CAPITOLO XVI.DEL CONDOTTIERO.Mal si apporrebbe, chiunque, al nome di condottiero di bande, di cui tratterassi in questo capitolo, la norma di quei condottieri, la cui esistenza nelmedio evotanto afflisse l'Italia, e le fù di vero disonore, ravvisare credesse. Uomini avari, ed immorali, senza patria, senza sentimenti delicati, e senza amore per gli uomini, sempre al miglior offerente vendibili, non men, che al nemico stesso, contro cui combattevano, rovinando molte volte il padrone del momento, per vantaggio dell'avversario da cui loro veniva maggior premio segretamente proferto; uomini di poco valore, di molta tristizia, non saranno mai dal condottiero delle bande armate per l'unione, independenza e libertà della patria, presi per modello, nè in alcuna parte delle loro azioni seguiti. All'opposto, il nostro condottiero, ben lungi dall'agire, come quelli, per proprio personale vantaggio, non avrà, che il bene della patria in mira, non penserà, che all'Italia, non opererà, che pel maggior vantaggiodi quella, bandirà dalla sua mente ogni considerazione, che possa dalla sublime carriera, che intraprese, discostarlo, oppure, la sua energia, e zelo pel sacrosanto scopo, che si propose, affievolire.Ella è principale proprietà delle rivoluzioni, di portare il vero merito in alto, e coloro dei lor gradi spogliare, che per raggiro, od impostura, astutamente gli usurparono, o che per sola eredità, quai discendenti d'illustri antenati, di possederli pretendono. Egli è ormai da ognuno, per esperienza riconosciuto, che le rivoluzioni mettono, e sostengono gli uomini a quel posto, gli obblighi del quale, sono di bene disimpegnare capaci, dimodocchè il nome d'un barone, conte, marchese, duca e principe, quale un publico pregiudicio portava alla considerazioned'illustre, e che per l'addietro, attesi solamente i supposti meriti di successione d'avi, forse, nei tempi antichi, virtuosi, sarà stato in dignità costituito, sparirà. E se il titolato, per mezzo d'un singolar cambiamento, non abbraccia con energia e coraggio, il partito della patria, cadrà costui meritamente nel fango, ed al contrario un uomo, per l'addietro, sconosciuto, negletto, e disprezzato, avrà per avventura, al maneggio degli affari dello stato, ed anche al comando deglieserciti, a vece sua, innalzato! Da ciò ricavasi, che in rivoluzione, e sopra tutto nella guerra per bande, il nome non è niente; e solamente le qualità personali sono, ed esser debbono, apprezzate. Quelle sole, in quel tempo, aprono alla persona, il cammino a quel grado, o posto, che per propria virtù giustamente gli spetta. Uomini della più bassa origine, divennero in Ispagna capi attivi, ed intraprendenti, un bifolco, un pastore, un pentolajo, fra i principali condottieri di bande, in quella penisola si dimostrarono. Il Manco, ossia il zoppo, il Marchesino, il Medico si resero non men celebri di quelli. Il dottore Rovira, e l'avvocato Uobera, in Catalogna, oltremodo si distinsero; Don Giuliano Sanchez possidente, era nella vecchia Castiglia, e nel regno di Leon, il terrore dei Francesi; il notajo Don Ventura Ximenes, lo era tra Badajoz, e Toledo; il contrabbandiere Longa, in Aragona; e quindi Don Giovanni Martino, detto l'Empecinado, da Massaro divenne il miglior maneggiatore di sciabola, che in Ispagna esistesse. E fù colui che dai monti di Guadalaxara, portò le sue armi in ogni parte della penisola, che rese vani tutti gli sforzi dei Francesi in Madrid, per distruggere la sua banda, e mise in forse la vita dell'intruso re Giuseppe, in una imboscata,che gli tese a Cogolludo. Finalmente, oltre tanti, e tanti altri che citar potremo, ma che lasciamo pe' ristretti confini da noi al presente trattato prifissi, fra quelli non meno valorosi, che utili al loro paese, citeremo il Cid, il Lara di quell'epoca, l'attivo, l'intraprendente Espoz y Mina, che per le sue gesta in Navarra, dovrà sempre da chiunque voglia conoscere i doveri, ed il procedere di un vero, ed utile condottiero di bande in favore della patria, essere, qual prototipo, riguardato. Ecco, fra i surriferiti nomi, accanto ad un marchese, e più alto ancora, brillare un pentolajo. E sebbene di egual considerazione meritevoli, vedemmo dottori, e pastori, avvocati, e villani, e sebbene tutti nel servigio della patria distintissimi si mostrassero, nulla di meno, al prode Espoz y Mina inferiori apparvero, che maravigliosobifolco, lasciò la marra, e la vanga per brandire la spada vendicatrice, ed, in grandissima parte, alla liberazione della patria sua, disinteressatamente contribuire. Che altro era mai il tanto celebrato Hofer, e certamente degno d'encomj, per propria virtù, dal popolo, al comando del Tirolo insorto, destinato? Che altro era quell'illustre vittima dell'amor di patria, e della perfidia austriaca, se non un figlio di un oste? Eppure nell'oste Hofer,quella pura virtù riluceva, che, noi crediamo, sarebbesi in principi, duchi, etc., difficilmente rinvenuta. Imperciocchè la maggior parte di quelli, non cercano d'imporne ai popoli, che con soli titoli fastosi; e con ciondoli ridicoli, gli occhi della plebe abbarbagliare. Chiaro da quanto abbiamo detto, appare, nè la famiglia, nè il nome, nè le ricchezze, ma quelle personali qualità, che fondano la loro base sopra l'amor di patria, giudizio retto, volontà di ferro, sostenuta dall'attività, perspicacia e vigore, al condottiero, soltanto abbisognare.Egli è obbligo sacrosanto di qualunque condottiero, tostocchè per sostenere la libertà, ed indipendenza della patria, nell'agone si slancia, quello di compiere con buon successo la sua impresa, di non mai, dovess'egli pur anche incontrare una morte certa ed oscura, dal proponimento recedere. Le qualità, che vengono da noi, onde venirne gloriosamente a capo, come indispensabili, giudicate, son le seguenti.1º Un animo intrepido, incapace di cedere a qualunque disgrazia che possa sopravvenirgli.2º Una cautela, e vigilanza tale, onde l'uomo diffidando di tutti e finanche de' suoi partigiani stessi, dimostri non diffidare di chicchessia.3º Un cuore severo, ed inaccessibile alle grida della pietà, da qualunque parte possano venire, quando si tratta degl'irreconciliabili nemici della unione, indipendenza, e libertà dell'Italia.4º Una esatta conoscenza del paese, che scelga, il condottiero, per teatro delle sue operazioni, e di tutte le sue risorse.5º Un valore sempre prudente, e solo, nell'estrema contingenza, animato, ed impetuoso.Art. 1º. Un animo intrepido, ed incapace di cedere a qualunque disgrazia che possa sopravvenirgli, debb'essere la prima qualità di un condottiero di bande.Nulla in una guerra evvi di più comune, o di più probabile, che l'accadimento di certi eventi sinistri, alla più vigilante sagacità, del tutto superiori. Dovendo per lo più essere le bande di piccol numero di volontarj composte, ed isolatamente guerreggiare, loro avverrà di trovasi alcune volte nel corso delle operazioni, contro forze superiori, sprovvedutamente arrischiate, che gravi danni, e rovesci di gran momento loro cagionino e pongano i volontarj nella stretta necessità, per evitare una compiuta rovina, d'individualmente, o per frazioni, sparpagliarsi. Tanto era ciò alle bande spagnuole comune, che una sola non vi esistette, laquale non sia stata, le molte volte sconfitta, e dispersa. Ma non per ciò perdevansi d'animo i condottieri e con avveduto consiglio, la maggior cura avevano, di sempre due o tre punti, nel paese dove operavano, ai loro volontarj, previamente determinare. Quanti, superstiti rimanevano dal disastro, immediatamente si riunivano. Ed ammirabile spettacolo, per verità, ad ogn'uomo, quello si era di vedere gl'individui rimanenti d'un corpo, per disastrosa catastrofe sperso, e fuggiasco, sulla cima di ripidissima rupe, od aspro monte raccolti, nudi, non meno che dal lungo digiuno e durissima fatica trafelati, per la perdita de' compagni caduti accanto a loro, estinti, cordialmente afflitti, dimenticarsi di tutt'i loro mali, e patimenti. Ed in un subito rinfrancavansi; e partian di là stesso, per immediatamente portarsi a qualche arditissima impresa di riescita, per l'ordinario, felice. Ed in fatti, tal banda, i nemici in riposo, tranquilli, e nella persuasione, che quella truppa fosse del tutto dissipata, e distrutta, improvvisamente coglieva. Solevano dire i francesi, che il generale dal quale più danno era in tutta la guerra di Spagna stato loro cagionato, chiamavasi il generaleno importa. Difatti quell'espressione era comunemente in bocca di tutti gli Spagnuoli dopo di qualunquemaggior disgrazia, ed a ritornare di bel nuovo alla sanguinosa tenzone, quella gl'innanimiva, e confortava. Dopo la perdita della battaglia d'Almonacid, nella quale involta la banda di dugento uomini comandata da don Isidoro Mir, che si trovava divanguardiaall'esercito sconfitto, e che dovette pure nel generale trambusto a catafascio disperdersi; quell'accorto condottiero riunì di bel nuovo, in un istante una parte de' suoi volontarj, e non più tardi del 12 agosto del 1809, che fù l'indomani della vittoria riportata dai Francesi, sorprese tutti gli equipaggi, e feriti del loro esercito non meno, che un distaccamento da quelli (affine d'inseguire con meno imbarazzi il rimanente del corpo spagnuolo, che si ritirava) lasciato a guardia del conquistato paese Almonacid; entrò nella città; passò a fil di spada quanti Francesi dentro vi erano; e tutti gli abitanti, che seppe essere loro partigiani; s'impadronì di tutto quanto in abbondanza rinvenne. Ma oltre d'un tale segnalato vantaggio, il miglior effetto di quest'ardita operazione, si fù quello di rinvigorire lo spirito publico dalla perdita dell'intiero esercito, notabilmente depresso. Questo medesimo condottiero nel 1810, partecipe della sconfitta sofferta dall'esercito al quale apparteneva, tre soli giorni dopo la rotta,varj suoi partigiani, e soldati dispersi, sollecitamente accozzò, e quando i Francesi forzando le linee di Despeñaperros, entrarono nell'Andalusia, cadde inopinatamente sopra d'una forte guarnigione, che prima di tentare quel passo, i Francesi avevano lasciata in presidio a Ciudad Real, la fece prigioniera, e come vidde di non poter più agire colla sua banda, che tutta dovea alla guardia dei vinti rimaner impiegata, de' quali, in tanta vicinanza dell'esercito nemico, non sapeva che fare, quanti prigionieri aveva nelle mani, senza distinzione passò a fil di spada, s'impossessò di una vistosa quantità di equipaggi, e bagagli, dopo d'aver pure tutti gl'impiegati civili, sì spagnuoli, che francesi, messi a morte, perchè aveva avuto lingua, che pel nemico, quei primi parteggiavano. Invigorì, questo avventuroso successo, lo spirito in tutta la provincia della Mancha, che per disastri occorsi all'esercito, era se non cambiato, almeno sommamente avvilito; ed il singolare vantaggio produsse, che dieci o dodeci nuove bande presero nella provincia il campo, da quella impresa, alla gloria stimolate. Finalmente quella stessa insensibilità che anzi magnanimità più giustamente nomar dovrebbesi, si fù, quella che intimorì gli Spagnuoli affetti ai Francesi, obbligandoli, se non altro, a rimanere passivispettatori della contesa; fù quella, che le azioni, e combattimenti intrapresi da' nemici, ed a buon fine colla maggior gloria portati, rese nulli, e molte volte di gravissimo nocumento a loro stessi, si fù quella che convertì la Spagna tutta in un semenzajo inesauribile di prodi guerrieri, che come i soldati di Cadmo, parevano, atti al combattimento, sorgere dalla terra; ed in somma quella si fù, che, in sette anni malgrado continuati patimenti, sagrifizj, e sconfitte, i paesi, nel compimento de' loro doveri verso la patria, indefessamente mantenne. Quella fermezza incapace di cedere agli ostacoli, e rovesci, deve, per assoluta necessità, essere il compartimento di un condottiero, e chiunque, una tale disposizione d'animo vigoroso, in sè stesso esistere, non riconosca, gli è giuoco forza, come inabile, a tal carriera riputarsi, non meno, che, al titolo di forte, ed alla gloria, rinunciare. La qualità della sua truppa, la quasi necessaria indisciplina, il numero ristretto della gente di cui sono per l'ordinario questi corpi, composti, la necessità, in che continuamente dovrà trovarsi, di provvedere da sè solo al vestire, ed alimento della truppa, locchè comunemente presenta non poche difficoltà in paesi dove la stessa insurrezione porta con sè un quasi assoluto disordine; e finalmente le ordinarievicissitudini della guerra, con frequenza, in una situazione tanto critica lo porranno, che una sola decisione a tutta prova, con disprezzo stoico dei pericoli, e difficoltà, che lo circondano, ed in somma un animo intrepido, potranno, con utilità della patria, fargli ottener la palma della difficile impresa.Art. 2º. Il condottiero d'una banda, deve avere una cautela, e vigilanza tale, che diffidando di tutti, e fino de' suoi stessi partigiani, non dimostri diffidare di chicchessia.La più difficile qualità da rinvenirsi in un condottiero, si è quella diffidenza generale di tutti quanti lo circondano, senza che nessuno, di quella si accorga, ma anzi di tutto il contrario sia persuaso. Dar regole certe, e sicure sopra d'una tanto importante materia, sarebbe cosa del tutto impossibile. Lo stato della guerra, le disposizioni del paese in generale, le più o meno prospere circostanze, in che s'incontrino i suoi partigiani, il carattere delle persone con le quali si trovi obbligato di trattare, il grado di più, o meno buon concetto, in che l'abbiano, le sue anteriori imprese, collocato, ciò, tutto riunito, deve la regola del suo procedere indicargli, senza però mai obbliare, che la più profonda dissimulazione dev'esserne la base fondamentale, e che d'infinito dannopotrebbe essergli la confidenza, abbenchè l'abbiano, fondatissimi motivi, potuta originare. Vienci dal colonnello Don Claudio Escalera, nella guerra di Spagna, offerto di tale consumata prudenza un pratico esempio. Ecco questi nell'anno 1812 con cento, e cinquanta cavalli un'incursione a lasPedroches de Cordoba, luogo fatale a quante bande osarono penetrarvi, e che, le une con molte forze, le altre con poche, tutte, in tal luogo, per l'azione combinata di tre o quattro colonne volanti nemiche, ajutate dalla perfidia d'alcuni abitanti postisi d'accordo con esse loro, perirono o furono sbaragliate, e quasi sempre ignominiosamente battute. Il sito di quel territorio, è una valle di sei o sette leghe di diametro, per ogni lato dallaSierra Morena, circondata, con tre sole strette aperture d'ingresso, locchè ad una truppa la quale addentro s'inoltrasse, pericolosissima la rendeva. Desiderando adunque Escalera di essere utile alla sua patria, ed il riposo di cui là, godeva il nemico, profittevolmente turbare, non meno che togliergli quell'inesauribile emporio di viveri pel suo esercito; all'unico mezzo appigliossi, che unito ad un valore prudente e deciso, poteva all'eseguimento de' suoi disegni abilitarlo. Egli la più cieca confidenza in quelle stesse persone dimostrando,ch'erano di connivenza col partito francese, dalla publica opinione ragionevolmente accagionate, entrò nella valle; la paura fece sì, che sebbene alcuni serbassero in cuore l'intenzione di tradirlo, tutti ad offerirgli i loro servigi, con affettata premura s'affrettarono. Escalera tutti cordialmente accolse e lusingò, confidando con sincera apparenza i suoi progetti, che ben lontani dal vero, manifestava. Gli uni si regolarono veramente bene, e gli altri, cogli avvisi, ch'al nemico (relativamente alle loro prave intenzioni) in buona fede mandarono, lo confusero ad un tal punto, che tutti gli sforzi riuniti di quattro combinate, e numerose colonne, non poterono in venzette giorni sterminare la banda, nè dalla valle Escalera cacciare, ch'erasi coll'infanteria, dell'entrate impadronito, nè impedirgli, che con un branco di prodi partigiani, si rendesse d'un ricco convoglio di grano, padrone, del quale dispose quasi alla vista del nemico, e che sorprendesse varii de' suoi distaccamenti, e che, ritornandosene indietro, dieci perfidi confidenti dei Francesi, come prigionieri, seco portasse. Non finiremmo, se descriver vorremmo i particolari di questa spedizione, da per sè sola, di onorare la memoria del condottiero, capace, che tanto avventurosamente ad effetto la perdusse. Cibasti dunque pel nostro presente oggetto, il dire, che la confidenza da quegli dimostrata con persone di cui doveva con tanta ragione diffidare, unita ad incessante dissimulazione e vigilanza, fu la principale astuzia, potente a confondere, e traviare le incalzanti forze nemiche, e da lui maestrevolmente praticata. Così trasse dai servigi degli uni, profitto, allucinò gli altri, mantenendoli nell'inerzia, ed ingannò i perfidi decisi, che nello stesso laccio teso da loro a suo danno, fece ingegnosamente cadere. Perlocchè i Francesi, fattisi, per la riconosciuta falsità dei loro avvisi, a credere di essere stati da quelli a bella posta ingannati, ne fecero alcuni, come delinquenti, archibugiare. Gli stessi uffiziali, e soldati d'Escalera, non erano in quei venzette giorni, consapevoli di quanto dovevano all'indomane operare, nè mai essi sapevano, dove si passerebbe la notte, nè dove si sarebbero rinvenute le razioni, ed ignoravano la prossimità del nemico. Escalera, ed il suo secondo in comando, soli erano in tale secreto iniziati, e vi furono delle notti in che, due o tre volte si mutava il campo, collocandosi quasi in mezzo a due corpi nemici, che all'albeggiar del giorno seguente, in direzione interamente opposta, per attaccarlo, avviavansi. La diffidenza perfino de' suoi stessi partigiani, è assolutamenteindispensabile. Ed in fatti si valsero i Francesi nella guerra dell'indipendenza, di alcuni infami Spagnuoli, che fecero arrolare nelle bande nemiche, tanto per servirsene come spie, quanto per cogliere le favorevoli occasioni, onde i principali condottieri di quelle, proditoriamente assassinare. Per buona ventura, in sì fatta guerra, siccome l'entusiasmo politico, e religioso, camminavano uniti, pochissimi s'incontrarono, che ad un tale infame servigio si prestassero, e quei pochissimi furono per l'ordinario scoperti, come accadde a quelli, che nelle bande di Palarca, dell'Empecinado e di Ventura Ximenes, con tal pravo intendimento s'arrolarono. Egli è però con ragione da temersi, che in una guerra intrapresa solamente contro la tirannìa domestica, e straniera, un maggior numero di questi vili stromenti, in vituperoso servigio di quella, si trovi. Epperciò rendonsi la diffidenza e simulazione, viemaggiormente necessarie.Art. 3º. Un cuore severo ed inaccessibile alle grida della pietà, da qualunque parte possano venirle, quante volte si tratti degli irreconciliabili nemici dell'unione, independenza, e libertà d'Italia.Di quanti mali alla causa publica e di quante disgrazie ai campioni della patria, non sarebbecagione, il funesto errore di credere alla possibilità di trar partito da' ciechi, ed interessati stromenti della tirannia? Lungi sia quindi simile perniciosa idea dalla mente di qualunque condottiero di bande, in una insurrezione nazionale. I perversi, che sordi alla voce della rimorditrice loro coscienza, trascinati da ismodato amor di sè stessi, hanno il partito della tirannìa, disonestamente abbracciato, sono mille volte dello stesso tiranno peggiori; sono ancora più insaziabili, più vendicativi, e più irreconciliabili di lui, coi loro avversarj amici della libertà. Epperciò essere indispensabile levargli di terra tutti, esterminandoli senza pietà, è cosa bastevolmente provata, Giunio Bruto mandando al supplizio i soli due figli suoi, perchè contro il nuovo sistema congiuravano, Virginio ammazzando per la salvezza di Roma, la propria unica figlia che teneramente amava, sempre esser debbono alla mente del condottiero presenti, che non dovrà mai dare alle suggestioni dei pietosi amici, favorevole orecchio, ed il di cui cuore, solo ai laceranti gemiti della patria oppressa, deve battere, e violenti emozioni sentire.Art. 4º. Il condottiero di banda deve avere un'esatta conoscenza del paese, che scelga per le sue operazioni, e di tutte le risorse di quello.Impossibile cosa sarebbe ad una banda, con successo, ed utilità guerreggiare, nè potrebbe dalla certezza di essere ben presto sconfitta, esimersi, se il suo condottiero mancasse della conoscenza pratica del paese, che deve percorrere. Debbono i cammini, viottoli, andirivieni, fiumi, guadi, monti, boschi, selve, caverne, antri, etc., essere il continuo oggetto delle sue osservazioni. Ma siccome non mai, od almeno solo rarissime volte, egli è possibile che un sol'uomo, sia di tutte le suddette particolarità bene istruito, così essenziali in un terreno spazioso, com'egli è indispensabile che sia quello dove puossi una banda ad operare, sarà cosa conveniente, che seco il condottiero tenga due, o tre partigiani onorati, natii, e pratici del paese nel quale egli vuol far la guerra, affinchè possano anche in oscurissima notte, per la buona via dirizzarlo. Debbono questi essere da lui ottimamente trattati, e predistinti; se la cosa è possibile, e se la loro volontà non vi si oppone, debbono far parte della guardia famigliare del condottiero, che sempre li terrà al suo lato, dispensandoli da ogni servizio, che non sia di questa natura, o di quello di guide, nel quale ultimo, saranno più chè non si pensa, occupati, e da essi sarà la salvezza della truppa,talvolta, per dipendere. Qualunque sia la conoscenza del suo dovere, e del terreno, che possa avere un condottiero, gli sarà sempre d'uopo di valersi di questi ausiliarj subalterni. Il prode Empecinado che, durante una lunga carriera di coraggiose imprese, alla testa della sua banda, è considerato, d'avere maggior perdita numerica, ai Francesi cagionata, di quella ch'abbiano essi in Talavera, od in qualunque altra battaglia che nella penisola ebbe luogo, sofferta; Empecinado non operava mai, se non aveva molte delle suddette guide volontarie con sè, e col loro mezzo, egli potè, Giuseppe Bonaparte sì fattamente molestare, che per poco della sua reale persona non impadronissi. Imperciocchè, andato quegli col generale Belliard, ed una festevole brigata di dame della corte, in allegro stravizzo all'Alameda, sei miglia distante da Madrid sul cammino di Guadalaxara, tosto ch'erasi coi convitati assiso a tavola, per delicatissimi cibi assaporare, avvertito dell'avvicinarsi dell'Empecinado, dovette alzarsi, ed a briglia sciolta dal suddetto strettamente inseguito, alla protezione del presidio di Madrid, tremante rifuggire. Il condottiero impadronitosi al ritorno, dell'imbandita mensa, alle spalle del monarca invasore allegramente gozzovigliò. Il famosomedico Palarca, condottiero, non meno di quello, sagace e valoroso, seco ebbe sempre tre o quattro di quelle guide che come sue ordinanze perpetue, o per meglio dire, come amici, o fratelli, in principio teneva, e quindi in premio della loro fedeltà, ed utilissimi servigj, fece uffiziali. Erasi Palarca proposto di far la guerra nelle vicinanze di Madrid. Epperciò più particolarmente, alla sua banda, l'attenzione del nemico attirata; non si stancava il Francese di perseguitarlo tenacemente con grandi forze, in modo che ben sovente viddesi, fino la guardia reale di Giuseppe, in movimento, per discacciarlo. Ridotto alcune volte ad un ristretto spazio, circondato da una parte dal Tago tanto gonfio allora da non potersi guadare, e dall'altra dal nemico, che già contava sopra un sicuro trionfo, egli col soccorso delle guide, per non calcolati andirivieni, che facilitavano il suo passaggio, in mezzo al nemico, senza essere veduto, a guizzargli di mano perveniva e quindi da lì a poco, burlandosi dell'avversario, alle porte di Madrid tornava baldanzosamente a comparire. Quanti felici successi non dovett'egli, alle sue precauzioni, ed alla conoscenza del paese, che aveano, le guide, ed i confidenti! Senza di ciò, come avrebb'egli potuto ammazzarevarj uffiziali francesi, e prenderne altri prigionieri nell'istesso Prado, delizioso passeggio dentro la città di Madrid, e mettere varie volte, nella villa reale, la persona, e corteggio di Giuseppe, in confusione, e pericolo?.... In breve, questa pratica conoscenza del paese, che devesi dalle bande in una insurrezione nazionale, necessariamente possedere, postocchè il terreno, dove devesi operare, viene da loro stabilito, e per l'ordinario è sempre quello dove sono nati, e cresciuti gl'individui che le compongono, lor dà un vantaggio capace di far fronte, a quanti mezzi superiori, un nemico, sia paesano, o forestiero, possa con la sua disciplina, e tattica opporre. Siffatta conoscenza presenta alle bande l'occasione di portare danno al nemico senza grande rischio; lor dà una incredibile facilità di evitare i suoi attacchi; mette il condottiero al caso di eleggere le opportunità, di vincere con vantaggio, e sicurezza, e di evitare qualunque incontro non a proposito; e finalmente gl'infallibili mezzi facilita, onde a poco a poco, ed alla spartita, sterminarlo.I viveri, armamento, vestimento, tutte le sovvenzioni in somma necessarie, dovendo essere per mezzo delle momentanee disposizioni de' condottieri, del tutto rinvenute, si vedela necessità di aver un'esatta, e minuta conoscenza delle risorse del paese, unita alla prudenza, ed equità, in questa parte così essenziali.Art. 5º. Un valore sempre prudente, e solo nell'estreme contingenze, animato, ed impetuoso.Coloro che solamente alla superficie delle cose si attengono, tacciano il valore prudente, di codardìa, e questa ingiusta censura suole per l'ordinario essere il maggiore ostacolo all'esercizio di tale virtù. Ella è cosa sommamente difficile, che un uomo dotato di uno spirito deciso per la causa che difende, e dapprima in concetto di prode e valoroso, tenuto (riputazione con le luminose sue gesta giustamente acquistata), ad una tanto ingiusta taccia, tranquillamente si sottometta, e la lasci correre con disprezzo, senza cercare con qualche fatto, capace anche di rovinarlo per sempre, di smentirla. Pochi Fabj s'incontrano, che la salute di Roma, alla propria riputazione anteponendo, ed insensibili alle continue mormorazioni dei loro concittadini, il nemico, senza battersi, distruggano.A nessuno, questa magnanima indifferenza, è più necessaria, che ad un condottiero di bande. Le sue operazioni debbono essere affatto,dall'opinione di qual si voglia censore, independenti; nulla dev'egli intraprendere, qual uomo da un falso punto d'onore, trascinato. Il suo scopo non dev'essere la gloria, o per meglio dire, non vi è gloria per lui, che nell'esito felice della lotta, nella quale si è decisamente lanciato! Tutt'i mezzi a tal'uopo, gli sono leciti e gli è vietato di purgare dall'accusa il suo nome, abbenchè, fosse dalla più mal fondata, e nera accusa macchiato, quante volte, per ciò fare, gli convenga, la causa pubblica di minimamente arrischiare. La sua vanità, il suo amor proprio, e per fino la stessa sua riputazione, debbono da lui essere in olocausto, sull'altare della patria, generosamente offerte.Nel capitolo dell'onor militare, abbiamo già più estesamente parlato sopra di questa materia, ed abbiamo messo per base, che l'istituzione delle bande deve avere per fine, in qualunque siasi modo, lo sterminio dei nemici del paese, sieno essi publici, od occulti; e non di procurare di vincerli con mezzi onorevoli, e regolari. Arrischiar l'esito, per una inopportuna vanità, e ciò ch'è peggio, porre in pericolo la salute della patria, dev'essere in questa guerra, come mancanza all'onore, considerato. Lungi dunque da ogni condottiero, l'idea di qualsivoglia impresa, combattimento, o disposizioneper quanto chiara, ed onorevole apparir possa, ma che non sia a tal fine, esclusivamente diretta. Nulla deve, un condottiero, a commettere un'imprudenza, che lo ponga in rischio, trascinare. Il suo dovere consiste nel portare colpi sicuri, ed utili, abbenchè siano, dello splendore di una gloria fallace, per essere manchevoli. La sua unica cura, la sola meta delle sue opere, de' suoi pensieri, altro non dev'essere, che lo sterminio dei tiranni, non meno, che dei loro partigiani, difensori e strumenti. Egli, da tal proposito non deviando, la regola infallibile del suo procedere sicuramente incontrerà. Oltre le già espresse circonstanze, che forman l'essenza della guerra per bande, il ristretto numero d'individui, che per l'ordinario le compongono, la mancanza d'istruzione, e disciplina, esigono dal condottiero cautela, e circospezione. Il riflesso, che la sua caduta potrà scoraggiare una provincia, e l'aumento delle forze nemiche, in altro utilissimo punto, agevolare, ed esser cagione dello smarrimento negli amici della libertà del paese disseminati, la cui determinazione per dichiararsi difensori di quella, da' suoi buoni successi per avventura dipende, deve contenerlo. Qualunque sconfitta in Ispagna, quantunque da potentissime, ed inevitabili cagioni prodotta, dellequali, fosse il condottiero, innocente al par delle bande sempre fedeli all'onore, nulla dimeno, non mancava di produrre smarrimento, e freddezza nei paesi, e diserzioni nelle bande medesime, come pure un'insultante orgoglio nell'inimico. E sebbene fosse il conseguito vantaggio, disprezzabile, e di niun conto, malgradociò, agli occhi del popolo, era con ben calcolata ostentazione, dai Francesi mostrato. Quando don Isidoro Mir, inCuerva, ad affrontare il reggimento di dragoni francesi commandato dal colonnello Laffitte, avventurossi, nella superiorità della sua forza confidando, fu a ciò fare sforzato dal forte, e continuo mormorare dei cittadini, che avendo saputa la sua intenzione di ritirarsi (come quello, che ben conosceva la qualità della sua truppa), lo tacciavano di codardia. Non ebbe egli la forza di mettere una sì pungente accusa in non cale; tentò la giornata e fu la sua banda compiutamente distrutta. Nè solo il danno alla dolorosa perdita di una banda, che di tanta utilità era stata alla Spagna, limitossi, ma trascinò dietro di sè, la somma sventura, che, per le stesse cagioni, pochi giorni dopo avvenne, vuol dire la morte, e distruzione di Ventura Ximenes, e un mese dopo, quella di Francisquete. Ed in fatti, liberato il nemico dalla soggezione che la banda di Mir,colla sola sua esistenza, gli cagionava, dal momento che quella cessò, e disparve, del tutto all'inseguimento delle già dette, si potè liberamente dedicare. Per lo contrario, Cuesta nell'Estremadura, Camillo Gomez nella Mancha, e Don Giovanni Abril in Castiglia, che quando il nemico li cercava, mai non l'aspettarono, si sostennero tanti anni, quanti durò la guerra, rendendo molti servigi alla nazione, ed essendo stati a pochissimi rovesci, soggiacenti. Dalle ricevute dello stato maggiore dell'esercito, nell'anno 1813, si rilevava, che nel corso di anni quattro, aveva il primo rimesso più di due mila prigionieri al quartier generale, senza contare il numero enorme di Francesi da lui ammazzati, soprattutto nei primi tre anni della guerra ne' quali non diede mai quartiere a chicchessia. E Gomes, oltre di aver presi molti prigionieri negli ultimi anni, ed aver in tutto il corso della guerra, ammazzati tanti nemici, quanti ne rinveniva dalle file separati, che ammontavano certamente a più di sei mila, s'impadronì, di sei, o sette convogli di viveri e munizioni. Abril, per tutto il tempo della guerra, i Francesi costrinse, a tenere sempre impiegati, sei, o sette mila uomini, alla guardia delle strade di Somo Sierra, a Guadarrama, affine di conservare le loro communicazioni con Francia; e,ciò malgrado, Abril gl'intercettò molti corrieri, li tenne soventi volte, due o tre mesi, nell'impossibilità di ricevere notizie del loro esercito della parte settentrionale di Spagna. Solo dunque in quei casi estremi, nei quali per salvarsi da un inaspettato, ed involontario accidente, sia cosa indispensabile, il tutto avventurare, stimata, deve un condottiero, essere impetuoso, ed anche temerario. Dev'essere tale, se dal suo quasi certo sacrifizio, potrà un bene tale ridondare, che serva di compenso ai mali dalla sua perdita prodotti; se battendosi fino all'ultimo estremo, potrà ad una piazza, o ad un punto importante, soccorrere, impedire che un'altra già imminente a cadere, riceva ajuto, contenere la marcia d'una colonna nemica, alla sorpresa, diretta d'un'altra amica, da cui, l'esito della guerra, essenzialmente dipenda. In questi, ed altri simili casi, deve qual nuovo Leonida, decisamente perire, e nello stesso tempo i suoi volontarj, per la salute della patria, sacrificare.Finalmente la prudenza, e l'amor di patria del condottiero, debbono regolare il suo valore; e le occasioni deve scegliere, nelle quali convenga battersi od evitare il combattimento, senza, che le mormorazioni malignamente, o in buona fede propagate dai cittadini, abbiano anche in menoma cosa, nelle sue determinazionida influire; noi ripetiamo, che tutt'i mezzi per ottener la vittoria contro de' tiranni, e l'occupatore straniero, sono giusti, e leciti; e che se il condottiero metterà in uso le arti opportune, rare volte si vedrà per conseguirla, nella necessità di sacrificarsi. L'astuzia, e la vigilanza, gli renderanno facili ed utili oltremodo i trionfi, ch'egli invano potrebbe pel solo valore sperare. Potrebbe questo ultimo avventurare la sorte futura della nazione, e le arti bene usate, senza pericolo, il cammino, per renderla felice, gli spianeranno, togliendo di mezzo gl'ostacoli che potrebbero essergli d'impedimento. La tirannia tiene sempre una forza regolare o propria, o straniera in suo favore, senza la quale non si sosterrebbe. Volerla con isvantaggio urtare, lo stesso sarebbe che voler piombare in rovina. Egli è per tanto necessario, che l'arte alla mancanza supplisca, e che per assicurarne l'esito, gli stimoli dell'amor proprio, del punto d'onore, della generosità, e quelli pure della stessa pietà fino al conseguimento però dell'alto disegno, si contengano.Ecco, come meglio abbiamo potuto, offerto ai lettori, l'abbozzo delle principali, ed indispensabili qualità, che un condottiero dee possedere. Ben noi conosciamo, che molte altresecondarie, pure gli abbisognano. Sebbene, non siano assolutamente necessarie, quest'ultime ancora si troveranno ne' varj capitoli di questo trattato disseminate, che tutti trattando di quella guerra, della quale deve il condottiero esserne il principale agente, direttamente il prendon di mira. Frattanto, noi opportuna cosa esser crediamo, quella di presentare un quadro, nel quale la maggior parte delle qualità, che debbono essere di un buon condottiero il patrimonio, con un solo sguardo si scorgano. Noi a tal'uopo imprendiamo a dare un brevissimo saggio sulle azioni del prode Mina, che, come modello ai nostri leggitori, osiamo di presentare.Don Francesco Espoz y Mina, figlio come si dice, di un bifolco, era zio e successore di un altro Mina, che da studente in Navarra, all'età di soli anni venti, percorse, alla testa di una banda, stupenda ma breve carriera, perchè ben tosto nelle mani de' Francesi, cadde ferito e prigioniero. Era Espoz y Mina, frà i venti cinque e i trent'anni, allora quando al suo nipote successe. Tutto acquistò egli col suo coraggio, pazienza, ed avvedutezza. Nulla possedeva egli, di quanto, un generale, materialmente, costituisce. Ei non potea protezione offerire, nè ricompense, nè pensioni, nè ritiratein caso di sconfitta. Mina non aveva nè piazza, nè fucili, nè un tallero. Tutto in sè stesso, nella sua energia, nella sua perspicacia, copiosamente rinvenne. I Francesi lo denominarono il re di Navarra, perchè, sebbene fossero essi nel possesso di tutte le fortezze, meno erano di lui, dal popolo obbediti. Col mezzo de' suoi informatori, e dello spirito publico, che gli era interamente favorevole, sapeva egli tutto ciò, che nell'esercito nemico avveniva, conosceva i progetti che vi si formavano, ed a quelli dava, prima che si eseguissero, convenevol riparo. In somma, un distaccamento per piccolo che si fosse, non si moveva, non arrivava, non partiva, che d'ogni movimento, non fosse Mina previamente informato. Sotto di varj pretesti, ed in abiti contadineschi, alcuni de' suoi volontarj, nell'esercito nemico, egli sempre manteneva, che lo tenevano appieno istruito di quanto vi si operava. Ragguagliato di ciò, oltre la pratica conoscenza del paese, consultava egli di continuo le migliori carte geografiche, e topografiche, sulla situazione del medesimo, teneva presso di sè molti confidenti, e guide dei luoghi peritissime, di modocchè tutte le montagne della provincia, perfettamente conosceva, i loro ceppi, le loro diramazioni, altezze,direzioni, pendio, strade, andirivieni, burroni, selve e foreste non meno, che il sito dei ponti, dei porti, dei fiumi, dei guadi, argini e pescaje, le coste marittime, golfi, baje, cale, porti, promontorj e ponti di terra dalla parte della Biscaglia; le pianure, le macchie, le lande, le valli, i laghi, stagni, paludi, sorgenti e fiumi, la loro direzione, la rapidità del loro corso, la loro larghezza, profondità, ed incasso del letto etc. Quindi ad un'esatta e profonda comparazione passava, fra tutt'i vantaggi presentati dalla natura, con quelli che per arte, ingegno, e lavoro dell'uomo, si potevano, pel sostenimento della guerra ritrarre. Ei conosceva per lo stesso mezzo, la qualità e quantità delle produzioni del paese, materiali esistenti, non meno che il numero delle persone, per età, per sesso, per classe e per proprietà. La sua mente, ed il suo corpo eransi, come le circostanze della sua patria il richiedevano, piegati. Al collo portava legata da un cordoncino di seta, una carafina di cristallo piena di efficacissimo veleno, fermo nella intenzione di usarne a danno del nemico, ogni qual volta s'en presentasse a lui l'acconcio, onde avvelenare quei cibi, che a bella posta nelle sue ritirate gli abbandonava. Ed eziandio nel caso, che ferito, e preso dal nemico,non avesse più speranza di salvarsi, per attossicare sè stesso, quel veleno serbava. In quelle poche notti, ch'ei non dormiva alla serena, si coricava vestito, senza mai torsi le pistole dalla cintola, nè lasciare il pugnale che, sotto l'abito, alla parte sinistra del petto, nascostamente portava. Mina chiudeva, ed assicurava sempre ben bene la porta della camera, e della scuderia, dove ad un breve riposo abbandonavasi. Tre ore di sonno erano per lui sufficienti, ed anche molte volte interpolatamente dormiva. Quando la sua camicia era sudicia, egli entrava nella casa la più vicina, e là, con una netta del padrone, cortesemente la cambiava. Onde più facilmente poggiare per l'erta de' monti, e potersi pei ripidi ed angusti andirivieni delle loro sommità, arrampicare; egli ed i suoi volontarj, calzavano certi sandali, alla foggia dei frati, in uso in varie parti di Spagna. Era il suo vitto, frugalissimo. Focaccia, ed acqua, per l'ordinario gli bastavano: ma di tanto in tanto, quando gli ne veniva il destro, alle spalle dei nemici moderatamente banchettava. La polvere da schioppo necessaria per la truppa, in una spaziosa grotta, sita nel centro dei monti, egli stesso fabbricava; e teneva in un villaggio segregato nel mezzo delle montagne, un'ospedalea spese dei Francesi di tutto il bisognevole, provveduto. Tentarono quelli varie volte di sorprenderlo, ma sempre indarno, perchè il cuore di tutt'i contadini, era pel valente difensore della loro patria, animosamente propenso. Riceveva egli sempre a tempo, informazione dei movimenti dell'inimico ed al primo sentore di pericolo, i contadini si caricavano gli ammalati, ed i feriti sulle spalle, e portavangli su di rupi scoscese, dentro luoghi inaccessibili, dove in perfetta sicurezza rimanevano, finchè il Francese trovandosi deluso, ed in pericolo, si ritirava. Se gliAlcadinon faceanlo consapevole delle requisizioni, e dei movimenti del nemico, o mancavano a qualche altro loro dovere, andava egli stesso nella notte a sorprenderli, e fattili tosto dal letto balzare, immantinente in camicia li faceva fucilare, od al campanile della chiesa principale, appendere per la gola. Ei permetteva alcune volte che i Navarresi commerciassero coi Francesi, ed aveva stabilita una linea di dogana, alla quale il nemico si era sottomesso, e con questo mezzo, molte provviste pei volontarj agevolmente si procacciava, che altrimente gli sarebbe stato difficile di trovare. Mina esigeva dai ricchi mercanti una somma di danaro pel passaporto, per la facoltà dicommerciare, etc., e con altre tasse sui ricchi ben pensanti, e la confisca delle proprietà dei malpensati, che tosto presi, faceva archibugiare, egli aveva sempre un fondo in cassa pei bisogni correnti, ed anche di più. Allora quando rinveniva una spia del nemico, le faceva da uno della sua guardia, tagliar l'orecchia destra, e quindi in fronte, con le paroleviva la patria, bollare. Durava quel marchio in eterno, e nello stato della generale opinione potevasi, come la più severa di tutte le punizioni, considerare. Quei sciagurati tanto si vergognavano di esporsi agli sguardi de' loro compatrioti, marchiati in tal modo, che molti sulle roccie, ne' luoghi rimoti dei monti, tutti aggrinzati, e con segni di una fine disperata, morti di fame e di freddo, si rinvennero. Mina non permetteva, che i volontarj suoi fossero propensi alle donne, anzi aveva la riputazione di odiarle. Nulla dimeno, solo come seducente cagione dell'indebolimento fisico degli uomini, le temeva. Ei non permetteva il giuoco; e tosto, finito il combattimento, ogni volontario aveva il permesso di appropriarsi quanto seco poteva portare. Ma guai a colui, che avesse di metter mano al bottino, prima, che la vittoria fosse dichiarata e compiuta, il rapace ardimento! Ogni bajonetta portava segni del sangue francese;le armi dei volontarj erano rugginose al di fuori, ma esigeva con somma severità che fossero tenute nette al di dentro, e che le rotelle, e le pietre dello schioppo, fossero nel miglior stato.Sapeva quel condottiero, con accortezza applicare i mezzi alle contingenze, ed in qualunque bisogno, ei nascere faceva le convenienti risorse. Il suo valore si allontanava egualmente da quella prudenza timida, che teme, e tutti gli inconvenienti prevede, che da quell'inconsiderato ardore che tutt'i pericoli cerca e gratuitamente affronta. Le armi, il raggiro, e l'astuzia, erano da lui indifferentemente impiegati. Politico ad un tempo, e guerriero, con la prudenza, ei lentamente preparava ciò, che di poi col suo valore impetuosamente operava. Nuovo Filippo di Macedonia, i suoi progetti da una politica impenetrabile maturati, sempre a proposito, ed all'improvviso, comparivano. Una profonda riflessione e perfetta conoscenza degli uomini, erano di pari grado al suo brillante coraggio, e superiori talenti, in bella unione, accoppiati. Non istimava egli ne' suoi subalterni, che quanto da purissimo amor di patria era originato, e con la forza, l'attività, l'energia, ed un coraggio posto al di là d'ogni calcolo, sceglieva sempre quandogli era permesso, il partito di attaccare il nemico, piuttosto che d'aspettarlo; e non solo disegnava egli sublimi, e quasi incredibili imprese sempre all'insaputa, che sorprendean l'avversario, ma ben anco, ciò che quegli progettava, e poteva progettare in avvenire, prevedeva, ed indovinava. Instancabile, ed audace, ma sempre prudente, il prode Mina, ora sù d'un veloce corsiero, ora sù d'un zoppicante ronzino, ora a piedi con lo schioppo alla mano, sempre alla salvezza della patria, solamente diretto, mai non si riposava, nè lasciava i Francesi riposare, e coll'attività, e pertinacia, dopo sette anni di non interrotta guerra, pervenne pe' suoi sforzi, pe' suoi talenti, ed amor di patria, a vedere la Spagna libera dagli stranieri, al di cui scopo, con indefesso zelo, aveva potentemente contribuito. Possano questi precetti, e questi esempj, far sorgere valorosi costanti condottieri italiani, che in sè le virtù, ed i pregi tutti di quello Spagnuolo riunendo, alla liberazione dell'infelice Italia, gloriosamente pervengano!
Mal si apporrebbe, chiunque, al nome di condottiero di bande, di cui tratterassi in questo capitolo, la norma di quei condottieri, la cui esistenza nelmedio evotanto afflisse l'Italia, e le fù di vero disonore, ravvisare credesse. Uomini avari, ed immorali, senza patria, senza sentimenti delicati, e senza amore per gli uomini, sempre al miglior offerente vendibili, non men, che al nemico stesso, contro cui combattevano, rovinando molte volte il padrone del momento, per vantaggio dell'avversario da cui loro veniva maggior premio segretamente proferto; uomini di poco valore, di molta tristizia, non saranno mai dal condottiero delle bande armate per l'unione, independenza e libertà della patria, presi per modello, nè in alcuna parte delle loro azioni seguiti. All'opposto, il nostro condottiero, ben lungi dall'agire, come quelli, per proprio personale vantaggio, non avrà, che il bene della patria in mira, non penserà, che all'Italia, non opererà, che pel maggior vantaggiodi quella, bandirà dalla sua mente ogni considerazione, che possa dalla sublime carriera, che intraprese, discostarlo, oppure, la sua energia, e zelo pel sacrosanto scopo, che si propose, affievolire.
Ella è principale proprietà delle rivoluzioni, di portare il vero merito in alto, e coloro dei lor gradi spogliare, che per raggiro, od impostura, astutamente gli usurparono, o che per sola eredità, quai discendenti d'illustri antenati, di possederli pretendono. Egli è ormai da ognuno, per esperienza riconosciuto, che le rivoluzioni mettono, e sostengono gli uomini a quel posto, gli obblighi del quale, sono di bene disimpegnare capaci, dimodocchè il nome d'un barone, conte, marchese, duca e principe, quale un publico pregiudicio portava alla considerazioned'illustre, e che per l'addietro, attesi solamente i supposti meriti di successione d'avi, forse, nei tempi antichi, virtuosi, sarà stato in dignità costituito, sparirà. E se il titolato, per mezzo d'un singolar cambiamento, non abbraccia con energia e coraggio, il partito della patria, cadrà costui meritamente nel fango, ed al contrario un uomo, per l'addietro, sconosciuto, negletto, e disprezzato, avrà per avventura, al maneggio degli affari dello stato, ed anche al comando deglieserciti, a vece sua, innalzato! Da ciò ricavasi, che in rivoluzione, e sopra tutto nella guerra per bande, il nome non è niente; e solamente le qualità personali sono, ed esser debbono, apprezzate. Quelle sole, in quel tempo, aprono alla persona, il cammino a quel grado, o posto, che per propria virtù giustamente gli spetta. Uomini della più bassa origine, divennero in Ispagna capi attivi, ed intraprendenti, un bifolco, un pastore, un pentolajo, fra i principali condottieri di bande, in quella penisola si dimostrarono. Il Manco, ossia il zoppo, il Marchesino, il Medico si resero non men celebri di quelli. Il dottore Rovira, e l'avvocato Uobera, in Catalogna, oltremodo si distinsero; Don Giuliano Sanchez possidente, era nella vecchia Castiglia, e nel regno di Leon, il terrore dei Francesi; il notajo Don Ventura Ximenes, lo era tra Badajoz, e Toledo; il contrabbandiere Longa, in Aragona; e quindi Don Giovanni Martino, detto l'Empecinado, da Massaro divenne il miglior maneggiatore di sciabola, che in Ispagna esistesse. E fù colui che dai monti di Guadalaxara, portò le sue armi in ogni parte della penisola, che rese vani tutti gli sforzi dei Francesi in Madrid, per distruggere la sua banda, e mise in forse la vita dell'intruso re Giuseppe, in una imboscata,che gli tese a Cogolludo. Finalmente, oltre tanti, e tanti altri che citar potremo, ma che lasciamo pe' ristretti confini da noi al presente trattato prifissi, fra quelli non meno valorosi, che utili al loro paese, citeremo il Cid, il Lara di quell'epoca, l'attivo, l'intraprendente Espoz y Mina, che per le sue gesta in Navarra, dovrà sempre da chiunque voglia conoscere i doveri, ed il procedere di un vero, ed utile condottiero di bande in favore della patria, essere, qual prototipo, riguardato. Ecco, fra i surriferiti nomi, accanto ad un marchese, e più alto ancora, brillare un pentolajo. E sebbene di egual considerazione meritevoli, vedemmo dottori, e pastori, avvocati, e villani, e sebbene tutti nel servigio della patria distintissimi si mostrassero, nulla di meno, al prode Espoz y Mina inferiori apparvero, che maravigliosobifolco, lasciò la marra, e la vanga per brandire la spada vendicatrice, ed, in grandissima parte, alla liberazione della patria sua, disinteressatamente contribuire. Che altro era mai il tanto celebrato Hofer, e certamente degno d'encomj, per propria virtù, dal popolo, al comando del Tirolo insorto, destinato? Che altro era quell'illustre vittima dell'amor di patria, e della perfidia austriaca, se non un figlio di un oste? Eppure nell'oste Hofer,quella pura virtù riluceva, che, noi crediamo, sarebbesi in principi, duchi, etc., difficilmente rinvenuta. Imperciocchè la maggior parte di quelli, non cercano d'imporne ai popoli, che con soli titoli fastosi; e con ciondoli ridicoli, gli occhi della plebe abbarbagliare. Chiaro da quanto abbiamo detto, appare, nè la famiglia, nè il nome, nè le ricchezze, ma quelle personali qualità, che fondano la loro base sopra l'amor di patria, giudizio retto, volontà di ferro, sostenuta dall'attività, perspicacia e vigore, al condottiero, soltanto abbisognare.
Egli è obbligo sacrosanto di qualunque condottiero, tostocchè per sostenere la libertà, ed indipendenza della patria, nell'agone si slancia, quello di compiere con buon successo la sua impresa, di non mai, dovess'egli pur anche incontrare una morte certa ed oscura, dal proponimento recedere. Le qualità, che vengono da noi, onde venirne gloriosamente a capo, come indispensabili, giudicate, son le seguenti.
1º Un animo intrepido, incapace di cedere a qualunque disgrazia che possa sopravvenirgli.
2º Una cautela, e vigilanza tale, onde l'uomo diffidando di tutti e finanche de' suoi partigiani stessi, dimostri non diffidare di chicchessia.
3º Un cuore severo, ed inaccessibile alle grida della pietà, da qualunque parte possano venire, quando si tratta degl'irreconciliabili nemici della unione, indipendenza, e libertà dell'Italia.
4º Una esatta conoscenza del paese, che scelga, il condottiero, per teatro delle sue operazioni, e di tutte le sue risorse.
5º Un valore sempre prudente, e solo, nell'estrema contingenza, animato, ed impetuoso.
Art. 1º. Un animo intrepido, ed incapace di cedere a qualunque disgrazia che possa sopravvenirgli, debb'essere la prima qualità di un condottiero di bande.
Nulla in una guerra evvi di più comune, o di più probabile, che l'accadimento di certi eventi sinistri, alla più vigilante sagacità, del tutto superiori. Dovendo per lo più essere le bande di piccol numero di volontarj composte, ed isolatamente guerreggiare, loro avverrà di trovasi alcune volte nel corso delle operazioni, contro forze superiori, sprovvedutamente arrischiate, che gravi danni, e rovesci di gran momento loro cagionino e pongano i volontarj nella stretta necessità, per evitare una compiuta rovina, d'individualmente, o per frazioni, sparpagliarsi. Tanto era ciò alle bande spagnuole comune, che una sola non vi esistette, laquale non sia stata, le molte volte sconfitta, e dispersa. Ma non per ciò perdevansi d'animo i condottieri e con avveduto consiglio, la maggior cura avevano, di sempre due o tre punti, nel paese dove operavano, ai loro volontarj, previamente determinare. Quanti, superstiti rimanevano dal disastro, immediatamente si riunivano. Ed ammirabile spettacolo, per verità, ad ogn'uomo, quello si era di vedere gl'individui rimanenti d'un corpo, per disastrosa catastrofe sperso, e fuggiasco, sulla cima di ripidissima rupe, od aspro monte raccolti, nudi, non meno che dal lungo digiuno e durissima fatica trafelati, per la perdita de' compagni caduti accanto a loro, estinti, cordialmente afflitti, dimenticarsi di tutt'i loro mali, e patimenti. Ed in un subito rinfrancavansi; e partian di là stesso, per immediatamente portarsi a qualche arditissima impresa di riescita, per l'ordinario, felice. Ed in fatti, tal banda, i nemici in riposo, tranquilli, e nella persuasione, che quella truppa fosse del tutto dissipata, e distrutta, improvvisamente coglieva. Solevano dire i francesi, che il generale dal quale più danno era in tutta la guerra di Spagna stato loro cagionato, chiamavasi il generaleno importa. Difatti quell'espressione era comunemente in bocca di tutti gli Spagnuoli dopo di qualunquemaggior disgrazia, ed a ritornare di bel nuovo alla sanguinosa tenzone, quella gl'innanimiva, e confortava. Dopo la perdita della battaglia d'Almonacid, nella quale involta la banda di dugento uomini comandata da don Isidoro Mir, che si trovava divanguardiaall'esercito sconfitto, e che dovette pure nel generale trambusto a catafascio disperdersi; quell'accorto condottiero riunì di bel nuovo, in un istante una parte de' suoi volontarj, e non più tardi del 12 agosto del 1809, che fù l'indomani della vittoria riportata dai Francesi, sorprese tutti gli equipaggi, e feriti del loro esercito non meno, che un distaccamento da quelli (affine d'inseguire con meno imbarazzi il rimanente del corpo spagnuolo, che si ritirava) lasciato a guardia del conquistato paese Almonacid; entrò nella città; passò a fil di spada quanti Francesi dentro vi erano; e tutti gli abitanti, che seppe essere loro partigiani; s'impadronì di tutto quanto in abbondanza rinvenne. Ma oltre d'un tale segnalato vantaggio, il miglior effetto di quest'ardita operazione, si fù quello di rinvigorire lo spirito publico dalla perdita dell'intiero esercito, notabilmente depresso. Questo medesimo condottiero nel 1810, partecipe della sconfitta sofferta dall'esercito al quale apparteneva, tre soli giorni dopo la rotta,varj suoi partigiani, e soldati dispersi, sollecitamente accozzò, e quando i Francesi forzando le linee di Despeñaperros, entrarono nell'Andalusia, cadde inopinatamente sopra d'una forte guarnigione, che prima di tentare quel passo, i Francesi avevano lasciata in presidio a Ciudad Real, la fece prigioniera, e come vidde di non poter più agire colla sua banda, che tutta dovea alla guardia dei vinti rimaner impiegata, de' quali, in tanta vicinanza dell'esercito nemico, non sapeva che fare, quanti prigionieri aveva nelle mani, senza distinzione passò a fil di spada, s'impossessò di una vistosa quantità di equipaggi, e bagagli, dopo d'aver pure tutti gl'impiegati civili, sì spagnuoli, che francesi, messi a morte, perchè aveva avuto lingua, che pel nemico, quei primi parteggiavano. Invigorì, questo avventuroso successo, lo spirito in tutta la provincia della Mancha, che per disastri occorsi all'esercito, era se non cambiato, almeno sommamente avvilito; ed il singolare vantaggio produsse, che dieci o dodeci nuove bande presero nella provincia il campo, da quella impresa, alla gloria stimolate. Finalmente quella stessa insensibilità che anzi magnanimità più giustamente nomar dovrebbesi, si fù, quella che intimorì gli Spagnuoli affetti ai Francesi, obbligandoli, se non altro, a rimanere passivispettatori della contesa; fù quella, che le azioni, e combattimenti intrapresi da' nemici, ed a buon fine colla maggior gloria portati, rese nulli, e molte volte di gravissimo nocumento a loro stessi, si fù quella che convertì la Spagna tutta in un semenzajo inesauribile di prodi guerrieri, che come i soldati di Cadmo, parevano, atti al combattimento, sorgere dalla terra; ed in somma quella si fù, che, in sette anni malgrado continuati patimenti, sagrifizj, e sconfitte, i paesi, nel compimento de' loro doveri verso la patria, indefessamente mantenne. Quella fermezza incapace di cedere agli ostacoli, e rovesci, deve, per assoluta necessità, essere il compartimento di un condottiero, e chiunque, una tale disposizione d'animo vigoroso, in sè stesso esistere, non riconosca, gli è giuoco forza, come inabile, a tal carriera riputarsi, non meno, che, al titolo di forte, ed alla gloria, rinunciare. La qualità della sua truppa, la quasi necessaria indisciplina, il numero ristretto della gente di cui sono per l'ordinario questi corpi, composti, la necessità, in che continuamente dovrà trovarsi, di provvedere da sè solo al vestire, ed alimento della truppa, locchè comunemente presenta non poche difficoltà in paesi dove la stessa insurrezione porta con sè un quasi assoluto disordine; e finalmente le ordinarievicissitudini della guerra, con frequenza, in una situazione tanto critica lo porranno, che una sola decisione a tutta prova, con disprezzo stoico dei pericoli, e difficoltà, che lo circondano, ed in somma un animo intrepido, potranno, con utilità della patria, fargli ottener la palma della difficile impresa.
Art. 2º. Il condottiero d'una banda, deve avere una cautela, e vigilanza tale, che diffidando di tutti, e fino de' suoi stessi partigiani, non dimostri diffidare di chicchessia.
La più difficile qualità da rinvenirsi in un condottiero, si è quella diffidenza generale di tutti quanti lo circondano, senza che nessuno, di quella si accorga, ma anzi di tutto il contrario sia persuaso. Dar regole certe, e sicure sopra d'una tanto importante materia, sarebbe cosa del tutto impossibile. Lo stato della guerra, le disposizioni del paese in generale, le più o meno prospere circostanze, in che s'incontrino i suoi partigiani, il carattere delle persone con le quali si trovi obbligato di trattare, il grado di più, o meno buon concetto, in che l'abbiano, le sue anteriori imprese, collocato, ciò, tutto riunito, deve la regola del suo procedere indicargli, senza però mai obbliare, che la più profonda dissimulazione dev'esserne la base fondamentale, e che d'infinito dannopotrebbe essergli la confidenza, abbenchè l'abbiano, fondatissimi motivi, potuta originare. Vienci dal colonnello Don Claudio Escalera, nella guerra di Spagna, offerto di tale consumata prudenza un pratico esempio. Ecco questi nell'anno 1812 con cento, e cinquanta cavalli un'incursione a lasPedroches de Cordoba, luogo fatale a quante bande osarono penetrarvi, e che, le une con molte forze, le altre con poche, tutte, in tal luogo, per l'azione combinata di tre o quattro colonne volanti nemiche, ajutate dalla perfidia d'alcuni abitanti postisi d'accordo con esse loro, perirono o furono sbaragliate, e quasi sempre ignominiosamente battute. Il sito di quel territorio, è una valle di sei o sette leghe di diametro, per ogni lato dallaSierra Morena, circondata, con tre sole strette aperture d'ingresso, locchè ad una truppa la quale addentro s'inoltrasse, pericolosissima la rendeva. Desiderando adunque Escalera di essere utile alla sua patria, ed il riposo di cui là, godeva il nemico, profittevolmente turbare, non meno che togliergli quell'inesauribile emporio di viveri pel suo esercito; all'unico mezzo appigliossi, che unito ad un valore prudente e deciso, poteva all'eseguimento de' suoi disegni abilitarlo. Egli la più cieca confidenza in quelle stesse persone dimostrando,ch'erano di connivenza col partito francese, dalla publica opinione ragionevolmente accagionate, entrò nella valle; la paura fece sì, che sebbene alcuni serbassero in cuore l'intenzione di tradirlo, tutti ad offerirgli i loro servigi, con affettata premura s'affrettarono. Escalera tutti cordialmente accolse e lusingò, confidando con sincera apparenza i suoi progetti, che ben lontani dal vero, manifestava. Gli uni si regolarono veramente bene, e gli altri, cogli avvisi, ch'al nemico (relativamente alle loro prave intenzioni) in buona fede mandarono, lo confusero ad un tal punto, che tutti gli sforzi riuniti di quattro combinate, e numerose colonne, non poterono in venzette giorni sterminare la banda, nè dalla valle Escalera cacciare, ch'erasi coll'infanteria, dell'entrate impadronito, nè impedirgli, che con un branco di prodi partigiani, si rendesse d'un ricco convoglio di grano, padrone, del quale dispose quasi alla vista del nemico, e che sorprendesse varii de' suoi distaccamenti, e che, ritornandosene indietro, dieci perfidi confidenti dei Francesi, come prigionieri, seco portasse. Non finiremmo, se descriver vorremmo i particolari di questa spedizione, da per sè sola, di onorare la memoria del condottiero, capace, che tanto avventurosamente ad effetto la perdusse. Cibasti dunque pel nostro presente oggetto, il dire, che la confidenza da quegli dimostrata con persone di cui doveva con tanta ragione diffidare, unita ad incessante dissimulazione e vigilanza, fu la principale astuzia, potente a confondere, e traviare le incalzanti forze nemiche, e da lui maestrevolmente praticata. Così trasse dai servigi degli uni, profitto, allucinò gli altri, mantenendoli nell'inerzia, ed ingannò i perfidi decisi, che nello stesso laccio teso da loro a suo danno, fece ingegnosamente cadere. Perlocchè i Francesi, fattisi, per la riconosciuta falsità dei loro avvisi, a credere di essere stati da quelli a bella posta ingannati, ne fecero alcuni, come delinquenti, archibugiare. Gli stessi uffiziali, e soldati d'Escalera, non erano in quei venzette giorni, consapevoli di quanto dovevano all'indomane operare, nè mai essi sapevano, dove si passerebbe la notte, nè dove si sarebbero rinvenute le razioni, ed ignoravano la prossimità del nemico. Escalera, ed il suo secondo in comando, soli erano in tale secreto iniziati, e vi furono delle notti in che, due o tre volte si mutava il campo, collocandosi quasi in mezzo a due corpi nemici, che all'albeggiar del giorno seguente, in direzione interamente opposta, per attaccarlo, avviavansi. La diffidenza perfino de' suoi stessi partigiani, è assolutamenteindispensabile. Ed in fatti si valsero i Francesi nella guerra dell'indipendenza, di alcuni infami Spagnuoli, che fecero arrolare nelle bande nemiche, tanto per servirsene come spie, quanto per cogliere le favorevoli occasioni, onde i principali condottieri di quelle, proditoriamente assassinare. Per buona ventura, in sì fatta guerra, siccome l'entusiasmo politico, e religioso, camminavano uniti, pochissimi s'incontrarono, che ad un tale infame servigio si prestassero, e quei pochissimi furono per l'ordinario scoperti, come accadde a quelli, che nelle bande di Palarca, dell'Empecinado e di Ventura Ximenes, con tal pravo intendimento s'arrolarono. Egli è però con ragione da temersi, che in una guerra intrapresa solamente contro la tirannìa domestica, e straniera, un maggior numero di questi vili stromenti, in vituperoso servigio di quella, si trovi. Epperciò rendonsi la diffidenza e simulazione, viemaggiormente necessarie.
Art. 3º. Un cuore severo ed inaccessibile alle grida della pietà, da qualunque parte possano venirle, quante volte si tratti degli irreconciliabili nemici dell'unione, independenza, e libertà d'Italia.
Di quanti mali alla causa publica e di quante disgrazie ai campioni della patria, non sarebbecagione, il funesto errore di credere alla possibilità di trar partito da' ciechi, ed interessati stromenti della tirannia? Lungi sia quindi simile perniciosa idea dalla mente di qualunque condottiero di bande, in una insurrezione nazionale. I perversi, che sordi alla voce della rimorditrice loro coscienza, trascinati da ismodato amor di sè stessi, hanno il partito della tirannìa, disonestamente abbracciato, sono mille volte dello stesso tiranno peggiori; sono ancora più insaziabili, più vendicativi, e più irreconciliabili di lui, coi loro avversarj amici della libertà. Epperciò essere indispensabile levargli di terra tutti, esterminandoli senza pietà, è cosa bastevolmente provata, Giunio Bruto mandando al supplizio i soli due figli suoi, perchè contro il nuovo sistema congiuravano, Virginio ammazzando per la salvezza di Roma, la propria unica figlia che teneramente amava, sempre esser debbono alla mente del condottiero presenti, che non dovrà mai dare alle suggestioni dei pietosi amici, favorevole orecchio, ed il di cui cuore, solo ai laceranti gemiti della patria oppressa, deve battere, e violenti emozioni sentire.
Art. 4º. Il condottiero di banda deve avere un'esatta conoscenza del paese, che scelga per le sue operazioni, e di tutte le risorse di quello.
Impossibile cosa sarebbe ad una banda, con successo, ed utilità guerreggiare, nè potrebbe dalla certezza di essere ben presto sconfitta, esimersi, se il suo condottiero mancasse della conoscenza pratica del paese, che deve percorrere. Debbono i cammini, viottoli, andirivieni, fiumi, guadi, monti, boschi, selve, caverne, antri, etc., essere il continuo oggetto delle sue osservazioni. Ma siccome non mai, od almeno solo rarissime volte, egli è possibile che un sol'uomo, sia di tutte le suddette particolarità bene istruito, così essenziali in un terreno spazioso, com'egli è indispensabile che sia quello dove puossi una banda ad operare, sarà cosa conveniente, che seco il condottiero tenga due, o tre partigiani onorati, natii, e pratici del paese nel quale egli vuol far la guerra, affinchè possano anche in oscurissima notte, per la buona via dirizzarlo. Debbono questi essere da lui ottimamente trattati, e predistinti; se la cosa è possibile, e se la loro volontà non vi si oppone, debbono far parte della guardia famigliare del condottiero, che sempre li terrà al suo lato, dispensandoli da ogni servizio, che non sia di questa natura, o di quello di guide, nel quale ultimo, saranno più chè non si pensa, occupati, e da essi sarà la salvezza della truppa,talvolta, per dipendere. Qualunque sia la conoscenza del suo dovere, e del terreno, che possa avere un condottiero, gli sarà sempre d'uopo di valersi di questi ausiliarj subalterni. Il prode Empecinado che, durante una lunga carriera di coraggiose imprese, alla testa della sua banda, è considerato, d'avere maggior perdita numerica, ai Francesi cagionata, di quella ch'abbiano essi in Talavera, od in qualunque altra battaglia che nella penisola ebbe luogo, sofferta; Empecinado non operava mai, se non aveva molte delle suddette guide volontarie con sè, e col loro mezzo, egli potè, Giuseppe Bonaparte sì fattamente molestare, che per poco della sua reale persona non impadronissi. Imperciocchè, andato quegli col generale Belliard, ed una festevole brigata di dame della corte, in allegro stravizzo all'Alameda, sei miglia distante da Madrid sul cammino di Guadalaxara, tosto ch'erasi coi convitati assiso a tavola, per delicatissimi cibi assaporare, avvertito dell'avvicinarsi dell'Empecinado, dovette alzarsi, ed a briglia sciolta dal suddetto strettamente inseguito, alla protezione del presidio di Madrid, tremante rifuggire. Il condottiero impadronitosi al ritorno, dell'imbandita mensa, alle spalle del monarca invasore allegramente gozzovigliò. Il famosomedico Palarca, condottiero, non meno di quello, sagace e valoroso, seco ebbe sempre tre o quattro di quelle guide che come sue ordinanze perpetue, o per meglio dire, come amici, o fratelli, in principio teneva, e quindi in premio della loro fedeltà, ed utilissimi servigj, fece uffiziali. Erasi Palarca proposto di far la guerra nelle vicinanze di Madrid. Epperciò più particolarmente, alla sua banda, l'attenzione del nemico attirata; non si stancava il Francese di perseguitarlo tenacemente con grandi forze, in modo che ben sovente viddesi, fino la guardia reale di Giuseppe, in movimento, per discacciarlo. Ridotto alcune volte ad un ristretto spazio, circondato da una parte dal Tago tanto gonfio allora da non potersi guadare, e dall'altra dal nemico, che già contava sopra un sicuro trionfo, egli col soccorso delle guide, per non calcolati andirivieni, che facilitavano il suo passaggio, in mezzo al nemico, senza essere veduto, a guizzargli di mano perveniva e quindi da lì a poco, burlandosi dell'avversario, alle porte di Madrid tornava baldanzosamente a comparire. Quanti felici successi non dovett'egli, alle sue precauzioni, ed alla conoscenza del paese, che aveano, le guide, ed i confidenti! Senza di ciò, come avrebb'egli potuto ammazzarevarj uffiziali francesi, e prenderne altri prigionieri nell'istesso Prado, delizioso passeggio dentro la città di Madrid, e mettere varie volte, nella villa reale, la persona, e corteggio di Giuseppe, in confusione, e pericolo?.... In breve, questa pratica conoscenza del paese, che devesi dalle bande in una insurrezione nazionale, necessariamente possedere, postocchè il terreno, dove devesi operare, viene da loro stabilito, e per l'ordinario è sempre quello dove sono nati, e cresciuti gl'individui che le compongono, lor dà un vantaggio capace di far fronte, a quanti mezzi superiori, un nemico, sia paesano, o forestiero, possa con la sua disciplina, e tattica opporre. Siffatta conoscenza presenta alle bande l'occasione di portare danno al nemico senza grande rischio; lor dà una incredibile facilità di evitare i suoi attacchi; mette il condottiero al caso di eleggere le opportunità, di vincere con vantaggio, e sicurezza, e di evitare qualunque incontro non a proposito; e finalmente gl'infallibili mezzi facilita, onde a poco a poco, ed alla spartita, sterminarlo.
I viveri, armamento, vestimento, tutte le sovvenzioni in somma necessarie, dovendo essere per mezzo delle momentanee disposizioni de' condottieri, del tutto rinvenute, si vedela necessità di aver un'esatta, e minuta conoscenza delle risorse del paese, unita alla prudenza, ed equità, in questa parte così essenziali.
Art. 5º. Un valore sempre prudente, e solo nell'estreme contingenze, animato, ed impetuoso.
Coloro che solamente alla superficie delle cose si attengono, tacciano il valore prudente, di codardìa, e questa ingiusta censura suole per l'ordinario essere il maggiore ostacolo all'esercizio di tale virtù. Ella è cosa sommamente difficile, che un uomo dotato di uno spirito deciso per la causa che difende, e dapprima in concetto di prode e valoroso, tenuto (riputazione con le luminose sue gesta giustamente acquistata), ad una tanto ingiusta taccia, tranquillamente si sottometta, e la lasci correre con disprezzo, senza cercare con qualche fatto, capace anche di rovinarlo per sempre, di smentirla. Pochi Fabj s'incontrano, che la salute di Roma, alla propria riputazione anteponendo, ed insensibili alle continue mormorazioni dei loro concittadini, il nemico, senza battersi, distruggano.
A nessuno, questa magnanima indifferenza, è più necessaria, che ad un condottiero di bande. Le sue operazioni debbono essere affatto,dall'opinione di qual si voglia censore, independenti; nulla dev'egli intraprendere, qual uomo da un falso punto d'onore, trascinato. Il suo scopo non dev'essere la gloria, o per meglio dire, non vi è gloria per lui, che nell'esito felice della lotta, nella quale si è decisamente lanciato! Tutt'i mezzi a tal'uopo, gli sono leciti e gli è vietato di purgare dall'accusa il suo nome, abbenchè, fosse dalla più mal fondata, e nera accusa macchiato, quante volte, per ciò fare, gli convenga, la causa pubblica di minimamente arrischiare. La sua vanità, il suo amor proprio, e per fino la stessa sua riputazione, debbono da lui essere in olocausto, sull'altare della patria, generosamente offerte.
Nel capitolo dell'onor militare, abbiamo già più estesamente parlato sopra di questa materia, ed abbiamo messo per base, che l'istituzione delle bande deve avere per fine, in qualunque siasi modo, lo sterminio dei nemici del paese, sieno essi publici, od occulti; e non di procurare di vincerli con mezzi onorevoli, e regolari. Arrischiar l'esito, per una inopportuna vanità, e ciò ch'è peggio, porre in pericolo la salute della patria, dev'essere in questa guerra, come mancanza all'onore, considerato. Lungi dunque da ogni condottiero, l'idea di qualsivoglia impresa, combattimento, o disposizioneper quanto chiara, ed onorevole apparir possa, ma che non sia a tal fine, esclusivamente diretta. Nulla deve, un condottiero, a commettere un'imprudenza, che lo ponga in rischio, trascinare. Il suo dovere consiste nel portare colpi sicuri, ed utili, abbenchè siano, dello splendore di una gloria fallace, per essere manchevoli. La sua unica cura, la sola meta delle sue opere, de' suoi pensieri, altro non dev'essere, che lo sterminio dei tiranni, non meno, che dei loro partigiani, difensori e strumenti. Egli, da tal proposito non deviando, la regola infallibile del suo procedere sicuramente incontrerà. Oltre le già espresse circonstanze, che forman l'essenza della guerra per bande, il ristretto numero d'individui, che per l'ordinario le compongono, la mancanza d'istruzione, e disciplina, esigono dal condottiero cautela, e circospezione. Il riflesso, che la sua caduta potrà scoraggiare una provincia, e l'aumento delle forze nemiche, in altro utilissimo punto, agevolare, ed esser cagione dello smarrimento negli amici della libertà del paese disseminati, la cui determinazione per dichiararsi difensori di quella, da' suoi buoni successi per avventura dipende, deve contenerlo. Qualunque sconfitta in Ispagna, quantunque da potentissime, ed inevitabili cagioni prodotta, dellequali, fosse il condottiero, innocente al par delle bande sempre fedeli all'onore, nulla dimeno, non mancava di produrre smarrimento, e freddezza nei paesi, e diserzioni nelle bande medesime, come pure un'insultante orgoglio nell'inimico. E sebbene fosse il conseguito vantaggio, disprezzabile, e di niun conto, malgradociò, agli occhi del popolo, era con ben calcolata ostentazione, dai Francesi mostrato. Quando don Isidoro Mir, inCuerva, ad affrontare il reggimento di dragoni francesi commandato dal colonnello Laffitte, avventurossi, nella superiorità della sua forza confidando, fu a ciò fare sforzato dal forte, e continuo mormorare dei cittadini, che avendo saputa la sua intenzione di ritirarsi (come quello, che ben conosceva la qualità della sua truppa), lo tacciavano di codardia. Non ebbe egli la forza di mettere una sì pungente accusa in non cale; tentò la giornata e fu la sua banda compiutamente distrutta. Nè solo il danno alla dolorosa perdita di una banda, che di tanta utilità era stata alla Spagna, limitossi, ma trascinò dietro di sè, la somma sventura, che, per le stesse cagioni, pochi giorni dopo avvenne, vuol dire la morte, e distruzione di Ventura Ximenes, e un mese dopo, quella di Francisquete. Ed in fatti, liberato il nemico dalla soggezione che la banda di Mir,colla sola sua esistenza, gli cagionava, dal momento che quella cessò, e disparve, del tutto all'inseguimento delle già dette, si potè liberamente dedicare. Per lo contrario, Cuesta nell'Estremadura, Camillo Gomez nella Mancha, e Don Giovanni Abril in Castiglia, che quando il nemico li cercava, mai non l'aspettarono, si sostennero tanti anni, quanti durò la guerra, rendendo molti servigi alla nazione, ed essendo stati a pochissimi rovesci, soggiacenti. Dalle ricevute dello stato maggiore dell'esercito, nell'anno 1813, si rilevava, che nel corso di anni quattro, aveva il primo rimesso più di due mila prigionieri al quartier generale, senza contare il numero enorme di Francesi da lui ammazzati, soprattutto nei primi tre anni della guerra ne' quali non diede mai quartiere a chicchessia. E Gomes, oltre di aver presi molti prigionieri negli ultimi anni, ed aver in tutto il corso della guerra, ammazzati tanti nemici, quanti ne rinveniva dalle file separati, che ammontavano certamente a più di sei mila, s'impadronì, di sei, o sette convogli di viveri e munizioni. Abril, per tutto il tempo della guerra, i Francesi costrinse, a tenere sempre impiegati, sei, o sette mila uomini, alla guardia delle strade di Somo Sierra, a Guadarrama, affine di conservare le loro communicazioni con Francia; e,ciò malgrado, Abril gl'intercettò molti corrieri, li tenne soventi volte, due o tre mesi, nell'impossibilità di ricevere notizie del loro esercito della parte settentrionale di Spagna. Solo dunque in quei casi estremi, nei quali per salvarsi da un inaspettato, ed involontario accidente, sia cosa indispensabile, il tutto avventurare, stimata, deve un condottiero, essere impetuoso, ed anche temerario. Dev'essere tale, se dal suo quasi certo sacrifizio, potrà un bene tale ridondare, che serva di compenso ai mali dalla sua perdita prodotti; se battendosi fino all'ultimo estremo, potrà ad una piazza, o ad un punto importante, soccorrere, impedire che un'altra già imminente a cadere, riceva ajuto, contenere la marcia d'una colonna nemica, alla sorpresa, diretta d'un'altra amica, da cui, l'esito della guerra, essenzialmente dipenda. In questi, ed altri simili casi, deve qual nuovo Leonida, decisamente perire, e nello stesso tempo i suoi volontarj, per la salute della patria, sacrificare.
Finalmente la prudenza, e l'amor di patria del condottiero, debbono regolare il suo valore; e le occasioni deve scegliere, nelle quali convenga battersi od evitare il combattimento, senza, che le mormorazioni malignamente, o in buona fede propagate dai cittadini, abbiano anche in menoma cosa, nelle sue determinazionida influire; noi ripetiamo, che tutt'i mezzi per ottener la vittoria contro de' tiranni, e l'occupatore straniero, sono giusti, e leciti; e che se il condottiero metterà in uso le arti opportune, rare volte si vedrà per conseguirla, nella necessità di sacrificarsi. L'astuzia, e la vigilanza, gli renderanno facili ed utili oltremodo i trionfi, ch'egli invano potrebbe pel solo valore sperare. Potrebbe questo ultimo avventurare la sorte futura della nazione, e le arti bene usate, senza pericolo, il cammino, per renderla felice, gli spianeranno, togliendo di mezzo gl'ostacoli che potrebbero essergli d'impedimento. La tirannia tiene sempre una forza regolare o propria, o straniera in suo favore, senza la quale non si sosterrebbe. Volerla con isvantaggio urtare, lo stesso sarebbe che voler piombare in rovina. Egli è per tanto necessario, che l'arte alla mancanza supplisca, e che per assicurarne l'esito, gli stimoli dell'amor proprio, del punto d'onore, della generosità, e quelli pure della stessa pietà fino al conseguimento però dell'alto disegno, si contengano.
Ecco, come meglio abbiamo potuto, offerto ai lettori, l'abbozzo delle principali, ed indispensabili qualità, che un condottiero dee possedere. Ben noi conosciamo, che molte altresecondarie, pure gli abbisognano. Sebbene, non siano assolutamente necessarie, quest'ultime ancora si troveranno ne' varj capitoli di questo trattato disseminate, che tutti trattando di quella guerra, della quale deve il condottiero esserne il principale agente, direttamente il prendon di mira. Frattanto, noi opportuna cosa esser crediamo, quella di presentare un quadro, nel quale la maggior parte delle qualità, che debbono essere di un buon condottiero il patrimonio, con un solo sguardo si scorgano. Noi a tal'uopo imprendiamo a dare un brevissimo saggio sulle azioni del prode Mina, che, come modello ai nostri leggitori, osiamo di presentare.
Don Francesco Espoz y Mina, figlio come si dice, di un bifolco, era zio e successore di un altro Mina, che da studente in Navarra, all'età di soli anni venti, percorse, alla testa di una banda, stupenda ma breve carriera, perchè ben tosto nelle mani de' Francesi, cadde ferito e prigioniero. Era Espoz y Mina, frà i venti cinque e i trent'anni, allora quando al suo nipote successe. Tutto acquistò egli col suo coraggio, pazienza, ed avvedutezza. Nulla possedeva egli, di quanto, un generale, materialmente, costituisce. Ei non potea protezione offerire, nè ricompense, nè pensioni, nè ritiratein caso di sconfitta. Mina non aveva nè piazza, nè fucili, nè un tallero. Tutto in sè stesso, nella sua energia, nella sua perspicacia, copiosamente rinvenne. I Francesi lo denominarono il re di Navarra, perchè, sebbene fossero essi nel possesso di tutte le fortezze, meno erano di lui, dal popolo obbediti. Col mezzo de' suoi informatori, e dello spirito publico, che gli era interamente favorevole, sapeva egli tutto ciò, che nell'esercito nemico avveniva, conosceva i progetti che vi si formavano, ed a quelli dava, prima che si eseguissero, convenevol riparo. In somma, un distaccamento per piccolo che si fosse, non si moveva, non arrivava, non partiva, che d'ogni movimento, non fosse Mina previamente informato. Sotto di varj pretesti, ed in abiti contadineschi, alcuni de' suoi volontarj, nell'esercito nemico, egli sempre manteneva, che lo tenevano appieno istruito di quanto vi si operava. Ragguagliato di ciò, oltre la pratica conoscenza del paese, consultava egli di continuo le migliori carte geografiche, e topografiche, sulla situazione del medesimo, teneva presso di sè molti confidenti, e guide dei luoghi peritissime, di modocchè tutte le montagne della provincia, perfettamente conosceva, i loro ceppi, le loro diramazioni, altezze,direzioni, pendio, strade, andirivieni, burroni, selve e foreste non meno, che il sito dei ponti, dei porti, dei fiumi, dei guadi, argini e pescaje, le coste marittime, golfi, baje, cale, porti, promontorj e ponti di terra dalla parte della Biscaglia; le pianure, le macchie, le lande, le valli, i laghi, stagni, paludi, sorgenti e fiumi, la loro direzione, la rapidità del loro corso, la loro larghezza, profondità, ed incasso del letto etc. Quindi ad un'esatta e profonda comparazione passava, fra tutt'i vantaggi presentati dalla natura, con quelli che per arte, ingegno, e lavoro dell'uomo, si potevano, pel sostenimento della guerra ritrarre. Ei conosceva per lo stesso mezzo, la qualità e quantità delle produzioni del paese, materiali esistenti, non meno che il numero delle persone, per età, per sesso, per classe e per proprietà. La sua mente, ed il suo corpo eransi, come le circostanze della sua patria il richiedevano, piegati. Al collo portava legata da un cordoncino di seta, una carafina di cristallo piena di efficacissimo veleno, fermo nella intenzione di usarne a danno del nemico, ogni qual volta s'en presentasse a lui l'acconcio, onde avvelenare quei cibi, che a bella posta nelle sue ritirate gli abbandonava. Ed eziandio nel caso, che ferito, e preso dal nemico,non avesse più speranza di salvarsi, per attossicare sè stesso, quel veleno serbava. In quelle poche notti, ch'ei non dormiva alla serena, si coricava vestito, senza mai torsi le pistole dalla cintola, nè lasciare il pugnale che, sotto l'abito, alla parte sinistra del petto, nascostamente portava. Mina chiudeva, ed assicurava sempre ben bene la porta della camera, e della scuderia, dove ad un breve riposo abbandonavasi. Tre ore di sonno erano per lui sufficienti, ed anche molte volte interpolatamente dormiva. Quando la sua camicia era sudicia, egli entrava nella casa la più vicina, e là, con una netta del padrone, cortesemente la cambiava. Onde più facilmente poggiare per l'erta de' monti, e potersi pei ripidi ed angusti andirivieni delle loro sommità, arrampicare; egli ed i suoi volontarj, calzavano certi sandali, alla foggia dei frati, in uso in varie parti di Spagna. Era il suo vitto, frugalissimo. Focaccia, ed acqua, per l'ordinario gli bastavano: ma di tanto in tanto, quando gli ne veniva il destro, alle spalle dei nemici moderatamente banchettava. La polvere da schioppo necessaria per la truppa, in una spaziosa grotta, sita nel centro dei monti, egli stesso fabbricava; e teneva in un villaggio segregato nel mezzo delle montagne, un'ospedalea spese dei Francesi di tutto il bisognevole, provveduto. Tentarono quelli varie volte di sorprenderlo, ma sempre indarno, perchè il cuore di tutt'i contadini, era pel valente difensore della loro patria, animosamente propenso. Riceveva egli sempre a tempo, informazione dei movimenti dell'inimico ed al primo sentore di pericolo, i contadini si caricavano gli ammalati, ed i feriti sulle spalle, e portavangli su di rupi scoscese, dentro luoghi inaccessibili, dove in perfetta sicurezza rimanevano, finchè il Francese trovandosi deluso, ed in pericolo, si ritirava. Se gliAlcadinon faceanlo consapevole delle requisizioni, e dei movimenti del nemico, o mancavano a qualche altro loro dovere, andava egli stesso nella notte a sorprenderli, e fattili tosto dal letto balzare, immantinente in camicia li faceva fucilare, od al campanile della chiesa principale, appendere per la gola. Ei permetteva alcune volte che i Navarresi commerciassero coi Francesi, ed aveva stabilita una linea di dogana, alla quale il nemico si era sottomesso, e con questo mezzo, molte provviste pei volontarj agevolmente si procacciava, che altrimente gli sarebbe stato difficile di trovare. Mina esigeva dai ricchi mercanti una somma di danaro pel passaporto, per la facoltà dicommerciare, etc., e con altre tasse sui ricchi ben pensanti, e la confisca delle proprietà dei malpensati, che tosto presi, faceva archibugiare, egli aveva sempre un fondo in cassa pei bisogni correnti, ed anche di più. Allora quando rinveniva una spia del nemico, le faceva da uno della sua guardia, tagliar l'orecchia destra, e quindi in fronte, con le paroleviva la patria, bollare. Durava quel marchio in eterno, e nello stato della generale opinione potevasi, come la più severa di tutte le punizioni, considerare. Quei sciagurati tanto si vergognavano di esporsi agli sguardi de' loro compatrioti, marchiati in tal modo, che molti sulle roccie, ne' luoghi rimoti dei monti, tutti aggrinzati, e con segni di una fine disperata, morti di fame e di freddo, si rinvennero. Mina non permetteva, che i volontarj suoi fossero propensi alle donne, anzi aveva la riputazione di odiarle. Nulla dimeno, solo come seducente cagione dell'indebolimento fisico degli uomini, le temeva. Ei non permetteva il giuoco; e tosto, finito il combattimento, ogni volontario aveva il permesso di appropriarsi quanto seco poteva portare. Ma guai a colui, che avesse di metter mano al bottino, prima, che la vittoria fosse dichiarata e compiuta, il rapace ardimento! Ogni bajonetta portava segni del sangue francese;le armi dei volontarj erano rugginose al di fuori, ma esigeva con somma severità che fossero tenute nette al di dentro, e che le rotelle, e le pietre dello schioppo, fossero nel miglior stato.
Sapeva quel condottiero, con accortezza applicare i mezzi alle contingenze, ed in qualunque bisogno, ei nascere faceva le convenienti risorse. Il suo valore si allontanava egualmente da quella prudenza timida, che teme, e tutti gli inconvenienti prevede, che da quell'inconsiderato ardore che tutt'i pericoli cerca e gratuitamente affronta. Le armi, il raggiro, e l'astuzia, erano da lui indifferentemente impiegati. Politico ad un tempo, e guerriero, con la prudenza, ei lentamente preparava ciò, che di poi col suo valore impetuosamente operava. Nuovo Filippo di Macedonia, i suoi progetti da una politica impenetrabile maturati, sempre a proposito, ed all'improvviso, comparivano. Una profonda riflessione e perfetta conoscenza degli uomini, erano di pari grado al suo brillante coraggio, e superiori talenti, in bella unione, accoppiati. Non istimava egli ne' suoi subalterni, che quanto da purissimo amor di patria era originato, e con la forza, l'attività, l'energia, ed un coraggio posto al di là d'ogni calcolo, sceglieva sempre quandogli era permesso, il partito di attaccare il nemico, piuttosto che d'aspettarlo; e non solo disegnava egli sublimi, e quasi incredibili imprese sempre all'insaputa, che sorprendean l'avversario, ma ben anco, ciò che quegli progettava, e poteva progettare in avvenire, prevedeva, ed indovinava. Instancabile, ed audace, ma sempre prudente, il prode Mina, ora sù d'un veloce corsiero, ora sù d'un zoppicante ronzino, ora a piedi con lo schioppo alla mano, sempre alla salvezza della patria, solamente diretto, mai non si riposava, nè lasciava i Francesi riposare, e coll'attività, e pertinacia, dopo sette anni di non interrotta guerra, pervenne pe' suoi sforzi, pe' suoi talenti, ed amor di patria, a vedere la Spagna libera dagli stranieri, al di cui scopo, con indefesso zelo, aveva potentemente contribuito. Possano questi precetti, e questi esempj, far sorgere valorosi costanti condottieri italiani, che in sè le virtù, ed i pregi tutti di quello Spagnuolo riunendo, alla liberazione dell'infelice Italia, gloriosamente pervengano!