Chapter 7

34.—Napoleone primo consolo e presidente della repubblica italiana, poi imperatore e re d’Italia [1802-1814].—Nei dodici anni di che ci resta a dire, non solamente non furono grandi fatti nazionali, ma nemmeno grandi fatti stranieri in Italia. Le guerre qui rinnovatenon furono piú, come poc’anzi, principali, ma secondarie in Europa; e le paci furono obbedienze di poco men che tutti allo straniero. Tuttavia, fra i tempi d’obbedienza, niuno fu lieto, operoso, forse utile, quasi grande e glorioso come questo. Men vergogna era servire con mezza Europa ad un uomo operosissimo, grandissimo, e che si potea dir di nascita, e dovea dirsi indubitabilmente di sangue, di nome, italiano; e servirlo operosamente, in fatti grandi, moltiplici, incessanti, crescenti, e continuamente mutanti, i quali non si potea prevedere a che avesser a riuscire, e si poteva sperare riuscissero a qualche gran riunione e liberazione d’Italia; men vergogna dico, che, come in altri tempi, servir quasi soli e languidi in mezzo alle indipendenze e libertá ed operosità universali.—Non faccio scuse per coloro che cosí servirono, spiego che cosí servirono allora. Non v’era indipendenza, è vero, ma non ne furono mai speranze cosí vicine. Non v’era libertá politica, ma n’erano almeno le forme in un gran centro italiano; non libertá civile ben guarentita, ma legale almeno; e poi, v’era quella eguaglianza che a molti, bene o male, fa compenso alle mancanze di libertá. Non libertá di scrivere, certamente; ma non gelosie, non paure d’ogni sorta di coltura, non disprezzo degli uomini colti, non quella separazione tra essi e gli uomini pratici, che è il maggior de’ disprezzi, e quasi smentita e scherno delle vantate protezioni. Chiuso poco dopo il mare, non vi fu operosità commerciale; ma v’eran quelle delle industrie, e dell’agricoltura, e della milizia: dico quell’operosità di guerra, che è senza dubbio calamità all’universale, ma felicità suprema forse a molti di coloro che l’esercitano, perché è supremo esercizio dell’umane facoltà. E allora gli italiani, primi i piemontesi, poi i lombardi e romagnoli, e via via toscani, romani, napoletani, corsero a quell’esercizio, e vi furon affratellati a quei militari, avanzati e lodati in quegli eserciti vincitori d’Europa; e quegli italiani sentivano di far allora ciò che non avean fatto da secoli i maggiori, ciò che speravano si facesse poi dai nepoti; quegli italiani credevano incamminar i posteri alla rinnovata virtù italiana. Insomma, era servaggio senza dubbio, ma partecipante alla concitazione,all’alacrità, all’orgoglio dei signori; non quello oppressivo compressivo, depressivo di tanti tempi anteriori e posteriori. E cosí, da quegli anni, dal principio di questo secolo, incominciò a ripronunziarsi con piú onore ed amore il nome d’Italia; da quegli anni incominciò a mirarsi ad essa tutta insieme, e incominciarono a cadere quelle invidiuzze od invidiacce municipali o provinciali che avean lussureggiato da tanti secoli, e pur testé, nelle repubblichette efimere ed utopiste del medio evo e della fine del secolo decimottavo, e che lussureggiarono piú tardi nuovamente. Sottentrò, è vero, quello che i fatti dimostrarono ripetutamente poi sogno del regno unico italiano; ma se, caduto il sogno, saprà serbarsi la realità dello spirito nazionale, se la fine del secolo nostro non sarà del tutto indegna del principio, forse che questo diventerà èra a migliori destini d’Italia. Ma noi dobbiamo affrettarci al termine del nostro assunto.—Il resto dell’anno 1802 vide una nuova costituzione della repubblica ligure [26 giugno], cosí portata a segno dell’ultime, francese ed italiana; piccolo affare conseguente agli altri. Ma seguí [11 settembre] la riunione a Francia di quel Piemonte, la cui condizione erasi lasciata dubbia fin allora; e incominciò cosí quell’estendersi innaturale del territorio francese in Italia, che mostra (oserò ridirlo?) la incapacità di Napoleone nella politica vera, grande, fondatrice. Ed io so che mi scosto qui non solamente dagli scritti apologetici di lui Napoleone, ma da uno scrittore recente, da me come da tutti molto ammirato; ma egli pure sarebbe certo fin d’ora, e rimarrebbe poi forse piú lungamente ammirato, se, tenero com’egli è della nazionalità francese, fosse piú intendente dell’altre; se cercasse gli accordi di quella con queste, se non avesse voluto rimanere cosí stazionario (anch’egli) ai tempi del suo eroe; se avesse voluto progredire a’ presenti che tendono a quell’accordo di tutte le nazionalità cristiane. Ad ogni modo, seguí la mediazione di Napoleone in Isvizzera e la rioccupazione di lei; e tra per questi estendimenti della potenza continentale di Napoleone, e quello marittimo di Malta che Inghilterra volle ritenere a compenso, e il volersi ciascuno estender solo e non patir che s’estendesse l’altro, si ruppe laguerra nuovamente tra Francia ed Inghilterra [maggio 1803]. Seguirono, la congiura de’ legittimisti francesi, George, Polignac e compagnia; la presa sul territorio germanico e la morte del duca d’Enghien, il piú vile degli atti di Napoleone [21 marzo 1804]; poi l’istituzione e proclamazione dell’imperio francese [18, 20 maggio]; e l’istituzione e proclamazione dell’imperio ereditario austriaco [4 agosto]; il viaggio di papa Pio VII a Parigi, dove consacrò il nuovo imperatore [2 dicembre], e incominciò forse a guastarsi con lui; e il regno d’Italia ricevuto, cioè preso, dal nuovo imperatore [18 marzo 1805], e poi il viaggio di lui qui, l’incoronazione a Milano [26 maggio], e le vane parole «Guai a chi la tocca!» pronunciate nel prender la corona di ferro; e Genova riunita innaturalmente, non al nuovo regno d’Italia, ma all’imperio di Francia [4 giugno]; e cosi Parma [21 luglio]; e Lucca fatta principato per una sorella dell’imperatore, giá principessa di Piombino [23 giugno].—Austria, Russia non vollero tollerar piú; fecero la terza coalizione; strinsersi con Inghilterra, la liberarono dalla discesa a lei minacciata da due anni nella Manica. Napoleone levò a un tratto i campi ove avea ragunate, esercitate, ordinate piú meravigliosamente che mai sue vecchie divisioni [27 agosto]; e facendole attraversar Francia di corsa, le portò in Germania, dove incominciarono a chiamarsi la «grande armata», e grande fu poi veramente ed in numero ed in fatti per nove anni. Intanto Austria ruppe la guerra, passò l’Inn [8 settembre], invase Baviera. Credeva, incominciando essa, assicurarsi l’offensiva; ma questa è sempre de’ piú forti e piú abili; e Napoleone solea lasciar incominciare il nemico per vederlo spiegarsi, e prenderlo sul tempo poi, o, come diceva egli, «in flagrante». Cosí fece. Partí di Parigi [24], passò il Reno [1º ottobre], tagliò, ruppe corpi austriaci qua e lá, li accerchiò da manca, e li fece capitolare ad Ulma [19 ottobre]; e attraversando Baviera entrò a Vienna [13 novembre]. Allo stesso tempo l’esercito francese, e giá in parte italiano, d’Italia, ragunato sotto a Massena, vinceva l’austriaco sotto l’arciduca Carlo a Caldiero [30 ottobre]; e spintolo dinanzi a sé, passava il Tagliamento, al medesimodí che il grande esercito entrava a Vienna; e combattendo e vincendo univasi a questo addí 24 novembre in Austria. Ma un grande esercito russo ed Alessandro imperatore s’erano pure uniti al resto dell’esercito austriaco, ed a Francesco II. Ed uscito di Vienna Napoleone, s’incontrarono, si combatterono ad Austerlitz in Moravia i tre imperatori in gran giornata, al dí anniversario dell’incoronazione di Napoleone [2 dicembre 1805]. Vinse questi, il gran capitano, naturalmente; e seguí tra pochi dí un armistizio, e tra pochi altri la pace firmata a Presburgo [26 dicembre]. Per questa rimasero cacciati gli austriaci oltre all’Isonzo, e riunita Venezia al regno d’Italia; e rimasero acquistate a Napoleone, ma non riunite a niuno Stato, tenute quasi a riserva per li suoi disegni futuri, le antiche province veneziane in Illirio. Quali erano questi disegni? Certo orientali, contro all’imperio turco, al quale ei voleva cosí farsi limitrofo, per partecipare in ogni caso a sue spoglie. Ma per li particolari ei se ne rimetteva al tempo, alle occasioni e loro ispirazioni. Thiers e Mignet ci rivelarono ultimamente due disegni concepiti da due parti contrarie: proposto l’uno da un italiano e dal principe Czartorinski ad Alessandro prima della guerra, l’altro da Talleyrand a Napoleone in mezzo ad essa, combacianti i due nella idea di spinger e ingrandir Austria sul Danubio per liberarsene ad Occidente. Le preoccupazioni, gl’interessi momentanei, ciò che il volgo dei politici chiama sola politica, spinsero a tutt’altro Napoleone vincitore allora, Alessandro vincitore di poi. I tempi avvenire possono soli far chiaro quale fosse men sognatrice, quale definitamente piú duratura, o la politica solamente invaditrice, invaditrice per invadere, senza discernimento, di Napoleone ed Alessandro, o la fondatrice di Czartorinski e Talleyrand. Solea dir questi «esser merito suo prevedere un po’ piú presto ciò che tutti dovean veder poi». Ad ogni modo Napoli avea fatto poc’anzi [21 settembre] con Francia un trattato di neutralitá, e Saint-Cyr col corpo che occupava Otranto da parecchi anni s’era quindi ritratto e congiunto coll’armata d’Italia. Ma Napoli avea due mesi appresso [20 novembre] ricevuti inglesi e russi, s’era volta ad essi. Era un’altra di quellestoltezze de’ deboli che riescon fortune a’ potenti ed usurpatori. Napoleone vincitore mandò ad eseguire il facile castigo un esercito, che entrò nel Regno [8 febbraio], in Napoli [15]; e casa Borbone fuggí di nuovo a Sicilia. Giuseppe Buonaparte fratello di Napoleone fu primo re de’ Napoleonidi, fu proclamato re di Napoli e Sicilia [30 marzo]; e regnò nella prima, continuando casa Borbone nella seconda. Gaeta si difese bene, non s’arrese se non al 18 luglio. Meglio ancora Calabria, che non fu ridotta tutta se non piú tardi [al principio del 1808], e nemmeno allora non obbedí tranquilla. Oh se i principi italiani avessero saputo valersi della devozione e del coraggio nativo de’ lor sudditi! riunirlo, disciplinarlo, avvezzarlo! Seguí [5 giugno] l’instituzione di un secondo re napoleonide, Luigi in Olanda. E seguí un grandissimo fatto, appena avvertito allora. Addí 6 agosto di quell’anno 1806, Francesco II, ultimo successore degli imperatori de’ romani, rinunciò a quel titolo, vano senza dubbio da gran tempo, ma impaccio pure e vergogna nostra finché l’udimmo portare da tanti stranieri.—Seguirono poi la guerra tra Prussia e Napoleone, minacciata giá l’anno addietro dalla prima, dismessa poi dopo la vittoria d’Austerlitz, rotta ora dal vincitore, vendicativo e guardingo, e precipitato ad ogni modo d’una in altra vittoria, d’una in altra conquista. Seguirono le battaglie di Jena [14 ottobre], d’Eylau, di Friedland, [8 febbraio, 14 giugno 1807], e la pace di Tilsit [7 e 9 luglio].—Dopo la quale s’avventò, s’inebbriò peggio che mai il conquistatore nella politica stoltamente invaditrice. Egli imperiava in Francia, Italia e Germania, incontrastabilmente; non gli bastarono. Volle Spagna, e almen si capisce, era un gran regno di piú; ma volle Roma, e non si capisce, essendo cosí poca cosa materialmente rispetto all’imperio che egli aveva, ma cosí grande rispetto al pericolo, alla perdita d’opinione a cui andava incontro.Il fatto sta ch’ei non faceva caso di questa opinione; non di Spagna, né di Roma che credeva avvilite, impotenti a resistere. Ma, come volle Iddio, Napoleone s’ingannò: Dio vuol sovente che s’ingannino i prepotenti. Incominciò a metter truppefrancesi in Ispagna sott’ombra di conquistar Portogallo; e conquistatolo, entrò in una serie di negoziati e perfidie e violenze, per cui tutta la casa di Borbone rimase spoglia degli antichi regni di Spagna e del nuovo d’Etruria. Fece occupar Toscana [12 dicembre]. Poi in breve, inasprito giá contro al papa per molte contese, e principalmente perché questi ricusava entrare nella lega continentale contro ad Inghilterra, fece pur occupar gli Stati di lui, e Roma stessa [1º febbraio 1808]. Poi riuní le Marche al regno d’Italia [2 aprile], e Parma, Piacenza e Toscana a Francia [24 maggio]; fece passar Giuseppe re di Napoli a re di Spagna (come mutava i prefetti da un dipartimento all’altro); e diede Napoli a Murat suo cognato, prode generale di cavalleria [15 luglio].—Tuttociò ridestava le costanti ire d’Austria; e la resistenza incontrata dagli eserciti francesi, da Giuseppe, e da Napoleone stesso in Ispagna, ridestarono le speranze di lei. Ricominciò la guerra. Era la quarta fatta, e sempre infelicemente da quella potenza contra Napoleone generale, primo consolo e imperatore. Vergogna militare, ma gloria politica di quel governo cosí sovente sconfitto, cosí perdurante sempre. In aprile 1809, gli eserciti austriaci invasero a un tratto Baviera in mezzo, il nuovo granducato di Varsavia a settentrione, Italia a mezzodí dall’Isonzo. Napoleone accorse da Spagna a Parigi, al Reno, a Germania. E su quel campo a lui giá noto, con operazioni piú grandi ma simili (tanto quel sommo inventor di guerre sapeva obbedire al costante imperio del terreno!) ruppe, sbaragliò, vinse l’esercito nemico dell’arciduca Carlo in vari combattimenti e in uno grande ad Eckmüll [22 aprile]; e passò l’Inn [26], e prese Vienna [13 maggio]. E intanto l’armata d’Italia, piú che mai grossa d’italiani misti con francesi, e capitanata questa volta da Eugenio Beauharnais figlio adottivo di Napoleone, viceré e dichiarato erede del regno d’Italia, indietreggiava dapprima dall’Isonzo fin presso all’Adige; ma si fermava a Caldiero, ed ivi, dove avea vinto poc’anni innanzi, rivinse ora [29 aprile]. Quindi riavanzando avea passato, combattendo, Brenta, Piave, Tagliamento, Isonzo; presa Trieste [17 maggio], passate l’Alpi, dato mano al grande esercito francese,e poi vinta da sé una bella e gran battaglia a Raab [14 giugno]. Quindi si vede, quanto sia pur vero che vi fosser consolazioni alla servitú di que’ tempi. E allora e poi non poche divisioni italiane, non pochi capitani nostri s’illustrarono nelle guerre di Spagna: ma questi combatteron per far compagna nella servitú una generosa nazione; e perciò non contiamo tali glorie come fortune.—Lí da Vienna poi Napoleone consumava quell’usurpazione di Roma, che fu la piú leggiera al profitto, la piú grave allo scandalo, e forse al danno, di quante avesse fatte. Un decreto imperiale [17 maggio] riuniva Roma e il resto dello Stato a Francia. E ai 10 giugno era proclamata a Roma quella stolta riunione da Miollis e da una Consulta governativa composta di francesi ed italiani. Al qual fatto giugnendo, domandò licenza di notare che ad uno di questi, educato da un padre d’incomparabil virtú e precision di principi, la colpa fu tanto piú grave che ei vi ripugnava, e cedeva; non iscusata ma scemata forse dall’etá sua di diciannov’anni, da lui messa a profitto ad ogni modo coll’imparar lá a resistere per l’avvenire. Imperciocché fu ammirabile la resistenza di quei preti disprezzati; fu la sola bella e grande nell’Italia di quegli anni. Una scomunica fu affissa il dí appresso in tutta Roma, a malgrado le truppe, il governo, la polizia che l’occupavano; e quindi si sparse in Francia e tutta Europa; e se non fece certamente l’effetto delle scomuniche del medio evo, scemò pur molto in Italia e Francia e Spagna gli aderenti a Napoleone, fu il sassolino gettato al piè dell’idolo universale. E fu portato poi via il papa [6 luglio 1809] da un general di gendarmi a Toscana, e di lá fatto errare a Francia, a Savona, a Fontainebleau; mentre succedevansi in Roma co’ poteri di lui i vicari pontefici, e portato via l’uno, scoprivasene uno nuovo; e portavansi via cardinali e prelati, niuno cedente, finché se ne stancò la polizia francese; che non credo sia stato dato mai un esempio cosí unanime e costante di quel coraggio civile o disarmato, che piú d’ogni altro forse tira a sé l’opinione degli uomini, e la toglie agli opprimenti.—Ma, come succede, non se n’avvedeva l’oppressore principale tra’ successi crescenti. Passato il Danubio,vinse a Wagram [5, 6, 7 luglio], e dettò poi una nuova pace a Schoenbrunn [14 ottobre]; per cui oltre a nuovi acquisti in Germania, ei fece quelli d’una parte di Gallizia o Polonia austriaca, ed una nuova d’Illirio. S’egli avesse presa invece Gallizia intiera, e riunitala al granducato di Varsavia, e fattone un bel regno di Polonia, egli l’avrebbe avuto a potentissimo aiuto due anni appresso. Ma il fatto sta, e si conferma ad ogni tratto, che egli non concepì mai la piú bella dell’ambizioni e delle politiche, quella di liberare e fondar nazioni. Due n’ebbe nella potente destra, e non ne fece nulla; e quando poi spoglio di tutto ei ruminò dolorosamente a Sant’ Elena le glorie e gli errori di sua potenza caduta, tentando spiegazioni e scuse, ei non seppe trovarne altra qui, se non quella troppo sovente recata da chi non vuole dare, non esser ancor tempo di dare. Il fatto sta che scemava giá il grand’uomo, s’impiccolivano piú che mai le ambizioni di lui. Ebbe quelle due piccole e da uomo nuovo, di nobilitarsi con un matrimonio e di lasciar al proprio sangue fortuna fatta. Repudiò la donna strumento giá di suo primo innalzamento, la compagna di sue glorie giovanili e maggiori; quella che, non per vani influssi, ma colla dolce compagnia, aveva dato forse il temperamento giusto e necessario al suo animo eccedente, ed era stata cosí cooperatrice di tutte le sue fortune. Sposò invece Maria Luisa d’Austria [2 aprile 1810]; n’ebbe un figliuolo che intitolò re di Roma [20 marzo 1811]. E, precipitando nella politica sfrenata e delle riunioni innaturali, riunì Olanda, riunì Germania settentrionale a Francia. Dall’Elba al Tevere, da Amburgo a Roma chiamaronsi «francesi» tre schiatte, tre lingue, tre nazioni diverse; e ne rimasero confuse, scemate, quasi distrutte le tre nazionalitá, due vinte, una quantunque vincitrice. E giá meditava ed apparecchiava un’altra riunione, degli spagnuoli fino all’Ebro. Ma gli spagnuoli ebbero allora la gloria di resistere soli sul continente a tutto ciò; gl’inglesi, di aiutarveli, essi che non correan pericolo dalla loro isola; Wellington, d’esser capo militare a tale unica e bella resistenza. E i perduranti ebbero poi l’aiuto che non manca mai, le occasioni; ebbero quello che men dirado manca, l’esagerarsi nella prepotenza, lo stoltizzare del prepotente.35. Continua.—Tra il 1811 e il 1812, stoltizzò Napoleone non solamente nello scopo, ma ne’ mezzi stessi oramai di sua politica. Egli aveva fino allora corteggiato Alessandro; ed ora ei sacrificò quell’alleanza e quell’amicizia alla stoltezza del suo sistema continentale contro ad Inghilterra, volle sforzarvi Alessandro che si ribellò alla prepotenza, e ne seguí la guerra. Ed egli avea corteggiati i polacchi; ed ora ei li sacrificò, non li restaurò per riguardi ad Austria, posseditrice d’una lor provincia. Poi, aggiugnendo errori ad errori, fece [24 febbraio, 14 marzo] due trattati d’alleanza con Prussia ed Austria, prendendo un trentamila uomini soli a ciascuna, e cosí lasciandosele a spalle quasi intiere e mal affette, anzi frementi. Era colmo di disprezzo delle passioni, degli interessi, delle opinioni altrui: ma fu insieme colmo d’inganno. Ei disse e credette far un’irruzione dell’Europa occidentale contro all’orientale, della civiltá contro alla barbarie; ma la civiltá, l’indipendenza stavano allora per Russia; e cosí questa vinse. Napoleone (trattenuto oltre all’intento a Parigi da un primo di quegli accidenti del cielo che mostrano piú chiaramente il dito di Dio, dal timor di una carestia) passò il Niemen [23 giugno]; entrò a Vilna [28], a Vitepsk [28 luglio], a Smolensko [17 agosto], dopo combattimenti e battaglie via via crescenti quanto piú avanzava. E cosí combatté la maggiore alla Moscowa [7 settembre]; e la vinse, ed entrò a Mosca [14].—Ma lá, presso all’Asia, fu il termine di sua fortuna. Né soli noi, pochi sorviventi di quella generazione, ma le generazioni nuove sanno e sapran gran tempo fin da fanciulli, tutti i fatti di quella quasi epopea de’ giganti moderni: l’incendio di Mosca, gl’indugi di Napoleone, sue speranze di aver pace; sua partenza [19 ottobre], la ritirata di quelle turbe d’eroi intimoriti, l’inverno precoce, il cielo nemico, i campi nevosi, le vie perdute all’innanzi, segnate addietro da’ morti e morenti; i cosacchi, le orde asiatiche spingenti e taglianti l’allungata fila; l’eroismo di Ney e tanti altri; Napoleone impavido, e che chiamava demoralizzati coloro che per lui soffrendo, nonsoffrivano come lui. Al settimo dí della ritirata, quando erano intiere per anco le divisioni, fu la battaglia piú ordinata che ancor vi si facesse, quella di Maloiaroslavetz [24 ottobre]. E fu vinta, tanto almeno da prolungar la ritirata, dall’armata d’Italia capitanata dal viceré. Ai 28 novembre i resti passarono la Beresina, combattendo ancora, disperdendosi poi. Napoleone fuggí l’irremediabile calamitá, e fu a Parigi [18 dicembre]. Gioacchino Murat re di Napoli indugiò qualche tempo a raccozzar i rimasugli; ma un decimo forse dei cinquecento e piú mila uomini che avean passato il Niemen. Perironvi, proporzionatamente piú che degli altri, i meridionali, i fratelli nostri; tu vi perivi quasi fanciullo ancora, ed osservato pur per valore da quei vecchi guerrieri, o Ferdinando mio, cresciuto all’arti, alle lettere, ad ogni bellezza, ad ogni amore, a quel d’Italia, per cui non moristi; per cui, del tuo nome, di tua virtú, di tua gioventú, di tua bellezza moriva un altro poi, anche piú mio.—Ed anch’egli, Gioacchino, lasciò poco appresso quella trista e quasi inutile ritirata; e rimase il comando al viceré d’Italia, il quale ordinolla come poté, e condussela per tutto l’inverno tra il 1813 e il 1814 fino all’Elba. Prussia intanto s’era sollevata, venuto il tempo, contro all’oppressore di lei, statole piú grave che a nessun altro. Austria, sempre piú indugiante, s’era solamente ritratta dall’odiato alleato, ed armava e minacciava: e cosí Germania tutta, a fianco, a spalle dell’esercito francese. Questo fu il bel tempo di Germania, quand’ella seppe valersi dell’occasione per rivendicarsi in indipendenza; quando seppero unirsi a ciò principi e popoli; quando i principi seppero promettere concessioni, e i popoli fidarsi a quelle promesse, che non è vero sieno state, ed anche meno sien per essere, inadempiute tutte. Gli spagnuoli pure avean ciò saputo, e v’aveano avuto tanto piú merito, che era assente e mediocre il principe loro. Gl’italiani soli nol seppero; e perciò i figli loro rimangon l’ultima fra le nazioni della cristianitá europea; ché in quegli anni di cui narriamo furono poste le fondamenta di quell’edifizio europeo restaurato che ancor dura.—Ai 15 aprile 1813, Napoleone ripartí di Parigi per riprendere ilcomando della grande armata; e pari militarmente o superiore a se stesso, vinse al 1º maggio russi e prussiani in gran battaglia a Lutzen; addí 20 e 21 a Bautzen. Fecesi tregua, trattossi pace, non fu possibile niun accordo; si ricominciò la guerra, unita ora Austria alla crescente alleanza contra Francia. Addí 27 agosto, russi, prussiani ed austriaci assalgono Napoleone in Dresda, e sono vinti, respinti; e vi muor Moreau, mal venuto dall’esilio d’America a porsi tra le file dei nemici di suo paese. Ma vinto e preso pochi dí appresso Vandamme con un grosso corpo francese in Boemia, e riaffollandosi gli eserciti alleati contro a Napoleone, ei poté sí tenerli a bada alcun tempo; ma soverchiato finalmente dal numero, fu sforzato a ritrarsi. E concentrato l’esercito a Lipsia, fu vinto ivi in una battaglia di tre dí [16, 17, 18 ottobre]. Questo fu il fine, questa la piú bella battaglia della grande armata. Alcuni di que’ panegiristi che cercando vanti falsi trascuran i veri, e guastan cosí fin le glorie degli eroi, vantano la grand’armata quasi non vinta mai; se non dalle stagioni, dal vento o che so io. Fu vinta essa, ma non dal vento, fu vinta dal numero de’ nemici, dagli abbandoni degli alleati, dalla spossatezza propria; fu vinta, magnificamente perdurando, che è la piú grande delle glorie militari, politiche, umane. Ed io intendo rivendicare parte di quella gloria per li nostri italiani che lá perirono, numerosi, prodi, fedeli, degni di lor maestri di guerra. Sventuratamente, i superstiti credettero essere stati sacrificati da questi, dietro a un ponte rotto nel ritirarsi; e se n’accese lor ira, ed io scrittore li udii pochi dí appresso a Magonza. E questo ed altri disprezzi che credettero aver sofferti da Napoleone o dal viceré, furono causa dello scostarsi gli animi di molti principali dell’armata d’Italia da que’ due principi, e dell’abbandonar l’ultimo pochi mesi appresso mal generosamente, mal utilmente. L’Italia di quei tempi non seppe né respingere i Napoleonidi come gli spagnuoli, né scuoterli a tempo come i tedeschi, né serbarli quando sarebber diventati italiani. E cosí, dubitando, chiacchierando, tumultuando e non operando all’occasione, ella perdette questa che fu pure delle piú belle. Se gl’italiani avesser saputo non guardaraddietro ma all’innanzi, non a vendetta ma a perdonare, dimenticare, ed alle occasioni riunirsi a coloro che le tengono in mano, gran tempo è che sarebbero indipendenti. Quando il sapranno?—Ad ogni modo, dopo la gloriosa ma finale sconfitta di Lipsia, si ritirarono i francesi poco men disordinati che in Russia, attraverso Germania sollevata, e vinsero un’ultima volta ad Hanau [30 ottobre] i bavaresi che tagliavano il passo. Passati, si raccolsero dietro al Reno, e Napoleone tornò a Parigi. Intanto, era tornato il viceré al regno d’Italia fin da dopo Lutzen, Gioacchino a Napoli dopo Lipsia. E il primo avea raccolto un esercito di francesi e italiani, e portatolo oltre ai limiti del regno nelle province illiriche, fin sulla Sava e la Drava [agosto]. Ma ivi pure era un forte esercito nemico; ne erano da tutte parti. E cosí, il franco-italico ebbe a ritrarsi ricalcando addietro lentamente quella via, corsa avanzando tante volte da pochi anni; dalle Alpi all’Isonzo, al Tagliamento, alla Piave [11-31 ottobre], e finalmente all’Adige e Verona [9 novembre]. E lí si fermava, ed indi riusciva a vincere una volta ancora a Caldiero [15]; e lí intorno perdurava poi e guerreggiava tutto quell’inverno. Non cosí Gioacchino; il quale, giunto a Napoli [5 novembre], trattò con gli alleati nemici di Napoleone, e ragunando un esercito napoletano, occupava Roma, Toscana, Ancona, Bologna, lasciate da’ francesi; mentre una squadra inglese veleggiava minacciando e tentando sbarchi sulle coste di Toscana [dicembre]. E parlava Gioacchino d’indipendenza italiana; e di essa pure gli inglesi. Ma gl’italiani non badavano al primo; ché la generosa parola, per farsi ascoltare e trarsi addietro gli animi e le braccia, vuol esser bandita generosamente da uomini generosi; né era tale certamente Gioacchino in quel momento, che tradiva Napoleone suo creatore. E quanto agli inglesi, essi, per vero dire, fin dal giugno dell’anno addietro, avean fatto dare una costituzione rappresentativa simile alla loro in Sicilia da re Ferdinando; cosicché Carolina, nemica di tali novitá, se n’era fuggita per Costantinopoli ad Austria, e re Ferdinando avea lasciato il governo a suo figliuolo. Ma, fosse colpa degli inglesi dispregiatori talora ed offensori de’ popoliche beneficano, o degli italiani pregiudicati contro di essi per le continue calunnie mosse loro da Napoleone e da’ francesi di que’ tempi, o che in somma non fosse entrato bene ancora il gran pensiero negli animi italiani, il fatto sta che non si mossero questi nemmeno a quel grido d’indipendenza. I tempi, anche vicini, sono talora diversissimi tra sé. Corsi pochi anni, quel grido sollevò l’Italia intiera: corsi pochi altri, ella, forse pur intiera, combatterà.—Finalmente, addí 20 dicembre 813, gli alleati passarono il Reno, entrarono in Francia; guardinghi e quasi tementi, principi e generali; ebbre di trionfo e vendetta (ma almen vendetta dopo la liberazione) le popolazioni straniere; massime le germaniche affollate in quegli eserciti. I francesi, spossati da ventidue anni di guerra, non difesero la loro indipendenza sotto al signore, come avean fatto nuovi e liberi. Napoleone partí a’ 25 gennaio 1814 da Parigi; combatté e vinse ogni dí per due mesi con cuore, con mente indomita, con arte degna del giovane generale del 1796. A Brienne, a Champaubert, a Montmirail, a Vauchamp furono giornate famose. Ma scemavano via via sue file, stringevasi suo campo di guerra intorno a Parigi; e si rinnovavano, all’incontro, s’accavallavano gli eserciti stranieri, e lo stringevano. Al fin di marzo ideò portarsi a spalle degli alleati, correr Francia orientale, raccogliervi le guarnigioni lasciate colá, e l’armata d’Italia. Ma fu preso egli sul tempo: gli alleati precipitarono su Parigi, e addí 30 vinsero sotto alle mura facilmente re Giuseppe e Marmont, e addí 31 entrarono. E cosí cadde quell’uomo, di cui niuno potrá mai nascer piú grande per facoltá naturali, militari ed anche politiche; cadde, per l’error solo di non aver fondata sua potenza, addentro, sulla libertá, di fuori, sulla indipendenza delle nazioni; cioè, dentro e fuori, sull’amore interessato dei popoli. Vantossi egli, vantarono gli adulatori di sua sventura, che egli pure fosse caduto per quel caso imprevedibile di fortuna, quell’inverno precoce, quel vento settentrionale di Russia. Ma il cader per un caso, per un vento, mostrerebbe tanto piú che erano poco profonde le fondamenta di sua potenza. E poi, non è vero nemmen questo. Anche Napoleone cadde dopo unaperduranza militarmente magnifica. Ma la perduranza, che serve sempre alle nazioni perché elle si rinnovellano, non serve sempre a un esercito che non si può rinnovellare, e non serve mai a un uomo che non sappia aver seco una nazione. Inutile sarebbe poi moltiplicar qui particolari e date, piú o men vergognose a quella nazione vicina nostra. La severitá è piú ingrata allo scrittore che a’ leggitori; né a ciò è obbligato se non per la patria. Del resto, tutte le nazioni s’assomigliano quando s’avviliscono; e s’avviliscon tutte, quando (colpevoli od anche incolpevoli) elle son cadute in braccio a’ stranieri. Il senato, conservatore dell’imperio, lo distrusse [2 aprile]. Napoleone abdicò [11], fu portato via. Rientrarono i Borboni, Luigi XVIII.—E intanto, in Italia, il viceré avea continuata sua bella difesa: Gioacchino suo brutto avanzarsi. Il primo, combattendo e talor vincendo contra piú forti, s’era ritratto non piú che da Adige ad Adda e Taro, in due mesi. Il secondo, dichiaratosi contra il viceré, s’avanzava a Piacenza. Un corpo inglese era sbarcato a Livorno [6 aprile]. Finalmente giunte le nuove di Parigi, firmavasi un armistizio [16 aprile], per cui le truppe francesi s’incamminarono a lasciar Italia. Rimaneva il governo italiano, il senato a Milano. Addí 20 deliberava; e molti volean re Eugenio Beauharnais. Una sommossa di quegli uomini che non badano a perder la patria per isfogar un’ira, una vendetta o una invidia, empiè le vie, spaventò il senato, uccise Prina ministro delle finanze. Dio perdoni a tanta (per non dir altro) stoltezza! Certo, niuna fu maggiore mai. Dicono che il viceré non era amato, per alcune parole dette contro agli italiani; forse quelle parole furono scusate in quel dí. D’allora in poi fu finito il regno d’Italia, lasciato all’occupante. Gli austriaci entrarono a Milano [28]. Murat rientrò a Napoli [2 maggio]. Vittorio Emmanuele re di Sardegna (succeduto per la rinuncia di Carlo Emmanuele IV, 22 giugno 1802) sbarcò in Genova [12 maggio], entrò in Torino [20]. Pio VII a Roma [24]. E addí 30 fu firmato il trattato di Parigi, per cui, restituito il regno di Francia negli antichi limiti, fu restituita casa Savoia ne’ suoi Stati continentali, salvo una porzione di Savoia lasciata allora a Francia;Parma e Piacenza date a Maria Luisa imperatrice e al re di Roma suo figliuolo; Modena, a Francesco arciduca d’Austria, erede di Ercole Rinaldo ultimo duca Estense, morto duca del Brisgau [-1803]; restituita Toscana a Ferdinando III; restituiti gli Stati pontifici al papa; lasciati Murat in Napoli, Ferdinando IV in Sicilia; lasciata restaurarsi, ma temporariamente, la repubblica di Genova; occupate da Austria e l’antica sua provincia di Lombardia, e Venezia giá datale in compenso di quella stessa, or del Belgio; data l’isola d’Elba in sovranitá e quasi in ischerno a Napoleone. I trattati, gli eventi del 1815 mutarono poi tutto ciò in parte, ampliarono casa Savoia di quasi tutti i paesi oltre Alpi lasciati giá a Francia, e del magnifico acquisto di Genova; passarono l’ereditá futura di Parma e Piacenza al duca di Lucca, e quella di Lucca a Toscana giá ingrandita dell’Elba; restaurarono in Napoli Ferdinando IV, e confermarono ad Austria il regno lombardo-veneto. Ma giá questi fatti appartengono a un periodo di tempo, il quale appunto non fu piú di due preponderanze combattute, ma di una sola piú largamente, piú unitamente stabilita che mai; un periodo che incominciò dunque peggiore del precedente, ma che non sappiamo come né quando finirá. Ed ai tempi non adempiuti, non si può dar nome, né luogo forse, nelle storie generali.36. Le colture di quest’ultimo periodo [1700-1814].—Ora, passando da tante e tali rivoluzioni di popoli e d’imperii alle vicende delle lettere, delle scienze e delle arti, scema un’ultima volta il nostro discorso. Perciocché vano è l’illuderci di noi scrittori, che ci vantiamo troppo sovente di diriger noi i secoli e loro eventi, che siamo in realtá molto piú sovente diretti da essi. Certo che ne’ tempi tranquilli, cioè quando posan le guerre e la politica, importanti possono essere gli eventi letterari, possono allora servire ad apparecchiare i politici e militari. Ma questo, per veritá, è quanto dire che importano gli eventi letterari, quando non ne sono altri piú importanti; è dire che dobbiamo servire a quelli con modestia personale, colla coscienza di non essere se non apparecchiatori, coll’intento fermo di servire all’apparecchio.E qui poi di nuovo abbiamo a dir insufficiente l’opera degli scrittori settecentisti, posciaché non apparecchiarono se non ciò che vedemmo di politica e guerra italiane. Ma qui pure abbiamo ad ogni modo a lodare e forse a invidiare l’opera di quegli ultimi avi e padri nostri.—Risorsero nel secolo decimottavo tutte le colture italiane indubitabilmente. E due cause, due motori ne appariscono: l’indipendenza accresciuta addentro, e l’impulso venutoci dal resto d’Europa, della cristianitá; o piuttosto le due cause si congiunsero in ciò, che la caduta della signoria spagnuola fin da’ primi anni del secolo ci diede occasioni di ricever gli impulsi della politica e della coltura universali. Tale è, per dono di Dio, la costituzione della cristianitá, che avendo essa (anche la parte errante di lei) un solo Dio, un solo vangelo, una sola virtù, ella non può avere se non una sola coltura, o, se si voglia, parecchie colture somigliantissime; e che, chi si sforza di tenerle disgiunte, o, peggio, nemiche, farebbe opera empia se non la facesse vanissima; e che, a malgrado di costoro, le colture nazionali diventano di secolo in secolo men diverse, piú simili, piú identiche, piú una. Così fu fin da’ primi secoli della cristianitá: meravigliosa è l’unitá della coltura de’ padri greci e latini; meravigliosa quella degli stessi secoli barbari e scolastici. La coltura italiana, innalzandosi di gran lunga sopra l’altre, rimase in ciò per quattro secoli diversa dall’altre senza dubbio; ma questa quasi esclusivitá fu propria dell’etá del risorgimento e non si può riprodurre. Giá vedemmo che nel secolo decimosesto e nel decimosettimo la coltura italiana si comunicò, si diffuse nelle tre colture, spagnuola, francese, inglese: e fin dal principio del secolo decimottavo incominciarono tutte queste a rifluire sull’Italia. Ed influì poi, benché piú tardi e meno, la coltura tedesca, non sorta essa se non molto indirettamente e parzialmente dall’italiana, non sorta se non alla metá di questo secolo decimottavo, con Lessing, Moeser, Winckelman, Eulero, Kant, Wieland, Goethe, Schiller. L’unitá della coltura cristiana si mantenne dunque, si manterrebbe anche senza la stampa; ma, sorto, come pur volle Iddio, questo potentissimo, questo umanamente invincibile mezzo di unitá, ella s’unificò e s’unifica semprepiú, quanto piú venne e viene allargandosi e moltiplicandosi questo mezzo. Ancora, venne e viene aggiungendosene un altro: la facilitá, la moltiplicitá de’ viaggi tra l’una e l’altra nazione cristiana, dell’orbe intiero. Stampa e viaggi crebbero notevolissimamente nel secolo scorso; stampa e viaggi crescono incomparabilmente a’ nostri dí. Quanto poi all’Italia del secolo decimottavo, si vede da tutte le memorie, che dal principio di esso e lungo esso s’accrebbe via via l’andare e venire di stranieri colti in Italia, e massime di colti italiani al di fuori; e che lo splendore delle colture nostre crebbe via via nella medesima proporzione. E quindi non ci sará giá possibile notare separatamente tutti i nostri uomini di lettere o di scienze che vissero piú o meno fuor d’Italia; perciocché sarebbe poco men che notare tutti quelli che avremo a nominare.—E prima, della poesia fu detto da alcuni storici letterari che ella risorse fin dal cader del secolo decimosettimo, per opera dell’accademia degli Arcadi allora istituita [1690]. Ma, come a molti, cosí a me paiono gli Arcadi aver fatto poco piú che mutare una vanitá, un’affettazione in un’altra, il seicentismo in un settecentismo poco migliore, i concetti in quelle sdolcinature pastorali che empierono tutto quanto questo secolo. Ma fu gloria di questo, che tra quel pessimo gusto e quella calca sorsero pur molti poeti diversissimi, occupatisi in quasi tutti i grandi generi della poesia, e molto opportunamente in quelli sopra tutti che mancavano per anche alla nostra. Perciocché ei bisogna pur dirlo; quell’«indulgere genio», quell’abbandonarsi alle volgari ispirazioni, quel venir facendo e rifacendo letteratura facile, che è vantato da taluni, seguito da tanti, massime in poesia, non riesce oramai né utile alla patria, né glorioso allo scrittore, nemmeno in poesia; e noi veggiamo all’incontro tutti i buoni e gloriosi del secolo scorso e del presente aver piú o meno fatto come Alfieri; cioè essersi messi di proposito, con fatica ed insistenza, a supplire a una mancanza, a riempire un vuoto delle lettere patrie. Ad ogni modo, fiorirono dalla fine del Seicento al 1814 Apostolo Zeno [1669-1750], Niccolò Forteguerri [1674-1738], Scipione Maffei [1675-1755], Metastasio [1698-1782], Alfonso da Varano [1705-1788], Goldoni[1707-1793], Gaspare Gozzi [1713-1786], Parini [1729-1799], Cesarotti [1730-1808], Alfieri [1749-1803], Ippolito Pindemonte [1753-1828], Monti [1754-1828], Foscolo [1778-1827]; una serie magnifica per qualunque secolo, e poco minore, se è, a quella dei poeti del Cinquecento; una serie che ci mostra emulata allora l’eleganza de’ poemi cavallereschi e didascalici del Cinquecento, quasi inventati e insieme portati al sommo i generi dell’opera in musica, della commedia, della tragedia e del poema satirico, e tentato il romanzo, e rinnovate le varietá, la forza, la virilitá, la grandezza de’ soggetti e dello stile in tutta la poesia italiana. Del resto, fra tutti questi, due principalmente mi sembrano doversi tener cari nelle memorie italiane, Parini ed Alfieri; siccome quelli, il cui merito non fu solamente poetico o letterario, ma morale e politico, e che rimangono del piccol numero de’ nostri poeti morali e virili.—Non solamente il Parini si tenne discosto dalle scurrilitá e dalle trivialitá che deturparono tanti celiatori italiani (fra gli altri il Casti e il Passeroni contemporanei di lui), discosto da que’ soggetti filosofici e peggio sacri, dove le celie anche decenti sono inconvenevoli; ma ei seppe opportunamente rivolgere le sue ad utilitá, anzi ad uno de’ soggetti ov’elle convengono piú, a corregger i vizi aristocratici, i vizi di quelle classi, le quali, ribellandosi all’altre correzioni, sono piú tenere a questa. Il Parini non fu certamente solo correttore di quel vizio, ridicolo al nome stesso, di cicisbeismo, che regnò ne’ due secoli decimosettimo e decimottavo; ma ei fu certo uno de’ primi e de’ piú efficaci; aiutò l’opera de’ fatti e del secolo, che è quanto può sperare qualunque scrittore; e l’aiutò, perché non volle essere né degli adulatori né dei copritori, non temette essere degli svelatori ed assalitori de’ vizi patrii. Sono di quelli, anch’oggi, che si scandalizzano a queste rivelazioni, e si fanno autoritá di quel detto di Napoleone, che «bisogna far il bucato in famiglia». Ma Napoleone disse questo del dividersi, nel pericolo, dinanzi agli stranieri; ed io sono, e fui, d’accordo con lui. Né egli, o nessuno de’ suoi francesi, ebbe mai di questi scrupoli, di questi riguardi ai vizi nazionali. Anzi, non è gente che li conceda, che li cerchi, che li svelipiú arditamente. Epperciò, dopo tante cadute, da sessant’anni in qua, quella nazione ebbe altrettanti risorgimenti; non cadde per lo meno mai in niuno di que’ due avvilimenti ultimi e indivisibili, dell’incapacitá militare e della dipendenza esterna. Certo che l’Italia non avrá mai Danti, Parini od Alfieri a centinaia e migliaia; ma quando le centinaia e migliaia de’ suoi scrittori seguiranno questi uomini suoi quasi soli severi, invece di tener dietro alla turba dei nostri grandi adulatori, scusatori o copritori, allora solamente e finalmente l’Italia avrá una opinione sana e virile che la conduca a virili fatti. Quanto all’Alfieri, io so che ad una adorazione di lui, forse soverchia, succede ora in alcuni una soverchia disistima; che dopo averlo posto sopra tutti i tragici antichi o stranieri, si pone ora sotto ai greci, francesi, spagnuoli, inglesi e tedeschi. Ad ogni modo, ei fu diverso da tutti questi in molte parti; e fu grande abbastanza per fare alla poesia, a tutte le lettere italiane il solenne benefizio di ricondurle (sia pur colla durezza od anche secchezza) a qualche severitá. Ed egli poi fece a noi piemontesi il beneficio particolare di farci entrar nelle grandezze delle lettere nazionali, d’incamminar il secolo aureo di queste nostre provinciali, le quali comprendono giá, fra non pochi altri, i nomi di Botta, di Pellico, di Gioberti e d’Azeglio.—Del resto, noi avremmo potuto allungar la lista qui sopra coi nomi di parecchi poeti minori, lirici e didascalici, Manfredi, Spolverini, Bondi, Pignotti, Frugoni, Savioli, Fantoni, Mazza, e del tuo, o ottima e veramente nobile Deodata. Ma le poesie liriche, anche buone, sono forse com’acqua al mare, in Italia; e se taluno s’offendesse di tale opinione, io addurrei l’esempio d’uno de’ maggiori lirici che noi abbiamo avuto mai, il quale si contentò pure di far cinque canzoni. Se la lirica può esser utile, certo sarebbe esercitandola, come il Fantoni ed alcuni altri de’ nomati, su soggetti attuali e patrii; e ciò pure fu un progresso. E fu un altro, a parer mio, che cosí pur si scrivesse in vari dialetti nostri; dal Galiani in napoletano, dal Calvi in piemontese, dal Porta e dal Grossi in milanese, dal Meli in siciliano. Voglion altri, lo so, che sia male scrivere ne’ dialetti, quasi se ne scemino i cultorie i leggitori della lingua comune; ma io crederei che l’una cosa non guasti l’altra, che tutte le colture, tutte le glorie d’italiani, s’abbiano a dir buone ed italiane. Che piú? porrò fra queste, l’avere il Goldoni scritto una bella commedia, e il Galiani un bel trattato economico, in lingua francese. Siamo compiutamente liberali una volta; non solo verso noi o chi fa come noi, ma verso chi fa diversamente e bene, in qualunque modo. Non istimiamo da noi alieno nessuno, nulla d’italiano. Certo, che questo scrivere bene in una lingua straniera è facilitá, è lode non ottenuta da niuna nazione come dagli italiani; ed è gloria che incominciando prima di Dante e Petrarca, dura e forse s’accresce a’ nostri dí.37. Continua.—Ed ora, passando a’ prosatori, noteremo del Baretti [1716-1789], che egli pure meriterebbe lode d’acerrimo morditore de’ vizi patrii, se, dopo averli perseguitati in patria molto bene, ei non si fosse lasciato trarre a coprirli e quasi giustificarli fuori, per il solito mal inteso amor di patria, per una mal repressa ira contro a uno, fosse pure impertinente, scrittore straniero. Noi porremo poi tutti insieme gli scrittori di storia, di politica, di economia, di filosofia e di critica; perché, avendo i piú scritto dell’una e dell’altra scienza, o di generi intermediari, essi si potrebbero difficilmente distinguere. E qui pure non sará ignobile la lista dei principali che fiorirono dalla fine del secolo decimosettimo al 1814: Vico [1668-1744], Muratori [1672-1750], Scipione Maffei [1675-1755] giá nominato fra’ poeti, Giannone [1676-1748], Foscarini [1695-1762], Mazzucchelli [1707-1768], Genovesi [1712-1769], Galiani [1728-1787], Tiraboschi [1731-1794], Denina [1731-1813], Lanzi [1732-1810], Pietro Verri [1728-1797], Cesare Beccaria [1738-1794], Mario Pagano [1748-1799], Napione [1748-1830], Filangieri [1752-1788], Gioia [1767-1829], Cicognara [1767-1834], Romagnosi [1771-1835]. Dei quali è notevole un fatto in generale: che tutti seguirono i progressi fatti fuori contemporaneamente dalla scienza; seguirono, dico, i veri e buoni, lasciando (non mi s’oppongano le eccezioni, le proposizioni particolari) i falsi e cattivi. Né di ciò sia dato merito ai governi, alle censure, quasi esse fossero che abbianoimpedite le esagerazioni. Perciocché non pochi degli scrittori qui nominati, e molti poi de’ minori vissero fuori d’Italia, ove essi avrebber potuto, al par degli stranieri, passare ogni limite di moderazione e bontá; ondeché, se non li passarono, o li passarono di rado, ei sembra doversi conchiudere, che la natura, o meglio forse l’antichitá, della civiltá italiana, portino seco quasi uno schermo contro a quelle esagerazioni, le quali sono proprie delle colture piú nuove, e piu specialmente del secondo periodo di esse, del periodo vago di novitá. L’Italia, che era fin d’allora al suo quinto secolo di coltura, amava ciò che amano i vecchi, la ragione; e non essa nemmeno nelle pretensioni eccessive, ma nella giusta moderazione di lei. E vegga quindi ognuno, se non sarebbe stato fin dal secolo scorso piú utile ed alla italiana ed all’universale e cristiana coltura, torre od allentare almeno que’ freni, che non erano dunque necessari a moderare gli scrittori nostri, e che, scemando poi lor libero andamento, scemarono senza dubbio lor facoltá, lor potenza. E il fatto sta, che se noi rimoviamo le pretensioni nazionali e massime le provinciali e municipali, due soli grandi troveremo tra’ nominati; Vico e Muratori.—Vico ebbe destino contrario al consueto; negletto dai contemporanei ed esaltato dai posteri, ci rimane uno di que’ rari esempi che confortano le speranze, per lo piú stolte, dei cosí detti «ingegni incompresi». Vico fu incontrastabilmente un grande ingegno: fu, tra’ moderni, terzo dopo Macchiavello e Bossuet a cercar quelle leggi secondo le quali si rivolgono e s’avanzano le nazioni, a studiar quella, come che si chiami, ragione o filosofia o semplicemente scienza della storia universale. Ma Vico s’ingannò oltre ai due predecessori in fatto di storia antica, credendo trovar in essa piú simboli, piú arcani, piú profonditá che non vi sono. I fatti antichi furono piú semplici che non credette quel quasi seicentista della storia, e che non credono molti peggio di lui. E poi, non istudiando abbastanza la storia del mondo moderno e cristiano, ei non concepí l’essenzial differenza che è tra il mondo antico e questo nostro; incamminato quello nella via dell’errore e destinato quindi a progredire in essa, cioè, in somma, a peggiorare, a corrompersianche in mezzo alla civiltá ed alle colture; partito il nostro dalla veritá ed incamminato quindi in una via di virtú e di progressi indefiniti. E quindi Vico inventò, o piuttosto prese dagli antichi quella supposta idea de’ periodi d’accrescimento, colmo e decadenza delle nazioni, legge che non esiste in fatto né in ragione nel mondo cristiano. Né ebbe Vico quella bella, ma essa pure non giusta idea del progresso incominciato col mondo e continuato d’allora in poi, la quale non sorse se non dopo la morte di lui, ed al cader del secolo decimottavo. E tanto meno ebbe quella sola giusta, non inventata ma solamente risuscitata dal secolo nostro, antica quanto i santi padri e gli apostoli e il Salvatore, anzi quanto i profeti che l’annunziarono; l’idea del mondo rinnovato, ravviato, fatto progressivo veramente e solamente da lui. Il tornare dall’ultima, anzi dalla penultima di queste idee, al divagar di Vico o degli antichi, è un tornar addietro nella scienza nostra indubitabilmente. Sappiamo venerare i grandi de’ secoli passati; ma imitiamoli nel non rinnegare i progressi veri del nostro.—Del Muratori poi crediamo che non si possa mai abbastanza né onorar la memoria, né proporre ai posteri l’esempio. Buono ed operoso ecclesiastico, e paroco, e bibliotecario, fece numerosi lavori di teologia, di morale e di critica: ma furono un nulla rimpetto a quelli di storia d’Italia. Egli solo fece piú per questa, che non per l’altre qualunque societá letteraria, qualunque congregazione di monaci studiosi. Adempiè a tutti e tre gli uffici che avanzano la storia d’una nazione; fu gran raccoglitore di monumenti nell’operaRerum italicarum; fu gran rischiaratore dei punti storici difficili nelleDissertazioni, distese in latino ad uso dei piú studiosi, abbreviate in italiano ad uso de’ piú volgari; e negliAnnalifu scrittore del piú gran corpo che abbiamo di nostra storia, scrittore sempre coscienzioso, non mai esagerato in niuna opinione, non mai servile, sovente ardito e forte, e talora elegante ed anche grande. Quindi i lavori di lui diedero spinta, agio, possibilitá ed a pubblicazioni ulteriori di documenti, ed a storie speciali delle lettere, delle arti, de’ commerci, e ad altre particolari di province e cittá; e cosí ai lavori del Tiraboschi e del Lanzi giá detti, ed a quelli di Lupi, Fantuzzi, Marini,Affò, Giulini, Rovelli, Carli, Savioli, Pignotti, Marin, Diedo, Filiasi, e non pochi altri. Ma tutti questi non arrivarono di gran lunga al Muratori; a pochi grandi toccò come a lui la infelice gloria d’aver seguaci numerosissimi, ma tutti minori. Fra i tanti vanti di che siam larghi a noi stessi, noi ci diam veramente pur questo d’aver una letteratura storica superiore a tutte l’altre moderne; ma lasciati i cinquecentisti, che sono grandi per cinquecentisti, la veritá è, che dal Muratori in poi, che nel secolo in cui ciascuna delle altre nazioni si procacciò non una, ma parecchie grandi storie patrie nazionali, niuna tale fu fatta d’Italia, da niuno scrittore italiano. Eppure questa opera d’una storia nazionale è forse, è certamente l’opera letteraria piú necessaria di tutte a qualunque nazione; quella, la cui mancanza si fa sentir piú ed in tutte le colture, e nella politica pratica di qualunque nazione; quella, che sola può dar color nazionale, aiuti, soggetti innumerevoli ed opportuni a tutte le composizioni letterarie ed artistiche; quella, che sola può dar esempi, consigli, opportunitá e forza agli uomini politici. Come si fa che ad essa non siasi rivolto ancora efficacemente l’ingegno pur cosí vario degli italiani? Certo per due difficoltá, una intrinseca, ed una estrinseca: prima la difficoltá intrinseca di questa storia cosí varia, cosí moltiplice, cosí piena di fatti diversi di luogo, e concorrenti nel tempo, che sará forse sempre impossibile renderne facile epperciò piacevole la lettura. Ma insomma, se non è superabile del tutto questa difficoltá intrinseca, ella è fino a tal punto certamente che si possa fare una storia se non piacevole, almeno utile; e il fatto sta che tra il secolo scorso e il presente, fino al 1814 (senza venir piú giù), due stranieri intrapresero di darci di que’ corpi di storia che non imprendemmo noi, il Lebret e il Sismondi; e l’intrapresero, perché non avevano quella difficoltá estrinseca, che fu per noi la maggiore senza paragone. Le censure comprimono tutte le parti della letteratura, ma nessuna come la storia di gran lunga; perché le altre parti si possono adattare a trattar dell’una invece dell’altra veritá, della veritá non compiuta; ma la storia senza veritá compiuta non è solamente incompiuta ma falsa, non è piú storia; e quando è ridottaa tale, non si tratta piú da niun amator vero della veritá, da niun ingegno virtuoso e grande; e si tratta allora o dai nazionali mediocri per natura, o dagli stranieri quasi sempre mediocri per difetto o d’informazioni o d’intelligenza delle cose nostre. E qual danno sia stato questo poi per li popoli, e piú specialmente per li principi (forse piú particolarmente per quello che è principe politico insieme ed ecclesiastico), per tutti i governanti che hanno piú interesse che le cose patrie sien trattate dagli ingegni alti e per conseguenza moderati, io non ho luogo a discorrerne qui, e diventa, del resto, men necessario, ora che è cessato tal danno intieramente, in una parte almeno d’Italia. Troppo forse ho giá indugiato qui, ma spero non esser paruto scostarmi dall’assunto mio, né lodando nell’infimo dei lavori sulla storia d’Italia il piú gran cultore di essa, né chiamando sulle deficienze di essa l’attenzione de’ miei leggitori.—Del resto, molto sarebbe ad aggiungere, e su quel grande ma per gioventú ancora incompiuto ingegno del Filangieri; e sulla pochezza degli altri nostri scrittori politici di questo secolo, che fu pure altrove cosí ricco di essi; e sui nostri economisti numerosi, buoni in generale, e applicatori della scienza alle cose patrie; cosí i governi avessero seguiti alla pratica piú abbondantemente i loro cenni! E sarebbero a notar pure i nostri filologi, ellenisti ed orientalisti, e i nostri teologi: ma ci stringe il termine del nostro scritto.—E cosí stringeremo in poche parole ciò che ci resta a dire delle scienze naturali o materiali. Queste furono la gloria massima del secolo decimottavo, furon quelle che progredirono piú incontrastabilmente allora. E giá parecchie volte osservammo che elle son quelle che dipendon meno dalle buone condizioni politiche; tantoché nel Seicento stesso furono possibili in Italia un Galileo e i suoi seguaci. I quali si moltiplicarono e progredirono poi nel Settecento fino al 1814. Furonvi principali: Eustachio Manfredi nomato sopra fra i poeti [1674-1738], Morgagni [1682-1771], Francesco Maria Zanotti [1692-1777], Giovan Battista Beccaria [1716-1781], Spallanzani [1729-1799], Lagrangia [1736-1813], Galvani [1737-1798], Volta [1745-1826], Mascheroni [1750-1808], Mascagni [1752-1815], oltre una turba di minori. Fra’ quali tutti torreggiano,come ognun sa, Lagrangia e Volta. Il primo, compaesano e contemporaneo d’Alfieri, introdusse il Piemonte alle glorie scientifiche italiane, non meno che Alfieri alle letterarie. Ma è da notare che l’uno e l’altro lasciarono la terra paterna, e la rinnegarono poi in tutto il resto di lor vita. E cosí piú o meno Denina, Baretti, Bodoni ed altri; tantoché niuna provincia italiana diede tanti migrati come questa; tanto che ei convien dire che, ferace d’ingegni, ella non fosse apparecchiata per anco al loro svolgimento. Ed era, del resto, naturale; quando si dirozza alle colture una terra nuova, vi abbondano quelle invidiuzze, que’ timorucci, quelle ostilitá di piccoli contro grandi che si trovano ritratte al vivo da Alfieri nella suaVita. All’incontro di Lagrangia, Volta dimorò quasi costantemente in Lombardia sua patria, e visse onorato nell’universitá di Pavia. La quale e quella di Torino, ed altre dell’antiche italiane, fiorirono piú che mai nel secolo decimottavo, fino al 1814, e furono i migliori centri di tutte le colture italiane. E cosí è naturale, per vero dire: dove non sono centri di operositá politica, le colture non possono rifuggir meglio che a questi che son centri almeno dell’operositá d’insegnamento. Qualche viva operositá si vuole a tener vive le colture.38. Continua.—Giá il notammo: uno de’ privilegi piú indubitabili degli uomini meridionali è la disposizione naturale alle arti belle, a quelle principalmente pel disegno. Grecia e Italia produssero, tra esse due, piú cose belle che non tutto il resto del mondo; e dopo esse è terza Spagna. Quindi noi, che crediamo possa e debba l’Italia prender molto e delle lettere e delle scienze straniere, pur notammo che in fatto d’arti ella non ha a prender quasi nulla; e che, quando prende, ella prende male, quasi contra natura. Ciò si conferma nella storia del nostro secolo decimottavo. Al principio di esso continuarono l’arti nostre a decader cosí, che appena vi si possono nominare un Solimene [1657-1747], un Crespi [1665-1747], Zuccarelli [1702-1788], Battoni [1708-1787], fra’ pittori; Collino [1724-1793], fra gli scultori; Benedetto Alfieri [1700-1767], Vanvitelli [1700-1773], Temanza [1705-1789] fra gli architetti.—Intanto incominciavano a sorgere in Inghilterra, e risorgevano in Francia e Germania, alcuniartisti migliori, Reynolds, Hogard, Mengs, Angelica Kauffmann, Vien, e David finalmente; e continuavano i piú di questi a pur accorrere a Italia, a Roma. Allora per la prima volta i nostri imitarono gli stranieri, e sorsero cosí Landi [1756-1830], Appiani [1761-1817], Bassi [1776-1815], Benvenuti e Camuccini, ed alcuni altri pittori. Ma questi imitatori dei nostri imitatori, prendendo forse piú de’ loro vizi che di lor qualitá, mostrarono col fatto quanto poco buona sia tal via, quanto migliore sarebbe stato risalire direttamente agli antichi e larghi stili italiani. Tutto diverso, piú originale, piú italiano, piú grande fu senza dubbio Canova; e se anch’egli non andò libero d’ogni grettezza o secchezza allor corrente, se dopo lui s’aggrandí forse lo stile della scultura, e s’accostò a que’ monumenti del Partenone ateniese ch’ei non conobbe se non negli ultimi anni; io crederei che sia appunto al presente una soverchia preoccupazione di tale stile quasi unico, e che si tenga quindi da alcuni in troppo poco conto il Canova. Ad ogni modo, ei regnò solo nella scoltura, e sommo nelle arti italiane al tempo suo [1747-1822]. Nell’architettura, tra il fine dell’un secolo e il principio dell’altro non sorser guari, oltre al Cagnola [1762-1833], grandi artisti; e per la buona ragione che, tranne l’arco di trionfo di Milano, non furono fatti grandi monumenti; e ciò per l’altra buona ragione che l’Italia sconvolta non aveva agio né danari a ciò. L’architettura è, di tutte l’arti, anzi di tutte le colture, quella che ha piú bisogno di protezione pecuniaria.—Questo poi fu il secolo aureo della musica; fiorirono tra non pochi altri Porpora [1685-1767], Marcello [1686-1739], Tartini [1692-1770], Durante [1693-1755], Leo [1694-1744], Galuppi [1703-1785], Pergolese [1704-1737], Guglielmi [1727-1804], Sacchini [1735-1786], Paesiello [1741-1816], Zingarelli [1752-1837], Cimarosa [1754-1801], Paër [1771-1834]; famosi nomi, superati tuttavia da quelli posteriori di Rossini e Bellini; stupenda lista della piú piccola fra le grandezze nazionali. Ma cosí va il mondo: si producono gli uomini come le merci, in proporzione della richiesta, del bisogno, del mercato. Finché la richiesta fu di musica, e il piú bel giorno d’ogni città d’Italia era la primasera dell’opera, noi avemmo maestri; quando invece dell’opera, o piuttosto del cicalio e del beato ozio de’ palchi, noi ci compiaceremo di conversazioni socievoli, eleganti, avremo pur queste: ed ora che l’iniziata libertá italiana avrá bisogno d’uomini politici e guerrieri, ella li riavrá certamente. Il suolo d’Italia è incessantemente ferace sempre e dove non si tema la sua feconditá. A voi, giovani, l’augurio: noi fummo ciò che potemmo a’ tempi nostri. Il suol d’Italia fu e può tornar fecondo a tutto; quando si volesse, o sol che non si temesse, la sua feconditá.39. Le sette etá di nostra storia.—La storia da noi percorsa rapidamente, e quasi «con lena affannata», è la piú lunga e la piú ricca di grandi e vari esempi, che sia di niuna nazione al mondo. Sono intorno a tremila anni di fatti narrabili. Divisili in sette grandi etá, noi vedemmo nella prima gli stanziamenti primari de’ tirreni, degli iberici e degli umbri, e la prima invasione de’ pelasgi; e sollevarsi poi in una bella guerra d’indipendenza que’ popoli antichi, gl’itali ed etruschi principalmente; e ricacciati al mare que’ primi intrusi, sorgerne il nome patrio d’Italia, e l’imperio degli etruschi, imperio potente, famoso a’ suoi tempi, e oscurato per noi solamente dall’estrema antichitá. E succedute primamente l’immigrazione lenta, quasi pacifica, ed incivilitrice degli elleni nel mezzodí, poi quella ultima tutto diversa de’ galli a settentrione; con questa terminammo la lunga e primitiva.—Quindi vedemmo incominciar la seconda col generoso accorrere alla riscossa contro ai galli della picciolissima Roma; la quale in ciò appunto si fece grande, ponendosi capo a quel sentimento di nazionalitá che è di tutti i tempi, antichi come nuovi, rozzi come civili. E non prima, ma allora si ci parve attribuir a Roma il pensiero di cacciar lo straniero dalla penisola, o di farvisi signora essa, che a que’ tempi era lo stesso. Ed ella compiè tal disegno in quattro secoli; e compiè intanto, insieme, quasi per aggiunta, quello di farsi signora del mondo d’allora, di tutte le nazioni all’intorno del Mediterraneo, e del Mediterraneo stesso, diventato lago italiano. Questa fu la magnifica ricompensa del suo spirito di nazionalitá; questa, dico,se il nostro pensiero ci trattiene in terra, si leva a poco volo. Che se noi sappiamo abbandonarci a quelle considerazioni soprannaturali, le quali innalzano il pensiero quasi tra terra e cielo, noi veggiamo aver avuto que’ nostri padri una maggior ricompensa, un magnifico destino: quello d’apparecchiare il primo campo della cristianitá. Ma in ciò fare, Roma erasi fatta troppo grande per durar repubblica; anche a’ nostri dí, ed inventata la rappresentanza de’ lontani ne’ grandi Consigli nazionali, sarebbe forse impossibile il governo repubblicano a un cosí vasto imperio; ma impossibile era certamente a que’ tempi, quando la partecipazione ai governi, ai Consigli, la libertá politica, la libertá compiuta non s’estese mai oltre alle mura o al territorio d’una cittá; impossibile era che la cittá signora di tanto mondo non s’arricchisse sterminatamente e cosí non si corrompesse, non s’arricchisse inegualissimamente e cosí non si dividesse all’interno suo; ed impossibile poi che dividendosi, e parteggiandone, e combattendone, non vincesse alla lunga la parte dei piú contro ai pochi, e non sorgesse all’ultimo uno solo sopra a’ piú, un principe sul popolo, come quasi sempre succede. E allora si compiè la rivoluzione della repubblica in imperio.—Viene dunque la etá terza, o di questo imperio; e con poco diletto nella storia, poco utile negli insegnamenti, essendo essa d’una cosí sfacciata tirannia, d’una cosí sfacciata servitú, che non può rinnovarsi nella cristianitá; non pericoli, non accrescimenti all’infuori, non divisioni, non parti, non vita addentro, non operositá fuori né dentro, salvo che di lettere al principio, ma per poco; finché tutto fu ozio e vizi e corruzione, finché il popolo romano, che aveva vinte nazioni su nazioni incivilite, prodi e grandi, non fu piú pari a difendersi contro alle genti sparse e barbare che l’assalirono, l’invasero, lo distrussero. Una consolazione, una bellezza sola ma suprema sorge in tutta questa etá: il sorgere dapprima oscuro, poi a un tratto splendidissimo della cristianitá; la cristianitá sollevantesi tra le rovine dell’imperio, ed ivi aspettante i barbari.—S’empie quindi tutta di questi barbari la quarta etá. E di nuovo, nulla quasi di bello; salvo forse Teoderico gran re d’Italia e d’altre provinceall’intorno, che parea dover essere gran fondatore d’una nuova nazione italiana, come furono le contemporanee francese, spagnuola ed inglese; che non fu se non d’un regno di pochi anni, grazie all’inquieto desiderio dell’imperio e del nome di Roma che s’apprese agli italiani, che fece chiamare i greci, cadere i goti, e sottentrare in un dieci anni i longobardi. Seguono dugent’anni di questi, incapaci di conquistare tutta Italia, incominciatori del dividersi di essa fino a noi, fino ad ogni avvenire prevedibile; incapaci di governar le province occupate, di serbarle, contro ai papi capipopolo di Roma, ed ai loro patrizi ed amici, i Carolingi di Francia. Poco rincrescimento rimane della caduta di que’ longobardi, che, mischiati poscia con noi nella sventura comune, lasciaron il sangue piú abbondante che sia forse in nostre schiatte.—Segue la quinta etá, di Carlomagno e dei suoi discendenti e successori, imperatori e re stranieri; imperatori, per lo stolto piacer presoci di gridare un imperator romano; re, per quelle invidie che ci fecero sempre parlare, piangere, adirarci contro agli stranieri, ma in fatto anteporli a’ nazionali; quelle invidie di sotto in su, e di sopra in giú che diedero l’Italia a quell’Ottone pur troppo grande, dal quale in poi, salvo le due brevi eccezioni d’Arduino e di Napoleone, sempre rimase tedesca la corona veramente ferrea d’Italia o di Lombardia. E naturalmente, questa fu la peggiore, l’infima, la piú corrotta delle nostre etá; corrotti principi e signori, uomini e donne, sacerdoti e vescovi e papi, tutto l’ordine feodale secolare, e quasi tutto l’ecclesiastico sottopostosi simoniacamente a quella feodalitá; sorgente sí il popolo, che deve quindi credersi men corrotto; sorgenti qua e lá alcuni monaci studiosi, zelanti, riformatori, riformati, e fra e sopra essi Ildebrando, Gregorio VII.—E quindi, da questo pontefice, non incolpevol forse, ma gran riformatore, gran santo, grand’uomo politico, gran rivendicator d’indipendenza ecclesiastica, grande aiutator d’indipendenza politica, e, senza saperlo, forse di libertá, noi incominciammo l’etá sesta, la maggiore delle nostre moderne, l’etá de’ nostri comuni, di quel nostro secondo primato che fu piú veramente di colture che di civiltá; e cosí facemmodeliberatamente, risolutamente, a malgrado gli odii giá vivissimi, or morenti contro a quel grande; vivissimi al tempo che non si perdonava nemmeno a un papa d’aver mancato di rispetto alle potenze temporali, e massime all’imperiale; morenti, dacché s’apprezzano tutti i rivendicatori di tutte le libertá. E continua quindi questa etá nostra, forte, crescente, splendida, magnifica in tutto, in difesa d’indipendenza, in progressi di libertá, in progressi di tutte le colture, tutti i commerci, tutte le operositá, tutte forse le virtú pubbliche, salvo una; salvo quella vera, somma ed ultima liberalitá che consiste in vincer le invidie, dico anche l’invidie derivanti dalle condizioni speciali di ciascuna etá. Nell’etá precedente, de’ grandi, i grandi italiani s’eran invidiati tra sé, ed avean data la patria ai grandi stranieri; in questa, nell’etá dei comuni, delle cittá, del popolo, s’invidiarono cittá contro a cittá, cittadini contro a cittadini, piccoli contro a grandi, grandi contro a piccoli, piccoli rimasti soli tra sé; e cosí distratti da quella che è la piú inquieta e la piú perseverante, la piú meschina e la piú tiranna, la piú operosa e la meno operante delle passioni, non rimase tempo a que’ miseri, non mente libera al pensiero, non cuore al sentimento dell’indipendenza; non si compiè l’acquisto di questa quando s’ebber l’armi in mano a propugnarla, non si mirò ad essa nelle paci, non si riprese quella rivendicazione mai piú; s’attese a tutto, fuorché al piú necessario, fuorché a ciò che fa una nazione; e cosí poi, meritatamente, sì riperdette quella libertá interna a cui s’era sacrificata l’esterna: si riperdettero quelle tirannie aristocratiche, democratiche, a cui s’era sacrificata la vera, equilibrata e non invida libertá, si riperdette ogni buona operositá militare o politica; e s’apparecchiò la nazione a qualunque signoria o preponderanza straniera fosse per venire.—Venne Carlo VIII, da cui dunque incominciammo l’etá settima ed ultima, e che dura, delle preponderanze straniere; ma non istette. Venne Luigi XII, e non istette nemmeno. Ma venne insieme Ferdinando il cattolico, e stette in Napoli e Sicilia, e tramandolle a Carlo V imperatore; il quale, come tale, diede a se stesso il ducato di Milano, e cosí tenne Italia dal collo e dal piè, etramandolla a’ suoi discendenti di Spagna, coi Paesi bassi, con America, colle Flippine, colonia anch’essa da farne pro per la madre patria. Ma, immenso esempio, non fece pro di noi, piú che di quell’altre superfetazioni, la madre patria; languí anzi e decadde tra esse. Non fecene pro nemmen quella casa regia, che degenerò e cadde; non ne fu fatto pro se non da pochi viceré, governatori ed impiegati minori. E cosí tra tutto quel languire, languimmo noi pure, Italia quasi tutta, salvo talora Piemonte, per li centoquarant’anni del Seicento, in nullitá politiche, in corruzione di costumi, in cattivi gusti di lettere e d’arti, in ogni cosa, salvo che in filosofia materiale sollevata da Galileo, martire di essa. Finí poi quel marciume colla fine della marcia schiatta regia austro-spagnuola all’anno limitrofo tra i due secoli decimosettimo e decimottavo; e si sollevò questo per le guerre, che si fecero forti e grosse ne’ dodici anni della contesa della successione di Spagna; per li trattati di Utrecht, che fondarono un secondo regno italiano a casa Savoia ingrandita; e piú per quella guerra della successione di Polonia e quel trattato di Vienna, che liberaron da Austria e rifecero indipendente l’antico regno di Napoli e Sicilia, non lasciando allo straniero che Milano e poca Lombardia all’intorno. Ed allor tentò, allora incominciò a risorgere Italia; e si riformò, migliorò, progredí incontrastabilmente, benché non abbastanza pur troppo; non nell’essenza dei principati italiani, che rinnovaron tutto salvo se stessi; non nell’indipendenza, che rimase incompiuta. E cosí, mal apparecchiata all’impreveduta occasione dell’invasione francese (come giá a quella di Carlo VIII, di Carlo d’Angiò, di Federigo I e tante altre), si trovò la lenta Italia del 1792. E come disapparecchiata, lasciò i piemontesi combattere e succombere soli nel 1796, e si divise in parti di regii e repubblicani, di francesi ed austriaci per diciott’anni; lungo i quali caddero le ultime repubbliche del medio evo, caddero, si restaurarono, ricaddero e si restauraron di nuovo i principati; e si finí collo stabilimento raddoppiato, contiguo, piú sodo, piú forte che mai, almeno in apparenza, del regno lombardo-veneto, dal Ticino all’Adriatico. Né sia per nulla, poi, cheabbiamo cosí ristretto a poche pagine questo giá tanto, e forse troppo, breve sommario de’ fatti nostri. Sappiamo restringerli anche piú nella mente nostra, sappiamo veder d’uno sguardo le nostre sette etá, e discernere fra esse tre belle, grandi, gloriose e virtuose, quelle dei tirreni ed altri popoli primitivi, della repubblica romana e dei comuni; ed all’incontro, quattro brutte, dappoco, corrotte e miserande d’ogni maniera, quelle dell’imperio romano, de’ barbari, degli imperatori e re stranieri, e, quantunque meno, essa pure quella delle preponderanze straniere. È ella caso tal differenza? ovvero, ha ella cause moltiplici nelle diverse etá? ovvero, forse una sola costante e comune?—Io vorrei non dirlo; i leggitori saranno stanchi oramai di udirmi pronunciare in poche parole delle maggiori questioni nazionali; e piú stanchi forse di udirmele risolvere poco men che tutte in una sola conchiusione. Ma non è colpa di mia volontá; sará forse del mio intelletto, se, quanto piú vario o combino aspetti de’ fatti nostri, piú mi si riaffaccia quella conchiusione stessa. E riaccolte qui in un pensiero le diverse etá di nostra storia, io non so non vedere nelle tre grandi un medesimo fatto, nelle quattro dappoco un medesimo difetto: il fatto o il difetto della indipendenza rivendicata. E lascio trarre le conseguenze storiche od anche pratiche a ciascuno.—E trentadue anni noi vivemmo d’allora in poi, il tempo appunto che nelle storie si suol chiamar d’una generazione. E questo è indubitabilmente principio d’un quarto periodo di quella lunga etá delle preponderanze straniere. Ma appunto, una generazione non basta a nominare, a qualificare un secolo, un periodo di storia; nome e qualitá dipenderanno dalle due o tre generazioni che seguiranno, forse da una, forse da questa che vien su dopo noi. Ad ogni modo, una distinzione parmi potersi far giá in questi pochi anni, una quasi suddivisione di capitoli della storia futura: noi avemmo un tempo di errori universali, incontrastabili; ma mi par sorgere un tempo di ricominciati progressi. Da principio, i principi italiani restaurati, chi piú chi meno, restaurarono i governi antichi, quali ei li avean lasciati un quindici o sedici anni addietro: nontenner conto né de’ fatti intermedi, né degli uomini, né degli interessi, né delle opinioni nuove; e fu errore incommensurabile, riconosciuto ora da tutti, salvo forse pochi sopraviventi a difendere ciò che fecero. E allora si sollevarono l’opinione, gl’interessi popolari nazionali, contro a’ principi. E fu naturale, fu giusto senza dubbio, ma fu infelicissimo, fu fatale questo alienarsi di principi e popoli italiani tra sé; e fu piú fatale quando scoppiò in congiure, che son sempre fatti immorali e pervertitori; fatalissimo quando in sollevazioni, che son fatti impotenti contro a governi forti, imprudenti contro a’ titubanti che fanno titubar tanto piú; impotentissimi e imprudentissimi in faccia a uno straniero piú interessato di gran lunga a comprimerle, che non gli stessi principi nazionali; posciaché questi, in somma, resterebber principi, e forse piú forti principi colle libertá cosí domandate, mentre i dominatori stranieri san bene di non poter rimanere dominatori nostri cosí. Questo, dico, fu un primo tempo d’errori vicendevoli di principi contro a popoli, di popoli contro a principi; tempo fatalissimo di divisioni, piú o meno simili alle consuete, vecchie, antiche ed antichissime.—Ma da alcuni anni (e s’io m’ingannassi ei sarebbe non solamente con sinceritá, ma a malgrado lo studio piú grave ond’io sia capace), da alcuni anni sembrano indubitabili due progressi: quello dei principi e governanti che vanno lentamente migliorando, secondo le opinioni de’ popoli, i loro governi; quello de’ governati che vanno lentamente smettendo le congiure e le sollevazioni contro ai principi. Noi progrediamo da una parte e dall’altra, non parmi dubbio; ma noi progrediamo da una parte e dall’altra molto, troppo lenti, non parmi dubbio nemmeno. Ciascuna delle due parti vede, dice questa lentezza dell’altra: io la dico di tutte e due; questa diversitá è tra me e l’una o l’altra parte. Ognuna vuole che incominci l’altra ad accelerare il buon moto. Ché non incomincia, come certo il può, ciascuna da sé? Sembra agli uni aver tempo libero a’ miglioramenti, agli allargamenti governativi, ad acquistarsi l’opinione universale; sembra agli altri aver tempo libero a fare e finire congiure e rivoluzioni. Ma rimarrá egli libero tal tempo?Questa è la questione, e tutta la questione d’oggidí. Non pochi eventi sopravvenner giá nei trentadue anni corsi, che avrebbon potuto esser utili, che furono inutili a noi disgiunti e disapparecchiati. Altri ne sorgeranno indubitatamente prima che si compia questo operosissimo fra’ secoli cristiani. L’Europa è ordinata, è vero, ad occidente; ma è ella ad oriente? Non s’ordinerà ella pure lá in qualche modo? cadendo turchi, o sorgendo slavi, o sfasciandosi questo o quell’imperio? ché poco importa, insomma, se sappiamo apparecchiarci, cioè se sappiamo unirci.—E finalmente, se qui pure ci rivolgiamo dai fatti agli scritti, alle colture, di queste pure noi osserveremo due tempi molto diversi negli ultimi trentadue anni. Un primo di compressione, maggiore forse che non sia stata mai, per parte de’ governi; e quindi un tempo di nullità quasi universale negli scrittori, salvo pochi che scrissero allora con incomparabile, due con immortal mestizia. Ed un periodo secondo, in che dai nostri compatrioti fuor d’Italia ci vennero dapprima parole esagerate e furenti, ma a poco a poco parole forti di moderazione e sapienza; e in che poi i nostri principi incominciarono a tollerar piú o meno che cosí pur si tentasse scrivere dentro Italia.—Sappiamo riconoscere il bene anche troppo lento, se vogliamo accelerarlo; sappiamo benedirne chi ce ne dà, se vogliamo averne piú; sappiamo ringraziarne Dio, di cui non parmi invocar invano il nome qui; sappiamo, come italiani e come cristiani, pregar Lui che ha in mano gli animi italiani di unirli ad acquistare i destini ch’Ei ci apparecchia; e sappiamo, come giá i maggiori nostri di Legnano, risollevarci dopo la preghiera, ad operar per la patria fino alla morte, ciascuno secondo tutte le proprie facoltà. Che se fu in niun secolo mai, certo è evidente nel nostro, Dio suol proteggere coloro che operano cosí.

34.—Napoleone primo consolo e presidente della repubblica italiana, poi imperatore e re d’Italia [1802-1814].—Nei dodici anni di che ci resta a dire, non solamente non furono grandi fatti nazionali, ma nemmeno grandi fatti stranieri in Italia. Le guerre qui rinnovatenon furono piú, come poc’anzi, principali, ma secondarie in Europa; e le paci furono obbedienze di poco men che tutti allo straniero. Tuttavia, fra i tempi d’obbedienza, niuno fu lieto, operoso, forse utile, quasi grande e glorioso come questo. Men vergogna era servire con mezza Europa ad un uomo operosissimo, grandissimo, e che si potea dir di nascita, e dovea dirsi indubitabilmente di sangue, di nome, italiano; e servirlo operosamente, in fatti grandi, moltiplici, incessanti, crescenti, e continuamente mutanti, i quali non si potea prevedere a che avesser a riuscire, e si poteva sperare riuscissero a qualche gran riunione e liberazione d’Italia; men vergogna dico, che, come in altri tempi, servir quasi soli e languidi in mezzo alle indipendenze e libertá ed operosità universali.—Non faccio scuse per coloro che cosí servirono, spiego che cosí servirono allora. Non v’era indipendenza, è vero, ma non ne furono mai speranze cosí vicine. Non v’era libertá politica, ma n’erano almeno le forme in un gran centro italiano; non libertá civile ben guarentita, ma legale almeno; e poi, v’era quella eguaglianza che a molti, bene o male, fa compenso alle mancanze di libertá. Non libertá di scrivere, certamente; ma non gelosie, non paure d’ogni sorta di coltura, non disprezzo degli uomini colti, non quella separazione tra essi e gli uomini pratici, che è il maggior de’ disprezzi, e quasi smentita e scherno delle vantate protezioni. Chiuso poco dopo il mare, non vi fu operosità commerciale; ma v’eran quelle delle industrie, e dell’agricoltura, e della milizia: dico quell’operosità di guerra, che è senza dubbio calamità all’universale, ma felicità suprema forse a molti di coloro che l’esercitano, perché è supremo esercizio dell’umane facoltà. E allora gli italiani, primi i piemontesi, poi i lombardi e romagnoli, e via via toscani, romani, napoletani, corsero a quell’esercizio, e vi furon affratellati a quei militari, avanzati e lodati in quegli eserciti vincitori d’Europa; e quegli italiani sentivano di far allora ciò che non avean fatto da secoli i maggiori, ciò che speravano si facesse poi dai nepoti; quegli italiani credevano incamminar i posteri alla rinnovata virtù italiana. Insomma, era servaggio senza dubbio, ma partecipante alla concitazione,all’alacrità, all’orgoglio dei signori; non quello oppressivo compressivo, depressivo di tanti tempi anteriori e posteriori. E cosí, da quegli anni, dal principio di questo secolo, incominciò a ripronunziarsi con piú onore ed amore il nome d’Italia; da quegli anni incominciò a mirarsi ad essa tutta insieme, e incominciarono a cadere quelle invidiuzze od invidiacce municipali o provinciali che avean lussureggiato da tanti secoli, e pur testé, nelle repubblichette efimere ed utopiste del medio evo e della fine del secolo decimottavo, e che lussureggiarono piú tardi nuovamente. Sottentrò, è vero, quello che i fatti dimostrarono ripetutamente poi sogno del regno unico italiano; ma se, caduto il sogno, saprà serbarsi la realità dello spirito nazionale, se la fine del secolo nostro non sarà del tutto indegna del principio, forse che questo diventerà èra a migliori destini d’Italia. Ma noi dobbiamo affrettarci al termine del nostro assunto.—Il resto dell’anno 1802 vide una nuova costituzione della repubblica ligure [26 giugno], cosí portata a segno dell’ultime, francese ed italiana; piccolo affare conseguente agli altri. Ma seguí [11 settembre] la riunione a Francia di quel Piemonte, la cui condizione erasi lasciata dubbia fin allora; e incominciò cosí quell’estendersi innaturale del territorio francese in Italia, che mostra (oserò ridirlo?) la incapacità di Napoleone nella politica vera, grande, fondatrice. Ed io so che mi scosto qui non solamente dagli scritti apologetici di lui Napoleone, ma da uno scrittore recente, da me come da tutti molto ammirato; ma egli pure sarebbe certo fin d’ora, e rimarrebbe poi forse piú lungamente ammirato, se, tenero com’egli è della nazionalità francese, fosse piú intendente dell’altre; se cercasse gli accordi di quella con queste, se non avesse voluto rimanere cosí stazionario (anch’egli) ai tempi del suo eroe; se avesse voluto progredire a’ presenti che tendono a quell’accordo di tutte le nazionalità cristiane. Ad ogni modo, seguí la mediazione di Napoleone in Isvizzera e la rioccupazione di lei; e tra per questi estendimenti della potenza continentale di Napoleone, e quello marittimo di Malta che Inghilterra volle ritenere a compenso, e il volersi ciascuno estender solo e non patir che s’estendesse l’altro, si ruppe laguerra nuovamente tra Francia ed Inghilterra [maggio 1803]. Seguirono, la congiura de’ legittimisti francesi, George, Polignac e compagnia; la presa sul territorio germanico e la morte del duca d’Enghien, il piú vile degli atti di Napoleone [21 marzo 1804]; poi l’istituzione e proclamazione dell’imperio francese [18, 20 maggio]; e l’istituzione e proclamazione dell’imperio ereditario austriaco [4 agosto]; il viaggio di papa Pio VII a Parigi, dove consacrò il nuovo imperatore [2 dicembre], e incominciò forse a guastarsi con lui; e il regno d’Italia ricevuto, cioè preso, dal nuovo imperatore [18 marzo 1805], e poi il viaggio di lui qui, l’incoronazione a Milano [26 maggio], e le vane parole «Guai a chi la tocca!» pronunciate nel prender la corona di ferro; e Genova riunita innaturalmente, non al nuovo regno d’Italia, ma all’imperio di Francia [4 giugno]; e cosi Parma [21 luglio]; e Lucca fatta principato per una sorella dell’imperatore, giá principessa di Piombino [23 giugno].—Austria, Russia non vollero tollerar piú; fecero la terza coalizione; strinsersi con Inghilterra, la liberarono dalla discesa a lei minacciata da due anni nella Manica. Napoleone levò a un tratto i campi ove avea ragunate, esercitate, ordinate piú meravigliosamente che mai sue vecchie divisioni [27 agosto]; e facendole attraversar Francia di corsa, le portò in Germania, dove incominciarono a chiamarsi la «grande armata», e grande fu poi veramente ed in numero ed in fatti per nove anni. Intanto Austria ruppe la guerra, passò l’Inn [8 settembre], invase Baviera. Credeva, incominciando essa, assicurarsi l’offensiva; ma questa è sempre de’ piú forti e piú abili; e Napoleone solea lasciar incominciare il nemico per vederlo spiegarsi, e prenderlo sul tempo poi, o, come diceva egli, «in flagrante». Cosí fece. Partí di Parigi [24], passò il Reno [1º ottobre], tagliò, ruppe corpi austriaci qua e lá, li accerchiò da manca, e li fece capitolare ad Ulma [19 ottobre]; e attraversando Baviera entrò a Vienna [13 novembre]. Allo stesso tempo l’esercito francese, e giá in parte italiano, d’Italia, ragunato sotto a Massena, vinceva l’austriaco sotto l’arciduca Carlo a Caldiero [30 ottobre]; e spintolo dinanzi a sé, passava il Tagliamento, al medesimodí che il grande esercito entrava a Vienna; e combattendo e vincendo univasi a questo addí 24 novembre in Austria. Ma un grande esercito russo ed Alessandro imperatore s’erano pure uniti al resto dell’esercito austriaco, ed a Francesco II. Ed uscito di Vienna Napoleone, s’incontrarono, si combatterono ad Austerlitz in Moravia i tre imperatori in gran giornata, al dí anniversario dell’incoronazione di Napoleone [2 dicembre 1805]. Vinse questi, il gran capitano, naturalmente; e seguí tra pochi dí un armistizio, e tra pochi altri la pace firmata a Presburgo [26 dicembre]. Per questa rimasero cacciati gli austriaci oltre all’Isonzo, e riunita Venezia al regno d’Italia; e rimasero acquistate a Napoleone, ma non riunite a niuno Stato, tenute quasi a riserva per li suoi disegni futuri, le antiche province veneziane in Illirio. Quali erano questi disegni? Certo orientali, contro all’imperio turco, al quale ei voleva cosí farsi limitrofo, per partecipare in ogni caso a sue spoglie. Ma per li particolari ei se ne rimetteva al tempo, alle occasioni e loro ispirazioni. Thiers e Mignet ci rivelarono ultimamente due disegni concepiti da due parti contrarie: proposto l’uno da un italiano e dal principe Czartorinski ad Alessandro prima della guerra, l’altro da Talleyrand a Napoleone in mezzo ad essa, combacianti i due nella idea di spinger e ingrandir Austria sul Danubio per liberarsene ad Occidente. Le preoccupazioni, gl’interessi momentanei, ciò che il volgo dei politici chiama sola politica, spinsero a tutt’altro Napoleone vincitore allora, Alessandro vincitore di poi. I tempi avvenire possono soli far chiaro quale fosse men sognatrice, quale definitamente piú duratura, o la politica solamente invaditrice, invaditrice per invadere, senza discernimento, di Napoleone ed Alessandro, o la fondatrice di Czartorinski e Talleyrand. Solea dir questi «esser merito suo prevedere un po’ piú presto ciò che tutti dovean veder poi». Ad ogni modo Napoli avea fatto poc’anzi [21 settembre] con Francia un trattato di neutralitá, e Saint-Cyr col corpo che occupava Otranto da parecchi anni s’era quindi ritratto e congiunto coll’armata d’Italia. Ma Napoli avea due mesi appresso [20 novembre] ricevuti inglesi e russi, s’era volta ad essi. Era un’altra di quellestoltezze de’ deboli che riescon fortune a’ potenti ed usurpatori. Napoleone vincitore mandò ad eseguire il facile castigo un esercito, che entrò nel Regno [8 febbraio], in Napoli [15]; e casa Borbone fuggí di nuovo a Sicilia. Giuseppe Buonaparte fratello di Napoleone fu primo re de’ Napoleonidi, fu proclamato re di Napoli e Sicilia [30 marzo]; e regnò nella prima, continuando casa Borbone nella seconda. Gaeta si difese bene, non s’arrese se non al 18 luglio. Meglio ancora Calabria, che non fu ridotta tutta se non piú tardi [al principio del 1808], e nemmeno allora non obbedí tranquilla. Oh se i principi italiani avessero saputo valersi della devozione e del coraggio nativo de’ lor sudditi! riunirlo, disciplinarlo, avvezzarlo! Seguí [5 giugno] l’instituzione di un secondo re napoleonide, Luigi in Olanda. E seguí un grandissimo fatto, appena avvertito allora. Addí 6 agosto di quell’anno 1806, Francesco II, ultimo successore degli imperatori de’ romani, rinunciò a quel titolo, vano senza dubbio da gran tempo, ma impaccio pure e vergogna nostra finché l’udimmo portare da tanti stranieri.—Seguirono poi la guerra tra Prussia e Napoleone, minacciata giá l’anno addietro dalla prima, dismessa poi dopo la vittoria d’Austerlitz, rotta ora dal vincitore, vendicativo e guardingo, e precipitato ad ogni modo d’una in altra vittoria, d’una in altra conquista. Seguirono le battaglie di Jena [14 ottobre], d’Eylau, di Friedland, [8 febbraio, 14 giugno 1807], e la pace di Tilsit [7 e 9 luglio].—Dopo la quale s’avventò, s’inebbriò peggio che mai il conquistatore nella politica stoltamente invaditrice. Egli imperiava in Francia, Italia e Germania, incontrastabilmente; non gli bastarono. Volle Spagna, e almen si capisce, era un gran regno di piú; ma volle Roma, e non si capisce, essendo cosí poca cosa materialmente rispetto all’imperio che egli aveva, ma cosí grande rispetto al pericolo, alla perdita d’opinione a cui andava incontro.Il fatto sta ch’ei non faceva caso di questa opinione; non di Spagna, né di Roma che credeva avvilite, impotenti a resistere. Ma, come volle Iddio, Napoleone s’ingannò: Dio vuol sovente che s’ingannino i prepotenti. Incominciò a metter truppefrancesi in Ispagna sott’ombra di conquistar Portogallo; e conquistatolo, entrò in una serie di negoziati e perfidie e violenze, per cui tutta la casa di Borbone rimase spoglia degli antichi regni di Spagna e del nuovo d’Etruria. Fece occupar Toscana [12 dicembre]. Poi in breve, inasprito giá contro al papa per molte contese, e principalmente perché questi ricusava entrare nella lega continentale contro ad Inghilterra, fece pur occupar gli Stati di lui, e Roma stessa [1º febbraio 1808]. Poi riuní le Marche al regno d’Italia [2 aprile], e Parma, Piacenza e Toscana a Francia [24 maggio]; fece passar Giuseppe re di Napoli a re di Spagna (come mutava i prefetti da un dipartimento all’altro); e diede Napoli a Murat suo cognato, prode generale di cavalleria [15 luglio].—Tuttociò ridestava le costanti ire d’Austria; e la resistenza incontrata dagli eserciti francesi, da Giuseppe, e da Napoleone stesso in Ispagna, ridestarono le speranze di lei. Ricominciò la guerra. Era la quarta fatta, e sempre infelicemente da quella potenza contra Napoleone generale, primo consolo e imperatore. Vergogna militare, ma gloria politica di quel governo cosí sovente sconfitto, cosí perdurante sempre. In aprile 1809, gli eserciti austriaci invasero a un tratto Baviera in mezzo, il nuovo granducato di Varsavia a settentrione, Italia a mezzodí dall’Isonzo. Napoleone accorse da Spagna a Parigi, al Reno, a Germania. E su quel campo a lui giá noto, con operazioni piú grandi ma simili (tanto quel sommo inventor di guerre sapeva obbedire al costante imperio del terreno!) ruppe, sbaragliò, vinse l’esercito nemico dell’arciduca Carlo in vari combattimenti e in uno grande ad Eckmüll [22 aprile]; e passò l’Inn [26], e prese Vienna [13 maggio]. E intanto l’armata d’Italia, piú che mai grossa d’italiani misti con francesi, e capitanata questa volta da Eugenio Beauharnais figlio adottivo di Napoleone, viceré e dichiarato erede del regno d’Italia, indietreggiava dapprima dall’Isonzo fin presso all’Adige; ma si fermava a Caldiero, ed ivi, dove avea vinto poc’anni innanzi, rivinse ora [29 aprile]. Quindi riavanzando avea passato, combattendo, Brenta, Piave, Tagliamento, Isonzo; presa Trieste [17 maggio], passate l’Alpi, dato mano al grande esercito francese,e poi vinta da sé una bella e gran battaglia a Raab [14 giugno]. Quindi si vede, quanto sia pur vero che vi fosser consolazioni alla servitú di que’ tempi. E allora e poi non poche divisioni italiane, non pochi capitani nostri s’illustrarono nelle guerre di Spagna: ma questi combatteron per far compagna nella servitú una generosa nazione; e perciò non contiamo tali glorie come fortune.—Lí da Vienna poi Napoleone consumava quell’usurpazione di Roma, che fu la piú leggiera al profitto, la piú grave allo scandalo, e forse al danno, di quante avesse fatte. Un decreto imperiale [17 maggio] riuniva Roma e il resto dello Stato a Francia. E ai 10 giugno era proclamata a Roma quella stolta riunione da Miollis e da una Consulta governativa composta di francesi ed italiani. Al qual fatto giugnendo, domandò licenza di notare che ad uno di questi, educato da un padre d’incomparabil virtú e precision di principi, la colpa fu tanto piú grave che ei vi ripugnava, e cedeva; non iscusata ma scemata forse dall’etá sua di diciannov’anni, da lui messa a profitto ad ogni modo coll’imparar lá a resistere per l’avvenire. Imperciocché fu ammirabile la resistenza di quei preti disprezzati; fu la sola bella e grande nell’Italia di quegli anni. Una scomunica fu affissa il dí appresso in tutta Roma, a malgrado le truppe, il governo, la polizia che l’occupavano; e quindi si sparse in Francia e tutta Europa; e se non fece certamente l’effetto delle scomuniche del medio evo, scemò pur molto in Italia e Francia e Spagna gli aderenti a Napoleone, fu il sassolino gettato al piè dell’idolo universale. E fu portato poi via il papa [6 luglio 1809] da un general di gendarmi a Toscana, e di lá fatto errare a Francia, a Savona, a Fontainebleau; mentre succedevansi in Roma co’ poteri di lui i vicari pontefici, e portato via l’uno, scoprivasene uno nuovo; e portavansi via cardinali e prelati, niuno cedente, finché se ne stancò la polizia francese; che non credo sia stato dato mai un esempio cosí unanime e costante di quel coraggio civile o disarmato, che piú d’ogni altro forse tira a sé l’opinione degli uomini, e la toglie agli opprimenti.—Ma, come succede, non se n’avvedeva l’oppressore principale tra’ successi crescenti. Passato il Danubio,vinse a Wagram [5, 6, 7 luglio], e dettò poi una nuova pace a Schoenbrunn [14 ottobre]; per cui oltre a nuovi acquisti in Germania, ei fece quelli d’una parte di Gallizia o Polonia austriaca, ed una nuova d’Illirio. S’egli avesse presa invece Gallizia intiera, e riunitala al granducato di Varsavia, e fattone un bel regno di Polonia, egli l’avrebbe avuto a potentissimo aiuto due anni appresso. Ma il fatto sta, e si conferma ad ogni tratto, che egli non concepì mai la piú bella dell’ambizioni e delle politiche, quella di liberare e fondar nazioni. Due n’ebbe nella potente destra, e non ne fece nulla; e quando poi spoglio di tutto ei ruminò dolorosamente a Sant’ Elena le glorie e gli errori di sua potenza caduta, tentando spiegazioni e scuse, ei non seppe trovarne altra qui, se non quella troppo sovente recata da chi non vuole dare, non esser ancor tempo di dare. Il fatto sta che scemava giá il grand’uomo, s’impiccolivano piú che mai le ambizioni di lui. Ebbe quelle due piccole e da uomo nuovo, di nobilitarsi con un matrimonio e di lasciar al proprio sangue fortuna fatta. Repudiò la donna strumento giá di suo primo innalzamento, la compagna di sue glorie giovanili e maggiori; quella che, non per vani influssi, ma colla dolce compagnia, aveva dato forse il temperamento giusto e necessario al suo animo eccedente, ed era stata cosí cooperatrice di tutte le sue fortune. Sposò invece Maria Luisa d’Austria [2 aprile 1810]; n’ebbe un figliuolo che intitolò re di Roma [20 marzo 1811]. E, precipitando nella politica sfrenata e delle riunioni innaturali, riunì Olanda, riunì Germania settentrionale a Francia. Dall’Elba al Tevere, da Amburgo a Roma chiamaronsi «francesi» tre schiatte, tre lingue, tre nazioni diverse; e ne rimasero confuse, scemate, quasi distrutte le tre nazionalitá, due vinte, una quantunque vincitrice. E giá meditava ed apparecchiava un’altra riunione, degli spagnuoli fino all’Ebro. Ma gli spagnuoli ebbero allora la gloria di resistere soli sul continente a tutto ciò; gl’inglesi, di aiutarveli, essi che non correan pericolo dalla loro isola; Wellington, d’esser capo militare a tale unica e bella resistenza. E i perduranti ebbero poi l’aiuto che non manca mai, le occasioni; ebbero quello che men dirado manca, l’esagerarsi nella prepotenza, lo stoltizzare del prepotente.35. Continua.—Tra il 1811 e il 1812, stoltizzò Napoleone non solamente nello scopo, ma ne’ mezzi stessi oramai di sua politica. Egli aveva fino allora corteggiato Alessandro; ed ora ei sacrificò quell’alleanza e quell’amicizia alla stoltezza del suo sistema continentale contro ad Inghilterra, volle sforzarvi Alessandro che si ribellò alla prepotenza, e ne seguí la guerra. Ed egli avea corteggiati i polacchi; ed ora ei li sacrificò, non li restaurò per riguardi ad Austria, posseditrice d’una lor provincia. Poi, aggiugnendo errori ad errori, fece [24 febbraio, 14 marzo] due trattati d’alleanza con Prussia ed Austria, prendendo un trentamila uomini soli a ciascuna, e cosí lasciandosele a spalle quasi intiere e mal affette, anzi frementi. Era colmo di disprezzo delle passioni, degli interessi, delle opinioni altrui: ma fu insieme colmo d’inganno. Ei disse e credette far un’irruzione dell’Europa occidentale contro all’orientale, della civiltá contro alla barbarie; ma la civiltá, l’indipendenza stavano allora per Russia; e cosí questa vinse. Napoleone (trattenuto oltre all’intento a Parigi da un primo di quegli accidenti del cielo che mostrano piú chiaramente il dito di Dio, dal timor di una carestia) passò il Niemen [23 giugno]; entrò a Vilna [28], a Vitepsk [28 luglio], a Smolensko [17 agosto], dopo combattimenti e battaglie via via crescenti quanto piú avanzava. E cosí combatté la maggiore alla Moscowa [7 settembre]; e la vinse, ed entrò a Mosca [14].—Ma lá, presso all’Asia, fu il termine di sua fortuna. Né soli noi, pochi sorviventi di quella generazione, ma le generazioni nuove sanno e sapran gran tempo fin da fanciulli, tutti i fatti di quella quasi epopea de’ giganti moderni: l’incendio di Mosca, gl’indugi di Napoleone, sue speranze di aver pace; sua partenza [19 ottobre], la ritirata di quelle turbe d’eroi intimoriti, l’inverno precoce, il cielo nemico, i campi nevosi, le vie perdute all’innanzi, segnate addietro da’ morti e morenti; i cosacchi, le orde asiatiche spingenti e taglianti l’allungata fila; l’eroismo di Ney e tanti altri; Napoleone impavido, e che chiamava demoralizzati coloro che per lui soffrendo, nonsoffrivano come lui. Al settimo dí della ritirata, quando erano intiere per anco le divisioni, fu la battaglia piú ordinata che ancor vi si facesse, quella di Maloiaroslavetz [24 ottobre]. E fu vinta, tanto almeno da prolungar la ritirata, dall’armata d’Italia capitanata dal viceré. Ai 28 novembre i resti passarono la Beresina, combattendo ancora, disperdendosi poi. Napoleone fuggí l’irremediabile calamitá, e fu a Parigi [18 dicembre]. Gioacchino Murat re di Napoli indugiò qualche tempo a raccozzar i rimasugli; ma un decimo forse dei cinquecento e piú mila uomini che avean passato il Niemen. Perironvi, proporzionatamente piú che degli altri, i meridionali, i fratelli nostri; tu vi perivi quasi fanciullo ancora, ed osservato pur per valore da quei vecchi guerrieri, o Ferdinando mio, cresciuto all’arti, alle lettere, ad ogni bellezza, ad ogni amore, a quel d’Italia, per cui non moristi; per cui, del tuo nome, di tua virtú, di tua gioventú, di tua bellezza moriva un altro poi, anche piú mio.—Ed anch’egli, Gioacchino, lasciò poco appresso quella trista e quasi inutile ritirata; e rimase il comando al viceré d’Italia, il quale ordinolla come poté, e condussela per tutto l’inverno tra il 1813 e il 1814 fino all’Elba. Prussia intanto s’era sollevata, venuto il tempo, contro all’oppressore di lei, statole piú grave che a nessun altro. Austria, sempre piú indugiante, s’era solamente ritratta dall’odiato alleato, ed armava e minacciava: e cosí Germania tutta, a fianco, a spalle dell’esercito francese. Questo fu il bel tempo di Germania, quand’ella seppe valersi dell’occasione per rivendicarsi in indipendenza; quando seppero unirsi a ciò principi e popoli; quando i principi seppero promettere concessioni, e i popoli fidarsi a quelle promesse, che non è vero sieno state, ed anche meno sien per essere, inadempiute tutte. Gli spagnuoli pure avean ciò saputo, e v’aveano avuto tanto piú merito, che era assente e mediocre il principe loro. Gl’italiani soli nol seppero; e perciò i figli loro rimangon l’ultima fra le nazioni della cristianitá europea; ché in quegli anni di cui narriamo furono poste le fondamenta di quell’edifizio europeo restaurato che ancor dura.—Ai 15 aprile 1813, Napoleone ripartí di Parigi per riprendere ilcomando della grande armata; e pari militarmente o superiore a se stesso, vinse al 1º maggio russi e prussiani in gran battaglia a Lutzen; addí 20 e 21 a Bautzen. Fecesi tregua, trattossi pace, non fu possibile niun accordo; si ricominciò la guerra, unita ora Austria alla crescente alleanza contra Francia. Addí 27 agosto, russi, prussiani ed austriaci assalgono Napoleone in Dresda, e sono vinti, respinti; e vi muor Moreau, mal venuto dall’esilio d’America a porsi tra le file dei nemici di suo paese. Ma vinto e preso pochi dí appresso Vandamme con un grosso corpo francese in Boemia, e riaffollandosi gli eserciti alleati contro a Napoleone, ei poté sí tenerli a bada alcun tempo; ma soverchiato finalmente dal numero, fu sforzato a ritrarsi. E concentrato l’esercito a Lipsia, fu vinto ivi in una battaglia di tre dí [16, 17, 18 ottobre]. Questo fu il fine, questa la piú bella battaglia della grande armata. Alcuni di que’ panegiristi che cercando vanti falsi trascuran i veri, e guastan cosí fin le glorie degli eroi, vantano la grand’armata quasi non vinta mai; se non dalle stagioni, dal vento o che so io. Fu vinta essa, ma non dal vento, fu vinta dal numero de’ nemici, dagli abbandoni degli alleati, dalla spossatezza propria; fu vinta, magnificamente perdurando, che è la piú grande delle glorie militari, politiche, umane. Ed io intendo rivendicare parte di quella gloria per li nostri italiani che lá perirono, numerosi, prodi, fedeli, degni di lor maestri di guerra. Sventuratamente, i superstiti credettero essere stati sacrificati da questi, dietro a un ponte rotto nel ritirarsi; e se n’accese lor ira, ed io scrittore li udii pochi dí appresso a Magonza. E questo ed altri disprezzi che credettero aver sofferti da Napoleone o dal viceré, furono causa dello scostarsi gli animi di molti principali dell’armata d’Italia da que’ due principi, e dell’abbandonar l’ultimo pochi mesi appresso mal generosamente, mal utilmente. L’Italia di quei tempi non seppe né respingere i Napoleonidi come gli spagnuoli, né scuoterli a tempo come i tedeschi, né serbarli quando sarebber diventati italiani. E cosí, dubitando, chiacchierando, tumultuando e non operando all’occasione, ella perdette questa che fu pure delle piú belle. Se gl’italiani avesser saputo non guardaraddietro ma all’innanzi, non a vendetta ma a perdonare, dimenticare, ed alle occasioni riunirsi a coloro che le tengono in mano, gran tempo è che sarebbero indipendenti. Quando il sapranno?—Ad ogni modo, dopo la gloriosa ma finale sconfitta di Lipsia, si ritirarono i francesi poco men disordinati che in Russia, attraverso Germania sollevata, e vinsero un’ultima volta ad Hanau [30 ottobre] i bavaresi che tagliavano il passo. Passati, si raccolsero dietro al Reno, e Napoleone tornò a Parigi. Intanto, era tornato il viceré al regno d’Italia fin da dopo Lutzen, Gioacchino a Napoli dopo Lipsia. E il primo avea raccolto un esercito di francesi e italiani, e portatolo oltre ai limiti del regno nelle province illiriche, fin sulla Sava e la Drava [agosto]. Ma ivi pure era un forte esercito nemico; ne erano da tutte parti. E cosí, il franco-italico ebbe a ritrarsi ricalcando addietro lentamente quella via, corsa avanzando tante volte da pochi anni; dalle Alpi all’Isonzo, al Tagliamento, alla Piave [11-31 ottobre], e finalmente all’Adige e Verona [9 novembre]. E lí si fermava, ed indi riusciva a vincere una volta ancora a Caldiero [15]; e lí intorno perdurava poi e guerreggiava tutto quell’inverno. Non cosí Gioacchino; il quale, giunto a Napoli [5 novembre], trattò con gli alleati nemici di Napoleone, e ragunando un esercito napoletano, occupava Roma, Toscana, Ancona, Bologna, lasciate da’ francesi; mentre una squadra inglese veleggiava minacciando e tentando sbarchi sulle coste di Toscana [dicembre]. E parlava Gioacchino d’indipendenza italiana; e di essa pure gli inglesi. Ma gl’italiani non badavano al primo; ché la generosa parola, per farsi ascoltare e trarsi addietro gli animi e le braccia, vuol esser bandita generosamente da uomini generosi; né era tale certamente Gioacchino in quel momento, che tradiva Napoleone suo creatore. E quanto agli inglesi, essi, per vero dire, fin dal giugno dell’anno addietro, avean fatto dare una costituzione rappresentativa simile alla loro in Sicilia da re Ferdinando; cosicché Carolina, nemica di tali novitá, se n’era fuggita per Costantinopoli ad Austria, e re Ferdinando avea lasciato il governo a suo figliuolo. Ma, fosse colpa degli inglesi dispregiatori talora ed offensori de’ popoliche beneficano, o degli italiani pregiudicati contro di essi per le continue calunnie mosse loro da Napoleone e da’ francesi di que’ tempi, o che in somma non fosse entrato bene ancora il gran pensiero negli animi italiani, il fatto sta che non si mossero questi nemmeno a quel grido d’indipendenza. I tempi, anche vicini, sono talora diversissimi tra sé. Corsi pochi anni, quel grido sollevò l’Italia intiera: corsi pochi altri, ella, forse pur intiera, combatterà.—Finalmente, addí 20 dicembre 813, gli alleati passarono il Reno, entrarono in Francia; guardinghi e quasi tementi, principi e generali; ebbre di trionfo e vendetta (ma almen vendetta dopo la liberazione) le popolazioni straniere; massime le germaniche affollate in quegli eserciti. I francesi, spossati da ventidue anni di guerra, non difesero la loro indipendenza sotto al signore, come avean fatto nuovi e liberi. Napoleone partí a’ 25 gennaio 1814 da Parigi; combatté e vinse ogni dí per due mesi con cuore, con mente indomita, con arte degna del giovane generale del 1796. A Brienne, a Champaubert, a Montmirail, a Vauchamp furono giornate famose. Ma scemavano via via sue file, stringevasi suo campo di guerra intorno a Parigi; e si rinnovavano, all’incontro, s’accavallavano gli eserciti stranieri, e lo stringevano. Al fin di marzo ideò portarsi a spalle degli alleati, correr Francia orientale, raccogliervi le guarnigioni lasciate colá, e l’armata d’Italia. Ma fu preso egli sul tempo: gli alleati precipitarono su Parigi, e addí 30 vinsero sotto alle mura facilmente re Giuseppe e Marmont, e addí 31 entrarono. E cosí cadde quell’uomo, di cui niuno potrá mai nascer piú grande per facoltá naturali, militari ed anche politiche; cadde, per l’error solo di non aver fondata sua potenza, addentro, sulla libertá, di fuori, sulla indipendenza delle nazioni; cioè, dentro e fuori, sull’amore interessato dei popoli. Vantossi egli, vantarono gli adulatori di sua sventura, che egli pure fosse caduto per quel caso imprevedibile di fortuna, quell’inverno precoce, quel vento settentrionale di Russia. Ma il cader per un caso, per un vento, mostrerebbe tanto piú che erano poco profonde le fondamenta di sua potenza. E poi, non è vero nemmen questo. Anche Napoleone cadde dopo unaperduranza militarmente magnifica. Ma la perduranza, che serve sempre alle nazioni perché elle si rinnovellano, non serve sempre a un esercito che non si può rinnovellare, e non serve mai a un uomo che non sappia aver seco una nazione. Inutile sarebbe poi moltiplicar qui particolari e date, piú o men vergognose a quella nazione vicina nostra. La severitá è piú ingrata allo scrittore che a’ leggitori; né a ciò è obbligato se non per la patria. Del resto, tutte le nazioni s’assomigliano quando s’avviliscono; e s’avviliscon tutte, quando (colpevoli od anche incolpevoli) elle son cadute in braccio a’ stranieri. Il senato, conservatore dell’imperio, lo distrusse [2 aprile]. Napoleone abdicò [11], fu portato via. Rientrarono i Borboni, Luigi XVIII.—E intanto, in Italia, il viceré avea continuata sua bella difesa: Gioacchino suo brutto avanzarsi. Il primo, combattendo e talor vincendo contra piú forti, s’era ritratto non piú che da Adige ad Adda e Taro, in due mesi. Il secondo, dichiaratosi contra il viceré, s’avanzava a Piacenza. Un corpo inglese era sbarcato a Livorno [6 aprile]. Finalmente giunte le nuove di Parigi, firmavasi un armistizio [16 aprile], per cui le truppe francesi s’incamminarono a lasciar Italia. Rimaneva il governo italiano, il senato a Milano. Addí 20 deliberava; e molti volean re Eugenio Beauharnais. Una sommossa di quegli uomini che non badano a perder la patria per isfogar un’ira, una vendetta o una invidia, empiè le vie, spaventò il senato, uccise Prina ministro delle finanze. Dio perdoni a tanta (per non dir altro) stoltezza! Certo, niuna fu maggiore mai. Dicono che il viceré non era amato, per alcune parole dette contro agli italiani; forse quelle parole furono scusate in quel dí. D’allora in poi fu finito il regno d’Italia, lasciato all’occupante. Gli austriaci entrarono a Milano [28]. Murat rientrò a Napoli [2 maggio]. Vittorio Emmanuele re di Sardegna (succeduto per la rinuncia di Carlo Emmanuele IV, 22 giugno 1802) sbarcò in Genova [12 maggio], entrò in Torino [20]. Pio VII a Roma [24]. E addí 30 fu firmato il trattato di Parigi, per cui, restituito il regno di Francia negli antichi limiti, fu restituita casa Savoia ne’ suoi Stati continentali, salvo una porzione di Savoia lasciata allora a Francia;Parma e Piacenza date a Maria Luisa imperatrice e al re di Roma suo figliuolo; Modena, a Francesco arciduca d’Austria, erede di Ercole Rinaldo ultimo duca Estense, morto duca del Brisgau [-1803]; restituita Toscana a Ferdinando III; restituiti gli Stati pontifici al papa; lasciati Murat in Napoli, Ferdinando IV in Sicilia; lasciata restaurarsi, ma temporariamente, la repubblica di Genova; occupate da Austria e l’antica sua provincia di Lombardia, e Venezia giá datale in compenso di quella stessa, or del Belgio; data l’isola d’Elba in sovranitá e quasi in ischerno a Napoleone. I trattati, gli eventi del 1815 mutarono poi tutto ciò in parte, ampliarono casa Savoia di quasi tutti i paesi oltre Alpi lasciati giá a Francia, e del magnifico acquisto di Genova; passarono l’ereditá futura di Parma e Piacenza al duca di Lucca, e quella di Lucca a Toscana giá ingrandita dell’Elba; restaurarono in Napoli Ferdinando IV, e confermarono ad Austria il regno lombardo-veneto. Ma giá questi fatti appartengono a un periodo di tempo, il quale appunto non fu piú di due preponderanze combattute, ma di una sola piú largamente, piú unitamente stabilita che mai; un periodo che incominciò dunque peggiore del precedente, ma che non sappiamo come né quando finirá. Ed ai tempi non adempiuti, non si può dar nome, né luogo forse, nelle storie generali.36. Le colture di quest’ultimo periodo [1700-1814].—Ora, passando da tante e tali rivoluzioni di popoli e d’imperii alle vicende delle lettere, delle scienze e delle arti, scema un’ultima volta il nostro discorso. Perciocché vano è l’illuderci di noi scrittori, che ci vantiamo troppo sovente di diriger noi i secoli e loro eventi, che siamo in realtá molto piú sovente diretti da essi. Certo che ne’ tempi tranquilli, cioè quando posan le guerre e la politica, importanti possono essere gli eventi letterari, possono allora servire ad apparecchiare i politici e militari. Ma questo, per veritá, è quanto dire che importano gli eventi letterari, quando non ne sono altri piú importanti; è dire che dobbiamo servire a quelli con modestia personale, colla coscienza di non essere se non apparecchiatori, coll’intento fermo di servire all’apparecchio.E qui poi di nuovo abbiamo a dir insufficiente l’opera degli scrittori settecentisti, posciaché non apparecchiarono se non ciò che vedemmo di politica e guerra italiane. Ma qui pure abbiamo ad ogni modo a lodare e forse a invidiare l’opera di quegli ultimi avi e padri nostri.—Risorsero nel secolo decimottavo tutte le colture italiane indubitabilmente. E due cause, due motori ne appariscono: l’indipendenza accresciuta addentro, e l’impulso venutoci dal resto d’Europa, della cristianitá; o piuttosto le due cause si congiunsero in ciò, che la caduta della signoria spagnuola fin da’ primi anni del secolo ci diede occasioni di ricever gli impulsi della politica e della coltura universali. Tale è, per dono di Dio, la costituzione della cristianitá, che avendo essa (anche la parte errante di lei) un solo Dio, un solo vangelo, una sola virtù, ella non può avere se non una sola coltura, o, se si voglia, parecchie colture somigliantissime; e che, chi si sforza di tenerle disgiunte, o, peggio, nemiche, farebbe opera empia se non la facesse vanissima; e che, a malgrado di costoro, le colture nazionali diventano di secolo in secolo men diverse, piú simili, piú identiche, piú una. Così fu fin da’ primi secoli della cristianitá: meravigliosa è l’unitá della coltura de’ padri greci e latini; meravigliosa quella degli stessi secoli barbari e scolastici. La coltura italiana, innalzandosi di gran lunga sopra l’altre, rimase in ciò per quattro secoli diversa dall’altre senza dubbio; ma questa quasi esclusivitá fu propria dell’etá del risorgimento e non si può riprodurre. Giá vedemmo che nel secolo decimosesto e nel decimosettimo la coltura italiana si comunicò, si diffuse nelle tre colture, spagnuola, francese, inglese: e fin dal principio del secolo decimottavo incominciarono tutte queste a rifluire sull’Italia. Ed influì poi, benché piú tardi e meno, la coltura tedesca, non sorta essa se non molto indirettamente e parzialmente dall’italiana, non sorta se non alla metá di questo secolo decimottavo, con Lessing, Moeser, Winckelman, Eulero, Kant, Wieland, Goethe, Schiller. L’unitá della coltura cristiana si mantenne dunque, si manterrebbe anche senza la stampa; ma, sorto, come pur volle Iddio, questo potentissimo, questo umanamente invincibile mezzo di unitá, ella s’unificò e s’unifica semprepiú, quanto piú venne e viene allargandosi e moltiplicandosi questo mezzo. Ancora, venne e viene aggiungendosene un altro: la facilitá, la moltiplicitá de’ viaggi tra l’una e l’altra nazione cristiana, dell’orbe intiero. Stampa e viaggi crebbero notevolissimamente nel secolo scorso; stampa e viaggi crescono incomparabilmente a’ nostri dí. Quanto poi all’Italia del secolo decimottavo, si vede da tutte le memorie, che dal principio di esso e lungo esso s’accrebbe via via l’andare e venire di stranieri colti in Italia, e massime di colti italiani al di fuori; e che lo splendore delle colture nostre crebbe via via nella medesima proporzione. E quindi non ci sará giá possibile notare separatamente tutti i nostri uomini di lettere o di scienze che vissero piú o meno fuor d’Italia; perciocché sarebbe poco men che notare tutti quelli che avremo a nominare.—E prima, della poesia fu detto da alcuni storici letterari che ella risorse fin dal cader del secolo decimosettimo, per opera dell’accademia degli Arcadi allora istituita [1690]. Ma, come a molti, cosí a me paiono gli Arcadi aver fatto poco piú che mutare una vanitá, un’affettazione in un’altra, il seicentismo in un settecentismo poco migliore, i concetti in quelle sdolcinature pastorali che empierono tutto quanto questo secolo. Ma fu gloria di questo, che tra quel pessimo gusto e quella calca sorsero pur molti poeti diversissimi, occupatisi in quasi tutti i grandi generi della poesia, e molto opportunamente in quelli sopra tutti che mancavano per anche alla nostra. Perciocché ei bisogna pur dirlo; quell’«indulgere genio», quell’abbandonarsi alle volgari ispirazioni, quel venir facendo e rifacendo letteratura facile, che è vantato da taluni, seguito da tanti, massime in poesia, non riesce oramai né utile alla patria, né glorioso allo scrittore, nemmeno in poesia; e noi veggiamo all’incontro tutti i buoni e gloriosi del secolo scorso e del presente aver piú o meno fatto come Alfieri; cioè essersi messi di proposito, con fatica ed insistenza, a supplire a una mancanza, a riempire un vuoto delle lettere patrie. Ad ogni modo, fiorirono dalla fine del Seicento al 1814 Apostolo Zeno [1669-1750], Niccolò Forteguerri [1674-1738], Scipione Maffei [1675-1755], Metastasio [1698-1782], Alfonso da Varano [1705-1788], Goldoni[1707-1793], Gaspare Gozzi [1713-1786], Parini [1729-1799], Cesarotti [1730-1808], Alfieri [1749-1803], Ippolito Pindemonte [1753-1828], Monti [1754-1828], Foscolo [1778-1827]; una serie magnifica per qualunque secolo, e poco minore, se è, a quella dei poeti del Cinquecento; una serie che ci mostra emulata allora l’eleganza de’ poemi cavallereschi e didascalici del Cinquecento, quasi inventati e insieme portati al sommo i generi dell’opera in musica, della commedia, della tragedia e del poema satirico, e tentato il romanzo, e rinnovate le varietá, la forza, la virilitá, la grandezza de’ soggetti e dello stile in tutta la poesia italiana. Del resto, fra tutti questi, due principalmente mi sembrano doversi tener cari nelle memorie italiane, Parini ed Alfieri; siccome quelli, il cui merito non fu solamente poetico o letterario, ma morale e politico, e che rimangono del piccol numero de’ nostri poeti morali e virili.—Non solamente il Parini si tenne discosto dalle scurrilitá e dalle trivialitá che deturparono tanti celiatori italiani (fra gli altri il Casti e il Passeroni contemporanei di lui), discosto da que’ soggetti filosofici e peggio sacri, dove le celie anche decenti sono inconvenevoli; ma ei seppe opportunamente rivolgere le sue ad utilitá, anzi ad uno de’ soggetti ov’elle convengono piú, a corregger i vizi aristocratici, i vizi di quelle classi, le quali, ribellandosi all’altre correzioni, sono piú tenere a questa. Il Parini non fu certamente solo correttore di quel vizio, ridicolo al nome stesso, di cicisbeismo, che regnò ne’ due secoli decimosettimo e decimottavo; ma ei fu certo uno de’ primi e de’ piú efficaci; aiutò l’opera de’ fatti e del secolo, che è quanto può sperare qualunque scrittore; e l’aiutò, perché non volle essere né degli adulatori né dei copritori, non temette essere degli svelatori ed assalitori de’ vizi patrii. Sono di quelli, anch’oggi, che si scandalizzano a queste rivelazioni, e si fanno autoritá di quel detto di Napoleone, che «bisogna far il bucato in famiglia». Ma Napoleone disse questo del dividersi, nel pericolo, dinanzi agli stranieri; ed io sono, e fui, d’accordo con lui. Né egli, o nessuno de’ suoi francesi, ebbe mai di questi scrupoli, di questi riguardi ai vizi nazionali. Anzi, non è gente che li conceda, che li cerchi, che li svelipiú arditamente. Epperciò, dopo tante cadute, da sessant’anni in qua, quella nazione ebbe altrettanti risorgimenti; non cadde per lo meno mai in niuno di que’ due avvilimenti ultimi e indivisibili, dell’incapacitá militare e della dipendenza esterna. Certo che l’Italia non avrá mai Danti, Parini od Alfieri a centinaia e migliaia; ma quando le centinaia e migliaia de’ suoi scrittori seguiranno questi uomini suoi quasi soli severi, invece di tener dietro alla turba dei nostri grandi adulatori, scusatori o copritori, allora solamente e finalmente l’Italia avrá una opinione sana e virile che la conduca a virili fatti. Quanto all’Alfieri, io so che ad una adorazione di lui, forse soverchia, succede ora in alcuni una soverchia disistima; che dopo averlo posto sopra tutti i tragici antichi o stranieri, si pone ora sotto ai greci, francesi, spagnuoli, inglesi e tedeschi. Ad ogni modo, ei fu diverso da tutti questi in molte parti; e fu grande abbastanza per fare alla poesia, a tutte le lettere italiane il solenne benefizio di ricondurle (sia pur colla durezza od anche secchezza) a qualche severitá. Ed egli poi fece a noi piemontesi il beneficio particolare di farci entrar nelle grandezze delle lettere nazionali, d’incamminar il secolo aureo di queste nostre provinciali, le quali comprendono giá, fra non pochi altri, i nomi di Botta, di Pellico, di Gioberti e d’Azeglio.—Del resto, noi avremmo potuto allungar la lista qui sopra coi nomi di parecchi poeti minori, lirici e didascalici, Manfredi, Spolverini, Bondi, Pignotti, Frugoni, Savioli, Fantoni, Mazza, e del tuo, o ottima e veramente nobile Deodata. Ma le poesie liriche, anche buone, sono forse com’acqua al mare, in Italia; e se taluno s’offendesse di tale opinione, io addurrei l’esempio d’uno de’ maggiori lirici che noi abbiamo avuto mai, il quale si contentò pure di far cinque canzoni. Se la lirica può esser utile, certo sarebbe esercitandola, come il Fantoni ed alcuni altri de’ nomati, su soggetti attuali e patrii; e ciò pure fu un progresso. E fu un altro, a parer mio, che cosí pur si scrivesse in vari dialetti nostri; dal Galiani in napoletano, dal Calvi in piemontese, dal Porta e dal Grossi in milanese, dal Meli in siciliano. Voglion altri, lo so, che sia male scrivere ne’ dialetti, quasi se ne scemino i cultorie i leggitori della lingua comune; ma io crederei che l’una cosa non guasti l’altra, che tutte le colture, tutte le glorie d’italiani, s’abbiano a dir buone ed italiane. Che piú? porrò fra queste, l’avere il Goldoni scritto una bella commedia, e il Galiani un bel trattato economico, in lingua francese. Siamo compiutamente liberali una volta; non solo verso noi o chi fa come noi, ma verso chi fa diversamente e bene, in qualunque modo. Non istimiamo da noi alieno nessuno, nulla d’italiano. Certo, che questo scrivere bene in una lingua straniera è facilitá, è lode non ottenuta da niuna nazione come dagli italiani; ed è gloria che incominciando prima di Dante e Petrarca, dura e forse s’accresce a’ nostri dí.37. Continua.—Ed ora, passando a’ prosatori, noteremo del Baretti [1716-1789], che egli pure meriterebbe lode d’acerrimo morditore de’ vizi patrii, se, dopo averli perseguitati in patria molto bene, ei non si fosse lasciato trarre a coprirli e quasi giustificarli fuori, per il solito mal inteso amor di patria, per una mal repressa ira contro a uno, fosse pure impertinente, scrittore straniero. Noi porremo poi tutti insieme gli scrittori di storia, di politica, di economia, di filosofia e di critica; perché, avendo i piú scritto dell’una e dell’altra scienza, o di generi intermediari, essi si potrebbero difficilmente distinguere. E qui pure non sará ignobile la lista dei principali che fiorirono dalla fine del secolo decimosettimo al 1814: Vico [1668-1744], Muratori [1672-1750], Scipione Maffei [1675-1755] giá nominato fra’ poeti, Giannone [1676-1748], Foscarini [1695-1762], Mazzucchelli [1707-1768], Genovesi [1712-1769], Galiani [1728-1787], Tiraboschi [1731-1794], Denina [1731-1813], Lanzi [1732-1810], Pietro Verri [1728-1797], Cesare Beccaria [1738-1794], Mario Pagano [1748-1799], Napione [1748-1830], Filangieri [1752-1788], Gioia [1767-1829], Cicognara [1767-1834], Romagnosi [1771-1835]. Dei quali è notevole un fatto in generale: che tutti seguirono i progressi fatti fuori contemporaneamente dalla scienza; seguirono, dico, i veri e buoni, lasciando (non mi s’oppongano le eccezioni, le proposizioni particolari) i falsi e cattivi. Né di ciò sia dato merito ai governi, alle censure, quasi esse fossero che abbianoimpedite le esagerazioni. Perciocché non pochi degli scrittori qui nominati, e molti poi de’ minori vissero fuori d’Italia, ove essi avrebber potuto, al par degli stranieri, passare ogni limite di moderazione e bontá; ondeché, se non li passarono, o li passarono di rado, ei sembra doversi conchiudere, che la natura, o meglio forse l’antichitá, della civiltá italiana, portino seco quasi uno schermo contro a quelle esagerazioni, le quali sono proprie delle colture piú nuove, e piu specialmente del secondo periodo di esse, del periodo vago di novitá. L’Italia, che era fin d’allora al suo quinto secolo di coltura, amava ciò che amano i vecchi, la ragione; e non essa nemmeno nelle pretensioni eccessive, ma nella giusta moderazione di lei. E vegga quindi ognuno, se non sarebbe stato fin dal secolo scorso piú utile ed alla italiana ed all’universale e cristiana coltura, torre od allentare almeno que’ freni, che non erano dunque necessari a moderare gli scrittori nostri, e che, scemando poi lor libero andamento, scemarono senza dubbio lor facoltá, lor potenza. E il fatto sta, che se noi rimoviamo le pretensioni nazionali e massime le provinciali e municipali, due soli grandi troveremo tra’ nominati; Vico e Muratori.—Vico ebbe destino contrario al consueto; negletto dai contemporanei ed esaltato dai posteri, ci rimane uno di que’ rari esempi che confortano le speranze, per lo piú stolte, dei cosí detti «ingegni incompresi». Vico fu incontrastabilmente un grande ingegno: fu, tra’ moderni, terzo dopo Macchiavello e Bossuet a cercar quelle leggi secondo le quali si rivolgono e s’avanzano le nazioni, a studiar quella, come che si chiami, ragione o filosofia o semplicemente scienza della storia universale. Ma Vico s’ingannò oltre ai due predecessori in fatto di storia antica, credendo trovar in essa piú simboli, piú arcani, piú profonditá che non vi sono. I fatti antichi furono piú semplici che non credette quel quasi seicentista della storia, e che non credono molti peggio di lui. E poi, non istudiando abbastanza la storia del mondo moderno e cristiano, ei non concepí l’essenzial differenza che è tra il mondo antico e questo nostro; incamminato quello nella via dell’errore e destinato quindi a progredire in essa, cioè, in somma, a peggiorare, a corrompersianche in mezzo alla civiltá ed alle colture; partito il nostro dalla veritá ed incamminato quindi in una via di virtú e di progressi indefiniti. E quindi Vico inventò, o piuttosto prese dagli antichi quella supposta idea de’ periodi d’accrescimento, colmo e decadenza delle nazioni, legge che non esiste in fatto né in ragione nel mondo cristiano. Né ebbe Vico quella bella, ma essa pure non giusta idea del progresso incominciato col mondo e continuato d’allora in poi, la quale non sorse se non dopo la morte di lui, ed al cader del secolo decimottavo. E tanto meno ebbe quella sola giusta, non inventata ma solamente risuscitata dal secolo nostro, antica quanto i santi padri e gli apostoli e il Salvatore, anzi quanto i profeti che l’annunziarono; l’idea del mondo rinnovato, ravviato, fatto progressivo veramente e solamente da lui. Il tornare dall’ultima, anzi dalla penultima di queste idee, al divagar di Vico o degli antichi, è un tornar addietro nella scienza nostra indubitabilmente. Sappiamo venerare i grandi de’ secoli passati; ma imitiamoli nel non rinnegare i progressi veri del nostro.—Del Muratori poi crediamo che non si possa mai abbastanza né onorar la memoria, né proporre ai posteri l’esempio. Buono ed operoso ecclesiastico, e paroco, e bibliotecario, fece numerosi lavori di teologia, di morale e di critica: ma furono un nulla rimpetto a quelli di storia d’Italia. Egli solo fece piú per questa, che non per l’altre qualunque societá letteraria, qualunque congregazione di monaci studiosi. Adempiè a tutti e tre gli uffici che avanzano la storia d’una nazione; fu gran raccoglitore di monumenti nell’operaRerum italicarum; fu gran rischiaratore dei punti storici difficili nelleDissertazioni, distese in latino ad uso dei piú studiosi, abbreviate in italiano ad uso de’ piú volgari; e negliAnnalifu scrittore del piú gran corpo che abbiamo di nostra storia, scrittore sempre coscienzioso, non mai esagerato in niuna opinione, non mai servile, sovente ardito e forte, e talora elegante ed anche grande. Quindi i lavori di lui diedero spinta, agio, possibilitá ed a pubblicazioni ulteriori di documenti, ed a storie speciali delle lettere, delle arti, de’ commerci, e ad altre particolari di province e cittá; e cosí ai lavori del Tiraboschi e del Lanzi giá detti, ed a quelli di Lupi, Fantuzzi, Marini,Affò, Giulini, Rovelli, Carli, Savioli, Pignotti, Marin, Diedo, Filiasi, e non pochi altri. Ma tutti questi non arrivarono di gran lunga al Muratori; a pochi grandi toccò come a lui la infelice gloria d’aver seguaci numerosissimi, ma tutti minori. Fra i tanti vanti di che siam larghi a noi stessi, noi ci diam veramente pur questo d’aver una letteratura storica superiore a tutte l’altre moderne; ma lasciati i cinquecentisti, che sono grandi per cinquecentisti, la veritá è, che dal Muratori in poi, che nel secolo in cui ciascuna delle altre nazioni si procacciò non una, ma parecchie grandi storie patrie nazionali, niuna tale fu fatta d’Italia, da niuno scrittore italiano. Eppure questa opera d’una storia nazionale è forse, è certamente l’opera letteraria piú necessaria di tutte a qualunque nazione; quella, la cui mancanza si fa sentir piú ed in tutte le colture, e nella politica pratica di qualunque nazione; quella, che sola può dar color nazionale, aiuti, soggetti innumerevoli ed opportuni a tutte le composizioni letterarie ed artistiche; quella, che sola può dar esempi, consigli, opportunitá e forza agli uomini politici. Come si fa che ad essa non siasi rivolto ancora efficacemente l’ingegno pur cosí vario degli italiani? Certo per due difficoltá, una intrinseca, ed una estrinseca: prima la difficoltá intrinseca di questa storia cosí varia, cosí moltiplice, cosí piena di fatti diversi di luogo, e concorrenti nel tempo, che sará forse sempre impossibile renderne facile epperciò piacevole la lettura. Ma insomma, se non è superabile del tutto questa difficoltá intrinseca, ella è fino a tal punto certamente che si possa fare una storia se non piacevole, almeno utile; e il fatto sta che tra il secolo scorso e il presente, fino al 1814 (senza venir piú giù), due stranieri intrapresero di darci di que’ corpi di storia che non imprendemmo noi, il Lebret e il Sismondi; e l’intrapresero, perché non avevano quella difficoltá estrinseca, che fu per noi la maggiore senza paragone. Le censure comprimono tutte le parti della letteratura, ma nessuna come la storia di gran lunga; perché le altre parti si possono adattare a trattar dell’una invece dell’altra veritá, della veritá non compiuta; ma la storia senza veritá compiuta non è solamente incompiuta ma falsa, non è piú storia; e quando è ridottaa tale, non si tratta piú da niun amator vero della veritá, da niun ingegno virtuoso e grande; e si tratta allora o dai nazionali mediocri per natura, o dagli stranieri quasi sempre mediocri per difetto o d’informazioni o d’intelligenza delle cose nostre. E qual danno sia stato questo poi per li popoli, e piú specialmente per li principi (forse piú particolarmente per quello che è principe politico insieme ed ecclesiastico), per tutti i governanti che hanno piú interesse che le cose patrie sien trattate dagli ingegni alti e per conseguenza moderati, io non ho luogo a discorrerne qui, e diventa, del resto, men necessario, ora che è cessato tal danno intieramente, in una parte almeno d’Italia. Troppo forse ho giá indugiato qui, ma spero non esser paruto scostarmi dall’assunto mio, né lodando nell’infimo dei lavori sulla storia d’Italia il piú gran cultore di essa, né chiamando sulle deficienze di essa l’attenzione de’ miei leggitori.—Del resto, molto sarebbe ad aggiungere, e su quel grande ma per gioventú ancora incompiuto ingegno del Filangieri; e sulla pochezza degli altri nostri scrittori politici di questo secolo, che fu pure altrove cosí ricco di essi; e sui nostri economisti numerosi, buoni in generale, e applicatori della scienza alle cose patrie; cosí i governi avessero seguiti alla pratica piú abbondantemente i loro cenni! E sarebbero a notar pure i nostri filologi, ellenisti ed orientalisti, e i nostri teologi: ma ci stringe il termine del nostro scritto.—E cosí stringeremo in poche parole ciò che ci resta a dire delle scienze naturali o materiali. Queste furono la gloria massima del secolo decimottavo, furon quelle che progredirono piú incontrastabilmente allora. E giá parecchie volte osservammo che elle son quelle che dipendon meno dalle buone condizioni politiche; tantoché nel Seicento stesso furono possibili in Italia un Galileo e i suoi seguaci. I quali si moltiplicarono e progredirono poi nel Settecento fino al 1814. Furonvi principali: Eustachio Manfredi nomato sopra fra i poeti [1674-1738], Morgagni [1682-1771], Francesco Maria Zanotti [1692-1777], Giovan Battista Beccaria [1716-1781], Spallanzani [1729-1799], Lagrangia [1736-1813], Galvani [1737-1798], Volta [1745-1826], Mascheroni [1750-1808], Mascagni [1752-1815], oltre una turba di minori. Fra’ quali tutti torreggiano,come ognun sa, Lagrangia e Volta. Il primo, compaesano e contemporaneo d’Alfieri, introdusse il Piemonte alle glorie scientifiche italiane, non meno che Alfieri alle letterarie. Ma è da notare che l’uno e l’altro lasciarono la terra paterna, e la rinnegarono poi in tutto il resto di lor vita. E cosí piú o meno Denina, Baretti, Bodoni ed altri; tantoché niuna provincia italiana diede tanti migrati come questa; tanto che ei convien dire che, ferace d’ingegni, ella non fosse apparecchiata per anco al loro svolgimento. Ed era, del resto, naturale; quando si dirozza alle colture una terra nuova, vi abbondano quelle invidiuzze, que’ timorucci, quelle ostilitá di piccoli contro grandi che si trovano ritratte al vivo da Alfieri nella suaVita. All’incontro di Lagrangia, Volta dimorò quasi costantemente in Lombardia sua patria, e visse onorato nell’universitá di Pavia. La quale e quella di Torino, ed altre dell’antiche italiane, fiorirono piú che mai nel secolo decimottavo, fino al 1814, e furono i migliori centri di tutte le colture italiane. E cosí è naturale, per vero dire: dove non sono centri di operositá politica, le colture non possono rifuggir meglio che a questi che son centri almeno dell’operositá d’insegnamento. Qualche viva operositá si vuole a tener vive le colture.38. Continua.—Giá il notammo: uno de’ privilegi piú indubitabili degli uomini meridionali è la disposizione naturale alle arti belle, a quelle principalmente pel disegno. Grecia e Italia produssero, tra esse due, piú cose belle che non tutto il resto del mondo; e dopo esse è terza Spagna. Quindi noi, che crediamo possa e debba l’Italia prender molto e delle lettere e delle scienze straniere, pur notammo che in fatto d’arti ella non ha a prender quasi nulla; e che, quando prende, ella prende male, quasi contra natura. Ciò si conferma nella storia del nostro secolo decimottavo. Al principio di esso continuarono l’arti nostre a decader cosí, che appena vi si possono nominare un Solimene [1657-1747], un Crespi [1665-1747], Zuccarelli [1702-1788], Battoni [1708-1787], fra’ pittori; Collino [1724-1793], fra gli scultori; Benedetto Alfieri [1700-1767], Vanvitelli [1700-1773], Temanza [1705-1789] fra gli architetti.—Intanto incominciavano a sorgere in Inghilterra, e risorgevano in Francia e Germania, alcuniartisti migliori, Reynolds, Hogard, Mengs, Angelica Kauffmann, Vien, e David finalmente; e continuavano i piú di questi a pur accorrere a Italia, a Roma. Allora per la prima volta i nostri imitarono gli stranieri, e sorsero cosí Landi [1756-1830], Appiani [1761-1817], Bassi [1776-1815], Benvenuti e Camuccini, ed alcuni altri pittori. Ma questi imitatori dei nostri imitatori, prendendo forse piú de’ loro vizi che di lor qualitá, mostrarono col fatto quanto poco buona sia tal via, quanto migliore sarebbe stato risalire direttamente agli antichi e larghi stili italiani. Tutto diverso, piú originale, piú italiano, piú grande fu senza dubbio Canova; e se anch’egli non andò libero d’ogni grettezza o secchezza allor corrente, se dopo lui s’aggrandí forse lo stile della scultura, e s’accostò a que’ monumenti del Partenone ateniese ch’ei non conobbe se non negli ultimi anni; io crederei che sia appunto al presente una soverchia preoccupazione di tale stile quasi unico, e che si tenga quindi da alcuni in troppo poco conto il Canova. Ad ogni modo, ei regnò solo nella scoltura, e sommo nelle arti italiane al tempo suo [1747-1822]. Nell’architettura, tra il fine dell’un secolo e il principio dell’altro non sorser guari, oltre al Cagnola [1762-1833], grandi artisti; e per la buona ragione che, tranne l’arco di trionfo di Milano, non furono fatti grandi monumenti; e ciò per l’altra buona ragione che l’Italia sconvolta non aveva agio né danari a ciò. L’architettura è, di tutte l’arti, anzi di tutte le colture, quella che ha piú bisogno di protezione pecuniaria.—Questo poi fu il secolo aureo della musica; fiorirono tra non pochi altri Porpora [1685-1767], Marcello [1686-1739], Tartini [1692-1770], Durante [1693-1755], Leo [1694-1744], Galuppi [1703-1785], Pergolese [1704-1737], Guglielmi [1727-1804], Sacchini [1735-1786], Paesiello [1741-1816], Zingarelli [1752-1837], Cimarosa [1754-1801], Paër [1771-1834]; famosi nomi, superati tuttavia da quelli posteriori di Rossini e Bellini; stupenda lista della piú piccola fra le grandezze nazionali. Ma cosí va il mondo: si producono gli uomini come le merci, in proporzione della richiesta, del bisogno, del mercato. Finché la richiesta fu di musica, e il piú bel giorno d’ogni città d’Italia era la primasera dell’opera, noi avemmo maestri; quando invece dell’opera, o piuttosto del cicalio e del beato ozio de’ palchi, noi ci compiaceremo di conversazioni socievoli, eleganti, avremo pur queste: ed ora che l’iniziata libertá italiana avrá bisogno d’uomini politici e guerrieri, ella li riavrá certamente. Il suolo d’Italia è incessantemente ferace sempre e dove non si tema la sua feconditá. A voi, giovani, l’augurio: noi fummo ciò che potemmo a’ tempi nostri. Il suol d’Italia fu e può tornar fecondo a tutto; quando si volesse, o sol che non si temesse, la sua feconditá.39. Le sette etá di nostra storia.—La storia da noi percorsa rapidamente, e quasi «con lena affannata», è la piú lunga e la piú ricca di grandi e vari esempi, che sia di niuna nazione al mondo. Sono intorno a tremila anni di fatti narrabili. Divisili in sette grandi etá, noi vedemmo nella prima gli stanziamenti primari de’ tirreni, degli iberici e degli umbri, e la prima invasione de’ pelasgi; e sollevarsi poi in una bella guerra d’indipendenza que’ popoli antichi, gl’itali ed etruschi principalmente; e ricacciati al mare que’ primi intrusi, sorgerne il nome patrio d’Italia, e l’imperio degli etruschi, imperio potente, famoso a’ suoi tempi, e oscurato per noi solamente dall’estrema antichitá. E succedute primamente l’immigrazione lenta, quasi pacifica, ed incivilitrice degli elleni nel mezzodí, poi quella ultima tutto diversa de’ galli a settentrione; con questa terminammo la lunga e primitiva.—Quindi vedemmo incominciar la seconda col generoso accorrere alla riscossa contro ai galli della picciolissima Roma; la quale in ciò appunto si fece grande, ponendosi capo a quel sentimento di nazionalitá che è di tutti i tempi, antichi come nuovi, rozzi come civili. E non prima, ma allora si ci parve attribuir a Roma il pensiero di cacciar lo straniero dalla penisola, o di farvisi signora essa, che a que’ tempi era lo stesso. Ed ella compiè tal disegno in quattro secoli; e compiè intanto, insieme, quasi per aggiunta, quello di farsi signora del mondo d’allora, di tutte le nazioni all’intorno del Mediterraneo, e del Mediterraneo stesso, diventato lago italiano. Questa fu la magnifica ricompensa del suo spirito di nazionalitá; questa, dico,se il nostro pensiero ci trattiene in terra, si leva a poco volo. Che se noi sappiamo abbandonarci a quelle considerazioni soprannaturali, le quali innalzano il pensiero quasi tra terra e cielo, noi veggiamo aver avuto que’ nostri padri una maggior ricompensa, un magnifico destino: quello d’apparecchiare il primo campo della cristianitá. Ma in ciò fare, Roma erasi fatta troppo grande per durar repubblica; anche a’ nostri dí, ed inventata la rappresentanza de’ lontani ne’ grandi Consigli nazionali, sarebbe forse impossibile il governo repubblicano a un cosí vasto imperio; ma impossibile era certamente a que’ tempi, quando la partecipazione ai governi, ai Consigli, la libertá politica, la libertá compiuta non s’estese mai oltre alle mura o al territorio d’una cittá; impossibile era che la cittá signora di tanto mondo non s’arricchisse sterminatamente e cosí non si corrompesse, non s’arricchisse inegualissimamente e cosí non si dividesse all’interno suo; ed impossibile poi che dividendosi, e parteggiandone, e combattendone, non vincesse alla lunga la parte dei piú contro ai pochi, e non sorgesse all’ultimo uno solo sopra a’ piú, un principe sul popolo, come quasi sempre succede. E allora si compiè la rivoluzione della repubblica in imperio.—Viene dunque la etá terza, o di questo imperio; e con poco diletto nella storia, poco utile negli insegnamenti, essendo essa d’una cosí sfacciata tirannia, d’una cosí sfacciata servitú, che non può rinnovarsi nella cristianitá; non pericoli, non accrescimenti all’infuori, non divisioni, non parti, non vita addentro, non operositá fuori né dentro, salvo che di lettere al principio, ma per poco; finché tutto fu ozio e vizi e corruzione, finché il popolo romano, che aveva vinte nazioni su nazioni incivilite, prodi e grandi, non fu piú pari a difendersi contro alle genti sparse e barbare che l’assalirono, l’invasero, lo distrussero. Una consolazione, una bellezza sola ma suprema sorge in tutta questa etá: il sorgere dapprima oscuro, poi a un tratto splendidissimo della cristianitá; la cristianitá sollevantesi tra le rovine dell’imperio, ed ivi aspettante i barbari.—S’empie quindi tutta di questi barbari la quarta etá. E di nuovo, nulla quasi di bello; salvo forse Teoderico gran re d’Italia e d’altre provinceall’intorno, che parea dover essere gran fondatore d’una nuova nazione italiana, come furono le contemporanee francese, spagnuola ed inglese; che non fu se non d’un regno di pochi anni, grazie all’inquieto desiderio dell’imperio e del nome di Roma che s’apprese agli italiani, che fece chiamare i greci, cadere i goti, e sottentrare in un dieci anni i longobardi. Seguono dugent’anni di questi, incapaci di conquistare tutta Italia, incominciatori del dividersi di essa fino a noi, fino ad ogni avvenire prevedibile; incapaci di governar le province occupate, di serbarle, contro ai papi capipopolo di Roma, ed ai loro patrizi ed amici, i Carolingi di Francia. Poco rincrescimento rimane della caduta di que’ longobardi, che, mischiati poscia con noi nella sventura comune, lasciaron il sangue piú abbondante che sia forse in nostre schiatte.—Segue la quinta etá, di Carlomagno e dei suoi discendenti e successori, imperatori e re stranieri; imperatori, per lo stolto piacer presoci di gridare un imperator romano; re, per quelle invidie che ci fecero sempre parlare, piangere, adirarci contro agli stranieri, ma in fatto anteporli a’ nazionali; quelle invidie di sotto in su, e di sopra in giú che diedero l’Italia a quell’Ottone pur troppo grande, dal quale in poi, salvo le due brevi eccezioni d’Arduino e di Napoleone, sempre rimase tedesca la corona veramente ferrea d’Italia o di Lombardia. E naturalmente, questa fu la peggiore, l’infima, la piú corrotta delle nostre etá; corrotti principi e signori, uomini e donne, sacerdoti e vescovi e papi, tutto l’ordine feodale secolare, e quasi tutto l’ecclesiastico sottopostosi simoniacamente a quella feodalitá; sorgente sí il popolo, che deve quindi credersi men corrotto; sorgenti qua e lá alcuni monaci studiosi, zelanti, riformatori, riformati, e fra e sopra essi Ildebrando, Gregorio VII.—E quindi, da questo pontefice, non incolpevol forse, ma gran riformatore, gran santo, grand’uomo politico, gran rivendicator d’indipendenza ecclesiastica, grande aiutator d’indipendenza politica, e, senza saperlo, forse di libertá, noi incominciammo l’etá sesta, la maggiore delle nostre moderne, l’etá de’ nostri comuni, di quel nostro secondo primato che fu piú veramente di colture che di civiltá; e cosí facemmodeliberatamente, risolutamente, a malgrado gli odii giá vivissimi, or morenti contro a quel grande; vivissimi al tempo che non si perdonava nemmeno a un papa d’aver mancato di rispetto alle potenze temporali, e massime all’imperiale; morenti, dacché s’apprezzano tutti i rivendicatori di tutte le libertá. E continua quindi questa etá nostra, forte, crescente, splendida, magnifica in tutto, in difesa d’indipendenza, in progressi di libertá, in progressi di tutte le colture, tutti i commerci, tutte le operositá, tutte forse le virtú pubbliche, salvo una; salvo quella vera, somma ed ultima liberalitá che consiste in vincer le invidie, dico anche l’invidie derivanti dalle condizioni speciali di ciascuna etá. Nell’etá precedente, de’ grandi, i grandi italiani s’eran invidiati tra sé, ed avean data la patria ai grandi stranieri; in questa, nell’etá dei comuni, delle cittá, del popolo, s’invidiarono cittá contro a cittá, cittadini contro a cittadini, piccoli contro a grandi, grandi contro a piccoli, piccoli rimasti soli tra sé; e cosí distratti da quella che è la piú inquieta e la piú perseverante, la piú meschina e la piú tiranna, la piú operosa e la meno operante delle passioni, non rimase tempo a que’ miseri, non mente libera al pensiero, non cuore al sentimento dell’indipendenza; non si compiè l’acquisto di questa quando s’ebber l’armi in mano a propugnarla, non si mirò ad essa nelle paci, non si riprese quella rivendicazione mai piú; s’attese a tutto, fuorché al piú necessario, fuorché a ciò che fa una nazione; e cosí poi, meritatamente, sì riperdette quella libertá interna a cui s’era sacrificata l’esterna: si riperdettero quelle tirannie aristocratiche, democratiche, a cui s’era sacrificata la vera, equilibrata e non invida libertá, si riperdette ogni buona operositá militare o politica; e s’apparecchiò la nazione a qualunque signoria o preponderanza straniera fosse per venire.—Venne Carlo VIII, da cui dunque incominciammo l’etá settima ed ultima, e che dura, delle preponderanze straniere; ma non istette. Venne Luigi XII, e non istette nemmeno. Ma venne insieme Ferdinando il cattolico, e stette in Napoli e Sicilia, e tramandolle a Carlo V imperatore; il quale, come tale, diede a se stesso il ducato di Milano, e cosí tenne Italia dal collo e dal piè, etramandolla a’ suoi discendenti di Spagna, coi Paesi bassi, con America, colle Flippine, colonia anch’essa da farne pro per la madre patria. Ma, immenso esempio, non fece pro di noi, piú che di quell’altre superfetazioni, la madre patria; languí anzi e decadde tra esse. Non fecene pro nemmen quella casa regia, che degenerò e cadde; non ne fu fatto pro se non da pochi viceré, governatori ed impiegati minori. E cosí tra tutto quel languire, languimmo noi pure, Italia quasi tutta, salvo talora Piemonte, per li centoquarant’anni del Seicento, in nullitá politiche, in corruzione di costumi, in cattivi gusti di lettere e d’arti, in ogni cosa, salvo che in filosofia materiale sollevata da Galileo, martire di essa. Finí poi quel marciume colla fine della marcia schiatta regia austro-spagnuola all’anno limitrofo tra i due secoli decimosettimo e decimottavo; e si sollevò questo per le guerre, che si fecero forti e grosse ne’ dodici anni della contesa della successione di Spagna; per li trattati di Utrecht, che fondarono un secondo regno italiano a casa Savoia ingrandita; e piú per quella guerra della successione di Polonia e quel trattato di Vienna, che liberaron da Austria e rifecero indipendente l’antico regno di Napoli e Sicilia, non lasciando allo straniero che Milano e poca Lombardia all’intorno. Ed allor tentò, allora incominciò a risorgere Italia; e si riformò, migliorò, progredí incontrastabilmente, benché non abbastanza pur troppo; non nell’essenza dei principati italiani, che rinnovaron tutto salvo se stessi; non nell’indipendenza, che rimase incompiuta. E cosí, mal apparecchiata all’impreveduta occasione dell’invasione francese (come giá a quella di Carlo VIII, di Carlo d’Angiò, di Federigo I e tante altre), si trovò la lenta Italia del 1792. E come disapparecchiata, lasciò i piemontesi combattere e succombere soli nel 1796, e si divise in parti di regii e repubblicani, di francesi ed austriaci per diciott’anni; lungo i quali caddero le ultime repubbliche del medio evo, caddero, si restaurarono, ricaddero e si restauraron di nuovo i principati; e si finí collo stabilimento raddoppiato, contiguo, piú sodo, piú forte che mai, almeno in apparenza, del regno lombardo-veneto, dal Ticino all’Adriatico. Né sia per nulla, poi, cheabbiamo cosí ristretto a poche pagine questo giá tanto, e forse troppo, breve sommario de’ fatti nostri. Sappiamo restringerli anche piú nella mente nostra, sappiamo veder d’uno sguardo le nostre sette etá, e discernere fra esse tre belle, grandi, gloriose e virtuose, quelle dei tirreni ed altri popoli primitivi, della repubblica romana e dei comuni; ed all’incontro, quattro brutte, dappoco, corrotte e miserande d’ogni maniera, quelle dell’imperio romano, de’ barbari, degli imperatori e re stranieri, e, quantunque meno, essa pure quella delle preponderanze straniere. È ella caso tal differenza? ovvero, ha ella cause moltiplici nelle diverse etá? ovvero, forse una sola costante e comune?—Io vorrei non dirlo; i leggitori saranno stanchi oramai di udirmi pronunciare in poche parole delle maggiori questioni nazionali; e piú stanchi forse di udirmele risolvere poco men che tutte in una sola conchiusione. Ma non è colpa di mia volontá; sará forse del mio intelletto, se, quanto piú vario o combino aspetti de’ fatti nostri, piú mi si riaffaccia quella conchiusione stessa. E riaccolte qui in un pensiero le diverse etá di nostra storia, io non so non vedere nelle tre grandi un medesimo fatto, nelle quattro dappoco un medesimo difetto: il fatto o il difetto della indipendenza rivendicata. E lascio trarre le conseguenze storiche od anche pratiche a ciascuno.—E trentadue anni noi vivemmo d’allora in poi, il tempo appunto che nelle storie si suol chiamar d’una generazione. E questo è indubitabilmente principio d’un quarto periodo di quella lunga etá delle preponderanze straniere. Ma appunto, una generazione non basta a nominare, a qualificare un secolo, un periodo di storia; nome e qualitá dipenderanno dalle due o tre generazioni che seguiranno, forse da una, forse da questa che vien su dopo noi. Ad ogni modo, una distinzione parmi potersi far giá in questi pochi anni, una quasi suddivisione di capitoli della storia futura: noi avemmo un tempo di errori universali, incontrastabili; ma mi par sorgere un tempo di ricominciati progressi. Da principio, i principi italiani restaurati, chi piú chi meno, restaurarono i governi antichi, quali ei li avean lasciati un quindici o sedici anni addietro: nontenner conto né de’ fatti intermedi, né degli uomini, né degli interessi, né delle opinioni nuove; e fu errore incommensurabile, riconosciuto ora da tutti, salvo forse pochi sopraviventi a difendere ciò che fecero. E allora si sollevarono l’opinione, gl’interessi popolari nazionali, contro a’ principi. E fu naturale, fu giusto senza dubbio, ma fu infelicissimo, fu fatale questo alienarsi di principi e popoli italiani tra sé; e fu piú fatale quando scoppiò in congiure, che son sempre fatti immorali e pervertitori; fatalissimo quando in sollevazioni, che son fatti impotenti contro a governi forti, imprudenti contro a’ titubanti che fanno titubar tanto piú; impotentissimi e imprudentissimi in faccia a uno straniero piú interessato di gran lunga a comprimerle, che non gli stessi principi nazionali; posciaché questi, in somma, resterebber principi, e forse piú forti principi colle libertá cosí domandate, mentre i dominatori stranieri san bene di non poter rimanere dominatori nostri cosí. Questo, dico, fu un primo tempo d’errori vicendevoli di principi contro a popoli, di popoli contro a principi; tempo fatalissimo di divisioni, piú o meno simili alle consuete, vecchie, antiche ed antichissime.—Ma da alcuni anni (e s’io m’ingannassi ei sarebbe non solamente con sinceritá, ma a malgrado lo studio piú grave ond’io sia capace), da alcuni anni sembrano indubitabili due progressi: quello dei principi e governanti che vanno lentamente migliorando, secondo le opinioni de’ popoli, i loro governi; quello de’ governati che vanno lentamente smettendo le congiure e le sollevazioni contro ai principi. Noi progrediamo da una parte e dall’altra, non parmi dubbio; ma noi progrediamo da una parte e dall’altra molto, troppo lenti, non parmi dubbio nemmeno. Ciascuna delle due parti vede, dice questa lentezza dell’altra: io la dico di tutte e due; questa diversitá è tra me e l’una o l’altra parte. Ognuna vuole che incominci l’altra ad accelerare il buon moto. Ché non incomincia, come certo il può, ciascuna da sé? Sembra agli uni aver tempo libero a’ miglioramenti, agli allargamenti governativi, ad acquistarsi l’opinione universale; sembra agli altri aver tempo libero a fare e finire congiure e rivoluzioni. Ma rimarrá egli libero tal tempo?Questa è la questione, e tutta la questione d’oggidí. Non pochi eventi sopravvenner giá nei trentadue anni corsi, che avrebbon potuto esser utili, che furono inutili a noi disgiunti e disapparecchiati. Altri ne sorgeranno indubitatamente prima che si compia questo operosissimo fra’ secoli cristiani. L’Europa è ordinata, è vero, ad occidente; ma è ella ad oriente? Non s’ordinerà ella pure lá in qualche modo? cadendo turchi, o sorgendo slavi, o sfasciandosi questo o quell’imperio? ché poco importa, insomma, se sappiamo apparecchiarci, cioè se sappiamo unirci.—E finalmente, se qui pure ci rivolgiamo dai fatti agli scritti, alle colture, di queste pure noi osserveremo due tempi molto diversi negli ultimi trentadue anni. Un primo di compressione, maggiore forse che non sia stata mai, per parte de’ governi; e quindi un tempo di nullità quasi universale negli scrittori, salvo pochi che scrissero allora con incomparabile, due con immortal mestizia. Ed un periodo secondo, in che dai nostri compatrioti fuor d’Italia ci vennero dapprima parole esagerate e furenti, ma a poco a poco parole forti di moderazione e sapienza; e in che poi i nostri principi incominciarono a tollerar piú o meno che cosí pur si tentasse scrivere dentro Italia.—Sappiamo riconoscere il bene anche troppo lento, se vogliamo accelerarlo; sappiamo benedirne chi ce ne dà, se vogliamo averne piú; sappiamo ringraziarne Dio, di cui non parmi invocar invano il nome qui; sappiamo, come italiani e come cristiani, pregar Lui che ha in mano gli animi italiani di unirli ad acquistare i destini ch’Ei ci apparecchia; e sappiamo, come giá i maggiori nostri di Legnano, risollevarci dopo la preghiera, ad operar per la patria fino alla morte, ciascuno secondo tutte le proprie facoltà. Che se fu in niun secolo mai, certo è evidente nel nostro, Dio suol proteggere coloro che operano cosí.

34.—Napoleone primo consolo e presidente della repubblica italiana, poi imperatore e re d’Italia [1802-1814].—Nei dodici anni di che ci resta a dire, non solamente non furono grandi fatti nazionali, ma nemmeno grandi fatti stranieri in Italia. Le guerre qui rinnovatenon furono piú, come poc’anzi, principali, ma secondarie in Europa; e le paci furono obbedienze di poco men che tutti allo straniero. Tuttavia, fra i tempi d’obbedienza, niuno fu lieto, operoso, forse utile, quasi grande e glorioso come questo. Men vergogna era servire con mezza Europa ad un uomo operosissimo, grandissimo, e che si potea dir di nascita, e dovea dirsi indubitabilmente di sangue, di nome, italiano; e servirlo operosamente, in fatti grandi, moltiplici, incessanti, crescenti, e continuamente mutanti, i quali non si potea prevedere a che avesser a riuscire, e si poteva sperare riuscissero a qualche gran riunione e liberazione d’Italia; men vergogna dico, che, come in altri tempi, servir quasi soli e languidi in mezzo alle indipendenze e libertá ed operosità universali.—Non faccio scuse per coloro che cosí servirono, spiego che cosí servirono allora. Non v’era indipendenza, è vero, ma non ne furono mai speranze cosí vicine. Non v’era libertá politica, ma n’erano almeno le forme in un gran centro italiano; non libertá civile ben guarentita, ma legale almeno; e poi, v’era quella eguaglianza che a molti, bene o male, fa compenso alle mancanze di libertá. Non libertá di scrivere, certamente; ma non gelosie, non paure d’ogni sorta di coltura, non disprezzo degli uomini colti, non quella separazione tra essi e gli uomini pratici, che è il maggior de’ disprezzi, e quasi smentita e scherno delle vantate protezioni. Chiuso poco dopo il mare, non vi fu operosità commerciale; ma v’eran quelle delle industrie, e dell’agricoltura, e della milizia: dico quell’operosità di guerra, che è senza dubbio calamità all’universale, ma felicità suprema forse a molti di coloro che l’esercitano, perché è supremo esercizio dell’umane facoltà. E allora gli italiani, primi i piemontesi, poi i lombardi e romagnoli, e via via toscani, romani, napoletani, corsero a quell’esercizio, e vi furon affratellati a quei militari, avanzati e lodati in quegli eserciti vincitori d’Europa; e quegli italiani sentivano di far allora ciò che non avean fatto da secoli i maggiori, ciò che speravano si facesse poi dai nepoti; quegli italiani credevano incamminar i posteri alla rinnovata virtù italiana. Insomma, era servaggio senza dubbio, ma partecipante alla concitazione,all’alacrità, all’orgoglio dei signori; non quello oppressivo compressivo, depressivo di tanti tempi anteriori e posteriori. E cosí, da quegli anni, dal principio di questo secolo, incominciò a ripronunziarsi con piú onore ed amore il nome d’Italia; da quegli anni incominciò a mirarsi ad essa tutta insieme, e incominciarono a cadere quelle invidiuzze od invidiacce municipali o provinciali che avean lussureggiato da tanti secoli, e pur testé, nelle repubblichette efimere ed utopiste del medio evo e della fine del secolo decimottavo, e che lussureggiarono piú tardi nuovamente. Sottentrò, è vero, quello che i fatti dimostrarono ripetutamente poi sogno del regno unico italiano; ma se, caduto il sogno, saprà serbarsi la realità dello spirito nazionale, se la fine del secolo nostro non sarà del tutto indegna del principio, forse che questo diventerà èra a migliori destini d’Italia. Ma noi dobbiamo affrettarci al termine del nostro assunto.—Il resto dell’anno 1802 vide una nuova costituzione della repubblica ligure [26 giugno], cosí portata a segno dell’ultime, francese ed italiana; piccolo affare conseguente agli altri. Ma seguí [11 settembre] la riunione a Francia di quel Piemonte, la cui condizione erasi lasciata dubbia fin allora; e incominciò cosí quell’estendersi innaturale del territorio francese in Italia, che mostra (oserò ridirlo?) la incapacità di Napoleone nella politica vera, grande, fondatrice. Ed io so che mi scosto qui non solamente dagli scritti apologetici di lui Napoleone, ma da uno scrittore recente, da me come da tutti molto ammirato; ma egli pure sarebbe certo fin d’ora, e rimarrebbe poi forse piú lungamente ammirato, se, tenero com’egli è della nazionalità francese, fosse piú intendente dell’altre; se cercasse gli accordi di quella con queste, se non avesse voluto rimanere cosí stazionario (anch’egli) ai tempi del suo eroe; se avesse voluto progredire a’ presenti che tendono a quell’accordo di tutte le nazionalità cristiane. Ad ogni modo, seguí la mediazione di Napoleone in Isvizzera e la rioccupazione di lei; e tra per questi estendimenti della potenza continentale di Napoleone, e quello marittimo di Malta che Inghilterra volle ritenere a compenso, e il volersi ciascuno estender solo e non patir che s’estendesse l’altro, si ruppe laguerra nuovamente tra Francia ed Inghilterra [maggio 1803]. Seguirono, la congiura de’ legittimisti francesi, George, Polignac e compagnia; la presa sul territorio germanico e la morte del duca d’Enghien, il piú vile degli atti di Napoleone [21 marzo 1804]; poi l’istituzione e proclamazione dell’imperio francese [18, 20 maggio]; e l’istituzione e proclamazione dell’imperio ereditario austriaco [4 agosto]; il viaggio di papa Pio VII a Parigi, dove consacrò il nuovo imperatore [2 dicembre], e incominciò forse a guastarsi con lui; e il regno d’Italia ricevuto, cioè preso, dal nuovo imperatore [18 marzo 1805], e poi il viaggio di lui qui, l’incoronazione a Milano [26 maggio], e le vane parole «Guai a chi la tocca!» pronunciate nel prender la corona di ferro; e Genova riunita innaturalmente, non al nuovo regno d’Italia, ma all’imperio di Francia [4 giugno]; e cosi Parma [21 luglio]; e Lucca fatta principato per una sorella dell’imperatore, giá principessa di Piombino [23 giugno].—Austria, Russia non vollero tollerar piú; fecero la terza coalizione; strinsersi con Inghilterra, la liberarono dalla discesa a lei minacciata da due anni nella Manica. Napoleone levò a un tratto i campi ove avea ragunate, esercitate, ordinate piú meravigliosamente che mai sue vecchie divisioni [27 agosto]; e facendole attraversar Francia di corsa, le portò in Germania, dove incominciarono a chiamarsi la «grande armata», e grande fu poi veramente ed in numero ed in fatti per nove anni. Intanto Austria ruppe la guerra, passò l’Inn [8 settembre], invase Baviera. Credeva, incominciando essa, assicurarsi l’offensiva; ma questa è sempre de’ piú forti e piú abili; e Napoleone solea lasciar incominciare il nemico per vederlo spiegarsi, e prenderlo sul tempo poi, o, come diceva egli, «in flagrante». Cosí fece. Partí di Parigi [24], passò il Reno [1º ottobre], tagliò, ruppe corpi austriaci qua e lá, li accerchiò da manca, e li fece capitolare ad Ulma [19 ottobre]; e attraversando Baviera entrò a Vienna [13 novembre]. Allo stesso tempo l’esercito francese, e giá in parte italiano, d’Italia, ragunato sotto a Massena, vinceva l’austriaco sotto l’arciduca Carlo a Caldiero [30 ottobre]; e spintolo dinanzi a sé, passava il Tagliamento, al medesimodí che il grande esercito entrava a Vienna; e combattendo e vincendo univasi a questo addí 24 novembre in Austria. Ma un grande esercito russo ed Alessandro imperatore s’erano pure uniti al resto dell’esercito austriaco, ed a Francesco II. Ed uscito di Vienna Napoleone, s’incontrarono, si combatterono ad Austerlitz in Moravia i tre imperatori in gran giornata, al dí anniversario dell’incoronazione di Napoleone [2 dicembre 1805]. Vinse questi, il gran capitano, naturalmente; e seguí tra pochi dí un armistizio, e tra pochi altri la pace firmata a Presburgo [26 dicembre]. Per questa rimasero cacciati gli austriaci oltre all’Isonzo, e riunita Venezia al regno d’Italia; e rimasero acquistate a Napoleone, ma non riunite a niuno Stato, tenute quasi a riserva per li suoi disegni futuri, le antiche province veneziane in Illirio. Quali erano questi disegni? Certo orientali, contro all’imperio turco, al quale ei voleva cosí farsi limitrofo, per partecipare in ogni caso a sue spoglie. Ma per li particolari ei se ne rimetteva al tempo, alle occasioni e loro ispirazioni. Thiers e Mignet ci rivelarono ultimamente due disegni concepiti da due parti contrarie: proposto l’uno da un italiano e dal principe Czartorinski ad Alessandro prima della guerra, l’altro da Talleyrand a Napoleone in mezzo ad essa, combacianti i due nella idea di spinger e ingrandir Austria sul Danubio per liberarsene ad Occidente. Le preoccupazioni, gl’interessi momentanei, ciò che il volgo dei politici chiama sola politica, spinsero a tutt’altro Napoleone vincitore allora, Alessandro vincitore di poi. I tempi avvenire possono soli far chiaro quale fosse men sognatrice, quale definitamente piú duratura, o la politica solamente invaditrice, invaditrice per invadere, senza discernimento, di Napoleone ed Alessandro, o la fondatrice di Czartorinski e Talleyrand. Solea dir questi «esser merito suo prevedere un po’ piú presto ciò che tutti dovean veder poi». Ad ogni modo Napoli avea fatto poc’anzi [21 settembre] con Francia un trattato di neutralitá, e Saint-Cyr col corpo che occupava Otranto da parecchi anni s’era quindi ritratto e congiunto coll’armata d’Italia. Ma Napoli avea due mesi appresso [20 novembre] ricevuti inglesi e russi, s’era volta ad essi. Era un’altra di quellestoltezze de’ deboli che riescon fortune a’ potenti ed usurpatori. Napoleone vincitore mandò ad eseguire il facile castigo un esercito, che entrò nel Regno [8 febbraio], in Napoli [15]; e casa Borbone fuggí di nuovo a Sicilia. Giuseppe Buonaparte fratello di Napoleone fu primo re de’ Napoleonidi, fu proclamato re di Napoli e Sicilia [30 marzo]; e regnò nella prima, continuando casa Borbone nella seconda. Gaeta si difese bene, non s’arrese se non al 18 luglio. Meglio ancora Calabria, che non fu ridotta tutta se non piú tardi [al principio del 1808], e nemmeno allora non obbedí tranquilla. Oh se i principi italiani avessero saputo valersi della devozione e del coraggio nativo de’ lor sudditi! riunirlo, disciplinarlo, avvezzarlo! Seguí [5 giugno] l’instituzione di un secondo re napoleonide, Luigi in Olanda. E seguí un grandissimo fatto, appena avvertito allora. Addí 6 agosto di quell’anno 1806, Francesco II, ultimo successore degli imperatori de’ romani, rinunciò a quel titolo, vano senza dubbio da gran tempo, ma impaccio pure e vergogna nostra finché l’udimmo portare da tanti stranieri.—Seguirono poi la guerra tra Prussia e Napoleone, minacciata giá l’anno addietro dalla prima, dismessa poi dopo la vittoria d’Austerlitz, rotta ora dal vincitore, vendicativo e guardingo, e precipitato ad ogni modo d’una in altra vittoria, d’una in altra conquista. Seguirono le battaglie di Jena [14 ottobre], d’Eylau, di Friedland, [8 febbraio, 14 giugno 1807], e la pace di Tilsit [7 e 9 luglio].—Dopo la quale s’avventò, s’inebbriò peggio che mai il conquistatore nella politica stoltamente invaditrice. Egli imperiava in Francia, Italia e Germania, incontrastabilmente; non gli bastarono. Volle Spagna, e almen si capisce, era un gran regno di piú; ma volle Roma, e non si capisce, essendo cosí poca cosa materialmente rispetto all’imperio che egli aveva, ma cosí grande rispetto al pericolo, alla perdita d’opinione a cui andava incontro.

Il fatto sta ch’ei non faceva caso di questa opinione; non di Spagna, né di Roma che credeva avvilite, impotenti a resistere. Ma, come volle Iddio, Napoleone s’ingannò: Dio vuol sovente che s’ingannino i prepotenti. Incominciò a metter truppefrancesi in Ispagna sott’ombra di conquistar Portogallo; e conquistatolo, entrò in una serie di negoziati e perfidie e violenze, per cui tutta la casa di Borbone rimase spoglia degli antichi regni di Spagna e del nuovo d’Etruria. Fece occupar Toscana [12 dicembre]. Poi in breve, inasprito giá contro al papa per molte contese, e principalmente perché questi ricusava entrare nella lega continentale contro ad Inghilterra, fece pur occupar gli Stati di lui, e Roma stessa [1º febbraio 1808]. Poi riuní le Marche al regno d’Italia [2 aprile], e Parma, Piacenza e Toscana a Francia [24 maggio]; fece passar Giuseppe re di Napoli a re di Spagna (come mutava i prefetti da un dipartimento all’altro); e diede Napoli a Murat suo cognato, prode generale di cavalleria [15 luglio].—Tuttociò ridestava le costanti ire d’Austria; e la resistenza incontrata dagli eserciti francesi, da Giuseppe, e da Napoleone stesso in Ispagna, ridestarono le speranze di lei. Ricominciò la guerra. Era la quarta fatta, e sempre infelicemente da quella potenza contra Napoleone generale, primo consolo e imperatore. Vergogna militare, ma gloria politica di quel governo cosí sovente sconfitto, cosí perdurante sempre. In aprile 1809, gli eserciti austriaci invasero a un tratto Baviera in mezzo, il nuovo granducato di Varsavia a settentrione, Italia a mezzodí dall’Isonzo. Napoleone accorse da Spagna a Parigi, al Reno, a Germania. E su quel campo a lui giá noto, con operazioni piú grandi ma simili (tanto quel sommo inventor di guerre sapeva obbedire al costante imperio del terreno!) ruppe, sbaragliò, vinse l’esercito nemico dell’arciduca Carlo in vari combattimenti e in uno grande ad Eckmüll [22 aprile]; e passò l’Inn [26], e prese Vienna [13 maggio]. E intanto l’armata d’Italia, piú che mai grossa d’italiani misti con francesi, e capitanata questa volta da Eugenio Beauharnais figlio adottivo di Napoleone, viceré e dichiarato erede del regno d’Italia, indietreggiava dapprima dall’Isonzo fin presso all’Adige; ma si fermava a Caldiero, ed ivi, dove avea vinto poc’anni innanzi, rivinse ora [29 aprile]. Quindi riavanzando avea passato, combattendo, Brenta, Piave, Tagliamento, Isonzo; presa Trieste [17 maggio], passate l’Alpi, dato mano al grande esercito francese,e poi vinta da sé una bella e gran battaglia a Raab [14 giugno]. Quindi si vede, quanto sia pur vero che vi fosser consolazioni alla servitú di que’ tempi. E allora e poi non poche divisioni italiane, non pochi capitani nostri s’illustrarono nelle guerre di Spagna: ma questi combatteron per far compagna nella servitú una generosa nazione; e perciò non contiamo tali glorie come fortune.—Lí da Vienna poi Napoleone consumava quell’usurpazione di Roma, che fu la piú leggiera al profitto, la piú grave allo scandalo, e forse al danno, di quante avesse fatte. Un decreto imperiale [17 maggio] riuniva Roma e il resto dello Stato a Francia. E ai 10 giugno era proclamata a Roma quella stolta riunione da Miollis e da una Consulta governativa composta di francesi ed italiani. Al qual fatto giugnendo, domandò licenza di notare che ad uno di questi, educato da un padre d’incomparabil virtú e precision di principi, la colpa fu tanto piú grave che ei vi ripugnava, e cedeva; non iscusata ma scemata forse dall’etá sua di diciannov’anni, da lui messa a profitto ad ogni modo coll’imparar lá a resistere per l’avvenire. Imperciocché fu ammirabile la resistenza di quei preti disprezzati; fu la sola bella e grande nell’Italia di quegli anni. Una scomunica fu affissa il dí appresso in tutta Roma, a malgrado le truppe, il governo, la polizia che l’occupavano; e quindi si sparse in Francia e tutta Europa; e se non fece certamente l’effetto delle scomuniche del medio evo, scemò pur molto in Italia e Francia e Spagna gli aderenti a Napoleone, fu il sassolino gettato al piè dell’idolo universale. E fu portato poi via il papa [6 luglio 1809] da un general di gendarmi a Toscana, e di lá fatto errare a Francia, a Savona, a Fontainebleau; mentre succedevansi in Roma co’ poteri di lui i vicari pontefici, e portato via l’uno, scoprivasene uno nuovo; e portavansi via cardinali e prelati, niuno cedente, finché se ne stancò la polizia francese; che non credo sia stato dato mai un esempio cosí unanime e costante di quel coraggio civile o disarmato, che piú d’ogni altro forse tira a sé l’opinione degli uomini, e la toglie agli opprimenti.—Ma, come succede, non se n’avvedeva l’oppressore principale tra’ successi crescenti. Passato il Danubio,vinse a Wagram [5, 6, 7 luglio], e dettò poi una nuova pace a Schoenbrunn [14 ottobre]; per cui oltre a nuovi acquisti in Germania, ei fece quelli d’una parte di Gallizia o Polonia austriaca, ed una nuova d’Illirio. S’egli avesse presa invece Gallizia intiera, e riunitala al granducato di Varsavia, e fattone un bel regno di Polonia, egli l’avrebbe avuto a potentissimo aiuto due anni appresso. Ma il fatto sta, e si conferma ad ogni tratto, che egli non concepì mai la piú bella dell’ambizioni e delle politiche, quella di liberare e fondar nazioni. Due n’ebbe nella potente destra, e non ne fece nulla; e quando poi spoglio di tutto ei ruminò dolorosamente a Sant’ Elena le glorie e gli errori di sua potenza caduta, tentando spiegazioni e scuse, ei non seppe trovarne altra qui, se non quella troppo sovente recata da chi non vuole dare, non esser ancor tempo di dare. Il fatto sta che scemava giá il grand’uomo, s’impiccolivano piú che mai le ambizioni di lui. Ebbe quelle due piccole e da uomo nuovo, di nobilitarsi con un matrimonio e di lasciar al proprio sangue fortuna fatta. Repudiò la donna strumento giá di suo primo innalzamento, la compagna di sue glorie giovanili e maggiori; quella che, non per vani influssi, ma colla dolce compagnia, aveva dato forse il temperamento giusto e necessario al suo animo eccedente, ed era stata cosí cooperatrice di tutte le sue fortune. Sposò invece Maria Luisa d’Austria [2 aprile 1810]; n’ebbe un figliuolo che intitolò re di Roma [20 marzo 1811]. E, precipitando nella politica sfrenata e delle riunioni innaturali, riunì Olanda, riunì Germania settentrionale a Francia. Dall’Elba al Tevere, da Amburgo a Roma chiamaronsi «francesi» tre schiatte, tre lingue, tre nazioni diverse; e ne rimasero confuse, scemate, quasi distrutte le tre nazionalitá, due vinte, una quantunque vincitrice. E giá meditava ed apparecchiava un’altra riunione, degli spagnuoli fino all’Ebro. Ma gli spagnuoli ebbero allora la gloria di resistere soli sul continente a tutto ciò; gl’inglesi, di aiutarveli, essi che non correan pericolo dalla loro isola; Wellington, d’esser capo militare a tale unica e bella resistenza. E i perduranti ebbero poi l’aiuto che non manca mai, le occasioni; ebbero quello che men dirado manca, l’esagerarsi nella prepotenza, lo stoltizzare del prepotente.

35. Continua.—Tra il 1811 e il 1812, stoltizzò Napoleone non solamente nello scopo, ma ne’ mezzi stessi oramai di sua politica. Egli aveva fino allora corteggiato Alessandro; ed ora ei sacrificò quell’alleanza e quell’amicizia alla stoltezza del suo sistema continentale contro ad Inghilterra, volle sforzarvi Alessandro che si ribellò alla prepotenza, e ne seguí la guerra. Ed egli avea corteggiati i polacchi; ed ora ei li sacrificò, non li restaurò per riguardi ad Austria, posseditrice d’una lor provincia. Poi, aggiugnendo errori ad errori, fece [24 febbraio, 14 marzo] due trattati d’alleanza con Prussia ed Austria, prendendo un trentamila uomini soli a ciascuna, e cosí lasciandosele a spalle quasi intiere e mal affette, anzi frementi. Era colmo di disprezzo delle passioni, degli interessi, delle opinioni altrui: ma fu insieme colmo d’inganno. Ei disse e credette far un’irruzione dell’Europa occidentale contro all’orientale, della civiltá contro alla barbarie; ma la civiltá, l’indipendenza stavano allora per Russia; e cosí questa vinse. Napoleone (trattenuto oltre all’intento a Parigi da un primo di quegli accidenti del cielo che mostrano piú chiaramente il dito di Dio, dal timor di una carestia) passò il Niemen [23 giugno]; entrò a Vilna [28], a Vitepsk [28 luglio], a Smolensko [17 agosto], dopo combattimenti e battaglie via via crescenti quanto piú avanzava. E cosí combatté la maggiore alla Moscowa [7 settembre]; e la vinse, ed entrò a Mosca [14].—Ma lá, presso all’Asia, fu il termine di sua fortuna. Né soli noi, pochi sorviventi di quella generazione, ma le generazioni nuove sanno e sapran gran tempo fin da fanciulli, tutti i fatti di quella quasi epopea de’ giganti moderni: l’incendio di Mosca, gl’indugi di Napoleone, sue speranze di aver pace; sua partenza [19 ottobre], la ritirata di quelle turbe d’eroi intimoriti, l’inverno precoce, il cielo nemico, i campi nevosi, le vie perdute all’innanzi, segnate addietro da’ morti e morenti; i cosacchi, le orde asiatiche spingenti e taglianti l’allungata fila; l’eroismo di Ney e tanti altri; Napoleone impavido, e che chiamava demoralizzati coloro che per lui soffrendo, nonsoffrivano come lui. Al settimo dí della ritirata, quando erano intiere per anco le divisioni, fu la battaglia piú ordinata che ancor vi si facesse, quella di Maloiaroslavetz [24 ottobre]. E fu vinta, tanto almeno da prolungar la ritirata, dall’armata d’Italia capitanata dal viceré. Ai 28 novembre i resti passarono la Beresina, combattendo ancora, disperdendosi poi. Napoleone fuggí l’irremediabile calamitá, e fu a Parigi [18 dicembre]. Gioacchino Murat re di Napoli indugiò qualche tempo a raccozzar i rimasugli; ma un decimo forse dei cinquecento e piú mila uomini che avean passato il Niemen. Perironvi, proporzionatamente piú che degli altri, i meridionali, i fratelli nostri; tu vi perivi quasi fanciullo ancora, ed osservato pur per valore da quei vecchi guerrieri, o Ferdinando mio, cresciuto all’arti, alle lettere, ad ogni bellezza, ad ogni amore, a quel d’Italia, per cui non moristi; per cui, del tuo nome, di tua virtú, di tua gioventú, di tua bellezza moriva un altro poi, anche piú mio.—Ed anch’egli, Gioacchino, lasciò poco appresso quella trista e quasi inutile ritirata; e rimase il comando al viceré d’Italia, il quale ordinolla come poté, e condussela per tutto l’inverno tra il 1813 e il 1814 fino all’Elba. Prussia intanto s’era sollevata, venuto il tempo, contro all’oppressore di lei, statole piú grave che a nessun altro. Austria, sempre piú indugiante, s’era solamente ritratta dall’odiato alleato, ed armava e minacciava: e cosí Germania tutta, a fianco, a spalle dell’esercito francese. Questo fu il bel tempo di Germania, quand’ella seppe valersi dell’occasione per rivendicarsi in indipendenza; quando seppero unirsi a ciò principi e popoli; quando i principi seppero promettere concessioni, e i popoli fidarsi a quelle promesse, che non è vero sieno state, ed anche meno sien per essere, inadempiute tutte. Gli spagnuoli pure avean ciò saputo, e v’aveano avuto tanto piú merito, che era assente e mediocre il principe loro. Gl’italiani soli nol seppero; e perciò i figli loro rimangon l’ultima fra le nazioni della cristianitá europea; ché in quegli anni di cui narriamo furono poste le fondamenta di quell’edifizio europeo restaurato che ancor dura.—Ai 15 aprile 1813, Napoleone ripartí di Parigi per riprendere ilcomando della grande armata; e pari militarmente o superiore a se stesso, vinse al 1º maggio russi e prussiani in gran battaglia a Lutzen; addí 20 e 21 a Bautzen. Fecesi tregua, trattossi pace, non fu possibile niun accordo; si ricominciò la guerra, unita ora Austria alla crescente alleanza contra Francia. Addí 27 agosto, russi, prussiani ed austriaci assalgono Napoleone in Dresda, e sono vinti, respinti; e vi muor Moreau, mal venuto dall’esilio d’America a porsi tra le file dei nemici di suo paese. Ma vinto e preso pochi dí appresso Vandamme con un grosso corpo francese in Boemia, e riaffollandosi gli eserciti alleati contro a Napoleone, ei poté sí tenerli a bada alcun tempo; ma soverchiato finalmente dal numero, fu sforzato a ritrarsi. E concentrato l’esercito a Lipsia, fu vinto ivi in una battaglia di tre dí [16, 17, 18 ottobre]. Questo fu il fine, questa la piú bella battaglia della grande armata. Alcuni di que’ panegiristi che cercando vanti falsi trascuran i veri, e guastan cosí fin le glorie degli eroi, vantano la grand’armata quasi non vinta mai; se non dalle stagioni, dal vento o che so io. Fu vinta essa, ma non dal vento, fu vinta dal numero de’ nemici, dagli abbandoni degli alleati, dalla spossatezza propria; fu vinta, magnificamente perdurando, che è la piú grande delle glorie militari, politiche, umane. Ed io intendo rivendicare parte di quella gloria per li nostri italiani che lá perirono, numerosi, prodi, fedeli, degni di lor maestri di guerra. Sventuratamente, i superstiti credettero essere stati sacrificati da questi, dietro a un ponte rotto nel ritirarsi; e se n’accese lor ira, ed io scrittore li udii pochi dí appresso a Magonza. E questo ed altri disprezzi che credettero aver sofferti da Napoleone o dal viceré, furono causa dello scostarsi gli animi di molti principali dell’armata d’Italia da que’ due principi, e dell’abbandonar l’ultimo pochi mesi appresso mal generosamente, mal utilmente. L’Italia di quei tempi non seppe né respingere i Napoleonidi come gli spagnuoli, né scuoterli a tempo come i tedeschi, né serbarli quando sarebber diventati italiani. E cosí, dubitando, chiacchierando, tumultuando e non operando all’occasione, ella perdette questa che fu pure delle piú belle. Se gl’italiani avesser saputo non guardaraddietro ma all’innanzi, non a vendetta ma a perdonare, dimenticare, ed alle occasioni riunirsi a coloro che le tengono in mano, gran tempo è che sarebbero indipendenti. Quando il sapranno?—Ad ogni modo, dopo la gloriosa ma finale sconfitta di Lipsia, si ritirarono i francesi poco men disordinati che in Russia, attraverso Germania sollevata, e vinsero un’ultima volta ad Hanau [30 ottobre] i bavaresi che tagliavano il passo. Passati, si raccolsero dietro al Reno, e Napoleone tornò a Parigi. Intanto, era tornato il viceré al regno d’Italia fin da dopo Lutzen, Gioacchino a Napoli dopo Lipsia. E il primo avea raccolto un esercito di francesi e italiani, e portatolo oltre ai limiti del regno nelle province illiriche, fin sulla Sava e la Drava [agosto]. Ma ivi pure era un forte esercito nemico; ne erano da tutte parti. E cosí, il franco-italico ebbe a ritrarsi ricalcando addietro lentamente quella via, corsa avanzando tante volte da pochi anni; dalle Alpi all’Isonzo, al Tagliamento, alla Piave [11-31 ottobre], e finalmente all’Adige e Verona [9 novembre]. E lí si fermava, ed indi riusciva a vincere una volta ancora a Caldiero [15]; e lí intorno perdurava poi e guerreggiava tutto quell’inverno. Non cosí Gioacchino; il quale, giunto a Napoli [5 novembre], trattò con gli alleati nemici di Napoleone, e ragunando un esercito napoletano, occupava Roma, Toscana, Ancona, Bologna, lasciate da’ francesi; mentre una squadra inglese veleggiava minacciando e tentando sbarchi sulle coste di Toscana [dicembre]. E parlava Gioacchino d’indipendenza italiana; e di essa pure gli inglesi. Ma gl’italiani non badavano al primo; ché la generosa parola, per farsi ascoltare e trarsi addietro gli animi e le braccia, vuol esser bandita generosamente da uomini generosi; né era tale certamente Gioacchino in quel momento, che tradiva Napoleone suo creatore. E quanto agli inglesi, essi, per vero dire, fin dal giugno dell’anno addietro, avean fatto dare una costituzione rappresentativa simile alla loro in Sicilia da re Ferdinando; cosicché Carolina, nemica di tali novitá, se n’era fuggita per Costantinopoli ad Austria, e re Ferdinando avea lasciato il governo a suo figliuolo. Ma, fosse colpa degli inglesi dispregiatori talora ed offensori de’ popoliche beneficano, o degli italiani pregiudicati contro di essi per le continue calunnie mosse loro da Napoleone e da’ francesi di que’ tempi, o che in somma non fosse entrato bene ancora il gran pensiero negli animi italiani, il fatto sta che non si mossero questi nemmeno a quel grido d’indipendenza. I tempi, anche vicini, sono talora diversissimi tra sé. Corsi pochi anni, quel grido sollevò l’Italia intiera: corsi pochi altri, ella, forse pur intiera, combatterà.—Finalmente, addí 20 dicembre 813, gli alleati passarono il Reno, entrarono in Francia; guardinghi e quasi tementi, principi e generali; ebbre di trionfo e vendetta (ma almen vendetta dopo la liberazione) le popolazioni straniere; massime le germaniche affollate in quegli eserciti. I francesi, spossati da ventidue anni di guerra, non difesero la loro indipendenza sotto al signore, come avean fatto nuovi e liberi. Napoleone partí a’ 25 gennaio 1814 da Parigi; combatté e vinse ogni dí per due mesi con cuore, con mente indomita, con arte degna del giovane generale del 1796. A Brienne, a Champaubert, a Montmirail, a Vauchamp furono giornate famose. Ma scemavano via via sue file, stringevasi suo campo di guerra intorno a Parigi; e si rinnovavano, all’incontro, s’accavallavano gli eserciti stranieri, e lo stringevano. Al fin di marzo ideò portarsi a spalle degli alleati, correr Francia orientale, raccogliervi le guarnigioni lasciate colá, e l’armata d’Italia. Ma fu preso egli sul tempo: gli alleati precipitarono su Parigi, e addí 30 vinsero sotto alle mura facilmente re Giuseppe e Marmont, e addí 31 entrarono. E cosí cadde quell’uomo, di cui niuno potrá mai nascer piú grande per facoltá naturali, militari ed anche politiche; cadde, per l’error solo di non aver fondata sua potenza, addentro, sulla libertá, di fuori, sulla indipendenza delle nazioni; cioè, dentro e fuori, sull’amore interessato dei popoli. Vantossi egli, vantarono gli adulatori di sua sventura, che egli pure fosse caduto per quel caso imprevedibile di fortuna, quell’inverno precoce, quel vento settentrionale di Russia. Ma il cader per un caso, per un vento, mostrerebbe tanto piú che erano poco profonde le fondamenta di sua potenza. E poi, non è vero nemmen questo. Anche Napoleone cadde dopo unaperduranza militarmente magnifica. Ma la perduranza, che serve sempre alle nazioni perché elle si rinnovellano, non serve sempre a un esercito che non si può rinnovellare, e non serve mai a un uomo che non sappia aver seco una nazione. Inutile sarebbe poi moltiplicar qui particolari e date, piú o men vergognose a quella nazione vicina nostra. La severitá è piú ingrata allo scrittore che a’ leggitori; né a ciò è obbligato se non per la patria. Del resto, tutte le nazioni s’assomigliano quando s’avviliscono; e s’avviliscon tutte, quando (colpevoli od anche incolpevoli) elle son cadute in braccio a’ stranieri. Il senato, conservatore dell’imperio, lo distrusse [2 aprile]. Napoleone abdicò [11], fu portato via. Rientrarono i Borboni, Luigi XVIII.—E intanto, in Italia, il viceré avea continuata sua bella difesa: Gioacchino suo brutto avanzarsi. Il primo, combattendo e talor vincendo contra piú forti, s’era ritratto non piú che da Adige ad Adda e Taro, in due mesi. Il secondo, dichiaratosi contra il viceré, s’avanzava a Piacenza. Un corpo inglese era sbarcato a Livorno [6 aprile]. Finalmente giunte le nuove di Parigi, firmavasi un armistizio [16 aprile], per cui le truppe francesi s’incamminarono a lasciar Italia. Rimaneva il governo italiano, il senato a Milano. Addí 20 deliberava; e molti volean re Eugenio Beauharnais. Una sommossa di quegli uomini che non badano a perder la patria per isfogar un’ira, una vendetta o una invidia, empiè le vie, spaventò il senato, uccise Prina ministro delle finanze. Dio perdoni a tanta (per non dir altro) stoltezza! Certo, niuna fu maggiore mai. Dicono che il viceré non era amato, per alcune parole dette contro agli italiani; forse quelle parole furono scusate in quel dí. D’allora in poi fu finito il regno d’Italia, lasciato all’occupante. Gli austriaci entrarono a Milano [28]. Murat rientrò a Napoli [2 maggio]. Vittorio Emmanuele re di Sardegna (succeduto per la rinuncia di Carlo Emmanuele IV, 22 giugno 1802) sbarcò in Genova [12 maggio], entrò in Torino [20]. Pio VII a Roma [24]. E addí 30 fu firmato il trattato di Parigi, per cui, restituito il regno di Francia negli antichi limiti, fu restituita casa Savoia ne’ suoi Stati continentali, salvo una porzione di Savoia lasciata allora a Francia;Parma e Piacenza date a Maria Luisa imperatrice e al re di Roma suo figliuolo; Modena, a Francesco arciduca d’Austria, erede di Ercole Rinaldo ultimo duca Estense, morto duca del Brisgau [-1803]; restituita Toscana a Ferdinando III; restituiti gli Stati pontifici al papa; lasciati Murat in Napoli, Ferdinando IV in Sicilia; lasciata restaurarsi, ma temporariamente, la repubblica di Genova; occupate da Austria e l’antica sua provincia di Lombardia, e Venezia giá datale in compenso di quella stessa, or del Belgio; data l’isola d’Elba in sovranitá e quasi in ischerno a Napoleone. I trattati, gli eventi del 1815 mutarono poi tutto ciò in parte, ampliarono casa Savoia di quasi tutti i paesi oltre Alpi lasciati giá a Francia, e del magnifico acquisto di Genova; passarono l’ereditá futura di Parma e Piacenza al duca di Lucca, e quella di Lucca a Toscana giá ingrandita dell’Elba; restaurarono in Napoli Ferdinando IV, e confermarono ad Austria il regno lombardo-veneto. Ma giá questi fatti appartengono a un periodo di tempo, il quale appunto non fu piú di due preponderanze combattute, ma di una sola piú largamente, piú unitamente stabilita che mai; un periodo che incominciò dunque peggiore del precedente, ma che non sappiamo come né quando finirá. Ed ai tempi non adempiuti, non si può dar nome, né luogo forse, nelle storie generali.

36. Le colture di quest’ultimo periodo [1700-1814].—Ora, passando da tante e tali rivoluzioni di popoli e d’imperii alle vicende delle lettere, delle scienze e delle arti, scema un’ultima volta il nostro discorso. Perciocché vano è l’illuderci di noi scrittori, che ci vantiamo troppo sovente di diriger noi i secoli e loro eventi, che siamo in realtá molto piú sovente diretti da essi. Certo che ne’ tempi tranquilli, cioè quando posan le guerre e la politica, importanti possono essere gli eventi letterari, possono allora servire ad apparecchiare i politici e militari. Ma questo, per veritá, è quanto dire che importano gli eventi letterari, quando non ne sono altri piú importanti; è dire che dobbiamo servire a quelli con modestia personale, colla coscienza di non essere se non apparecchiatori, coll’intento fermo di servire all’apparecchio.E qui poi di nuovo abbiamo a dir insufficiente l’opera degli scrittori settecentisti, posciaché non apparecchiarono se non ciò che vedemmo di politica e guerra italiane. Ma qui pure abbiamo ad ogni modo a lodare e forse a invidiare l’opera di quegli ultimi avi e padri nostri.—Risorsero nel secolo decimottavo tutte le colture italiane indubitabilmente. E due cause, due motori ne appariscono: l’indipendenza accresciuta addentro, e l’impulso venutoci dal resto d’Europa, della cristianitá; o piuttosto le due cause si congiunsero in ciò, che la caduta della signoria spagnuola fin da’ primi anni del secolo ci diede occasioni di ricever gli impulsi della politica e della coltura universali. Tale è, per dono di Dio, la costituzione della cristianitá, che avendo essa (anche la parte errante di lei) un solo Dio, un solo vangelo, una sola virtù, ella non può avere se non una sola coltura, o, se si voglia, parecchie colture somigliantissime; e che, chi si sforza di tenerle disgiunte, o, peggio, nemiche, farebbe opera empia se non la facesse vanissima; e che, a malgrado di costoro, le colture nazionali diventano di secolo in secolo men diverse, piú simili, piú identiche, piú una. Così fu fin da’ primi secoli della cristianitá: meravigliosa è l’unitá della coltura de’ padri greci e latini; meravigliosa quella degli stessi secoli barbari e scolastici. La coltura italiana, innalzandosi di gran lunga sopra l’altre, rimase in ciò per quattro secoli diversa dall’altre senza dubbio; ma questa quasi esclusivitá fu propria dell’etá del risorgimento e non si può riprodurre. Giá vedemmo che nel secolo decimosesto e nel decimosettimo la coltura italiana si comunicò, si diffuse nelle tre colture, spagnuola, francese, inglese: e fin dal principio del secolo decimottavo incominciarono tutte queste a rifluire sull’Italia. Ed influì poi, benché piú tardi e meno, la coltura tedesca, non sorta essa se non molto indirettamente e parzialmente dall’italiana, non sorta se non alla metá di questo secolo decimottavo, con Lessing, Moeser, Winckelman, Eulero, Kant, Wieland, Goethe, Schiller. L’unitá della coltura cristiana si mantenne dunque, si manterrebbe anche senza la stampa; ma, sorto, come pur volle Iddio, questo potentissimo, questo umanamente invincibile mezzo di unitá, ella s’unificò e s’unifica semprepiú, quanto piú venne e viene allargandosi e moltiplicandosi questo mezzo. Ancora, venne e viene aggiungendosene un altro: la facilitá, la moltiplicitá de’ viaggi tra l’una e l’altra nazione cristiana, dell’orbe intiero. Stampa e viaggi crebbero notevolissimamente nel secolo scorso; stampa e viaggi crescono incomparabilmente a’ nostri dí. Quanto poi all’Italia del secolo decimottavo, si vede da tutte le memorie, che dal principio di esso e lungo esso s’accrebbe via via l’andare e venire di stranieri colti in Italia, e massime di colti italiani al di fuori; e che lo splendore delle colture nostre crebbe via via nella medesima proporzione. E quindi non ci sará giá possibile notare separatamente tutti i nostri uomini di lettere o di scienze che vissero piú o meno fuor d’Italia; perciocché sarebbe poco men che notare tutti quelli che avremo a nominare.—E prima, della poesia fu detto da alcuni storici letterari che ella risorse fin dal cader del secolo decimosettimo, per opera dell’accademia degli Arcadi allora istituita [1690]. Ma, come a molti, cosí a me paiono gli Arcadi aver fatto poco piú che mutare una vanitá, un’affettazione in un’altra, il seicentismo in un settecentismo poco migliore, i concetti in quelle sdolcinature pastorali che empierono tutto quanto questo secolo. Ma fu gloria di questo, che tra quel pessimo gusto e quella calca sorsero pur molti poeti diversissimi, occupatisi in quasi tutti i grandi generi della poesia, e molto opportunamente in quelli sopra tutti che mancavano per anche alla nostra. Perciocché ei bisogna pur dirlo; quell’«indulgere genio», quell’abbandonarsi alle volgari ispirazioni, quel venir facendo e rifacendo letteratura facile, che è vantato da taluni, seguito da tanti, massime in poesia, non riesce oramai né utile alla patria, né glorioso allo scrittore, nemmeno in poesia; e noi veggiamo all’incontro tutti i buoni e gloriosi del secolo scorso e del presente aver piú o meno fatto come Alfieri; cioè essersi messi di proposito, con fatica ed insistenza, a supplire a una mancanza, a riempire un vuoto delle lettere patrie. Ad ogni modo, fiorirono dalla fine del Seicento al 1814 Apostolo Zeno [1669-1750], Niccolò Forteguerri [1674-1738], Scipione Maffei [1675-1755], Metastasio [1698-1782], Alfonso da Varano [1705-1788], Goldoni[1707-1793], Gaspare Gozzi [1713-1786], Parini [1729-1799], Cesarotti [1730-1808], Alfieri [1749-1803], Ippolito Pindemonte [1753-1828], Monti [1754-1828], Foscolo [1778-1827]; una serie magnifica per qualunque secolo, e poco minore, se è, a quella dei poeti del Cinquecento; una serie che ci mostra emulata allora l’eleganza de’ poemi cavallereschi e didascalici del Cinquecento, quasi inventati e insieme portati al sommo i generi dell’opera in musica, della commedia, della tragedia e del poema satirico, e tentato il romanzo, e rinnovate le varietá, la forza, la virilitá, la grandezza de’ soggetti e dello stile in tutta la poesia italiana. Del resto, fra tutti questi, due principalmente mi sembrano doversi tener cari nelle memorie italiane, Parini ed Alfieri; siccome quelli, il cui merito non fu solamente poetico o letterario, ma morale e politico, e che rimangono del piccol numero de’ nostri poeti morali e virili.—Non solamente il Parini si tenne discosto dalle scurrilitá e dalle trivialitá che deturparono tanti celiatori italiani (fra gli altri il Casti e il Passeroni contemporanei di lui), discosto da que’ soggetti filosofici e peggio sacri, dove le celie anche decenti sono inconvenevoli; ma ei seppe opportunamente rivolgere le sue ad utilitá, anzi ad uno de’ soggetti ov’elle convengono piú, a corregger i vizi aristocratici, i vizi di quelle classi, le quali, ribellandosi all’altre correzioni, sono piú tenere a questa. Il Parini non fu certamente solo correttore di quel vizio, ridicolo al nome stesso, di cicisbeismo, che regnò ne’ due secoli decimosettimo e decimottavo; ma ei fu certo uno de’ primi e de’ piú efficaci; aiutò l’opera de’ fatti e del secolo, che è quanto può sperare qualunque scrittore; e l’aiutò, perché non volle essere né degli adulatori né dei copritori, non temette essere degli svelatori ed assalitori de’ vizi patrii. Sono di quelli, anch’oggi, che si scandalizzano a queste rivelazioni, e si fanno autoritá di quel detto di Napoleone, che «bisogna far il bucato in famiglia». Ma Napoleone disse questo del dividersi, nel pericolo, dinanzi agli stranieri; ed io sono, e fui, d’accordo con lui. Né egli, o nessuno de’ suoi francesi, ebbe mai di questi scrupoli, di questi riguardi ai vizi nazionali. Anzi, non è gente che li conceda, che li cerchi, che li svelipiú arditamente. Epperciò, dopo tante cadute, da sessant’anni in qua, quella nazione ebbe altrettanti risorgimenti; non cadde per lo meno mai in niuno di que’ due avvilimenti ultimi e indivisibili, dell’incapacitá militare e della dipendenza esterna. Certo che l’Italia non avrá mai Danti, Parini od Alfieri a centinaia e migliaia; ma quando le centinaia e migliaia de’ suoi scrittori seguiranno questi uomini suoi quasi soli severi, invece di tener dietro alla turba dei nostri grandi adulatori, scusatori o copritori, allora solamente e finalmente l’Italia avrá una opinione sana e virile che la conduca a virili fatti. Quanto all’Alfieri, io so che ad una adorazione di lui, forse soverchia, succede ora in alcuni una soverchia disistima; che dopo averlo posto sopra tutti i tragici antichi o stranieri, si pone ora sotto ai greci, francesi, spagnuoli, inglesi e tedeschi. Ad ogni modo, ei fu diverso da tutti questi in molte parti; e fu grande abbastanza per fare alla poesia, a tutte le lettere italiane il solenne benefizio di ricondurle (sia pur colla durezza od anche secchezza) a qualche severitá. Ed egli poi fece a noi piemontesi il beneficio particolare di farci entrar nelle grandezze delle lettere nazionali, d’incamminar il secolo aureo di queste nostre provinciali, le quali comprendono giá, fra non pochi altri, i nomi di Botta, di Pellico, di Gioberti e d’Azeglio.—Del resto, noi avremmo potuto allungar la lista qui sopra coi nomi di parecchi poeti minori, lirici e didascalici, Manfredi, Spolverini, Bondi, Pignotti, Frugoni, Savioli, Fantoni, Mazza, e del tuo, o ottima e veramente nobile Deodata. Ma le poesie liriche, anche buone, sono forse com’acqua al mare, in Italia; e se taluno s’offendesse di tale opinione, io addurrei l’esempio d’uno de’ maggiori lirici che noi abbiamo avuto mai, il quale si contentò pure di far cinque canzoni. Se la lirica può esser utile, certo sarebbe esercitandola, come il Fantoni ed alcuni altri de’ nomati, su soggetti attuali e patrii; e ciò pure fu un progresso. E fu un altro, a parer mio, che cosí pur si scrivesse in vari dialetti nostri; dal Galiani in napoletano, dal Calvi in piemontese, dal Porta e dal Grossi in milanese, dal Meli in siciliano. Voglion altri, lo so, che sia male scrivere ne’ dialetti, quasi se ne scemino i cultorie i leggitori della lingua comune; ma io crederei che l’una cosa non guasti l’altra, che tutte le colture, tutte le glorie d’italiani, s’abbiano a dir buone ed italiane. Che piú? porrò fra queste, l’avere il Goldoni scritto una bella commedia, e il Galiani un bel trattato economico, in lingua francese. Siamo compiutamente liberali una volta; non solo verso noi o chi fa come noi, ma verso chi fa diversamente e bene, in qualunque modo. Non istimiamo da noi alieno nessuno, nulla d’italiano. Certo, che questo scrivere bene in una lingua straniera è facilitá, è lode non ottenuta da niuna nazione come dagli italiani; ed è gloria che incominciando prima di Dante e Petrarca, dura e forse s’accresce a’ nostri dí.

37. Continua.—Ed ora, passando a’ prosatori, noteremo del Baretti [1716-1789], che egli pure meriterebbe lode d’acerrimo morditore de’ vizi patrii, se, dopo averli perseguitati in patria molto bene, ei non si fosse lasciato trarre a coprirli e quasi giustificarli fuori, per il solito mal inteso amor di patria, per una mal repressa ira contro a uno, fosse pure impertinente, scrittore straniero. Noi porremo poi tutti insieme gli scrittori di storia, di politica, di economia, di filosofia e di critica; perché, avendo i piú scritto dell’una e dell’altra scienza, o di generi intermediari, essi si potrebbero difficilmente distinguere. E qui pure non sará ignobile la lista dei principali che fiorirono dalla fine del secolo decimosettimo al 1814: Vico [1668-1744], Muratori [1672-1750], Scipione Maffei [1675-1755] giá nominato fra’ poeti, Giannone [1676-1748], Foscarini [1695-1762], Mazzucchelli [1707-1768], Genovesi [1712-1769], Galiani [1728-1787], Tiraboschi [1731-1794], Denina [1731-1813], Lanzi [1732-1810], Pietro Verri [1728-1797], Cesare Beccaria [1738-1794], Mario Pagano [1748-1799], Napione [1748-1830], Filangieri [1752-1788], Gioia [1767-1829], Cicognara [1767-1834], Romagnosi [1771-1835]. Dei quali è notevole un fatto in generale: che tutti seguirono i progressi fatti fuori contemporaneamente dalla scienza; seguirono, dico, i veri e buoni, lasciando (non mi s’oppongano le eccezioni, le proposizioni particolari) i falsi e cattivi. Né di ciò sia dato merito ai governi, alle censure, quasi esse fossero che abbianoimpedite le esagerazioni. Perciocché non pochi degli scrittori qui nominati, e molti poi de’ minori vissero fuori d’Italia, ove essi avrebber potuto, al par degli stranieri, passare ogni limite di moderazione e bontá; ondeché, se non li passarono, o li passarono di rado, ei sembra doversi conchiudere, che la natura, o meglio forse l’antichitá, della civiltá italiana, portino seco quasi uno schermo contro a quelle esagerazioni, le quali sono proprie delle colture piú nuove, e piu specialmente del secondo periodo di esse, del periodo vago di novitá. L’Italia, che era fin d’allora al suo quinto secolo di coltura, amava ciò che amano i vecchi, la ragione; e non essa nemmeno nelle pretensioni eccessive, ma nella giusta moderazione di lei. E vegga quindi ognuno, se non sarebbe stato fin dal secolo scorso piú utile ed alla italiana ed all’universale e cristiana coltura, torre od allentare almeno que’ freni, che non erano dunque necessari a moderare gli scrittori nostri, e che, scemando poi lor libero andamento, scemarono senza dubbio lor facoltá, lor potenza. E il fatto sta, che se noi rimoviamo le pretensioni nazionali e massime le provinciali e municipali, due soli grandi troveremo tra’ nominati; Vico e Muratori.—Vico ebbe destino contrario al consueto; negletto dai contemporanei ed esaltato dai posteri, ci rimane uno di que’ rari esempi che confortano le speranze, per lo piú stolte, dei cosí detti «ingegni incompresi». Vico fu incontrastabilmente un grande ingegno: fu, tra’ moderni, terzo dopo Macchiavello e Bossuet a cercar quelle leggi secondo le quali si rivolgono e s’avanzano le nazioni, a studiar quella, come che si chiami, ragione o filosofia o semplicemente scienza della storia universale. Ma Vico s’ingannò oltre ai due predecessori in fatto di storia antica, credendo trovar in essa piú simboli, piú arcani, piú profonditá che non vi sono. I fatti antichi furono piú semplici che non credette quel quasi seicentista della storia, e che non credono molti peggio di lui. E poi, non istudiando abbastanza la storia del mondo moderno e cristiano, ei non concepí l’essenzial differenza che è tra il mondo antico e questo nostro; incamminato quello nella via dell’errore e destinato quindi a progredire in essa, cioè, in somma, a peggiorare, a corrompersianche in mezzo alla civiltá ed alle colture; partito il nostro dalla veritá ed incamminato quindi in una via di virtú e di progressi indefiniti. E quindi Vico inventò, o piuttosto prese dagli antichi quella supposta idea de’ periodi d’accrescimento, colmo e decadenza delle nazioni, legge che non esiste in fatto né in ragione nel mondo cristiano. Né ebbe Vico quella bella, ma essa pure non giusta idea del progresso incominciato col mondo e continuato d’allora in poi, la quale non sorse se non dopo la morte di lui, ed al cader del secolo decimottavo. E tanto meno ebbe quella sola giusta, non inventata ma solamente risuscitata dal secolo nostro, antica quanto i santi padri e gli apostoli e il Salvatore, anzi quanto i profeti che l’annunziarono; l’idea del mondo rinnovato, ravviato, fatto progressivo veramente e solamente da lui. Il tornare dall’ultima, anzi dalla penultima di queste idee, al divagar di Vico o degli antichi, è un tornar addietro nella scienza nostra indubitabilmente. Sappiamo venerare i grandi de’ secoli passati; ma imitiamoli nel non rinnegare i progressi veri del nostro.—Del Muratori poi crediamo che non si possa mai abbastanza né onorar la memoria, né proporre ai posteri l’esempio. Buono ed operoso ecclesiastico, e paroco, e bibliotecario, fece numerosi lavori di teologia, di morale e di critica: ma furono un nulla rimpetto a quelli di storia d’Italia. Egli solo fece piú per questa, che non per l’altre qualunque societá letteraria, qualunque congregazione di monaci studiosi. Adempiè a tutti e tre gli uffici che avanzano la storia d’una nazione; fu gran raccoglitore di monumenti nell’operaRerum italicarum; fu gran rischiaratore dei punti storici difficili nelleDissertazioni, distese in latino ad uso dei piú studiosi, abbreviate in italiano ad uso de’ piú volgari; e negliAnnalifu scrittore del piú gran corpo che abbiamo di nostra storia, scrittore sempre coscienzioso, non mai esagerato in niuna opinione, non mai servile, sovente ardito e forte, e talora elegante ed anche grande. Quindi i lavori di lui diedero spinta, agio, possibilitá ed a pubblicazioni ulteriori di documenti, ed a storie speciali delle lettere, delle arti, de’ commerci, e ad altre particolari di province e cittá; e cosí ai lavori del Tiraboschi e del Lanzi giá detti, ed a quelli di Lupi, Fantuzzi, Marini,Affò, Giulini, Rovelli, Carli, Savioli, Pignotti, Marin, Diedo, Filiasi, e non pochi altri. Ma tutti questi non arrivarono di gran lunga al Muratori; a pochi grandi toccò come a lui la infelice gloria d’aver seguaci numerosissimi, ma tutti minori. Fra i tanti vanti di che siam larghi a noi stessi, noi ci diam veramente pur questo d’aver una letteratura storica superiore a tutte l’altre moderne; ma lasciati i cinquecentisti, che sono grandi per cinquecentisti, la veritá è, che dal Muratori in poi, che nel secolo in cui ciascuna delle altre nazioni si procacciò non una, ma parecchie grandi storie patrie nazionali, niuna tale fu fatta d’Italia, da niuno scrittore italiano. Eppure questa opera d’una storia nazionale è forse, è certamente l’opera letteraria piú necessaria di tutte a qualunque nazione; quella, la cui mancanza si fa sentir piú ed in tutte le colture, e nella politica pratica di qualunque nazione; quella, che sola può dar color nazionale, aiuti, soggetti innumerevoli ed opportuni a tutte le composizioni letterarie ed artistiche; quella, che sola può dar esempi, consigli, opportunitá e forza agli uomini politici. Come si fa che ad essa non siasi rivolto ancora efficacemente l’ingegno pur cosí vario degli italiani? Certo per due difficoltá, una intrinseca, ed una estrinseca: prima la difficoltá intrinseca di questa storia cosí varia, cosí moltiplice, cosí piena di fatti diversi di luogo, e concorrenti nel tempo, che sará forse sempre impossibile renderne facile epperciò piacevole la lettura. Ma insomma, se non è superabile del tutto questa difficoltá intrinseca, ella è fino a tal punto certamente che si possa fare una storia se non piacevole, almeno utile; e il fatto sta che tra il secolo scorso e il presente, fino al 1814 (senza venir piú giù), due stranieri intrapresero di darci di que’ corpi di storia che non imprendemmo noi, il Lebret e il Sismondi; e l’intrapresero, perché non avevano quella difficoltá estrinseca, che fu per noi la maggiore senza paragone. Le censure comprimono tutte le parti della letteratura, ma nessuna come la storia di gran lunga; perché le altre parti si possono adattare a trattar dell’una invece dell’altra veritá, della veritá non compiuta; ma la storia senza veritá compiuta non è solamente incompiuta ma falsa, non è piú storia; e quando è ridottaa tale, non si tratta piú da niun amator vero della veritá, da niun ingegno virtuoso e grande; e si tratta allora o dai nazionali mediocri per natura, o dagli stranieri quasi sempre mediocri per difetto o d’informazioni o d’intelligenza delle cose nostre. E qual danno sia stato questo poi per li popoli, e piú specialmente per li principi (forse piú particolarmente per quello che è principe politico insieme ed ecclesiastico), per tutti i governanti che hanno piú interesse che le cose patrie sien trattate dagli ingegni alti e per conseguenza moderati, io non ho luogo a discorrerne qui, e diventa, del resto, men necessario, ora che è cessato tal danno intieramente, in una parte almeno d’Italia. Troppo forse ho giá indugiato qui, ma spero non esser paruto scostarmi dall’assunto mio, né lodando nell’infimo dei lavori sulla storia d’Italia il piú gran cultore di essa, né chiamando sulle deficienze di essa l’attenzione de’ miei leggitori.—Del resto, molto sarebbe ad aggiungere, e su quel grande ma per gioventú ancora incompiuto ingegno del Filangieri; e sulla pochezza degli altri nostri scrittori politici di questo secolo, che fu pure altrove cosí ricco di essi; e sui nostri economisti numerosi, buoni in generale, e applicatori della scienza alle cose patrie; cosí i governi avessero seguiti alla pratica piú abbondantemente i loro cenni! E sarebbero a notar pure i nostri filologi, ellenisti ed orientalisti, e i nostri teologi: ma ci stringe il termine del nostro scritto.—E cosí stringeremo in poche parole ciò che ci resta a dire delle scienze naturali o materiali. Queste furono la gloria massima del secolo decimottavo, furon quelle che progredirono piú incontrastabilmente allora. E giá parecchie volte osservammo che elle son quelle che dipendon meno dalle buone condizioni politiche; tantoché nel Seicento stesso furono possibili in Italia un Galileo e i suoi seguaci. I quali si moltiplicarono e progredirono poi nel Settecento fino al 1814. Furonvi principali: Eustachio Manfredi nomato sopra fra i poeti [1674-1738], Morgagni [1682-1771], Francesco Maria Zanotti [1692-1777], Giovan Battista Beccaria [1716-1781], Spallanzani [1729-1799], Lagrangia [1736-1813], Galvani [1737-1798], Volta [1745-1826], Mascheroni [1750-1808], Mascagni [1752-1815], oltre una turba di minori. Fra’ quali tutti torreggiano,come ognun sa, Lagrangia e Volta. Il primo, compaesano e contemporaneo d’Alfieri, introdusse il Piemonte alle glorie scientifiche italiane, non meno che Alfieri alle letterarie. Ma è da notare che l’uno e l’altro lasciarono la terra paterna, e la rinnegarono poi in tutto il resto di lor vita. E cosí piú o meno Denina, Baretti, Bodoni ed altri; tantoché niuna provincia italiana diede tanti migrati come questa; tanto che ei convien dire che, ferace d’ingegni, ella non fosse apparecchiata per anco al loro svolgimento. Ed era, del resto, naturale; quando si dirozza alle colture una terra nuova, vi abbondano quelle invidiuzze, que’ timorucci, quelle ostilitá di piccoli contro grandi che si trovano ritratte al vivo da Alfieri nella suaVita. All’incontro di Lagrangia, Volta dimorò quasi costantemente in Lombardia sua patria, e visse onorato nell’universitá di Pavia. La quale e quella di Torino, ed altre dell’antiche italiane, fiorirono piú che mai nel secolo decimottavo, fino al 1814, e furono i migliori centri di tutte le colture italiane. E cosí è naturale, per vero dire: dove non sono centri di operositá politica, le colture non possono rifuggir meglio che a questi che son centri almeno dell’operositá d’insegnamento. Qualche viva operositá si vuole a tener vive le colture.

38. Continua.—Giá il notammo: uno de’ privilegi piú indubitabili degli uomini meridionali è la disposizione naturale alle arti belle, a quelle principalmente pel disegno. Grecia e Italia produssero, tra esse due, piú cose belle che non tutto il resto del mondo; e dopo esse è terza Spagna. Quindi noi, che crediamo possa e debba l’Italia prender molto e delle lettere e delle scienze straniere, pur notammo che in fatto d’arti ella non ha a prender quasi nulla; e che, quando prende, ella prende male, quasi contra natura. Ciò si conferma nella storia del nostro secolo decimottavo. Al principio di esso continuarono l’arti nostre a decader cosí, che appena vi si possono nominare un Solimene [1657-1747], un Crespi [1665-1747], Zuccarelli [1702-1788], Battoni [1708-1787], fra’ pittori; Collino [1724-1793], fra gli scultori; Benedetto Alfieri [1700-1767], Vanvitelli [1700-1773], Temanza [1705-1789] fra gli architetti.—Intanto incominciavano a sorgere in Inghilterra, e risorgevano in Francia e Germania, alcuniartisti migliori, Reynolds, Hogard, Mengs, Angelica Kauffmann, Vien, e David finalmente; e continuavano i piú di questi a pur accorrere a Italia, a Roma. Allora per la prima volta i nostri imitarono gli stranieri, e sorsero cosí Landi [1756-1830], Appiani [1761-1817], Bassi [1776-1815], Benvenuti e Camuccini, ed alcuni altri pittori. Ma questi imitatori dei nostri imitatori, prendendo forse piú de’ loro vizi che di lor qualitá, mostrarono col fatto quanto poco buona sia tal via, quanto migliore sarebbe stato risalire direttamente agli antichi e larghi stili italiani. Tutto diverso, piú originale, piú italiano, piú grande fu senza dubbio Canova; e se anch’egli non andò libero d’ogni grettezza o secchezza allor corrente, se dopo lui s’aggrandí forse lo stile della scultura, e s’accostò a que’ monumenti del Partenone ateniese ch’ei non conobbe se non negli ultimi anni; io crederei che sia appunto al presente una soverchia preoccupazione di tale stile quasi unico, e che si tenga quindi da alcuni in troppo poco conto il Canova. Ad ogni modo, ei regnò solo nella scoltura, e sommo nelle arti italiane al tempo suo [1747-1822]. Nell’architettura, tra il fine dell’un secolo e il principio dell’altro non sorser guari, oltre al Cagnola [1762-1833], grandi artisti; e per la buona ragione che, tranne l’arco di trionfo di Milano, non furono fatti grandi monumenti; e ciò per l’altra buona ragione che l’Italia sconvolta non aveva agio né danari a ciò. L’architettura è, di tutte l’arti, anzi di tutte le colture, quella che ha piú bisogno di protezione pecuniaria.—Questo poi fu il secolo aureo della musica; fiorirono tra non pochi altri Porpora [1685-1767], Marcello [1686-1739], Tartini [1692-1770], Durante [1693-1755], Leo [1694-1744], Galuppi [1703-1785], Pergolese [1704-1737], Guglielmi [1727-1804], Sacchini [1735-1786], Paesiello [1741-1816], Zingarelli [1752-1837], Cimarosa [1754-1801], Paër [1771-1834]; famosi nomi, superati tuttavia da quelli posteriori di Rossini e Bellini; stupenda lista della piú piccola fra le grandezze nazionali. Ma cosí va il mondo: si producono gli uomini come le merci, in proporzione della richiesta, del bisogno, del mercato. Finché la richiesta fu di musica, e il piú bel giorno d’ogni città d’Italia era la primasera dell’opera, noi avemmo maestri; quando invece dell’opera, o piuttosto del cicalio e del beato ozio de’ palchi, noi ci compiaceremo di conversazioni socievoli, eleganti, avremo pur queste: ed ora che l’iniziata libertá italiana avrá bisogno d’uomini politici e guerrieri, ella li riavrá certamente. Il suolo d’Italia è incessantemente ferace sempre e dove non si tema la sua feconditá. A voi, giovani, l’augurio: noi fummo ciò che potemmo a’ tempi nostri. Il suol d’Italia fu e può tornar fecondo a tutto; quando si volesse, o sol che non si temesse, la sua feconditá.

39. Le sette etá di nostra storia.—La storia da noi percorsa rapidamente, e quasi «con lena affannata», è la piú lunga e la piú ricca di grandi e vari esempi, che sia di niuna nazione al mondo. Sono intorno a tremila anni di fatti narrabili. Divisili in sette grandi etá, noi vedemmo nella prima gli stanziamenti primari de’ tirreni, degli iberici e degli umbri, e la prima invasione de’ pelasgi; e sollevarsi poi in una bella guerra d’indipendenza que’ popoli antichi, gl’itali ed etruschi principalmente; e ricacciati al mare que’ primi intrusi, sorgerne il nome patrio d’Italia, e l’imperio degli etruschi, imperio potente, famoso a’ suoi tempi, e oscurato per noi solamente dall’estrema antichitá. E succedute primamente l’immigrazione lenta, quasi pacifica, ed incivilitrice degli elleni nel mezzodí, poi quella ultima tutto diversa de’ galli a settentrione; con questa terminammo la lunga e primitiva.—Quindi vedemmo incominciar la seconda col generoso accorrere alla riscossa contro ai galli della picciolissima Roma; la quale in ciò appunto si fece grande, ponendosi capo a quel sentimento di nazionalitá che è di tutti i tempi, antichi come nuovi, rozzi come civili. E non prima, ma allora si ci parve attribuir a Roma il pensiero di cacciar lo straniero dalla penisola, o di farvisi signora essa, che a que’ tempi era lo stesso. Ed ella compiè tal disegno in quattro secoli; e compiè intanto, insieme, quasi per aggiunta, quello di farsi signora del mondo d’allora, di tutte le nazioni all’intorno del Mediterraneo, e del Mediterraneo stesso, diventato lago italiano. Questa fu la magnifica ricompensa del suo spirito di nazionalitá; questa, dico,se il nostro pensiero ci trattiene in terra, si leva a poco volo. Che se noi sappiamo abbandonarci a quelle considerazioni soprannaturali, le quali innalzano il pensiero quasi tra terra e cielo, noi veggiamo aver avuto que’ nostri padri una maggior ricompensa, un magnifico destino: quello d’apparecchiare il primo campo della cristianitá. Ma in ciò fare, Roma erasi fatta troppo grande per durar repubblica; anche a’ nostri dí, ed inventata la rappresentanza de’ lontani ne’ grandi Consigli nazionali, sarebbe forse impossibile il governo repubblicano a un cosí vasto imperio; ma impossibile era certamente a que’ tempi, quando la partecipazione ai governi, ai Consigli, la libertá politica, la libertá compiuta non s’estese mai oltre alle mura o al territorio d’una cittá; impossibile era che la cittá signora di tanto mondo non s’arricchisse sterminatamente e cosí non si corrompesse, non s’arricchisse inegualissimamente e cosí non si dividesse all’interno suo; ed impossibile poi che dividendosi, e parteggiandone, e combattendone, non vincesse alla lunga la parte dei piú contro ai pochi, e non sorgesse all’ultimo uno solo sopra a’ piú, un principe sul popolo, come quasi sempre succede. E allora si compiè la rivoluzione della repubblica in imperio.—Viene dunque la etá terza, o di questo imperio; e con poco diletto nella storia, poco utile negli insegnamenti, essendo essa d’una cosí sfacciata tirannia, d’una cosí sfacciata servitú, che non può rinnovarsi nella cristianitá; non pericoli, non accrescimenti all’infuori, non divisioni, non parti, non vita addentro, non operositá fuori né dentro, salvo che di lettere al principio, ma per poco; finché tutto fu ozio e vizi e corruzione, finché il popolo romano, che aveva vinte nazioni su nazioni incivilite, prodi e grandi, non fu piú pari a difendersi contro alle genti sparse e barbare che l’assalirono, l’invasero, lo distrussero. Una consolazione, una bellezza sola ma suprema sorge in tutta questa etá: il sorgere dapprima oscuro, poi a un tratto splendidissimo della cristianitá; la cristianitá sollevantesi tra le rovine dell’imperio, ed ivi aspettante i barbari.—S’empie quindi tutta di questi barbari la quarta etá. E di nuovo, nulla quasi di bello; salvo forse Teoderico gran re d’Italia e d’altre provinceall’intorno, che parea dover essere gran fondatore d’una nuova nazione italiana, come furono le contemporanee francese, spagnuola ed inglese; che non fu se non d’un regno di pochi anni, grazie all’inquieto desiderio dell’imperio e del nome di Roma che s’apprese agli italiani, che fece chiamare i greci, cadere i goti, e sottentrare in un dieci anni i longobardi. Seguono dugent’anni di questi, incapaci di conquistare tutta Italia, incominciatori del dividersi di essa fino a noi, fino ad ogni avvenire prevedibile; incapaci di governar le province occupate, di serbarle, contro ai papi capipopolo di Roma, ed ai loro patrizi ed amici, i Carolingi di Francia. Poco rincrescimento rimane della caduta di que’ longobardi, che, mischiati poscia con noi nella sventura comune, lasciaron il sangue piú abbondante che sia forse in nostre schiatte.—Segue la quinta etá, di Carlomagno e dei suoi discendenti e successori, imperatori e re stranieri; imperatori, per lo stolto piacer presoci di gridare un imperator romano; re, per quelle invidie che ci fecero sempre parlare, piangere, adirarci contro agli stranieri, ma in fatto anteporli a’ nazionali; quelle invidie di sotto in su, e di sopra in giú che diedero l’Italia a quell’Ottone pur troppo grande, dal quale in poi, salvo le due brevi eccezioni d’Arduino e di Napoleone, sempre rimase tedesca la corona veramente ferrea d’Italia o di Lombardia. E naturalmente, questa fu la peggiore, l’infima, la piú corrotta delle nostre etá; corrotti principi e signori, uomini e donne, sacerdoti e vescovi e papi, tutto l’ordine feodale secolare, e quasi tutto l’ecclesiastico sottopostosi simoniacamente a quella feodalitá; sorgente sí il popolo, che deve quindi credersi men corrotto; sorgenti qua e lá alcuni monaci studiosi, zelanti, riformatori, riformati, e fra e sopra essi Ildebrando, Gregorio VII.—E quindi, da questo pontefice, non incolpevol forse, ma gran riformatore, gran santo, grand’uomo politico, gran rivendicator d’indipendenza ecclesiastica, grande aiutator d’indipendenza politica, e, senza saperlo, forse di libertá, noi incominciammo l’etá sesta, la maggiore delle nostre moderne, l’etá de’ nostri comuni, di quel nostro secondo primato che fu piú veramente di colture che di civiltá; e cosí facemmodeliberatamente, risolutamente, a malgrado gli odii giá vivissimi, or morenti contro a quel grande; vivissimi al tempo che non si perdonava nemmeno a un papa d’aver mancato di rispetto alle potenze temporali, e massime all’imperiale; morenti, dacché s’apprezzano tutti i rivendicatori di tutte le libertá. E continua quindi questa etá nostra, forte, crescente, splendida, magnifica in tutto, in difesa d’indipendenza, in progressi di libertá, in progressi di tutte le colture, tutti i commerci, tutte le operositá, tutte forse le virtú pubbliche, salvo una; salvo quella vera, somma ed ultima liberalitá che consiste in vincer le invidie, dico anche l’invidie derivanti dalle condizioni speciali di ciascuna etá. Nell’etá precedente, de’ grandi, i grandi italiani s’eran invidiati tra sé, ed avean data la patria ai grandi stranieri; in questa, nell’etá dei comuni, delle cittá, del popolo, s’invidiarono cittá contro a cittá, cittadini contro a cittadini, piccoli contro a grandi, grandi contro a piccoli, piccoli rimasti soli tra sé; e cosí distratti da quella che è la piú inquieta e la piú perseverante, la piú meschina e la piú tiranna, la piú operosa e la meno operante delle passioni, non rimase tempo a que’ miseri, non mente libera al pensiero, non cuore al sentimento dell’indipendenza; non si compiè l’acquisto di questa quando s’ebber l’armi in mano a propugnarla, non si mirò ad essa nelle paci, non si riprese quella rivendicazione mai piú; s’attese a tutto, fuorché al piú necessario, fuorché a ciò che fa una nazione; e cosí poi, meritatamente, sì riperdette quella libertá interna a cui s’era sacrificata l’esterna: si riperdettero quelle tirannie aristocratiche, democratiche, a cui s’era sacrificata la vera, equilibrata e non invida libertá, si riperdette ogni buona operositá militare o politica; e s’apparecchiò la nazione a qualunque signoria o preponderanza straniera fosse per venire.—Venne Carlo VIII, da cui dunque incominciammo l’etá settima ed ultima, e che dura, delle preponderanze straniere; ma non istette. Venne Luigi XII, e non istette nemmeno. Ma venne insieme Ferdinando il cattolico, e stette in Napoli e Sicilia, e tramandolle a Carlo V imperatore; il quale, come tale, diede a se stesso il ducato di Milano, e cosí tenne Italia dal collo e dal piè, etramandolla a’ suoi discendenti di Spagna, coi Paesi bassi, con America, colle Flippine, colonia anch’essa da farne pro per la madre patria. Ma, immenso esempio, non fece pro di noi, piú che di quell’altre superfetazioni, la madre patria; languí anzi e decadde tra esse. Non fecene pro nemmen quella casa regia, che degenerò e cadde; non ne fu fatto pro se non da pochi viceré, governatori ed impiegati minori. E cosí tra tutto quel languire, languimmo noi pure, Italia quasi tutta, salvo talora Piemonte, per li centoquarant’anni del Seicento, in nullitá politiche, in corruzione di costumi, in cattivi gusti di lettere e d’arti, in ogni cosa, salvo che in filosofia materiale sollevata da Galileo, martire di essa. Finí poi quel marciume colla fine della marcia schiatta regia austro-spagnuola all’anno limitrofo tra i due secoli decimosettimo e decimottavo; e si sollevò questo per le guerre, che si fecero forti e grosse ne’ dodici anni della contesa della successione di Spagna; per li trattati di Utrecht, che fondarono un secondo regno italiano a casa Savoia ingrandita; e piú per quella guerra della successione di Polonia e quel trattato di Vienna, che liberaron da Austria e rifecero indipendente l’antico regno di Napoli e Sicilia, non lasciando allo straniero che Milano e poca Lombardia all’intorno. Ed allor tentò, allora incominciò a risorgere Italia; e si riformò, migliorò, progredí incontrastabilmente, benché non abbastanza pur troppo; non nell’essenza dei principati italiani, che rinnovaron tutto salvo se stessi; non nell’indipendenza, che rimase incompiuta. E cosí, mal apparecchiata all’impreveduta occasione dell’invasione francese (come giá a quella di Carlo VIII, di Carlo d’Angiò, di Federigo I e tante altre), si trovò la lenta Italia del 1792. E come disapparecchiata, lasciò i piemontesi combattere e succombere soli nel 1796, e si divise in parti di regii e repubblicani, di francesi ed austriaci per diciott’anni; lungo i quali caddero le ultime repubbliche del medio evo, caddero, si restaurarono, ricaddero e si restauraron di nuovo i principati; e si finí collo stabilimento raddoppiato, contiguo, piú sodo, piú forte che mai, almeno in apparenza, del regno lombardo-veneto, dal Ticino all’Adriatico. Né sia per nulla, poi, cheabbiamo cosí ristretto a poche pagine questo giá tanto, e forse troppo, breve sommario de’ fatti nostri. Sappiamo restringerli anche piú nella mente nostra, sappiamo veder d’uno sguardo le nostre sette etá, e discernere fra esse tre belle, grandi, gloriose e virtuose, quelle dei tirreni ed altri popoli primitivi, della repubblica romana e dei comuni; ed all’incontro, quattro brutte, dappoco, corrotte e miserande d’ogni maniera, quelle dell’imperio romano, de’ barbari, degli imperatori e re stranieri, e, quantunque meno, essa pure quella delle preponderanze straniere. È ella caso tal differenza? ovvero, ha ella cause moltiplici nelle diverse etá? ovvero, forse una sola costante e comune?—Io vorrei non dirlo; i leggitori saranno stanchi oramai di udirmi pronunciare in poche parole delle maggiori questioni nazionali; e piú stanchi forse di udirmele risolvere poco men che tutte in una sola conchiusione. Ma non è colpa di mia volontá; sará forse del mio intelletto, se, quanto piú vario o combino aspetti de’ fatti nostri, piú mi si riaffaccia quella conchiusione stessa. E riaccolte qui in un pensiero le diverse etá di nostra storia, io non so non vedere nelle tre grandi un medesimo fatto, nelle quattro dappoco un medesimo difetto: il fatto o il difetto della indipendenza rivendicata. E lascio trarre le conseguenze storiche od anche pratiche a ciascuno.—E trentadue anni noi vivemmo d’allora in poi, il tempo appunto che nelle storie si suol chiamar d’una generazione. E questo è indubitabilmente principio d’un quarto periodo di quella lunga etá delle preponderanze straniere. Ma appunto, una generazione non basta a nominare, a qualificare un secolo, un periodo di storia; nome e qualitá dipenderanno dalle due o tre generazioni che seguiranno, forse da una, forse da questa che vien su dopo noi. Ad ogni modo, una distinzione parmi potersi far giá in questi pochi anni, una quasi suddivisione di capitoli della storia futura: noi avemmo un tempo di errori universali, incontrastabili; ma mi par sorgere un tempo di ricominciati progressi. Da principio, i principi italiani restaurati, chi piú chi meno, restaurarono i governi antichi, quali ei li avean lasciati un quindici o sedici anni addietro: nontenner conto né de’ fatti intermedi, né degli uomini, né degli interessi, né delle opinioni nuove; e fu errore incommensurabile, riconosciuto ora da tutti, salvo forse pochi sopraviventi a difendere ciò che fecero. E allora si sollevarono l’opinione, gl’interessi popolari nazionali, contro a’ principi. E fu naturale, fu giusto senza dubbio, ma fu infelicissimo, fu fatale questo alienarsi di principi e popoli italiani tra sé; e fu piú fatale quando scoppiò in congiure, che son sempre fatti immorali e pervertitori; fatalissimo quando in sollevazioni, che son fatti impotenti contro a governi forti, imprudenti contro a’ titubanti che fanno titubar tanto piú; impotentissimi e imprudentissimi in faccia a uno straniero piú interessato di gran lunga a comprimerle, che non gli stessi principi nazionali; posciaché questi, in somma, resterebber principi, e forse piú forti principi colle libertá cosí domandate, mentre i dominatori stranieri san bene di non poter rimanere dominatori nostri cosí. Questo, dico, fu un primo tempo d’errori vicendevoli di principi contro a popoli, di popoli contro a principi; tempo fatalissimo di divisioni, piú o meno simili alle consuete, vecchie, antiche ed antichissime.—Ma da alcuni anni (e s’io m’ingannassi ei sarebbe non solamente con sinceritá, ma a malgrado lo studio piú grave ond’io sia capace), da alcuni anni sembrano indubitabili due progressi: quello dei principi e governanti che vanno lentamente migliorando, secondo le opinioni de’ popoli, i loro governi; quello de’ governati che vanno lentamente smettendo le congiure e le sollevazioni contro ai principi. Noi progrediamo da una parte e dall’altra, non parmi dubbio; ma noi progrediamo da una parte e dall’altra molto, troppo lenti, non parmi dubbio nemmeno. Ciascuna delle due parti vede, dice questa lentezza dell’altra: io la dico di tutte e due; questa diversitá è tra me e l’una o l’altra parte. Ognuna vuole che incominci l’altra ad accelerare il buon moto. Ché non incomincia, come certo il può, ciascuna da sé? Sembra agli uni aver tempo libero a’ miglioramenti, agli allargamenti governativi, ad acquistarsi l’opinione universale; sembra agli altri aver tempo libero a fare e finire congiure e rivoluzioni. Ma rimarrá egli libero tal tempo?Questa è la questione, e tutta la questione d’oggidí. Non pochi eventi sopravvenner giá nei trentadue anni corsi, che avrebbon potuto esser utili, che furono inutili a noi disgiunti e disapparecchiati. Altri ne sorgeranno indubitatamente prima che si compia questo operosissimo fra’ secoli cristiani. L’Europa è ordinata, è vero, ad occidente; ma è ella ad oriente? Non s’ordinerà ella pure lá in qualche modo? cadendo turchi, o sorgendo slavi, o sfasciandosi questo o quell’imperio? ché poco importa, insomma, se sappiamo apparecchiarci, cioè se sappiamo unirci.—E finalmente, se qui pure ci rivolgiamo dai fatti agli scritti, alle colture, di queste pure noi osserveremo due tempi molto diversi negli ultimi trentadue anni. Un primo di compressione, maggiore forse che non sia stata mai, per parte de’ governi; e quindi un tempo di nullità quasi universale negli scrittori, salvo pochi che scrissero allora con incomparabile, due con immortal mestizia. Ed un periodo secondo, in che dai nostri compatrioti fuor d’Italia ci vennero dapprima parole esagerate e furenti, ma a poco a poco parole forti di moderazione e sapienza; e in che poi i nostri principi incominciarono a tollerar piú o meno che cosí pur si tentasse scrivere dentro Italia.—Sappiamo riconoscere il bene anche troppo lento, se vogliamo accelerarlo; sappiamo benedirne chi ce ne dà, se vogliamo averne piú; sappiamo ringraziarne Dio, di cui non parmi invocar invano il nome qui; sappiamo, come italiani e come cristiani, pregar Lui che ha in mano gli animi italiani di unirli ad acquistare i destini ch’Ei ci apparecchia; e sappiamo, come giá i maggiori nostri di Legnano, risollevarci dopo la preghiera, ad operar per la patria fino alla morte, ciascuno secondo tutte le proprie facoltà. Che se fu in niun secolo mai, certo è evidente nel nostro, Dio suol proteggere coloro che operano cosí.


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