DIANA DEGLI EMBRIACICAPITOLO PRIMO.Ero aspetta Leandro.
DIANA DEGLI EMBRIACI
Era il 20 di ottobre dell'anno 1101 dopo il parto della Vergine, giusta la frase notarile dei tempi, ed era una giornata bellissima, rallegrata da un cielo senza nuvole e dai tiepidi raggi di un sole che pareva di primavera. Miracolo, questo, che accade di sovente in Liguria, ove la limpidezza del firmamento e la mitezza del clima fanno credere talvolta che il vecchio Saturno, o chi per lui, volti a rovescio, non una, ma cinque o sei pagine del calendario.
Le case di Genova, biancastre nello intonaco delle mura e nelle lavagne distese sui tetti, splendevano a quel saluto amoroso del sole; ma più di tutte splendeva la torre degli Embriaci, la regina delle torri genovesi, superba de' suoi cento e ventisei piedi d'altezza, delle sue pietre riquadrate allafoggia romana e del triplice giro delle sue caditoie sporgenti.
Ora, se i lettori benevoli si degnano di seguirmi su quella torre, che offre certamente la più bella tra le vedute della città, io farò loro assai volentieri da cicerone, e mostrerò che cosa fosse Genova, nell'anno di grazia 1101, cioè a dire centosettantasei anni dopo l'edificazione della seconda cinta di mura.
La prima cinta, siccome è noto, si ristringeva al colle di Sarzano (fundus Sergianus) e suoi dintorni, formando un quadrato irregolare, due lati del quale si bagnavano in mare, e gli altri due si prolungavano dentro terra, andando a chiudersi, verso tramontana, in cuspide di freccia, alla porta di Sant'Andrea, una delle cinque per cui si entrava in città. Senonchè, nell'anno 925, si conobbe che la vecchia cinta era strettina parecchio, di guisa che i cittadini già avevano incominciato a rizzar le case di fuori. E allora i consoli fecero una giunta alla derrata, prolungando le mura verso ponente, in modo da poter chiudere nel nuovo giro la chiesa cattedrale di San Lorenzo, le case su cui fu murato più tardi il palazzo del Comune, e tutte le altre verso il mare, dove, tra una chiesa ed una porta (il luogo dicevasi appunto San Pietro della Porta), aveva a costituirsi il centro del traffico genovese, sotto il nome famoso di piazza de' Bianchi.
Come vedete, la città non era spaziosa. Per contro, le case salivano in su, come altrettante torri di Babele, per dare la scalata al firmamento; e le strade non vedevano, la più parte, che una breve lista di cielo, mentre tante altre non ne vedevano affatto.
Fortunati erano gli abitanti del colle di Sarzano, e più fortunati ancora gli Embriaci, la cui torre, sebbene eretta a mezzo il pendìo, si alzava smisuratamente, signoreggiando la sommità delle colline circostanti e del mare vicino. La torre minacciosa presentava i suoi quattro spigoli ai quattro punti cardinali, quasi volesse sfidarli a battaglia. A levante vedeva Carignano (fundus Carinianus) su cui erano ancora da nascere le case dei Fieschi e de' Sauli; più presso, ma sempre dallo stesso lato, il vasto colmo di Sarzano, che le schierava dinanzi le torri del vecchio Castello, insieme colle case dell'arcivescovato. Da settentrione le si affrontavano i monti e le colline digradanti ad anfiteatro fino alla chiesa di Santo Stefano e a quella di Sant'Ambrogio, ove la lunga ospitalità del V secolo al clero ambrosiano avea ristretti gli antichi vincoli di fratellanza tra genovesi e milanesi. Da ponente andavano man mano allungandosi le coste dei monti, lasciando tra le loro falde e il mare un largo campo alle sparse ville, donde torreggiavano i campanili di San Giovanni di Piè, di San Siro e di Nostra Signora delle Vigne, coi loro cappelli di pietra. Lascio pensare ai lettori come avesse a destare l'invidia universale messer Guglielmo Embriaco, padrone di quella torre e delle case sottoposte.
Per molte altre ragioni egli era del resto invidiato, quel degno capitano ed ottimate di Genova. E i lettori sullodati le sapranno tutte per filo e per segno, se non darà loro fastidio lo attendere.
Nella mattina del 20 ottobre dell'anno 1101 (ripeto la data per non avere a tornarci più su) unabella fanciulla, dalle forme elette e dal leggiadro portamento, stava ritta sull'alto della torre che ho detto, facendosi solecchio con una mano, tesa in arco sulle ciglia, mentre coll'altra si appoggiava lievemente alla merlata, ond'era cinto tutto intorno il terrazzo. E il sole, mentre spaziava a sua posta in capricciosi riflessi tra le bionde chiome della fanciulla, rammorbidiva la sua luce sul volto roseo, segnandone senza rigidezza i graziosi contorni, e lasciando la sua giusta parte di efficacia al profondo bagliore di due occhi pericolosamente turchini.
Ho detto pericolosamente turchini, e non mi disdico. Se forse l'ardimento della frase non trova grazia presso i castigati scrittori, io so, per contro, di aver dalla mia le ombre di tutti i genovesi che vissero nei primi trent'anni del dodicesimo secolo e si sentirono feriti dagli occhi inconsapevoli della bella Diana degli Embriaci.
Tornando alla mia descrizione (brevissima, non dubitate, e appena quel tanto che può parer necessario ai più frettolosi) vi dirò che una veste di lana bianca le si stringeva alla vita, scendendo in larghe pieghe dal fianco, senz'altro ornamento che una molle cintura di cuoio. I capegli, non rattenuti da reticella, o trecciera, apparivano poco meno che sciolti, e in dorate anella le ricadevano sul collo. Così semplice nella sua foggia di vestire, ma ricca di grazie naturali, ella era la più leggiadra figura di donna che si potesse immaginare sognando. Laonde, non ho mestieri di dirvi se facesse dar volta al cervello dei giovani cavalieri, quando essi la vedevano scendere, accompagnatadalle sue donne, per recarsi a pregare nella chiesuola vicina di San Cosmo, o nell'altra, poco più lunge, di San Pietro alla Porta.
Diana, dal canto suo, non badava ad alcuno; e non già per infinta verecondia, chè ai tempi suoi le istitutrici forastiere e i monasteri del Sacro Cuore erano ancora di là da venire, sibbene perchè il cuore della bella Diana era in Terra Santa, dove stava suo padre, dove stavano i fratelli. E siccome il cuore delle fanciulle (così dispose provvidamente la divina bontà) non può contentarsi ai soli affetti di casa, è ragionevole il credere che in Terra Santa ci fosse qualchedun altro, il quale tenesse la miglior parte di quel cuoricino in amorosa custodia.
Una supposizione di questa fatta servirebbe anco a chiarirvi perchè la fanciulla, che da parecchi mesi soleva passare ogni giorno lunghe ore sull'alto di quella torre, guardando con mesta assiduità sul mare, là dalle parti di levante, da alcuni giorni usasse guardarvi con ansia irrequieta, e stancasse i suoi begli occhi azzurri su quelle liste luminose segnate dal sole là dove il mare sembra confondersi col cielo, e dove sogliono apparir le navi a guisa di punti neri.
E di punti neri ella ne aveva scorto quella mattina più d'uno; i quali erano venuti a mano a mano ingrossando e già davano sembianza d'una armata in viaggio. Al momento in cui la mia storia incomincia, quei legni erano già a due tratti di balestra dalla punta del Faro, e un occhio esercitato nelle cose marinaresche ne poteva distinguere le insegne.
La pratica navale stava per l'appunto a fiancodi Diana, ad una rispettosa distanza, sotto la forma di un uomo a cui le molte rughe segnate sul viso davano un'età fra i cinquanta e i sessanta, sebbene i capelli neri e lucenti mostrassero la loro ostinatezza nel volerne confessare una quarantina soltanto. Il vecchio teneva la sua berretta in mano; era vestito d'un saio, stretto ai fianchi da una larga cintura di cuoio, donde pendeva una rispettabile daga. A compiere il ritratto, dirò che portava raso il mento e le guancie, come un vecchio nostromo delle Riviere ligustiche; la qual cosa faceva spiccar meglio uno sfregio che dal fronte gli scendeva giù lungo la guancia, e colla sua tinta di rosso acceso mostrava di non essere antico.
— Ecco, — diceva egli, proseguendo un discorso che già durava da un pezzo tra lui e la giovine signora, — si ravvisano già tutte. Le son proprio ventisette, con sei navi per giunta, nè più, nè meno, di quante ne partirono un anno fa, il primo giorno d'agosto. Ecco laEmbriaca, madonna; vedete come è superba di portare il vostro gran genitore, il valoroso messer Guglielmo, Testa di maglio! —
Testa di maglio, era il soprannome dato dai genovesi a messer Guglielmo Embriaco, per la sua forza erculea e per l'uso che ne aveva fatto in certo frangente. Si raccontava che nella presa di Gerusalemme, rottasi a lui la spada fra le mani, il forte uomo si gettasse col capo innanzi dove più grande era la ressa dei Saraceni, e colla cervice, rivestita com'era dall'elmo di ferro, rompesse bravamente l'ostacolo.
— Maledetta ferita! — proseguiva il vecchio. — Seella non mi avesse inchiodato sul letto quando i nostri partivano per la seconda giostra, io ora potrei esser là, di ritorno, con messer Guglielmo, a far la mia buona figura a capo dei balestrieri. I miei compagni tornano da accoccarle a quei cani d'infedeli; io, invece, sono stato qui a mondar nespole.
— Mio povero Anselmo, e non potresti anco avervi lasciato la vita? E che sarebbe allora di tua moglie?
— Mia moglie! — borbottò il vecchio balestriere. — Non è ella al vostro servizio, madonna? D'altra parte non son morto in Antiochia e non c'era pericolo che io morissi poi. Vi so dir io che il colpo era bene assestato. Cane d'un Saracino! Fortuna che ho avuto ancora il tempo a rendergli tre pani per coppia.
— Anselmo, — interruppe Diana, — tu devi conoscere tutte le galere che entrano. Potresti dirmene i nomi?
— Oh perdonate, madonna! Raccontavo le mie prodezze per la millesima volta. Ecco, quella che viene prima delle altre è l'Embriaca. Dietro a lei c'è laRaschierae laMallona. Quell'altre due più lontane, verso mezzogiorno, sono laMarinae laCaffara. Quella laggiù, che pare non voglia spiccarsi ancora dal promontorio di Carignano, dev'essere laPomella. Poverina, è carica d'anni e di gloria! Essa è quella che sette anni addietro ha portato in Terra Santa il conte Goffredo di Buglione, quando il degno uomo è andato a buscarsi quella brutta ceffata dal custode del Santo Sepolcro. Questa poi, a poggia dellaMallona, è laSpinola, comandatada vostro cugino, il buon messer Lamberto.
— E non vedi tu.... poichè siamo tra cugini.... non vedi tu laCarmandina?
— Aspettate, ci guardo. Dovrebb'essere quell'altra là.
— Dove?
— La penultima, che vien di conserva con quella di vostro zio, il console Amico Brusco. La riconosco al suo castello di poppa, più rilevato degli altri.
— È una ventura, — soggiunse Diana, quasi parlando a sè stessa, — è una ventura che tutti tornino a casa. Beate le famiglie che vedranno i lor cari!
— Sicuro! — ripigliò il balestriere, sorridendo, — e tra essi il leggiadro Arrigo di Carmandino.
— Anselmo!
— Scusate, madonna, la mia rozza sincerità. Qualche volta mi vien voglia di mordermi la lingua.... e forse sarebbe meglio. Ma che volete? Bisogna che dica pane al pane, io! E non vi ho forse veduta alta tanto e palleggiata sulle mie braccia?
— Sì, mio povero Anselmo, gli è vero, e so che tu ci ami tutti, quanti siamo della nostra casa.
— Tutti, davvero. E come non si avrebbe da voler bene a voi, a messere Guglielmo, vostro padre, a messer Ugo, vostro fratello, e da baciare dove passate?
— Tu dimentichi qualcheduno! — esclamò la fanciulla, con accento di rimprovero, temperato dall'atto amorevole con cui posò la sua bella mano sulla spalla del balestriere.
— Ah sì; messere Nicolao. Che farci, madonna? Gli è un prode cavaliere, non lo nego, ma io non posso mandar giù quel Gandolfo del Moro, che lo ha stregato, coi suoi occhi torvi e i suoi capegli arruffati. —
A quel nome, profferito dal suo fedel servitore, la fanciulla degli Embriaci si era fatta pallida in viso, e Anselmo sentì la sua mano delicata tremargli sull'òmero.
— Vedete se non ho ragione! — continuò egli. — Anche a voi, solo quel nome ha fatto sgomento. —
Mentre la sua giovine signora cercava le parole per rispondergli, un lungo grido si levò per l'aria. Le prime galere entravano nel piccolo porto di Genova, e il popolo, che si era accalcato alla riva e lungo le mura alle Grazie, faceva le prime accoglienze festose ai reduci di Palestina.
— Scendiamo, Anselmo; — disse la fanciulla. — Corri tu primo, e fa schierare nel portico tutta la famiglia, perchè sia degnamente onorato il mio gran padre e signore. —
Il balestriero fu sollecito ad obbedire, e disparve tosto per l'abbaino. La bella Diana gli tenne dietro, dopo aver dato un ultimo sguardo alla Carmandina, che si era avvicinata anch'essa alla punta del Faro.