Rièccoli!… Rièccoli! S'accelera per prodigio la loro andatura aggressiva, di sussulto in sussulto, di continuo salendo a scosse dorate, orribilmente, contro i miei occhi, contro la mia fronte, senza posa, senza posa, quali teste di comete infocate!…
Angoscia crudele!… E che ha mai, questo cuore? Perchè sì irrequieto mi balza nel petto, in gola, tra i denti?… Allucinanti tramvai tutti grondanti di fuoco, passate dunque, passate con le vostre ruote possenti sopra il mio cuore, e schiacciatelo come una sorca, su le rotaie!…
Sotto il gran cielo d'estate infeltrato di caldo, che va sbadigliando rapidi lampi coll'istantaneo fuoco de' suoi denti e il suo possente alito che spandesi bianco, la strada tristemente sguaìna i suoi riflessi!
Un fracasso di ponte levatoio tuona e risuona sulle rotaie… Son martelli che battono? son tamburi metallici?… incudini sonore?… Frenetici tramvai, che trepidate in una ebbrezza multicolore… ingombranti mucchi di viventi pietre preziose… rotolanti massi di gemme, lanciati come proiettili… lungi da me, su di me, volete dunque balzare?
Come? perchè v'ingrossate subitamente, a migliaia, pupille iniettate di sangue, di odio e di ombra, pupille stravolte, da ogni parte rivolte, proiettate fuor dallo scafo d'un vascello infernale, siccome troniere minacciose e rossigne ai fuochi riverberati d'un arsenale di demoni?…
A un tratto voi correte, sciolte gemme grevi di lagrime dolorose… Per prodigio i vostri sguardi forsennati ruzzolanti nella notte han mutata la strada in un gran letto vertiginoso di torrente dai vortici bizzari di rubini e di fiamme! Certo il cielo si fuse miracolosamente per gonfiar quel torrente che senza fine travolge le nuvole intrise di porpora e le costellazioni, dai tetti neri colando giù insieme con le rotaie che brillano in folli giuochi di serpenti diabolici!… Tutto il cielo avvilito, malato, dolorante, briaco del suo odio… tutto il cielo spaventoso spaventato dalla tristezza, si sfascia al pesante, esasperante frastuon dei binarî!…
O torrente millenario enormemente gonfio di gemme e di tenebre, che scorri senza fine sotto il grottesco galoppo e il traballar dei fantastici tram, simili a enormi ricci sfavillanti… verso qual mèta vuoi dunque travolgere il mio desiderio?
Verso quella stazione che fiammeggia, lontano, mostruoso topazio dalle faccette di fuoco? Non è la gabbia ardente d'un faro enorme a cui guida la treccia sfolgorante delle rotaie, scie fosfòree di un'elica?
Chimerici tramvai occhiuti d'occhi rossastri, quando, quando saprà un ferreo braccio incatenare alla riva e domare i vostri galoppi terribili, i vostri pazzi beccheggi di torpediniere fantasmi, mentre voi navigate sul lontano pendìo della strada azzurrognola verso l'alto mare dell'ombra? La strada sembra incavarsi trasparente, infinita, sotto i miei lunghi passi, cupa di fango laggiù, e qua e là sprofondata incalcolabilmente come un abisso!…
3.
La Sera indiana.
Oh! certo le case invecchiarono di centomila anni, dopo il chiaro meriggio che con serici raggi carezzò loro le guance! Le case invecchiaron da un'ora, ed eccole curve sotto un fardello di tenebre. Han facce dure, mummificate! Le rughe vi si moltiplican ratte, e le vuote pupille s'oscurano a contemplare, avide, intente, l'esasperato slancio della strada che follemente sospinge l'eterna disperazione di quello strano, immobile torrente.
O decrepite case dalle facce arcigne, perchè aggrottate così le vostre ciglia granitiche?… Io non ascolterò i sinistri rimproveri che i vostri cupi androni van borbottando la sera! Ah! per forza dovrete consentir ch'io sia pazzo, e lentamente, lugubremente morrete, per non aver voluto gettar via la vostra cocolla di tenebre e seguirmi all'inferno nell'assurda avventura del mio sogno suicida!…
Io?… Non altro desidero che di balzare nel baratro delle notti!
Non sapete voi dunque ch'è piacere supremo schiacciare d'un colpo contro una muraglia nera, in un esplodente spasimo, un gran cuor mostruoso dalteuf-teufinfernale e i giganteschi pneumatici dell'Orgoglio, gonfi di odio e d'amaro ideale?
Su, su, dove il cielo è più alto, s'esagera un monte pallido e ardente di nubi gessose, velate di malefizî, che regge sulla sua cima un'architettura pesante di mostri dagli artigli d'oro! È una gran Sera indiana di pietra dura lucente ed azzurra e dall'orlo verdigno, sotto il dominio fatale del Drago che, fuoco alitando e calor bianco, punge di terrore le nostre miserabili vite ammucchiate ed il nostro scompiglio di formicaio calpestato!
Oh! venerabil penombra di questa notte calante! Estasi insaziata dei raggi e delle gemme! Tenebre attente! Immobili frenesie! È un'ombrìa gigantesca di favolose foreste dai grevi fogliami di bronzo e di porfido che s'eternizza sopra la fuggente demenza d'un torrente! Nero torrente inanellato di lampi e d'ombra, che scorre nelle profondità immutate dell'India fra lo strisciar dei serpenti affamati sui greti, e i loro baci che sibilano sul gorgogliar gazoso delle sorgenti. Ed io affretto il mio passo nel velenoso abbraccio dei rettili e degli alberi, palpando l'aria vellutata di larve, e annaspando nei folti impregnati di rosei veleni che lentamente gocciano.
Sta accoccolato lassù, in alto, in alto sul monte di nuvole bianchicce, il centenario Drago tutto a gobbe d'acciaio e di fosforo. Svolge la sua coda ondeggiante che digrada nel cielo in sfavillanti anelli di smeraldo.
Mio bel Destino, salvami dall'alito orribile di torpori omicidi, che a boccate biancastre spande il Drago domando fra i suoi artigli d'oro l'incendiato topazio della stazione dai mille fuochi di faro allucinante!… Urrà! Partiamo, Anima mia! Fuggiamo oltre la molla dei muscoli che scatta, oltre i confini dello spazio e del tempo, fuor dal possibile nero, in pieno azzurro assurdo, per seguir la romantica avventura degli Astri!
4.
Il «Simoun».
Rauchi fischi, date dunque il buttasella! L'arcuata tettoia della stazione spalàncasi verso il pallido e tenero ciel della sera, come la informe gola delle grotte favolose frequentate dai Draghi enormi e dal terrore della loro nera respirazione… La colossale e fumosa tettoia caccia lontano, a boccate, il suo biancastro alito globulato di tenebre in cui grevi e possenti farfalle elettriche vanno agitando ali di neve abbagliante.
Or io mi sento tutto rugoso, annerito di vecchiaia, e ansimante a bocca aperta verso l'azzurro ventoso come all'uscir da una fetida stiva, come all'uscir dalle viscere della terra!…
Rauchi fischi, date dunque il buttasella della mia tragica partenza!… Il mio treno si muove nel turbine d'un gransimounfantastico e notturno, in cui subitamente: neri cammellieri giganti, dromedarî fantastici dalla schiena merlata, con ferree zampe dal lungo pelo bituminoso, onagri dagli occhi rotondi che lagriman bragia, braccia involate nello spavento verso il cielo implacabile… tutto, tutto si slancia a galoppo, con grevi passi di piombo!…
Carovane infernali dai pesanti cammelli di bronzo! Ciuffi di capelli ritti e per l'orrore giranti in balìa d'un rosso vento feroce!… Cammelli lanciati a corsa, che tuffansi nella marea del fuoco, radendo le mobili sabbie schiacciando la loro fuga in passi immensi come sotto soffitti incendiati! Colli tesi dal terrore, striati di fiamme, contorti dallo strazio di lunghi gridi bianchi… Mascelle di cammelli, deliranti mascelle di vecchie centenarie che vadan ruminando fuoco e strider di carrucole!…
Si slancia il treno e si tuffa, ebbro, la testa innanzi, nella Sera liberatrice e dispotica.
O mio Destino! laggiù, verso qual trono superbo dal baldacchino a grandi pieghe d'azzurro, salgono mai quei bellissimi cirri di giada che nello spazio ampiamente digradano?
Dimmi piuttosto se all'orizzonte io non veda una gran belva accosciata, dal gigantesco grugno, che fa schioccar tratto tratto e sfolgorare in tondo, immensamente, come un lampo la coda, per scacciar dal suo dorso le stelle che lo mordono, e sferzare il calore vibrante del pallido cielo?…
Segue il mio treno pazzo le coste sinuose che strapiomban sulle rade di freschissimo azzurro. Oh! artificiale splendore, lungamente voluto, meditativo e meditato di questo mare rinchiuso che ozioso sonnecchia in quell'ombroso golfo, che mi consigli tu? Lo so: tu mi consigli la sosta di riposo e di plenaria dolcezza sul morbido origliere delle sabbie!
Piccole onde di stagno squaman la curva delle spiagge, come nelle stampe primitive, e un veliero di porpora e d'ocra ardente si dondola pazientemente, beccheggiando ancorato, con ombre nere di marinai sulla prua. che appaiono subitamente, coniate sul bruciante color delle vele con la durezza precisa che hanno gli eserghi delle monete cartaginesi!
E il sol metallizzato simula un medaglione… S'immobilizzano il cielo ed il mare… Le onde insensibilmente si cullano in un benessere languido o mollemente si pavoneggiano in mezzo alle rocce.
Via! Presto! Scavalchiamo e superiamo codesto promontorio di sventura!
Ecco alfin l'alto mare selvaggio dagli onesti consigli! Il mar colpito da un improvviso pànico qui lotta e fugge… Ma verso qual mèta? Barche io vedo che spiegan le vele ad abbracciar le stelle e si lusingan di vincere i flutti del mare che lotta invano e senza mèta fugge! Dov'è andata l'Aurora?… E il suo alito di gelsomino?… Svanirono nell'umida calura e nella penembra che invecchia!…
L'Aurora!… Tanto speravo vederla sorgere in un prodigio di sete inebbrianti sotto un ciel rinnovato!… Ma la notte ruina ed il Sol s'allontana, retrocedendo verso l'opposto polo lentissimamente! Splendore ossessionante di una Sera immobile, sul mare!… O Sera di rimorsi e d'impossibile, o Sera di dolori irreparabili, miserevole specchio che avvizzisce la mia tristezza… Su!… Presto!… ch'io sfondi alfine il tuo pallore pietoso, amaro, gravido di rimproveri!
Eh! sì! Ben potevo cantare a becco aperto accanto al mio bicchierino colmo di miglio e bere, e bagnarmi la sera nell'acqua stagnante d'una tazzina, al pari d'un canarino!… Che dici?… Le donne? E che mai importava ch'io mi curassi del loro fermento carnale e dei loro seni spalmati di droghe, poichè l'anima mia gode sì poco, oh! niente, quasi, tra le loro braccia?…
Nulla agguaglia il delirio di balzare nel buio! Urrà! cantiamo!… Il mio treno folle s'è liberato dal peso schiacciante del Sole! Urrà! Non lo vedete discendere agilmente verso il cuor della terra, come un enorme trivello, raschiando in giro le pareti dell'inferno?…
5.
Le Foreste vendicative
Perchè, mio folle cuore, ti lanci così, perdutamente, nella foltezza delle foreste? Non senti contorcersi irosi, a te intorno i vendicativi fogliami che il Sole feroce martirizzò tutto il giorno coi suoi pugnali di fuoco? Come te le foreste, esasperate d'ira malvagia, si vanno accanendo in sussulti terribili, per graffiar, mentre passano, le nubi grevi e panciute, di porpora.
Ma passano le nubi noncuranti su la tua follia di gran fiume polare che infrange i suoi ghiacci, e sui gesti forsennati delle foreste vendicative. S'allontanan noncuranti le nuvole grevi come vecchi guardiani disillusi nel cortile di un manicomio! Sii dunque pazzo, focoso treno dell'Anima mia! Sii dunque pazzo a piacer tuo!… Tanto meglio! Ed a tutti rispondi, scoppiando in bianche risate di vapore, con lucidi fischi impennacchiati d'orrore!
O povera Saggezza!… Oh! l'immensa gioia di sentirsi assurdo!…
Ora il Sole al tramonto ti segue da presso nel tuo veloce andare, accelerando il suo palpito sanguinolento lungo l'orizzonte… Si slancia con grandi balzi, laggiù, laggiù… Guarda! Hop! Hop! Hop! Galoppa egli pure… La sua rossa, informe bocca di orco, la vedi?… Divora senza posa la carne delle nubi, insieme masticando e inghiottendo i fogliami tenebrosi e poi rivomitandoli in fondo ai boschi!…
Oh! che il diavolo porti tutti i Soli satolli, e le nubi panciute, e le foreste arcigne!…
Alfine, alfine il mio cuore si bagna —ed è gioia suprema!— nella notte mendace e divina, piena di filtri amorosi come una coppa fatidica dall'orlo fiorito di stelle che tocca lo zenit!… Alfine, alfine il mio treno si tuffa—ed è l'estasi!— in questa notte plenaria, sotto l'intenerimento delle stelle inebbriate che s'assopiscon tenendo fra le dita morbidi fiori di turchese!…
Alfine, alfine balza il mio treno—ed è incanto!— nella mollezza diffusa di questi pesanti ventagli odorosi di rugiada e di brezze lascive, che la notte trascina, senza fine, lontano, sui balsamici fieni!…
Ahimè! Presto svanì quella gioia squisita!…
I Cieli sono assordati dal rumor dei miei passi di gigante… e acciecati benchè vi scorrano azzurri fiumi di stelle!… Ed io mi sento vinto dalla cupa oppressione degli Elementi dominatori!… Qual mai piacere è il vostro, onnipotenti forze che mi rompete la schiena? Io sento gli stridori che dànno le vostre enormi tenaglie strangolatrici nel richiudersi sopra il mio cuor vagabondo!… Ma non importa, o folle treno! Io sono in tua balìa!… Prendimi! Prendimi! Sotto il cielo assordato, benchè tutto vibri d'echi loquaci; sotto il cielo acciecato benchè folto di stelle, io vado esasperando la mia febbre ed il mio desiderio, scudisciandoli a gran colpi di spada, e deliziato mi piego, a destra, a manca, per sentirmi sul collo la carezza delle braccia del Vento, vellutate e freschissime!
Son le tue braccia ammaliatrici e lontaneche m'attirano, e il vento è il tuo fiato vorace,o Infinito terribile che con gioia m'assorbi!A me la tua bocca di dèmone saziata di lampi!Eccoti un bacio pesante, in cui l'anima miatutta si vuota, o Infinito monotono dagli sguardi piovorni,ondeggiante lontano fra umidi suonidi campane funeree!O monotono Infinito dalle aride labbracome un porto insabbiato, abbandonato dal mare!…O monotono Infinito che sul viso mi soffiil tuo alito orribile d'ignotoe di mistero impenetrabile!
Il mio treno ubbriaco di lampi verdi e di vento fugge incessantemente, e rotola il suo galoppo di tuono con balzi e sussulti, con mezzi giri elegantissimi sulla curva dei binarî che brillano, tuffandosi nel buio con un pericoloso piegar spagnolesco dell'ànche, a picco su abissi senza fondo!…
E i miei ferrei cavalli trascinan sugli echi lo scalpitìo fragoroso dei loro zoccoli risonanti come campane, e la Notte li eccita con una irrefrenabile follia!
Colonne di fumo, braccia immense di negri inanellate di scintille e di sanguinanti rubini, spazzate, raschiate le fuligginose profondità del crepuscolo! Spirali d'oro e di cenere infocata, simili a spoglie d'un rutilante serpente, il mio cuor v'abbandona e vi semina attraverso lo spazio! Oh! godi, godi, Anima mia sfrenata! Se vuoi intenerirti, puoi seguir collo sguardo quei bianchi sentieri di sogno, su pei fianchi d'un colle, bagnati d'una serica luce nostalgica…. quei greggi di pecore, piccoli e pure immensi, che dilagano all'infinito, a destra e a sinistra per monti e per valli!… Oh! le pecore immote dai velli celesti e le lor fragili teste di polvere d'argento e i loro musi d'azzurro madreperlaceo, tesi verso la scapigliata corsa trionfale del mio treno!
Oh! per un solo momento divertiamoci dunque anima mia, a gustare quei bianchi greggi immoti, piccoli ed infiniti, che sembrano trottare e stan fermi, serpeggiando sbandati per sentieri di sogno…
Oh! per un solo momento divertiamoci dunque a singhiozzar sulla voce illusoria d'una zampogna lontana che mi piange in fondo alla memoria melodie appassite e tremanti sulle ciglia come lagrime di morte!… Così potrò sentire la tiepida angoscia di veder rifiorire per prodigio nei pianti della zampogna il mio lontano passato, tutti i miei soli defunti che di nuovo s'indorano nel mio cuore, e l'antico villaggio subitamente rinnovato, smagliante neldin-donsoleggiato delle campane!… Solo un momento ti concedo, o mio cuore!… Più non s'indugi!… Allentate i freni! Non potete? Schiantateli!… Che il polso delle macchine centuplichi i suoi slanci! Ecco: rimbalza il mio treno in un alone di fiamma e d'oro sanguinolento!… Oh! nere braccia di fantasmi, fate, fate girar senza fine le sue ruote dentate di fuoco, in una velocità esasperata, precipitevolmente, perchè io possa saziarmi di tenebre e di vento!
6.
La Tregenda.
Bene! Bene! o mio treno!… Hai ragione di disprezzare così la corpulenza oscura delle montagne rigide di silenzio, che d'ora in ora ingigantiscono sotto la loro cappa di nuvole. Via! Via! Corri veloce, diritto alla mèta, perchè io possa lodare il tuo coraggio!… Son vane le vostre minacce, vecchi Titani invisibili, che levate le braccia a tutti gli angoli dell'orizzonte brandendo in giro cime nere, sospese sopra il mio capo!… Io mi burlo di te, Scorpione colossale accosciato su l'altipiano supremo… tu che agiti in cielo le immense tue antenne armate di stelle sanguigne come di massacranti mazze dorate!…
Subitamente ànsima il mio treno, spossato e strisciante, snodando a fior di terra il suo ventre tenebroso, flessuoso come un gatto gigantesco. Soffia lontano il mio treno lo sgomento biancastro dell'alito suo, che si mesce alle scintille vomitate dalla valle…
Di qua, di là, appiattate nelle vaste pieghe del suolo, come in fondo a caverne ove brulichi una tregenda, officine dai cent'occhi di luce, rantolan senza fine, con le rosse bocche stupite dei loro grandi forni… Sembran malefiche gatte, che rizzano verso il ciel lunghe code di fumo globuloso…
E il mio treno dal corpo disossato con destrezza s'insinua sotto le rosee carezze dei loro grandi sbadigli di fuoco…
Ed ecco che una bava rossiccia di lava cola fuor dalle porte, mascelle scoppiate… Vi si rizzano scheletri di vecchie mendicanti dal passo spezzato, che vanno trascinando sulla loro schiena ogivale un gran fascio di fiamme!…
O mio cuor migratore, vuoi tu dunque esplorare la profondità dei loro occhi violacei?
Quella danza instancabile di sguardi infernali, quel ribollire di grosse lagrime specchianti dietro grandi vetrate, evocavano mostri intenti a fondere raggi massicci pel Giorno futuro… Simili essi ad orefici dalle dita sottili, manipolavano azzurri riflessi e cesellavan fuochi graziosi, con febbrili martelli fabbricando la grande aureola solare.
Frattanto un torpore malarico invischia l'acque stagnanti. I licheni sui greti son bruciacchiati dai passi infocati dei demonî che strisciano verso i rifugi delle streghe…
Maledetto scannatoio, lugubremente infestato dall'eterno gracchiare dei rospi inspirati!… Satura di fuliggine e striata di fosforo, l'aria s'infeltra tutta di vampiri dai grandi occhi di donna levantina…
Il mio treno veemente si scaglia nella rasa pianura, ove di tratto in tratto le tragiche officine si moltiplicano, lontano, nel buio, furtivamente come lucciole… Mi avvicino, e subito i fumaiuoli sembrano lunghe narici che febbrilmente mandino, a scatti brevi, nervosi, viventi fumi meticolosi!…
O follia, mia follia, giocoliera eterna! Al fumo tu dài l'apparenza d'un grande chimerico verme che rinnovi e senza posa rigonfi i suoi anelli, d'un chimerico verme dalla testa puntuta che sembra mordere il tetto inverosimile d'un'officina che pure esiste in fondo all'incubo!
Fiera, sinistra, inebbriata di solitudine, esasperata dalla minaccia degli abissi, un'officina dal gran dorso merlato grondante di spavento azzurrognolo, sorge d'improvviso, a una curva dei binarî, scoppiando in molteplici risate d'oro!…
Ridiamo, ridiamo, o mio cuore!… Non vedi? La fonderia ferve tutta d'un caldo sghignazzare nei suoi enormi forni che fiammeggiano! Orrore! Sussulta, la fonderia, come un cane infernale tutto intriso di bragia, e mi vomita in viso la sua fosforea rabbia e i suoi ferrei polmoni che crollano interminabilmente!
Cuore! Mio cuore!… Come avrei preveduto un sì orribil custode a quegli assurdi muri barcollanti lontano?… Come un ladro mi accolgono… Eppure sì poco bramavo io di vedere quella città che dorme fra le bende del Silenzio, come una mummia, sotto il giogo opprimente delle Stelle!
Si corra via presto!… Più lungi! Più lungi!… Ed io fuggo, mollati i freni, contemplando il sonno immemorabile della città suppliziata sulle grandi braccia in croce di quattro immense strade bianche!…
O Titani di granito, le cui braccia alzate brandiscono montagne sopra il mio capo, schiacciatemi sotto i vostri massi sospesi!… Già lo spavento agghiaccia le mie reni di bronzo con l'alito esasperante della Morte!… Delle pupille, dovunque, di porpora e d'ocra, mi stanno immote dinanzi, sbarrandomi la via…
Una fucina massiccia dagli sguardi diabolici, dalle guance imbellettate di sangue nerastro emerge lontano, come un volto d'Erinni, sotto innumeri serpi di fumi aderti e tôrti!…
Vuole atterrirmi forse? La compiango!… È sì pura delizia traveder, più lontano, sul tetto d'una officina, raggi infiniti che in angolo luminoso s'allargano, simili alle corna di luce che si vedono sulla fronte a Mosè, nei quadri sacri!…
Di sobbalzo in sobbalzo, con strappi crudeli e lunghe scivolate, il mio treno fa finta di schiacciar degli scheletri, e, a tratti, di saltellare su pance flaccide di cadaveri!…
All'intermittente chiaro di luna che pullula e piove dalle nuvole vedo sotto di me, nella campagna immensa, una città addormentata accanto a un fiume che maestosamente s'aggira, tirannico e bonario come un vecchio guardiano… Al chiaro di luna intermittente, i flutti non fingono forse una lucente armatura?
Ecco il fiume! Ecco il fiume!… Già siamo sopra il suo dorso! Danziamo sul ponte, sul grande ponte di ferro, tettoia dell'Inferno!… Danziamo nella gabbia del ponte, fra indiavolate sbarre intrecciate che fuggono come legioni di scheletri sbandati correnti in senso inverso alla corsa del treno!
Come potrà non inciampare il mio treno nell'orrido intrico dei binarî scintillanti? Attenti! Attenti!… Sono grovigli di serpi, sfolgoranti e dorati che combatton nell'ombra!… Son centomila, sono milioni di serpi che sotto il mio focoso galoppo s'ingolfano nell'ampia tettoia nerastra di una profonda stazione!… La corsa è finita!… S'arresta il mio treno, sbuffante, ansimante come una belva inseguita nella fonda sua tana!…
7.
Il Fiume tirannico
O perchè non volesti riposarti, mio povero cuore torturato dall'angoscia e dall'amarezza, mio povero cuore sballottato dal beccheggio del desiderio?…
In questa vecchia città insonnolita presso il suo fiume millenario, coricato come davanti a una porta un guerriero dormente dall'armatura che luccica al ritmo del respiro, in questa città vive la tua Josie adorata!… Dorme Josie, a quest'ora, nella sua piccola casa in fondo a una viuzza pia e raccolta che beata assapora la sabbia del silenzio, colante nella placida clessidra del suo verde giardino!…
È qui, Josie, e languidamente beve, con un dolce alitare, i filtri soavi del sonno sotto la tirannia crudele di un'implacabile stella fissa…. Te ne ricordi, o mio cuore?… Appena te ne ricordi!…
Eppure, Ella mi amava con tutto il calore vibrante del suo corpo, con tutta l'anima sua che in fiamme azzurre moriva nei suoi occhi purissimi!… Mi amava ella con tutto il miele della sua saliva felice, quando le mie braccia si sforzavano di amalgamare le nostre carni ed i nostri poveri cuori errabondi!… Era soave, Josie, e certo non avrebbe pesato molto il portarla fra le braccia per tutta la vita, verso il gran nulla della vecchiaia… Eppure!…
Ricordo la terrazza ove scorrevano le nostre belle sere, sotto l'azzurro, entro l'azzurro odoroso delle glicine, tra il gonfiarsi e lo sbattere dei panni multicolori distesi sulle corde e che sembravano vivere a un tratto la vita ardente e gioiosa delle vele sul mare!… Gonfi di vento, i panni multicolori volevano forse rapire a volo la terrazza e invitarmi a fuggire vagando via pel rosato cielo della sera!
In un impeto pazzo talvolta afferravo le sue piccole poppe gonfie di desiderio, come si afferra ad un tratto una vela vibrante a un brusco salto del vento, per raddoppiare il suo slancio verso l'abbraccio impossibile d'un lontanissimo cielo.
Quando le mani mie trepide slacciando e lacerando ogni gentile ostacolo strigliavano il languore estenuato e la purezza del suo corpo, a saziarne in ogni punto l'angoscia lasciva, la voce sua si rompeva ad un tratto in disperate grida: —Io sento, caro, io sento che tu non mi ami!— Dimentica, o mio cuore, quelle grida desolanti e sogna ancora, piuttosto, le delicate stelle che certe notti venivano a carezzarci le labbra! Stelle addomesticate dal calore dei baci!…
Sulla soglia, Josie, a notte alta,verso di me chinandosi, tese le braccia,m'offriva le labbra e versavami in cuoreil suo languido addio e le lagrimedella sua carne!Le sue labbra? Gli azzurri suoi occhi intrisi d'oblio?… E non seppi goderne!… Ero cieco, mio Dio!…
Nei tepidi meriggi, a primavera, sulla soglia, Josie mi porgeva le labbra attente e gli occhi suoi, prigionieri adorati del mio sogno. —Sei tu, amor mio?… Brutte cose ho sognato!… … Ho sognato che i ladri mi rapivano la tua bocca per sempre!… T'aspettavo, arsa la carne nella tunica ardente di un desiderio terribile, ed ero sì ebbra della mia attesa sfrenata, da volerne morire! I miei baci errabondi creavan senza posa il tuo corpo nell'aria della notte!… Ma tu, ma tu che hai, amor mio?… Il cuore ti scoppia… tremi tutto… oh! perchè, dimmi perchè ti vedo ansimare così!…—
—Saliti ho i gradini a passi giganti, come si sale con la spada in pugno la scala d'una torre, per piantarvi una bandiera di vittoria! Josie, Josie mia, mentre salivo a te, simile ero allo spasimo accelerato della lussuria che nella tua carne so spingere a forza di carezze!… Simile ero allo spasimo che ti morde le viscere, e a poco a poco bruciandoti il dorso, annegandoti gli occhi, soffocandoti il petto d'angoscia e di piacere, fa scoppiar la tua bocca in un altissimo grido, e lancia alfine la tua anima in fiamme nell'Infinito!…
«Tutte le mète io voglio raggiungere, voglio balzare su tutte le cime, insanguinandomi l'unghie ai più inaccessibili greppi! Ho paura che il Tempo nero dai passi veloci a precedermi giunga sui supremi altipiani d'un Ideale assurdo! Odo il tempo pesante dall'ossa di bronzo cozzanti già risuonare sui miei sentieri, panoplia sconquassata dal vento dell'inverno! Voglio che quella rozza morente, dalle budella profonde come sepolcri, domandi grazia ai miei garretti instancabili! Oh! come colmar la mia sete di spazio e d'impossibile e la mia angoscia nostalgica sulla sua bocca conquisa? Giammai, giammai Josie le tue braccia soavi potranno incatenare questo cuore bramoso di confondere la sua follia con la follia sfolgorante degli Astri!…
«Oh! che faremo noi due, reclusi nel nostro amore, sotto il serico lacerarsi delle brezze primaverili, quando la Sera, crepitante d'un desiderio sfrenato, verrà senza pudore davanti a noi a spogliarsi, offrendoci le sue mammelle ignude? Un simbolo è dunque, là giù, in lontananza, quel gran fiume d'argento, che sordamente vuol strozzare con una larga carezza la Città ebbra e sì vecchia, e sì rugosa, e sì fragile, già presa nei nodi gordiani della vasta corrente squamata di lune molli?
«O perfida Fortuna dal chiaro volto soleggiato, Fortuna che trascini il tuo gran corpo idropico squassato da un'eterna risacca sotto cenci d'azzurro mirabolanti, ben saprò vincerti, e fermarti contro un rudere polveroso, e forzarti, fra i lampi dei miei coltelli alzati, a concedermi alfine lo scintillìo magico e l'illusoria melodia che fanno le tue stelle monetate tintinnando sul terso metallo dei mari! Con ondate d'amore, con l'aerea freschezza di mille azzurre campane, che inaffian di felicità la nostalgia senza fondo degli spazi voglio che tu m'inebbrî sollevandomi l'anima fino alla vasta scalca d'un castello fantastico. Voglio che vi si spieghi, a saziare la mia rossa fame, lo splendore fumante d'un impossibil banchetto sotto i raggi intrecciati delle gemme e delle pupille lussuriose, e tra le fiamme lanciate a rimbalzello sull'acqua serena degli specchi!—
—Per sorbire, tu dici, dei vini colore di sogno?— —No! No! Per ingollare avidamente della gioia succulenta, poichè sempre, malgrado i bei demoni che sprizzano ignudi e grondanti di chiaro di luna, dalle bevande inebbrianti… sempre, malgrado tutti gli artigli e le chele roventi che le droghe m'affondan nella gola, con crudeltà di granchi mostruosi, io voglio lasciare la tavola sputando in viso ai commensali muti ed andarmene altrove, col sapiente occulto rodimento del rimorso e con gli ondeggiamenti d'una nausea amara che dovrò vomitare nella laguna della Morte!—
—È qui, è qui, la tua Josie!—Che m'importa? Tu lasciala dormire, mio cuore!… Ho bevuto lunghe sorsate d'orgoglio, vuotando a garganella l'anima mia inebbriante… Pietà! Già son ebbro e barcollo corro qua e là inseguendo il mio corpo e ad ogni passo incespico, sulla riva di questo fiume sinistro!… Laggiù… i neri campanili della città rugosa remeggian nel cielo inarcandosi l'uno sull'altro per cercar d'infilzare a casaccio le Stelle come monelli armati di forche a rubar degli aranci!…
Orrore! Orrore! Il terribile fiume ora strangola la città dove dorme la donna che adori!… Il fiume febbrilmente allaccia nelle sue spire d'acciaio la città dai lunghi campanili puntuti, che cadono nel buio, ciascuno con la sua stella tutelare, infilzata come un fulgido arancio già marcio ma ben guadagnato!—
8.
La posta del giuoco sublime.
Un'altra volta, un'altra volta ancora i venti selvaggi dàn fiato alle trombe per invitarmi a raddoppiare lo slancio del mio galoppo e le mie scivolate diaboliche sui binari animati che fuggono, e le mie ruzzolate coi piedi innanzi entro ferrei stivali verso il fumoso nulla dei prati in pendio.
Lo so: io devo raggiungere in un angolo dello spazio le vostre corse disinvolte, o Stelle, e sorpassarvi, poichè lasciaste le strade di luce che vi son consuete, e correte lontano agitando le braccia in segno di sfida! Io vedo il grande vortice e la corrente che sospinge le vostre coorti di fuoco… I vostri gesti azzurri a un tratto si moltiplicano fra la cupa architettura delle nubi rugose, simulando grevi tetti e porticati profondi! È ben questo un complotto di guerrieri in maglie d'oro a un romoreggiante quadrivio di città medioevale, con flussi e riflussi di lotte a corpo a corpo, e corazze fracassate, e rossi colpi di spada che trinciano l'angoscia nera del silenzio infinito!…
Avanti! Avanti! Al disopra della ribellione che si propaga a poco a poco negli eserciti vostri sfavillanti, udite, Stelle d'oro, l'alto grido: «Avanti! Avanti!» che vi rimette in sella sopra il dorso illusorio e fra la danzante criniera delle vostre nuvole?… Udite il grido che ancora m'incalza?… Olà!… Urlatemi dunque qual'è l'aurea posta di giuoco che promessa vi fu laggiù in fondo al cielo?… È dunque assai bella, la mèta lontana a cui correte?…
La pianura s'è mutata in un oceano vasto di bruma vellutata e intirizzita di mistero, eppure il mio treno vi si tuffa con mollezza irresistibile… stupito di fracassare ad ogni istante il colossale tamburo di un invisibile ponte levatoio… Sono allora singhiozzi di bronzo e rimbalzi d'artiglierie gettate giù dai bastioni, in un fossato… Troppo tardi!… Vedete, il mio treno è impazzito!… Calmate, se potete, l'atroce frenesia, i battiti del suo gran cuore arroventato e i rantoli bollenti della sua caldaia, e il suo soffio possente che guaisce e si lagna bagnando gli echi delicatamente d'un miagolìo nostalgico di zufolo!…
Stelle! o mie Stelle!… Fissata, è l'ora delle vostre sconfitte! Stelle stravaganti, esultate per l'ultima volta! Inebbriatevi al tintinnare dei vostri carriaggi adamantini! Lanciate a corsa i vostri cocchî di gemme, sotto lo scampanellare delle fulgide redini di perle!
V'ammirano i Saggi, vi credono tutelari; ma invece io darei mille vite per mordervi e per mangiarvi il cuore bevendovi il sangue!
Accetto la sfida!… Più presto!… Più presto ancora! Senza posa nè riposo!… Mollate i freni!… Non potete?… Schiantateli!… A destra, a sinistra io vedo neri mulini dinoccolati, che sembrano correre, a un tratto, sulle loro palmate ali di tela come su gambe smisurate… La luna versa a ondate i suoi chiari beveraggi di delirio e d'amor sovrumano, il suo veemente desiderio di correre con la spada in pugno sopra infocate mura, verso il bacio morente delle bocche immortali… La luna inaffia e abbrucia col suo liquido argento vivo le curve solenni d'un paesaggio illimitato, ungendo di forza e di coraggio i muscoli induriti delle colline striscianti… I torrenti non sono più che lucidi intrecci di spade!…
La luna empie lo spazio d'una immortalità sublime, ove subitamente le montagne lontane, accentuando l'audacia della loro postura insolente levan alte nel cielo radiose facce superbe!… L'orizzonte merlato di rocce titaniche con gioia si ritempra in un'acqua d'eroismo e le cime bagnate di atmosfere divine aspettan con angoscia i passi rudi d'un nuovo Dio!
Il mio treno scrollandosi qual folleggiante monellogetta alfine il suo lungo cappello puntuto di fumo,per meglio tuffarsinell'oceano indiasprato del chiaro di luna….Ora la vasta pianura ha vaporose pigriziefingendo d'inclinarsi come una morbida spiaggia…O sfolgoranti sciami di viventi scintille,danzanti mosche d'oro dall'elitre di zolfo,io vi son grato perchè tanto punzecchiatele affrante groppe dei miei vagoni arrembati,esasperando il loro spaventoe il desiderio instancabile che li anima!…
Sull'immensa pianura tenebrosa e schiacciata che stride qua e là di grida bianche sotto gli aguzzi raggi delle stelle, elevan le montagne la loro sprezzante alterigia tenendo alzata colle loro braccia nodose l'ombra fresca delle valli, come un gran manto di velluto nero.
Ed ora le montagne già stanno per gettare sulla mia fuga tabarri di sonnolenta frescura… là, là… guardate, a quello svolto sinistro… Presto! Ancora più presto!… lo devo fuggire, fuggire… nuotando estasiato sul fiume inebbriante degli Astri che si gonfia in piena nel gran letto celeste!…
O morte pianure, estenuate sotto i vivi pugnali della luce, pianure d'ombra bituminosa, crivellate di raggi, senza fine, ben potete soffiarmi in viso l'alito purulento del Rimorso!…
Molli pianure del passato, intrise di pianto, visitate dai curvi fantasmi del ricordo, io vi scavalco sul mio treno impennecchiato d'orgoglio e mi dondolo in cielo, vogando in accordo col ritmo impetuoso e la cadenza meravigliosa di questo fiume stellare! Che importa se il mio cuore si lamenta, spossato, traboccante d'amarezza, stanco d'ebbrezza titillante, gonfio di gioia grossolana, e pur tanto leggiero, sottile, come impalpabile, per aver troppo bevuto alla diaccia lusinga della velocità verso la notte vorace dell'Infinito?… Ah! che il mio petto scoppi al pulsar del mio cuore!… S'allarghi, s'allarghi il mio cuore, inghiottente e rosso come il bacio voluttuoso con cui il sole disseterà l'agonia della terra!…
A piacer tuo, mio cuore disilluso!…Nulla deve arrestarti, malgrado l'immensa stanchezzae l'immensa disperazione!Nessun'oasi più, sulla terra, per la tua sete, o cuore!
Senza terrore contempla la curva Notte, ammantata nelle sue tenebre a lunghe pieghe, che verso lo Zenit trascina la Via Lattea come una enorme rete d'oro, piegando sotto la follia ed i fulgidi guizzi delle stelle squamate come anguille!… Oh! mangiane, se vuoi, per saziar la tua fame!…
Lo sai, che queste stelle, grappoli succulenti di luminose uve gonfie di rosso sugo, uve che maturarono al basso del ceppo inzaccherate dei vapori cocenti che all'orizzonte stagnano… lo sai, mio cuore, che questi grappoli siderali sono assai più saporosi d'ogni altro grappolo d'astri? Ecco di che placare l'immemorabil tua sete!…
Città rugose dai ponti neri le cui tremule dita affondano nella giovinezza chiassosa dei torrenti… Città inchiodate dalla paralisi, che contro le nubi in urti sonori spaccate la fronte vibrante dei vostri campanili cascanti dal sonno… non vi stancate invano a trascinar lontano dietro al mio correr veloce le vostre mura crollanti! Piuttosto riposatevi, e rimanete così, tutte adunche d'invidia e di rancore focosamente immote, ebbre d'odio, perduti gli occhi a contemplare gli uccelli migratori che fanno soste brevi sui vostri lunghi campanili, per schizzar fimo e rivolarsene via con la stanca indolenza disdegnosa delle loro ali librate!… Urrà! Urrà!… Cantate! Ballate, miei cari desiderî suicidi! Suvvia, fieri demoni che pedalate furiosi cavalcando senza sella le ruote giganti del mio folle treno!… Addosso! Addosso ai monti!… Dobbiam superarli, poichè domani il Rimorso forse potrebbe schernirci ed avrebbe ragione!… poichè la Morte—pensate!— potrebbe domani afferrarmi alla cintola ed obbligarmi a lasciare le staffe!…
Monti! Mammùt in mostruosa mandra che pesanti trottate, inarcando le vostre immense groppe, eccovi superati, eccovi avvolti dalla grigia matassa delle nebbie! E odo il vago echeggiante rumore che sulle strade stampano i favolosi stivali da sette leghe dei vostri piedi colossali!…
Lampi! o bei lampi, io disdegno i vostri colpi d'ascia violetti, vibrati in pieno sul mio nero cuore! Lampi! o bei lampi, io disdegno i vostri scatti sonori!… Urrà! Urrà! Venti che volete uncinarmi coi vostri lunghi raffi allo svoltar delle valli, io vi ho sorpassati, frantumati, vinti!… Urrà! Urrà!… Son sorpassate o vinte le cupe Città suppliziate sulle grandi braccia in croce delle candide strade Vi ho sorpassate, foreste gesticolanti!… Ed ecco già sull'arco lontano dell'orizzonte il Mare dalla lucente armatura lunare!… Oh! Ebbrezza di tuffarmi nell'onde, fra l'alito effuso del largo, saturo d'al di là!… Ed ora, a noi due, bel Destino!… Giochiamo alfine la nostra partita sublime!… Folle partita che intavolare dovremo sull'immenso tappeto del firmamento, in fretta, in fretta, assai prima che l'Aurora dalle mani scarlatte venga con un gesto furtivo di baro a rubarci, l'una dopo l'altra, le stelle bipartite di nero e d'azzurro che sono i nostri dadi fortunosi!
9.
Il Demonio lusingatore
O laceranti fischi, bei lampi a zig-zag!…
Sono fosforee forbici di streghe, che tagliano il velluto e l'orpello delle nuvole, con ebbrezza squarciando i palpitanti panneggiamenti delle tenebre seriche per farne il mio sudario?
Ben vedo sulle cime lontane fili d'oro ondeggianti che mostruosi gomitoli sdipanano a casaccio, mentre il Vento dal lungo pelame di gatto d'Angora si trastulla con essi, agitandoli con la sua morbida zampa…
I fischi funerei del vento squartano senza fine con l'accese unghie loro il cuor sanguinolento della macchina!…
Che il mio treno voglia forse disossarsi per mordersi meglio con avidi aguzzi denti, inondando gli echi del suo dolore irreparabile e gonfiando d'amarezza la notte ebbra delle lagrime contenute delle Stelle?…
Ah! no!… Non più singhiozzi!… Mi spezzi la schiena! Vuoi tu dunque, o mio cuore, commuovere fino alle lagrime gli echi femminei che un tempo conobbi sulla mia strada e che ancora m'attendono, in ginocchio, preganti come domestiche curve intorno a un'agonia… alla mia agonia danzante e frenetica?…
Il mio cuore trabocca, gronda il mio cuore d'un orgoglio fantastico e temerario impennacchiato di rumorosa ebbrezza e agghiacciato di freddo terrore come una coppa dichampagneavvelenato!
La morte? M'annunciate la mia morte?… Lo so: laggiù, in quella città stretta dall'odio sotto il suo campanile alzato come un pugno nero…. lo so: nell'intestino fumoso di una viuzza, dietro la porta chiusa d'una bettola, la Morte m'aspetta… (È là ch'ella vive!) Essa, pezzente scarnita sotto i suoi stracci di nebbia, è là da sempre, seduta a una tavola, e tende al visitatore predestinato la sua faccia d'incandescente cenere, in cui sfavillano occhi di stagnante putredine!…
Orrore!… Mi sento sulle guance e nell'ossa il tenebroso brivido di un abbraccio mortale!
Serrate i freni!… Son rotti?… Che fare? Bisogna dunque che io abbandoni la pazza frenesia del mio treno alle ostili sdrucciolate del binario! Vedete? Come potrei rallentare il mio slancio ed il ritmo possente del mio cuore nero?
Esploro lontano, e vedo tettoie formidabilidagli occhi di porpora, arrotondati dall'attesa,che s'accosciano intorno alla fumida boccadella stazione,sulle matasse e le trecce dei luccicanti binarî…Le sinistre tettoie a quando a quando oscillano,come nordici pescatori dal gabbano incatramatoche agli scogli s'aggrappan, nello sforzodi trarre a riva grandi reti ricolme di pesca…
Lo so: voi mi aspettate sotto i vostri sonori cappelli di latta dalla falda piatta, aperte le braccia per regger nasse immense, in cui presto (voi lo sperate, lo so!) il mio folle treno balzerà assurdo e guizzante come un pesce preso. Sono un pesce, lo ammetto!… Ma ribelle, ma invitto!…
Che! Nulla vi spaventa?… Eppur le mie rosse branchie soffian lontano un alito di fucina, e le raffiche sferzanti, che torcono i vostri cappelli di latta vibrante, sapranno atterrarvi!… Ebbene? che dite? Questo vento pesante non potrà soffocare il vostro violento ansimare?
Oh! davvero vi ammiro, o sacripanti irrigiditi nello sforzo d'inchiodare le vostre fatidiche nasse agli scogli della riva! Ma non importa: io sono indomabile e posso flettermi come un'anguilla, cacciandomi attraverso le strette maglie, e mi diverto oltremodo ad ascoltare i vostri gridi gutturali di vapor crepitante!…
Sento incessantemente le mani impazienti d'un Dèmone carezzevole, furtivo, onnipresente, che senza sforzo mi strappa con le unghie dorate un occhio:… gli occhi… le ciglia!… Oh! qual delirio! Quale orrore squisito! Le sue unghie s'accaniscono a lisciarmi la carne del volto, e la sua bocca vorace passa e mi mangia le labbra!… Il mio volto è spianato, levigato come i Cristi scolpiti sui vecchi reliquiarî, divorati dai baci d'innumeri pellegrini… Grazie, grazie, Demonio di Frenesia e d'Impossibile, poichè certo sei tu che sazî la tua fame sulla mia faccia!… Sei tu che rivesti il mio corpo d'invisibili labbra e di elettriche nari!… Per te, tutto il mio corpo beve, mangia e fiuta il soffio glacial della Morte!…
Un urto brusco!… un grande scrollìo di cerniere!… Ah! maledetto guscio di tartaruga! Il mio treno è incatenato! Io ne fuggo fuori rompendo i vetri, come un lupo che scappi abbandonando la coda superflua, (non è forse un oggetto di lusso?) alle mascelle d'una trappola!… Ed entro finalmente nella città!…
10
Il Veliero condannato.
Già il cielo nero si gonfia del singhiozzo straziante che il mio cuor condannato sta per lanciare allo Zenit… Alba sinistra e macerata d'angoscia!… Alba contratta! Il vento, agonizzando a un quadrivio, aguzza un suo rantolo estenuato… O vento crocifisso dai chiodi delle Stelle!… Riboccano le vie d'un bitume di folla tutto fumante di tenebre, che scuotere sembra penosamente la corpulenza delle facciate. E dovunque il soffio selvaggio del mare s'ingolfa con fracasso, sbatacchiando le sue mille teste dai capelli ritti, le sue mille braccia, le sue mille voci a trivello… E il Terrore dovunque m'insegue da presso pungendomi le reni con la spada!… Pennacchi crollanti di fumo greve e grasso invischiano orribilmente il tumultuar della folla, che svolge intorno a me i suoi tentacoli di piovra colossale dalle ventose fetenti… Maschi e femmine… tutti mi somigliano! Sei sempre tu, Demonio delle Frenesie, che divorasti loro la faccia… Oh! eterna lebbra!… … Come a me?… Come a me!
Nessuno sentiva l'angoscia e il crudele rimorso d'aver perduto così i proprî lineamenti, la propria maschera, il proprio viso fra le unghie d'un ignoto, per amor dell'Inferno o del Cielo? No: per amor delle Nuvole! Ecco: una donna!… Le mie dita t'hanno riconosciuta!… Per le poppe t'afferro… Gridami dunque, gridami se senti l'orror della mia faccia corrosa! E non hai tu la brama angosciosa di sapere il delitto, la follia, la disperazione nascosta dietro la mia fronte d'avorio? Poichè son io, il colpevole, il condannato a morte che trascinate senza saperlo verso il nulla delle vostre vendette!… Forse lo ignori?… Silenzio… Sanno farsi capire le mie dita, affondando nella tua carne?… Hai tu compreso?… Ahimè! Io non sento che un pesante scalpiccìo molle di piedi nudi sulla strada fangosa, che sembra fermentar d'odio sotto i miei passi…
A destra ed a sinistra, le mura delle case furtivamente fuggono fra l'ondeggiare dei fumi e delle fiamme… e la folla si spande, sinistro ventaglio di palpitante velluto, nell'ombra spaziosa dei moli e delle banchine… delle banchine immense di questo porto fatidico!…
Ecco! Uno dopo l'altro gli schiaffi colossali di un'ondata che s'erge, impennacchiata di luna verde, imprimono alla folla sussulti e risacche violente in cui rapido piroetta il mio corpo.
Orrore! che mai vedo, in lontananza, in cerchio intorno a me?
Non tremare, o mio cuore!… Digradanti sui declivî dei monti lontani vedo le case nere che scendono, sbarrando i loro vetri rossi, col dolce sghignazzare e col sorriso truce dei loro vecchi balconi sdentati…
A me intorno la folla automatica e bituminosa si mesce e si confonde coll'agitazione del mare. Ma da ogni parte fiammeggian pupille, pupille vive di case precipitanti il loro galoppo fantastico, di gradino in gradino, dall'alto al basso di questo gran circo di monti, per vedermi e seguirmi con un lungo sguardo inesplicabile.
Le finestre battono le palpebre, rapide, poichè la bufera raddoppia.
Il porto cupo altro non è che un vasto scricchiolamento d'alberature infrante sotto lo sforzo delle vele dal ventre squarciato, saccheggiato da artigli feroci!… Aiuto! Aiuto! Il vecchio porto contorce la sua immensa carcassa schiacciata di capanna masticata dal fulmine… Aiuto!… La tempesta?… Ah! no!… Questo è un assalto di onde dai denti di lupo!… Sembrano lupi furibondi per fame, che s'avventino sulla porta d'una casa, e in torrenti accaniti penètrino dalle finestre!
Un gran veliero leva alto il suo scheletro davanti a me, sul molo. Le sue ossa piegan sotto cordami simili a budella.
Accorrete dunque in folla, o case scellerate dalle facce forate di pupille febbrili!… Inarcate le vostre braccia e i vostri tetti coperti di tegole… Issatevi le une sull'altre, per assaporare il sublime spettacolo della mia morte!
Uragano! Uragano dalla bocca tôrta come le vaste brecce che il fulmine di Dio scava nella fronte dei templi sacrileghi, scatena, scatena dunque la muta delle tue onde dai denti di lupo!… Urrà! vedo la lucente madreperla delle lor zanne, che si arrota, intaccando il molo irremovibile, qui sulla soglia di questo gran porto, le cui alberature oscillanti sussultano crollando giù come travi carbonizzate!…
Urrà! Urrà!… Mentre dunque l'Angosciadelle Angoscie mi serra feroce la gola,io mi rizzosull'altissimo cassero di questo veliero spettrale.Alfine, o mio cuore, prepàratia goder della festa gloriosa che la Morte,tua patrona, t'appresta nei Regni del Nulla!…Fa presto i tuoi voti, o mio cuore,i tuoi ultimi voti assurdi!…Sul mio capo, le vele si gonfian mostruose,e cozzan le loro mammelle e le lor pance di streghe,Il molo è superato!… Uragano, mi strozzi!O Luna verde, mistico ragnoche con laboriose zampe intrecci i miei cordami,lascia dunque ch'io vomiti l'anima mia freneticasulla tua bocca triangolare!… Bevisulla mia fronte l'ebbrezza e la demenzadel mio sogno!… Il sognoè un tormento dalle delizie divine,ma pur sempre un tormento!…Tu mi schiacci, Uragano!…Terrore!… Ecco le onde dai denti di lupo!…Io vedo i vostri occhi di porpora acuta!…Io sento i vostri artigli… Li sento!… I vostri dentimi màstican le guance!… Oh! il doloredi morire addentato da voi!…Ahi! Ahi! Sto per morire! Il mio pettoè infranto!… La mia carena scricchiola e si lamenta.Vele impregnate d'azzurro liberatore!Vele arricchite dei fiori dell'orizzonte!…Stridente alberatura, tu sfondi il mio corpo!…Ahi! Ahi! Più forte!… Ancora! Ancora! Ancora!Tu godi, t'inebbri, a schiacciarmi così?…Anch'io ne godo!… Anch'io m'inebbrio!…Baci dei venti!… Assolventi carezze dell'Infinito!Io v'assaporo con tutte le labbradi tutte le mie ferite!…
Oh! Spazio!… Spazio!… Il mio Desiderio, folle nuotatore uso ai tuffi più audaci, con furore t'abbraccia nella schiuma volante e nel vento rapace!… A me il Sogno sommergente e l'estasi ondeggiante delle foreste sottomarine! A me il verginale sbocciar delle perle!… Alito assopente, trascinami per le immense pianure di corallo, sommerse!
Aroma dei mari notturni già spalmati d'aurore profumanti!… Malinconia delle piovre che snodano il loro sonno contemplando dal profondo dell'abisso, attraverso l'elastico cristallo delle acque, il greve sole levante galleggiar molle e vermiglio sul mare come una favolosa ninfea d'oro!…
Aroma evocatore di paradisi perduti, tutto il mio corpo a brandelli beve il tuo vigore divinizzante e muor di te senza fine!… Ahi! Ahi!… Mi sento morire!… Morire!…
8.
(Canto che finisce in prosa volgare).
Quand'ero adolescente, io venivo ogni sera a mendicare oblìo sotto bassi soffitti, saturi di luce, seguìto da allegri compagni, l'uno a braccetto dell'altro, e coiFumi, miei vecchi amici fedeli, agili e beffardi giocolieri d'azzurro vestiti e di grigio-perla, abilissimi nell'arte di far scomparire le apparenze con una piroetta, e d'imbrogliare i fili delle nostre memorie.
Tutte le sere,le Luciin tumulto si radunavano là, spesso ferite a morte e sanguinanti ancora dopo una rissa a corpo a corpo con l'Ombra implacabile… ma sempre ugualmente pronte a scoppiar dal ridere e a lanciar fino al cielo le loro bianche grida di martiri inutili! Io pagavo loro da bere, volentieri, del Nulla a tutti e del Fuoco in bottiglia, perchè già sono buoni diavolacci, nottambuli impenitenti che s'affollano al crepuscolo, in quell'antro, per soffocare in sinistro complotto il gran Sogno maledetto, il gran Sogno ossessionante e puro delle notti divine…
Bisogna pure, infatti, strangolare il nostro Sogno, in qualche posto, allo svolto d'una viuzza infame, o in un postribolo, o, meglio ancora, in un caffè-concerto, tra i vasti specchi mendaci che sanno scusare i nostri delitti e le nostre tristezze, moltiplicandoli!…
Specchi sôrti ad un tratto, come miraggi di trasparente frescura, nel deserto soffocante e nostalgico dei caffè notturni!… … In voi più che altrove si può uccidere il Sogno, per poi, più tardi, nell'ore gialle dell'alba, portarne via il cadavere a lenti passi, e gettarlo in un nero canale, semplicemente, come si vomita il mal di mare dal parapetto di bordo!…
Quando non lo si uccide, bisogna metterlo in fuga, con gran fracasso, picchiando su la latta rovente del suo cranio, come fanno gli Orientali, quando sbattono l'una contro l'altra casse di petrolio, per sciogliere l'amoroso abbraccio del Sole e della Luna in eclisse…
Subitamente gliAlcool, ritti intorno a noi, gesticolan dimenando la pancia e le tonde facce apoplettiche simili a culi di vecchie scimmie, e parlan tutti insieme per aver tutti ragione. Quand'ecco cento odori vischiosi e granulosi vi palpano dolcemente le nari o bruscamente vi tiran pel naso…. e si vaga, non si sa dove, fra l'urtarsi dei Sosia, che fanno smorfie e lazzi nei mirifici corridoi degli specchi profondi… Allora, orchestre pesanti si scagliano su la calca, come orde di negri, con urli selvaggi e saliva schizzante tra i denti, con precipitosi tam-tam e con penne variopinte piantate ritte nei capelli crespi…
E nella folta notte dei loro volti, a quando a quando, al ritmo della danza, brilla il gran lampo sbrandellato del loro sorriso di neve scintillante!… Ma già i salti pazzeschi delle orchestre s'incrociano e s'imbrogliano ne' miei nervi, e si urtano tumultuosi, e dànno impossibili tuffi, piegati in due, dall'alto di neri vascelli…
Oh! i caffè-concerti della mia giovinezza, dove trascinavo la mia Anima barcollante, come si trascina, appeso al braccio, dopo un'orgia un amico briaco fradicio, per coricarlo su un qualche divano!…
Ci sedevamo a un tavolino, io e la mia Anima, a notte inoltrata, per aspettar la Gioia, e sentivamo piegarcisi le ginocchia, oppressi dal peso di un'infinita tristezza, forse millenaria! Avevamo al collo grevi stole di noia, e curvi stavamo come vecchi preti, stanchi, assai stanchi di far sacrifici al nostro idolo antico!… Oh! i brividi delle nostre braccia che sollevavano, fra dita malferme, verso il soffitto coppe funeree: assenzio o rhum! E brillavano, fantasmagoriche, le bevande, sgranando l'ombra loro e il loro fosforo prima d'assolvere i nostri rimorsi!…
Poi, ad un tratto, al disopra dei nostri pallori le lampade elettriche brandivano i loro cuori bianchi, tenendoli stretti fra dita di ferro, così da farli gridare, spumanti di latte azzurro… Oh! poveri cuori feriti delle lampade elettriche… Oh! cuori di fuoco, contusi, spasimanti per mille dolori, sotto mille pugnali indifferenti e placidi, pugnali arroventati!…
E quei pugnali di luce si volgevano contro di noi, inchiodando le nostre volontà ipnotizzate sui divani profondi, dalla carne scarlatta grondante di lave, sui divani profondi come un tramonto doloroso d'autunno, affranto da voluttà cocenti e nostalgiche.
Talvolta le lampade elettriche ci versavan nel cuore chiari di luna acciecanti, acidi e corrosivi, nei quali i nostri profili, le nostre lussurie e i nostri desideri metallizzati apparivano ad un tratto cesellati nella madreperla e nell'acciaio scintillante…
Una sera, me ne ricordo, dei vecchi Soli disperati rotolarono, con gran fracasso, sotto il soffocante soffitto, tra le macerie delle nostre tristezze, come in fondo a cave di tufo abbandonate che ardessero fra turbini di polvere…
Allora la mia Anima, a me accanto seduta, comprimendosi il petto con le mani e agitando il capo stanco, si mise a piangere, vinta, compassionevolmente, come un cane lapidato!
Ed io le dissi:—Anima mia! Povera Anima mia! che vuoi? Qual nuova pena inconsolabile ti tormenta? Lentamente la mia Anima sospirò allora il suo lamento: —Tu conosci la Donna in fiore dalle labbra di profumo, conosci la Donna dagli occhi d'azzurro attiranti che amo ed aspetto dal giorno che seppi la speranza di vivere, la fame d'amare e godere… l'amante che le Stelle mi promisero, nel passato, sui bei laghi della mia giovinezza piena di cielo!… Oh! io vorrei questa sera inginocchiarmi davanti a lei, e spiare il suo sorriso come spiavamo, io e lei, dall'alto d'una scogliera lo sbocciare felice degli astri sul mare!… Ma Ella non verrà, la Donna in fiore dalle labbra di profumo!… Uno stregone, forse, la fece prigioniera mentre passava per qualche sentiero notturno!—
Ancora! Ancora! Moltiplicate i vostri zig-zag, instancabili archi dei violini! Archi febbrili che una strana pazzia incatena agl'istrumenti, segate, segate furiosamente il cuore dei violini, e demolitemi l'anima, archi vibranti e slogati che sussultate, più rossi di martiri scorticati vivi, inchiodati in croce!… Oh! Indugiatevi dunque, perdute le mani, a strizzare senza fine le stanche mammelle, le mammelle esauste delle bestie agonizzanti, per trarne, per trarne senza fine del dolore!…
In un terribile incubo, a un tratto, l'orchestra si gonfiò come dorso di balena, fra uno scorrere diffuso di amare nostalgie… Allora, gigantesche brenne presero a inerpicarsi per la china d'un calvario esecrabile, intimo calvario che s'erge nella mia carne!… Scalpitavano nel mio sangue, le fantastiche rozze, arrampicandosi per la salita del mio passato… Le loro groppe montuose, scheletriche, crocchiavano come colossali panoplie. Enormi, le loro ossa, che quasi spuntavano nude, reggevano l'ampia pelle, come un mantello teso e sollevato su punte di lance!…
Le cavalle mostruose dell'orchestra mi scalpitavan fra i nervi, come fra i grevi cordami di una nave squassata dalla burrasca, e il mio terrore cresceva quando le cavalle balzavano, fingendo ad ogni istante di saltare dal ponte giù nell'immenso naufragio!…
Io tremavo, al sentire mani unghiate di ghiaccio pettinarmi a piccoli strappi i capelli, che mi stavano ritti sulla testa! La mia Anima accanto a me, sommersi gli occhi nel sogno, borbottò, come una mendicante allucinata: —Vedi? Questa bevanda ha la soavità inebbriata d'un crepuscolo ardente in cui lentamente inverdisca e si copra d'ombra un bel volto agonizzante… Appunto in un crepuscolo così dolce, io sogno di vederla apparire e venirmi incontro a braccia aperte!—
Allora sui nostri pallori cadaverici, sulla mia Anima e su di me, i violini immensificati, inarcando la groppa del loro suono, soffiarono come gatti l'odio acido e giallo della loro gola bavosa! E la mia Anima esaltata gridò con voce sorda: —Amico! Amico!… Guarda! Non vedi tu un'isola rossa, ardente, insanguinata sbocciare per miracolo, simile a una ferita, sul mare d'ametista?… Un'isola presa fra le maglie d'oro di una purissima sera in deliquio sull'acque?… Non vedi tu un'isola in fiamme che dondola come una vasta rosa vellutata?…
Le sue rive son petali colorati di carminio che sembran vivere e palpitare sotto la languida carezza dei flutti… Guarda! Quelle rive s'accendono, man mano che la nave s'approssima… L'isola è tutta imbottita di folte verdure; l'isola gronda di gomme e di lacche rosee, che tingono i nostri cordami… Non senti? L'aria crepita e brucia come un incenso. Vapori dorati di miele avvolgono gli alberi lungo la riva! (—Sacramento!… Chi è quell'animale, quel porco che ha urtato il mio tavolino?…) Amico, guarda! Il Sole scarlatto agonizza sotto un soffitto di nuvole… Il Sole è schiacciato, a mezzo il corpo, sull'orizzonte, e pare una bettola infame, dalle rosse tendine accese!… Il Tramonto non è più che una lurida osteria, per metà sepolta sotto il pavimento montante del mare che oscilla!… (Oh! Dio!… Cresce il rullìo, e già ruzzolo nella nausea impura d'un assenzio infernale!… Certo, s'impastarono ossa di vecchi demonî, per distillare questo elisir d'oblìo!)—
Con un lungo urlo di rabbia, il Sole ha rantolato sotto il tetto pesante delle nubi, laggiù…. Nuvole di sugna, dagli orli aranciati che lentamente assopiscono l'isola felice!… Ah! mi ricordo, mi ricordo, d'aver vissuto, un tempo, in qualche vita lontana, sulle vermiglie sabbie di quell'isola che chiude ad una ad una le palpebre brune delle sue calde verzure!… E mi ricordo d'una sera, come questa inconsolabile e pura!… Ma è troppo tardi, ormai!… La mia amante dalle labbra di profumo non verrà più, poichè è l'ora che i serpenti s'intrecciano in molli tappeti sui sentieri fioriti dell'Isola felice!…