DALLA PADELLA NELLA BRACE.Chi legge — se ha una carta d'Italia disegnata su una scala un po' alta — tracci una linea retta fra Sant'Agata Feltria, in terra di Romagna, e il convento della Vernia, in Casentino, un luogo altrettanto famoso quanto poco noto agli italiani che non siano lì del luogo.Quivi san Francesco, il Santo nostro che rinnovò Cristo con nuova italica lietezza d'amore, ebbe le stimmate ad imitazione di Nostro Signore; e le rondini della foresta selvaggia e sublime, che incorona il monte rupestre, col grido continuo vi dicono: «le sorelle nostre accompagnarono il Santo e si posarono sulle sue spalle, sulle sue mani, quando egli qui venne!» Tracci — dico — una linea e non vi troverà sentiero alcuno o villaggio. Bisogna montar l'alpe, poi si cala in Casentino e si risale quindi la Vernia.Per quella via noi passammo.In linea retta, o meglio, a volo d'uccello, saranno a far di molto, venti miglia: invece, dovendo di continuo salire e scendere per i monti, la via si raddoppia; e il fatto è che noi, partiti da Sant'Agata che le stelle erano ancora alte, giungemmo al convento appena in tempo, giacchè dopo l'ave-maria il frate portinaio chiude, e chi è dentro è dentro, e chi è fuori si trova a mal partito e solo i grandi faggi gli possono dare ospitale ricovero, chè, lì d'intorno, per un raggio di più e più miglia, non v'è un casolare.*Noi si era in cinque, comprese le bestie: due somari, i quali nel paziente loro animo non debbono di certo aver benedetta la memoria di san Francesco; una giovane signora la quale accampò certi suoi diritti per seguirmi, per quanto io le dicessi: «bada che non sarà il viaggio di nozze!», poi c'era la guida, che fa quattro, un vecchio ignorante, secco esbilenco che amava più di star su l'asino che di camminare, ed io.Era il mese di luglio.Quando si levò il sole eravamo già nel regno delle felci e delle ginestre. Rocca Pratifa si perdeva in lontananza: davanti l'Appennino deserto, selvaggio, e noi su e giù per sentieri che eran piuttosto tane e rompicolli, con certe pietre che le vie dell'Abissinia non ci sono per nulla; e il sole dardeggiava su quelle rocce cineree, e non un filo d'acqua. E la domanda continua era: «O, dov'è la Cella! o, quanto manca alla Cella?» chè quivi la guida ci avea promesso la prima sosta, e bel ristoro, e buon soggiorno.Vi giungemmo alle dieci, e non so come pensai a messer Ludovico Ariosto. È quello della Cella un paesaggio ariostesco: una conca di smeraldo, rotta dall'argento di un rivo, intorniata da neri abeti e faggi, bellissimi. Il nome intero della Cella è: Cella di sant'Alberigo o Romitorio d'Acri, in orrida e profonda valle, allora sorrisa dal sole, sopra cui si eleva il monte a tre dossi della Cella. Abitarono quel romitorio i frati bianchi di Camaldoli, sin dal mille. Oggi non frati, non campana,ma una grande ruina di cadenti edifici. Se vi fosse spuntata Angelica sul bianco palafreno, nessuna meraviglia: vi spuntò invece un villano che parlava mezzo romagnolo, mezzo toscano, e disse che vino non ne avea, ma avea una ricottina fresca e delle uova. Ci guidò per i labirinti di quel grande edificio in ruina, nè mai asciolvere senza vino parve più delizioso. Il luogo era dunque così ameno e singolare che si accolse la proferta del villano di fermarci quivi qualche giorno, al ritorno dalla Vernia: avrebbe allestita una stanza e: «Vi piacciono i lamponi e le fragole?» domandò. I boschi ne erano pieni e ce ne saremmo levata la voglia.Proprio lì, presso la Cella, alcuni montanari con funi tese e orrendi colpi al tronco, abbattevano una quercia così grande che copriva con la sua ombra tutto un pendìo. La bella pianta, come cosa viva, fremeva pel gran tronco e per i rami alle percosse mortali e squassava, ad ogni tratto di fune, la chioma veneranda e magnifica. Non voleva morire.Io chiesi a quei montanari se non conoscessero per caso l'Arbor's daye il culto delle piante che un ministro, cheha buon tempo, cerca di instillare nel cuore degli italiani.Coloro mi risposero mortificati che non conoscevano tutti questi signori.E le scuri si levarono, inesorabili.*Dalla Cella si monta sempre per certe forre chiuse e paurose sino in vetta del Fumaiolo.«Oh non sarà mai detto che io sia giunto sin qui, che abbia studiato tanto latino senza vedere le sorgenti del Tevere,Tiberis, accusativoTiberim» esclamai. «Oh, dove ascòndi il sacro capo, fiume divino di Romolo e di Enea?»Nessuna risposta: solo alcune giovenche e capre, solinghe alla pastura, come al tempo di messer Angelo Poliziano, e riparate sotto l'ombra d'un gran sasso, ci riguardavano co' loro occhi solenni. E avrei avuto un bel cercare per quel gran ripiano erboso del Fumaiolo, se il villano della Cella che ne avea scorti fin lassù, non mi avesse guidato.Per chi non lo sa le sorgenti del Tevere nulla hanno di interessante: bisogna scendere a un terzo di costa del Fumaiolo, e quivi, in un terreno scosceso e giallastro, che frana, sotto alcuni magri faggi tutti incisi di nomi, rampollano a breve distanza tre o quattro vene da cui si devolve l'acqua che fu ed è declinata da tante generazioni di scolari. I nomi incisi sulle piante erano quasi tutti di stranieri.— Tu vedi — dissi alla donna — uno che è stato alle sorgenti del Tevere, e non è un tedesco!*Al tocco si arrivò a Monte Coronaro: villaggio abbandonato ai piedi del bastione dell'Appennino, che divide i due versanti.V'è però un'osteria discreta con stanzette pulite: un bicchier di vino, una fetta di prosciutto e in via. La maggior fatica fu quella di passar l'alpe. Poi si seguì per un'ora e più il crinale di un monte, sempre entro certe felci così folte e selvagge che montavano sopra la testa; equel fruscìo iroso delle rame che si spostavano al passaggio, metteva un senso di ribrezzo. Incontrammo due o tre alberi spaccati: in alto era inchiodata una croce di legno; nella spaccatura v'erano dei sassi.— Perchè quei sassi? — mi domandò la compagna.— Non lo so! — e ne chiesi la guida che precedeva silenzioso, studiando il passaggio.— Niente — rispose, e pareva incerto della via.Fu un gran sollievo quando si abbandonarono quelle felci e calammo giù in Casentino: luoghi più colti.— Ecco la Vernia! — disse la guida e dirizzò il bastone contro l'alto monte che, tutto verde a forma di cono tronco lampeggiava di fronte, sotto il sole che già tramontava.Nella valle deserta incontrammo alcune mandrie e tre pastorelle così vezzosamente atteggiate che richiamavano in mente una ben nota ballata del Trecento: co' corpetti rossi, le grandi pamele sul capo alla moda di Toscana: guardavano i porci e l'una leggeva un libro alle altre, che non mi vollero lasciar vedere per quanto iopregassi. E poi che selvagge! che screanzate quelle ragazze! Chiedemmo la via più breve per salire la Vernia perchè di giorno ne rimaneva ancor poco, e ci risposero: «Fate il vostro pensiero!»Io non suppongo che la nostra spedizione nel complesso, e noi in particolare, avessimo avuto qualche aspetto di ridicolo: ma il vero è che non appena ci fummo allontanati, esse si posero a ridere e con quel gusto che distingue il riso della donna quanto più futile ne è la cagione; e le loro risa e i loro motteggi — che suonavano sonori nel silenzio della aperta valle — ci accompagnarono per buon tratto.Una delle due: o levaghe montanine pastorelleerano più gentili, una volta, o dei poeti bisogna fidarsi con moderazione.*Si giunse al convento che calava la sera, non però così tardi che non fosse rimasto nella dispensa della foresteria un buon pezzo d'agnello allo spiedo che ibuoni padri ci offersero con quella ospitalità semplice che non obbliga, e che vale più di ogni studiata cortesia.*Il dì seguente eravamo tutti amici: ospiti e frati. Io ebbi una stanzetta per me, pulita, semplice, fresca che era una delizia; senza specchio, ben inteso, e coll'inginocchiatoio: ma la mia compagna di viaggio si querelava del malo alloggio all'ospizio delle bizze ove sono raccolte le donne, giacchè nel convento è clausura.— Ma te l'ho pur detto — badava io a dire — che questo non sarebbe stato il viaggio di nozze!Fu così che anticipammo la partenza con gran rincrescimento mio e de' buoni padri, che ci vollero pur donare di molti scapolari, coroncine, medaglie, con le quali si era garantiti da mali incontri e da sventure.Erano le due del dopo mezzodì quando partimmo: le cavalcature riposate e fresche,attendevano sellate e bardate sotto certi gran faggi al riparo del sole.La colazione era stata eccellente e la guida si era munita di un paio di bottiglie di ottimo vino toscano come viatico più positivo del viaggio.Non si poteva partire sotto migliori auspicî: e avevamo deciso di pernottare a Monte Coronaro, e il dì seguente percorrere la seconda tappa sino a Sant'Agata Feltria.Rivedemmo la valle dove avevamo incontrato le pastorelle, ripassammo fra le odiose felci e domandai ancora: «Che cosa sono quei sassi negli alberi?»«Niente!» ripetè la guida. «Facciamo presto chè non ci colga la notte sul bastione!»Le grige case di Monte Coronaro si distinguevano bene lontano, lontano di contro, e l'animo — non so perchè — sospirava di giungervi.— Ci arriveremo in un'ora?— Un'ora è poco: arriveremo a un'ora di notte, ma adesso siamo fuori da quelle maledette forre e poi sorge la luna. — Così insegnò la guida.Si camminava allora su e giù per ungreto biancastro e nudo, dove le ombre dei somieri si proiettavano lievi davanti. Era l'ombra del lume lunare. Procedevamo cautamente in quelle lattee penombre della luna nascente, in fila, e i due lumi di Monte Coronaro splendevano come nelle fole dei bimbi. Non c'era altro rumore che il franare del greto al passo dei somieri.— Troveremo la cena? — chiese la mia compagna.— Certamente: e il vino è squisito — diss'io.— E un pollo in padella e una frittata non mancano mai — disse la guida. Nè altro dicemmo.Pure io guardava innanzi e non so perchè rabbrividii quando nel biancore vidi elevarsi un non so che era.Era un cespuglio, un rovo! e respirai. Volevo domandare alla compagna: — Hai paura? — e mi seccava di fare quella domanda che pur ricorreva così insistente.Quando Dio volle, il sentiero si fece più largo, più battuto, più colto; eravamo presso al luogo abitato e il lume che si vedeva da lungi ora disegnava la portadi una bottega: il tabaccaio di Monte Coronaro.— Perchè ci sono quei sassi dentro gli alberi? — tornai per la terza volta a domandare.— Perchè lassù — disse finalmente — hanno assassinato dei viaggiatori che andavano alla Vernia: dove li hanno trovati morti, hanno piantato la croce e ognuno che passa butta un sasso nell'albero per devozione: ma è roba di anni, anni addietro.— Non ci passerei più per quelle felci — mormorò la mia compagna.— Ma sei tu che ci sei voluta venire! — E alla guida domandai:— Ma vi sono dei banditi in giro?— Una volta: ma adesso è sicuro come in chiesa: niente, niente paura.*Gli zoccoli dei somieri sul selciato e l'arrestarsi sotto all'osteria, chiamarono l'ostessa alla finestra.— Perchè è chiusa la porta? — domandò la guida.— Non lo sapete che è già sonata l'ora di notte? ora vengo ad aprire. Oh, Menico — sentii che diceva di dentro — va ad aprire.E Menico — un bel giovanotto, alto, aitante, civile, il figlio dell'ostessa, ci venne ad aprire. — Buona sera a loro! — disse squadrandoci per bene in volto.Salimmo al primo piano ed entrammo nella cucina dell'osteria. L'ostessa e l'oste — un bell'uomo barbuto — stavano cenando.Finalmente! e ci sedemmo, che proprio non ne potevamo più, su le seggiole che ci erano state offerte: e l'uomo si era levato e apparecchiava la tavola e la donna a levare la fiamma dalle stipe e sbattere le uova, affettare il prosciutto, imbandire il fiasco, il cacio: e le faccende condiva di buone parole e gaie come si conviene ad un'ospite.E la frittata, grande come una luna piena, e fumante, fu levata dalla padella. La guida aveva già posto mano ad una enorme pagnotta e tagliava parsimoniosamente col coltello certe fette larghe che scomparivano nella bocca che si apriva grandissima fra le grinze del volto.Eravamo felici: la felicità placida del riposo e del pasto conquistato con la fatica.*Il figlio dell'oste ci sedette accanto e domandò:— Vengono lor signori dal bastione?— Sì — diss'io.— E non hanno incontrato nessuno?— Nessuno: perchè?La madre gli diè su la voce:— Vuoi star zitto? Tu non sai quando parlare e quando tacere: non ci badino e attendano a mangiare.— Eh, già! — ribattè il giovane; — se fra poco hanno ad esser qui i carabinieri che vengono dalle Balze, capiranno anche loro!Che c'era di nuovo? Ci guardammo l'un l'altro. E perchè i carabinieri?— Ma niente! — disse l'ostessa; — è la solita pattuglia.— Eh, sì! — ribattè il giovane. — Non capite che è meglio parlar chiaro, mamma?E si rivolse a noi e disse:— È la polizia che dà la caccia a un bandito che è scappato delle carceri della Pieve di Santo Stefano (la frittata aveva perduto di sapore e la guida aveva sospeso di trangugiare il pane): con costui se ne sono uniti due altri e hanno commesso delle grassazioni; sa come fanno i banditi: vanno dai possidenti, domandano la roba e se trovano dei minchioni.... Se vengono a bussare qui — e si leva in piedi e va in un angolo e prende lo schioppo — li inchiodo tutti e tre!La mia compagna era impallidita: anch'io mi sentivo poco bene: la guida ricusò il vino che gli volevo versare.— Ma fanno proprio del male? — domandò la mia compagna con una voce che tradiva quello che le parole non dicevano.— Eh, non so, — disse il giovane; — ne hanno ammazzato uno la settimana scorsa, e fa il terzo: mi devono incontrare a me, mi devono! — e digrignava i denti.L'ostessa che s'accorse del pallore della mia compagna disse: — Ma qui in casa mia è sicura, sa!— Ma e domani — scoppiò lei a dire — chedobbiamo riprendere il viaggio per tornare a casa?— Stan di molto lontano?— In Romagna!— Corbezzoli! il viaggio dell'orto!E la guida avea smesso del tutto di mangiare, e si grattava la testa.— E dove bazzicano questi malandrini? — chiesi io al giovane.— Un po' da per tutto: sul Fumaiolo, alla Cella.... Vivono come le bestie selvatiche.— Dove siamo passati noi!... — rabbrividì la mia compagna. — Ma i carabinieri non dànno loro la caccia?— Ma già — dissi anch'io —, cosa stanno a fare i carabinieri?Il giovane sorrise come uno che la sa lunga, e disse:— Sentano bene: io sono guardia caccia dei principi di *** (e nominò una gran famiglia romana) e ogni inverno vado a una loro tenuta di Maremma: ho conosciuto il Tiburzi e il brigante Fioravanti come conosco loro: bene, sentano: i carabinieri i briganti non li prendono.Io protestai; anche perchè mi seccava perdere la fede nei carabinieri.— Sa lei — disse il giovane — quando i carabinieri prendono o uccidono un brigante? Quando per combinazione ci vanno a battere contro col muso.— Ma non li vanno a cercare? non li stanano?— Che dite! La pelle preme a tutti. Non sa lei che un bandito non ha niente da perdere? Li vada, li vada a chiappare per quelle macchie (e indicava i vasti monti che nereggiavano fuor delle piccole finestre al lume lunare). Per dar loro la caccia bene, sa che cosa bisognerebbe fare?— Che cosa? — chiesi io, e non mi sentivo niente bene.— Bisognerebbe far la battuta come alla caccia del cignale: lasci dire a me che le so queste cose; è il mio mestiere. Oppure sa che cosa?— Cosa?— Aspettare l'inverno. Allora, con la neve, i birboni devono lasciare la macchia e calar giù, e così si possono prendere.Io vedevo buio nel viaggio del domani: e quei racconti di briganti avrei preferito udirli a casa mia.— Ma una spia che indichi....— Allora è un altro par di maniche.Abbassò la voce e guardandosi attorno disse:— È il caso di questa sera!...Il padre lo guardava bieco.— Ma sì — disse il giovane a voce alta — non li vedete che son gente per bene? Che avete paura che ci tradiscano?Il vecchio pareva preoccupato.E la madre disse con tristezza:— Tu, figliuolo, fai troppo a fidanza col tuo coraggio!Io allora per rassicurarli dissi chi ero; ma il giovane che aveva da vero un aspetto franco e non imbelle, levò le spalle, fermò la mia mano che voleva estrarre il portafoglio per documentare le mie asserzioni, e disse: — O che non li conosco io i signori e le persone per bene? Dunque stiano a sentire e lei, signorina, si faccia cuore: ecco: l'indicazione l'ho data io al delegato di San Piero in Bagno: e sono venuti stasera travestiti da contadini: c'è il delegato, che è uno che ha il muso duro, e quattro agenti. Hanno cenato qui e una mezz'ora prima che arrivassero lor signori, hanno preso alla spicciolata lavia del bastione: è per questo che ho chiesto a lor signori se avevano veduto qualcuno per via, venendo qui.— E perchè verso il Bastione? — chiese la mia compagna.— E perchè i briganti — io lo so di sicuro — si sono rifugiati lassù....— Fra quelle felci?— Brava! lì presso c'è la casa d'un contadino che fa il manutengolo. (Io guardavo la mia compagna che era smorta come un cencio e la guida che stava a bocca aperta senza però mangiare; e anch'io, suppongo, un aspetto molto allegro non lo dovevo avere). O lì, o lì presso devono essere, e se non era per babbo e mamma, ci volevo andare anch'io. Me l'han giurata, ma l'ho giurata anch'io a loro, e vedremo chi la vince!— Tu tornerai in Maremma, tu! — disse il babbo.— E presto — aggiunse la mamma.— Zitto! — disse il giovane levandosi in piedi e tendendo l'orecchio nell'attitudine del cacciatore che avverte ogni piccolo suono.— Che è? — e ci levammo anche noi in piedi.— Niente, niente! — sono i due carabinieri che vengono di pattuglia dalle Balze: sono bene in ritardo!Due passi uguali udimmo anche noi sul selciato, e si fermarono alla porta dell'osteria.Una voce grossa d'uomo canticchiò:— Ehi, di casa! buona gente!Al lume della luna e fra il silenzio dei monti i suoni più lievi acquistano un carattere paurosamente sonoro.La mia compagna rabbrividì:— Ecco i briganti, ci siamo — e mi si attaccò ad un braccio. Poco dopo fu battuto contro la porta di strada col calcio del fucile.— Ma no, signorina, — disse il giovane — oh, non ha inteso che sono i carabinieri? — e si affacciò alla finestra con un: — Siete voi? ora vi vengo ad aprire.Ma si ritirò facendo un gesto di malcontento che non prometteva niente di buono.— C'è quell'imbecille di Villotti; avevo già capito dalla voce! — disse a' suoi, e scese ad aprire.Io voleva domandarne il padre, ma egli si era fatto già contro la porta.Sentimmo levare i catenacci, barattare un saluto, poi due passi gravi, accompagnati dal tintinnar cupo delle armi, montarono le scale e apparvero i due carabinieri.— Buona sera, ragazzi! — disse la donna.— Buona sera a voi, e alla compagnia — dissero essi vedendo noi.Deposero i due fucili presso la porta con un «auf!» di sollievo, si stirarono le braccia e si accostarono al camino.— Cara la mia Ceccona — disse l'uno dei militi andando appresso all'ostessa quasi da abbracciarla —, hai una bottiglia proprio di quello fino che fa venir giù le lagrime? Sta attenta: questa te la pago io coi miei soldi, e se invece non me la dai, non ti faccio il buono per il sindaco di Verghereto, hai capito?— Io — disse l'ostessa — ho questo qui da darti — e gli levava un bastone della fascina, contro il viso.— Oh, come sei cattiva, Ceccona, questa sera!— Gli è, vedi, Villotti — disse il figliuolo dell'oste —, che se mamma ti dà con la scopa, io prendo lo scudiscio, che è di nerbo di bue.— Come sei cattivo anche tu! Dammi almeno la bottiglia.— La bottiglia non te la diamo.— E perchè mo'? Credi che non abbia soldi?— Ti dico di no.— Allora mezzo litro....— Mezzo litro sì; ora te lo vo a spillare.— E non ci aggiungere acqua, eh!I due militi non facevano niente affatto onore alla benemerita arma. L'uno mingherlino, imberbe, con una faccia pallida, e due occhi spaventati, in nostra presenza non disse una parola: si sedette in disparte su di una cassapanca e rimase lì tutta la sera: pareva istupidito.L'altro che parlava toscano, sotto cui però si indovinava il natìo dialetto veneto, era un omaccio di mezza età, più adiposo che gagliardo, con un volto congestionato e affocato.Lerci poi ambedue: la metà inferiore della divisa era coperta di polvere: la metà superiore di padelle, strappi e frittelle.Lessi negli occhi della mia compagna l'impressione disgustosa prodotta dal contegno dei due militi: tuttavia in omaggioalla montura, mi credetti in obbligo di essere con loro cortese e li invitai alla mensa dove sedevamo noi.Non ci fu però bisogno d'invito; quello mingherlino non si mosse e ringraziò a pena: l'altro si sedette in modo che si sarebbe seduto anche senza invito. Offersi da bere e quegli tracannò il bicchiere colmo d'un fiato.— Non gliene dia, non gliene dia — mi disse dietro le spalle il giovane che veniva su dalla cantina —, ha qui il suo mezzo litro che gli è di troppo.— Come sei cattivo, Menico, con me! Tu non mi vuoi più bene — mugolò il carabiniere.— Senti: prima mi devi fare il buono — e gli porse un foglietto, penna e calamaio.Lo sciagurato tracciava i segni sulla carta con mano vacillante che faceva pietà.— Se tu tieni la carabina come tieni la penna — lo schernì il giovane —, i banditi ti possono ballare la monferina davanti!Ma quegli non udì o era troppo intento nello scrivere.— A proposito, ragazzi — disse l'oste — volete voi cenare?Lo scrivente fece cenno di no con la testa e l'altro milite disse che avevano mangiato due ore prima alle Balze.Io mi sforzai di provocare il carabiniere ad un discorso possibile e sensato, e gli chiesi de' malandrini, se li avesse veduti, se almeno sapesse dove bazzicavano; e tali domande rivolgevo per sapermi regolare sul da farsi il domani: chè non era partito da pigliarsi a cuor leggero. Ma non riuscii a cavargli di bocca che poche e confuse parole.Anche qui intervenne il giovane con sicurezza offensiva di parole che mi sorprese. Anche suo babbo gli diè su la voce.— State cheto, babbo, che io ho tutte le cose mie a posto e so quel che faccio e so quel che dico! — e a noi spiegò così:— Che cosa vuole che lui sappia dove sono i banditi? Lui fa le sue pattuglie, poniamo come questa sera, dalle Balze a Monte Coronaro, per la strada che gli è prescritta. Per far capire poi che è in pace con tutti, o mette il fazzoletto in cimaalla carabina; o viene giù cantando per tutta la strada, quant'è lunga.Parlava quell'aitante giovane stando ritto e con voce sarcastica tanto che io temetti che il carabiniere s'avesse a levare in piede e i due si azzuffassero: invece nulla. Colui crollava il capo e diceva ogni tanto: «eh, sie!» oppure «non mi vuoi più bene, Menico!» e piuttosto fissava con insistenza me e la mia compagna.Infine puntò il dito contro di noi e come avesse trovato le idee che cercava, disse:— Loro due sono saltimbanchi, è vero?Io e la mia compagna ci guardammo in volto, sorpresi più che sgradevolmente.Cercai di persuadere che non eravamo saltimbanchi, e anche per prevenire una possibile ingiunzione di mostrare le nostre carte, levai dal portafoglio il libretto con tanto di stemma reale.Speravo che la vista del documento avrebbe avuto forza di far ritrattare la poco lusinghiera asserzione: ma non fu così: il carabiniere non si commosse niente alla mia presentazione e insisteva che noi eravamo due saltimbanchi.— A voi — mi disse con tonoprepotente — vi ho visto alla sagra di San Piero far ballare l'orso, e quella bella biondina l'ho vista saltare su la corda.*L'ostessa si era accostata a noi col lume in mano e disse:— Se vogliono venire a dormire, la stanza è pronta.Demmo la buona notte e salimmo in una stanza del primo piano che ci era stata allestita. Era quanto di meglio ci rimaneva da fare per allora.— Doveva proprio capitare quello sciagurato d'un carabiniere — disse la donna posando il lume che rischiarava a mala pena una stanzetta bassa, nuda, con un odore di chiuso e di reste di cipolle, appese ai travi; e da un lato, occupata tutta da un letto così alto che per salirvi ci voleva la scala.— Vedano — proseguì — quello lì è un prepotente, un cattivo, un poco di buono: con gli altri si prende la libertà di fare e di dire. Non ci è che mio figliuolo chelo faccia star a dovere e più gliene dice, più lui sta cheto. Loro però, a ogni buon conto, mettano il catenaccio all'uscio e non aprano, veh! Già non busseranno, ma dovessero anche bussare.... — e ci diè la buona notte.Buona notte! Crudele ironia dell'augurio! Apro la finestra per dare aria a quell'antro e, tratto il catenaccio, lo scuro della finestrola stridette sui cardini e si aprì da per sè. Meravigliosa notte! La luna innondava di un bagliore purissimo la cupa valle: il Fumaiuolo, come un'immensa schiena chiudeva l'orizzonte, lasciando poco spazio al trasparente azzurreggiare del cielo. Sotto, digradavano i tetti d'ardesia delle poche casupole di Monte Coronaro, immerse in un silenzio lugubre, appena rotto dallo scalciare di qualche giumento nelle stalle.Sentii un singhiozzare represso dietro di me. Era la mia compagna che piangeva.— Oh, ci mancava questa, e poi il terno è fatto!— Come sei sgarbato, anche tu.— Niente sgarbato, non sei stata tu a volermi seguire? — La consigliai di buttarsi sul letto e di dormire.— Ma domattina come faremo?Era proprio quello che pensavo anch'io.— Adesso riposa — dissi — che ho un mio progetto in mente che non può esser migliore.Ella cadeva più dalla stanchezza che dal sonno, e, senza nemmeno svestirsi, salì e si buttò sul letto dove scomparve nella buca del pagliericcio.Sentii le foglie del detto saccone scricchiolare, suonare, secondo che ella si voltava: poi più nulla: il sonno era sceso su di lei.Il silenzio durò poco: i due carabinieri salirono nella stanza attigua alla nostra e udii il giovane provvidenziale che a voce bassa ammonì:— Ehi, ragazzi, lì dormono quei forastieri: non fate rumore se no vengo su io.Durarono più di un'ora a spogliarsi: si sentiva che buttavano scarpe, abiti, giberna, daga alla rinfusa, su le seggiole, per terra, senza alcun riguardo, e vociavano come fossero stati in piazza.Finalmente li sentii sprofondare anch'essi entro il pagliericcio: il lume che trapelava dalle fessure della porta, si spense;e poco dopo due canne d'organo, abilmente alternate, porgevano la migliore garanzia che i due militi dormivano.*La luna si nascondeva oramai dietro il Fumaiuolo: l'orologio segnava un'ora dopo la mezzanotte.La notte fu, anche per me, spesa inconsulte angosciose; l'idea di avventurarmi per quei boschi, per quelle forre dove non s'incontra anima viva, dove il primo uomo che spunta può essere il bandito che vi intima di scendere, non era punto piacevole. E se mi portano via la moglie?Si poteva battere un'altra via e farci per un buon pezzo accompagnare dal figlio dell'oste. Ma non mai come allora mi parvero serie quelle, che sempre mi erano parse ridicole, parole dell'immortale Don Abbondio quando, al calare dei Lanzichenecchi, si reca al castello dell'Innominato e ragiona con Perpetua del pericolo che può addurre quella mostra diarmi: «Non sapete che i soldati è il loro mestiere di prendere le fortezze?» Ah, se invece di studiare il latino, avessi studiato da guardaboschi!E se quei malandrini fossero stati banditi, diremo così, per bene, la cosa mutava aspetto. Sarebbe stata un'emozione da provare, e piacevolissima da raccontare. Essi ci avrebbero fatto ala ai due lati del sentiero col cappellaccio in mano, e noi avremmo progredito alteramente sulle nostre cavalcature. Ma allora mi persuasi che questi banditi romantici non si trovano che nella letteratura.Quelli erano banditi notoriamente sanguinari, e vedere una biondina!...Il miglior partito ancora mi parve quello di accompagnarmi ai due sciagurati carabinieri che il dì seguente dovevano far ritorno a San Piero in Bagno. Lì passa la corriera ogni giorno....E quella luna il cui bagliore sfuggiva dietro il monte, e quelle canne d'organo che rompevano il silenzio notturno, incutevano una ben singolare tristezza.Mi addormentai finalmente anch'io.*Come discesi nella stanza a basso, il sole era già alzato.Una mattina fresca, deliziosa, trasparente, tutta olezzi e rugiada. Oh, come sarebbe stato piacevole riprendere il viaggio senza quei maledetti banditi!L'ostessa stava facendo il caffè; sul tavolo avea preparato le tazze e una scodella di latte.Vennero giù i due carabinieri e mi salutarono appena.— La mia sposa, voglio la mia sposa! — urlò l'ubriacone, battendo col pugno sul tavolo.— Ecco la sposa! — disse la donna che pareva accostumata a quella frase, e portò due bottiglie e ne riempì un bicchiere da tavola, metà di rhum e metà di mistrà.— Contento, così?— Va bene! — e rivolto a me, credette opportuno aggiungere: — Sono rauco: del resto un bicchierino mi basta.— Difatti.... — dissi io seccamente, eseguitai a pensare a' miei casi, e quegli a bere.— Dov'è suo figliuolo? — chiesi io accostandomi all'ostessa.— È andato via col cane a caccia prima dell'alba — rispose sottovoce la donna. — Se c'era lui in casa, non glielo davo mica tutto quel liquore.Entrò in quel punto la guida con un'aria più melensa e con un fare più dinoccolato del solito.— Ebbene? — gli chiesi.— Le bestie hanno mangiato.— Ho tanto piacere, e hanno anche dormito bene?... E a che ora partiamo? — domandai.— Per me sono sempre pronto.«Già per lui è tutt'uno, dissi fra me; a lui i banditi non possono fare alcun male».— E passiamo per la Cella?— Se non vogliamo passare per quelle macchie, possiamo pigliare una strada più scoperta e fare un sentiero più battuto. Andiamo alle Balze, di lì caliamo sul Senatello, e poi si va sempre pel greto del fiume, sino a Castel d'Elci: quando siamo a Castel d'Elci, siamo quasi a casa: adesso c'è una strada nuova....Ma anche il vecchio idiota sembrava turbato: forse pensava al sequestro possibile dei suoi due asini. Stette un po' e poi disse:— Se a Sant'Agata avessimo avuto sentore di quest'impiccio, si poteva aspettare prima di metterci in viaggio.Quando venne giù la mia compagna, l'ostessa le domandò se avesse dormito bene la notte ed ella rispose di sì.— Un po' fondi quei materassi, e ogni volta che ci si muove, fanno un rumore....La vista poi del latte munto, del burro fresco, delle croste di pane abbrustolito, calde calde, sul desco, finì per rabbonirla del tutto: e si mise a mangiare con grande raccoglimento e soddisfazione.Ed io che la vedevo immergere nel latte montanino quelle fette di nero pane spalmate di burro e poi mangiarsele pensavo: «lei non ricorda più. Ah, tu non ti ricordi più, diciamo noi poeti alle nostre Laure. Ma che stupidi siamo noi poeti».E così stando, sentii a un tratto i due carabinieri che in quel mezzo di tempo erano saliti alla loro stanza, scenderne a precipizio, l'un dietro l'altro: afferraronole loro carabine e si buttarono giù per le scale.— Che c'è? — domandò la mia compagna levandosi in piedi.— Che c'è? — domandai io all'ostessa.Ma essa, senza darmi risposta, aveva buttato via una padella che teneva in mano, e su per le scale al piano superiore.Corsi alla finestra e vidi i due carabinieri che già avevano oltrepassato il villaggio e correvano per la radura.— Qui c'è del mistero, oh, che imbroglio! — pensavo tra me; e la mia compagna aveva interrotto la colazione e tremava come una foglia.In quel punto la voce dell'ostessa disse dall'alto:— Vengano a vedere, signori!Salimmo su. E ci prese per il braccio, ci spinse alla finestra e indicando un punto lontano dalla parte del bastione, sclamò festosamente:— Li han presi, li han presi! Vedono?— Chi?— I banditi! fossero almeno tutt'e tre! — sospirò poi. — Di qui non si vede se non un gruppo di gente.— Dove?— Là, guardi in direzione di quel grosso olmo sul poggio: vede un gruppo di gente? È il delegato con i suoi uomini, e c'è il mio figliuolo, e poi degli altri: li vede?— E i carabinieri perchè ci vanno incontro? — domandò la mia compagna.— Per dar man forte, ora che non c'è più di bisogno, i poltroni. Da qui a mezz'ora saranno qui.Dalle capanne intanto di Monte Coronaro alcuni gruppi di gente si staccavano, e tutti movevano a quella volta. L'oste venne dove eravamo noi e disse alla sua donna:— C'è anche Sbircio: li hanno acchiappati tutt'e tre, meno male: io non li distinguo, ma il garzone che ha la vista buona, ha detto che c'è anche lui.— Che il Signore sia benedetto! — sclamò la donna.Anche noi ci sentivamo liberati da un gran peso, e la vecchia guida sorrideva dalla contentezza.— Andiamogli incontro anche noi?Ci avviammo coll'oste; e, andando, egli ci spiegava così:— Veda, lo Sbircio è proprio cattivo: gli altri due sono due poveri diavoli che non fanno male a nessuno: saranno tre anni che battono questi luoghi: si accontentano di andare dai possidenti a domandare un po' di roba; ma con le buone, senz'arroganza e poi si appiattano per le macchie: i carabinieri li conoscono; e li lasciano stare. Vivi e lascia vivere, dico bene? Quante volte non sono venuti a mangiare anche da me! Ma quello Sbircio, che è quello che è scappato dalle prigioni della Pieve, gli è proprio un infame: un mese fa ha scannato una povera ragazza che badava le sue pecore sul Fumaiolo. Ma sono cose da farsi? Vuoi assaltare un inglese, un forastiero che viene a vedere le sorgenti del Tevere? Assaltalo, senza fargli male, però. Ma scannare la gente del paese di cui potete avere sempre bisogno, non va!Non mi parve opportuno in quelle circostanze contrariare le idee liberali (le chiamerò così) del mio barbuto ospite, il quale proseguì:— Il mio figliuolo è più buono di un pezzo di pane, ma certe prepotenze non le può sopportare. Una sera, pensi, all'orache si andava a letto, capita lo Sbircio. Noi lo si conosce, e zitti.Ordina da mangiare e mangia, ordina da bere e beve, ordina la stanza e gli si dà la stanza; hai avuto quello che vuoi? sta buono, sta contento. Dico bene? Chè, chè! Si alza e dice: «Domattina, Menico (precise parole) mi farai trovare giù la tua cavalla sellata e stasera gli vai a dar la biada».«La mia cavalla non te la do» dice lui.«Tu me la darai» dice lo Sbircio.Allora il mio Menico lo prende per il petto, l'altro fa per tirar fuori il coltello. Allora mi butto addosso io e lo teniamo lì fermo. Mio figlio lo voleva scannare, e lo Sbircio ruggiva: «Tu vuoi la taglia, vigliacco d'una spia!» È stata la mia donna a salvarlo, chè ha detto: «Lasciatelo andare, volete rubare il mestiere alla polizia? non vi vergognate?» E lo abbiamo lasciato andare e abbiamo fatto male, perchè lo Sbircio da allora la giurò al mio figliuolo. Questa notte, quando noi siamo andati a letto, lui è scappato col cane e col fucile ed è andato lassù sul bastione a dar la caccia a quella bestiaselvatica. Siamo stati in pena tutta la notte.E così ragionando, non senza qualche trepidazione, eravamo giunti presso la compagnia dei banditi e delle guardie.Riconobbi Menico col suo fucile e un bellissimo bracco che gli saltava accanto. Davanti procedevano i due carabinieri che avevano recato il soccorso di Pisa e tenevano la catena dei tre ammanettati. Dietro seguivano il delegato e le guardie.— È ferito qualcuno? — domandai a Menico.— Il delegato si è buscata una palla: fortuna che l'ha sfiorato appena, ma il tiro era buono, vero, Sbircio?E si volgeva ad uno degli ammanettati che non rispose; ma rivolse due occhi che fecero voltare indietro la testa alla mia compagna.— Datti pace, Sbircio, per questa volta hai l'alloggio sicuro fin che campi.Parevano i tre malandrini tre bestie feroci, prese alla taglia: pallidi, esterrefatti, con gli occhi dilatati e spauriti. Anche le guardie, con gli abiti lordi, stracciati, recavano le visibili tracce della sofferenzanella lunga attesa notturna, e della lotta che avevano dovuto sostenere.Mi accostai al delegato che camminava per ultimo con la fronte bendata. Era un uomo di mezz'età, una fisonomia buona e aperta. Mostrò di accogliere con riconoscenza le nostre domande.— La ferita è niente: ma un centimetro più in dentro, ed era finita: mi dispiace perchè ho due bambini piccoli a casa. Vuol vedere che arma avevano? Dia qua.... — disse ad una delle guardie che teneva una carabina ad armacollo, e quegli gliela porse. — Guardi che arma stupenda.E andando, ci facevamo raccontare l'appostamento notturno e come avvenne la cattura in casa del manutengolo.— E quello non l'hanno preso?— Quello lì è rimasto sul luogo: come si fa? Hanno fatto resistenza e abbiamo dovuto difenderci: un colpo è andato male e ha steso per terra quello che ne aveva meno colpa di tutti....— Ma se era un manutengolo.... — dissi io.— Veda, caro signore, qui non si può giudicare coi criteri con cui possono giudicareloro nelle grandi città e nei loro giornali: molte volte si è manutengoli per forza o per guadagnare qualche danaro: intanto lassù ci sono tre bambini e una donna che piangono attorno ad un morto, o moribondo che sia.— Fra quelle felci?— Fra quelle felci. È la vita che è fatta così! — concluse il delegato. — Gli manderemo su il prete di Monte Coronaro con l'olio santo, se ci vorrà andare.E noi, preso commiato da tutti, ci partimmo assai lietamente alla volta del grande ed erboso monte da cui, dal tempo di Enea, volve continuamente l'acqua del fiume Tevere.E mentre gli asinelli salivano i botri del rupestre sentiero e scandevano gli aspri sassi, la mia compagna mi parlava festosamente delle fragole, dei lamponi, della ricotta fresca che ci attendevano alla Cella.— Vogliamo portarne un bel cesto ai bambini e alla nonna, è vero?Rideva tutta la campagna, e la vecchia guida, quando vedeva lamponi, avellane, mele selvatiche ne coglieva e ne portava a mia moglie.E lei mi diceva: — Vedi tu come lui è cavaliere?Ma io pensavo a tutt'altro: «come è bella la terra, se non ci fossero in giro le bestie selvatiche!»Rimini, 1898.
Chi legge — se ha una carta d'Italia disegnata su una scala un po' alta — tracci una linea retta fra Sant'Agata Feltria, in terra di Romagna, e il convento della Vernia, in Casentino, un luogo altrettanto famoso quanto poco noto agli italiani che non siano lì del luogo.
Quivi san Francesco, il Santo nostro che rinnovò Cristo con nuova italica lietezza d'amore, ebbe le stimmate ad imitazione di Nostro Signore; e le rondini della foresta selvaggia e sublime, che incorona il monte rupestre, col grido continuo vi dicono: «le sorelle nostre accompagnarono il Santo e si posarono sulle sue spalle, sulle sue mani, quando egli qui venne!» Tracci — dico — una linea e non vi troverà sentiero alcuno o villaggio. Bisogna montar l'alpe, poi si cala in Casentino e si risale quindi la Vernia.
Per quella via noi passammo.
In linea retta, o meglio, a volo d'uccello, saranno a far di molto, venti miglia: invece, dovendo di continuo salire e scendere per i monti, la via si raddoppia; e il fatto è che noi, partiti da Sant'Agata che le stelle erano ancora alte, giungemmo al convento appena in tempo, giacchè dopo l'ave-maria il frate portinaio chiude, e chi è dentro è dentro, e chi è fuori si trova a mal partito e solo i grandi faggi gli possono dare ospitale ricovero, chè, lì d'intorno, per un raggio di più e più miglia, non v'è un casolare.
*
Noi si era in cinque, comprese le bestie: due somari, i quali nel paziente loro animo non debbono di certo aver benedetta la memoria di san Francesco; una giovane signora la quale accampò certi suoi diritti per seguirmi, per quanto io le dicessi: «bada che non sarà il viaggio di nozze!», poi c'era la guida, che fa quattro, un vecchio ignorante, secco esbilenco che amava più di star su l'asino che di camminare, ed io.
Era il mese di luglio.
Quando si levò il sole eravamo già nel regno delle felci e delle ginestre. Rocca Pratifa si perdeva in lontananza: davanti l'Appennino deserto, selvaggio, e noi su e giù per sentieri che eran piuttosto tane e rompicolli, con certe pietre che le vie dell'Abissinia non ci sono per nulla; e il sole dardeggiava su quelle rocce cineree, e non un filo d'acqua. E la domanda continua era: «O, dov'è la Cella! o, quanto manca alla Cella?» chè quivi la guida ci avea promesso la prima sosta, e bel ristoro, e buon soggiorno.
Vi giungemmo alle dieci, e non so come pensai a messer Ludovico Ariosto. È quello della Cella un paesaggio ariostesco: una conca di smeraldo, rotta dall'argento di un rivo, intorniata da neri abeti e faggi, bellissimi. Il nome intero della Cella è: Cella di sant'Alberigo o Romitorio d'Acri, in orrida e profonda valle, allora sorrisa dal sole, sopra cui si eleva il monte a tre dossi della Cella. Abitarono quel romitorio i frati bianchi di Camaldoli, sin dal mille. Oggi non frati, non campana,ma una grande ruina di cadenti edifici. Se vi fosse spuntata Angelica sul bianco palafreno, nessuna meraviglia: vi spuntò invece un villano che parlava mezzo romagnolo, mezzo toscano, e disse che vino non ne avea, ma avea una ricottina fresca e delle uova. Ci guidò per i labirinti di quel grande edificio in ruina, nè mai asciolvere senza vino parve più delizioso. Il luogo era dunque così ameno e singolare che si accolse la proferta del villano di fermarci quivi qualche giorno, al ritorno dalla Vernia: avrebbe allestita una stanza e: «Vi piacciono i lamponi e le fragole?» domandò. I boschi ne erano pieni e ce ne saremmo levata la voglia.
Proprio lì, presso la Cella, alcuni montanari con funi tese e orrendi colpi al tronco, abbattevano una quercia così grande che copriva con la sua ombra tutto un pendìo. La bella pianta, come cosa viva, fremeva pel gran tronco e per i rami alle percosse mortali e squassava, ad ogni tratto di fune, la chioma veneranda e magnifica. Non voleva morire.
Io chiesi a quei montanari se non conoscessero per caso l'Arbor's daye il culto delle piante che un ministro, cheha buon tempo, cerca di instillare nel cuore degli italiani.
Coloro mi risposero mortificati che non conoscevano tutti questi signori.
E le scuri si levarono, inesorabili.
*
Dalla Cella si monta sempre per certe forre chiuse e paurose sino in vetta del Fumaiolo.
«Oh non sarà mai detto che io sia giunto sin qui, che abbia studiato tanto latino senza vedere le sorgenti del Tevere,Tiberis, accusativoTiberim» esclamai. «Oh, dove ascòndi il sacro capo, fiume divino di Romolo e di Enea?»
Nessuna risposta: solo alcune giovenche e capre, solinghe alla pastura, come al tempo di messer Angelo Poliziano, e riparate sotto l'ombra d'un gran sasso, ci riguardavano co' loro occhi solenni. E avrei avuto un bel cercare per quel gran ripiano erboso del Fumaiolo, se il villano della Cella che ne avea scorti fin lassù, non mi avesse guidato.
Per chi non lo sa le sorgenti del Tevere nulla hanno di interessante: bisogna scendere a un terzo di costa del Fumaiolo, e quivi, in un terreno scosceso e giallastro, che frana, sotto alcuni magri faggi tutti incisi di nomi, rampollano a breve distanza tre o quattro vene da cui si devolve l'acqua che fu ed è declinata da tante generazioni di scolari. I nomi incisi sulle piante erano quasi tutti di stranieri.
— Tu vedi — dissi alla donna — uno che è stato alle sorgenti del Tevere, e non è un tedesco!
*
Al tocco si arrivò a Monte Coronaro: villaggio abbandonato ai piedi del bastione dell'Appennino, che divide i due versanti.
V'è però un'osteria discreta con stanzette pulite: un bicchier di vino, una fetta di prosciutto e in via. La maggior fatica fu quella di passar l'alpe. Poi si seguì per un'ora e più il crinale di un monte, sempre entro certe felci così folte e selvagge che montavano sopra la testa; equel fruscìo iroso delle rame che si spostavano al passaggio, metteva un senso di ribrezzo. Incontrammo due o tre alberi spaccati: in alto era inchiodata una croce di legno; nella spaccatura v'erano dei sassi.
— Perchè quei sassi? — mi domandò la compagna.
— Non lo so! — e ne chiesi la guida che precedeva silenzioso, studiando il passaggio.
— Niente — rispose, e pareva incerto della via.
Fu un gran sollievo quando si abbandonarono quelle felci e calammo giù in Casentino: luoghi più colti.
— Ecco la Vernia! — disse la guida e dirizzò il bastone contro l'alto monte che, tutto verde a forma di cono tronco lampeggiava di fronte, sotto il sole che già tramontava.
Nella valle deserta incontrammo alcune mandrie e tre pastorelle così vezzosamente atteggiate che richiamavano in mente una ben nota ballata del Trecento: co' corpetti rossi, le grandi pamele sul capo alla moda di Toscana: guardavano i porci e l'una leggeva un libro alle altre, che non mi vollero lasciar vedere per quanto iopregassi. E poi che selvagge! che screanzate quelle ragazze! Chiedemmo la via più breve per salire la Vernia perchè di giorno ne rimaneva ancor poco, e ci risposero: «Fate il vostro pensiero!»
Io non suppongo che la nostra spedizione nel complesso, e noi in particolare, avessimo avuto qualche aspetto di ridicolo: ma il vero è che non appena ci fummo allontanati, esse si posero a ridere e con quel gusto che distingue il riso della donna quanto più futile ne è la cagione; e le loro risa e i loro motteggi — che suonavano sonori nel silenzio della aperta valle — ci accompagnarono per buon tratto.
Una delle due: o levaghe montanine pastorelleerano più gentili, una volta, o dei poeti bisogna fidarsi con moderazione.
*
Si giunse al convento che calava la sera, non però così tardi che non fosse rimasto nella dispensa della foresteria un buon pezzo d'agnello allo spiedo che ibuoni padri ci offersero con quella ospitalità semplice che non obbliga, e che vale più di ogni studiata cortesia.
*
Il dì seguente eravamo tutti amici: ospiti e frati. Io ebbi una stanzetta per me, pulita, semplice, fresca che era una delizia; senza specchio, ben inteso, e coll'inginocchiatoio: ma la mia compagna di viaggio si querelava del malo alloggio all'ospizio delle bizze ove sono raccolte le donne, giacchè nel convento è clausura.
— Ma te l'ho pur detto — badava io a dire — che questo non sarebbe stato il viaggio di nozze!
Fu così che anticipammo la partenza con gran rincrescimento mio e de' buoni padri, che ci vollero pur donare di molti scapolari, coroncine, medaglie, con le quali si era garantiti da mali incontri e da sventure.
Erano le due del dopo mezzodì quando partimmo: le cavalcature riposate e fresche,attendevano sellate e bardate sotto certi gran faggi al riparo del sole.
La colazione era stata eccellente e la guida si era munita di un paio di bottiglie di ottimo vino toscano come viatico più positivo del viaggio.
Non si poteva partire sotto migliori auspicî: e avevamo deciso di pernottare a Monte Coronaro, e il dì seguente percorrere la seconda tappa sino a Sant'Agata Feltria.
Rivedemmo la valle dove avevamo incontrato le pastorelle, ripassammo fra le odiose felci e domandai ancora: «Che cosa sono quei sassi negli alberi?»
«Niente!» ripetè la guida. «Facciamo presto chè non ci colga la notte sul bastione!»
Le grige case di Monte Coronaro si distinguevano bene lontano, lontano di contro, e l'animo — non so perchè — sospirava di giungervi.
— Ci arriveremo in un'ora?
— Un'ora è poco: arriveremo a un'ora di notte, ma adesso siamo fuori da quelle maledette forre e poi sorge la luna. — Così insegnò la guida.
Si camminava allora su e giù per ungreto biancastro e nudo, dove le ombre dei somieri si proiettavano lievi davanti. Era l'ombra del lume lunare. Procedevamo cautamente in quelle lattee penombre della luna nascente, in fila, e i due lumi di Monte Coronaro splendevano come nelle fole dei bimbi. Non c'era altro rumore che il franare del greto al passo dei somieri.
— Troveremo la cena? — chiese la mia compagna.
— Certamente: e il vino è squisito — diss'io.
— E un pollo in padella e una frittata non mancano mai — disse la guida. Nè altro dicemmo.
Pure io guardava innanzi e non so perchè rabbrividii quando nel biancore vidi elevarsi un non so che era.
Era un cespuglio, un rovo! e respirai. Volevo domandare alla compagna: — Hai paura? — e mi seccava di fare quella domanda che pur ricorreva così insistente.
Quando Dio volle, il sentiero si fece più largo, più battuto, più colto; eravamo presso al luogo abitato e il lume che si vedeva da lungi ora disegnava la portadi una bottega: il tabaccaio di Monte Coronaro.
— Perchè ci sono quei sassi dentro gli alberi? — tornai per la terza volta a domandare.
— Perchè lassù — disse finalmente — hanno assassinato dei viaggiatori che andavano alla Vernia: dove li hanno trovati morti, hanno piantato la croce e ognuno che passa butta un sasso nell'albero per devozione: ma è roba di anni, anni addietro.
— Non ci passerei più per quelle felci — mormorò la mia compagna.
— Ma sei tu che ci sei voluta venire! — E alla guida domandai:
— Ma vi sono dei banditi in giro?
— Una volta: ma adesso è sicuro come in chiesa: niente, niente paura.
*
Gli zoccoli dei somieri sul selciato e l'arrestarsi sotto all'osteria, chiamarono l'ostessa alla finestra.
— Perchè è chiusa la porta? — domandò la guida.
— Non lo sapete che è già sonata l'ora di notte? ora vengo ad aprire. Oh, Menico — sentii che diceva di dentro — va ad aprire.
E Menico — un bel giovanotto, alto, aitante, civile, il figlio dell'ostessa, ci venne ad aprire. — Buona sera a loro! — disse squadrandoci per bene in volto.
Salimmo al primo piano ed entrammo nella cucina dell'osteria. L'ostessa e l'oste — un bell'uomo barbuto — stavano cenando.
Finalmente! e ci sedemmo, che proprio non ne potevamo più, su le seggiole che ci erano state offerte: e l'uomo si era levato e apparecchiava la tavola e la donna a levare la fiamma dalle stipe e sbattere le uova, affettare il prosciutto, imbandire il fiasco, il cacio: e le faccende condiva di buone parole e gaie come si conviene ad un'ospite.
E la frittata, grande come una luna piena, e fumante, fu levata dalla padella. La guida aveva già posto mano ad una enorme pagnotta e tagliava parsimoniosamente col coltello certe fette larghe che scomparivano nella bocca che si apriva grandissima fra le grinze del volto.
Eravamo felici: la felicità placida del riposo e del pasto conquistato con la fatica.
*
Il figlio dell'oste ci sedette accanto e domandò:
— Vengono lor signori dal bastione?
— Sì — diss'io.
— E non hanno incontrato nessuno?
— Nessuno: perchè?
La madre gli diè su la voce:
— Vuoi star zitto? Tu non sai quando parlare e quando tacere: non ci badino e attendano a mangiare.
— Eh, già! — ribattè il giovane; — se fra poco hanno ad esser qui i carabinieri che vengono dalle Balze, capiranno anche loro!
Che c'era di nuovo? Ci guardammo l'un l'altro. E perchè i carabinieri?
— Ma niente! — disse l'ostessa; — è la solita pattuglia.
— Eh, sì! — ribattè il giovane. — Non capite che è meglio parlar chiaro, mamma?
E si rivolse a noi e disse:
— È la polizia che dà la caccia a un bandito che è scappato delle carceri della Pieve di Santo Stefano (la frittata aveva perduto di sapore e la guida aveva sospeso di trangugiare il pane): con costui se ne sono uniti due altri e hanno commesso delle grassazioni; sa come fanno i banditi: vanno dai possidenti, domandano la roba e se trovano dei minchioni.... Se vengono a bussare qui — e si leva in piedi e va in un angolo e prende lo schioppo — li inchiodo tutti e tre!
La mia compagna era impallidita: anch'io mi sentivo poco bene: la guida ricusò il vino che gli volevo versare.
— Ma fanno proprio del male? — domandò la mia compagna con una voce che tradiva quello che le parole non dicevano.
— Eh, non so, — disse il giovane; — ne hanno ammazzato uno la settimana scorsa, e fa il terzo: mi devono incontrare a me, mi devono! — e digrignava i denti.
L'ostessa che s'accorse del pallore della mia compagna disse: — Ma qui in casa mia è sicura, sa!
— Ma e domani — scoppiò lei a dire — chedobbiamo riprendere il viaggio per tornare a casa?
— Stan di molto lontano?
— In Romagna!
— Corbezzoli! il viaggio dell'orto!
E la guida avea smesso del tutto di mangiare, e si grattava la testa.
— E dove bazzicano questi malandrini? — chiesi io al giovane.
— Un po' da per tutto: sul Fumaiolo, alla Cella.... Vivono come le bestie selvatiche.
— Dove siamo passati noi!... — rabbrividì la mia compagna. — Ma i carabinieri non dànno loro la caccia?
— Ma già — dissi anch'io —, cosa stanno a fare i carabinieri?
Il giovane sorrise come uno che la sa lunga, e disse:
— Sentano bene: io sono guardia caccia dei principi di *** (e nominò una gran famiglia romana) e ogni inverno vado a una loro tenuta di Maremma: ho conosciuto il Tiburzi e il brigante Fioravanti come conosco loro: bene, sentano: i carabinieri i briganti non li prendono.
Io protestai; anche perchè mi seccava perdere la fede nei carabinieri.
— Sa lei — disse il giovane — quando i carabinieri prendono o uccidono un brigante? Quando per combinazione ci vanno a battere contro col muso.
— Ma non li vanno a cercare? non li stanano?
— Che dite! La pelle preme a tutti. Non sa lei che un bandito non ha niente da perdere? Li vada, li vada a chiappare per quelle macchie (e indicava i vasti monti che nereggiavano fuor delle piccole finestre al lume lunare). Per dar loro la caccia bene, sa che cosa bisognerebbe fare?
— Che cosa? — chiesi io, e non mi sentivo niente bene.
— Bisognerebbe far la battuta come alla caccia del cignale: lasci dire a me che le so queste cose; è il mio mestiere. Oppure sa che cosa?
— Cosa?
— Aspettare l'inverno. Allora, con la neve, i birboni devono lasciare la macchia e calar giù, e così si possono prendere.
Io vedevo buio nel viaggio del domani: e quei racconti di briganti avrei preferito udirli a casa mia.
— Ma una spia che indichi....
— Allora è un altro par di maniche.
Abbassò la voce e guardandosi attorno disse:
— È il caso di questa sera!...
Il padre lo guardava bieco.
— Ma sì — disse il giovane a voce alta — non li vedete che son gente per bene? Che avete paura che ci tradiscano?
Il vecchio pareva preoccupato.
E la madre disse con tristezza:
— Tu, figliuolo, fai troppo a fidanza col tuo coraggio!
Io allora per rassicurarli dissi chi ero; ma il giovane che aveva da vero un aspetto franco e non imbelle, levò le spalle, fermò la mia mano che voleva estrarre il portafoglio per documentare le mie asserzioni, e disse: — O che non li conosco io i signori e le persone per bene? Dunque stiano a sentire e lei, signorina, si faccia cuore: ecco: l'indicazione l'ho data io al delegato di San Piero in Bagno: e sono venuti stasera travestiti da contadini: c'è il delegato, che è uno che ha il muso duro, e quattro agenti. Hanno cenato qui e una mezz'ora prima che arrivassero lor signori, hanno preso alla spicciolata lavia del bastione: è per questo che ho chiesto a lor signori se avevano veduto qualcuno per via, venendo qui.
— E perchè verso il Bastione? — chiese la mia compagna.
— E perchè i briganti — io lo so di sicuro — si sono rifugiati lassù....
— Fra quelle felci?
— Brava! lì presso c'è la casa d'un contadino che fa il manutengolo. (Io guardavo la mia compagna che era smorta come un cencio e la guida che stava a bocca aperta senza però mangiare; e anch'io, suppongo, un aspetto molto allegro non lo dovevo avere). O lì, o lì presso devono essere, e se non era per babbo e mamma, ci volevo andare anch'io. Me l'han giurata, ma l'ho giurata anch'io a loro, e vedremo chi la vince!
— Tu tornerai in Maremma, tu! — disse il babbo.
— E presto — aggiunse la mamma.
— Zitto! — disse il giovane levandosi in piedi e tendendo l'orecchio nell'attitudine del cacciatore che avverte ogni piccolo suono.
— Che è? — e ci levammo anche noi in piedi.
— Niente, niente! — sono i due carabinieri che vengono di pattuglia dalle Balze: sono bene in ritardo!
Due passi uguali udimmo anche noi sul selciato, e si fermarono alla porta dell'osteria.
Una voce grossa d'uomo canticchiò:
— Ehi, di casa! buona gente!
Al lume della luna e fra il silenzio dei monti i suoni più lievi acquistano un carattere paurosamente sonoro.
La mia compagna rabbrividì:
— Ecco i briganti, ci siamo — e mi si attaccò ad un braccio. Poco dopo fu battuto contro la porta di strada col calcio del fucile.
— Ma no, signorina, — disse il giovane — oh, non ha inteso che sono i carabinieri? — e si affacciò alla finestra con un: — Siete voi? ora vi vengo ad aprire.
Ma si ritirò facendo un gesto di malcontento che non prometteva niente di buono.
— C'è quell'imbecille di Villotti; avevo già capito dalla voce! — disse a' suoi, e scese ad aprire.
Io voleva domandarne il padre, ma egli si era fatto già contro la porta.
Sentimmo levare i catenacci, barattare un saluto, poi due passi gravi, accompagnati dal tintinnar cupo delle armi, montarono le scale e apparvero i due carabinieri.
— Buona sera, ragazzi! — disse la donna.
— Buona sera a voi, e alla compagnia — dissero essi vedendo noi.
Deposero i due fucili presso la porta con un «auf!» di sollievo, si stirarono le braccia e si accostarono al camino.
— Cara la mia Ceccona — disse l'uno dei militi andando appresso all'ostessa quasi da abbracciarla —, hai una bottiglia proprio di quello fino che fa venir giù le lagrime? Sta attenta: questa te la pago io coi miei soldi, e se invece non me la dai, non ti faccio il buono per il sindaco di Verghereto, hai capito?
— Io — disse l'ostessa — ho questo qui da darti — e gli levava un bastone della fascina, contro il viso.
— Oh, come sei cattiva, Ceccona, questa sera!
— Gli è, vedi, Villotti — disse il figliuolo dell'oste —, che se mamma ti dà con la scopa, io prendo lo scudiscio, che è di nerbo di bue.
— Come sei cattivo anche tu! Dammi almeno la bottiglia.
— La bottiglia non te la diamo.
— E perchè mo'? Credi che non abbia soldi?
— Ti dico di no.
— Allora mezzo litro....
— Mezzo litro sì; ora te lo vo a spillare.
— E non ci aggiungere acqua, eh!
I due militi non facevano niente affatto onore alla benemerita arma. L'uno mingherlino, imberbe, con una faccia pallida, e due occhi spaventati, in nostra presenza non disse una parola: si sedette in disparte su di una cassapanca e rimase lì tutta la sera: pareva istupidito.
L'altro che parlava toscano, sotto cui però si indovinava il natìo dialetto veneto, era un omaccio di mezza età, più adiposo che gagliardo, con un volto congestionato e affocato.
Lerci poi ambedue: la metà inferiore della divisa era coperta di polvere: la metà superiore di padelle, strappi e frittelle.
Lessi negli occhi della mia compagna l'impressione disgustosa prodotta dal contegno dei due militi: tuttavia in omaggioalla montura, mi credetti in obbligo di essere con loro cortese e li invitai alla mensa dove sedevamo noi.
Non ci fu però bisogno d'invito; quello mingherlino non si mosse e ringraziò a pena: l'altro si sedette in modo che si sarebbe seduto anche senza invito. Offersi da bere e quegli tracannò il bicchiere colmo d'un fiato.
— Non gliene dia, non gliene dia — mi disse dietro le spalle il giovane che veniva su dalla cantina —, ha qui il suo mezzo litro che gli è di troppo.
— Come sei cattivo, Menico, con me! Tu non mi vuoi più bene — mugolò il carabiniere.
— Senti: prima mi devi fare il buono — e gli porse un foglietto, penna e calamaio.
Lo sciagurato tracciava i segni sulla carta con mano vacillante che faceva pietà.
— Se tu tieni la carabina come tieni la penna — lo schernì il giovane —, i banditi ti possono ballare la monferina davanti!
Ma quegli non udì o era troppo intento nello scrivere.
— A proposito, ragazzi — disse l'oste — volete voi cenare?
Lo scrivente fece cenno di no con la testa e l'altro milite disse che avevano mangiato due ore prima alle Balze.
Io mi sforzai di provocare il carabiniere ad un discorso possibile e sensato, e gli chiesi de' malandrini, se li avesse veduti, se almeno sapesse dove bazzicavano; e tali domande rivolgevo per sapermi regolare sul da farsi il domani: chè non era partito da pigliarsi a cuor leggero. Ma non riuscii a cavargli di bocca che poche e confuse parole.
Anche qui intervenne il giovane con sicurezza offensiva di parole che mi sorprese. Anche suo babbo gli diè su la voce.
— State cheto, babbo, che io ho tutte le cose mie a posto e so quel che faccio e so quel che dico! — e a noi spiegò così:
— Che cosa vuole che lui sappia dove sono i banditi? Lui fa le sue pattuglie, poniamo come questa sera, dalle Balze a Monte Coronaro, per la strada che gli è prescritta. Per far capire poi che è in pace con tutti, o mette il fazzoletto in cimaalla carabina; o viene giù cantando per tutta la strada, quant'è lunga.
Parlava quell'aitante giovane stando ritto e con voce sarcastica tanto che io temetti che il carabiniere s'avesse a levare in piede e i due si azzuffassero: invece nulla. Colui crollava il capo e diceva ogni tanto: «eh, sie!» oppure «non mi vuoi più bene, Menico!» e piuttosto fissava con insistenza me e la mia compagna.
Infine puntò il dito contro di noi e come avesse trovato le idee che cercava, disse:
— Loro due sono saltimbanchi, è vero?
Io e la mia compagna ci guardammo in volto, sorpresi più che sgradevolmente.
Cercai di persuadere che non eravamo saltimbanchi, e anche per prevenire una possibile ingiunzione di mostrare le nostre carte, levai dal portafoglio il libretto con tanto di stemma reale.
Speravo che la vista del documento avrebbe avuto forza di far ritrattare la poco lusinghiera asserzione: ma non fu così: il carabiniere non si commosse niente alla mia presentazione e insisteva che noi eravamo due saltimbanchi.
— A voi — mi disse con tonoprepotente — vi ho visto alla sagra di San Piero far ballare l'orso, e quella bella biondina l'ho vista saltare su la corda.
*
L'ostessa si era accostata a noi col lume in mano e disse:
— Se vogliono venire a dormire, la stanza è pronta.
Demmo la buona notte e salimmo in una stanza del primo piano che ci era stata allestita. Era quanto di meglio ci rimaneva da fare per allora.
— Doveva proprio capitare quello sciagurato d'un carabiniere — disse la donna posando il lume che rischiarava a mala pena una stanzetta bassa, nuda, con un odore di chiuso e di reste di cipolle, appese ai travi; e da un lato, occupata tutta da un letto così alto che per salirvi ci voleva la scala.
— Vedano — proseguì — quello lì è un prepotente, un cattivo, un poco di buono: con gli altri si prende la libertà di fare e di dire. Non ci è che mio figliuolo chelo faccia star a dovere e più gliene dice, più lui sta cheto. Loro però, a ogni buon conto, mettano il catenaccio all'uscio e non aprano, veh! Già non busseranno, ma dovessero anche bussare.... — e ci diè la buona notte.
Buona notte! Crudele ironia dell'augurio! Apro la finestra per dare aria a quell'antro e, tratto il catenaccio, lo scuro della finestrola stridette sui cardini e si aprì da per sè. Meravigliosa notte! La luna innondava di un bagliore purissimo la cupa valle: il Fumaiuolo, come un'immensa schiena chiudeva l'orizzonte, lasciando poco spazio al trasparente azzurreggiare del cielo. Sotto, digradavano i tetti d'ardesia delle poche casupole di Monte Coronaro, immerse in un silenzio lugubre, appena rotto dallo scalciare di qualche giumento nelle stalle.
Sentii un singhiozzare represso dietro di me. Era la mia compagna che piangeva.
— Oh, ci mancava questa, e poi il terno è fatto!
— Come sei sgarbato, anche tu.
— Niente sgarbato, non sei stata tu a volermi seguire? — La consigliai di buttarsi sul letto e di dormire.
— Ma domattina come faremo?
Era proprio quello che pensavo anch'io.
— Adesso riposa — dissi — che ho un mio progetto in mente che non può esser migliore.
Ella cadeva più dalla stanchezza che dal sonno, e, senza nemmeno svestirsi, salì e si buttò sul letto dove scomparve nella buca del pagliericcio.
Sentii le foglie del detto saccone scricchiolare, suonare, secondo che ella si voltava: poi più nulla: il sonno era sceso su di lei.
Il silenzio durò poco: i due carabinieri salirono nella stanza attigua alla nostra e udii il giovane provvidenziale che a voce bassa ammonì:
— Ehi, ragazzi, lì dormono quei forastieri: non fate rumore se no vengo su io.
Durarono più di un'ora a spogliarsi: si sentiva che buttavano scarpe, abiti, giberna, daga alla rinfusa, su le seggiole, per terra, senza alcun riguardo, e vociavano come fossero stati in piazza.
Finalmente li sentii sprofondare anch'essi entro il pagliericcio: il lume che trapelava dalle fessure della porta, si spense;e poco dopo due canne d'organo, abilmente alternate, porgevano la migliore garanzia che i due militi dormivano.
*
La luna si nascondeva oramai dietro il Fumaiuolo: l'orologio segnava un'ora dopo la mezzanotte.
La notte fu, anche per me, spesa inconsulte angosciose; l'idea di avventurarmi per quei boschi, per quelle forre dove non s'incontra anima viva, dove il primo uomo che spunta può essere il bandito che vi intima di scendere, non era punto piacevole. E se mi portano via la moglie?
Si poteva battere un'altra via e farci per un buon pezzo accompagnare dal figlio dell'oste. Ma non mai come allora mi parvero serie quelle, che sempre mi erano parse ridicole, parole dell'immortale Don Abbondio quando, al calare dei Lanzichenecchi, si reca al castello dell'Innominato e ragiona con Perpetua del pericolo che può addurre quella mostra diarmi: «Non sapete che i soldati è il loro mestiere di prendere le fortezze?» Ah, se invece di studiare il latino, avessi studiato da guardaboschi!
E se quei malandrini fossero stati banditi, diremo così, per bene, la cosa mutava aspetto. Sarebbe stata un'emozione da provare, e piacevolissima da raccontare. Essi ci avrebbero fatto ala ai due lati del sentiero col cappellaccio in mano, e noi avremmo progredito alteramente sulle nostre cavalcature. Ma allora mi persuasi che questi banditi romantici non si trovano che nella letteratura.
Quelli erano banditi notoriamente sanguinari, e vedere una biondina!...
Il miglior partito ancora mi parve quello di accompagnarmi ai due sciagurati carabinieri che il dì seguente dovevano far ritorno a San Piero in Bagno. Lì passa la corriera ogni giorno....
E quella luna il cui bagliore sfuggiva dietro il monte, e quelle canne d'organo che rompevano il silenzio notturno, incutevano una ben singolare tristezza.
Mi addormentai finalmente anch'io.
*
Come discesi nella stanza a basso, il sole era già alzato.
Una mattina fresca, deliziosa, trasparente, tutta olezzi e rugiada. Oh, come sarebbe stato piacevole riprendere il viaggio senza quei maledetti banditi!
L'ostessa stava facendo il caffè; sul tavolo avea preparato le tazze e una scodella di latte.
Vennero giù i due carabinieri e mi salutarono appena.
— La mia sposa, voglio la mia sposa! — urlò l'ubriacone, battendo col pugno sul tavolo.
— Ecco la sposa! — disse la donna che pareva accostumata a quella frase, e portò due bottiglie e ne riempì un bicchiere da tavola, metà di rhum e metà di mistrà.
— Contento, così?
— Va bene! — e rivolto a me, credette opportuno aggiungere: — Sono rauco: del resto un bicchierino mi basta.
— Difatti.... — dissi io seccamente, eseguitai a pensare a' miei casi, e quegli a bere.
— Dov'è suo figliuolo? — chiesi io accostandomi all'ostessa.
— È andato via col cane a caccia prima dell'alba — rispose sottovoce la donna. — Se c'era lui in casa, non glielo davo mica tutto quel liquore.
Entrò in quel punto la guida con un'aria più melensa e con un fare più dinoccolato del solito.
— Ebbene? — gli chiesi.
— Le bestie hanno mangiato.
— Ho tanto piacere, e hanno anche dormito bene?... E a che ora partiamo? — domandai.
— Per me sono sempre pronto.
«Già per lui è tutt'uno, dissi fra me; a lui i banditi non possono fare alcun male».
— E passiamo per la Cella?
— Se non vogliamo passare per quelle macchie, possiamo pigliare una strada più scoperta e fare un sentiero più battuto. Andiamo alle Balze, di lì caliamo sul Senatello, e poi si va sempre pel greto del fiume, sino a Castel d'Elci: quando siamo a Castel d'Elci, siamo quasi a casa: adesso c'è una strada nuova....
Ma anche il vecchio idiota sembrava turbato: forse pensava al sequestro possibile dei suoi due asini. Stette un po' e poi disse:
— Se a Sant'Agata avessimo avuto sentore di quest'impiccio, si poteva aspettare prima di metterci in viaggio.
Quando venne giù la mia compagna, l'ostessa le domandò se avesse dormito bene la notte ed ella rispose di sì.
— Un po' fondi quei materassi, e ogni volta che ci si muove, fanno un rumore....
La vista poi del latte munto, del burro fresco, delle croste di pane abbrustolito, calde calde, sul desco, finì per rabbonirla del tutto: e si mise a mangiare con grande raccoglimento e soddisfazione.
Ed io che la vedevo immergere nel latte montanino quelle fette di nero pane spalmate di burro e poi mangiarsele pensavo: «lei non ricorda più. Ah, tu non ti ricordi più, diciamo noi poeti alle nostre Laure. Ma che stupidi siamo noi poeti».
E così stando, sentii a un tratto i due carabinieri che in quel mezzo di tempo erano saliti alla loro stanza, scenderne a precipizio, l'un dietro l'altro: afferraronole loro carabine e si buttarono giù per le scale.
— Che c'è? — domandò la mia compagna levandosi in piedi.
— Che c'è? — domandai io all'ostessa.
Ma essa, senza darmi risposta, aveva buttato via una padella che teneva in mano, e su per le scale al piano superiore.
Corsi alla finestra e vidi i due carabinieri che già avevano oltrepassato il villaggio e correvano per la radura.
— Qui c'è del mistero, oh, che imbroglio! — pensavo tra me; e la mia compagna aveva interrotto la colazione e tremava come una foglia.
In quel punto la voce dell'ostessa disse dall'alto:
— Vengano a vedere, signori!
Salimmo su. E ci prese per il braccio, ci spinse alla finestra e indicando un punto lontano dalla parte del bastione, sclamò festosamente:
— Li han presi, li han presi! Vedono?
— Chi?
— I banditi! fossero almeno tutt'e tre! — sospirò poi. — Di qui non si vede se non un gruppo di gente.
— Dove?
— Là, guardi in direzione di quel grosso olmo sul poggio: vede un gruppo di gente? È il delegato con i suoi uomini, e c'è il mio figliuolo, e poi degli altri: li vede?
— E i carabinieri perchè ci vanno incontro? — domandò la mia compagna.
— Per dar man forte, ora che non c'è più di bisogno, i poltroni. Da qui a mezz'ora saranno qui.
Dalle capanne intanto di Monte Coronaro alcuni gruppi di gente si staccavano, e tutti movevano a quella volta. L'oste venne dove eravamo noi e disse alla sua donna:
— C'è anche Sbircio: li hanno acchiappati tutt'e tre, meno male: io non li distinguo, ma il garzone che ha la vista buona, ha detto che c'è anche lui.
— Che il Signore sia benedetto! — sclamò la donna.
Anche noi ci sentivamo liberati da un gran peso, e la vecchia guida sorrideva dalla contentezza.
— Andiamogli incontro anche noi?
Ci avviammo coll'oste; e, andando, egli ci spiegava così:
— Veda, lo Sbircio è proprio cattivo: gli altri due sono due poveri diavoli che non fanno male a nessuno: saranno tre anni che battono questi luoghi: si accontentano di andare dai possidenti a domandare un po' di roba; ma con le buone, senz'arroganza e poi si appiattano per le macchie: i carabinieri li conoscono; e li lasciano stare. Vivi e lascia vivere, dico bene? Quante volte non sono venuti a mangiare anche da me! Ma quello Sbircio, che è quello che è scappato dalle prigioni della Pieve, gli è proprio un infame: un mese fa ha scannato una povera ragazza che badava le sue pecore sul Fumaiolo. Ma sono cose da farsi? Vuoi assaltare un inglese, un forastiero che viene a vedere le sorgenti del Tevere? Assaltalo, senza fargli male, però. Ma scannare la gente del paese di cui potete avere sempre bisogno, non va!
Non mi parve opportuno in quelle circostanze contrariare le idee liberali (le chiamerò così) del mio barbuto ospite, il quale proseguì:
— Il mio figliuolo è più buono di un pezzo di pane, ma certe prepotenze non le può sopportare. Una sera, pensi, all'orache si andava a letto, capita lo Sbircio. Noi lo si conosce, e zitti.
Ordina da mangiare e mangia, ordina da bere e beve, ordina la stanza e gli si dà la stanza; hai avuto quello che vuoi? sta buono, sta contento. Dico bene? Chè, chè! Si alza e dice: «Domattina, Menico (precise parole) mi farai trovare giù la tua cavalla sellata e stasera gli vai a dar la biada».
«La mia cavalla non te la do» dice lui.
«Tu me la darai» dice lo Sbircio.
Allora il mio Menico lo prende per il petto, l'altro fa per tirar fuori il coltello. Allora mi butto addosso io e lo teniamo lì fermo. Mio figlio lo voleva scannare, e lo Sbircio ruggiva: «Tu vuoi la taglia, vigliacco d'una spia!» È stata la mia donna a salvarlo, chè ha detto: «Lasciatelo andare, volete rubare il mestiere alla polizia? non vi vergognate?» E lo abbiamo lasciato andare e abbiamo fatto male, perchè lo Sbircio da allora la giurò al mio figliuolo. Questa notte, quando noi siamo andati a letto, lui è scappato col cane e col fucile ed è andato lassù sul bastione a dar la caccia a quella bestiaselvatica. Siamo stati in pena tutta la notte.
E così ragionando, non senza qualche trepidazione, eravamo giunti presso la compagnia dei banditi e delle guardie.
Riconobbi Menico col suo fucile e un bellissimo bracco che gli saltava accanto. Davanti procedevano i due carabinieri che avevano recato il soccorso di Pisa e tenevano la catena dei tre ammanettati. Dietro seguivano il delegato e le guardie.
— È ferito qualcuno? — domandai a Menico.
— Il delegato si è buscata una palla: fortuna che l'ha sfiorato appena, ma il tiro era buono, vero, Sbircio?
E si volgeva ad uno degli ammanettati che non rispose; ma rivolse due occhi che fecero voltare indietro la testa alla mia compagna.
— Datti pace, Sbircio, per questa volta hai l'alloggio sicuro fin che campi.
Parevano i tre malandrini tre bestie feroci, prese alla taglia: pallidi, esterrefatti, con gli occhi dilatati e spauriti. Anche le guardie, con gli abiti lordi, stracciati, recavano le visibili tracce della sofferenzanella lunga attesa notturna, e della lotta che avevano dovuto sostenere.
Mi accostai al delegato che camminava per ultimo con la fronte bendata. Era un uomo di mezz'età, una fisonomia buona e aperta. Mostrò di accogliere con riconoscenza le nostre domande.
— La ferita è niente: ma un centimetro più in dentro, ed era finita: mi dispiace perchè ho due bambini piccoli a casa. Vuol vedere che arma avevano? Dia qua.... — disse ad una delle guardie che teneva una carabina ad armacollo, e quegli gliela porse. — Guardi che arma stupenda.
E andando, ci facevamo raccontare l'appostamento notturno e come avvenne la cattura in casa del manutengolo.
— E quello non l'hanno preso?
— Quello lì è rimasto sul luogo: come si fa? Hanno fatto resistenza e abbiamo dovuto difenderci: un colpo è andato male e ha steso per terra quello che ne aveva meno colpa di tutti....
— Ma se era un manutengolo.... — dissi io.
— Veda, caro signore, qui non si può giudicare coi criteri con cui possono giudicareloro nelle grandi città e nei loro giornali: molte volte si è manutengoli per forza o per guadagnare qualche danaro: intanto lassù ci sono tre bambini e una donna che piangono attorno ad un morto, o moribondo che sia.
— Fra quelle felci?
— Fra quelle felci. È la vita che è fatta così! — concluse il delegato. — Gli manderemo su il prete di Monte Coronaro con l'olio santo, se ci vorrà andare.
E noi, preso commiato da tutti, ci partimmo assai lietamente alla volta del grande ed erboso monte da cui, dal tempo di Enea, volve continuamente l'acqua del fiume Tevere.
E mentre gli asinelli salivano i botri del rupestre sentiero e scandevano gli aspri sassi, la mia compagna mi parlava festosamente delle fragole, dei lamponi, della ricotta fresca che ci attendevano alla Cella.
— Vogliamo portarne un bel cesto ai bambini e alla nonna, è vero?
Rideva tutta la campagna, e la vecchia guida, quando vedeva lamponi, avellane, mele selvatiche ne coglieva e ne portava a mia moglie.
E lei mi diceva: — Vedi tu come lui è cavaliere?
Ma io pensavo a tutt'altro: «come è bella la terra, se non ci fossero in giro le bestie selvatiche!»
Rimini, 1898.