APPENDICE

APPENDICE(anni 1814-1818)40. Il periodo quarto dell’etá settima, o della preponderanza austriaca [1814-1848].—Io dissi giá le ragioni che mi facevano nel 1846 terminare questo ristretto all’anno 1814. Ora poi, passati questi anni in che avemmo tutti la parte nostra di opera e di dolori, ed accresciuto sì naturalmente il numero degli uomini «a me non ignoti né per benefizio né per ingiuria» (prefazione all’edizione terza, 1846), sarebbe piú ripugnante che mai alla mia coscienza storica giudicar di essi con questi modi brevi, epperciò assoluti, che non sono né convenienti verso amici od avversari, né giusti poi verso coloro, vivi o morti, di che non sia fatto ancora il giudizio in altre storie piú distese, piú entranti nei particolari di ciascuno. Né, quando io potessi vincere tal ripugnanza, mi sarebbe nemmeno materialmente possibile il tesser qui una narrazione seguita degli anni corsi dal 1814 in poi, finché non sarà preceduta qualche storia piú distesa di essi. Chiunque abbia mai messo mano a storie, contemporanee o no, ma non iscritte da altri, sa quanti documenti sparsi, quante letture diverse sieno indispensabili alla loro composizione. E (mi si faccia lecito accennare ad un particolare a me personale, il quale, del resto, può scusare il presente volume d’altri difetti lasciativi) la luce degli occhi mi si è scemata poc’anzi a segno, da farmi materialmente difficile lo scrivere, poco men che impossibile il leggere. E trovai impossibile finora il supplirvi sempre coll’aiuto d’altri, quantunque benevoli.Servano questi cenni a farmi scusare da coloro che mi espressero il desiderio di veder prolungato di questi trentacinqueanni il presente volume; e vogliano essi contentarsi delle poche parole generali, con che estendendo i cenni preventivamente dati nel 1846, tento ora collegare la nostra storia passata con quella contemporanea e futura.I trentaquattro anni dal 1814 al 1848 furono all’Italia evidentemente parte della sua etá settima delle preponderanze straniere, periodo quarto, o della preponderanza austriaca indisputata. Mentre l’Europa tutt’intiera progredí (lentamente, secondo è desiderio di quella parte generosa, che appunto allora incominciò a chiamarsi «liberale», ma rapidamente, magnificamente, se si consideri l’andamento normale delle grandi rivoluzioni umane), progredí, dico, nella restaurazione continentale dei governi rappresentativi, estesisi cosí da Francia a Spagna, a Prussia e quasi tutta Germania, ed a Grecia, l’Italia rimase restaurata tutto contrariamente sotto ai governi assoluti, sotto alla preponderanza dell’Austria, capo dell’assolutismo, capo francamente professatosi della resistenza alla rivoluzione liberale europea. I principi italiani restaurati tornarono tutti con affetti, con pregiudizi di fuorusciti, cioè del tempo in che erano usciti; si riadattarono quindi volentieri a quella preponderanza austriaca, che consentiva con essi, e prometteva difenderli. Tutti restaurarono le forme antiche, assolute; il buon re piemontese peggio che gli altri. Promossero pochi progressi, o, come le chiamammo poi, poche riforme; ne effettuarono anche piú poche da principio, per tutti que’ primi vent’anni, che furono, bisogna dirlo, de’ piú oscuri o piú sciocchi vivuti mai in Italia. Alcuni uomini non mediocri furono talor chiamati al governo; ma pochi e per poco tempo; i piú, i soliti, mediocrissimi. I popoli all’incontro, i governati che avevano fatto poco o nulla sotto a Napoleone, se non lasciarsi splendidamente governare da lui, e si sarebbero adattati a lasciarsi governare da altri, per poco che si fosse fatto con qualche splendore, od onore di liberalitá, si adontarono fin dal 1814, e via via piú ad ogni anno di essere i popoli d’Europa piú male, piú oscuramente, piú illiberalmente governati, senza nulla di quella libertá e quell’indipendenza che udivano lodarsi, vantarsi, estendersi altrove. Cosífu e sará sempre, cosí si adempiono i progressi umani decretati dalla suprema provvidenza; ciò che non si pensava o pareva appena difetto ai padri, diventa bisogno ai nepoti, e cosí appunto si desiderò, s’estese la libertá, si desidera e s’estenderá l’indipendenza tra le nazioni cristiane. Ed in Italia venivano crescendo sí tali desidèri, ma confusi tra sé, indeterminatissimi ne’ mezzi di effettuarli. Confondevansi libertá ed indipendenza nell’odio ad Austria, confondevansi le varie forme di libertá ne’ desidèri indeterminati ed ignoranti delle monarchie rappresentative all’inglese, o alla francese del 1814, o alla spagnuola del 1812, o delle repubbliche a modo moderno americano, o del medio evo italiano od antico greco-romano; era un caos di brame incomposte, come succede tra ineducati ed inesperti, che non hanno a decidersi né scienza né esperienza. Ed era poi un caos anche maggiore de’ mezzi immaginati. Di resistenze, o, peggio, conquiste legali, non ci era idea; di sollevamenti popolari, molta; ma piú principalmente di congiure, il modo piú ovvio e, pur troppo, tradizionale giá in Italia; se non che, congiurare a modo del Quattrocento o Cinquecento, quando gli Stati erano piccolissimi e mal fermi, non era possibile. S’inventò, o s’era giá poc’anzi inventato, un modo nuovo, adattato al secolo; un estendimento delle congiure, proporzionato all’estendimento degli Stati e della civiltá; le sètte o societá segrete. E la terra classica delle congiure rozze, diventò classica delle perfezionate. Vennerci di fuori, per vero dire, le prime sètte del Settecento (o forse piú antiche, se si creda alle loro genealogie), i franchi-muratori, gli illuminati, e non so che altre. Poi sotto a Napoleone ed alle sue molteplici polizie (parola nuova anche questa che bisogna ora introdurre) dicesi fossero o quelle od altre sètte nel suo esercito. Ma la potenza di tutte queste, se fu, non uscí guari dall’ombra, non produsse effetti grandi alla luce del dí. Produssene sí quella detta Ingendbund, nata e cresciuta in Prussia, negli anni di sua servitú a Napoleone, dal 1808 al 1812, trionfante dopo le sventure francesi del 1812, aiutante il sollevamento e l’indipendenza di Prussia e Germania intiera nel 1813 e 14; rimasta poi lá connomi e scopi mutati e minori. E sorse, con iscopo simile, benché piú ristretto, in quei medesimi anni la setta dei carbonari, fomentata, dicesi, contro ai Napoleonidi di Napoli da’ Borboni di Sicilia. Ma se è vero tal fatto, questi non tardarono a portar la pena della pericolosa invenzione; ché restaurati nel 1815, la setta amica diventò nemica loro e degli altri principi restaurati ed assoluti, amica della parte liberale, di cui erano quasi vanguardia, o bersaglieri, sregolati, ingovernabili, cui pretendevano anzi condurre. Io non ho luogo, né notizie, né genio a dire di lor forme, lor modi, loro divisioni e suddivisioni, e mutazioni e moltiplicazioni di nomi. Questo solo noterò qui, che ho notato altrove, ed è piú importante: che queste sètte o congiure nuove, non meno che le piú antiche, si mostrarono al fatto sempre il peggior modo che possa essere ad effettuare qualunque rivoluzione; il peggiore quanto a moralitá, perché non è possibile avanzarle senza quei segretumi, quelle falsitá, quelle insidie, e quei tradimenti che sono, insomma, l’essenza delle congiure; ed il peggiore quanto ad efficacia e buona riuscita, perché appunto quella immoralitá fa sí, che molti non vedendola vi si mettono, ma vedendola se ne ritraggono, e i pochi rimastivi perdono la fiducia, e si dividono, e chi fa una cosa, chi l’altra, nulla mai di unanime o, peggio, di grande. Ancora, in questi convegni segreti, continui, e di uomini cosí diversi, naturalmente si parla molto, piú che non s’opera, e si prende il vizio del parlar senza pro; si fanno progetti fondati non sulla pratica degli affari umani, che i settari non hanno, ma sulle teorie; non sulle possibilitá, ma sulle desiderabilitá all’infinito: ondeché appena incominciata l’esecuzione, salta fuori l’impossibilitá, e tronca tutto. Insomma le congiure, quantunque progredite a sètte, rimangono il mezzo di rivoluzioni piú contrario che possa immaginarsi a tutti i mezzi della progredita civiltá; il loro segretume, alla pubblicitá; la loro relativa pochezza, all’universalitá dell’opinione pubblica; i loro disegni teorici, a quella pratica di governo che si diffonde a poco a poco nelle stesse popolazioni; ed i loro mezzi d’eseguimento, a quella moralitá, a quella mitezza, che essa pure, essa piú d’ogni cosa si diffonde naturalmente tra la cristianitá.—Ad ogni modo,questo grand’errore dei liberali (ché cosi chiameremo, per abbreviare, anche le sètte delle quali se avessimo luogo noi distingueremmo i fatti ultraliberali ed anzi illiberali), quest’errore de’ governati liberali, figlio giá de’ primi errori de’ principi e de’ governanti, ne produsse altri nuovi. E primamente, che questi governanti assoluti imitarono questo stesso errore; fecero contro alle sètte liberali altre e varie sètte governative, assolutiste, e, che fu peggio, religiose: calderari, guelfi, ferdinandei, sanfedisti, e che so io; alle quali poco o molto, esplicitamente od implicitamente, in un modo o in un altro, in qualunque modo, parmi innegabile che s’aggiungessero alcune congregazioni che avrebbero dovuto rimanere religiose. E certo io credo, io son persuaso, che molti di tutti questi non vollero adoperare, non si sarebbero piegati mai ad adoprare mezzi chiaramente immorali, scelleratezze, peccati; ma, dal piú al meno, io son persuaso che molti delle sètte liberali non vi si sarebbero piegati nemmeno essi; e concedendo in ciò il vantaggio alle sètte pretendenti nome e scopo religioso, io veggo in esse per altra parte un grande svantaggio, un piú grave scandalo, quello d’avere abusato, piú che le sètte liberali (le quali ne abusaron pur esse), della mistura delle cose divine colle umane. Né bastò a’ nostri governi questo nuovo mezzo contro i liberali; usarono e portarono al sommo quel modo giá vecchio, che dicesi inventato o perfezionato da Leopoldo di Toscana, usato molto da tutti i governi rivoluzionari di che parliamo, in tutta Europa, ma forse piú che altrove in Italia, la polizia politica. Della quale non occorre dire che è chiaro come sia l’esagerazione dello stesso governo assoluto, come antipatica alla presente civiltá, come perciò vano, inutile, o nocivo mezzo di quello in questa. Insomma l’esiglio e il modo di restaurazione, e la preponderanza od anzi la prepotenza austriaca nel 1814, produssero il primo errore de’ governanti italiani del 1814, l’assolutismo retrogrado; questo produsse ne’ governati la parte liberale, e contemporaneamente l’error secondo delle sètte liberali, e queste poi furono madri, sorelle o figlie (ché non ne disputerò) delle controsette assolutiste, austriache, e pretesereligiose, e le polizie giunte al sommo. E cosí di sètte, controsette e polizie, e quindi di scoppi or falliti in sollevamenti di un giorno, ora riusciti a rivoluzioni di poche settimane o pochi mesi, seguite sempre di persecuzioni, purificazioni, esigli, carceri ed anche supplizi, si riempiè la storia di trenta e piú anni che seguirono il 1814; è una brutta storia segreta, sotterranea, ma pur troppo reale, e piú importante che non la pubblica e non bella nemmen essa; ed è storia quasi unica de’ primi venti, fino al 1834 o 35.Nel 1815, fu temuto e represso uno scoppio nel Lombardo-Veneto, non saprei dire se anteriore, contemporaneo o posteriore all’impresa di Murat. Il quale minacciato dal congresso di Vienna, ed allettato dall’impresa di Napoleone, e probabilmente dalle sètte, uscí di suo regno, invase l’Italia fino al Po, si fermò ai primi incontri coll’esercito austriaco di Bianchi, retrocesse, combatté a Tolentino, fu vinto, fuggí di Napoli, tornò fra breve in Calabria con pochi, vi fu preso, giudicato e fucilato in poche ore dalla gente dei Borboni cosí restaurati.—Nello stesso anno fece miglior figura il Piemonte, che dicemmo il piú mal restaurato fra gli Stati italiani, ma dove re, popolo ed esercito fanno sempre buona figura ad ogni occasione militare. Furono i soli che prendesser parte alla guerra di tutta Europa contro a Napoleone; ebbero un bell’affaruccio a Grenoble.—Dal 1815 al 1820, nulla, nemmen riforme, impedite dalla paura delle sètte mal liberali, dall’influenza delle controsette illiberali e lor alleati.—Nel 1820, scoppiata la rivoluzione militare di Spagna, scoppiò una militare nel regno di Napoli, vi proclamò, vi stabilí in fretta la costituzione spagnuola del 1812, cioè la francese del 1791: un re senza «veto» né libertá di re né di cittadino; una sola Camera, una commissione permanente ne’ recessi di questa, una cosí detta monarchia con istituzioni repubblicane; la peggiore delle monarchie e delle repubbliche; la forma di governo rappresentativo la piú contraria a tutta la scienza rappresentativa. Sicilia volle serbare la sua costituzione all’inglese; si separò, guerreggiò, fu vinta al solito. Al principio del 1821, scoppiò una rivoluzione piemonteseimitatrice dell’imitazione napoletana; durò un mese: fu vinta dall’intervenzione austriaca, in poche ore; produsse la mutazione del buon re Vittorio Emmanuele I, che da un anno o piú accennava volgersi ad uomini e riforme liberali, in Carlo Felice; e intanto un esercito austriaco, attraversando tranquillamente l’Italia dal Po al Garigliano, disperdeva lá l’esercito napoletano, riconduceva il re che avea giurata e stragiurata la costituzione, ed or la spergiurava e distrusse.—Seguirono nove anni di pace e tranquillitá; cioè, supplizi alcuni, carceramenti non pochi; purificazioni, persecuzioni, esigli, moltissimi; sètte represse addentro, moltiplicate fuori; controsette, polizie trionfanti, fino al 1830. In luglio di questo, rivoluzione in Francia, cacciata dei Borboni; rivoluzione in Belgio, separazione, indipendenza di queste province, di quelle schiatte francesi, dalle tedesche d’Olanda; rivoluzione minacciata nella vecchia e sapiente ed esperta Britannia che se ne salva con una concessione della parte e aristocratica e conservativa, colla riforma parlamentare: rivoluzioni varie in Germania, ed estensione piccola della monarchia rappresentativa; rivoluzione in Polonia per l’indipendenza, ammirabilmente propugnata coll’armi da quel popolo armigero, perduta tra, e forse per le dispute di libertá. Ed in mezzo a tanto moto dí rivoluzioni, quasi tutte buone e tutte vere, che fece, che poté l’Italia? che poteron le sètte? Io non so. So che poterono piú le polizie e controsette; so che il moto italiano si ridusse a scoppi e sollevamenti piccoli qua e lá, in Romagna, nelle Marche, a Roma, quetati in parte dal principotto di Modena e dal nuovo papa Gregorio XVI, spenti da un’invasione austriaca giá terza in quelle province, e da una prima francese. Furono male spenti, è vero; il fuoco uscì dalle ceneri in fiammelle nel 1833 in Modena e Piemonte, ma, a spegnerle di nuovo e piú durevolmente, bastarono colá poca truppa austriaca, qua la polizia del paese; seguita poi l’una e l’altra di piú numerosi supplizi che non si fosser usati fin allora. E questo fu il culmine, o piuttosto il piú bassofondo di quella guerra, quella politica, quella storia sotterranea; fu l’epoca della maggior divisione tra governanti e governati italiani. Invece della quale,invece di stabilirla da principio ed accrescerla sempre piú con orrori avvicendati, se avessero saputo i governanti accostarsi ai popoli con riforme liberali; ovvero i governati ai governi, per suggerire, insistere alle riforme ed aiutandovi con mettervisi essi, non è, non può rimaner dubbio che que’ venti anni sciagurati, invece di essere di peggioramento, sarebbero stati di un miglioramento, di un principio ed aiuto qualunque a ciò che seguí.41. Continua [1833-1843].—E la maggior prova di ciò risulta appunto da quanto seguí. Il paese d’Italia piú importante senza contrasto in Italia fu fin dal 1814 il Piemonte. L’Italia non è da rimproverare di non aver ciò veduto; è piuttosto d’averlo veduto troppo, di aver fidato nel Piemonte solo, non ciascuno pure in sé; non solamente tutti i forti sperarono in lui, ma tutti i fiacchi si riposarono in lui, e quasi tutte le mene de’ cattivi si volsero a lui. L’uomo poi, fin dalla medesima epoca, piú importante in Piemonte e in Italia, fu senza contrasto Carlo Alberto. E quindi a lui piú che a nessuno mirarono, lui cercarono, circondarono, travagliarono e tormentarono variamente buoni, forti, fiacchi, cattivi, d’ogni sorta; ed aggiugnendosi alla varietà degli uomini la varietà della fortuna, n’uscí quella varia natura, che tutti seppero, molti calunniarono, pochi conobbero, e piú pochi sanno apprezzare. Il piú degli uomini perdono ad essere studiati; questi ha bisogno d’essere studiato, per essere, cosa rara, compatito insieme ed ammirato. E perciò, perché questo non può che guadagnare a ciò che se ne parli, e come centro che fu d’Italia per trentacinque anni, val la pena che se ne parli con qualche particolare, perciò mi scosto dal mio proposito, e mi vi fermo. Nato nel 1798 d’un ramo staccato da presso a duecento anni, e cosí discosto dal trono di casa Savoia, era di pochi mesi quando cadde questo trono in Piemonte; e cacciata la famiglia regia per Sardegna, suo padre e sua madre rimasero in Piemonte, privati fra que’ repubblicani. E mortogli poco appresso il padre, e passata alcuni anni appresso la madre a seconde private e feconde nozze, egli s’allevò in quella nuova famiglia, ed in parecchi convitti di giovani in Parigi, in Ginevra,tra cattolici, protestanti, repubblicani, imperialisti; ed in quella condizione tra principe e privato, che è giá ambigua e difficile per sé, che gli si faceva piú ambigua d’anno in anno, non essendo nato e vivuto niun erede maschio a casa Savoia in Sardegna, e rimanendo egli cosí erede a quel regno, e pretendente agli Stati di terraferma. È noto come questa condizione di pretendente sia la piú ambigua, la piú infelice in che si possa educar un principe. Stava per uscirne ed entrar nell’esercito di Napoleone, quando questi cadde. E chiamato allora a un tratto alla reggia retrograda ed assoluta di Torino, e circondatovi insieme di vecchi assolutisti e di giovani liberali, pendé facilmente, naturalmente a questi, e per le memorie di sua educazione, e per la sua gioventù, e per il suo sangue stesso, avverso ad Austria, ed avido d’imprese, ed anche venture militari, di generazione in generazione. Nel 1820 e 1821, fu tra quelli che avrebbero aiutata la rivoluzione liberale, se si fosse fatta co’ mezzi legali, con riguardi agli obblighi suoi verso il suo re. Ebbe egli e ruppe bene o male impegni presi? non è qui il luogo di chiarirlo; né io scrivo un panegirico o una difesa. E sarebbero forse mal difendibili tutti gli atti durante o dopo la sua breve reggenza, e il suo mutar poi, o sembrar mutar opinioni e modi durante il regno di Carlo Felice. Questo dico e so, che le opinioni sue nel 1821 erano sinceramente liberali; per la libertá, senza gran cognizione e discernimento di essa; per la indipendenza, con quell’ardore, quel cuore, quella devozione di sé e de’ suoi, fin d’allora, che gli vedemmo ventisette o ventott’anni in poi. E quindi non rimane a me il menomo dubbio, che se si fosse lasciato svolgersi ed afforzarsi da sé quell’ardore, quello spirito, quell’animo primitivamente liberale, e che niuno oramai può non dire naturalmente generoso; se non si fosse alienato con disegni, che a ragione o a torto non gli parvero generosi; se fosse rimasto duranti i due regni intermediari circondato da quegli uomini liberali e generosi, che furono essi pure perduti in tutto quell’intervallo per la patria; non è dubbio, dico per me, che il suo accedere al trono nel 1831, subito dopo alle grandi rivoluzioni europee, sarebbe statoprincipio di un regno fermamente, uniformemente liberale nel principe, e liberalmente aiutato da’ compagni ed amici di sua gioventù. Fu invece un regno di titubanze continuate fin presso al fine.—Incominciò con alcuni atti liberali, ma piccolissimi, i quali dimostrano insieme, e che il suo animo vero, i suoi disegni erano liberali, ma ch’ei dubitava, voleva tentar quella ch’ei prendeva per opinion pubblica, ed era solamente della corte, dei servitori, degli impiegati del suo predecessore. I quali naturalmente si scandalezzarono di que’ principi, vi si opposero, lo fermarono, lo determinarono ad atti opposti e via via cresciuti, fino a quelli deplorabili che accennammo della repressione, giusta in sé, ingiusta nelle forme e negli eccessi, della congiura del 1833. Si fece poi, e si fa un gran chiasso della aristocrazia piemontese, quasi che ella fosse che producesse, nutrisse e mantenesse questo pervertimento delle buone intenzioni di Carlo Alberto. Ed io non mi faccio nemmeno difensore di quella aristocrazia; ma mi par da osservare fin di qua, che quando in qualche storia distesa si verrà ai particolari ed al novero dei nomi veri aristocratici piemontesi, se ne troveranno molti piú nelle vittime del 1821, nelle opposizioni legali dal 1821 al 1848, o nella parte che aveva nome di liberale nella corte stessa, che non nella parte stazionaria, retrograda o persecutrice di questa; e che i veri persecutori poi furono di tutt’altro che di quella vera aristocrazia. Perché dar nomi falsi alle cose pur troppo vere? perché non chiamare semplicemente e veramente parte retrograda, residuo del regno precedente, effetto delle tristi persecuzioni e purificazioni del 1821, quel cumulo di governanti, che sviarono i primi anni di quel regno, il quale doveva finir poi, forse ancora il piú utile, certo il piú glorioso che sia stato mai, a casa Savoia, e, niuna classe esclusa, a tutta la nazione, a tutto il nome piemontese?Lo dicemmo; il 1833 fu l’anno piú basso, piú oscuro di tutto questo periodo. D’allora in poi, piú o meno prontamente si risalì, si rischiarò il cielo d’Italia. Gli storici distesi accenneranno essi piú esattamente i fatti, i principi, le continuate opposizioni, le nuove titubanze, le fermate, i ritorni indietro, lavittoria ultima dell’opinione liberale, progressiva, giusta, naturale al secolo, alla civiltá cristiana, ai decreti evidenti della provvidenza. Io accennerò solamente quello che mi pare primo principio, e, se non causa, occasione, mezzo usato da Dio, in tutto ciò. Carlo Alberto fu negli ultimi anni suoi sinceramente pio, intimamente, forse scrupolosamente coscienzioso. Ed io credo che la sua coscienza primieramente liberale si sollevasse contro agli stessi atti suoi del 1833, fosse l’origine di quell’austeritá de’ suoi atti, di sue parole, di tutti i suoi modi, di tutta sua vita, che incominciò appunto negli anni che seguirono l’origine del suo fermarsi nella via antiliberale, del chiamar uomini meno estremi, massimamente in fatto di persecuzioni e polizia, del suo camminar piú fermo nelle riforme. Fecene molte d’allora in poi; il suo Stato era rimasto il piú retrogrado tra gli italiani; fecene il piú progredito, il meglio ordinato. Riformò tutta la legislazione civile, e ridussela in codici; riordinò, ampliò la magistratura; ordinò le opere pie, le finanze dello Stato, che furono le piú fiorenti d’Europa; e con cura speciale l’esercito; protesse le lettere, le arti, le scienze, le societá d’agricoltura, le accademie, le universitá, i congressi. Tutto ciò indubitabilmente; tutto ciò, a parer mio, troppo lentamente, insufficientemente, come se avesse a durar sempre il regno assoluto o s’avessero secoli a far passi alla libertá. E quindi, quando venne questa, ed insieme l’occasione dell’indipendenza, il suo Stato ed egli stesso si trovarono apparecchiati all’una ed all’altra poco piú che se non si fosse fatto nulla; e tutte le riforme fatte da lui ebbero od han bisogno d’essere riformate; tutte le opere fatte con previsione, mancanti nella mira principale, non poterono durare. Insomma, il Piemonte non fu portato a segno d’entrare cosí bene come avrebbe potuto nell’occasione, non o mal preveduta, del 1848. Ma il Piemonte, ultimo degli Stati italiani dal 1814 al 1833, fu da quell’epoca all’incirca portato da Carlo Alberto a segno d’entrar prima, piú e meglio degli altri Stati italiani, quando scoppiò, quantunque mal preveduta, quell’occasione.Negli altri Stati non si progredí parimente per due ragioni; la prima, che, qualunque sia la grandezza che la storia futuracompiutamente informata e scritta sará per concedere a Carlo Alberto, non è dubbio gli altri principi assoluti contemporanei suoi furono di gran lunga inferiori; e perché poi alcuni di questi altri Stati, meno male restaurati nel 1814, erano fin d’allora a quel punto di bontá a cui Carlo Alberto voleva portare e portò il Piemonte, a quel punto che è compatibile col principato assoluto. Napoli e Parma avevano conservati i codici e l’amministrazione di Napoleone con poche novazioni; avevano ordine sufficiente nelle finanze; e Napoli aveva di piú un esercito ed una marineria militare quasi fiorenti. La polizia v’era dura, intrigante, preoccupata di sètte e controsette; ma quando le prime non iscoppiavano, essa pure rimettendo de’ suoi rigori, ne pareva tollerabile. Della Toscana giá dicemmo che fin dalla seconda metá del secolo decimottavo essa era stata portata a vera perfezione di principato assoluto, e fu restaurata in essa fin dal 1814; e mantenutavi poi da due principi miti, ella sarebbe rimasto lo Stato piú avanzato, il meglio governato, in tutto, che fosse in Italia, se non fosse di quella negligenza ed anzi di quella repugnanza ad avere un esercito, di che son forse ad accusare meno i principi che i popoli, e forse i liberali, gli stessi, i migliori uomini di quell’imbelle od avara regione.—Quanto a Roma e Modena, mal restaurate nel 1814, elle rimasero peggio governate d’anno in anno in tutto questo tempo; cattiva polizia e persecuzioni furono comuni ai due Stati; speciali al pontificio i disordini di finanze, armi straniere, governo ecclesiastico nelle cose piú laicali, ed in che il sacerdozio perde piú di sua dignitá.—Finalmente, il regno lombardo-veneto, anch’esso (cioè il suo nòcciolo di Lombardia) non mal governato come parte d’imperio assoluto nel secolo scorso, non mal restaurato né mantenuto come tale, avrebbe potuto vincere al paragone di Toscana e Piemonte, se in teoria né in pratica fosse possibile far paragone tra qualunque governo anche pessimo nazionale, e qualunque anche ottimo straniero. Se io scrivessi per istranieri che hanno da secoli il sommo bene dell’indipendenza, e non conoscono per prova il sommo male della dipendenza, io accennerei almeno ad alcuniparticolari che dimostrano la realitá di questo sommo male, le differenze di schiatta, di lingua, di costumi, di sentimenti, d’interessi; la lontananza del centro governativo, la lentezza d’ogni decisione, i cinquanta o sessanta milioni tolti annualmente al paese, l’ozio naturalmente invadente, i vizi conseguenti, l’avvilimento universale inevitabile. Ma scrivendo ad italiani, che han provato e provano quel sommo male per sé, o nei compatrioti e vicini, ogni cenno che io ne dessi qui, sarebbe inferiore al vero che ne hanno concepito essi.—Insomma, a chi consideri ora tutta questa condizione comparata de’ diversi Stati d’Italia, è chiaro che se mai doveva venire qualche miglioramento vero, qualche impulso grande al progresso italiano, ei doveva venire dal Piemonte: gli altri Stati erano, anche in ciò che avean di meglio, stazionari; il Piemonte, anche in ciò che aveva di peggio, progrediva, aveva giá il moto ascendente; e il moto ulteriore non si poteva sperare se non dal moto. E cosí credevano, speravano allora gli italiani; tutti gli occhi eran rivolti al Piemonte, a Carlo Alberto. E le speranze comuni non furono ingannate.Niuno di coloro che scriveranno la storia distesa, o qualsiasi compendio di questo periodo, non potranno dividere, come facemmo noi fin qui, la storia politica dalla letteraria. L’una e l’altra ebbero sí sempre molte relazioni pur troppo; ma in questi ultimi anni elle n’hanno tante, che ne rimangono continuamente frammiste.—Ne’ primi anni dopo le restaurazioni, sopravivevano (tranne Alfieri, Parini e Cesarotti) gli uomini principali delle rivoluzioni repubblicane e dell’imperio, Foscolo, Botta, Monti, Denina, Lagrangia, Volta, Canova. Ma lasciando qui le scienze e l’arti, che continuarono con isplendore, ma senza grandezze comparabili a quelle; e delle lettere stesse contentandoci a dir ciò che piú si connette colla politica, noteremo che niuno dei nominati non produsse piú nulla di gran conto, tranne il solo Botta. Il quale, all’incontro, rimasto in Francia, vi compose e pubblicò le due storie d’Italia dal 1530 al 1789, e dal 1789 al 1814, le quali sono forse non solamente le due opere sue migliori, ma i due piú lunghi e piú belli corpidi storia patria che sieno stati scritti da niun italiano. Scritti, a malgrado i difetti, in istile ammirabilmente chiaro, largo, vivo, caldo e naturale, si leggono come una novella da chicchessia dotto od indotto, che è il sommo dell’arte storica. Difettano sí di scienza storica, e piú di scienza politica, a tal segno, che non solamente il vecchio liberale, anzi repubblicano, vi comparisce scrittore scettico, indifferente alle diverse forme di governo, e non persuaso se non della malvagitá degli uomini e dei tempi in generale; ma che nell’ultime pagine da lui scritte in conchiusione della storia dal 1530 al 1789, egli ci lascia quasi un progetto di governo a modo suo, che non rimane né monarchico né repubblicano, ed anche meno rappresentativo, ch’ei descrisse ma non intese né ammise. E quindi l’opere sue contribuirono a mantenere sí, e diffondere, ma non a determinare le opinioni liberali, anzi le indeterminarono e dispersero peggio che mai. Una pubblicazione mensile pubblicata per poco tempo in Milano, proibita poscia dalla polizia, ebbe, s’io non m’inganno, il medesimo vizio, il medesimo effetto. Vennero poi due scrittori, de’ quali non credo sia stato mai dacché si scrive niuno piú amabile, piú simpatico ad ogni cuor gentile, perché niuno scrisse con piú soavi tinte di gentilezza che questi due, Manzoni e Pellico, ammirabili e parchi poeti amendue, e scrittori di prosa tanto piú ammirabili, quanto piú seppero scrivere italianamente con semplicitá. Manzoni, milanese, s’illustrò con cinque canzoni, che riuscirono nuove e forse superiori a tutto, dopo il canzoniero accumulato nei sei secoli della poesia italiana; seguí con alcune tragedie storiche, o come si diceva allora, romantiche, e con alcune note ad esse ed alle storie del Sismondi; giunse al suo colmo in quel racconto de’Promessi sposi, che fu, che diede il genere del romanzo alle lettere nostre, e lo portò d’un tratto a segno, da superar forse in fatto d’arte, e certamente in utile morale, quanti furono scritti mai in qualunque lingua antica e moderna. Pellico, piemontese, era giá amato per laFrancesca, ed altre tragedie, quando, implicato nello scoppio del 1821, fu tratto allo Spielberg, vi rimase intorno a dieci anni, n’uscí poi per grazia imploratadall’Italia, dall’Europa intiera, e pubblicò nel 1833 quel rendiconto delle sue prigioni, de’ suoi patimenti, che diffuse in Italia, in Europa, nel globo intiero, i particolari della tirannia austriaca, tanto piú scandalosi, quanto piú semplicemente e pazientemente descritti. Ambi questi scrittori furono accusati di rassegnazione politica; ma il fatto sta che questa era religiosa, e non entrando in quelle distinzioni tra l’una e l’altra, che sono difficili a farsi in pratica e piú difficili in teoria, lasciavan pure a ciascuno la libertá delle applicazioni; e che anzi il sentimento profondamente religioso insieme e liberale, che presedeva tutte le opere di Manzoni e di Pellico, serví anzi molto meglio che niune delle contemporanee a determinare anche politicamente il liberalismo italiano; serví anzi, riuscí a tôrlo dalle vie empie e perciò stolte ed incivili del filosofismo del secolo decimottavo, fece cattolici molti liberali, e liberali molti cattolici, accrebbe cosí e rinforzò la parte liberale, preparò la pace tra essa e la Chiesa, tra governati e governanti. Non dirò de’ contemporanei che continuarono l’opera di questi due grandi; vengo subito a chi l’accrebbe e determinò anche piú.42. Continua. La rivoluzione delle riforme [1843-1848].—Dalla metá del 1843 corsero all’Italia quattro anni e mezzo di operositá oramai disusata, e che fu primamente non piú che letteraria, ma a poco a poco pur di pratica e di riforme politiche, rapidamente crescenti fino a quello scoppio del 1848, il quale, comunque sia per essere giudicato, fu incomparabilmente dappiú che non tutti i precedenti da trentaquattro anni, od anzi da parecchi secoli, il quale fu certamente principio o d’un nuovo periodo, o forse d’una nuova etá nella storia italiana. Parecchie delle rivoluzioni continentali moderne iniziarono dalle lettere, quella di Francia del 1789, quelle della Germania principalmente; ma nessuna forse cosí evidentemente come questa italiana. Ma se vogliamo essere compiutamente sinceri ed imparziali ne’ nostri giudizi, noi dobbiam dire che tra gli scrittori e gli operatori di politica suol essere sempre un continuo intercorso, ma di fatti crescenti a vicenda; ondeché poi chi cerca sinceramentegli uomini iniziatori delle rivoluzioni, ne suol trovare due serie diverse, una di scrittori, ed una di operatori. Nel caso presente poi, le due serie sono rappresentate principalissimamente da due uomini, Carlo Alberto, di che giá dicemmo, e Vincenzo Gioberti.—Torinese questi, sacerdote, filosofo, teologo, di grande altezza, scrittore fecondo e magniloquente oltre ogni esempio italiano, fu illustre tra’ compagni ed in sua cittá fin dai banchi universatari, fu implicato nelle persecuzioni che seguirono la congiura del 1833; esigliato, incominciò a scrivere opere miste di filosofia e politica, e tendenti ad accrescere anziché guarire la divisione tra governanti e governati, tra principi e popoli italiani. Ma tra per candore e grandezza nativa, o per sinceritá o gravitá di studi, che gli fecero scorgere insieme e la nuova moderazione di Carlo Alberto, e l’util diretto che ne veniva all’Italia, e quello maggiore che ne verrebbe quando tal moderazione di principato si contraccambiasse ed accrescesse colla moderazione de’ popoli, il fatto sta che nel 1843 egli pubblicò quel libro delPrimato civile e morale degli italiani, nel quale, esule generoso, egli si rivolse a lodare, a spiegare, a promuovere quella reciproca moderazione, e farne nuovo sistema di politica italiana. Gli si rivolsero contro naturalmente i piú degli esuli e perseguitati, incapaci di accedere a questa bella iniziativa di perdono, il volgo de’ liberali, le sètte principalmente invecchiate nel loro metodo di congiure e sollevamenti. Carlo Alberto all’incontro protesse il libro, lo lasciò correre ne’ suoi Stati, onde si diffuse in tutta Italia. Seguirono altri libri, altri scrittori che io mi proverei forse ad apprezzare con imparzialitá, entrando in particolari, ma che non mi sento in poche e proporzionate parole; alcuni libri di Durando, d’Azeglio, di Galeotti, e di nuovo di Gioberti e di me; oltre alcuni scritti minori di Capponi e di altri nell’Ausoniopubblicato dalla Belgioioso in Parigi. Osserverò solamente che i primi in tempo e piú fecondi di questi furono quattro piemontesi, due esuli e due tollerati in patria da Carlo Alberto, ondeché si volse a questo piú che mai ogni attenzione, ogni speranza. Le sètte erano soverchiate, respinte nell’oscuritá, fuor del moto e de’ modi presenti. Provarono dueimprese: a Rimini ed in Calabria; fallirono, furono seguite quella di persecuzioni ed esigli, questa di supplizi, al solito. Gioberti ed Azeglio tuonarono contro ai persecutori, compatirono ma ammonirono i perseguiti. Tutto ciò fino al principio del 1846, quando d’una contesa di dogane prese occasione Carlo Alberto d’entrare in pratica di que’ principi d’indipendenza, che lasciava oramai predicare apertamente. Austria domandava cessasse certo passaggio di sali per Piemonte a Svizzera. Non ottenuto l’intento, raddoppiò, a rappresaglia, il dazio de’ vini piemontesi in Lombardia. Carlo Alberto lasciò dapprima discutere liberamente nellaGazzetta ufficiale; poi fecevi uscire una dichiarazione governativa anche piú libera. Erano grandi novitá. Se ne commosse a festa il popolo di Torino, e fu la prima di troppe simili dimostrazioni fatte poi.—Ma come succede quando cresce un’opinione buona ed universale in una nazione, sorse fra pochi mesi una nuova e molto maggiore occasione, la morte di Gregorio XVI, l’elezione del successore. Grande l’aspettazione, divise le parti, e brevissimo tuttavia il conclave, fu eletto addí 6 giugno il cardinale Mastai, Pio IX. Dubitavasi di che parte fosse; egli lo chiarí in breve: addí 16 luglio pubblicò la piú bella, la piú larga, ed anzi la sola che meritasse il nome di «amnistia» fra le tante fatte in questo secolo, fecondo d’ogni cosa buona, cattiva e dubbia.Da quel giorno la rivoluzione italiana, che era stata fino allora piú nelle lettere che nelle opere, uscí dalla teoria, entrò in pratica, entrò in quel secondo periodo che fu detto bene «delle riforme», e che fu pure di un’unione, un’unanimitá, un intendersi quasi tra Stato e Stato d’Italia, tra divisioni e suddivisioni della parte liberale, non escluse (almeno in apparenza) le stesse sètte, e di tutti quanti poi col compatito popolo di Lombardia e Venezia, solo in disaccordo col principe suo straniero; un periodo poi di speranze esaltate, di lodi e adulazioni reciproche, di feste avvicendate colle riforme, e cosí continue. E tutte le rivoluzioni incominciano cosí, per vero dire; e son famose, tra l’altre, le epoche di letizia e speranze del 1640 in Inghilterra, e del 1789 in Francia. Ma niuna arrivò al paro di questaitaliana, che durò diciotto mesi di matta letizia. Del resto, fu naturale; i miseri italiani non erano avvezzi piú oramai che a due serie d’idee e di fatti: congiure, repressioni, supplizi, esigli, e di nuovo congiure di tempo in tempo, teatri, canti, amoreggiamenti, feste ne’ tempi ordinari. E cessando i supplizi e lor paure, si precipitarono nelle feste. Accrebberle molti liberali per arte; volevano impegnar i principi, di che pur dubitavano; ed i settari ed altri repubblicani, che prevedevano non aver a rimaner contentati dalle riforme spontanee, apparecchiavano coi moti festosi quelli ostili della piazza. E questo, per certo, fu gran danno venuto da tale stoltezza delle feste, ma non il maggiore. Il quale fu, che questi miseri popoli italiani, disavvezzi, dico, da ogni civile opera politica o militare, se ne disavvezzarono sempre piú tra l’opera puerile delle feste, vi si contentarono, vi si sfogarono; non concentrarono, non risparmiarono, non serbarono all’occasione vera, seria, grave, fatale, tutti que’ pensieri, quelle passioni che non si concitano se non dopo frenate, che son necessarie a concitarsi fino all’ultima loro potenza, per produrre effetti buoni e durevoli. E gli italiani, sciupati, stemprati dalle feste, non ne seppero piú produr di tali; niuno grande, dico, pochi durevoli, molti piccoli: diversi dispersi, inutili o nocivi. Ad ogni modo, fu un vero baccanale di dimostrazioni festive nelle piazze, di festive passeggiate per le vie, banchetti in sale, banchetti all’aria, canto di giorno e di notte, dappertutto, cantate per li teatri, coccarde, nastri, bandiere, catene di pezzuole e veli femminili che si chiamavano d’«unione nazionale», o che so io; poesie, prose, vaneggiamenti, pazzie.—E ad ogni modo questo fu il séguito, la serie de’ fatti, la quale domando licenza di por qui cronologicamente, non soltanto per abbreviare a’ leggitori ed a me un’angosciosa fatica, ma perché parmi che riesca cosí piú chiaro, e quasi parlante da sé, il cenno di questi diciotto mesi, operosi se si riguardi indietro, sprecati in gran parte se si guardi innanzi, o, per parlar piú esattamente, produttori di libertá e di licenza; improduttivi di quell’indipendenza, che è anche piú da desiderarsi, dell’indipendenza che avrebbe dovuto esser la prima e la sola mira degliitaliani. All’8 agosto, fu fatto segretario di Stato il cardinal Gizzi, popolare allora. S’incominciò con riforme piccole; accademie, scuole e simili, e commissioni per preparar le piú grandi. All’8 settembre, nuova e gran festa popolare a Pio IX, seguita da altre piccole, ogni volta che usciva egli a visitare una chiesa, un ospedale o una villa. Intorno a’ medesimi giorni, congresso dei scienziati a Genova: era il sesto di que’ convegni annui, vera celia quanto a scienza, veri preparativi quanto a politica, e che perciò erano stati ottenuti a stento sotto ai governi assoluti. Questo fu libero oltre al solito, e naturalmente fu occasione di feste. La piú strana delle quali fu poi, senza paragone, quella pur fatta in Genova addí 5 dicembre, per il centenario del medesimo giorno dell’anno 1746, quando i genovesi cacciarono di lor cittá austriaci e piemontesi, allora male uniti. Se servisse tal festa ad unire o disunire que’ due popoli italiani, forse poteva giudicarsi fin d’allora, certo fu poi giudicato dai fatti. Ai 14 gennaio del 1847, il papa fu complimentato di tutti questi iniziamenti del suo pontificato, conformi alla civiltá universale cristiana e fino extracristiana, da un ambasciatore straordinario del sultano; il quale era stato qui preceduto da un figlio del re di Francia, e fu seguito in breve dal principe Massimiliano di Baviera, e Maria Cristina regina di Spagna, ed un ambasciatore del Chili, e congratulazioni degli Stati Uniti d’America. E dall’Irlanda si partí per Roma O’Connell; ma morí per via, e fu occasione di altre feste e discorsi funebri. E continuando intanto altre riforme piccole in Roma, seguí a’ 12 marzo la prima grande, e tanto grande che in meno di un anno riuscí compiuta la rivoluzione rappresentativa in Italia, dico la riforma della stampa. Non che le fosse conceduta la piena libertá; ma tra ciò che ne le fu conceduto e ciò ch’essa se ne prese a poco a poco in aggiunta, il fatto sta che bastò a quel gran risultato. Ma allora parve troppo poco, ed incominciarono le feste a diventar tumulti. Sorsero e moltiplicaronsi giornali in Roma e negli Stati, come poi, quando vi furono concedute le medesime libertá, in Toscana e negli Stati sardi. E come succede sempre negli Stati liberi, dovela popolaritá è come il favore nelle corti assolute, ma come succede tanto piú negli Stati che sono in rivoluzione di liberarsi, perché la popolaritá vi è allora come il favore nelle corti tiranniche; chiunque corteggiava popolaritá, si pose fatalmente a spingere innanzi la rivoluzione, e pochi vollero od osarono tenerla ne’ limiti della prudenza e della moderazione, pochissimi professaron apertamente queste due ingrate virtú; e di questi, pochissimi perseverarono poi nell’impopolarissima professione.—Ai 14 aprile, seguí una riforma che parve allora e fu festeggiata come maggiore, e fu nulla; un sistema di governo che parve forse ad alcuni poter tener luogo per sempre del rappresentativo, che sarebbe certo stato bene ne tenesse luogo finché fosse finita la conquista dell’indipendenza, ma che, ad ogni modo, nol tenne nemmeno fino al principio di essa, nemmeno un anno. Questo sistema era il consultativo; cioè una Consulta (cosí si chiamò allora in Roma), o di un Consiglio di Stato, od anche di parecchi corpi di diversi nomi, i quali in qualsiasi forma consigliassero il principe nella elaborazione e pubblicazione delle leggi, senza avervi tuttavia niun voto impeditivo o realmente deliberativo. E questo sistema non era nuovo, anzi vecchio ed invecchiato sul continente, dov’era stato provato fin dal secolo decimosesto quasi dappertutto. In Italia era stato riprovato in Napoli e Torino, ma in ombra; ondeché non avea mutato il governo assoluto. Ma provato ora piú realmente in Roma (e poi in Firenze e Torino), e coll’opinione ferma in desiderare governi deliberativi e rappresentativi, ed insieme coll’altra novitá della stampa di fatto libera, egli produsse prontissimamente ciò che doveva produrre in tali condizioni, ciò ch’ei produrrá sempre piú o men prontamente, ma inevitabilmente oramai, il desiderato governo rappresentativo. Perciocché insomma, questi governi consultativi, è una forma ibrida che poté durare due secoli nella civiltá de’ secoli decimosettimo e decimottavo, e senza la libertá né la diffusione della stampa; ma che con queste, e nel nostro secolo decimonono, non avrá forse mai piú tant’anni di vita, quant’ebbe secoli; che non uscirá mai piú di questo dilemma di fatti: o rivoluzioneretrograda al governo assoluto, o rivoluzione progrediente al rappresentativo; e cosí sempre rivoluzioni. Ai 14 giugno, riforma minore ma piú durevole, come quella che è logica, e s’adatta ad ogni forma di governo; un primo ordinamento razionale del ministero per ordine di materie. Ai 16 giugno, anniversario dell’elezione dell’adorato Pio IX; e, naturalmente, festa maggiore. Ai 17, anniversario dell’incoronazione, e seconda festa. Parve troppo finalmente; e con bando del 22, Gizzi sgridò il popolo dolcissimamente; e il popolo se n’offese e gridò a Gizzi, quasi uno de’ retrogradi gregoriani, oscurantisti, sanfedisti, gesuiti, austro-gesuiti; nomi che incominciarono a prodigarsi da chiunque voleva andare innanzi a chiunque andava un passo meno che lui.—E sí che Gizzi e il papa andavano pure non poco, forse troppo. Al 5 luglio, istituzione della guardia civica, istituzione anche questa ottima, anzi indispensabile negli Stati rappresentativi, stolta in quelli che volevano rimanere consultativi.—Al 7, rinunzia di Gizzi; al 10, nomina di Ferretti. Addí 16, anniversario dell’amnistia, doveva esser gran festa; fu invece gran tumulto addí 14 e 15, ché sparsasi, naturalmente come succede in tali concitazioni, o ad arte come succede de’ concitatori, o l’uno e l’altro insieme, la voce d’una gran congiura retrograda, sanfedista e via via, si affiggono a’ muri i nomi de’ supposti congiurati, poi si cercano, si entra in lor case, s’arrestano, si serrano in Castel Sant’Angelo, si dá lor caccia per le campagne, e fino oltre i confini, e se n’istituisce, annuente il governo, un gran processo che non riuscí a nulla mai. Intanto, tumulti qua e lá nelle province.—E intanto (che diede ombra di veritá ai sospetti popolari), addí 17, escono gli austriaci dalla cittadella di Ferrara che occupavano dal 1814, s’acquartierano in cittá. Proteste quindi del cardinal Ciacchi governatore addí 6 agosto, e Ferretti a dí 12. Ma addí 13 gli austriaci occupano i posti militari della cittá; riprotestano Ciacchi e Ferretti, risponde il gabinetto di Vienna. Ne seguirono poi negoziati ufficiosi ed ufficiali a Roma, a Vienna ed a Milano, e finirono in dicembre colla restituzione della cittá alle truppe pontificie, con poche e piccole concessioni alle pretese dell’Austria, congrande scapito di sua dignitá e tranquillitá in Italia; essendosene accesi intanto contro lei, e non domati, gli animi di tutti gl’italiani, popoli e principi, Pio IX con gli altri, e Carlo Alberto piú di nessuno. Fu minaccia senza effetto, o, ciò che equivale, fatto piccolo con grande scandalo; grand’errore.—E ne fu agevolato un affare che sarebbe stato grave, se avesse potuto durare, l’effettuazione di quella lega doganale tra gli Stati indipendenti d’Italia, la quale era stata giá piú desiderata che sperata dagli scrittori precedenti le riforme. Mandato monsignor Corboli Bussi da Roma a Firenze, Torino e Modena, se ne stipularono le basi tra le tre prime corti, addí 3 novembre in Torino; e non accedendo Modena austriaca, dichiarò pure non far ostacolo per il suo territorio di Massa, frapposto fra Piemonte e Toscana. Intanto, al 2 ottobre, ordinamento del municipio romano in forma piú liberale, e feste piú che mai in quel giorno, ed alla dimane e cinque dí appresso; e poi al ritorno del papa da sua villa di Castel Gandolfo, e per il viaggio a Porto d’Anzo e per il ritorno, e per una sua visita alla chiesa di San Carlo, e per un nuovo motuproprio sulla Consulta, e per l’installazione di lei addí 15 novembre, e per quella del municipio addí 24, e per la vittoria degli svizzeri contro ilSonderbund, addí 30. Né quest’ultima fu tutta festa: insultaronsi i gesuiti, e fu il primo di que’ tumulti che fecersi poi in tutta Italia contro a quella Compagnia, e furono seguiti dalla cacciata di lei pochi mesi appresso, quando appunto sarebbesi dovuto attendere a cacciare gli austriaci, e non a dividere italiani da italiani, preti o non preti, gesuiti o non gesuiti, scandalezzando, incominciando ad alienare Pio IX.—E finí l’anno in Roma [30 dicembre] con un nuovo e miglior ordinamento dell’ordine delle materie nel ministero. Ed io non so ciò che ne parrá ad altri; so bene che l’avere qui concentrate quelle numerose riforme, que’ grandi passi fatti in diciotto mesi, dal governo assoluto qual era stato lasciato da Gregorio XVI, a questo governo cosí largo di Pio IX, mi fa, non che ingiuste, parere ingiustissime le lagnanze allora di tanti, e duranti in alcuni ancor oggi, che egli andasse troppo lento in esse. E tanto piú, che molto piú lenti andavano gli altri principi italiani.In Toscana, la rivoluzione delle riforme non si può dire incominciata se non un dieci in undici mesi dopo che a Roma, quando, addí 8 maggio, uscí una legge che rallentò le censure della stampa. Seguirono feste in Firenze e tutto lo Stato, insulti al console austriaco in Livorno; e poi giornali numerosi, liberi oltre la legge, liberissimi, ed alcuni licenziosi. Poi, commissioni a preparare altre riforme; e il governo consultativo che giá esisteva lá in ombra, riordinato, praticato; poi, ai 4 settembre, istituzione della guardia civica; e nuove feste, in cui apparí per la prima volta, fra altre innumerevoli, la bandiera tricolore. Intanto, feste e tumulti in Lucca; paura dei due duchi padre e figlio; e addí 1º settembre, concessione di tutto ciò che era stato conceduto in Toscana; poi fuga dei duchi, e cessione al granduca dell’usufrutto che tenevano finché morisse Maria Luisa, e lasciasse loro Parma. E cosí Lucca fu riunita a Toscana.In Piemonte poi s’incominciò anche piú tardi; e fu fatale che quel paese e quel re, i quali avean date le prime mosse alle riforme, e dovevano poi prendere la prima e massima, e quasi sola parte all’impresa d’indipendenza, entrassero cosí ultimi in tutto ciò che ne era apparecchio. Ma il fatto sta che Carlo Alberto, vivissimo all’indipendenza, era lentissimo alla libertá, né, io credo forse e potrei dire so, per odio o vil paura ad essa, ma per nobilissima paura che questa nocesse a quell’acquisto d’indipendenza che era insomma il primo, il grande, il supremo de’ suoi pensieri. E certo, che questo spiega e le antiche e le intermediarie e le ultime azioni di lui, e le sue virtú e i suoi errori, le sue lentezze, le sue titubanze, le sue ostinazioni. Ad ogni modo, dal principio del 1846 al settembre del 1847, non s’era fatto un passo, non una riforma in Piemonte. Né una festa o un tumulto, che fu gran vantaggio a tener nuovi gli animi all’opere reali. Né a settembre stesso ed ottobre fu altro che una lettera confidenziale, ma confidenzialmente fatta pubblica, dove Carlo Alberto diceva che «se la provvidenza mandava la guerra d’indipendenza, co’ suoi figli a cavallo se ne farebbe capo». Il mondo sa come essi adempissero la parola. Ma allora non fece grand’effetto. L’opinione era alle riforme,di che il re non faceva né diceva nulla. Sorsero, si rinnovarono frequenti tumulti, i piú pacifici e rispettosi siensi veduti mai. Finalmente, addí 29 ottobre, fu pubblicata una notificazione in che si promettevano tutte insieme le riforme che dovevano portare e portarono il Piemonte al paro dei due altri Stati riformati, Roma e Toscana; governo consultativo, cioè Consiglio di Stato, riordinato, corroborato di membri provinciali, nuove attribuzioni ad esso ed a’ Consigli provinciali e comunali; larghezza alla stampa che in breve ne diventò qui pure liberissima, cercatrice di popolaritá licenziosa; e guardia civica (?). E allora pur qui i tumulti piccoli diventarono feste grandi, ma cosí ordinate, che fu una meraviglia ed un’eccezione. E tutte queste promesse vennero effettuandosi poi con sinceritá e prontezza. Il re s’era deciso oramai; non die’ indietro, non titubò mai piú d’allora in poi. Ma fu certo gran danno che si fosse incominciato cosí tardi, che le riforme non avessero tempo ad effettuarsi, a preparare il paese, quando si venne ai due scoppi della libertá rappresentativa e dell’indipendenza. E fu danno maggiore, che entrando appunto nelle vie della libertá, egli si rallentasse nel pensiero dell’indipendenza a tal segno, che, anche dopo le minacce testé pronunciate, non facesse un apparecchio di guerra, non una riunione, non un collocamento militare di truppe, nulla, salvo la chiamata d’uno dei quattordici contingenti che erano a lor case. Miseria umana! negli uomini come nelle nazioni, una preoccupazione caccia l’altra. Napoleone stesso diceva non potersi fare che una cosa alla volta.Nei due ducati di Parma e Modena, niuna riforma, pochi tumulti, sufficienti passioni. E cosí in Napoli e Sicilia: salvoché i tumulti scoppiarono in Reggio di Calabria e Messina [settembre]; ma furono repressi. Ferdinando Borbone si vantava di non aver bisogno di dar riforme; esser date da gran tempo lá: ed era vero, in ombra. Non gli venne in pensiero che si domandava e rimaneva a darsi la realitá. E cosi vantava il governo austriaco in Lombardia e Venezia; ed era vero poi, non solamente in ombra, ma in parecchie realitá. Se non che, costá il gran desiderato era di ben altro che riforme, e l’Austria nolpoteva effettuare. Festeggiossi, tumultuossi in Milano per l’instaurazione d’un nuovo arcivescovo [settembre], e festeggiossi e parlossi in Venezia in occasione del congresso scientifico. Ma il governo, la polizia d’Austria reprimevano ben altrimenti che quelle de’ principi italiani. La repressione piú efficace fece poi, al solito, tanto piú efficace lo scoppio.Questa era la condizione d’Italia, questo il progresso della rivoluzione riformativa al principio del fatale anno 1848. E in men di tre mesi era compiuta la rivoluzione, era incominciata l’impresa d’indipendenza. Al 1º gennaio gran festa in Roma, non per altra occasione che del capo d’anno. Se ne spaventa la corte, apparecchia armi. Il popolo se n’offende, e la corte cede, scioglie gli armati; e il papa esce il dí appresso per le vie, e il popolo trionfante, Ciceruacchio capo solito di esso, acclama, inghirlanda, imbandiera la vittima sua.—Addí 2 e 3 moti in Milano... e feste funebri in tutta Italia. Addí 12 poi, moti anche piú gravi in Sicilia, e poi Napoli. Dove essendosi tumultuato e represso, e l’uno e l’altro invano, da parecchie settimane, finalmente i siciliani appuntarono pubblicamente quel giorno per sollevarsi davvero, se non fosse fatto nulla dal governo. E non essendosi fatto, si sollevarono cosí in Palermo. Resistettero le truppe regie, e vinte due volte si ritrassero, e fu fatto lá un governo provvisorio, a che aderí Sicilia tutta. E addí 16, domato il re finalmente, fece a un tratto e inutilmente tutto ciò che non aveva voluto fare a tempo ed agio; concedette libertá di stampa, governo consultativo, amministrazione separata per la Sicilia. Non serví piú; il popolo tumultuava peggio che mai addí 17. Cede il re, muta il ministero, chiama a capo di esso Serracapriola, promette costituzione. Addí 29 ne pubblica le basi, addí 10 febbraio ne pubblica il testo. Fu egli ridotto a tal passo ulteriore che finí la lenta (finché non fosse fatta l’impresa d’indipendenza) pendente rivoluzione riformativa, ed iniziò la rappresentativa, da quella necessitá appunto e sempre dall’imprudenza di coloro che non seppero essere prudentemente operosi? ovvero da qualche gelosia, dalla vanitá personale di far piú a un tratto, che non gli altri principi italiani fin allora;di essere conseguente a se stesso, che s’era vantato di non aver a far riforme giá fatte nel suo regno? Sono questioni intenzionali che non si potrebbero sciogliere, se non in una storia fatta da Dio. Ad ogni modo, in quell’anno, in quei giorni, in quelle condizioni d’Italia, che qualunque favilla anche minore scoppiata in un luogo serpeva quasi lampo in ogni altro; non era possibile oramai che questa gran parola, questo immenso e desiderato fatto d’una costituzione rappresentativa, compiuto e proclamato in uno degli Stati italiani, rimanesse esclusivo in quello, non facesse sorgere fatti simili in tutti gli altri. I particolari delle feste e tumulti che giá non si potevan distinguere, delle domande legali od illegali, opportune od inopportune, coraggiose o cedenti, e delle cedenti resistenze, sarebbero troppo lunghi per questo cenno, e cadrebbero in que’ giudizi che non voglio qui promuovere. Ondeché mi accontenterò di dire, che la costituzione rappresentativa fu pubblicata in massima addí 8 febbraio, sancita in statuto addí 4 marzo; la costituzione toscana promessa addí 7 febbraio, e data in statuto addí 17 marzo, e la costituzione romana promessa addí 14 febbraio, e data in statuto addí 14 marzo. Cosí, quattro Stati, cioè tutti gli Stati grandi indipendenti d’Italia, cioè diciassette dei ventitré milioni, due terzi degli italiani, entrarono nella gran rivoluzione rappresentativa europea, ebbero rappresentativi statuti. E se n’applaudirono a vicenda principi e popoli, quando in quegli ultimi giorni di febbraio scoppiò la rivoluzione repubblicana di Francia. E se n’applaudivano principalmente i liberali piú moderati ed amici della monarchia. La concessione degli statuti, dicevano, n’avea salvi dalla repubblica. Pochi sapevano ricordare che giá due volte, alla fine del secolo decimoquinto e decimottavo, Francia ci aveva interrotto l’assestamento, il progresso riformativo d’Italia; sapevano temere che la nuova libertá italiana e la nuova repubblica in Francia, fossero due ostacoli invincibili alla guerra d’indipendenza che tutti vedevano imminente.43. Continua l’appendice. Principio d’un’etá ottava della storia d’Italia? La guerra d’indipendenza [1848-1849].—Se non m’inganni quell’illusione troppo frequente che fa a ciascuno parer grandissimique’ fatti, quelle sventure in che visse, operò o soffrí, io credo che l’anno 1848 sia per rimanere uno de’ piú notevoli nella storia non solamente della gran rivoluzione rappresentativa, ma forse anche di quella che non può non seguire delle nazionalitá europee. Quattro grandi desidèri politici, o, se cosí si vogliano chiamare, idee, scoppiarono insieme qua e lá in Europa, la sconvolsero in quell’anno. 1º Il desiderio della democrazia assoluta, esclusiva, sotto i due nomi poco diversi di «comunismo» e «socialismo». 2º Il desiderio della libertá rappresentativa. 3º Il desiderio delle indipendenze nazionali. 4º Il desiderio delle cosí dette unitá delle nazioni, o riduzioni di esse a un governo solo o centrale. La rivoluzione francese di quell’anno fu prodotta non piú che dal primo e piú stolto di questi desidèri; la germanica, dal quarto e piú vano di essi; l’italiana sola fu l’effetto di quei due che non si debbono dir solamente piú legittimi e piú santi di que’ desidèri o sentimenti, ma principi imperituri dell’esistenza d’ogni nazione civile, i due sentimenti, desidèri, o passioni o principi, della libertá e dell’indipendenza. Sventuratamente l’Italia ebbe a propugnare i due insieme, e sventuratissimamente (dando retta di nuovo a consiglieri scartati negli ultimi anni) ella v’aggiunse il vano desiderio dell’unitá, o sogno settario. Chi vuol arrivare, non può avere che uno scopo solo; due, o peggio tre vie, sono impossibili a seguire. La mente umana non è infinita, anzi è misera; piú misera la mente di un popolo, dov’è la difficoltá di riunir tante menti in una. Napoleone stesso, una delle meno misere fra le menti umane, e mente unica assoluta d’una gran nazione, si vantava di non far mai che una cosa alla volta. Finché l’Italia fará imprese di due o tre scopi alla volta, ella le perderá sempre, quand’anche avesse occasioni piú belle che non quella del ’48, che è difficile, e quand’anche avesse a capo un Napoleone, che non è possibile, senza quell’unitá, la quale non si può (quando si dovesse) cercare senza l’indipendenza; la quale appunto si tratta d’aver prima ed anzi sola.Tuttavia, a malgrado la sua importanza, l’anno 1848 non rimarrá per le altre nazioni èra di niuna nuova etá.La democrazia assoluta tentata in Francia, e l’unitá governativa tentata in Germania, sono giá state vinte una volta; e perché quella è assurditá contraria a tutte le presenti e crescenti civiltá, questa vanitá o almeno utilitá non proporzionata a sue difficoltá, elle saranno probabilissimamente vinte altre volte.—Ma, all’incontro, perché due dei tre motori della rivoluzione italiana del ’48, sono, non che conformi, ma necessari a questa medesima universale e cristiana civiltá, perciò non credo debba rimaner dubbio a nessuno, e non rimane almeno a me: questi due scopi continueranno a concitare le menti italiane, a far nuove rivoluzioni, finché non sieno pienamente ottenuti. Dopo il fatale ma grande nostro ’48, non sono piú possibili né i vili ozi del Seicento, né le stentate riforme del Settecento, né le guerre sotterranee, gli scoppi inutili, le sètte inefficaci della prima metá dell’Ottocento; né per conseguenza quella preponderanza straniera che oltre tre secoli durò giá tranquilla con tali servi, poco inquietata da tali nemici. Dopo lo scoppio pur infelice, ma tutto diverso dei precedenti del ’48, rimangono e rimarranno, Dio solo sa quanto, gli stranieri in Italia materialmente, né piú né meno che prima. Ma non sono piú essi che possano dare lo spirito ai fatti, né i nomi alla storia d’Italia; sono, saranno le memorie del ’48; è, sará quella libertá rimasta in risultato e ricompensa degna ai propugnatori veri dell’impresa del ’48. Durerá dieci, cento, mille anni la nuova etá? Si chiamerá essa della libertá e dell’indipendenza conquistate? ovvero della conquista della libertá e dell’indipendenza? ovvero anche (che non credo, e Dio pietoso nol voglia) dell’inutile tentativo alla libertá e all’indipendenza? Io nol so; ma questo so dagli esempi di trentasei secoli noti alla storia, dalle condizioni di questo nostro in tutto il mondo; che le rivoluzioni (non le congiure) di libertá, una volta iniziate, possono retrocedere sí, ma non cessare; che la libertá interna è incompatibile colla servilitá al di fuori; che potrá quindi essere in Italia un’etá forse lunga, forse terribile, forse infelicissima, di lotta tra servi e padroni, ma non piú un’etá di servilitá da una parte, e quindi di preponderanza dall’altra. Sarebbe, cosíDio non voglia, piú possibile un’etá di servitú, che di servilitá o preponderanza. Questa è finita oramai; incomincia dal 1848 un’etá nuova, che io numero ottava della storia d’Italia, che i posteri battezzeranno essi, secondo che saranno piú o meno buoni della generazione nostra iniziatrice.Qui giunto, cresce la difficoltá di quest’appendice. Potrei scusarmi di finirla qui. Ma poiché (bene o male) io superai giá quella di parlare dei fatti a cui preser parte gli amici ed avversari miei, io mi proverò a superar pur quella che qui s’aggiunge di parlar de’ fatti in cui ebbi parte anch’io. E supererolla al medesimo modo, solo possibile in questa brevitá, di giudicare sí i fatti, ma non la parte che v’ebbe ciascuno. E faccio e domando quindi per me la medesima riserva, che mi par giustizia. Quand’io loderò o condannerò un fatto in che ebbi parte io, come altri, non vuol dire che io lodi o condanni me. A un fatto moralmente cattivo è cattiva qualunque partecipazione per certo; ma un errore politico, pur rimanendo errore al complesso di quella nazione e di quelle persone che il fecero, può essere, non che scusabile, ma bello e generoso in chi il fece per iscansare errori maggiori. Gli errori del ’48 sono certi, poiché fallimmo l’impresa; ma quali sono? Chi vede gli uni, chi vede gli altri, io ne vedo forse piú che nessuno; e noterolli, anzi non vo incontro all’ingratissima fatica se non per notarli, perché credo possa essere piú utile ciò che tutto il resto del mio volume. Ma il giudicare qual parte abbia avuto ognuno in quegli errori, sarebbe materialmente impossibile qui; e non sarebbe poi anche in opera piú lunga possibile a me. Delle cose a cui si partecipò io credo che sia piú bello, piú franco farsi non giudice, ma piú modestamente avvocato; scrivere non storia, ma memorie. E queste detterò poi, quando io abbia tempo e voglia; ché non credo aver né l’un né l’altra.Dicemmo, gli statuti, la libertá essere stata data a Napoli addí 11 febbraio, a Torino addí 4 marzo, a Firenze addí 17, a Roma addí 14 marzo.—Addí 18 incominciò il sollevamento de’ milanesi; al 19 Carlo Alberto die’ ordine di adunare l’esercito al Ticino. Nella notte del 22 al 23, dopo cinque giornatedi sollevamento, inopportunamente fatto, meravigliosamente proseguito e finito, Milano fu libera dai tedeschi. E nel medesimo dí, cinque ore prima che ne giugnesse nuova a Torino, la guerra d’indipendenza era dichiarata dal piccolo re di Piemonte, cioè di quattro milioni e mezzo d’anime, senza un’alleanza, né politica, all’imperator d’Austria, cioè di trentasei milioni, appoggiato dall’alleanza d’Europa dal 1815. Non importa; si gridò in tutta Italia alla tardanza, alla titubanza piemontese.—Addí 25, un primo corpo piemontese entrò in Milano, addí 26 il re partí di Torino, addí 3 aprile entrò in Pavia, e proseguí poi a Crema, con soli venticinquemila uomini contra l’esercito austriaco di settantamila. Questi, fuggenti dalle cittá sollevate, si raccoglievano al campo di Montechiaro. Il re lo minacciò, lo sloggiò piegando a destra, e scendendo il Po. L’operazione era bella, la guerra era portata d’un tratto sul Mincio. Addí 8 aprile, si combatté a Goito, si prese e si passò quel fiume; addí 9 si combatté e si passò a Monzambano, addí 10 ed 11 a Valeggio. Allora la guerra era necessariamente in que’ campi tra Mincio ed Adige, dove, quando non era se non la fortezza di Mantova, Buonaparte giovane e vittorioso dimorò e vinse per otto mesi, dove ora era il terribile quadrilatero di Peschiera, Mantova, Verona e Legnago, apparecchiate, rinforzate e studiate ne’ trentaquattro anni di pace dai sospettosi stranieri, dove ora il re conduceva un esercito nuovo di venticinquemila uomini, contro sessanta o settantamila austriaci. Il grido d’Italia, cioè de’ settari, dei tribuni di piazza, degli oratori di circoli, degli scrittori di giornali, del governo provvisorio di Milano, forse senza eccezioni, e quello stesso dei ministri e consiglieri del re con pochissime eccezioni, era che si passasse attraverso i due fiumi, le quattro fortezze, i sessantamila nemici, per dar la mano a Venezia, Vicenza e l’altre cittá, e si portasse la guerra agli sbocchi, anzi alle cime dell’Alpi da Como a Trieste. Né fa meraviglia che la povera Italia, inesperta di guerra anche piú che di politica, gridasse siffatte stoltezze; sí il può fare che rimangano queste in alcuni libri di uomini anche militari. Quand’anche fosse stata vera, generale ed armata insurrezione inLombardia e Venezia, sarebbe stata inutilitá, fanciullaggine, correre a dar la mano a’ veneti, perdendo piede in Lombardia, che è la solita perdizione di tutte le guerre d’insurrezione. Ma questo poi non era né poteva essere in Lombardia né in Venezia, non v’essendo armi colá, né potendone dare il Piemonte, che non n’avea, pur troppo, il corredo suo intiero per il proprio esercito; ondeché, chi accusa lombardi e veneti di non essersi levati ad insurrezione armata, è poco meno ingiusto che chi accusa il re di non esser corso a congiungersi (quand’anche fosse stato materialmente possibile) con quell’insurrezione che non esisteva. Il fatto sta che gli eventi tutti di questa guerra dimostrano ora facilissimamente ad insegnamento (che Dio voglia non disperdere) delle generazioni future, che la somma, che il tutto di questa prima, ardita, forse temeraria, generosa guerra d’indipendenza, era, doveva essere, non poteva non essere se non nell’esercito piemontese; che questo doveva dunque serbarsi, salvarsi, mantenersi, accrescersi, aiutarsi, incoraggiarsi, lodarsi, amarsi, e quasi adorarsi unicamente da tutta Italia; e tenersi perciò dal suo capo coraggiosamente, inalterabilmente sulla difensiva, ogni volta che non venisse un’occasione quasi sicura di offensiva; e prendersi questa allora solamente, e finché durasse l’occasione, tornando poi alla difensiva, dando tempo alle popolazioni di procacciarsi armi ed esercitarvisi, ed ai principi italiani di mandar aiuti, ed ai popoli di accorrervi; dando tempo, insomma, a quel tempo che è il piú grande alleato di tutte le guerre d’insurrezione, che era allora il solo nostro. Ma le stolte grida fecero fare una guerra tutta opposta, una guerra in furia, una guerra che volevasi corta e grossa; e questo fu l’errore che perdette tutto, che il perderá, se occorre, altre volte; perché da questo nacquero tutti gli altri, piccoli e grandi, numerosi, di rado interrotti, sempre risorgenti, e finalmente fatali. Né io conto per tale l’aver tentata con poca e piccola artiglieria Peschiera fin dal 13 aprile, Mantova fin dal 19; questo era necessario per tastare il nemico, per vedere se era veramente o no scoraggiato, se appunto si poteva fare o no una guerra tumultuaria, senza o contra regole. Ma la vanitádei due tentativi provò appunto il contrario; e fu errore non vederlo subito, e non chiamare fin d’allora il parco d’assedio, per una guerra che doveva essere evidentemente d’assedi, numerosi, ripetuti, continuati o lasciati, centrali a tutte le operazioni eventuali, alla Buonaparte. Ad ogni modo, fecesi bene, molto bene, ne’ dí seguenti. Arrivava, ordinossi l’esercito di sessantamila uomini piemontesi e de’ ducati; fecesene un corpo di due divisioni sotto Sonnaz a sinistra, uno di due altre sotto Bava a destra, una riserva di una divisione sotto il duca di Savoia. Questo era l’esercito d’operazione; ma alcune migliaia varianti in numero di volontari lombardi guardavan l’Alpi a sinistra, sulla sponda occidentale sul lago di Garda; cinque in seimila toscani arrivavano, furono posti poi a guardia contro a Mantova; diciassettemila pontifici varcavano il basso Po, e invece di unirsi co’ veneziani, e chiamare a sé tutti i veneti per fare un grosso esercito minaccioso da Padova e il Bacchiglione, corsero tutto il Veneto, chiamati da tutte le cittá, inutilmente allora, fatalmente poi; e in ultimo era arrivato un migliaio, e s’aspettavano venticinquemila napoletani. Con tali forze presenti, tali sperate, il re fece passare il Mincio a tutto l’esercito d’operazione, addí 26 e 27, occupò addí 28 e 29 que’ colli che salgono da Valeggio per Somma Campagna e Sona fino alla sponda destra dell’Adige, e quindi si collegano al Montebaldo, alle storiche posizioni di Rivoli e delle Chiuse d’Italia. Cosí investiva Peschiera; ma gli austriaci mostrarono volersi difendere a Pastrengo. Il re ve li assalí addí 30, e li vinse in bella giornata, che sarebbe stata forse piú bella se si fosse spinta per qualche ora di piú. Ad ogni modo su que’ colli era il luogo di fermarsi, di fortificarsi, di radicarsi, per far l’un dopo l’altro l’assedio di Peschiera addietro, di Verona poi all’innanzi. Delle quattro terribili piazze non erano necessarie a prendersi se non queste due, per portare, non piú stoltamente ma sicurissimamente l’esercito nella Venezia, per far cadere forse ed annullare per certo le altre due. Questo era non solamente precetto, regola d’arte, ma senno o senso volgare o comune. Ma le grida non permettevano senno e regole; volevano, dettavanosregolature, colpi di genio, miracoli. Si tentò uno di questi addí 6 maggio. S’assalí Verona, la gran piazza d’armi d’Austria in Italia, con fanti, cavalli, e pezzi di campagna: riuscí come sogliono tali miracoli; fu respinto l’esercito piemontese da Santa Lucia dove era giunto, fu salvo nel ritirarsi dal bravo duca di Savoia. Allora si ricorse alle regole; e riuscirono a bene. In regola si fecero venir le artiglierie grosse; in regola si camminò per le trincee, si fecero parallele, si costrussero batterie, si aprí il loro fuoco [18 maggio] contro Peschiera, sotto gli ordini del duca di Genova; e in regola si propose una capitolazione, addí 26, ed in regola fu ricusata. Intanto Radetzki, l’insultato, ma ammirabil vecchio di 86 anni, si moveva da Verona addí 27, per far levar l’assedio con bella operazione. Veniva a Mantova [28], assaliva il mattino appresso con quarantamila i cinquemila toscani e pochi napoletani, staccati, od anzi, pur troppo, sacrificati a Curtatone e Montanara; e i toscani mostrarono costí non essere la mancanza di valor naturale, e nemmeno quella della disciplina che impedisca di diventar militare, ma solamente la colpevole trascuranza de’ loro governanti, o forse l’avarizia del paese che non vuole avere esercito per non ispendervi. Ad ogni modo, si fecero uccidere al loro posto, gloriosamente. Né fu forse inutilmente del tutto: ché, fosse Radetzki indugiato da tal resistenza od altro, il fatto sta ch’ei non proseguí in quel giorno, e non giunse se non alla dimane [30] all’attacco disegnato sulla punta della destra piemontese a Goito. Ed ivi con bella e pronta riunione di sue truppe giá stava Carlo Alberto. S’appiccò la battaglia poche ore prima della notte; fu diretta bene, in buona regola, e vinta da Bava. Né era finita del tutto, quando giunse sul campo la nuova della resa di Peschiera, conseguita il medesimo dí. Questa giornata del 30 maggio a Goito fu la piú bella di quella campagna, che fu la piú bella che siasi fatta mai dagli italiani da sette secoli. Quel nome e quella data, ed anzi quei due mesi e mezzo dal 18 marzo al 30 maggio, quella prima metá della campagna del 1848, rimarranno, che che sia per succedere poi, cari e sereni nella memoria degli italiani che vi parteciparono o li videro, ed in quella puredei posteri. E non giá che non vi fosser fatti di quegli errori che si fan sempre in tutte le guerre, e piú in siffatte subitanee e disapparecchiate; ma perché vi furono piccoli e grandemente riparati.Ed all’incontro quelli che succedettero furono gravi, non riparati, forse irreparabili. Radetzki, respinto e rotto a Goito, s’era facilmente coperto e rifatto in Mantova. Questo è il vantaggio incommensurabilmente grande, ma nemmen veduto dagl’ignoranti, del guerreggiare tra grosse fortezze proprie; poter esser battuto ma non sconfitto, mentre il nemico in aria è sconfitto appena battuto. E da Mantova Radetzki spingeva vanguardie, ricognizioni, fin all’Oglio. Allora a gridare che si sagrificava Lombardia, Milano, da quelli stessi che pochi giorni addietro pretendevano s’andasse nel Veneto, a Venezia, all’Isonzo. Si die’ lor retta, s’indugiò, si rimase a Goito, vi si raccolser tutte le forze piemontesi per quattro giorni intieri. Finalmente, addí 4 giugno, si volle assalir Radetzki; era scampato nella notte. Si spinse fin sotto Mantova, non si trovò ancora. E allora, ancora eran due cose a fare: ovvero inseguire il nemico tra Mincio ed Adige, od anche oltre Adige, che allora soltanto fu forse possibile; ovvero assalir Verona, la gran Verona che ha forse bisogno d’un esercito a guarnigione ed allora non l’aveva, e cosí forse prenderla, certo minacciarla in modo da richiamarvi in fretta e cosí in disordine l’esercito austriaco. Non si fece né l’un né l’altro, né nulla per sei giorni; e addí 10 fecesi peggio che nulla, quel che non si dovea fare, ciò che era lungi dal vero campo di quelle operazioni, lungi dal vero nemico; si corse alla somma sinistra sull’Alpi, a Rivoli abbandonato.—Intanto Radetzki faceva la piú bella forse delle operazioni sue, trasse profitto della sua stessa rotta. Ritiratosi per Legnago, piombò su Vicenza dove Durando s’era raccolto dopo aver invano tentato d’opporsi alla congiunzione di Nugent con Radetzki. Ora giungeva un secondo gran rinforzo d’oltre a quindicimila sotto Welden per Tirolo. Radetzki chiamò anche questo contra Vicenza. Durando e i suoi e i cittadini resistettero addí 10 gloriosamente, ma inutilmente; capitolarono alla sera.Ed alla medesima sera solamente da Garda, il re si rivolse a marciar contro a Verona. Addí 12, fu concentrato l’esercito a Villafranca; addí 13, fu portato presso alla gran fortezza. Ma vi si seppe il ritorno di Radetzki poc’ore innanzi da Vicenza presa; mancarono alcune intelligenze coll’interno della cittá, si rinunziò all’impresa, si ritrasse nella notte l’esercito, contento di non essere inseguito.—Seguí dal 14 giugno al 13 luglio un mese intiero di ozio, di silenzio, militarmente inconcepibile, inudito, non interrotto che da alcuni colpi di fucile e cannone da Rivoli e la Corona che s’era presa dopo Rivoli. Né fu risoluzione, appiglio a guerra difensiva. Cosí fosse stato! Trincerandosi sui colli tra Valleggio e Bussolengo, aspettandovi i rinforzi di Piemonte e Lombardia che venivano alla sfilata, che furono in un mese d’un venticinquemila uomini, che avrebbon potuto essere fra pochi altri d’oltre a centomila (come fu dimostrato poi al principio del ’49 dall’esserne sorti oltre a cinquantamila nel solo Piemonte esausto), sarebbesi dato quel tempo al tempo, che ridiciamo esser il piú grande aiuto alle guerre nazionali, che avrebbe qui posto alla nazione italiana l’interpellanza, se voleva o no davvero aiutar Piemonte che veniva, indipendente esso, ad aiutarla all’indipendenza. Ma non fu tal risoluzione; furono trenta irresoluzioni di giorno in giorno; non si mosse una zolla di terra sui colli difensivi, poche s’alzarono sulla strada da Verona a Peschiera; non si pensò ad assalir Verona con buona artiglieria, e buona pazienza, in regola, in faccia a sé, dove s’era mal tentata due volte; si pensò assalirla per la manca d’Adige, ficcando l’esercito tra esso e l’Alpi, che era una stoltezza, e non si tentò nemmeno; si pensò, forse piú strano, ad assalir Legnago, forticello piccolo, fiancheggiato dalle due fortezze grosse, e non si tentò; e si pensò finalmente, e pur troppo si tentò e incominciò, l’assedio di Mantova. In quella stagione, non v’era aria cattiva, ond’è probabile che se fosse durato quell’assedio sarebbe finito colla perdizione dell’esercito intiero. Ma se fosse finito colla presa di Mantova, non era fatto nulla, o poco; rimanendo intiera agli austriaci la linea dell’Adige, Legnago, e massime la gran Verona,quella Verona che è la vera ròcca d’Austria, il vero freno d’Italia. Ad ogni modo, addí 13 s’investí la piazza; due divisioni (si noti bene), un ventimila uomini, a destra di Mincio; il resto dell’esercito, un sessantamila uomini, a scaglioni tra Sacca e Marmirolo fino a Rivoli e la Corona; cioè in somma una linea sproporzionatamente lunga, una grossa testa intorno a Mantova, una lunga coda fino all’Alpi. Sorrideva finalmente la fortuna saputa aspettare dal vecchio maresciallo austriaco; colsela, accarezzò, aggravò l’errore nostro, e piombò ardito poi a punirlo. Fin dal 14 spinse a Ferrara un corpo minacciante i ducati. Bava si mosse verso questi; gli austriaci si ritrassero; e Bava, non volendo perder sua mossa, si distrasse a prender Governolo addí 18. Allora, estesa cosí piú che mai ed assottigliata la linea de’ piemontesi, e fermata tutta l’attenzione loro a lor somma destra, Radetzki li fece assalire addí 22 a somma sinistra, alla Corona. I nostri vi si difeser bene, anzi vinsero. Ma Sonnaz, giudicando bene non esser ivi la somma delle cose, ripiegossi quantunque vittorioso verso Peschiera. E di fatti, all’alba dei 23, Radetzki assalí Sona e Somma Campagna, con grandi forze, le prese, ne cacciò i pochi nostri che pur si ritrassero a Peschiera, ed esso spinse sino al Mincio, a Salionze, a Monzambano e Valleggio. Addí 24, Sonnaz rinunciò a raggiungere il grosso dell’esercito nostro per la manca del Mincio, anzi, a difender questo seriamente, mosse per la destra fino a Volta. Radetzki non fece passare se non ricognizioni; e facendo anzi fronte addietro, collocò egli l’esercito suo in quella bella posizione difensiva dei colli da Valleggio a Somma Campagna. Il re intanto avvertito fin dalla mattina innanzi a Marmirolo, aveva levato l’assedio di Mantova, raccoltene tutte le truppe che erano a manca di Mincio, portatele nella notte a Villafranca. Ardita, magnifica mossa, che poté far credere a chi udian da lungi, essere destinato il nome di lui ad accrescer la breve serie de’ grandissimi capitani, esser destinata ed oramai compiuta l’indipendenza italiana. Sventuratamente la mossa fu incompiuta, titubante, era senza disegno; il re lasciò due divisioni a destra del Mincio, due divisioni, ventimila uominioziosi, mentre andava a combattere il tutto fra Villafranca e Valleggio. E perché il tutto fu dubbio in quel giorno, e perduto di poco al dí seguente con quei ventimila uomini di meno sul campo, certo è, matematicamente certo, che s’egli avesse avuto quel cosí grosso soprappiú, avrebbe vinto invece d’essere appena vinto. Ma, cosí è della guerra; la sorte di lei, il destino delle nazioni v’è deciso da una ispirazione, anzi un pensiero facile; e questo, facile, volgarissimo per sé, era facilitato ancora dall’esempio cosí contrario di Buonaparte su quel medesimo terreno. Qui convien abbassare il capo dinanzi al Dio ispiratore ed acciecatore dei capitani e dei re: qui non piú dir altro che Dio nol volle; me lo perdoni il mio re, immerso ora nel fonte della veritá.—In somma, con quell’esercito peggio che dimezzato dai primi e da quest’ultimo errore, con poco piú che venticinquemila uomini, il re assalí, senza aspettar altri od altro, nella giornata stessa dei 24 gli austriaci su quei colli stessi, che erano stati, che avrebbon dovuto forse essere sempre la sua posizione difensiva inalterabile. E li vinse in quella giornata, quantunque piú numerosi, sia per la difficoltá e il pericolo sempre grande d’un cambiamento di fronte addietro, sia per l’impeto superiore de’ buoni piemontesi. Ma fu un inganno, fu una perfidia di fortuna. Se fosse stato vinto di quel poco che vinse, il re avrebbe probabilmente indugiato l’attacco della domane, raccolte tutte le sue truppe, combattuto con quaranta o cinquantamila uomini invece di poco piú di venti.—Ad ogni modo, addí 25 si rinnovò la battaglia; non ne dirò i casi, gli errori disputabili, disputati, inutilmente disputati; era perduta prima che incominciata. Ognuno dei due eserciti aveva le spalle alla base d’operazioni, al paese nemico; in tal situazione le battaglie son disperate, da ambe le parti, ma sempre svantaggiose a quella che assalita e sorpresa ha difficoltá a raccogliersi, perdute se non s’è saputa vincere prima quella difficoltá. L’esercito piemontese, soldati, ufficiali, generali, principi, vi fece prove di valore, riconosciute poi dal nemico piú generoso che i compatriotti, dall’Europa militare e che stava allora, tutta salvo il resto d’Italia, sotto l’armi. Lo sforzoprincipale fu del duca di Savoia a difender Custoza; non vi riuscí, non vi potea riuscire; rimasene il nome a quella giornata infausta ed immortale. Se ne ricordi e se ne penta la pigra Italia finché l’abbia fatto dimenticare. Gli errori, le spensieratezze dei capitani, son cose frequenti, solite, da computarsi in tutte le guerre, piú in queste di sollevamento ed indipendenza. Queste non si debbono fare senza computar quelli, senza porsi in grado di vincerle a forza di numero, di pazienza, di perduranza. Senza dar almeno due armate pari all’austriaca ancorata sulle sue quattro fortezze, non vi sará mai probabilitá di vincer questa. Finché l’Italia orientale, centrale e meridionale non potrá, saprá o vorrá aver un esercito secondo, vegnente sul Po ad aiutare il piemontese giunto dall’Alpi occidentali e al Mincio ed all’Adige, se lo tolga di mente, la pigra, o divisa, o disputante Italia, ella non sará probabilissimamente mai liberata da questo, per quanto generoso, ardito, temerario, devoto o sacrificato od anche meglio ordinato egli sia per essere. Quattro milioni e mezzo in armi non bastano a liberare ventitré milioni d’oziosi contro a trentasei milioni di resistenti, se non per un caso, un miracolo, che è viltá sperare. Disse l’Italia che voleva far da sé; ma non fu vero: fece il Piemonte per lei tutta a Custoza. Seppe dire ognuno che una nazione non dee contare su aiuti stranieri; ma ella non dee contare nemmeno su una parte sola, su un quinto di se stessa, non dee diminuire dal cinque all’uno la sua probabilitá d’indipendenza.—Ad ogni modo, questa era ridotta a zero; alla sera dei 25 luglio l’esercito piemontese ritrattosi a Villafranca, si ritrasse nella notte a Goito. Il nemico vittorioso a stento, rispettò la ritirata dei vinti.

APPENDICE(anni 1814-1818)40. Il periodo quarto dell’etá settima, o della preponderanza austriaca [1814-1848].—Io dissi giá le ragioni che mi facevano nel 1846 terminare questo ristretto all’anno 1814. Ora poi, passati questi anni in che avemmo tutti la parte nostra di opera e di dolori, ed accresciuto sì naturalmente il numero degli uomini «a me non ignoti né per benefizio né per ingiuria» (prefazione all’edizione terza, 1846), sarebbe piú ripugnante che mai alla mia coscienza storica giudicar di essi con questi modi brevi, epperciò assoluti, che non sono né convenienti verso amici od avversari, né giusti poi verso coloro, vivi o morti, di che non sia fatto ancora il giudizio in altre storie piú distese, piú entranti nei particolari di ciascuno. Né, quando io potessi vincere tal ripugnanza, mi sarebbe nemmeno materialmente possibile il tesser qui una narrazione seguita degli anni corsi dal 1814 in poi, finché non sarà preceduta qualche storia piú distesa di essi. Chiunque abbia mai messo mano a storie, contemporanee o no, ma non iscritte da altri, sa quanti documenti sparsi, quante letture diverse sieno indispensabili alla loro composizione. E (mi si faccia lecito accennare ad un particolare a me personale, il quale, del resto, può scusare il presente volume d’altri difetti lasciativi) la luce degli occhi mi si è scemata poc’anzi a segno, da farmi materialmente difficile lo scrivere, poco men che impossibile il leggere. E trovai impossibile finora il supplirvi sempre coll’aiuto d’altri, quantunque benevoli.Servano questi cenni a farmi scusare da coloro che mi espressero il desiderio di veder prolungato di questi trentacinqueanni il presente volume; e vogliano essi contentarsi delle poche parole generali, con che estendendo i cenni preventivamente dati nel 1846, tento ora collegare la nostra storia passata con quella contemporanea e futura.I trentaquattro anni dal 1814 al 1848 furono all’Italia evidentemente parte della sua etá settima delle preponderanze straniere, periodo quarto, o della preponderanza austriaca indisputata. Mentre l’Europa tutt’intiera progredí (lentamente, secondo è desiderio di quella parte generosa, che appunto allora incominciò a chiamarsi «liberale», ma rapidamente, magnificamente, se si consideri l’andamento normale delle grandi rivoluzioni umane), progredí, dico, nella restaurazione continentale dei governi rappresentativi, estesisi cosí da Francia a Spagna, a Prussia e quasi tutta Germania, ed a Grecia, l’Italia rimase restaurata tutto contrariamente sotto ai governi assoluti, sotto alla preponderanza dell’Austria, capo dell’assolutismo, capo francamente professatosi della resistenza alla rivoluzione liberale europea. I principi italiani restaurati tornarono tutti con affetti, con pregiudizi di fuorusciti, cioè del tempo in che erano usciti; si riadattarono quindi volentieri a quella preponderanza austriaca, che consentiva con essi, e prometteva difenderli. Tutti restaurarono le forme antiche, assolute; il buon re piemontese peggio che gli altri. Promossero pochi progressi, o, come le chiamammo poi, poche riforme; ne effettuarono anche piú poche da principio, per tutti que’ primi vent’anni, che furono, bisogna dirlo, de’ piú oscuri o piú sciocchi vivuti mai in Italia. Alcuni uomini non mediocri furono talor chiamati al governo; ma pochi e per poco tempo; i piú, i soliti, mediocrissimi. I popoli all’incontro, i governati che avevano fatto poco o nulla sotto a Napoleone, se non lasciarsi splendidamente governare da lui, e si sarebbero adattati a lasciarsi governare da altri, per poco che si fosse fatto con qualche splendore, od onore di liberalitá, si adontarono fin dal 1814, e via via piú ad ogni anno di essere i popoli d’Europa piú male, piú oscuramente, piú illiberalmente governati, senza nulla di quella libertá e quell’indipendenza che udivano lodarsi, vantarsi, estendersi altrove. Cosífu e sará sempre, cosí si adempiono i progressi umani decretati dalla suprema provvidenza; ciò che non si pensava o pareva appena difetto ai padri, diventa bisogno ai nepoti, e cosí appunto si desiderò, s’estese la libertá, si desidera e s’estenderá l’indipendenza tra le nazioni cristiane. Ed in Italia venivano crescendo sí tali desidèri, ma confusi tra sé, indeterminatissimi ne’ mezzi di effettuarli. Confondevansi libertá ed indipendenza nell’odio ad Austria, confondevansi le varie forme di libertá ne’ desidèri indeterminati ed ignoranti delle monarchie rappresentative all’inglese, o alla francese del 1814, o alla spagnuola del 1812, o delle repubbliche a modo moderno americano, o del medio evo italiano od antico greco-romano; era un caos di brame incomposte, come succede tra ineducati ed inesperti, che non hanno a decidersi né scienza né esperienza. Ed era poi un caos anche maggiore de’ mezzi immaginati. Di resistenze, o, peggio, conquiste legali, non ci era idea; di sollevamenti popolari, molta; ma piú principalmente di congiure, il modo piú ovvio e, pur troppo, tradizionale giá in Italia; se non che, congiurare a modo del Quattrocento o Cinquecento, quando gli Stati erano piccolissimi e mal fermi, non era possibile. S’inventò, o s’era giá poc’anzi inventato, un modo nuovo, adattato al secolo; un estendimento delle congiure, proporzionato all’estendimento degli Stati e della civiltá; le sètte o societá segrete. E la terra classica delle congiure rozze, diventò classica delle perfezionate. Vennerci di fuori, per vero dire, le prime sètte del Settecento (o forse piú antiche, se si creda alle loro genealogie), i franchi-muratori, gli illuminati, e non so che altre. Poi sotto a Napoleone ed alle sue molteplici polizie (parola nuova anche questa che bisogna ora introdurre) dicesi fossero o quelle od altre sètte nel suo esercito. Ma la potenza di tutte queste, se fu, non uscí guari dall’ombra, non produsse effetti grandi alla luce del dí. Produssene sí quella detta Ingendbund, nata e cresciuta in Prussia, negli anni di sua servitú a Napoleone, dal 1808 al 1812, trionfante dopo le sventure francesi del 1812, aiutante il sollevamento e l’indipendenza di Prussia e Germania intiera nel 1813 e 14; rimasta poi lá connomi e scopi mutati e minori. E sorse, con iscopo simile, benché piú ristretto, in quei medesimi anni la setta dei carbonari, fomentata, dicesi, contro ai Napoleonidi di Napoli da’ Borboni di Sicilia. Ma se è vero tal fatto, questi non tardarono a portar la pena della pericolosa invenzione; ché restaurati nel 1815, la setta amica diventò nemica loro e degli altri principi restaurati ed assoluti, amica della parte liberale, di cui erano quasi vanguardia, o bersaglieri, sregolati, ingovernabili, cui pretendevano anzi condurre. Io non ho luogo, né notizie, né genio a dire di lor forme, lor modi, loro divisioni e suddivisioni, e mutazioni e moltiplicazioni di nomi. Questo solo noterò qui, che ho notato altrove, ed è piú importante: che queste sètte o congiure nuove, non meno che le piú antiche, si mostrarono al fatto sempre il peggior modo che possa essere ad effettuare qualunque rivoluzione; il peggiore quanto a moralitá, perché non è possibile avanzarle senza quei segretumi, quelle falsitá, quelle insidie, e quei tradimenti che sono, insomma, l’essenza delle congiure; ed il peggiore quanto ad efficacia e buona riuscita, perché appunto quella immoralitá fa sí, che molti non vedendola vi si mettono, ma vedendola se ne ritraggono, e i pochi rimastivi perdono la fiducia, e si dividono, e chi fa una cosa, chi l’altra, nulla mai di unanime o, peggio, di grande. Ancora, in questi convegni segreti, continui, e di uomini cosí diversi, naturalmente si parla molto, piú che non s’opera, e si prende il vizio del parlar senza pro; si fanno progetti fondati non sulla pratica degli affari umani, che i settari non hanno, ma sulle teorie; non sulle possibilitá, ma sulle desiderabilitá all’infinito: ondeché appena incominciata l’esecuzione, salta fuori l’impossibilitá, e tronca tutto. Insomma le congiure, quantunque progredite a sètte, rimangono il mezzo di rivoluzioni piú contrario che possa immaginarsi a tutti i mezzi della progredita civiltá; il loro segretume, alla pubblicitá; la loro relativa pochezza, all’universalitá dell’opinione pubblica; i loro disegni teorici, a quella pratica di governo che si diffonde a poco a poco nelle stesse popolazioni; ed i loro mezzi d’eseguimento, a quella moralitá, a quella mitezza, che essa pure, essa piú d’ogni cosa si diffonde naturalmente tra la cristianitá.—Ad ogni modo,questo grand’errore dei liberali (ché cosi chiameremo, per abbreviare, anche le sètte delle quali se avessimo luogo noi distingueremmo i fatti ultraliberali ed anzi illiberali), quest’errore de’ governati liberali, figlio giá de’ primi errori de’ principi e de’ governanti, ne produsse altri nuovi. E primamente, che questi governanti assoluti imitarono questo stesso errore; fecero contro alle sètte liberali altre e varie sètte governative, assolutiste, e, che fu peggio, religiose: calderari, guelfi, ferdinandei, sanfedisti, e che so io; alle quali poco o molto, esplicitamente od implicitamente, in un modo o in un altro, in qualunque modo, parmi innegabile che s’aggiungessero alcune congregazioni che avrebbero dovuto rimanere religiose. E certo io credo, io son persuaso, che molti di tutti questi non vollero adoperare, non si sarebbero piegati mai ad adoprare mezzi chiaramente immorali, scelleratezze, peccati; ma, dal piú al meno, io son persuaso che molti delle sètte liberali non vi si sarebbero piegati nemmeno essi; e concedendo in ciò il vantaggio alle sètte pretendenti nome e scopo religioso, io veggo in esse per altra parte un grande svantaggio, un piú grave scandalo, quello d’avere abusato, piú che le sètte liberali (le quali ne abusaron pur esse), della mistura delle cose divine colle umane. Né bastò a’ nostri governi questo nuovo mezzo contro i liberali; usarono e portarono al sommo quel modo giá vecchio, che dicesi inventato o perfezionato da Leopoldo di Toscana, usato molto da tutti i governi rivoluzionari di che parliamo, in tutta Europa, ma forse piú che altrove in Italia, la polizia politica. Della quale non occorre dire che è chiaro come sia l’esagerazione dello stesso governo assoluto, come antipatica alla presente civiltá, come perciò vano, inutile, o nocivo mezzo di quello in questa. Insomma l’esiglio e il modo di restaurazione, e la preponderanza od anzi la prepotenza austriaca nel 1814, produssero il primo errore de’ governanti italiani del 1814, l’assolutismo retrogrado; questo produsse ne’ governati la parte liberale, e contemporaneamente l’error secondo delle sètte liberali, e queste poi furono madri, sorelle o figlie (ché non ne disputerò) delle controsette assolutiste, austriache, e pretesereligiose, e le polizie giunte al sommo. E cosí di sètte, controsette e polizie, e quindi di scoppi or falliti in sollevamenti di un giorno, ora riusciti a rivoluzioni di poche settimane o pochi mesi, seguite sempre di persecuzioni, purificazioni, esigli, carceri ed anche supplizi, si riempiè la storia di trenta e piú anni che seguirono il 1814; è una brutta storia segreta, sotterranea, ma pur troppo reale, e piú importante che non la pubblica e non bella nemmen essa; ed è storia quasi unica de’ primi venti, fino al 1834 o 35.Nel 1815, fu temuto e represso uno scoppio nel Lombardo-Veneto, non saprei dire se anteriore, contemporaneo o posteriore all’impresa di Murat. Il quale minacciato dal congresso di Vienna, ed allettato dall’impresa di Napoleone, e probabilmente dalle sètte, uscí di suo regno, invase l’Italia fino al Po, si fermò ai primi incontri coll’esercito austriaco di Bianchi, retrocesse, combatté a Tolentino, fu vinto, fuggí di Napoli, tornò fra breve in Calabria con pochi, vi fu preso, giudicato e fucilato in poche ore dalla gente dei Borboni cosí restaurati.—Nello stesso anno fece miglior figura il Piemonte, che dicemmo il piú mal restaurato fra gli Stati italiani, ma dove re, popolo ed esercito fanno sempre buona figura ad ogni occasione militare. Furono i soli che prendesser parte alla guerra di tutta Europa contro a Napoleone; ebbero un bell’affaruccio a Grenoble.—Dal 1815 al 1820, nulla, nemmen riforme, impedite dalla paura delle sètte mal liberali, dall’influenza delle controsette illiberali e lor alleati.—Nel 1820, scoppiata la rivoluzione militare di Spagna, scoppiò una militare nel regno di Napoli, vi proclamò, vi stabilí in fretta la costituzione spagnuola del 1812, cioè la francese del 1791: un re senza «veto» né libertá di re né di cittadino; una sola Camera, una commissione permanente ne’ recessi di questa, una cosí detta monarchia con istituzioni repubblicane; la peggiore delle monarchie e delle repubbliche; la forma di governo rappresentativo la piú contraria a tutta la scienza rappresentativa. Sicilia volle serbare la sua costituzione all’inglese; si separò, guerreggiò, fu vinta al solito. Al principio del 1821, scoppiò una rivoluzione piemonteseimitatrice dell’imitazione napoletana; durò un mese: fu vinta dall’intervenzione austriaca, in poche ore; produsse la mutazione del buon re Vittorio Emmanuele I, che da un anno o piú accennava volgersi ad uomini e riforme liberali, in Carlo Felice; e intanto un esercito austriaco, attraversando tranquillamente l’Italia dal Po al Garigliano, disperdeva lá l’esercito napoletano, riconduceva il re che avea giurata e stragiurata la costituzione, ed or la spergiurava e distrusse.—Seguirono nove anni di pace e tranquillitá; cioè, supplizi alcuni, carceramenti non pochi; purificazioni, persecuzioni, esigli, moltissimi; sètte represse addentro, moltiplicate fuori; controsette, polizie trionfanti, fino al 1830. In luglio di questo, rivoluzione in Francia, cacciata dei Borboni; rivoluzione in Belgio, separazione, indipendenza di queste province, di quelle schiatte francesi, dalle tedesche d’Olanda; rivoluzione minacciata nella vecchia e sapiente ed esperta Britannia che se ne salva con una concessione della parte e aristocratica e conservativa, colla riforma parlamentare: rivoluzioni varie in Germania, ed estensione piccola della monarchia rappresentativa; rivoluzione in Polonia per l’indipendenza, ammirabilmente propugnata coll’armi da quel popolo armigero, perduta tra, e forse per le dispute di libertá. Ed in mezzo a tanto moto dí rivoluzioni, quasi tutte buone e tutte vere, che fece, che poté l’Italia? che poteron le sètte? Io non so. So che poterono piú le polizie e controsette; so che il moto italiano si ridusse a scoppi e sollevamenti piccoli qua e lá, in Romagna, nelle Marche, a Roma, quetati in parte dal principotto di Modena e dal nuovo papa Gregorio XVI, spenti da un’invasione austriaca giá terza in quelle province, e da una prima francese. Furono male spenti, è vero; il fuoco uscì dalle ceneri in fiammelle nel 1833 in Modena e Piemonte, ma, a spegnerle di nuovo e piú durevolmente, bastarono colá poca truppa austriaca, qua la polizia del paese; seguita poi l’una e l’altra di piú numerosi supplizi che non si fosser usati fin allora. E questo fu il culmine, o piuttosto il piú bassofondo di quella guerra, quella politica, quella storia sotterranea; fu l’epoca della maggior divisione tra governanti e governati italiani. Invece della quale,invece di stabilirla da principio ed accrescerla sempre piú con orrori avvicendati, se avessero saputo i governanti accostarsi ai popoli con riforme liberali; ovvero i governati ai governi, per suggerire, insistere alle riforme ed aiutandovi con mettervisi essi, non è, non può rimaner dubbio che que’ venti anni sciagurati, invece di essere di peggioramento, sarebbero stati di un miglioramento, di un principio ed aiuto qualunque a ciò che seguí.41. Continua [1833-1843].—E la maggior prova di ciò risulta appunto da quanto seguí. Il paese d’Italia piú importante senza contrasto in Italia fu fin dal 1814 il Piemonte. L’Italia non è da rimproverare di non aver ciò veduto; è piuttosto d’averlo veduto troppo, di aver fidato nel Piemonte solo, non ciascuno pure in sé; non solamente tutti i forti sperarono in lui, ma tutti i fiacchi si riposarono in lui, e quasi tutte le mene de’ cattivi si volsero a lui. L’uomo poi, fin dalla medesima epoca, piú importante in Piemonte e in Italia, fu senza contrasto Carlo Alberto. E quindi a lui piú che a nessuno mirarono, lui cercarono, circondarono, travagliarono e tormentarono variamente buoni, forti, fiacchi, cattivi, d’ogni sorta; ed aggiugnendosi alla varietà degli uomini la varietà della fortuna, n’uscí quella varia natura, che tutti seppero, molti calunniarono, pochi conobbero, e piú pochi sanno apprezzare. Il piú degli uomini perdono ad essere studiati; questi ha bisogno d’essere studiato, per essere, cosa rara, compatito insieme ed ammirato. E perciò, perché questo non può che guadagnare a ciò che se ne parli, e come centro che fu d’Italia per trentacinque anni, val la pena che se ne parli con qualche particolare, perciò mi scosto dal mio proposito, e mi vi fermo. Nato nel 1798 d’un ramo staccato da presso a duecento anni, e cosí discosto dal trono di casa Savoia, era di pochi mesi quando cadde questo trono in Piemonte; e cacciata la famiglia regia per Sardegna, suo padre e sua madre rimasero in Piemonte, privati fra que’ repubblicani. E mortogli poco appresso il padre, e passata alcuni anni appresso la madre a seconde private e feconde nozze, egli s’allevò in quella nuova famiglia, ed in parecchi convitti di giovani in Parigi, in Ginevra,tra cattolici, protestanti, repubblicani, imperialisti; ed in quella condizione tra principe e privato, che è giá ambigua e difficile per sé, che gli si faceva piú ambigua d’anno in anno, non essendo nato e vivuto niun erede maschio a casa Savoia in Sardegna, e rimanendo egli cosí erede a quel regno, e pretendente agli Stati di terraferma. È noto come questa condizione di pretendente sia la piú ambigua, la piú infelice in che si possa educar un principe. Stava per uscirne ed entrar nell’esercito di Napoleone, quando questi cadde. E chiamato allora a un tratto alla reggia retrograda ed assoluta di Torino, e circondatovi insieme di vecchi assolutisti e di giovani liberali, pendé facilmente, naturalmente a questi, e per le memorie di sua educazione, e per la sua gioventù, e per il suo sangue stesso, avverso ad Austria, ed avido d’imprese, ed anche venture militari, di generazione in generazione. Nel 1820 e 1821, fu tra quelli che avrebbero aiutata la rivoluzione liberale, se si fosse fatta co’ mezzi legali, con riguardi agli obblighi suoi verso il suo re. Ebbe egli e ruppe bene o male impegni presi? non è qui il luogo di chiarirlo; né io scrivo un panegirico o una difesa. E sarebbero forse mal difendibili tutti gli atti durante o dopo la sua breve reggenza, e il suo mutar poi, o sembrar mutar opinioni e modi durante il regno di Carlo Felice. Questo dico e so, che le opinioni sue nel 1821 erano sinceramente liberali; per la libertá, senza gran cognizione e discernimento di essa; per la indipendenza, con quell’ardore, quel cuore, quella devozione di sé e de’ suoi, fin d’allora, che gli vedemmo ventisette o ventott’anni in poi. E quindi non rimane a me il menomo dubbio, che se si fosse lasciato svolgersi ed afforzarsi da sé quell’ardore, quello spirito, quell’animo primitivamente liberale, e che niuno oramai può non dire naturalmente generoso; se non si fosse alienato con disegni, che a ragione o a torto non gli parvero generosi; se fosse rimasto duranti i due regni intermediari circondato da quegli uomini liberali e generosi, che furono essi pure perduti in tutto quell’intervallo per la patria; non è dubbio, dico per me, che il suo accedere al trono nel 1831, subito dopo alle grandi rivoluzioni europee, sarebbe statoprincipio di un regno fermamente, uniformemente liberale nel principe, e liberalmente aiutato da’ compagni ed amici di sua gioventù. Fu invece un regno di titubanze continuate fin presso al fine.—Incominciò con alcuni atti liberali, ma piccolissimi, i quali dimostrano insieme, e che il suo animo vero, i suoi disegni erano liberali, ma ch’ei dubitava, voleva tentar quella ch’ei prendeva per opinion pubblica, ed era solamente della corte, dei servitori, degli impiegati del suo predecessore. I quali naturalmente si scandalezzarono di que’ principi, vi si opposero, lo fermarono, lo determinarono ad atti opposti e via via cresciuti, fino a quelli deplorabili che accennammo della repressione, giusta in sé, ingiusta nelle forme e negli eccessi, della congiura del 1833. Si fece poi, e si fa un gran chiasso della aristocrazia piemontese, quasi che ella fosse che producesse, nutrisse e mantenesse questo pervertimento delle buone intenzioni di Carlo Alberto. Ed io non mi faccio nemmeno difensore di quella aristocrazia; ma mi par da osservare fin di qua, che quando in qualche storia distesa si verrà ai particolari ed al novero dei nomi veri aristocratici piemontesi, se ne troveranno molti piú nelle vittime del 1821, nelle opposizioni legali dal 1821 al 1848, o nella parte che aveva nome di liberale nella corte stessa, che non nella parte stazionaria, retrograda o persecutrice di questa; e che i veri persecutori poi furono di tutt’altro che di quella vera aristocrazia. Perché dar nomi falsi alle cose pur troppo vere? perché non chiamare semplicemente e veramente parte retrograda, residuo del regno precedente, effetto delle tristi persecuzioni e purificazioni del 1821, quel cumulo di governanti, che sviarono i primi anni di quel regno, il quale doveva finir poi, forse ancora il piú utile, certo il piú glorioso che sia stato mai, a casa Savoia, e, niuna classe esclusa, a tutta la nazione, a tutto il nome piemontese?Lo dicemmo; il 1833 fu l’anno piú basso, piú oscuro di tutto questo periodo. D’allora in poi, piú o meno prontamente si risalì, si rischiarò il cielo d’Italia. Gli storici distesi accenneranno essi piú esattamente i fatti, i principi, le continuate opposizioni, le nuove titubanze, le fermate, i ritorni indietro, lavittoria ultima dell’opinione liberale, progressiva, giusta, naturale al secolo, alla civiltá cristiana, ai decreti evidenti della provvidenza. Io accennerò solamente quello che mi pare primo principio, e, se non causa, occasione, mezzo usato da Dio, in tutto ciò. Carlo Alberto fu negli ultimi anni suoi sinceramente pio, intimamente, forse scrupolosamente coscienzioso. Ed io credo che la sua coscienza primieramente liberale si sollevasse contro agli stessi atti suoi del 1833, fosse l’origine di quell’austeritá de’ suoi atti, di sue parole, di tutti i suoi modi, di tutta sua vita, che incominciò appunto negli anni che seguirono l’origine del suo fermarsi nella via antiliberale, del chiamar uomini meno estremi, massimamente in fatto di persecuzioni e polizia, del suo camminar piú fermo nelle riforme. Fecene molte d’allora in poi; il suo Stato era rimasto il piú retrogrado tra gli italiani; fecene il piú progredito, il meglio ordinato. Riformò tutta la legislazione civile, e ridussela in codici; riordinò, ampliò la magistratura; ordinò le opere pie, le finanze dello Stato, che furono le piú fiorenti d’Europa; e con cura speciale l’esercito; protesse le lettere, le arti, le scienze, le societá d’agricoltura, le accademie, le universitá, i congressi. Tutto ciò indubitabilmente; tutto ciò, a parer mio, troppo lentamente, insufficientemente, come se avesse a durar sempre il regno assoluto o s’avessero secoli a far passi alla libertá. E quindi, quando venne questa, ed insieme l’occasione dell’indipendenza, il suo Stato ed egli stesso si trovarono apparecchiati all’una ed all’altra poco piú che se non si fosse fatto nulla; e tutte le riforme fatte da lui ebbero od han bisogno d’essere riformate; tutte le opere fatte con previsione, mancanti nella mira principale, non poterono durare. Insomma, il Piemonte non fu portato a segno d’entrare cosí bene come avrebbe potuto nell’occasione, non o mal preveduta, del 1848. Ma il Piemonte, ultimo degli Stati italiani dal 1814 al 1833, fu da quell’epoca all’incirca portato da Carlo Alberto a segno d’entrar prima, piú e meglio degli altri Stati italiani, quando scoppiò, quantunque mal preveduta, quell’occasione.Negli altri Stati non si progredí parimente per due ragioni; la prima, che, qualunque sia la grandezza che la storia futuracompiutamente informata e scritta sará per concedere a Carlo Alberto, non è dubbio gli altri principi assoluti contemporanei suoi furono di gran lunga inferiori; e perché poi alcuni di questi altri Stati, meno male restaurati nel 1814, erano fin d’allora a quel punto di bontá a cui Carlo Alberto voleva portare e portò il Piemonte, a quel punto che è compatibile col principato assoluto. Napoli e Parma avevano conservati i codici e l’amministrazione di Napoleone con poche novazioni; avevano ordine sufficiente nelle finanze; e Napoli aveva di piú un esercito ed una marineria militare quasi fiorenti. La polizia v’era dura, intrigante, preoccupata di sètte e controsette; ma quando le prime non iscoppiavano, essa pure rimettendo de’ suoi rigori, ne pareva tollerabile. Della Toscana giá dicemmo che fin dalla seconda metá del secolo decimottavo essa era stata portata a vera perfezione di principato assoluto, e fu restaurata in essa fin dal 1814; e mantenutavi poi da due principi miti, ella sarebbe rimasto lo Stato piú avanzato, il meglio governato, in tutto, che fosse in Italia, se non fosse di quella negligenza ed anzi di quella repugnanza ad avere un esercito, di che son forse ad accusare meno i principi che i popoli, e forse i liberali, gli stessi, i migliori uomini di quell’imbelle od avara regione.—Quanto a Roma e Modena, mal restaurate nel 1814, elle rimasero peggio governate d’anno in anno in tutto questo tempo; cattiva polizia e persecuzioni furono comuni ai due Stati; speciali al pontificio i disordini di finanze, armi straniere, governo ecclesiastico nelle cose piú laicali, ed in che il sacerdozio perde piú di sua dignitá.—Finalmente, il regno lombardo-veneto, anch’esso (cioè il suo nòcciolo di Lombardia) non mal governato come parte d’imperio assoluto nel secolo scorso, non mal restaurato né mantenuto come tale, avrebbe potuto vincere al paragone di Toscana e Piemonte, se in teoria né in pratica fosse possibile far paragone tra qualunque governo anche pessimo nazionale, e qualunque anche ottimo straniero. Se io scrivessi per istranieri che hanno da secoli il sommo bene dell’indipendenza, e non conoscono per prova il sommo male della dipendenza, io accennerei almeno ad alcuniparticolari che dimostrano la realitá di questo sommo male, le differenze di schiatta, di lingua, di costumi, di sentimenti, d’interessi; la lontananza del centro governativo, la lentezza d’ogni decisione, i cinquanta o sessanta milioni tolti annualmente al paese, l’ozio naturalmente invadente, i vizi conseguenti, l’avvilimento universale inevitabile. Ma scrivendo ad italiani, che han provato e provano quel sommo male per sé, o nei compatrioti e vicini, ogni cenno che io ne dessi qui, sarebbe inferiore al vero che ne hanno concepito essi.—Insomma, a chi consideri ora tutta questa condizione comparata de’ diversi Stati d’Italia, è chiaro che se mai doveva venire qualche miglioramento vero, qualche impulso grande al progresso italiano, ei doveva venire dal Piemonte: gli altri Stati erano, anche in ciò che avean di meglio, stazionari; il Piemonte, anche in ciò che aveva di peggio, progrediva, aveva giá il moto ascendente; e il moto ulteriore non si poteva sperare se non dal moto. E cosí credevano, speravano allora gli italiani; tutti gli occhi eran rivolti al Piemonte, a Carlo Alberto. E le speranze comuni non furono ingannate.Niuno di coloro che scriveranno la storia distesa, o qualsiasi compendio di questo periodo, non potranno dividere, come facemmo noi fin qui, la storia politica dalla letteraria. L’una e l’altra ebbero sí sempre molte relazioni pur troppo; ma in questi ultimi anni elle n’hanno tante, che ne rimangono continuamente frammiste.—Ne’ primi anni dopo le restaurazioni, sopravivevano (tranne Alfieri, Parini e Cesarotti) gli uomini principali delle rivoluzioni repubblicane e dell’imperio, Foscolo, Botta, Monti, Denina, Lagrangia, Volta, Canova. Ma lasciando qui le scienze e l’arti, che continuarono con isplendore, ma senza grandezze comparabili a quelle; e delle lettere stesse contentandoci a dir ciò che piú si connette colla politica, noteremo che niuno dei nominati non produsse piú nulla di gran conto, tranne il solo Botta. Il quale, all’incontro, rimasto in Francia, vi compose e pubblicò le due storie d’Italia dal 1530 al 1789, e dal 1789 al 1814, le quali sono forse non solamente le due opere sue migliori, ma i due piú lunghi e piú belli corpidi storia patria che sieno stati scritti da niun italiano. Scritti, a malgrado i difetti, in istile ammirabilmente chiaro, largo, vivo, caldo e naturale, si leggono come una novella da chicchessia dotto od indotto, che è il sommo dell’arte storica. Difettano sí di scienza storica, e piú di scienza politica, a tal segno, che non solamente il vecchio liberale, anzi repubblicano, vi comparisce scrittore scettico, indifferente alle diverse forme di governo, e non persuaso se non della malvagitá degli uomini e dei tempi in generale; ma che nell’ultime pagine da lui scritte in conchiusione della storia dal 1530 al 1789, egli ci lascia quasi un progetto di governo a modo suo, che non rimane né monarchico né repubblicano, ed anche meno rappresentativo, ch’ei descrisse ma non intese né ammise. E quindi l’opere sue contribuirono a mantenere sí, e diffondere, ma non a determinare le opinioni liberali, anzi le indeterminarono e dispersero peggio che mai. Una pubblicazione mensile pubblicata per poco tempo in Milano, proibita poscia dalla polizia, ebbe, s’io non m’inganno, il medesimo vizio, il medesimo effetto. Vennero poi due scrittori, de’ quali non credo sia stato mai dacché si scrive niuno piú amabile, piú simpatico ad ogni cuor gentile, perché niuno scrisse con piú soavi tinte di gentilezza che questi due, Manzoni e Pellico, ammirabili e parchi poeti amendue, e scrittori di prosa tanto piú ammirabili, quanto piú seppero scrivere italianamente con semplicitá. Manzoni, milanese, s’illustrò con cinque canzoni, che riuscirono nuove e forse superiori a tutto, dopo il canzoniero accumulato nei sei secoli della poesia italiana; seguí con alcune tragedie storiche, o come si diceva allora, romantiche, e con alcune note ad esse ed alle storie del Sismondi; giunse al suo colmo in quel racconto de’Promessi sposi, che fu, che diede il genere del romanzo alle lettere nostre, e lo portò d’un tratto a segno, da superar forse in fatto d’arte, e certamente in utile morale, quanti furono scritti mai in qualunque lingua antica e moderna. Pellico, piemontese, era giá amato per laFrancesca, ed altre tragedie, quando, implicato nello scoppio del 1821, fu tratto allo Spielberg, vi rimase intorno a dieci anni, n’uscí poi per grazia imploratadall’Italia, dall’Europa intiera, e pubblicò nel 1833 quel rendiconto delle sue prigioni, de’ suoi patimenti, che diffuse in Italia, in Europa, nel globo intiero, i particolari della tirannia austriaca, tanto piú scandalosi, quanto piú semplicemente e pazientemente descritti. Ambi questi scrittori furono accusati di rassegnazione politica; ma il fatto sta che questa era religiosa, e non entrando in quelle distinzioni tra l’una e l’altra, che sono difficili a farsi in pratica e piú difficili in teoria, lasciavan pure a ciascuno la libertá delle applicazioni; e che anzi il sentimento profondamente religioso insieme e liberale, che presedeva tutte le opere di Manzoni e di Pellico, serví anzi molto meglio che niune delle contemporanee a determinare anche politicamente il liberalismo italiano; serví anzi, riuscí a tôrlo dalle vie empie e perciò stolte ed incivili del filosofismo del secolo decimottavo, fece cattolici molti liberali, e liberali molti cattolici, accrebbe cosí e rinforzò la parte liberale, preparò la pace tra essa e la Chiesa, tra governati e governanti. Non dirò de’ contemporanei che continuarono l’opera di questi due grandi; vengo subito a chi l’accrebbe e determinò anche piú.42. Continua. La rivoluzione delle riforme [1843-1848].—Dalla metá del 1843 corsero all’Italia quattro anni e mezzo di operositá oramai disusata, e che fu primamente non piú che letteraria, ma a poco a poco pur di pratica e di riforme politiche, rapidamente crescenti fino a quello scoppio del 1848, il quale, comunque sia per essere giudicato, fu incomparabilmente dappiú che non tutti i precedenti da trentaquattro anni, od anzi da parecchi secoli, il quale fu certamente principio o d’un nuovo periodo, o forse d’una nuova etá nella storia italiana. Parecchie delle rivoluzioni continentali moderne iniziarono dalle lettere, quella di Francia del 1789, quelle della Germania principalmente; ma nessuna forse cosí evidentemente come questa italiana. Ma se vogliamo essere compiutamente sinceri ed imparziali ne’ nostri giudizi, noi dobbiam dire che tra gli scrittori e gli operatori di politica suol essere sempre un continuo intercorso, ma di fatti crescenti a vicenda; ondeché poi chi cerca sinceramentegli uomini iniziatori delle rivoluzioni, ne suol trovare due serie diverse, una di scrittori, ed una di operatori. Nel caso presente poi, le due serie sono rappresentate principalissimamente da due uomini, Carlo Alberto, di che giá dicemmo, e Vincenzo Gioberti.—Torinese questi, sacerdote, filosofo, teologo, di grande altezza, scrittore fecondo e magniloquente oltre ogni esempio italiano, fu illustre tra’ compagni ed in sua cittá fin dai banchi universatari, fu implicato nelle persecuzioni che seguirono la congiura del 1833; esigliato, incominciò a scrivere opere miste di filosofia e politica, e tendenti ad accrescere anziché guarire la divisione tra governanti e governati, tra principi e popoli italiani. Ma tra per candore e grandezza nativa, o per sinceritá o gravitá di studi, che gli fecero scorgere insieme e la nuova moderazione di Carlo Alberto, e l’util diretto che ne veniva all’Italia, e quello maggiore che ne verrebbe quando tal moderazione di principato si contraccambiasse ed accrescesse colla moderazione de’ popoli, il fatto sta che nel 1843 egli pubblicò quel libro delPrimato civile e morale degli italiani, nel quale, esule generoso, egli si rivolse a lodare, a spiegare, a promuovere quella reciproca moderazione, e farne nuovo sistema di politica italiana. Gli si rivolsero contro naturalmente i piú degli esuli e perseguitati, incapaci di accedere a questa bella iniziativa di perdono, il volgo de’ liberali, le sètte principalmente invecchiate nel loro metodo di congiure e sollevamenti. Carlo Alberto all’incontro protesse il libro, lo lasciò correre ne’ suoi Stati, onde si diffuse in tutta Italia. Seguirono altri libri, altri scrittori che io mi proverei forse ad apprezzare con imparzialitá, entrando in particolari, ma che non mi sento in poche e proporzionate parole; alcuni libri di Durando, d’Azeglio, di Galeotti, e di nuovo di Gioberti e di me; oltre alcuni scritti minori di Capponi e di altri nell’Ausoniopubblicato dalla Belgioioso in Parigi. Osserverò solamente che i primi in tempo e piú fecondi di questi furono quattro piemontesi, due esuli e due tollerati in patria da Carlo Alberto, ondeché si volse a questo piú che mai ogni attenzione, ogni speranza. Le sètte erano soverchiate, respinte nell’oscuritá, fuor del moto e de’ modi presenti. Provarono dueimprese: a Rimini ed in Calabria; fallirono, furono seguite quella di persecuzioni ed esigli, questa di supplizi, al solito. Gioberti ed Azeglio tuonarono contro ai persecutori, compatirono ma ammonirono i perseguiti. Tutto ciò fino al principio del 1846, quando d’una contesa di dogane prese occasione Carlo Alberto d’entrare in pratica di que’ principi d’indipendenza, che lasciava oramai predicare apertamente. Austria domandava cessasse certo passaggio di sali per Piemonte a Svizzera. Non ottenuto l’intento, raddoppiò, a rappresaglia, il dazio de’ vini piemontesi in Lombardia. Carlo Alberto lasciò dapprima discutere liberamente nellaGazzetta ufficiale; poi fecevi uscire una dichiarazione governativa anche piú libera. Erano grandi novitá. Se ne commosse a festa il popolo di Torino, e fu la prima di troppe simili dimostrazioni fatte poi.—Ma come succede quando cresce un’opinione buona ed universale in una nazione, sorse fra pochi mesi una nuova e molto maggiore occasione, la morte di Gregorio XVI, l’elezione del successore. Grande l’aspettazione, divise le parti, e brevissimo tuttavia il conclave, fu eletto addí 6 giugno il cardinale Mastai, Pio IX. Dubitavasi di che parte fosse; egli lo chiarí in breve: addí 16 luglio pubblicò la piú bella, la piú larga, ed anzi la sola che meritasse il nome di «amnistia» fra le tante fatte in questo secolo, fecondo d’ogni cosa buona, cattiva e dubbia.Da quel giorno la rivoluzione italiana, che era stata fino allora piú nelle lettere che nelle opere, uscí dalla teoria, entrò in pratica, entrò in quel secondo periodo che fu detto bene «delle riforme», e che fu pure di un’unione, un’unanimitá, un intendersi quasi tra Stato e Stato d’Italia, tra divisioni e suddivisioni della parte liberale, non escluse (almeno in apparenza) le stesse sètte, e di tutti quanti poi col compatito popolo di Lombardia e Venezia, solo in disaccordo col principe suo straniero; un periodo poi di speranze esaltate, di lodi e adulazioni reciproche, di feste avvicendate colle riforme, e cosí continue. E tutte le rivoluzioni incominciano cosí, per vero dire; e son famose, tra l’altre, le epoche di letizia e speranze del 1640 in Inghilterra, e del 1789 in Francia. Ma niuna arrivò al paro di questaitaliana, che durò diciotto mesi di matta letizia. Del resto, fu naturale; i miseri italiani non erano avvezzi piú oramai che a due serie d’idee e di fatti: congiure, repressioni, supplizi, esigli, e di nuovo congiure di tempo in tempo, teatri, canti, amoreggiamenti, feste ne’ tempi ordinari. E cessando i supplizi e lor paure, si precipitarono nelle feste. Accrebberle molti liberali per arte; volevano impegnar i principi, di che pur dubitavano; ed i settari ed altri repubblicani, che prevedevano non aver a rimaner contentati dalle riforme spontanee, apparecchiavano coi moti festosi quelli ostili della piazza. E questo, per certo, fu gran danno venuto da tale stoltezza delle feste, ma non il maggiore. Il quale fu, che questi miseri popoli italiani, disavvezzi, dico, da ogni civile opera politica o militare, se ne disavvezzarono sempre piú tra l’opera puerile delle feste, vi si contentarono, vi si sfogarono; non concentrarono, non risparmiarono, non serbarono all’occasione vera, seria, grave, fatale, tutti que’ pensieri, quelle passioni che non si concitano se non dopo frenate, che son necessarie a concitarsi fino all’ultima loro potenza, per produrre effetti buoni e durevoli. E gli italiani, sciupati, stemprati dalle feste, non ne seppero piú produr di tali; niuno grande, dico, pochi durevoli, molti piccoli: diversi dispersi, inutili o nocivi. Ad ogni modo, fu un vero baccanale di dimostrazioni festive nelle piazze, di festive passeggiate per le vie, banchetti in sale, banchetti all’aria, canto di giorno e di notte, dappertutto, cantate per li teatri, coccarde, nastri, bandiere, catene di pezzuole e veli femminili che si chiamavano d’«unione nazionale», o che so io; poesie, prose, vaneggiamenti, pazzie.—E ad ogni modo questo fu il séguito, la serie de’ fatti, la quale domando licenza di por qui cronologicamente, non soltanto per abbreviare a’ leggitori ed a me un’angosciosa fatica, ma perché parmi che riesca cosí piú chiaro, e quasi parlante da sé, il cenno di questi diciotto mesi, operosi se si riguardi indietro, sprecati in gran parte se si guardi innanzi, o, per parlar piú esattamente, produttori di libertá e di licenza; improduttivi di quell’indipendenza, che è anche piú da desiderarsi, dell’indipendenza che avrebbe dovuto esser la prima e la sola mira degliitaliani. All’8 agosto, fu fatto segretario di Stato il cardinal Gizzi, popolare allora. S’incominciò con riforme piccole; accademie, scuole e simili, e commissioni per preparar le piú grandi. All’8 settembre, nuova e gran festa popolare a Pio IX, seguita da altre piccole, ogni volta che usciva egli a visitare una chiesa, un ospedale o una villa. Intorno a’ medesimi giorni, congresso dei scienziati a Genova: era il sesto di que’ convegni annui, vera celia quanto a scienza, veri preparativi quanto a politica, e che perciò erano stati ottenuti a stento sotto ai governi assoluti. Questo fu libero oltre al solito, e naturalmente fu occasione di feste. La piú strana delle quali fu poi, senza paragone, quella pur fatta in Genova addí 5 dicembre, per il centenario del medesimo giorno dell’anno 1746, quando i genovesi cacciarono di lor cittá austriaci e piemontesi, allora male uniti. Se servisse tal festa ad unire o disunire que’ due popoli italiani, forse poteva giudicarsi fin d’allora, certo fu poi giudicato dai fatti. Ai 14 gennaio del 1847, il papa fu complimentato di tutti questi iniziamenti del suo pontificato, conformi alla civiltá universale cristiana e fino extracristiana, da un ambasciatore straordinario del sultano; il quale era stato qui preceduto da un figlio del re di Francia, e fu seguito in breve dal principe Massimiliano di Baviera, e Maria Cristina regina di Spagna, ed un ambasciatore del Chili, e congratulazioni degli Stati Uniti d’America. E dall’Irlanda si partí per Roma O’Connell; ma morí per via, e fu occasione di altre feste e discorsi funebri. E continuando intanto altre riforme piccole in Roma, seguí a’ 12 marzo la prima grande, e tanto grande che in meno di un anno riuscí compiuta la rivoluzione rappresentativa in Italia, dico la riforma della stampa. Non che le fosse conceduta la piena libertá; ma tra ciò che ne le fu conceduto e ciò ch’essa se ne prese a poco a poco in aggiunta, il fatto sta che bastò a quel gran risultato. Ma allora parve troppo poco, ed incominciarono le feste a diventar tumulti. Sorsero e moltiplicaronsi giornali in Roma e negli Stati, come poi, quando vi furono concedute le medesime libertá, in Toscana e negli Stati sardi. E come succede sempre negli Stati liberi, dovela popolaritá è come il favore nelle corti assolute, ma come succede tanto piú negli Stati che sono in rivoluzione di liberarsi, perché la popolaritá vi è allora come il favore nelle corti tiranniche; chiunque corteggiava popolaritá, si pose fatalmente a spingere innanzi la rivoluzione, e pochi vollero od osarono tenerla ne’ limiti della prudenza e della moderazione, pochissimi professaron apertamente queste due ingrate virtú; e di questi, pochissimi perseverarono poi nell’impopolarissima professione.—Ai 14 aprile, seguí una riforma che parve allora e fu festeggiata come maggiore, e fu nulla; un sistema di governo che parve forse ad alcuni poter tener luogo per sempre del rappresentativo, che sarebbe certo stato bene ne tenesse luogo finché fosse finita la conquista dell’indipendenza, ma che, ad ogni modo, nol tenne nemmeno fino al principio di essa, nemmeno un anno. Questo sistema era il consultativo; cioè una Consulta (cosí si chiamò allora in Roma), o di un Consiglio di Stato, od anche di parecchi corpi di diversi nomi, i quali in qualsiasi forma consigliassero il principe nella elaborazione e pubblicazione delle leggi, senza avervi tuttavia niun voto impeditivo o realmente deliberativo. E questo sistema non era nuovo, anzi vecchio ed invecchiato sul continente, dov’era stato provato fin dal secolo decimosesto quasi dappertutto. In Italia era stato riprovato in Napoli e Torino, ma in ombra; ondeché non avea mutato il governo assoluto. Ma provato ora piú realmente in Roma (e poi in Firenze e Torino), e coll’opinione ferma in desiderare governi deliberativi e rappresentativi, ed insieme coll’altra novitá della stampa di fatto libera, egli produsse prontissimamente ciò che doveva produrre in tali condizioni, ciò ch’ei produrrá sempre piú o men prontamente, ma inevitabilmente oramai, il desiderato governo rappresentativo. Perciocché insomma, questi governi consultativi, è una forma ibrida che poté durare due secoli nella civiltá de’ secoli decimosettimo e decimottavo, e senza la libertá né la diffusione della stampa; ma che con queste, e nel nostro secolo decimonono, non avrá forse mai piú tant’anni di vita, quant’ebbe secoli; che non uscirá mai piú di questo dilemma di fatti: o rivoluzioneretrograda al governo assoluto, o rivoluzione progrediente al rappresentativo; e cosí sempre rivoluzioni. Ai 14 giugno, riforma minore ma piú durevole, come quella che è logica, e s’adatta ad ogni forma di governo; un primo ordinamento razionale del ministero per ordine di materie. Ai 16 giugno, anniversario dell’elezione dell’adorato Pio IX; e, naturalmente, festa maggiore. Ai 17, anniversario dell’incoronazione, e seconda festa. Parve troppo finalmente; e con bando del 22, Gizzi sgridò il popolo dolcissimamente; e il popolo se n’offese e gridò a Gizzi, quasi uno de’ retrogradi gregoriani, oscurantisti, sanfedisti, gesuiti, austro-gesuiti; nomi che incominciarono a prodigarsi da chiunque voleva andare innanzi a chiunque andava un passo meno che lui.—E sí che Gizzi e il papa andavano pure non poco, forse troppo. Al 5 luglio, istituzione della guardia civica, istituzione anche questa ottima, anzi indispensabile negli Stati rappresentativi, stolta in quelli che volevano rimanere consultativi.—Al 7, rinunzia di Gizzi; al 10, nomina di Ferretti. Addí 16, anniversario dell’amnistia, doveva esser gran festa; fu invece gran tumulto addí 14 e 15, ché sparsasi, naturalmente come succede in tali concitazioni, o ad arte come succede de’ concitatori, o l’uno e l’altro insieme, la voce d’una gran congiura retrograda, sanfedista e via via, si affiggono a’ muri i nomi de’ supposti congiurati, poi si cercano, si entra in lor case, s’arrestano, si serrano in Castel Sant’Angelo, si dá lor caccia per le campagne, e fino oltre i confini, e se n’istituisce, annuente il governo, un gran processo che non riuscí a nulla mai. Intanto, tumulti qua e lá nelle province.—E intanto (che diede ombra di veritá ai sospetti popolari), addí 17, escono gli austriaci dalla cittadella di Ferrara che occupavano dal 1814, s’acquartierano in cittá. Proteste quindi del cardinal Ciacchi governatore addí 6 agosto, e Ferretti a dí 12. Ma addí 13 gli austriaci occupano i posti militari della cittá; riprotestano Ciacchi e Ferretti, risponde il gabinetto di Vienna. Ne seguirono poi negoziati ufficiosi ed ufficiali a Roma, a Vienna ed a Milano, e finirono in dicembre colla restituzione della cittá alle truppe pontificie, con poche e piccole concessioni alle pretese dell’Austria, congrande scapito di sua dignitá e tranquillitá in Italia; essendosene accesi intanto contro lei, e non domati, gli animi di tutti gl’italiani, popoli e principi, Pio IX con gli altri, e Carlo Alberto piú di nessuno. Fu minaccia senza effetto, o, ciò che equivale, fatto piccolo con grande scandalo; grand’errore.—E ne fu agevolato un affare che sarebbe stato grave, se avesse potuto durare, l’effettuazione di quella lega doganale tra gli Stati indipendenti d’Italia, la quale era stata giá piú desiderata che sperata dagli scrittori precedenti le riforme. Mandato monsignor Corboli Bussi da Roma a Firenze, Torino e Modena, se ne stipularono le basi tra le tre prime corti, addí 3 novembre in Torino; e non accedendo Modena austriaca, dichiarò pure non far ostacolo per il suo territorio di Massa, frapposto fra Piemonte e Toscana. Intanto, al 2 ottobre, ordinamento del municipio romano in forma piú liberale, e feste piú che mai in quel giorno, ed alla dimane e cinque dí appresso; e poi al ritorno del papa da sua villa di Castel Gandolfo, e per il viaggio a Porto d’Anzo e per il ritorno, e per una sua visita alla chiesa di San Carlo, e per un nuovo motuproprio sulla Consulta, e per l’installazione di lei addí 15 novembre, e per quella del municipio addí 24, e per la vittoria degli svizzeri contro ilSonderbund, addí 30. Né quest’ultima fu tutta festa: insultaronsi i gesuiti, e fu il primo di que’ tumulti che fecersi poi in tutta Italia contro a quella Compagnia, e furono seguiti dalla cacciata di lei pochi mesi appresso, quando appunto sarebbesi dovuto attendere a cacciare gli austriaci, e non a dividere italiani da italiani, preti o non preti, gesuiti o non gesuiti, scandalezzando, incominciando ad alienare Pio IX.—E finí l’anno in Roma [30 dicembre] con un nuovo e miglior ordinamento dell’ordine delle materie nel ministero. Ed io non so ciò che ne parrá ad altri; so bene che l’avere qui concentrate quelle numerose riforme, que’ grandi passi fatti in diciotto mesi, dal governo assoluto qual era stato lasciato da Gregorio XVI, a questo governo cosí largo di Pio IX, mi fa, non che ingiuste, parere ingiustissime le lagnanze allora di tanti, e duranti in alcuni ancor oggi, che egli andasse troppo lento in esse. E tanto piú, che molto piú lenti andavano gli altri principi italiani.In Toscana, la rivoluzione delle riforme non si può dire incominciata se non un dieci in undici mesi dopo che a Roma, quando, addí 8 maggio, uscí una legge che rallentò le censure della stampa. Seguirono feste in Firenze e tutto lo Stato, insulti al console austriaco in Livorno; e poi giornali numerosi, liberi oltre la legge, liberissimi, ed alcuni licenziosi. Poi, commissioni a preparare altre riforme; e il governo consultativo che giá esisteva lá in ombra, riordinato, praticato; poi, ai 4 settembre, istituzione della guardia civica; e nuove feste, in cui apparí per la prima volta, fra altre innumerevoli, la bandiera tricolore. Intanto, feste e tumulti in Lucca; paura dei due duchi padre e figlio; e addí 1º settembre, concessione di tutto ciò che era stato conceduto in Toscana; poi fuga dei duchi, e cessione al granduca dell’usufrutto che tenevano finché morisse Maria Luisa, e lasciasse loro Parma. E cosí Lucca fu riunita a Toscana.In Piemonte poi s’incominciò anche piú tardi; e fu fatale che quel paese e quel re, i quali avean date le prime mosse alle riforme, e dovevano poi prendere la prima e massima, e quasi sola parte all’impresa d’indipendenza, entrassero cosí ultimi in tutto ciò che ne era apparecchio. Ma il fatto sta che Carlo Alberto, vivissimo all’indipendenza, era lentissimo alla libertá, né, io credo forse e potrei dire so, per odio o vil paura ad essa, ma per nobilissima paura che questa nocesse a quell’acquisto d’indipendenza che era insomma il primo, il grande, il supremo de’ suoi pensieri. E certo, che questo spiega e le antiche e le intermediarie e le ultime azioni di lui, e le sue virtú e i suoi errori, le sue lentezze, le sue titubanze, le sue ostinazioni. Ad ogni modo, dal principio del 1846 al settembre del 1847, non s’era fatto un passo, non una riforma in Piemonte. Né una festa o un tumulto, che fu gran vantaggio a tener nuovi gli animi all’opere reali. Né a settembre stesso ed ottobre fu altro che una lettera confidenziale, ma confidenzialmente fatta pubblica, dove Carlo Alberto diceva che «se la provvidenza mandava la guerra d’indipendenza, co’ suoi figli a cavallo se ne farebbe capo». Il mondo sa come essi adempissero la parola. Ma allora non fece grand’effetto. L’opinione era alle riforme,di che il re non faceva né diceva nulla. Sorsero, si rinnovarono frequenti tumulti, i piú pacifici e rispettosi siensi veduti mai. Finalmente, addí 29 ottobre, fu pubblicata una notificazione in che si promettevano tutte insieme le riforme che dovevano portare e portarono il Piemonte al paro dei due altri Stati riformati, Roma e Toscana; governo consultativo, cioè Consiglio di Stato, riordinato, corroborato di membri provinciali, nuove attribuzioni ad esso ed a’ Consigli provinciali e comunali; larghezza alla stampa che in breve ne diventò qui pure liberissima, cercatrice di popolaritá licenziosa; e guardia civica (?). E allora pur qui i tumulti piccoli diventarono feste grandi, ma cosí ordinate, che fu una meraviglia ed un’eccezione. E tutte queste promesse vennero effettuandosi poi con sinceritá e prontezza. Il re s’era deciso oramai; non die’ indietro, non titubò mai piú d’allora in poi. Ma fu certo gran danno che si fosse incominciato cosí tardi, che le riforme non avessero tempo ad effettuarsi, a preparare il paese, quando si venne ai due scoppi della libertá rappresentativa e dell’indipendenza. E fu danno maggiore, che entrando appunto nelle vie della libertá, egli si rallentasse nel pensiero dell’indipendenza a tal segno, che, anche dopo le minacce testé pronunciate, non facesse un apparecchio di guerra, non una riunione, non un collocamento militare di truppe, nulla, salvo la chiamata d’uno dei quattordici contingenti che erano a lor case. Miseria umana! negli uomini come nelle nazioni, una preoccupazione caccia l’altra. Napoleone stesso diceva non potersi fare che una cosa alla volta.Nei due ducati di Parma e Modena, niuna riforma, pochi tumulti, sufficienti passioni. E cosí in Napoli e Sicilia: salvoché i tumulti scoppiarono in Reggio di Calabria e Messina [settembre]; ma furono repressi. Ferdinando Borbone si vantava di non aver bisogno di dar riforme; esser date da gran tempo lá: ed era vero, in ombra. Non gli venne in pensiero che si domandava e rimaneva a darsi la realitá. E cosi vantava il governo austriaco in Lombardia e Venezia; ed era vero poi, non solamente in ombra, ma in parecchie realitá. Se non che, costá il gran desiderato era di ben altro che riforme, e l’Austria nolpoteva effettuare. Festeggiossi, tumultuossi in Milano per l’instaurazione d’un nuovo arcivescovo [settembre], e festeggiossi e parlossi in Venezia in occasione del congresso scientifico. Ma il governo, la polizia d’Austria reprimevano ben altrimenti che quelle de’ principi italiani. La repressione piú efficace fece poi, al solito, tanto piú efficace lo scoppio.Questa era la condizione d’Italia, questo il progresso della rivoluzione riformativa al principio del fatale anno 1848. E in men di tre mesi era compiuta la rivoluzione, era incominciata l’impresa d’indipendenza. Al 1º gennaio gran festa in Roma, non per altra occasione che del capo d’anno. Se ne spaventa la corte, apparecchia armi. Il popolo se n’offende, e la corte cede, scioglie gli armati; e il papa esce il dí appresso per le vie, e il popolo trionfante, Ciceruacchio capo solito di esso, acclama, inghirlanda, imbandiera la vittima sua.—Addí 2 e 3 moti in Milano... e feste funebri in tutta Italia. Addí 12 poi, moti anche piú gravi in Sicilia, e poi Napoli. Dove essendosi tumultuato e represso, e l’uno e l’altro invano, da parecchie settimane, finalmente i siciliani appuntarono pubblicamente quel giorno per sollevarsi davvero, se non fosse fatto nulla dal governo. E non essendosi fatto, si sollevarono cosí in Palermo. Resistettero le truppe regie, e vinte due volte si ritrassero, e fu fatto lá un governo provvisorio, a che aderí Sicilia tutta. E addí 16, domato il re finalmente, fece a un tratto e inutilmente tutto ciò che non aveva voluto fare a tempo ed agio; concedette libertá di stampa, governo consultativo, amministrazione separata per la Sicilia. Non serví piú; il popolo tumultuava peggio che mai addí 17. Cede il re, muta il ministero, chiama a capo di esso Serracapriola, promette costituzione. Addí 29 ne pubblica le basi, addí 10 febbraio ne pubblica il testo. Fu egli ridotto a tal passo ulteriore che finí la lenta (finché non fosse fatta l’impresa d’indipendenza) pendente rivoluzione riformativa, ed iniziò la rappresentativa, da quella necessitá appunto e sempre dall’imprudenza di coloro che non seppero essere prudentemente operosi? ovvero da qualche gelosia, dalla vanitá personale di far piú a un tratto, che non gli altri principi italiani fin allora;di essere conseguente a se stesso, che s’era vantato di non aver a far riforme giá fatte nel suo regno? Sono questioni intenzionali che non si potrebbero sciogliere, se non in una storia fatta da Dio. Ad ogni modo, in quell’anno, in quei giorni, in quelle condizioni d’Italia, che qualunque favilla anche minore scoppiata in un luogo serpeva quasi lampo in ogni altro; non era possibile oramai che questa gran parola, questo immenso e desiderato fatto d’una costituzione rappresentativa, compiuto e proclamato in uno degli Stati italiani, rimanesse esclusivo in quello, non facesse sorgere fatti simili in tutti gli altri. I particolari delle feste e tumulti che giá non si potevan distinguere, delle domande legali od illegali, opportune od inopportune, coraggiose o cedenti, e delle cedenti resistenze, sarebbero troppo lunghi per questo cenno, e cadrebbero in que’ giudizi che non voglio qui promuovere. Ondeché mi accontenterò di dire, che la costituzione rappresentativa fu pubblicata in massima addí 8 febbraio, sancita in statuto addí 4 marzo; la costituzione toscana promessa addí 7 febbraio, e data in statuto addí 17 marzo, e la costituzione romana promessa addí 14 febbraio, e data in statuto addí 14 marzo. Cosí, quattro Stati, cioè tutti gli Stati grandi indipendenti d’Italia, cioè diciassette dei ventitré milioni, due terzi degli italiani, entrarono nella gran rivoluzione rappresentativa europea, ebbero rappresentativi statuti. E se n’applaudirono a vicenda principi e popoli, quando in quegli ultimi giorni di febbraio scoppiò la rivoluzione repubblicana di Francia. E se n’applaudivano principalmente i liberali piú moderati ed amici della monarchia. La concessione degli statuti, dicevano, n’avea salvi dalla repubblica. Pochi sapevano ricordare che giá due volte, alla fine del secolo decimoquinto e decimottavo, Francia ci aveva interrotto l’assestamento, il progresso riformativo d’Italia; sapevano temere che la nuova libertá italiana e la nuova repubblica in Francia, fossero due ostacoli invincibili alla guerra d’indipendenza che tutti vedevano imminente.43. Continua l’appendice. Principio d’un’etá ottava della storia d’Italia? La guerra d’indipendenza [1848-1849].—Se non m’inganni quell’illusione troppo frequente che fa a ciascuno parer grandissimique’ fatti, quelle sventure in che visse, operò o soffrí, io credo che l’anno 1848 sia per rimanere uno de’ piú notevoli nella storia non solamente della gran rivoluzione rappresentativa, ma forse anche di quella che non può non seguire delle nazionalitá europee. Quattro grandi desidèri politici, o, se cosí si vogliano chiamare, idee, scoppiarono insieme qua e lá in Europa, la sconvolsero in quell’anno. 1º Il desiderio della democrazia assoluta, esclusiva, sotto i due nomi poco diversi di «comunismo» e «socialismo». 2º Il desiderio della libertá rappresentativa. 3º Il desiderio delle indipendenze nazionali. 4º Il desiderio delle cosí dette unitá delle nazioni, o riduzioni di esse a un governo solo o centrale. La rivoluzione francese di quell’anno fu prodotta non piú che dal primo e piú stolto di questi desidèri; la germanica, dal quarto e piú vano di essi; l’italiana sola fu l’effetto di quei due che non si debbono dir solamente piú legittimi e piú santi di que’ desidèri o sentimenti, ma principi imperituri dell’esistenza d’ogni nazione civile, i due sentimenti, desidèri, o passioni o principi, della libertá e dell’indipendenza. Sventuratamente l’Italia ebbe a propugnare i due insieme, e sventuratissimamente (dando retta di nuovo a consiglieri scartati negli ultimi anni) ella v’aggiunse il vano desiderio dell’unitá, o sogno settario. Chi vuol arrivare, non può avere che uno scopo solo; due, o peggio tre vie, sono impossibili a seguire. La mente umana non è infinita, anzi è misera; piú misera la mente di un popolo, dov’è la difficoltá di riunir tante menti in una. Napoleone stesso, una delle meno misere fra le menti umane, e mente unica assoluta d’una gran nazione, si vantava di non far mai che una cosa alla volta. Finché l’Italia fará imprese di due o tre scopi alla volta, ella le perderá sempre, quand’anche avesse occasioni piú belle che non quella del ’48, che è difficile, e quand’anche avesse a capo un Napoleone, che non è possibile, senza quell’unitá, la quale non si può (quando si dovesse) cercare senza l’indipendenza; la quale appunto si tratta d’aver prima ed anzi sola.Tuttavia, a malgrado la sua importanza, l’anno 1848 non rimarrá per le altre nazioni èra di niuna nuova etá.La democrazia assoluta tentata in Francia, e l’unitá governativa tentata in Germania, sono giá state vinte una volta; e perché quella è assurditá contraria a tutte le presenti e crescenti civiltá, questa vanitá o almeno utilitá non proporzionata a sue difficoltá, elle saranno probabilissimamente vinte altre volte.—Ma, all’incontro, perché due dei tre motori della rivoluzione italiana del ’48, sono, non che conformi, ma necessari a questa medesima universale e cristiana civiltá, perciò non credo debba rimaner dubbio a nessuno, e non rimane almeno a me: questi due scopi continueranno a concitare le menti italiane, a far nuove rivoluzioni, finché non sieno pienamente ottenuti. Dopo il fatale ma grande nostro ’48, non sono piú possibili né i vili ozi del Seicento, né le stentate riforme del Settecento, né le guerre sotterranee, gli scoppi inutili, le sètte inefficaci della prima metá dell’Ottocento; né per conseguenza quella preponderanza straniera che oltre tre secoli durò giá tranquilla con tali servi, poco inquietata da tali nemici. Dopo lo scoppio pur infelice, ma tutto diverso dei precedenti del ’48, rimangono e rimarranno, Dio solo sa quanto, gli stranieri in Italia materialmente, né piú né meno che prima. Ma non sono piú essi che possano dare lo spirito ai fatti, né i nomi alla storia d’Italia; sono, saranno le memorie del ’48; è, sará quella libertá rimasta in risultato e ricompensa degna ai propugnatori veri dell’impresa del ’48. Durerá dieci, cento, mille anni la nuova etá? Si chiamerá essa della libertá e dell’indipendenza conquistate? ovvero della conquista della libertá e dell’indipendenza? ovvero anche (che non credo, e Dio pietoso nol voglia) dell’inutile tentativo alla libertá e all’indipendenza? Io nol so; ma questo so dagli esempi di trentasei secoli noti alla storia, dalle condizioni di questo nostro in tutto il mondo; che le rivoluzioni (non le congiure) di libertá, una volta iniziate, possono retrocedere sí, ma non cessare; che la libertá interna è incompatibile colla servilitá al di fuori; che potrá quindi essere in Italia un’etá forse lunga, forse terribile, forse infelicissima, di lotta tra servi e padroni, ma non piú un’etá di servilitá da una parte, e quindi di preponderanza dall’altra. Sarebbe, cosíDio non voglia, piú possibile un’etá di servitú, che di servilitá o preponderanza. Questa è finita oramai; incomincia dal 1848 un’etá nuova, che io numero ottava della storia d’Italia, che i posteri battezzeranno essi, secondo che saranno piú o meno buoni della generazione nostra iniziatrice.Qui giunto, cresce la difficoltá di quest’appendice. Potrei scusarmi di finirla qui. Ma poiché (bene o male) io superai giá quella di parlare dei fatti a cui preser parte gli amici ed avversari miei, io mi proverò a superar pur quella che qui s’aggiunge di parlar de’ fatti in cui ebbi parte anch’io. E supererolla al medesimo modo, solo possibile in questa brevitá, di giudicare sí i fatti, ma non la parte che v’ebbe ciascuno. E faccio e domando quindi per me la medesima riserva, che mi par giustizia. Quand’io loderò o condannerò un fatto in che ebbi parte io, come altri, non vuol dire che io lodi o condanni me. A un fatto moralmente cattivo è cattiva qualunque partecipazione per certo; ma un errore politico, pur rimanendo errore al complesso di quella nazione e di quelle persone che il fecero, può essere, non che scusabile, ma bello e generoso in chi il fece per iscansare errori maggiori. Gli errori del ’48 sono certi, poiché fallimmo l’impresa; ma quali sono? Chi vede gli uni, chi vede gli altri, io ne vedo forse piú che nessuno; e noterolli, anzi non vo incontro all’ingratissima fatica se non per notarli, perché credo possa essere piú utile ciò che tutto il resto del mio volume. Ma il giudicare qual parte abbia avuto ognuno in quegli errori, sarebbe materialmente impossibile qui; e non sarebbe poi anche in opera piú lunga possibile a me. Delle cose a cui si partecipò io credo che sia piú bello, piú franco farsi non giudice, ma piú modestamente avvocato; scrivere non storia, ma memorie. E queste detterò poi, quando io abbia tempo e voglia; ché non credo aver né l’un né l’altra.Dicemmo, gli statuti, la libertá essere stata data a Napoli addí 11 febbraio, a Torino addí 4 marzo, a Firenze addí 17, a Roma addí 14 marzo.—Addí 18 incominciò il sollevamento de’ milanesi; al 19 Carlo Alberto die’ ordine di adunare l’esercito al Ticino. Nella notte del 22 al 23, dopo cinque giornatedi sollevamento, inopportunamente fatto, meravigliosamente proseguito e finito, Milano fu libera dai tedeschi. E nel medesimo dí, cinque ore prima che ne giugnesse nuova a Torino, la guerra d’indipendenza era dichiarata dal piccolo re di Piemonte, cioè di quattro milioni e mezzo d’anime, senza un’alleanza, né politica, all’imperator d’Austria, cioè di trentasei milioni, appoggiato dall’alleanza d’Europa dal 1815. Non importa; si gridò in tutta Italia alla tardanza, alla titubanza piemontese.—Addí 25, un primo corpo piemontese entrò in Milano, addí 26 il re partí di Torino, addí 3 aprile entrò in Pavia, e proseguí poi a Crema, con soli venticinquemila uomini contra l’esercito austriaco di settantamila. Questi, fuggenti dalle cittá sollevate, si raccoglievano al campo di Montechiaro. Il re lo minacciò, lo sloggiò piegando a destra, e scendendo il Po. L’operazione era bella, la guerra era portata d’un tratto sul Mincio. Addí 8 aprile, si combatté a Goito, si prese e si passò quel fiume; addí 9 si combatté e si passò a Monzambano, addí 10 ed 11 a Valeggio. Allora la guerra era necessariamente in que’ campi tra Mincio ed Adige, dove, quando non era se non la fortezza di Mantova, Buonaparte giovane e vittorioso dimorò e vinse per otto mesi, dove ora era il terribile quadrilatero di Peschiera, Mantova, Verona e Legnago, apparecchiate, rinforzate e studiate ne’ trentaquattro anni di pace dai sospettosi stranieri, dove ora il re conduceva un esercito nuovo di venticinquemila uomini, contro sessanta o settantamila austriaci. Il grido d’Italia, cioè de’ settari, dei tribuni di piazza, degli oratori di circoli, degli scrittori di giornali, del governo provvisorio di Milano, forse senza eccezioni, e quello stesso dei ministri e consiglieri del re con pochissime eccezioni, era che si passasse attraverso i due fiumi, le quattro fortezze, i sessantamila nemici, per dar la mano a Venezia, Vicenza e l’altre cittá, e si portasse la guerra agli sbocchi, anzi alle cime dell’Alpi da Como a Trieste. Né fa meraviglia che la povera Italia, inesperta di guerra anche piú che di politica, gridasse siffatte stoltezze; sí il può fare che rimangano queste in alcuni libri di uomini anche militari. Quand’anche fosse stata vera, generale ed armata insurrezione inLombardia e Venezia, sarebbe stata inutilitá, fanciullaggine, correre a dar la mano a’ veneti, perdendo piede in Lombardia, che è la solita perdizione di tutte le guerre d’insurrezione. Ma questo poi non era né poteva essere in Lombardia né in Venezia, non v’essendo armi colá, né potendone dare il Piemonte, che non n’avea, pur troppo, il corredo suo intiero per il proprio esercito; ondeché, chi accusa lombardi e veneti di non essersi levati ad insurrezione armata, è poco meno ingiusto che chi accusa il re di non esser corso a congiungersi (quand’anche fosse stato materialmente possibile) con quell’insurrezione che non esisteva. Il fatto sta che gli eventi tutti di questa guerra dimostrano ora facilissimamente ad insegnamento (che Dio voglia non disperdere) delle generazioni future, che la somma, che il tutto di questa prima, ardita, forse temeraria, generosa guerra d’indipendenza, era, doveva essere, non poteva non essere se non nell’esercito piemontese; che questo doveva dunque serbarsi, salvarsi, mantenersi, accrescersi, aiutarsi, incoraggiarsi, lodarsi, amarsi, e quasi adorarsi unicamente da tutta Italia; e tenersi perciò dal suo capo coraggiosamente, inalterabilmente sulla difensiva, ogni volta che non venisse un’occasione quasi sicura di offensiva; e prendersi questa allora solamente, e finché durasse l’occasione, tornando poi alla difensiva, dando tempo alle popolazioni di procacciarsi armi ed esercitarvisi, ed ai principi italiani di mandar aiuti, ed ai popoli di accorrervi; dando tempo, insomma, a quel tempo che è il piú grande alleato di tutte le guerre d’insurrezione, che era allora il solo nostro. Ma le stolte grida fecero fare una guerra tutta opposta, una guerra in furia, una guerra che volevasi corta e grossa; e questo fu l’errore che perdette tutto, che il perderá, se occorre, altre volte; perché da questo nacquero tutti gli altri, piccoli e grandi, numerosi, di rado interrotti, sempre risorgenti, e finalmente fatali. Né io conto per tale l’aver tentata con poca e piccola artiglieria Peschiera fin dal 13 aprile, Mantova fin dal 19; questo era necessario per tastare il nemico, per vedere se era veramente o no scoraggiato, se appunto si poteva fare o no una guerra tumultuaria, senza o contra regole. Ma la vanitádei due tentativi provò appunto il contrario; e fu errore non vederlo subito, e non chiamare fin d’allora il parco d’assedio, per una guerra che doveva essere evidentemente d’assedi, numerosi, ripetuti, continuati o lasciati, centrali a tutte le operazioni eventuali, alla Buonaparte. Ad ogni modo, fecesi bene, molto bene, ne’ dí seguenti. Arrivava, ordinossi l’esercito di sessantamila uomini piemontesi e de’ ducati; fecesene un corpo di due divisioni sotto Sonnaz a sinistra, uno di due altre sotto Bava a destra, una riserva di una divisione sotto il duca di Savoia. Questo era l’esercito d’operazione; ma alcune migliaia varianti in numero di volontari lombardi guardavan l’Alpi a sinistra, sulla sponda occidentale sul lago di Garda; cinque in seimila toscani arrivavano, furono posti poi a guardia contro a Mantova; diciassettemila pontifici varcavano il basso Po, e invece di unirsi co’ veneziani, e chiamare a sé tutti i veneti per fare un grosso esercito minaccioso da Padova e il Bacchiglione, corsero tutto il Veneto, chiamati da tutte le cittá, inutilmente allora, fatalmente poi; e in ultimo era arrivato un migliaio, e s’aspettavano venticinquemila napoletani. Con tali forze presenti, tali sperate, il re fece passare il Mincio a tutto l’esercito d’operazione, addí 26 e 27, occupò addí 28 e 29 que’ colli che salgono da Valeggio per Somma Campagna e Sona fino alla sponda destra dell’Adige, e quindi si collegano al Montebaldo, alle storiche posizioni di Rivoli e delle Chiuse d’Italia. Cosí investiva Peschiera; ma gli austriaci mostrarono volersi difendere a Pastrengo. Il re ve li assalí addí 30, e li vinse in bella giornata, che sarebbe stata forse piú bella se si fosse spinta per qualche ora di piú. Ad ogni modo su que’ colli era il luogo di fermarsi, di fortificarsi, di radicarsi, per far l’un dopo l’altro l’assedio di Peschiera addietro, di Verona poi all’innanzi. Delle quattro terribili piazze non erano necessarie a prendersi se non queste due, per portare, non piú stoltamente ma sicurissimamente l’esercito nella Venezia, per far cadere forse ed annullare per certo le altre due. Questo era non solamente precetto, regola d’arte, ma senno o senso volgare o comune. Ma le grida non permettevano senno e regole; volevano, dettavanosregolature, colpi di genio, miracoli. Si tentò uno di questi addí 6 maggio. S’assalí Verona, la gran piazza d’armi d’Austria in Italia, con fanti, cavalli, e pezzi di campagna: riuscí come sogliono tali miracoli; fu respinto l’esercito piemontese da Santa Lucia dove era giunto, fu salvo nel ritirarsi dal bravo duca di Savoia. Allora si ricorse alle regole; e riuscirono a bene. In regola si fecero venir le artiglierie grosse; in regola si camminò per le trincee, si fecero parallele, si costrussero batterie, si aprí il loro fuoco [18 maggio] contro Peschiera, sotto gli ordini del duca di Genova; e in regola si propose una capitolazione, addí 26, ed in regola fu ricusata. Intanto Radetzki, l’insultato, ma ammirabil vecchio di 86 anni, si moveva da Verona addí 27, per far levar l’assedio con bella operazione. Veniva a Mantova [28], assaliva il mattino appresso con quarantamila i cinquemila toscani e pochi napoletani, staccati, od anzi, pur troppo, sacrificati a Curtatone e Montanara; e i toscani mostrarono costí non essere la mancanza di valor naturale, e nemmeno quella della disciplina che impedisca di diventar militare, ma solamente la colpevole trascuranza de’ loro governanti, o forse l’avarizia del paese che non vuole avere esercito per non ispendervi. Ad ogni modo, si fecero uccidere al loro posto, gloriosamente. Né fu forse inutilmente del tutto: ché, fosse Radetzki indugiato da tal resistenza od altro, il fatto sta ch’ei non proseguí in quel giorno, e non giunse se non alla dimane [30] all’attacco disegnato sulla punta della destra piemontese a Goito. Ed ivi con bella e pronta riunione di sue truppe giá stava Carlo Alberto. S’appiccò la battaglia poche ore prima della notte; fu diretta bene, in buona regola, e vinta da Bava. Né era finita del tutto, quando giunse sul campo la nuova della resa di Peschiera, conseguita il medesimo dí. Questa giornata del 30 maggio a Goito fu la piú bella di quella campagna, che fu la piú bella che siasi fatta mai dagli italiani da sette secoli. Quel nome e quella data, ed anzi quei due mesi e mezzo dal 18 marzo al 30 maggio, quella prima metá della campagna del 1848, rimarranno, che che sia per succedere poi, cari e sereni nella memoria degli italiani che vi parteciparono o li videro, ed in quella puredei posteri. E non giá che non vi fosser fatti di quegli errori che si fan sempre in tutte le guerre, e piú in siffatte subitanee e disapparecchiate; ma perché vi furono piccoli e grandemente riparati.Ed all’incontro quelli che succedettero furono gravi, non riparati, forse irreparabili. Radetzki, respinto e rotto a Goito, s’era facilmente coperto e rifatto in Mantova. Questo è il vantaggio incommensurabilmente grande, ma nemmen veduto dagl’ignoranti, del guerreggiare tra grosse fortezze proprie; poter esser battuto ma non sconfitto, mentre il nemico in aria è sconfitto appena battuto. E da Mantova Radetzki spingeva vanguardie, ricognizioni, fin all’Oglio. Allora a gridare che si sagrificava Lombardia, Milano, da quelli stessi che pochi giorni addietro pretendevano s’andasse nel Veneto, a Venezia, all’Isonzo. Si die’ lor retta, s’indugiò, si rimase a Goito, vi si raccolser tutte le forze piemontesi per quattro giorni intieri. Finalmente, addí 4 giugno, si volle assalir Radetzki; era scampato nella notte. Si spinse fin sotto Mantova, non si trovò ancora. E allora, ancora eran due cose a fare: ovvero inseguire il nemico tra Mincio ed Adige, od anche oltre Adige, che allora soltanto fu forse possibile; ovvero assalir Verona, la gran Verona che ha forse bisogno d’un esercito a guarnigione ed allora non l’aveva, e cosí forse prenderla, certo minacciarla in modo da richiamarvi in fretta e cosí in disordine l’esercito austriaco. Non si fece né l’un né l’altro, né nulla per sei giorni; e addí 10 fecesi peggio che nulla, quel che non si dovea fare, ciò che era lungi dal vero campo di quelle operazioni, lungi dal vero nemico; si corse alla somma sinistra sull’Alpi, a Rivoli abbandonato.—Intanto Radetzki faceva la piú bella forse delle operazioni sue, trasse profitto della sua stessa rotta. Ritiratosi per Legnago, piombò su Vicenza dove Durando s’era raccolto dopo aver invano tentato d’opporsi alla congiunzione di Nugent con Radetzki. Ora giungeva un secondo gran rinforzo d’oltre a quindicimila sotto Welden per Tirolo. Radetzki chiamò anche questo contra Vicenza. Durando e i suoi e i cittadini resistettero addí 10 gloriosamente, ma inutilmente; capitolarono alla sera.Ed alla medesima sera solamente da Garda, il re si rivolse a marciar contro a Verona. Addí 12, fu concentrato l’esercito a Villafranca; addí 13, fu portato presso alla gran fortezza. Ma vi si seppe il ritorno di Radetzki poc’ore innanzi da Vicenza presa; mancarono alcune intelligenze coll’interno della cittá, si rinunziò all’impresa, si ritrasse nella notte l’esercito, contento di non essere inseguito.—Seguí dal 14 giugno al 13 luglio un mese intiero di ozio, di silenzio, militarmente inconcepibile, inudito, non interrotto che da alcuni colpi di fucile e cannone da Rivoli e la Corona che s’era presa dopo Rivoli. Né fu risoluzione, appiglio a guerra difensiva. Cosí fosse stato! Trincerandosi sui colli tra Valleggio e Bussolengo, aspettandovi i rinforzi di Piemonte e Lombardia che venivano alla sfilata, che furono in un mese d’un venticinquemila uomini, che avrebbon potuto essere fra pochi altri d’oltre a centomila (come fu dimostrato poi al principio del ’49 dall’esserne sorti oltre a cinquantamila nel solo Piemonte esausto), sarebbesi dato quel tempo al tempo, che ridiciamo esser il piú grande aiuto alle guerre nazionali, che avrebbe qui posto alla nazione italiana l’interpellanza, se voleva o no davvero aiutar Piemonte che veniva, indipendente esso, ad aiutarla all’indipendenza. Ma non fu tal risoluzione; furono trenta irresoluzioni di giorno in giorno; non si mosse una zolla di terra sui colli difensivi, poche s’alzarono sulla strada da Verona a Peschiera; non si pensò ad assalir Verona con buona artiglieria, e buona pazienza, in regola, in faccia a sé, dove s’era mal tentata due volte; si pensò assalirla per la manca d’Adige, ficcando l’esercito tra esso e l’Alpi, che era una stoltezza, e non si tentò nemmeno; si pensò, forse piú strano, ad assalir Legnago, forticello piccolo, fiancheggiato dalle due fortezze grosse, e non si tentò; e si pensò finalmente, e pur troppo si tentò e incominciò, l’assedio di Mantova. In quella stagione, non v’era aria cattiva, ond’è probabile che se fosse durato quell’assedio sarebbe finito colla perdizione dell’esercito intiero. Ma se fosse finito colla presa di Mantova, non era fatto nulla, o poco; rimanendo intiera agli austriaci la linea dell’Adige, Legnago, e massime la gran Verona,quella Verona che è la vera ròcca d’Austria, il vero freno d’Italia. Ad ogni modo, addí 13 s’investí la piazza; due divisioni (si noti bene), un ventimila uomini, a destra di Mincio; il resto dell’esercito, un sessantamila uomini, a scaglioni tra Sacca e Marmirolo fino a Rivoli e la Corona; cioè in somma una linea sproporzionatamente lunga, una grossa testa intorno a Mantova, una lunga coda fino all’Alpi. Sorrideva finalmente la fortuna saputa aspettare dal vecchio maresciallo austriaco; colsela, accarezzò, aggravò l’errore nostro, e piombò ardito poi a punirlo. Fin dal 14 spinse a Ferrara un corpo minacciante i ducati. Bava si mosse verso questi; gli austriaci si ritrassero; e Bava, non volendo perder sua mossa, si distrasse a prender Governolo addí 18. Allora, estesa cosí piú che mai ed assottigliata la linea de’ piemontesi, e fermata tutta l’attenzione loro a lor somma destra, Radetzki li fece assalire addí 22 a somma sinistra, alla Corona. I nostri vi si difeser bene, anzi vinsero. Ma Sonnaz, giudicando bene non esser ivi la somma delle cose, ripiegossi quantunque vittorioso verso Peschiera. E di fatti, all’alba dei 23, Radetzki assalí Sona e Somma Campagna, con grandi forze, le prese, ne cacciò i pochi nostri che pur si ritrassero a Peschiera, ed esso spinse sino al Mincio, a Salionze, a Monzambano e Valleggio. Addí 24, Sonnaz rinunciò a raggiungere il grosso dell’esercito nostro per la manca del Mincio, anzi, a difender questo seriamente, mosse per la destra fino a Volta. Radetzki non fece passare se non ricognizioni; e facendo anzi fronte addietro, collocò egli l’esercito suo in quella bella posizione difensiva dei colli da Valleggio a Somma Campagna. Il re intanto avvertito fin dalla mattina innanzi a Marmirolo, aveva levato l’assedio di Mantova, raccoltene tutte le truppe che erano a manca di Mincio, portatele nella notte a Villafranca. Ardita, magnifica mossa, che poté far credere a chi udian da lungi, essere destinato il nome di lui ad accrescer la breve serie de’ grandissimi capitani, esser destinata ed oramai compiuta l’indipendenza italiana. Sventuratamente la mossa fu incompiuta, titubante, era senza disegno; il re lasciò due divisioni a destra del Mincio, due divisioni, ventimila uominioziosi, mentre andava a combattere il tutto fra Villafranca e Valleggio. E perché il tutto fu dubbio in quel giorno, e perduto di poco al dí seguente con quei ventimila uomini di meno sul campo, certo è, matematicamente certo, che s’egli avesse avuto quel cosí grosso soprappiú, avrebbe vinto invece d’essere appena vinto. Ma, cosí è della guerra; la sorte di lei, il destino delle nazioni v’è deciso da una ispirazione, anzi un pensiero facile; e questo, facile, volgarissimo per sé, era facilitato ancora dall’esempio cosí contrario di Buonaparte su quel medesimo terreno. Qui convien abbassare il capo dinanzi al Dio ispiratore ed acciecatore dei capitani e dei re: qui non piú dir altro che Dio nol volle; me lo perdoni il mio re, immerso ora nel fonte della veritá.—In somma, con quell’esercito peggio che dimezzato dai primi e da quest’ultimo errore, con poco piú che venticinquemila uomini, il re assalí, senza aspettar altri od altro, nella giornata stessa dei 24 gli austriaci su quei colli stessi, che erano stati, che avrebbon dovuto forse essere sempre la sua posizione difensiva inalterabile. E li vinse in quella giornata, quantunque piú numerosi, sia per la difficoltá e il pericolo sempre grande d’un cambiamento di fronte addietro, sia per l’impeto superiore de’ buoni piemontesi. Ma fu un inganno, fu una perfidia di fortuna. Se fosse stato vinto di quel poco che vinse, il re avrebbe probabilmente indugiato l’attacco della domane, raccolte tutte le sue truppe, combattuto con quaranta o cinquantamila uomini invece di poco piú di venti.—Ad ogni modo, addí 25 si rinnovò la battaglia; non ne dirò i casi, gli errori disputabili, disputati, inutilmente disputati; era perduta prima che incominciata. Ognuno dei due eserciti aveva le spalle alla base d’operazioni, al paese nemico; in tal situazione le battaglie son disperate, da ambe le parti, ma sempre svantaggiose a quella che assalita e sorpresa ha difficoltá a raccogliersi, perdute se non s’è saputa vincere prima quella difficoltá. L’esercito piemontese, soldati, ufficiali, generali, principi, vi fece prove di valore, riconosciute poi dal nemico piú generoso che i compatriotti, dall’Europa militare e che stava allora, tutta salvo il resto d’Italia, sotto l’armi. Lo sforzoprincipale fu del duca di Savoia a difender Custoza; non vi riuscí, non vi potea riuscire; rimasene il nome a quella giornata infausta ed immortale. Se ne ricordi e se ne penta la pigra Italia finché l’abbia fatto dimenticare. Gli errori, le spensieratezze dei capitani, son cose frequenti, solite, da computarsi in tutte le guerre, piú in queste di sollevamento ed indipendenza. Queste non si debbono fare senza computar quelli, senza porsi in grado di vincerle a forza di numero, di pazienza, di perduranza. Senza dar almeno due armate pari all’austriaca ancorata sulle sue quattro fortezze, non vi sará mai probabilitá di vincer questa. Finché l’Italia orientale, centrale e meridionale non potrá, saprá o vorrá aver un esercito secondo, vegnente sul Po ad aiutare il piemontese giunto dall’Alpi occidentali e al Mincio ed all’Adige, se lo tolga di mente, la pigra, o divisa, o disputante Italia, ella non sará probabilissimamente mai liberata da questo, per quanto generoso, ardito, temerario, devoto o sacrificato od anche meglio ordinato egli sia per essere. Quattro milioni e mezzo in armi non bastano a liberare ventitré milioni d’oziosi contro a trentasei milioni di resistenti, se non per un caso, un miracolo, che è viltá sperare. Disse l’Italia che voleva far da sé; ma non fu vero: fece il Piemonte per lei tutta a Custoza. Seppe dire ognuno che una nazione non dee contare su aiuti stranieri; ma ella non dee contare nemmeno su una parte sola, su un quinto di se stessa, non dee diminuire dal cinque all’uno la sua probabilitá d’indipendenza.—Ad ogni modo, questa era ridotta a zero; alla sera dei 25 luglio l’esercito piemontese ritrattosi a Villafranca, si ritrasse nella notte a Goito. Il nemico vittorioso a stento, rispettò la ritirata dei vinti.

(anni 1814-1818)

40. Il periodo quarto dell’etá settima, o della preponderanza austriaca [1814-1848].—Io dissi giá le ragioni che mi facevano nel 1846 terminare questo ristretto all’anno 1814. Ora poi, passati questi anni in che avemmo tutti la parte nostra di opera e di dolori, ed accresciuto sì naturalmente il numero degli uomini «a me non ignoti né per benefizio né per ingiuria» (prefazione all’edizione terza, 1846), sarebbe piú ripugnante che mai alla mia coscienza storica giudicar di essi con questi modi brevi, epperciò assoluti, che non sono né convenienti verso amici od avversari, né giusti poi verso coloro, vivi o morti, di che non sia fatto ancora il giudizio in altre storie piú distese, piú entranti nei particolari di ciascuno. Né, quando io potessi vincere tal ripugnanza, mi sarebbe nemmeno materialmente possibile il tesser qui una narrazione seguita degli anni corsi dal 1814 in poi, finché non sarà preceduta qualche storia piú distesa di essi. Chiunque abbia mai messo mano a storie, contemporanee o no, ma non iscritte da altri, sa quanti documenti sparsi, quante letture diverse sieno indispensabili alla loro composizione. E (mi si faccia lecito accennare ad un particolare a me personale, il quale, del resto, può scusare il presente volume d’altri difetti lasciativi) la luce degli occhi mi si è scemata poc’anzi a segno, da farmi materialmente difficile lo scrivere, poco men che impossibile il leggere. E trovai impossibile finora il supplirvi sempre coll’aiuto d’altri, quantunque benevoli.

Servano questi cenni a farmi scusare da coloro che mi espressero il desiderio di veder prolungato di questi trentacinqueanni il presente volume; e vogliano essi contentarsi delle poche parole generali, con che estendendo i cenni preventivamente dati nel 1846, tento ora collegare la nostra storia passata con quella contemporanea e futura.

I trentaquattro anni dal 1814 al 1848 furono all’Italia evidentemente parte della sua etá settima delle preponderanze straniere, periodo quarto, o della preponderanza austriaca indisputata. Mentre l’Europa tutt’intiera progredí (lentamente, secondo è desiderio di quella parte generosa, che appunto allora incominciò a chiamarsi «liberale», ma rapidamente, magnificamente, se si consideri l’andamento normale delle grandi rivoluzioni umane), progredí, dico, nella restaurazione continentale dei governi rappresentativi, estesisi cosí da Francia a Spagna, a Prussia e quasi tutta Germania, ed a Grecia, l’Italia rimase restaurata tutto contrariamente sotto ai governi assoluti, sotto alla preponderanza dell’Austria, capo dell’assolutismo, capo francamente professatosi della resistenza alla rivoluzione liberale europea. I principi italiani restaurati tornarono tutti con affetti, con pregiudizi di fuorusciti, cioè del tempo in che erano usciti; si riadattarono quindi volentieri a quella preponderanza austriaca, che consentiva con essi, e prometteva difenderli. Tutti restaurarono le forme antiche, assolute; il buon re piemontese peggio che gli altri. Promossero pochi progressi, o, come le chiamammo poi, poche riforme; ne effettuarono anche piú poche da principio, per tutti que’ primi vent’anni, che furono, bisogna dirlo, de’ piú oscuri o piú sciocchi vivuti mai in Italia. Alcuni uomini non mediocri furono talor chiamati al governo; ma pochi e per poco tempo; i piú, i soliti, mediocrissimi. I popoli all’incontro, i governati che avevano fatto poco o nulla sotto a Napoleone, se non lasciarsi splendidamente governare da lui, e si sarebbero adattati a lasciarsi governare da altri, per poco che si fosse fatto con qualche splendore, od onore di liberalitá, si adontarono fin dal 1814, e via via piú ad ogni anno di essere i popoli d’Europa piú male, piú oscuramente, piú illiberalmente governati, senza nulla di quella libertá e quell’indipendenza che udivano lodarsi, vantarsi, estendersi altrove. Cosífu e sará sempre, cosí si adempiono i progressi umani decretati dalla suprema provvidenza; ciò che non si pensava o pareva appena difetto ai padri, diventa bisogno ai nepoti, e cosí appunto si desiderò, s’estese la libertá, si desidera e s’estenderá l’indipendenza tra le nazioni cristiane. Ed in Italia venivano crescendo sí tali desidèri, ma confusi tra sé, indeterminatissimi ne’ mezzi di effettuarli. Confondevansi libertá ed indipendenza nell’odio ad Austria, confondevansi le varie forme di libertá ne’ desidèri indeterminati ed ignoranti delle monarchie rappresentative all’inglese, o alla francese del 1814, o alla spagnuola del 1812, o delle repubbliche a modo moderno americano, o del medio evo italiano od antico greco-romano; era un caos di brame incomposte, come succede tra ineducati ed inesperti, che non hanno a decidersi né scienza né esperienza. Ed era poi un caos anche maggiore de’ mezzi immaginati. Di resistenze, o, peggio, conquiste legali, non ci era idea; di sollevamenti popolari, molta; ma piú principalmente di congiure, il modo piú ovvio e, pur troppo, tradizionale giá in Italia; se non che, congiurare a modo del Quattrocento o Cinquecento, quando gli Stati erano piccolissimi e mal fermi, non era possibile. S’inventò, o s’era giá poc’anzi inventato, un modo nuovo, adattato al secolo; un estendimento delle congiure, proporzionato all’estendimento degli Stati e della civiltá; le sètte o societá segrete. E la terra classica delle congiure rozze, diventò classica delle perfezionate. Vennerci di fuori, per vero dire, le prime sètte del Settecento (o forse piú antiche, se si creda alle loro genealogie), i franchi-muratori, gli illuminati, e non so che altre. Poi sotto a Napoleone ed alle sue molteplici polizie (parola nuova anche questa che bisogna ora introdurre) dicesi fossero o quelle od altre sètte nel suo esercito. Ma la potenza di tutte queste, se fu, non uscí guari dall’ombra, non produsse effetti grandi alla luce del dí. Produssene sí quella detta Ingendbund, nata e cresciuta in Prussia, negli anni di sua servitú a Napoleone, dal 1808 al 1812, trionfante dopo le sventure francesi del 1812, aiutante il sollevamento e l’indipendenza di Prussia e Germania intiera nel 1813 e 14; rimasta poi lá connomi e scopi mutati e minori. E sorse, con iscopo simile, benché piú ristretto, in quei medesimi anni la setta dei carbonari, fomentata, dicesi, contro ai Napoleonidi di Napoli da’ Borboni di Sicilia. Ma se è vero tal fatto, questi non tardarono a portar la pena della pericolosa invenzione; ché restaurati nel 1815, la setta amica diventò nemica loro e degli altri principi restaurati ed assoluti, amica della parte liberale, di cui erano quasi vanguardia, o bersaglieri, sregolati, ingovernabili, cui pretendevano anzi condurre. Io non ho luogo, né notizie, né genio a dire di lor forme, lor modi, loro divisioni e suddivisioni, e mutazioni e moltiplicazioni di nomi. Questo solo noterò qui, che ho notato altrove, ed è piú importante: che queste sètte o congiure nuove, non meno che le piú antiche, si mostrarono al fatto sempre il peggior modo che possa essere ad effettuare qualunque rivoluzione; il peggiore quanto a moralitá, perché non è possibile avanzarle senza quei segretumi, quelle falsitá, quelle insidie, e quei tradimenti che sono, insomma, l’essenza delle congiure; ed il peggiore quanto ad efficacia e buona riuscita, perché appunto quella immoralitá fa sí, che molti non vedendola vi si mettono, ma vedendola se ne ritraggono, e i pochi rimastivi perdono la fiducia, e si dividono, e chi fa una cosa, chi l’altra, nulla mai di unanime o, peggio, di grande. Ancora, in questi convegni segreti, continui, e di uomini cosí diversi, naturalmente si parla molto, piú che non s’opera, e si prende il vizio del parlar senza pro; si fanno progetti fondati non sulla pratica degli affari umani, che i settari non hanno, ma sulle teorie; non sulle possibilitá, ma sulle desiderabilitá all’infinito: ondeché appena incominciata l’esecuzione, salta fuori l’impossibilitá, e tronca tutto. Insomma le congiure, quantunque progredite a sètte, rimangono il mezzo di rivoluzioni piú contrario che possa immaginarsi a tutti i mezzi della progredita civiltá; il loro segretume, alla pubblicitá; la loro relativa pochezza, all’universalitá dell’opinione pubblica; i loro disegni teorici, a quella pratica di governo che si diffonde a poco a poco nelle stesse popolazioni; ed i loro mezzi d’eseguimento, a quella moralitá, a quella mitezza, che essa pure, essa piú d’ogni cosa si diffonde naturalmente tra la cristianitá.—Ad ogni modo,questo grand’errore dei liberali (ché cosi chiameremo, per abbreviare, anche le sètte delle quali se avessimo luogo noi distingueremmo i fatti ultraliberali ed anzi illiberali), quest’errore de’ governati liberali, figlio giá de’ primi errori de’ principi e de’ governanti, ne produsse altri nuovi. E primamente, che questi governanti assoluti imitarono questo stesso errore; fecero contro alle sètte liberali altre e varie sètte governative, assolutiste, e, che fu peggio, religiose: calderari, guelfi, ferdinandei, sanfedisti, e che so io; alle quali poco o molto, esplicitamente od implicitamente, in un modo o in un altro, in qualunque modo, parmi innegabile che s’aggiungessero alcune congregazioni che avrebbero dovuto rimanere religiose. E certo io credo, io son persuaso, che molti di tutti questi non vollero adoperare, non si sarebbero piegati mai ad adoprare mezzi chiaramente immorali, scelleratezze, peccati; ma, dal piú al meno, io son persuaso che molti delle sètte liberali non vi si sarebbero piegati nemmeno essi; e concedendo in ciò il vantaggio alle sètte pretendenti nome e scopo religioso, io veggo in esse per altra parte un grande svantaggio, un piú grave scandalo, quello d’avere abusato, piú che le sètte liberali (le quali ne abusaron pur esse), della mistura delle cose divine colle umane. Né bastò a’ nostri governi questo nuovo mezzo contro i liberali; usarono e portarono al sommo quel modo giá vecchio, che dicesi inventato o perfezionato da Leopoldo di Toscana, usato molto da tutti i governi rivoluzionari di che parliamo, in tutta Europa, ma forse piú che altrove in Italia, la polizia politica. Della quale non occorre dire che è chiaro come sia l’esagerazione dello stesso governo assoluto, come antipatica alla presente civiltá, come perciò vano, inutile, o nocivo mezzo di quello in questa. Insomma l’esiglio e il modo di restaurazione, e la preponderanza od anzi la prepotenza austriaca nel 1814, produssero il primo errore de’ governanti italiani del 1814, l’assolutismo retrogrado; questo produsse ne’ governati la parte liberale, e contemporaneamente l’error secondo delle sètte liberali, e queste poi furono madri, sorelle o figlie (ché non ne disputerò) delle controsette assolutiste, austriache, e pretesereligiose, e le polizie giunte al sommo. E cosí di sètte, controsette e polizie, e quindi di scoppi or falliti in sollevamenti di un giorno, ora riusciti a rivoluzioni di poche settimane o pochi mesi, seguite sempre di persecuzioni, purificazioni, esigli, carceri ed anche supplizi, si riempiè la storia di trenta e piú anni che seguirono il 1814; è una brutta storia segreta, sotterranea, ma pur troppo reale, e piú importante che non la pubblica e non bella nemmen essa; ed è storia quasi unica de’ primi venti, fino al 1834 o 35.

Nel 1815, fu temuto e represso uno scoppio nel Lombardo-Veneto, non saprei dire se anteriore, contemporaneo o posteriore all’impresa di Murat. Il quale minacciato dal congresso di Vienna, ed allettato dall’impresa di Napoleone, e probabilmente dalle sètte, uscí di suo regno, invase l’Italia fino al Po, si fermò ai primi incontri coll’esercito austriaco di Bianchi, retrocesse, combatté a Tolentino, fu vinto, fuggí di Napoli, tornò fra breve in Calabria con pochi, vi fu preso, giudicato e fucilato in poche ore dalla gente dei Borboni cosí restaurati.—Nello stesso anno fece miglior figura il Piemonte, che dicemmo il piú mal restaurato fra gli Stati italiani, ma dove re, popolo ed esercito fanno sempre buona figura ad ogni occasione militare. Furono i soli che prendesser parte alla guerra di tutta Europa contro a Napoleone; ebbero un bell’affaruccio a Grenoble.—Dal 1815 al 1820, nulla, nemmen riforme, impedite dalla paura delle sètte mal liberali, dall’influenza delle controsette illiberali e lor alleati.—Nel 1820, scoppiata la rivoluzione militare di Spagna, scoppiò una militare nel regno di Napoli, vi proclamò, vi stabilí in fretta la costituzione spagnuola del 1812, cioè la francese del 1791: un re senza «veto» né libertá di re né di cittadino; una sola Camera, una commissione permanente ne’ recessi di questa, una cosí detta monarchia con istituzioni repubblicane; la peggiore delle monarchie e delle repubbliche; la forma di governo rappresentativo la piú contraria a tutta la scienza rappresentativa. Sicilia volle serbare la sua costituzione all’inglese; si separò, guerreggiò, fu vinta al solito. Al principio del 1821, scoppiò una rivoluzione piemonteseimitatrice dell’imitazione napoletana; durò un mese: fu vinta dall’intervenzione austriaca, in poche ore; produsse la mutazione del buon re Vittorio Emmanuele I, che da un anno o piú accennava volgersi ad uomini e riforme liberali, in Carlo Felice; e intanto un esercito austriaco, attraversando tranquillamente l’Italia dal Po al Garigliano, disperdeva lá l’esercito napoletano, riconduceva il re che avea giurata e stragiurata la costituzione, ed or la spergiurava e distrusse.—Seguirono nove anni di pace e tranquillitá; cioè, supplizi alcuni, carceramenti non pochi; purificazioni, persecuzioni, esigli, moltissimi; sètte represse addentro, moltiplicate fuori; controsette, polizie trionfanti, fino al 1830. In luglio di questo, rivoluzione in Francia, cacciata dei Borboni; rivoluzione in Belgio, separazione, indipendenza di queste province, di quelle schiatte francesi, dalle tedesche d’Olanda; rivoluzione minacciata nella vecchia e sapiente ed esperta Britannia che se ne salva con una concessione della parte e aristocratica e conservativa, colla riforma parlamentare: rivoluzioni varie in Germania, ed estensione piccola della monarchia rappresentativa; rivoluzione in Polonia per l’indipendenza, ammirabilmente propugnata coll’armi da quel popolo armigero, perduta tra, e forse per le dispute di libertá. Ed in mezzo a tanto moto dí rivoluzioni, quasi tutte buone e tutte vere, che fece, che poté l’Italia? che poteron le sètte? Io non so. So che poterono piú le polizie e controsette; so che il moto italiano si ridusse a scoppi e sollevamenti piccoli qua e lá, in Romagna, nelle Marche, a Roma, quetati in parte dal principotto di Modena e dal nuovo papa Gregorio XVI, spenti da un’invasione austriaca giá terza in quelle province, e da una prima francese. Furono male spenti, è vero; il fuoco uscì dalle ceneri in fiammelle nel 1833 in Modena e Piemonte, ma, a spegnerle di nuovo e piú durevolmente, bastarono colá poca truppa austriaca, qua la polizia del paese; seguita poi l’una e l’altra di piú numerosi supplizi che non si fosser usati fin allora. E questo fu il culmine, o piuttosto il piú bassofondo di quella guerra, quella politica, quella storia sotterranea; fu l’epoca della maggior divisione tra governanti e governati italiani. Invece della quale,invece di stabilirla da principio ed accrescerla sempre piú con orrori avvicendati, se avessero saputo i governanti accostarsi ai popoli con riforme liberali; ovvero i governati ai governi, per suggerire, insistere alle riforme ed aiutandovi con mettervisi essi, non è, non può rimaner dubbio che que’ venti anni sciagurati, invece di essere di peggioramento, sarebbero stati di un miglioramento, di un principio ed aiuto qualunque a ciò che seguí.

41. Continua [1833-1843].—E la maggior prova di ciò risulta appunto da quanto seguí. Il paese d’Italia piú importante senza contrasto in Italia fu fin dal 1814 il Piemonte. L’Italia non è da rimproverare di non aver ciò veduto; è piuttosto d’averlo veduto troppo, di aver fidato nel Piemonte solo, non ciascuno pure in sé; non solamente tutti i forti sperarono in lui, ma tutti i fiacchi si riposarono in lui, e quasi tutte le mene de’ cattivi si volsero a lui. L’uomo poi, fin dalla medesima epoca, piú importante in Piemonte e in Italia, fu senza contrasto Carlo Alberto. E quindi a lui piú che a nessuno mirarono, lui cercarono, circondarono, travagliarono e tormentarono variamente buoni, forti, fiacchi, cattivi, d’ogni sorta; ed aggiugnendosi alla varietà degli uomini la varietà della fortuna, n’uscí quella varia natura, che tutti seppero, molti calunniarono, pochi conobbero, e piú pochi sanno apprezzare. Il piú degli uomini perdono ad essere studiati; questi ha bisogno d’essere studiato, per essere, cosa rara, compatito insieme ed ammirato. E perciò, perché questo non può che guadagnare a ciò che se ne parli, e come centro che fu d’Italia per trentacinque anni, val la pena che se ne parli con qualche particolare, perciò mi scosto dal mio proposito, e mi vi fermo. Nato nel 1798 d’un ramo staccato da presso a duecento anni, e cosí discosto dal trono di casa Savoia, era di pochi mesi quando cadde questo trono in Piemonte; e cacciata la famiglia regia per Sardegna, suo padre e sua madre rimasero in Piemonte, privati fra que’ repubblicani. E mortogli poco appresso il padre, e passata alcuni anni appresso la madre a seconde private e feconde nozze, egli s’allevò in quella nuova famiglia, ed in parecchi convitti di giovani in Parigi, in Ginevra,tra cattolici, protestanti, repubblicani, imperialisti; ed in quella condizione tra principe e privato, che è giá ambigua e difficile per sé, che gli si faceva piú ambigua d’anno in anno, non essendo nato e vivuto niun erede maschio a casa Savoia in Sardegna, e rimanendo egli cosí erede a quel regno, e pretendente agli Stati di terraferma. È noto come questa condizione di pretendente sia la piú ambigua, la piú infelice in che si possa educar un principe. Stava per uscirne ed entrar nell’esercito di Napoleone, quando questi cadde. E chiamato allora a un tratto alla reggia retrograda ed assoluta di Torino, e circondatovi insieme di vecchi assolutisti e di giovani liberali, pendé facilmente, naturalmente a questi, e per le memorie di sua educazione, e per la sua gioventù, e per il suo sangue stesso, avverso ad Austria, ed avido d’imprese, ed anche venture militari, di generazione in generazione. Nel 1820 e 1821, fu tra quelli che avrebbero aiutata la rivoluzione liberale, se si fosse fatta co’ mezzi legali, con riguardi agli obblighi suoi verso il suo re. Ebbe egli e ruppe bene o male impegni presi? non è qui il luogo di chiarirlo; né io scrivo un panegirico o una difesa. E sarebbero forse mal difendibili tutti gli atti durante o dopo la sua breve reggenza, e il suo mutar poi, o sembrar mutar opinioni e modi durante il regno di Carlo Felice. Questo dico e so, che le opinioni sue nel 1821 erano sinceramente liberali; per la libertá, senza gran cognizione e discernimento di essa; per la indipendenza, con quell’ardore, quel cuore, quella devozione di sé e de’ suoi, fin d’allora, che gli vedemmo ventisette o ventott’anni in poi. E quindi non rimane a me il menomo dubbio, che se si fosse lasciato svolgersi ed afforzarsi da sé quell’ardore, quello spirito, quell’animo primitivamente liberale, e che niuno oramai può non dire naturalmente generoso; se non si fosse alienato con disegni, che a ragione o a torto non gli parvero generosi; se fosse rimasto duranti i due regni intermediari circondato da quegli uomini liberali e generosi, che furono essi pure perduti in tutto quell’intervallo per la patria; non è dubbio, dico per me, che il suo accedere al trono nel 1831, subito dopo alle grandi rivoluzioni europee, sarebbe statoprincipio di un regno fermamente, uniformemente liberale nel principe, e liberalmente aiutato da’ compagni ed amici di sua gioventù. Fu invece un regno di titubanze continuate fin presso al fine.—Incominciò con alcuni atti liberali, ma piccolissimi, i quali dimostrano insieme, e che il suo animo vero, i suoi disegni erano liberali, ma ch’ei dubitava, voleva tentar quella ch’ei prendeva per opinion pubblica, ed era solamente della corte, dei servitori, degli impiegati del suo predecessore. I quali naturalmente si scandalezzarono di que’ principi, vi si opposero, lo fermarono, lo determinarono ad atti opposti e via via cresciuti, fino a quelli deplorabili che accennammo della repressione, giusta in sé, ingiusta nelle forme e negli eccessi, della congiura del 1833. Si fece poi, e si fa un gran chiasso della aristocrazia piemontese, quasi che ella fosse che producesse, nutrisse e mantenesse questo pervertimento delle buone intenzioni di Carlo Alberto. Ed io non mi faccio nemmeno difensore di quella aristocrazia; ma mi par da osservare fin di qua, che quando in qualche storia distesa si verrà ai particolari ed al novero dei nomi veri aristocratici piemontesi, se ne troveranno molti piú nelle vittime del 1821, nelle opposizioni legali dal 1821 al 1848, o nella parte che aveva nome di liberale nella corte stessa, che non nella parte stazionaria, retrograda o persecutrice di questa; e che i veri persecutori poi furono di tutt’altro che di quella vera aristocrazia. Perché dar nomi falsi alle cose pur troppo vere? perché non chiamare semplicemente e veramente parte retrograda, residuo del regno precedente, effetto delle tristi persecuzioni e purificazioni del 1821, quel cumulo di governanti, che sviarono i primi anni di quel regno, il quale doveva finir poi, forse ancora il piú utile, certo il piú glorioso che sia stato mai, a casa Savoia, e, niuna classe esclusa, a tutta la nazione, a tutto il nome piemontese?

Lo dicemmo; il 1833 fu l’anno piú basso, piú oscuro di tutto questo periodo. D’allora in poi, piú o meno prontamente si risalì, si rischiarò il cielo d’Italia. Gli storici distesi accenneranno essi piú esattamente i fatti, i principi, le continuate opposizioni, le nuove titubanze, le fermate, i ritorni indietro, lavittoria ultima dell’opinione liberale, progressiva, giusta, naturale al secolo, alla civiltá cristiana, ai decreti evidenti della provvidenza. Io accennerò solamente quello che mi pare primo principio, e, se non causa, occasione, mezzo usato da Dio, in tutto ciò. Carlo Alberto fu negli ultimi anni suoi sinceramente pio, intimamente, forse scrupolosamente coscienzioso. Ed io credo che la sua coscienza primieramente liberale si sollevasse contro agli stessi atti suoi del 1833, fosse l’origine di quell’austeritá de’ suoi atti, di sue parole, di tutti i suoi modi, di tutta sua vita, che incominciò appunto negli anni che seguirono l’origine del suo fermarsi nella via antiliberale, del chiamar uomini meno estremi, massimamente in fatto di persecuzioni e polizia, del suo camminar piú fermo nelle riforme. Fecene molte d’allora in poi; il suo Stato era rimasto il piú retrogrado tra gli italiani; fecene il piú progredito, il meglio ordinato. Riformò tutta la legislazione civile, e ridussela in codici; riordinò, ampliò la magistratura; ordinò le opere pie, le finanze dello Stato, che furono le piú fiorenti d’Europa; e con cura speciale l’esercito; protesse le lettere, le arti, le scienze, le societá d’agricoltura, le accademie, le universitá, i congressi. Tutto ciò indubitabilmente; tutto ciò, a parer mio, troppo lentamente, insufficientemente, come se avesse a durar sempre il regno assoluto o s’avessero secoli a far passi alla libertá. E quindi, quando venne questa, ed insieme l’occasione dell’indipendenza, il suo Stato ed egli stesso si trovarono apparecchiati all’una ed all’altra poco piú che se non si fosse fatto nulla; e tutte le riforme fatte da lui ebbero od han bisogno d’essere riformate; tutte le opere fatte con previsione, mancanti nella mira principale, non poterono durare. Insomma, il Piemonte non fu portato a segno d’entrare cosí bene come avrebbe potuto nell’occasione, non o mal preveduta, del 1848. Ma il Piemonte, ultimo degli Stati italiani dal 1814 al 1833, fu da quell’epoca all’incirca portato da Carlo Alberto a segno d’entrar prima, piú e meglio degli altri Stati italiani, quando scoppiò, quantunque mal preveduta, quell’occasione.

Negli altri Stati non si progredí parimente per due ragioni; la prima, che, qualunque sia la grandezza che la storia futuracompiutamente informata e scritta sará per concedere a Carlo Alberto, non è dubbio gli altri principi assoluti contemporanei suoi furono di gran lunga inferiori; e perché poi alcuni di questi altri Stati, meno male restaurati nel 1814, erano fin d’allora a quel punto di bontá a cui Carlo Alberto voleva portare e portò il Piemonte, a quel punto che è compatibile col principato assoluto. Napoli e Parma avevano conservati i codici e l’amministrazione di Napoleone con poche novazioni; avevano ordine sufficiente nelle finanze; e Napoli aveva di piú un esercito ed una marineria militare quasi fiorenti. La polizia v’era dura, intrigante, preoccupata di sètte e controsette; ma quando le prime non iscoppiavano, essa pure rimettendo de’ suoi rigori, ne pareva tollerabile. Della Toscana giá dicemmo che fin dalla seconda metá del secolo decimottavo essa era stata portata a vera perfezione di principato assoluto, e fu restaurata in essa fin dal 1814; e mantenutavi poi da due principi miti, ella sarebbe rimasto lo Stato piú avanzato, il meglio governato, in tutto, che fosse in Italia, se non fosse di quella negligenza ed anzi di quella repugnanza ad avere un esercito, di che son forse ad accusare meno i principi che i popoli, e forse i liberali, gli stessi, i migliori uomini di quell’imbelle od avara regione.—Quanto a Roma e Modena, mal restaurate nel 1814, elle rimasero peggio governate d’anno in anno in tutto questo tempo; cattiva polizia e persecuzioni furono comuni ai due Stati; speciali al pontificio i disordini di finanze, armi straniere, governo ecclesiastico nelle cose piú laicali, ed in che il sacerdozio perde piú di sua dignitá.—Finalmente, il regno lombardo-veneto, anch’esso (cioè il suo nòcciolo di Lombardia) non mal governato come parte d’imperio assoluto nel secolo scorso, non mal restaurato né mantenuto come tale, avrebbe potuto vincere al paragone di Toscana e Piemonte, se in teoria né in pratica fosse possibile far paragone tra qualunque governo anche pessimo nazionale, e qualunque anche ottimo straniero. Se io scrivessi per istranieri che hanno da secoli il sommo bene dell’indipendenza, e non conoscono per prova il sommo male della dipendenza, io accennerei almeno ad alcuniparticolari che dimostrano la realitá di questo sommo male, le differenze di schiatta, di lingua, di costumi, di sentimenti, d’interessi; la lontananza del centro governativo, la lentezza d’ogni decisione, i cinquanta o sessanta milioni tolti annualmente al paese, l’ozio naturalmente invadente, i vizi conseguenti, l’avvilimento universale inevitabile. Ma scrivendo ad italiani, che han provato e provano quel sommo male per sé, o nei compatrioti e vicini, ogni cenno che io ne dessi qui, sarebbe inferiore al vero che ne hanno concepito essi.—Insomma, a chi consideri ora tutta questa condizione comparata de’ diversi Stati d’Italia, è chiaro che se mai doveva venire qualche miglioramento vero, qualche impulso grande al progresso italiano, ei doveva venire dal Piemonte: gli altri Stati erano, anche in ciò che avean di meglio, stazionari; il Piemonte, anche in ciò che aveva di peggio, progrediva, aveva giá il moto ascendente; e il moto ulteriore non si poteva sperare se non dal moto. E cosí credevano, speravano allora gli italiani; tutti gli occhi eran rivolti al Piemonte, a Carlo Alberto. E le speranze comuni non furono ingannate.

Niuno di coloro che scriveranno la storia distesa, o qualsiasi compendio di questo periodo, non potranno dividere, come facemmo noi fin qui, la storia politica dalla letteraria. L’una e l’altra ebbero sí sempre molte relazioni pur troppo; ma in questi ultimi anni elle n’hanno tante, che ne rimangono continuamente frammiste.—Ne’ primi anni dopo le restaurazioni, sopravivevano (tranne Alfieri, Parini e Cesarotti) gli uomini principali delle rivoluzioni repubblicane e dell’imperio, Foscolo, Botta, Monti, Denina, Lagrangia, Volta, Canova. Ma lasciando qui le scienze e l’arti, che continuarono con isplendore, ma senza grandezze comparabili a quelle; e delle lettere stesse contentandoci a dir ciò che piú si connette colla politica, noteremo che niuno dei nominati non produsse piú nulla di gran conto, tranne il solo Botta. Il quale, all’incontro, rimasto in Francia, vi compose e pubblicò le due storie d’Italia dal 1530 al 1789, e dal 1789 al 1814, le quali sono forse non solamente le due opere sue migliori, ma i due piú lunghi e piú belli corpidi storia patria che sieno stati scritti da niun italiano. Scritti, a malgrado i difetti, in istile ammirabilmente chiaro, largo, vivo, caldo e naturale, si leggono come una novella da chicchessia dotto od indotto, che è il sommo dell’arte storica. Difettano sí di scienza storica, e piú di scienza politica, a tal segno, che non solamente il vecchio liberale, anzi repubblicano, vi comparisce scrittore scettico, indifferente alle diverse forme di governo, e non persuaso se non della malvagitá degli uomini e dei tempi in generale; ma che nell’ultime pagine da lui scritte in conchiusione della storia dal 1530 al 1789, egli ci lascia quasi un progetto di governo a modo suo, che non rimane né monarchico né repubblicano, ed anche meno rappresentativo, ch’ei descrisse ma non intese né ammise. E quindi l’opere sue contribuirono a mantenere sí, e diffondere, ma non a determinare le opinioni liberali, anzi le indeterminarono e dispersero peggio che mai. Una pubblicazione mensile pubblicata per poco tempo in Milano, proibita poscia dalla polizia, ebbe, s’io non m’inganno, il medesimo vizio, il medesimo effetto. Vennero poi due scrittori, de’ quali non credo sia stato mai dacché si scrive niuno piú amabile, piú simpatico ad ogni cuor gentile, perché niuno scrisse con piú soavi tinte di gentilezza che questi due, Manzoni e Pellico, ammirabili e parchi poeti amendue, e scrittori di prosa tanto piú ammirabili, quanto piú seppero scrivere italianamente con semplicitá. Manzoni, milanese, s’illustrò con cinque canzoni, che riuscirono nuove e forse superiori a tutto, dopo il canzoniero accumulato nei sei secoli della poesia italiana; seguí con alcune tragedie storiche, o come si diceva allora, romantiche, e con alcune note ad esse ed alle storie del Sismondi; giunse al suo colmo in quel racconto de’Promessi sposi, che fu, che diede il genere del romanzo alle lettere nostre, e lo portò d’un tratto a segno, da superar forse in fatto d’arte, e certamente in utile morale, quanti furono scritti mai in qualunque lingua antica e moderna. Pellico, piemontese, era giá amato per laFrancesca, ed altre tragedie, quando, implicato nello scoppio del 1821, fu tratto allo Spielberg, vi rimase intorno a dieci anni, n’uscí poi per grazia imploratadall’Italia, dall’Europa intiera, e pubblicò nel 1833 quel rendiconto delle sue prigioni, de’ suoi patimenti, che diffuse in Italia, in Europa, nel globo intiero, i particolari della tirannia austriaca, tanto piú scandalosi, quanto piú semplicemente e pazientemente descritti. Ambi questi scrittori furono accusati di rassegnazione politica; ma il fatto sta che questa era religiosa, e non entrando in quelle distinzioni tra l’una e l’altra, che sono difficili a farsi in pratica e piú difficili in teoria, lasciavan pure a ciascuno la libertá delle applicazioni; e che anzi il sentimento profondamente religioso insieme e liberale, che presedeva tutte le opere di Manzoni e di Pellico, serví anzi molto meglio che niune delle contemporanee a determinare anche politicamente il liberalismo italiano; serví anzi, riuscí a tôrlo dalle vie empie e perciò stolte ed incivili del filosofismo del secolo decimottavo, fece cattolici molti liberali, e liberali molti cattolici, accrebbe cosí e rinforzò la parte liberale, preparò la pace tra essa e la Chiesa, tra governati e governanti. Non dirò de’ contemporanei che continuarono l’opera di questi due grandi; vengo subito a chi l’accrebbe e determinò anche piú.

42. Continua. La rivoluzione delle riforme [1843-1848].—Dalla metá del 1843 corsero all’Italia quattro anni e mezzo di operositá oramai disusata, e che fu primamente non piú che letteraria, ma a poco a poco pur di pratica e di riforme politiche, rapidamente crescenti fino a quello scoppio del 1848, il quale, comunque sia per essere giudicato, fu incomparabilmente dappiú che non tutti i precedenti da trentaquattro anni, od anzi da parecchi secoli, il quale fu certamente principio o d’un nuovo periodo, o forse d’una nuova etá nella storia italiana. Parecchie delle rivoluzioni continentali moderne iniziarono dalle lettere, quella di Francia del 1789, quelle della Germania principalmente; ma nessuna forse cosí evidentemente come questa italiana. Ma se vogliamo essere compiutamente sinceri ed imparziali ne’ nostri giudizi, noi dobbiam dire che tra gli scrittori e gli operatori di politica suol essere sempre un continuo intercorso, ma di fatti crescenti a vicenda; ondeché poi chi cerca sinceramentegli uomini iniziatori delle rivoluzioni, ne suol trovare due serie diverse, una di scrittori, ed una di operatori. Nel caso presente poi, le due serie sono rappresentate principalissimamente da due uomini, Carlo Alberto, di che giá dicemmo, e Vincenzo Gioberti.—Torinese questi, sacerdote, filosofo, teologo, di grande altezza, scrittore fecondo e magniloquente oltre ogni esempio italiano, fu illustre tra’ compagni ed in sua cittá fin dai banchi universatari, fu implicato nelle persecuzioni che seguirono la congiura del 1833; esigliato, incominciò a scrivere opere miste di filosofia e politica, e tendenti ad accrescere anziché guarire la divisione tra governanti e governati, tra principi e popoli italiani. Ma tra per candore e grandezza nativa, o per sinceritá o gravitá di studi, che gli fecero scorgere insieme e la nuova moderazione di Carlo Alberto, e l’util diretto che ne veniva all’Italia, e quello maggiore che ne verrebbe quando tal moderazione di principato si contraccambiasse ed accrescesse colla moderazione de’ popoli, il fatto sta che nel 1843 egli pubblicò quel libro delPrimato civile e morale degli italiani, nel quale, esule generoso, egli si rivolse a lodare, a spiegare, a promuovere quella reciproca moderazione, e farne nuovo sistema di politica italiana. Gli si rivolsero contro naturalmente i piú degli esuli e perseguitati, incapaci di accedere a questa bella iniziativa di perdono, il volgo de’ liberali, le sètte principalmente invecchiate nel loro metodo di congiure e sollevamenti. Carlo Alberto all’incontro protesse il libro, lo lasciò correre ne’ suoi Stati, onde si diffuse in tutta Italia. Seguirono altri libri, altri scrittori che io mi proverei forse ad apprezzare con imparzialitá, entrando in particolari, ma che non mi sento in poche e proporzionate parole; alcuni libri di Durando, d’Azeglio, di Galeotti, e di nuovo di Gioberti e di me; oltre alcuni scritti minori di Capponi e di altri nell’Ausoniopubblicato dalla Belgioioso in Parigi. Osserverò solamente che i primi in tempo e piú fecondi di questi furono quattro piemontesi, due esuli e due tollerati in patria da Carlo Alberto, ondeché si volse a questo piú che mai ogni attenzione, ogni speranza. Le sètte erano soverchiate, respinte nell’oscuritá, fuor del moto e de’ modi presenti. Provarono dueimprese: a Rimini ed in Calabria; fallirono, furono seguite quella di persecuzioni ed esigli, questa di supplizi, al solito. Gioberti ed Azeglio tuonarono contro ai persecutori, compatirono ma ammonirono i perseguiti. Tutto ciò fino al principio del 1846, quando d’una contesa di dogane prese occasione Carlo Alberto d’entrare in pratica di que’ principi d’indipendenza, che lasciava oramai predicare apertamente. Austria domandava cessasse certo passaggio di sali per Piemonte a Svizzera. Non ottenuto l’intento, raddoppiò, a rappresaglia, il dazio de’ vini piemontesi in Lombardia. Carlo Alberto lasciò dapprima discutere liberamente nellaGazzetta ufficiale; poi fecevi uscire una dichiarazione governativa anche piú libera. Erano grandi novitá. Se ne commosse a festa il popolo di Torino, e fu la prima di troppe simili dimostrazioni fatte poi.—Ma come succede quando cresce un’opinione buona ed universale in una nazione, sorse fra pochi mesi una nuova e molto maggiore occasione, la morte di Gregorio XVI, l’elezione del successore. Grande l’aspettazione, divise le parti, e brevissimo tuttavia il conclave, fu eletto addí 6 giugno il cardinale Mastai, Pio IX. Dubitavasi di che parte fosse; egli lo chiarí in breve: addí 16 luglio pubblicò la piú bella, la piú larga, ed anzi la sola che meritasse il nome di «amnistia» fra le tante fatte in questo secolo, fecondo d’ogni cosa buona, cattiva e dubbia.

Da quel giorno la rivoluzione italiana, che era stata fino allora piú nelle lettere che nelle opere, uscí dalla teoria, entrò in pratica, entrò in quel secondo periodo che fu detto bene «delle riforme», e che fu pure di un’unione, un’unanimitá, un intendersi quasi tra Stato e Stato d’Italia, tra divisioni e suddivisioni della parte liberale, non escluse (almeno in apparenza) le stesse sètte, e di tutti quanti poi col compatito popolo di Lombardia e Venezia, solo in disaccordo col principe suo straniero; un periodo poi di speranze esaltate, di lodi e adulazioni reciproche, di feste avvicendate colle riforme, e cosí continue. E tutte le rivoluzioni incominciano cosí, per vero dire; e son famose, tra l’altre, le epoche di letizia e speranze del 1640 in Inghilterra, e del 1789 in Francia. Ma niuna arrivò al paro di questaitaliana, che durò diciotto mesi di matta letizia. Del resto, fu naturale; i miseri italiani non erano avvezzi piú oramai che a due serie d’idee e di fatti: congiure, repressioni, supplizi, esigli, e di nuovo congiure di tempo in tempo, teatri, canti, amoreggiamenti, feste ne’ tempi ordinari. E cessando i supplizi e lor paure, si precipitarono nelle feste. Accrebberle molti liberali per arte; volevano impegnar i principi, di che pur dubitavano; ed i settari ed altri repubblicani, che prevedevano non aver a rimaner contentati dalle riforme spontanee, apparecchiavano coi moti festosi quelli ostili della piazza. E questo, per certo, fu gran danno venuto da tale stoltezza delle feste, ma non il maggiore. Il quale fu, che questi miseri popoli italiani, disavvezzi, dico, da ogni civile opera politica o militare, se ne disavvezzarono sempre piú tra l’opera puerile delle feste, vi si contentarono, vi si sfogarono; non concentrarono, non risparmiarono, non serbarono all’occasione vera, seria, grave, fatale, tutti que’ pensieri, quelle passioni che non si concitano se non dopo frenate, che son necessarie a concitarsi fino all’ultima loro potenza, per produrre effetti buoni e durevoli. E gli italiani, sciupati, stemprati dalle feste, non ne seppero piú produr di tali; niuno grande, dico, pochi durevoli, molti piccoli: diversi dispersi, inutili o nocivi. Ad ogni modo, fu un vero baccanale di dimostrazioni festive nelle piazze, di festive passeggiate per le vie, banchetti in sale, banchetti all’aria, canto di giorno e di notte, dappertutto, cantate per li teatri, coccarde, nastri, bandiere, catene di pezzuole e veli femminili che si chiamavano d’«unione nazionale», o che so io; poesie, prose, vaneggiamenti, pazzie.—E ad ogni modo questo fu il séguito, la serie de’ fatti, la quale domando licenza di por qui cronologicamente, non soltanto per abbreviare a’ leggitori ed a me un’angosciosa fatica, ma perché parmi che riesca cosí piú chiaro, e quasi parlante da sé, il cenno di questi diciotto mesi, operosi se si riguardi indietro, sprecati in gran parte se si guardi innanzi, o, per parlar piú esattamente, produttori di libertá e di licenza; improduttivi di quell’indipendenza, che è anche piú da desiderarsi, dell’indipendenza che avrebbe dovuto esser la prima e la sola mira degliitaliani. All’8 agosto, fu fatto segretario di Stato il cardinal Gizzi, popolare allora. S’incominciò con riforme piccole; accademie, scuole e simili, e commissioni per preparar le piú grandi. All’8 settembre, nuova e gran festa popolare a Pio IX, seguita da altre piccole, ogni volta che usciva egli a visitare una chiesa, un ospedale o una villa. Intorno a’ medesimi giorni, congresso dei scienziati a Genova: era il sesto di que’ convegni annui, vera celia quanto a scienza, veri preparativi quanto a politica, e che perciò erano stati ottenuti a stento sotto ai governi assoluti. Questo fu libero oltre al solito, e naturalmente fu occasione di feste. La piú strana delle quali fu poi, senza paragone, quella pur fatta in Genova addí 5 dicembre, per il centenario del medesimo giorno dell’anno 1746, quando i genovesi cacciarono di lor cittá austriaci e piemontesi, allora male uniti. Se servisse tal festa ad unire o disunire que’ due popoli italiani, forse poteva giudicarsi fin d’allora, certo fu poi giudicato dai fatti. Ai 14 gennaio del 1847, il papa fu complimentato di tutti questi iniziamenti del suo pontificato, conformi alla civiltá universale cristiana e fino extracristiana, da un ambasciatore straordinario del sultano; il quale era stato qui preceduto da un figlio del re di Francia, e fu seguito in breve dal principe Massimiliano di Baviera, e Maria Cristina regina di Spagna, ed un ambasciatore del Chili, e congratulazioni degli Stati Uniti d’America. E dall’Irlanda si partí per Roma O’Connell; ma morí per via, e fu occasione di altre feste e discorsi funebri. E continuando intanto altre riforme piccole in Roma, seguí a’ 12 marzo la prima grande, e tanto grande che in meno di un anno riuscí compiuta la rivoluzione rappresentativa in Italia, dico la riforma della stampa. Non che le fosse conceduta la piena libertá; ma tra ciò che ne le fu conceduto e ciò ch’essa se ne prese a poco a poco in aggiunta, il fatto sta che bastò a quel gran risultato. Ma allora parve troppo poco, ed incominciarono le feste a diventar tumulti. Sorsero e moltiplicaronsi giornali in Roma e negli Stati, come poi, quando vi furono concedute le medesime libertá, in Toscana e negli Stati sardi. E come succede sempre negli Stati liberi, dovela popolaritá è come il favore nelle corti assolute, ma come succede tanto piú negli Stati che sono in rivoluzione di liberarsi, perché la popolaritá vi è allora come il favore nelle corti tiranniche; chiunque corteggiava popolaritá, si pose fatalmente a spingere innanzi la rivoluzione, e pochi vollero od osarono tenerla ne’ limiti della prudenza e della moderazione, pochissimi professaron apertamente queste due ingrate virtú; e di questi, pochissimi perseverarono poi nell’impopolarissima professione.—Ai 14 aprile, seguí una riforma che parve allora e fu festeggiata come maggiore, e fu nulla; un sistema di governo che parve forse ad alcuni poter tener luogo per sempre del rappresentativo, che sarebbe certo stato bene ne tenesse luogo finché fosse finita la conquista dell’indipendenza, ma che, ad ogni modo, nol tenne nemmeno fino al principio di essa, nemmeno un anno. Questo sistema era il consultativo; cioè una Consulta (cosí si chiamò allora in Roma), o di un Consiglio di Stato, od anche di parecchi corpi di diversi nomi, i quali in qualsiasi forma consigliassero il principe nella elaborazione e pubblicazione delle leggi, senza avervi tuttavia niun voto impeditivo o realmente deliberativo. E questo sistema non era nuovo, anzi vecchio ed invecchiato sul continente, dov’era stato provato fin dal secolo decimosesto quasi dappertutto. In Italia era stato riprovato in Napoli e Torino, ma in ombra; ondeché non avea mutato il governo assoluto. Ma provato ora piú realmente in Roma (e poi in Firenze e Torino), e coll’opinione ferma in desiderare governi deliberativi e rappresentativi, ed insieme coll’altra novitá della stampa di fatto libera, egli produsse prontissimamente ciò che doveva produrre in tali condizioni, ciò ch’ei produrrá sempre piú o men prontamente, ma inevitabilmente oramai, il desiderato governo rappresentativo. Perciocché insomma, questi governi consultativi, è una forma ibrida che poté durare due secoli nella civiltá de’ secoli decimosettimo e decimottavo, e senza la libertá né la diffusione della stampa; ma che con queste, e nel nostro secolo decimonono, non avrá forse mai piú tant’anni di vita, quant’ebbe secoli; che non uscirá mai piú di questo dilemma di fatti: o rivoluzioneretrograda al governo assoluto, o rivoluzione progrediente al rappresentativo; e cosí sempre rivoluzioni. Ai 14 giugno, riforma minore ma piú durevole, come quella che è logica, e s’adatta ad ogni forma di governo; un primo ordinamento razionale del ministero per ordine di materie. Ai 16 giugno, anniversario dell’elezione dell’adorato Pio IX; e, naturalmente, festa maggiore. Ai 17, anniversario dell’incoronazione, e seconda festa. Parve troppo finalmente; e con bando del 22, Gizzi sgridò il popolo dolcissimamente; e il popolo se n’offese e gridò a Gizzi, quasi uno de’ retrogradi gregoriani, oscurantisti, sanfedisti, gesuiti, austro-gesuiti; nomi che incominciarono a prodigarsi da chiunque voleva andare innanzi a chiunque andava un passo meno che lui.—E sí che Gizzi e il papa andavano pure non poco, forse troppo. Al 5 luglio, istituzione della guardia civica, istituzione anche questa ottima, anzi indispensabile negli Stati rappresentativi, stolta in quelli che volevano rimanere consultativi.—Al 7, rinunzia di Gizzi; al 10, nomina di Ferretti. Addí 16, anniversario dell’amnistia, doveva esser gran festa; fu invece gran tumulto addí 14 e 15, ché sparsasi, naturalmente come succede in tali concitazioni, o ad arte come succede de’ concitatori, o l’uno e l’altro insieme, la voce d’una gran congiura retrograda, sanfedista e via via, si affiggono a’ muri i nomi de’ supposti congiurati, poi si cercano, si entra in lor case, s’arrestano, si serrano in Castel Sant’Angelo, si dá lor caccia per le campagne, e fino oltre i confini, e se n’istituisce, annuente il governo, un gran processo che non riuscí a nulla mai. Intanto, tumulti qua e lá nelle province.—E intanto (che diede ombra di veritá ai sospetti popolari), addí 17, escono gli austriaci dalla cittadella di Ferrara che occupavano dal 1814, s’acquartierano in cittá. Proteste quindi del cardinal Ciacchi governatore addí 6 agosto, e Ferretti a dí 12. Ma addí 13 gli austriaci occupano i posti militari della cittá; riprotestano Ciacchi e Ferretti, risponde il gabinetto di Vienna. Ne seguirono poi negoziati ufficiosi ed ufficiali a Roma, a Vienna ed a Milano, e finirono in dicembre colla restituzione della cittá alle truppe pontificie, con poche e piccole concessioni alle pretese dell’Austria, congrande scapito di sua dignitá e tranquillitá in Italia; essendosene accesi intanto contro lei, e non domati, gli animi di tutti gl’italiani, popoli e principi, Pio IX con gli altri, e Carlo Alberto piú di nessuno. Fu minaccia senza effetto, o, ciò che equivale, fatto piccolo con grande scandalo; grand’errore.—E ne fu agevolato un affare che sarebbe stato grave, se avesse potuto durare, l’effettuazione di quella lega doganale tra gli Stati indipendenti d’Italia, la quale era stata giá piú desiderata che sperata dagli scrittori precedenti le riforme. Mandato monsignor Corboli Bussi da Roma a Firenze, Torino e Modena, se ne stipularono le basi tra le tre prime corti, addí 3 novembre in Torino; e non accedendo Modena austriaca, dichiarò pure non far ostacolo per il suo territorio di Massa, frapposto fra Piemonte e Toscana. Intanto, al 2 ottobre, ordinamento del municipio romano in forma piú liberale, e feste piú che mai in quel giorno, ed alla dimane e cinque dí appresso; e poi al ritorno del papa da sua villa di Castel Gandolfo, e per il viaggio a Porto d’Anzo e per il ritorno, e per una sua visita alla chiesa di San Carlo, e per un nuovo motuproprio sulla Consulta, e per l’installazione di lei addí 15 novembre, e per quella del municipio addí 24, e per la vittoria degli svizzeri contro ilSonderbund, addí 30. Né quest’ultima fu tutta festa: insultaronsi i gesuiti, e fu il primo di que’ tumulti che fecersi poi in tutta Italia contro a quella Compagnia, e furono seguiti dalla cacciata di lei pochi mesi appresso, quando appunto sarebbesi dovuto attendere a cacciare gli austriaci, e non a dividere italiani da italiani, preti o non preti, gesuiti o non gesuiti, scandalezzando, incominciando ad alienare Pio IX.—E finí l’anno in Roma [30 dicembre] con un nuovo e miglior ordinamento dell’ordine delle materie nel ministero. Ed io non so ciò che ne parrá ad altri; so bene che l’avere qui concentrate quelle numerose riforme, que’ grandi passi fatti in diciotto mesi, dal governo assoluto qual era stato lasciato da Gregorio XVI, a questo governo cosí largo di Pio IX, mi fa, non che ingiuste, parere ingiustissime le lagnanze allora di tanti, e duranti in alcuni ancor oggi, che egli andasse troppo lento in esse. E tanto piú, che molto piú lenti andavano gli altri principi italiani.

In Toscana, la rivoluzione delle riforme non si può dire incominciata se non un dieci in undici mesi dopo che a Roma, quando, addí 8 maggio, uscí una legge che rallentò le censure della stampa. Seguirono feste in Firenze e tutto lo Stato, insulti al console austriaco in Livorno; e poi giornali numerosi, liberi oltre la legge, liberissimi, ed alcuni licenziosi. Poi, commissioni a preparare altre riforme; e il governo consultativo che giá esisteva lá in ombra, riordinato, praticato; poi, ai 4 settembre, istituzione della guardia civica; e nuove feste, in cui apparí per la prima volta, fra altre innumerevoli, la bandiera tricolore. Intanto, feste e tumulti in Lucca; paura dei due duchi padre e figlio; e addí 1º settembre, concessione di tutto ciò che era stato conceduto in Toscana; poi fuga dei duchi, e cessione al granduca dell’usufrutto che tenevano finché morisse Maria Luisa, e lasciasse loro Parma. E cosí Lucca fu riunita a Toscana.

In Piemonte poi s’incominciò anche piú tardi; e fu fatale che quel paese e quel re, i quali avean date le prime mosse alle riforme, e dovevano poi prendere la prima e massima, e quasi sola parte all’impresa d’indipendenza, entrassero cosí ultimi in tutto ciò che ne era apparecchio. Ma il fatto sta che Carlo Alberto, vivissimo all’indipendenza, era lentissimo alla libertá, né, io credo forse e potrei dire so, per odio o vil paura ad essa, ma per nobilissima paura che questa nocesse a quell’acquisto d’indipendenza che era insomma il primo, il grande, il supremo de’ suoi pensieri. E certo, che questo spiega e le antiche e le intermediarie e le ultime azioni di lui, e le sue virtú e i suoi errori, le sue lentezze, le sue titubanze, le sue ostinazioni. Ad ogni modo, dal principio del 1846 al settembre del 1847, non s’era fatto un passo, non una riforma in Piemonte. Né una festa o un tumulto, che fu gran vantaggio a tener nuovi gli animi all’opere reali. Né a settembre stesso ed ottobre fu altro che una lettera confidenziale, ma confidenzialmente fatta pubblica, dove Carlo Alberto diceva che «se la provvidenza mandava la guerra d’indipendenza, co’ suoi figli a cavallo se ne farebbe capo». Il mondo sa come essi adempissero la parola. Ma allora non fece grand’effetto. L’opinione era alle riforme,di che il re non faceva né diceva nulla. Sorsero, si rinnovarono frequenti tumulti, i piú pacifici e rispettosi siensi veduti mai. Finalmente, addí 29 ottobre, fu pubblicata una notificazione in che si promettevano tutte insieme le riforme che dovevano portare e portarono il Piemonte al paro dei due altri Stati riformati, Roma e Toscana; governo consultativo, cioè Consiglio di Stato, riordinato, corroborato di membri provinciali, nuove attribuzioni ad esso ed a’ Consigli provinciali e comunali; larghezza alla stampa che in breve ne diventò qui pure liberissima, cercatrice di popolaritá licenziosa; e guardia civica (?). E allora pur qui i tumulti piccoli diventarono feste grandi, ma cosí ordinate, che fu una meraviglia ed un’eccezione. E tutte queste promesse vennero effettuandosi poi con sinceritá e prontezza. Il re s’era deciso oramai; non die’ indietro, non titubò mai piú d’allora in poi. Ma fu certo gran danno che si fosse incominciato cosí tardi, che le riforme non avessero tempo ad effettuarsi, a preparare il paese, quando si venne ai due scoppi della libertá rappresentativa e dell’indipendenza. E fu danno maggiore, che entrando appunto nelle vie della libertá, egli si rallentasse nel pensiero dell’indipendenza a tal segno, che, anche dopo le minacce testé pronunciate, non facesse un apparecchio di guerra, non una riunione, non un collocamento militare di truppe, nulla, salvo la chiamata d’uno dei quattordici contingenti che erano a lor case. Miseria umana! negli uomini come nelle nazioni, una preoccupazione caccia l’altra. Napoleone stesso diceva non potersi fare che una cosa alla volta.

Nei due ducati di Parma e Modena, niuna riforma, pochi tumulti, sufficienti passioni. E cosí in Napoli e Sicilia: salvoché i tumulti scoppiarono in Reggio di Calabria e Messina [settembre]; ma furono repressi. Ferdinando Borbone si vantava di non aver bisogno di dar riforme; esser date da gran tempo lá: ed era vero, in ombra. Non gli venne in pensiero che si domandava e rimaneva a darsi la realitá. E cosi vantava il governo austriaco in Lombardia e Venezia; ed era vero poi, non solamente in ombra, ma in parecchie realitá. Se non che, costá il gran desiderato era di ben altro che riforme, e l’Austria nolpoteva effettuare. Festeggiossi, tumultuossi in Milano per l’instaurazione d’un nuovo arcivescovo [settembre], e festeggiossi e parlossi in Venezia in occasione del congresso scientifico. Ma il governo, la polizia d’Austria reprimevano ben altrimenti che quelle de’ principi italiani. La repressione piú efficace fece poi, al solito, tanto piú efficace lo scoppio.

Questa era la condizione d’Italia, questo il progresso della rivoluzione riformativa al principio del fatale anno 1848. E in men di tre mesi era compiuta la rivoluzione, era incominciata l’impresa d’indipendenza. Al 1º gennaio gran festa in Roma, non per altra occasione che del capo d’anno. Se ne spaventa la corte, apparecchia armi. Il popolo se n’offende, e la corte cede, scioglie gli armati; e il papa esce il dí appresso per le vie, e il popolo trionfante, Ciceruacchio capo solito di esso, acclama, inghirlanda, imbandiera la vittima sua.—Addí 2 e 3 moti in Milano... e feste funebri in tutta Italia. Addí 12 poi, moti anche piú gravi in Sicilia, e poi Napoli. Dove essendosi tumultuato e represso, e l’uno e l’altro invano, da parecchie settimane, finalmente i siciliani appuntarono pubblicamente quel giorno per sollevarsi davvero, se non fosse fatto nulla dal governo. E non essendosi fatto, si sollevarono cosí in Palermo. Resistettero le truppe regie, e vinte due volte si ritrassero, e fu fatto lá un governo provvisorio, a che aderí Sicilia tutta. E addí 16, domato il re finalmente, fece a un tratto e inutilmente tutto ciò che non aveva voluto fare a tempo ed agio; concedette libertá di stampa, governo consultativo, amministrazione separata per la Sicilia. Non serví piú; il popolo tumultuava peggio che mai addí 17. Cede il re, muta il ministero, chiama a capo di esso Serracapriola, promette costituzione. Addí 29 ne pubblica le basi, addí 10 febbraio ne pubblica il testo. Fu egli ridotto a tal passo ulteriore che finí la lenta (finché non fosse fatta l’impresa d’indipendenza) pendente rivoluzione riformativa, ed iniziò la rappresentativa, da quella necessitá appunto e sempre dall’imprudenza di coloro che non seppero essere prudentemente operosi? ovvero da qualche gelosia, dalla vanitá personale di far piú a un tratto, che non gli altri principi italiani fin allora;di essere conseguente a se stesso, che s’era vantato di non aver a far riforme giá fatte nel suo regno? Sono questioni intenzionali che non si potrebbero sciogliere, se non in una storia fatta da Dio. Ad ogni modo, in quell’anno, in quei giorni, in quelle condizioni d’Italia, che qualunque favilla anche minore scoppiata in un luogo serpeva quasi lampo in ogni altro; non era possibile oramai che questa gran parola, questo immenso e desiderato fatto d’una costituzione rappresentativa, compiuto e proclamato in uno degli Stati italiani, rimanesse esclusivo in quello, non facesse sorgere fatti simili in tutti gli altri. I particolari delle feste e tumulti che giá non si potevan distinguere, delle domande legali od illegali, opportune od inopportune, coraggiose o cedenti, e delle cedenti resistenze, sarebbero troppo lunghi per questo cenno, e cadrebbero in que’ giudizi che non voglio qui promuovere. Ondeché mi accontenterò di dire, che la costituzione rappresentativa fu pubblicata in massima addí 8 febbraio, sancita in statuto addí 4 marzo; la costituzione toscana promessa addí 7 febbraio, e data in statuto addí 17 marzo, e la costituzione romana promessa addí 14 febbraio, e data in statuto addí 14 marzo. Cosí, quattro Stati, cioè tutti gli Stati grandi indipendenti d’Italia, cioè diciassette dei ventitré milioni, due terzi degli italiani, entrarono nella gran rivoluzione rappresentativa europea, ebbero rappresentativi statuti. E se n’applaudirono a vicenda principi e popoli, quando in quegli ultimi giorni di febbraio scoppiò la rivoluzione repubblicana di Francia. E se n’applaudivano principalmente i liberali piú moderati ed amici della monarchia. La concessione degli statuti, dicevano, n’avea salvi dalla repubblica. Pochi sapevano ricordare che giá due volte, alla fine del secolo decimoquinto e decimottavo, Francia ci aveva interrotto l’assestamento, il progresso riformativo d’Italia; sapevano temere che la nuova libertá italiana e la nuova repubblica in Francia, fossero due ostacoli invincibili alla guerra d’indipendenza che tutti vedevano imminente.

43. Continua l’appendice. Principio d’un’etá ottava della storia d’Italia? La guerra d’indipendenza [1848-1849].—Se non m’inganni quell’illusione troppo frequente che fa a ciascuno parer grandissimique’ fatti, quelle sventure in che visse, operò o soffrí, io credo che l’anno 1848 sia per rimanere uno de’ piú notevoli nella storia non solamente della gran rivoluzione rappresentativa, ma forse anche di quella che non può non seguire delle nazionalitá europee. Quattro grandi desidèri politici, o, se cosí si vogliano chiamare, idee, scoppiarono insieme qua e lá in Europa, la sconvolsero in quell’anno. 1º Il desiderio della democrazia assoluta, esclusiva, sotto i due nomi poco diversi di «comunismo» e «socialismo». 2º Il desiderio della libertá rappresentativa. 3º Il desiderio delle indipendenze nazionali. 4º Il desiderio delle cosí dette unitá delle nazioni, o riduzioni di esse a un governo solo o centrale. La rivoluzione francese di quell’anno fu prodotta non piú che dal primo e piú stolto di questi desidèri; la germanica, dal quarto e piú vano di essi; l’italiana sola fu l’effetto di quei due che non si debbono dir solamente piú legittimi e piú santi di que’ desidèri o sentimenti, ma principi imperituri dell’esistenza d’ogni nazione civile, i due sentimenti, desidèri, o passioni o principi, della libertá e dell’indipendenza. Sventuratamente l’Italia ebbe a propugnare i due insieme, e sventuratissimamente (dando retta di nuovo a consiglieri scartati negli ultimi anni) ella v’aggiunse il vano desiderio dell’unitá, o sogno settario. Chi vuol arrivare, non può avere che uno scopo solo; due, o peggio tre vie, sono impossibili a seguire. La mente umana non è infinita, anzi è misera; piú misera la mente di un popolo, dov’è la difficoltá di riunir tante menti in una. Napoleone stesso, una delle meno misere fra le menti umane, e mente unica assoluta d’una gran nazione, si vantava di non far mai che una cosa alla volta. Finché l’Italia fará imprese di due o tre scopi alla volta, ella le perderá sempre, quand’anche avesse occasioni piú belle che non quella del ’48, che è difficile, e quand’anche avesse a capo un Napoleone, che non è possibile, senza quell’unitá, la quale non si può (quando si dovesse) cercare senza l’indipendenza; la quale appunto si tratta d’aver prima ed anzi sola.

Tuttavia, a malgrado la sua importanza, l’anno 1848 non rimarrá per le altre nazioni èra di niuna nuova etá.

La democrazia assoluta tentata in Francia, e l’unitá governativa tentata in Germania, sono giá state vinte una volta; e perché quella è assurditá contraria a tutte le presenti e crescenti civiltá, questa vanitá o almeno utilitá non proporzionata a sue difficoltá, elle saranno probabilissimamente vinte altre volte.—Ma, all’incontro, perché due dei tre motori della rivoluzione italiana del ’48, sono, non che conformi, ma necessari a questa medesima universale e cristiana civiltá, perciò non credo debba rimaner dubbio a nessuno, e non rimane almeno a me: questi due scopi continueranno a concitare le menti italiane, a far nuove rivoluzioni, finché non sieno pienamente ottenuti. Dopo il fatale ma grande nostro ’48, non sono piú possibili né i vili ozi del Seicento, né le stentate riforme del Settecento, né le guerre sotterranee, gli scoppi inutili, le sètte inefficaci della prima metá dell’Ottocento; né per conseguenza quella preponderanza straniera che oltre tre secoli durò giá tranquilla con tali servi, poco inquietata da tali nemici. Dopo lo scoppio pur infelice, ma tutto diverso dei precedenti del ’48, rimangono e rimarranno, Dio solo sa quanto, gli stranieri in Italia materialmente, né piú né meno che prima. Ma non sono piú essi che possano dare lo spirito ai fatti, né i nomi alla storia d’Italia; sono, saranno le memorie del ’48; è, sará quella libertá rimasta in risultato e ricompensa degna ai propugnatori veri dell’impresa del ’48. Durerá dieci, cento, mille anni la nuova etá? Si chiamerá essa della libertá e dell’indipendenza conquistate? ovvero della conquista della libertá e dell’indipendenza? ovvero anche (che non credo, e Dio pietoso nol voglia) dell’inutile tentativo alla libertá e all’indipendenza? Io nol so; ma questo so dagli esempi di trentasei secoli noti alla storia, dalle condizioni di questo nostro in tutto il mondo; che le rivoluzioni (non le congiure) di libertá, una volta iniziate, possono retrocedere sí, ma non cessare; che la libertá interna è incompatibile colla servilitá al di fuori; che potrá quindi essere in Italia un’etá forse lunga, forse terribile, forse infelicissima, di lotta tra servi e padroni, ma non piú un’etá di servilitá da una parte, e quindi di preponderanza dall’altra. Sarebbe, cosíDio non voglia, piú possibile un’etá di servitú, che di servilitá o preponderanza. Questa è finita oramai; incomincia dal 1848 un’etá nuova, che io numero ottava della storia d’Italia, che i posteri battezzeranno essi, secondo che saranno piú o meno buoni della generazione nostra iniziatrice.

Qui giunto, cresce la difficoltá di quest’appendice. Potrei scusarmi di finirla qui. Ma poiché (bene o male) io superai giá quella di parlare dei fatti a cui preser parte gli amici ed avversari miei, io mi proverò a superar pur quella che qui s’aggiunge di parlar de’ fatti in cui ebbi parte anch’io. E supererolla al medesimo modo, solo possibile in questa brevitá, di giudicare sí i fatti, ma non la parte che v’ebbe ciascuno. E faccio e domando quindi per me la medesima riserva, che mi par giustizia. Quand’io loderò o condannerò un fatto in che ebbi parte io, come altri, non vuol dire che io lodi o condanni me. A un fatto moralmente cattivo è cattiva qualunque partecipazione per certo; ma un errore politico, pur rimanendo errore al complesso di quella nazione e di quelle persone che il fecero, può essere, non che scusabile, ma bello e generoso in chi il fece per iscansare errori maggiori. Gli errori del ’48 sono certi, poiché fallimmo l’impresa; ma quali sono? Chi vede gli uni, chi vede gli altri, io ne vedo forse piú che nessuno; e noterolli, anzi non vo incontro all’ingratissima fatica se non per notarli, perché credo possa essere piú utile ciò che tutto il resto del mio volume. Ma il giudicare qual parte abbia avuto ognuno in quegli errori, sarebbe materialmente impossibile qui; e non sarebbe poi anche in opera piú lunga possibile a me. Delle cose a cui si partecipò io credo che sia piú bello, piú franco farsi non giudice, ma piú modestamente avvocato; scrivere non storia, ma memorie. E queste detterò poi, quando io abbia tempo e voglia; ché non credo aver né l’un né l’altra.

Dicemmo, gli statuti, la libertá essere stata data a Napoli addí 11 febbraio, a Torino addí 4 marzo, a Firenze addí 17, a Roma addí 14 marzo.—Addí 18 incominciò il sollevamento de’ milanesi; al 19 Carlo Alberto die’ ordine di adunare l’esercito al Ticino. Nella notte del 22 al 23, dopo cinque giornatedi sollevamento, inopportunamente fatto, meravigliosamente proseguito e finito, Milano fu libera dai tedeschi. E nel medesimo dí, cinque ore prima che ne giugnesse nuova a Torino, la guerra d’indipendenza era dichiarata dal piccolo re di Piemonte, cioè di quattro milioni e mezzo d’anime, senza un’alleanza, né politica, all’imperator d’Austria, cioè di trentasei milioni, appoggiato dall’alleanza d’Europa dal 1815. Non importa; si gridò in tutta Italia alla tardanza, alla titubanza piemontese.—Addí 25, un primo corpo piemontese entrò in Milano, addí 26 il re partí di Torino, addí 3 aprile entrò in Pavia, e proseguí poi a Crema, con soli venticinquemila uomini contra l’esercito austriaco di settantamila. Questi, fuggenti dalle cittá sollevate, si raccoglievano al campo di Montechiaro. Il re lo minacciò, lo sloggiò piegando a destra, e scendendo il Po. L’operazione era bella, la guerra era portata d’un tratto sul Mincio. Addí 8 aprile, si combatté a Goito, si prese e si passò quel fiume; addí 9 si combatté e si passò a Monzambano, addí 10 ed 11 a Valeggio. Allora la guerra era necessariamente in que’ campi tra Mincio ed Adige, dove, quando non era se non la fortezza di Mantova, Buonaparte giovane e vittorioso dimorò e vinse per otto mesi, dove ora era il terribile quadrilatero di Peschiera, Mantova, Verona e Legnago, apparecchiate, rinforzate e studiate ne’ trentaquattro anni di pace dai sospettosi stranieri, dove ora il re conduceva un esercito nuovo di venticinquemila uomini, contro sessanta o settantamila austriaci. Il grido d’Italia, cioè de’ settari, dei tribuni di piazza, degli oratori di circoli, degli scrittori di giornali, del governo provvisorio di Milano, forse senza eccezioni, e quello stesso dei ministri e consiglieri del re con pochissime eccezioni, era che si passasse attraverso i due fiumi, le quattro fortezze, i sessantamila nemici, per dar la mano a Venezia, Vicenza e l’altre cittá, e si portasse la guerra agli sbocchi, anzi alle cime dell’Alpi da Como a Trieste. Né fa meraviglia che la povera Italia, inesperta di guerra anche piú che di politica, gridasse siffatte stoltezze; sí il può fare che rimangano queste in alcuni libri di uomini anche militari. Quand’anche fosse stata vera, generale ed armata insurrezione inLombardia e Venezia, sarebbe stata inutilitá, fanciullaggine, correre a dar la mano a’ veneti, perdendo piede in Lombardia, che è la solita perdizione di tutte le guerre d’insurrezione. Ma questo poi non era né poteva essere in Lombardia né in Venezia, non v’essendo armi colá, né potendone dare il Piemonte, che non n’avea, pur troppo, il corredo suo intiero per il proprio esercito; ondeché, chi accusa lombardi e veneti di non essersi levati ad insurrezione armata, è poco meno ingiusto che chi accusa il re di non esser corso a congiungersi (quand’anche fosse stato materialmente possibile) con quell’insurrezione che non esisteva. Il fatto sta che gli eventi tutti di questa guerra dimostrano ora facilissimamente ad insegnamento (che Dio voglia non disperdere) delle generazioni future, che la somma, che il tutto di questa prima, ardita, forse temeraria, generosa guerra d’indipendenza, era, doveva essere, non poteva non essere se non nell’esercito piemontese; che questo doveva dunque serbarsi, salvarsi, mantenersi, accrescersi, aiutarsi, incoraggiarsi, lodarsi, amarsi, e quasi adorarsi unicamente da tutta Italia; e tenersi perciò dal suo capo coraggiosamente, inalterabilmente sulla difensiva, ogni volta che non venisse un’occasione quasi sicura di offensiva; e prendersi questa allora solamente, e finché durasse l’occasione, tornando poi alla difensiva, dando tempo alle popolazioni di procacciarsi armi ed esercitarvisi, ed ai principi italiani di mandar aiuti, ed ai popoli di accorrervi; dando tempo, insomma, a quel tempo che è il piú grande alleato di tutte le guerre d’insurrezione, che era allora il solo nostro. Ma le stolte grida fecero fare una guerra tutta opposta, una guerra in furia, una guerra che volevasi corta e grossa; e questo fu l’errore che perdette tutto, che il perderá, se occorre, altre volte; perché da questo nacquero tutti gli altri, piccoli e grandi, numerosi, di rado interrotti, sempre risorgenti, e finalmente fatali. Né io conto per tale l’aver tentata con poca e piccola artiglieria Peschiera fin dal 13 aprile, Mantova fin dal 19; questo era necessario per tastare il nemico, per vedere se era veramente o no scoraggiato, se appunto si poteva fare o no una guerra tumultuaria, senza o contra regole. Ma la vanitádei due tentativi provò appunto il contrario; e fu errore non vederlo subito, e non chiamare fin d’allora il parco d’assedio, per una guerra che doveva essere evidentemente d’assedi, numerosi, ripetuti, continuati o lasciati, centrali a tutte le operazioni eventuali, alla Buonaparte. Ad ogni modo, fecesi bene, molto bene, ne’ dí seguenti. Arrivava, ordinossi l’esercito di sessantamila uomini piemontesi e de’ ducati; fecesene un corpo di due divisioni sotto Sonnaz a sinistra, uno di due altre sotto Bava a destra, una riserva di una divisione sotto il duca di Savoia. Questo era l’esercito d’operazione; ma alcune migliaia varianti in numero di volontari lombardi guardavan l’Alpi a sinistra, sulla sponda occidentale sul lago di Garda; cinque in seimila toscani arrivavano, furono posti poi a guardia contro a Mantova; diciassettemila pontifici varcavano il basso Po, e invece di unirsi co’ veneziani, e chiamare a sé tutti i veneti per fare un grosso esercito minaccioso da Padova e il Bacchiglione, corsero tutto il Veneto, chiamati da tutte le cittá, inutilmente allora, fatalmente poi; e in ultimo era arrivato un migliaio, e s’aspettavano venticinquemila napoletani. Con tali forze presenti, tali sperate, il re fece passare il Mincio a tutto l’esercito d’operazione, addí 26 e 27, occupò addí 28 e 29 que’ colli che salgono da Valeggio per Somma Campagna e Sona fino alla sponda destra dell’Adige, e quindi si collegano al Montebaldo, alle storiche posizioni di Rivoli e delle Chiuse d’Italia. Cosí investiva Peschiera; ma gli austriaci mostrarono volersi difendere a Pastrengo. Il re ve li assalí addí 30, e li vinse in bella giornata, che sarebbe stata forse piú bella se si fosse spinta per qualche ora di piú. Ad ogni modo su que’ colli era il luogo di fermarsi, di fortificarsi, di radicarsi, per far l’un dopo l’altro l’assedio di Peschiera addietro, di Verona poi all’innanzi. Delle quattro terribili piazze non erano necessarie a prendersi se non queste due, per portare, non piú stoltamente ma sicurissimamente l’esercito nella Venezia, per far cadere forse ed annullare per certo le altre due. Questo era non solamente precetto, regola d’arte, ma senno o senso volgare o comune. Ma le grida non permettevano senno e regole; volevano, dettavanosregolature, colpi di genio, miracoli. Si tentò uno di questi addí 6 maggio. S’assalí Verona, la gran piazza d’armi d’Austria in Italia, con fanti, cavalli, e pezzi di campagna: riuscí come sogliono tali miracoli; fu respinto l’esercito piemontese da Santa Lucia dove era giunto, fu salvo nel ritirarsi dal bravo duca di Savoia. Allora si ricorse alle regole; e riuscirono a bene. In regola si fecero venir le artiglierie grosse; in regola si camminò per le trincee, si fecero parallele, si costrussero batterie, si aprí il loro fuoco [18 maggio] contro Peschiera, sotto gli ordini del duca di Genova; e in regola si propose una capitolazione, addí 26, ed in regola fu ricusata. Intanto Radetzki, l’insultato, ma ammirabil vecchio di 86 anni, si moveva da Verona addí 27, per far levar l’assedio con bella operazione. Veniva a Mantova [28], assaliva il mattino appresso con quarantamila i cinquemila toscani e pochi napoletani, staccati, od anzi, pur troppo, sacrificati a Curtatone e Montanara; e i toscani mostrarono costí non essere la mancanza di valor naturale, e nemmeno quella della disciplina che impedisca di diventar militare, ma solamente la colpevole trascuranza de’ loro governanti, o forse l’avarizia del paese che non vuole avere esercito per non ispendervi. Ad ogni modo, si fecero uccidere al loro posto, gloriosamente. Né fu forse inutilmente del tutto: ché, fosse Radetzki indugiato da tal resistenza od altro, il fatto sta ch’ei non proseguí in quel giorno, e non giunse se non alla dimane [30] all’attacco disegnato sulla punta della destra piemontese a Goito. Ed ivi con bella e pronta riunione di sue truppe giá stava Carlo Alberto. S’appiccò la battaglia poche ore prima della notte; fu diretta bene, in buona regola, e vinta da Bava. Né era finita del tutto, quando giunse sul campo la nuova della resa di Peschiera, conseguita il medesimo dí. Questa giornata del 30 maggio a Goito fu la piú bella di quella campagna, che fu la piú bella che siasi fatta mai dagli italiani da sette secoli. Quel nome e quella data, ed anzi quei due mesi e mezzo dal 18 marzo al 30 maggio, quella prima metá della campagna del 1848, rimarranno, che che sia per succedere poi, cari e sereni nella memoria degli italiani che vi parteciparono o li videro, ed in quella puredei posteri. E non giá che non vi fosser fatti di quegli errori che si fan sempre in tutte le guerre, e piú in siffatte subitanee e disapparecchiate; ma perché vi furono piccoli e grandemente riparati.

Ed all’incontro quelli che succedettero furono gravi, non riparati, forse irreparabili. Radetzki, respinto e rotto a Goito, s’era facilmente coperto e rifatto in Mantova. Questo è il vantaggio incommensurabilmente grande, ma nemmen veduto dagl’ignoranti, del guerreggiare tra grosse fortezze proprie; poter esser battuto ma non sconfitto, mentre il nemico in aria è sconfitto appena battuto. E da Mantova Radetzki spingeva vanguardie, ricognizioni, fin all’Oglio. Allora a gridare che si sagrificava Lombardia, Milano, da quelli stessi che pochi giorni addietro pretendevano s’andasse nel Veneto, a Venezia, all’Isonzo. Si die’ lor retta, s’indugiò, si rimase a Goito, vi si raccolser tutte le forze piemontesi per quattro giorni intieri. Finalmente, addí 4 giugno, si volle assalir Radetzki; era scampato nella notte. Si spinse fin sotto Mantova, non si trovò ancora. E allora, ancora eran due cose a fare: ovvero inseguire il nemico tra Mincio ed Adige, od anche oltre Adige, che allora soltanto fu forse possibile; ovvero assalir Verona, la gran Verona che ha forse bisogno d’un esercito a guarnigione ed allora non l’aveva, e cosí forse prenderla, certo minacciarla in modo da richiamarvi in fretta e cosí in disordine l’esercito austriaco. Non si fece né l’un né l’altro, né nulla per sei giorni; e addí 10 fecesi peggio che nulla, quel che non si dovea fare, ciò che era lungi dal vero campo di quelle operazioni, lungi dal vero nemico; si corse alla somma sinistra sull’Alpi, a Rivoli abbandonato.—Intanto Radetzki faceva la piú bella forse delle operazioni sue, trasse profitto della sua stessa rotta. Ritiratosi per Legnago, piombò su Vicenza dove Durando s’era raccolto dopo aver invano tentato d’opporsi alla congiunzione di Nugent con Radetzki. Ora giungeva un secondo gran rinforzo d’oltre a quindicimila sotto Welden per Tirolo. Radetzki chiamò anche questo contra Vicenza. Durando e i suoi e i cittadini resistettero addí 10 gloriosamente, ma inutilmente; capitolarono alla sera.Ed alla medesima sera solamente da Garda, il re si rivolse a marciar contro a Verona. Addí 12, fu concentrato l’esercito a Villafranca; addí 13, fu portato presso alla gran fortezza. Ma vi si seppe il ritorno di Radetzki poc’ore innanzi da Vicenza presa; mancarono alcune intelligenze coll’interno della cittá, si rinunziò all’impresa, si ritrasse nella notte l’esercito, contento di non essere inseguito.—Seguí dal 14 giugno al 13 luglio un mese intiero di ozio, di silenzio, militarmente inconcepibile, inudito, non interrotto che da alcuni colpi di fucile e cannone da Rivoli e la Corona che s’era presa dopo Rivoli. Né fu risoluzione, appiglio a guerra difensiva. Cosí fosse stato! Trincerandosi sui colli tra Valleggio e Bussolengo, aspettandovi i rinforzi di Piemonte e Lombardia che venivano alla sfilata, che furono in un mese d’un venticinquemila uomini, che avrebbon potuto essere fra pochi altri d’oltre a centomila (come fu dimostrato poi al principio del ’49 dall’esserne sorti oltre a cinquantamila nel solo Piemonte esausto), sarebbesi dato quel tempo al tempo, che ridiciamo esser il piú grande aiuto alle guerre nazionali, che avrebbe qui posto alla nazione italiana l’interpellanza, se voleva o no davvero aiutar Piemonte che veniva, indipendente esso, ad aiutarla all’indipendenza. Ma non fu tal risoluzione; furono trenta irresoluzioni di giorno in giorno; non si mosse una zolla di terra sui colli difensivi, poche s’alzarono sulla strada da Verona a Peschiera; non si pensò ad assalir Verona con buona artiglieria, e buona pazienza, in regola, in faccia a sé, dove s’era mal tentata due volte; si pensò assalirla per la manca d’Adige, ficcando l’esercito tra esso e l’Alpi, che era una stoltezza, e non si tentò nemmeno; si pensò, forse piú strano, ad assalir Legnago, forticello piccolo, fiancheggiato dalle due fortezze grosse, e non si tentò; e si pensò finalmente, e pur troppo si tentò e incominciò, l’assedio di Mantova. In quella stagione, non v’era aria cattiva, ond’è probabile che se fosse durato quell’assedio sarebbe finito colla perdizione dell’esercito intiero. Ma se fosse finito colla presa di Mantova, non era fatto nulla, o poco; rimanendo intiera agli austriaci la linea dell’Adige, Legnago, e massime la gran Verona,quella Verona che è la vera ròcca d’Austria, il vero freno d’Italia. Ad ogni modo, addí 13 s’investí la piazza; due divisioni (si noti bene), un ventimila uomini, a destra di Mincio; il resto dell’esercito, un sessantamila uomini, a scaglioni tra Sacca e Marmirolo fino a Rivoli e la Corona; cioè in somma una linea sproporzionatamente lunga, una grossa testa intorno a Mantova, una lunga coda fino all’Alpi. Sorrideva finalmente la fortuna saputa aspettare dal vecchio maresciallo austriaco; colsela, accarezzò, aggravò l’errore nostro, e piombò ardito poi a punirlo. Fin dal 14 spinse a Ferrara un corpo minacciante i ducati. Bava si mosse verso questi; gli austriaci si ritrassero; e Bava, non volendo perder sua mossa, si distrasse a prender Governolo addí 18. Allora, estesa cosí piú che mai ed assottigliata la linea de’ piemontesi, e fermata tutta l’attenzione loro a lor somma destra, Radetzki li fece assalire addí 22 a somma sinistra, alla Corona. I nostri vi si difeser bene, anzi vinsero. Ma Sonnaz, giudicando bene non esser ivi la somma delle cose, ripiegossi quantunque vittorioso verso Peschiera. E di fatti, all’alba dei 23, Radetzki assalí Sona e Somma Campagna, con grandi forze, le prese, ne cacciò i pochi nostri che pur si ritrassero a Peschiera, ed esso spinse sino al Mincio, a Salionze, a Monzambano e Valleggio. Addí 24, Sonnaz rinunciò a raggiungere il grosso dell’esercito nostro per la manca del Mincio, anzi, a difender questo seriamente, mosse per la destra fino a Volta. Radetzki non fece passare se non ricognizioni; e facendo anzi fronte addietro, collocò egli l’esercito suo in quella bella posizione difensiva dei colli da Valleggio a Somma Campagna. Il re intanto avvertito fin dalla mattina innanzi a Marmirolo, aveva levato l’assedio di Mantova, raccoltene tutte le truppe che erano a manca di Mincio, portatele nella notte a Villafranca. Ardita, magnifica mossa, che poté far credere a chi udian da lungi, essere destinato il nome di lui ad accrescer la breve serie de’ grandissimi capitani, esser destinata ed oramai compiuta l’indipendenza italiana. Sventuratamente la mossa fu incompiuta, titubante, era senza disegno; il re lasciò due divisioni a destra del Mincio, due divisioni, ventimila uominioziosi, mentre andava a combattere il tutto fra Villafranca e Valleggio. E perché il tutto fu dubbio in quel giorno, e perduto di poco al dí seguente con quei ventimila uomini di meno sul campo, certo è, matematicamente certo, che s’egli avesse avuto quel cosí grosso soprappiú, avrebbe vinto invece d’essere appena vinto. Ma, cosí è della guerra; la sorte di lei, il destino delle nazioni v’è deciso da una ispirazione, anzi un pensiero facile; e questo, facile, volgarissimo per sé, era facilitato ancora dall’esempio cosí contrario di Buonaparte su quel medesimo terreno. Qui convien abbassare il capo dinanzi al Dio ispiratore ed acciecatore dei capitani e dei re: qui non piú dir altro che Dio nol volle; me lo perdoni il mio re, immerso ora nel fonte della veritá.—In somma, con quell’esercito peggio che dimezzato dai primi e da quest’ultimo errore, con poco piú che venticinquemila uomini, il re assalí, senza aspettar altri od altro, nella giornata stessa dei 24 gli austriaci su quei colli stessi, che erano stati, che avrebbon dovuto forse essere sempre la sua posizione difensiva inalterabile. E li vinse in quella giornata, quantunque piú numerosi, sia per la difficoltá e il pericolo sempre grande d’un cambiamento di fronte addietro, sia per l’impeto superiore de’ buoni piemontesi. Ma fu un inganno, fu una perfidia di fortuna. Se fosse stato vinto di quel poco che vinse, il re avrebbe probabilmente indugiato l’attacco della domane, raccolte tutte le sue truppe, combattuto con quaranta o cinquantamila uomini invece di poco piú di venti.—Ad ogni modo, addí 25 si rinnovò la battaglia; non ne dirò i casi, gli errori disputabili, disputati, inutilmente disputati; era perduta prima che incominciata. Ognuno dei due eserciti aveva le spalle alla base d’operazioni, al paese nemico; in tal situazione le battaglie son disperate, da ambe le parti, ma sempre svantaggiose a quella che assalita e sorpresa ha difficoltá a raccogliersi, perdute se non s’è saputa vincere prima quella difficoltá. L’esercito piemontese, soldati, ufficiali, generali, principi, vi fece prove di valore, riconosciute poi dal nemico piú generoso che i compatriotti, dall’Europa militare e che stava allora, tutta salvo il resto d’Italia, sotto l’armi. Lo sforzoprincipale fu del duca di Savoia a difender Custoza; non vi riuscí, non vi potea riuscire; rimasene il nome a quella giornata infausta ed immortale. Se ne ricordi e se ne penta la pigra Italia finché l’abbia fatto dimenticare. Gli errori, le spensieratezze dei capitani, son cose frequenti, solite, da computarsi in tutte le guerre, piú in queste di sollevamento ed indipendenza. Queste non si debbono fare senza computar quelli, senza porsi in grado di vincerle a forza di numero, di pazienza, di perduranza. Senza dar almeno due armate pari all’austriaca ancorata sulle sue quattro fortezze, non vi sará mai probabilitá di vincer questa. Finché l’Italia orientale, centrale e meridionale non potrá, saprá o vorrá aver un esercito secondo, vegnente sul Po ad aiutare il piemontese giunto dall’Alpi occidentali e al Mincio ed all’Adige, se lo tolga di mente, la pigra, o divisa, o disputante Italia, ella non sará probabilissimamente mai liberata da questo, per quanto generoso, ardito, temerario, devoto o sacrificato od anche meglio ordinato egli sia per essere. Quattro milioni e mezzo in armi non bastano a liberare ventitré milioni d’oziosi contro a trentasei milioni di resistenti, se non per un caso, un miracolo, che è viltá sperare. Disse l’Italia che voleva far da sé; ma non fu vero: fece il Piemonte per lei tutta a Custoza. Seppe dire ognuno che una nazione non dee contare su aiuti stranieri; ma ella non dee contare nemmeno su una parte sola, su un quinto di se stessa, non dee diminuire dal cinque all’uno la sua probabilitá d’indipendenza.—Ad ogni modo, questa era ridotta a zero; alla sera dei 25 luglio l’esercito piemontese ritrattosi a Villafranca, si ritrasse nella notte a Goito. Il nemico vittorioso a stento, rispettò la ritirata dei vinti.


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