riparte.

Nell'indomani, e nei successivi giorni, fece Mina, il giro di tutti quei paesi, per dov'erano, i Francesi, passati, onde portarsi a sorprenderlo, i di cui abitanti per malizia, od inavvertenza deglialcaldi, e parrochi, non l'aveano di tal movimento, a tempo, avvertito. Subitocchè in quei paesi del transito nemico, giungeva, sul piazzale della chiesa, a sè chiamava l'alcalde, e parroco delinquenti, e dopo d'aver loro fortemente la mancanza verso la patria, rimproverata, facevagliambedue al campanile della parrocchia, per la gola, impiccare. Avvenne, che uno fra tanti di questi parrochi, si trovò essere stretto parente suo, ma il forte Mina come buon condottiero, che l'amor della patria a qualunque altro sentimento anteponeva, e vedeva essere la sicurezza, e salvazione della sua banda, e persona non meno, che la buona riescita della contesa, posta nel rigore verso di quei due impiegati, al supplizio del campanile, parimenti mandollo.

Gli agguati, come di sopra abbiam, detto, non sono che sorprese di piede fermo, e difficilmente di queste, senza che all'agguato la mente si rivolga, tener puossi ragionamento. Ma siccome in un altro capitolo, già ne abbiamo a lungo trattato, ci contenteremo di esporre un solo esempio, pure da quella celebre guerra dell'independenza, da noi estratto.

Il condottiero Cuesta nella Estramadura, come quello, che conosceva benissimo il terreno di tutt'i monti della provincia, e che di buoni informatori si serviva, seppe, che una divisione di cavalleria, ed altra di fanteria francesi, marciavano daTaraicejoin direzione delPuentedell'Arzobispo. Agguatatosi nei monti diGuadalupe, spiò la favorevole occasione, e come vidde, che il generale Maricy comandantedi quel corpo d'esercito, marciava co' suoi ajutanti di campo, nell'intervallo delle due divisioni le quali per l'asprezza, ed angustia del cammino si trovavano ad una certa distanza l'una dall'altra; quatto, quatto, nascosto in uno stretto, dietro una siepe lo stette ad aspettare; lasciò sfilare tutta la divisione di cavalleria davanti a lui senza fiatare, nè lasciarsi vedere, e tosto, scoperto il generale, si slanciò ferocemente sopra di lui, ed in un co' suoi ajutanti che lo vollero difendere, lo mise a pezzi, e soddisfatto, nascondendosi di bel nuovo, la disperazione dei comandanti dei corpi d'ambe le divisioni, che non potevano vendicare la morte del loro comandante, Cuesta rimase, con sommo giubilo, ad osservare.

Sono la sorpresa, l'agguato, e lo stratagemma, le più ordinarie operazioni in questa guerra, da praticarsi. Va per lo più quest'ultimo, sempre unito alla sorpresa. E lunga, difficil cosa sarebbe il riandare i possibili stratagemmi, che dal principio della guerra nel mondo, infino ad oggi, sono stati messi da' generali, e condottieri, con profitto, in uso. Possonsi da Pollieno, e Frontino utilissimi ammaestramenti, a quest'oggetto, ricavare, epperciò non esporremo il modo di far credere al nemico diaver maggiore forza di quella, che si abbia, facendo suonare le trombe molte, e separate, dove non v'è truppa; di accendere fuochi nella notte, dove precisamente non si serena, e tener la banda all'oscuro; di far montare gli abitanti a cavallo, sebbene vecchi, od infermi, per far credere da lontano al nemico, che si è forte in cavalleria etc., e molte altre dimostrazioni di tal fatta che a quasi tutti d'altronde sono già note, non essendovi scrittor militare, che non le abbia, trattando dei stratagemmi, ripetute. Consiglieremo non dimeno i condottieri a servirsene, perchè quantunque già conosciuti, non mancano quasi mai di produrre un buon effetto mettendole all'improvviso, ed all'insaputa del nemico, in pratica.

Aveva Mina ricevuto un soccorso di munizioni dalla giunta d'Aragona, e pensò di subitamente servirsene, al qual effetto marciò alle porte di Estella in quel tempo dalle truppe francesi presidiata. Prima di giungere alla vista del paese, la maggior parte della sua banda, dietro alle siepi, e boccone, per terra, nei fossi, e nei solchi dei campi ei cautamente nascose. Quindi a portata della piazza, per allettare i nemici ad attaccarlo, con pochi soldati presentossi. Ed in fatti, cent'uomini della guarnigione pieni di jattanza, e con animo di tagliare a pezzi queipochi Spagnuoli, uscirono al loro incontro. S'appiccò incontanente la zuffa, e quando già erano alle mani, fece Mina un segnale; accorse il rimanente della banda di volo, ed in un istante fù quel distaccamento, distrutto. Nuovi Francesi uscirono dal paese per ajutare i compagni, ma troppo tardi: già erano i primi, annichilati, ed i secondi non ebbero miglior sorte, dimodocchè, sotto le stesse mura della piazza senza che un solo abbia potuto fuggire, tutti inesorabilmente perirono.

DonRamon de Ulzurrum y Eraso, comandante di uno dei battaglioni di Mina, stava inEcharre-Vranazall'uopo di riunirlo, ed ordinarlo, e non aveva ancora, che un centinajo di volontarj. Mandarono i Francesi un distaccamento di quattro cento, e cinquanta uomini, affinchè, prima di esser compiutamente formato, lo mandassero in rovina. Uscì Ulzurrum dal villaggio, e quella mano di uomini, nascondendone il numero, con tanto avveduto consiglio dispose, e con tanto vantaggio seppe il nemico molestare, che i Francesi non osarono entrare nel paese, e con la perdita del terzo della loro forza, fuggirono.

Per mezzo dei loro giusti calcoli, e dello stratagemma di far l'uno, minore, e l'altro, maggiore forza comparire, riportarono i duecitati condottieri sui Francesi compiuta vittoria. Ora per l'ordine regolare del nostro trattato, passeremo a parlare delle scaramuccie, ossiabadalucchi.

Una zuffa parziale di piccoli corpi, che s'incontrano, costituisce una scaramuccia, per lo più di poca entità nelle guerre regolari, ma da mettersi nella guerra d'insurrezione, continuamente in uso. Mina nel tempo della guerra dell'independenza, scriveva, che risme di carta non gli sarebbero bastate, per notare tutte le scaramuccie in ch'egli, e la sua banda furono le tante volte impegnati, perchè ogni giorno, ed anche due, o tre volte al giorno, di scaramucciare gli succedeva. Per mezzo della scaramuccia, si molesta, si spossa veramente il nemico, e si perviene a tanto infastidirlo, che perde alla fine il coraggio, e la volontà di far la guerra. D'uopo è dunque al condottiero di essere perseverante non men che sollecito nella ricerca delle occasioni, di frequentemente col nemicobadaluccare. La perseveranza, dice il generale san Ciro, è il principio, e la causa di tutt'i buoni successi, la sola guarentigia della loro durata, la virtù la più rara, la più necessaria alla guerra la prima istruzione, ed il primo esempio che un capo debba alle truppe, cui comanda.Perseverare dunque nel molestare il nemico, a frequenti scaramuccie, obbligandolo, dovrà essere la principale cura di un condottiero. Dall'ostinazione proverrà la riuscita della nostra lotta; sconfitti, e dispersi quest'oggi, saremo dimani di bel nuovo riuniti per iscaramucciare. Dice Polibio al libro nono che: «L'ostinazione spossa il nemico e prepara il buon successo.» Da quella sola, potrà l'Italia la sua rigenerazione sperare. Quel carattere ostinato, che Mina dimostrò nella guerra dell'independenza, quello si fù che gli diede finalmente la vittoria. Nessun condottiero si trovava in una posizione più pericolosa della sua; erano tutte le fortezze in Navarra da truppe Francesi guarnite, che pure tutto il paese, che le circondava, possedevano. Non vi era un punto dal quale Mina potesse ricevere soccorso, o dove gli fosse di ritirarsi, possibile, le sole sue fortezze erano i monti, ed altre risorse non aveva, che quelle dal suo ingegno, dalla sua pertinace volontà, dal coraggio de' suoi compagni, e dall'amore de' suoi compatrioti, fornite. A forza di scaramuccie, sorprese, ed agguati, impedì egli per lungo tempo a Suchet di portarsi contro di Tarragona e Valenza, sempre gli toglieva i convogli, e le sue comunicazioni interrompeva.

È massima di guerra, dice Tucidide al libro quinto, che colui il quale attacca, il primo, rovina e spaventa il nemico. Era questa, messa in esecuzione dai principali condottieri spagnuoli, perchè si ritiravano, o dividevano la banda, se non si conoscevano in forza bastevole per far resistenza. Ma se poi sapevano esservi grande probabilità di riescita, allora non aspettavano di essere attaccati, ma primi, assalivano, ed era passato in proverbio che «quien pega primero pega dos veces.»

Trovavasi Mina inMondigorriacon tre de' suoi battaglioni e la cavalleria, quando il generale Caffarelli, con due divisioni, una perpuente de la Reyna, e l'altra per la valle d'Echaurri, marciava contro di lui. Il generale Reille, con una terza si avanzava dalCarrascal; una quarta veniva daLogrognosopra d'Estella, tutta la forza nemica mossa contro di lui, sommava ad otto mila fanti, e due mila cavalli. Avvertito dei loro movimenti, non volle Mina con ragione aspettare di essere attaccato, ma quantunque fosse di molto inferiore in forza, pur si decise ad attaccare. In fatti, postosi in agguato, vicino alCarrascal, onde assalire il generale Reille, lo attaccò al varco, lo mise in piena rotta, ed a ritirarsi sopraTafalla, lo astrinse. Ma quando inseguendolo, giàera giunto fino al villaggio diBarasoain, tosto s'avvide che Caffarelli retroceduto daPuente, era pervenuto a situarsi tra il battaglione comandato da lui, e gli altri due, di maniera che, se Reille si fermava nella sua fuga, e riuniva una parte della sua truppa, la colonna spagnuola si trovava in mezzo a due fuochi, locchè di fatti ebbe luogo. Quattro mila fanti, e settecento cavalli, che avevano un grande vantaggio sì pel numero, come per la posizione, il prode Mina disperatamente attaccarono, ma per opra di quel coraggio proprio a chi difende la patria con un indicibile vigore, con la sola perdita di ventitre morti, quel condottiero, respingendoli, liberossi. Un distaccamento di usseri pervenne, in questo frangente, a circondare la sua persona, ed uno di loro gli vibrò un colpo, che non potè, se non, abbassandosi di lungo sul cavallo, evitare, il quale ad un tratto impennandosi, con uno slancio il fe' balzare di sella. Rimessosi subitamente in piedi con tutta possa la diede a gambe. Per buona fortuna, il cavallo seguì il padrone, che in sella prestamente risaltò, e solo, inoltrandosi nel più folto de' boschi, dagli usseri, che lo inseguirono fino alla notte, si salvò, i quali poi disperando di più rintracciarlo, indietro se ne ritornarono. Così il valente Mina,dopo d'avere per tre giorni, senza compagni, errato, di bel nuovo aCernaritrovò la smarrita banda. Ripeteremo dunque, che debbono essere le scaramuccie, in questa guerra frequentissime, che al condottiero conviene essere il primo a tentare, ed in quel modo fino alla fine, perseverare.


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