LA LEGGE!

LA LEGGE!Una fila di banchi si stendeva ai due lati del corridoio, a vôlta, dell'ospedale: un antico convento.Il corridoio era quasi buio; e le persone sedute su le banche in attesa della cura ambulatoria, si distinguevano in due linee grige, come un zig-zag sul muro, più alte o più basse secondo l'altezza della statura, o secondo che avevano bambini in braccio. In tutti era un'immobilità statuaria, la qual cosa è prodotta dal dolore, specialmente quando esso è combinato con la derelitta miseria.Attendevano i medici; ma i signori medici dell'ospedale tardavano a venire quel giorno. Allora qualcuna di quelle figure si alzava e si accostava alla grata, tirava una catena, e la catena moveva la vocedi un grosso campanello che risonava lugubremente nell'interno. «Ma quanto tardano questi medici a venire? È già vespero!»Erano voci stanche, irose, dolorose.Allora la porta si spalanca subito ed un portiere ossuto, temperato nell'umano dolore e nell'alcool, si inquadrava nel vano della nera porta, col suo grembiale turchino, e con la voce di chi vuole persuadere quei ciechi di mente, diceva:«Ma se i dottori fossero venuti, li avreste veduti. Va bene che voi (additava due o tre, bendati e fasciati) avete male agli occhi, ma gli altri dovrebbero pure vedere se sono passati o non sono passati, dal corridoio, i dottori! Tardano! E io cosa c'entro? Non li posso mica andare a prendere io per il collo!» E con la mano indicava il corridoio per cui i medici dovevano passare.Poi rimetteva in bocca la pipa e chiudeva la porta con un «Accidenti!» lungo, brontolato.Allora sorgeva, fra quelli in attesa, un bisbigliare morto e rotto di rassegnata disperazione: «I poveri; la carità ai poveri; la maledizione su la carità dei poveri;la maledizione che pesa sui poveri; l'ora della siesta d'estate.» «Dormono i medici! Quello giovane, il dottorino biondo, ha altro da pensare, sta per prendere moglie», dice una donna avvolta nello sciallo nero.Poi, silenzio.Un passo svelto, elegante, finalmente scricchiolò: un dottore era entrato, sbirciò qua e là la lunga fila che stava in attesa. «Ambulatorio lungo!» Entrò dalla porta aperta premurosamente dal cerbero portiere, che dalla grata lo vide. Poco dopo, questi disse alla folla degli infermi:— Uno per volta e senza fare confusione.Tutti si alzano.Un uomo si levò allora e disse ai compagni di sventura:— Prima a me per carità!Aveva su le spalle un fagotto che conteneva un bambino, avvolto in una coperta. Rantolava con un rantolo chiuso e penoso. Disse l'uomo:— Ho bisogno dei fori: ha la difterite.Quando queste parole furono udite, tutti dissero:— Andate, andate pure avanti, voi galantuomo.Noi possiamo aspettare più di voi.L'uomo allora entrò, scomparve dietro quella porta col suo fagotto su le spalle.Un piccolo dottorino biondo, elegante nella sua tonaca bianca, attendeva.Quando l'uomo ebbe svolto il suo involucro pieno di patimento umano, il medico disse:— Va bene. Difterite crupale. Da quanti giorni?L'uomo cominciò a raccontare:— Questo mio bambino è stato sempre bene. Cinque giorni fa disse che gli faceva male la gola, e parlava con una certa voce e poi scottava come il fuoco: noi gli abbiamo messa una pappina di farina, perchè credevamo che non fosse niente.— Sì, sì, ci vuol altro che la pappina — fece il medico. — Presto, presto! Oh, ma avete il certificato di povertà?L'uomo era tutto un certificato di povertà. Però disse sbarrando gli occhi:— Quale certificato di povertà, signor dottore?— Come? non lo sapete? Senza certificato di povertà non si fanno iniezioni. Il regolamento parla chiaro.— Ma io non sapevo....— Le solite! Ma l'ignoranza della legge non è ammessa per legge: lo dovete sapere.— Ma per carità! ma questo mio figlio muore!Il piccolo dottore fece un gesto con cui si dichiarava molto dolente.— No, non muore! — Disse poi: — Invece di far tante ciarle, fate presto, andate in Municipio. Dev'essere ancora aperto: fatevi rilasciare un certificato di povertà, e poi tornate.L'uomo rimase come attonito. L'altro ripetè:— Presto!Allora colui ricoperse il suo involucro nello sciallo.Quando si ha un grande dolore, l'uomo spesso diviene insensato e corre dietro agli ordini delle parole che gli sono dette. «Fermati! va! ferma! bevi! ammazza!» E l'uomo compie tutte queste cose, quasi automaticamente.Colui corse, come pazzo, al Municipio.Erano ormai le quattro. Le vie nell'ora del vespero si ripopolavano lietamente.Giunse al Municipio. Gli uffici si chiudevano lentamente ed inesorabilmente.Ad un impiegato, che scendeva le scale, domandò:— Un certificato di povertà dove si fa? Da chi si va?Tremava tutto. Scoprì il suo involucro e apparve la testa rantolante del bimbo:— La difterite — disse rabbrividendo.L'impiegato che aveva dei figli, forse, fu preso da terrore; e, senza rispondere, fuggì via. L'uomo lo riguardò fuggire e poi risalì le scale vuote e consunte: girò a caso pei corridoi degli uffici. Essi erano deserti: le porte, pesanti, erano chiuse.Le tentò ad una ad una.Un custode lo vide; e corse pesantemente da lui.— Ohi, galantuomo, cosa fate qui? — gridò.— Un certificato di povertà! Dove si fa?— Ma a quest'ora? I certificati di povertà si rilasciano dalle dieci alle tre. Adesso sono le quattro. Tornate domattina.— Ho bisogno per i fori! — E mostrò il suo piccino. — Senza certificato, il medico non fa i fori.— Capisco! — disse il custode. — Ma adesso come si può fare? Se si trova anche l'impiegato, dove si trova il sindaco per la firma?E lo spinse dolcemente fuori, giù per le scale, un poco per volta. Ed egli ubbidì alla mano che lo spingeva, perchè quando si è vinti da un grande dolore, si ubbidisce alla voce che ci comanda, alla mano che ci spinge.Era l'ora dell'avemaria.Allora l'uomo ritornò all'ospedale. Il corridoio era più lugubre di prima. La folla degli infermi era grande. Il miserabile fece per entrare da quella porta dove vigilava il custode contro la folla.Gli gridò appena lo vide col suo alto fardello.— Non si può: c'è il suo turno. Non ci sei stato prima?— Voglio entrare.— Ti dico che non si può, boia d'un contadino.— Sono andato via per il certificato.— Hai il certificato?— È chiuso il Comune!— E se è chiuso, che colpa ci ho io? Sono io il sindaco? Torna domattina.— Ma se muore?— Ma va là, che non muore! E se muore, non è la provvidenza?L'uomo non rispose nulla, ma domandò alla folla con voce da fare rabbrividire:— E non si vede che sono povero? Perchè ci vuole il certificato?Disse uno dei miserabili della folla:— Perchè la legge la fanno i signori. Loro sanno fare a scrivere!— Ma se non c'era questa legge prima!— L'ha messa il direttore nuovo per fare economia. Andate di là, che la vedrete l'economia! Tappeti per terra, i fili della luce, i fili per parlare, i mobili rossi, verdi, bianchi. Ma chi paga il lusso sapete chi è? Il sangue dei poveri.L'uomo ascoltava quelle parole come se venissero da un altro mondo.*Il signor direttore delle Opere Pie, il commendatore X*** aveva quella notte, come il solito, giocato la sua regolare partita a «bestia» sul tavolo verde del casino dei nobili, cioè dei galantuomini, come si diceva colà.Egli era una savia, garbata, assennata, distinta persona; nemica degli abusi, amica del regolamento; e, dopo cena, amica della partita a «bestia». Ma, anche nel giuoco, era uomo molto ordinato. Quando aveva perso un marengo, smetteva. Quella sera aveva vinto cinque marenghi e perciò era rimasto. Il caffettiere del Circolo aveva fatto venire una cassa di vera birra tedesca, birra scura e birra chiara. Il commendatore aveva bevuto molta birra chiara, assicurando che essa era precisa, identica a quella che si può bere a Milano, a Monaco, a Vienna. Egli era stato a Milano ed anche a Vienna; ed anzi in quella città aveva imparato l'ordine ed i regolamenti.Uscendo — erano le due dopo mezzanotte — la luna disegnava con un zig-zag netto, la linea dei comignoli e dei tetti a mezzo della vecchia strada deserta.— È freschetto! — disse il commendatore ed infilò il pastrano di mezza stagione. Coll'amico, che lo accompagnava, parlò di molte cose piacevoli, della birra che si beve a Milano ed a Vienna, degli «shops» di terra che il caffettiere doveva far venire insieme alla birra, «perchè è un fatto — commentava con la blanda sua voce — che se tu bevi del vino in una tazza da caffè, o del «vermutte» in un bicchiere di vino, ti pare, io non so che cosa sia, che abbia un altro sapore». Poi parlò della «bestia», che è un bellissimo giuoco, ma ci vuole prudenza e metodo; poi della luna che era bellissima anche lei.L'amico si staccò dal commendatore. Costui percorse un vicoletto stretto, dove non batteva la luna, e levò il chiavino di casa.Un'ombra gli si levò di contro.— Che cosa volete voi? — domandò il commendatore arretrando.L'ombra non rispose. Si abbassò. E nelpunto stesso con un impeto furibondo si lanciò con una lama, e la sprofondò nel ventre del benemerito signor direttore delle Opere Pie.Allora l'assassino disse una parola sola:— Ecco la legge!Perchè quando l'uomo è vinto da un grande dolore, qualche volta arma la mano e colpisce.Bellaria, 1912.

Una fila di banchi si stendeva ai due lati del corridoio, a vôlta, dell'ospedale: un antico convento.

Il corridoio era quasi buio; e le persone sedute su le banche in attesa della cura ambulatoria, si distinguevano in due linee grige, come un zig-zag sul muro, più alte o più basse secondo l'altezza della statura, o secondo che avevano bambini in braccio. In tutti era un'immobilità statuaria, la qual cosa è prodotta dal dolore, specialmente quando esso è combinato con la derelitta miseria.

Attendevano i medici; ma i signori medici dell'ospedale tardavano a venire quel giorno. Allora qualcuna di quelle figure si alzava e si accostava alla grata, tirava una catena, e la catena moveva la vocedi un grosso campanello che risonava lugubremente nell'interno. «Ma quanto tardano questi medici a venire? È già vespero!»

Erano voci stanche, irose, dolorose.

Allora la porta si spalanca subito ed un portiere ossuto, temperato nell'umano dolore e nell'alcool, si inquadrava nel vano della nera porta, col suo grembiale turchino, e con la voce di chi vuole persuadere quei ciechi di mente, diceva:

«Ma se i dottori fossero venuti, li avreste veduti. Va bene che voi (additava due o tre, bendati e fasciati) avete male agli occhi, ma gli altri dovrebbero pure vedere se sono passati o non sono passati, dal corridoio, i dottori! Tardano! E io cosa c'entro? Non li posso mica andare a prendere io per il collo!» E con la mano indicava il corridoio per cui i medici dovevano passare.

Poi rimetteva in bocca la pipa e chiudeva la porta con un «Accidenti!» lungo, brontolato.

Allora sorgeva, fra quelli in attesa, un bisbigliare morto e rotto di rassegnata disperazione: «I poveri; la carità ai poveri; la maledizione su la carità dei poveri;la maledizione che pesa sui poveri; l'ora della siesta d'estate.» «Dormono i medici! Quello giovane, il dottorino biondo, ha altro da pensare, sta per prendere moglie», dice una donna avvolta nello sciallo nero.

Poi, silenzio.

Un passo svelto, elegante, finalmente scricchiolò: un dottore era entrato, sbirciò qua e là la lunga fila che stava in attesa. «Ambulatorio lungo!» Entrò dalla porta aperta premurosamente dal cerbero portiere, che dalla grata lo vide. Poco dopo, questi disse alla folla degli infermi:

— Uno per volta e senza fare confusione.

Tutti si alzano.

Un uomo si levò allora e disse ai compagni di sventura:

— Prima a me per carità!

Aveva su le spalle un fagotto che conteneva un bambino, avvolto in una coperta. Rantolava con un rantolo chiuso e penoso. Disse l'uomo:

— Ho bisogno dei fori: ha la difterite.

Quando queste parole furono udite, tutti dissero:

— Andate, andate pure avanti, voi galantuomo.Noi possiamo aspettare più di voi.

L'uomo allora entrò, scomparve dietro quella porta col suo fagotto su le spalle.

Un piccolo dottorino biondo, elegante nella sua tonaca bianca, attendeva.

Quando l'uomo ebbe svolto il suo involucro pieno di patimento umano, il medico disse:

— Va bene. Difterite crupale. Da quanti giorni?

L'uomo cominciò a raccontare:

— Questo mio bambino è stato sempre bene. Cinque giorni fa disse che gli faceva male la gola, e parlava con una certa voce e poi scottava come il fuoco: noi gli abbiamo messa una pappina di farina, perchè credevamo che non fosse niente.

— Sì, sì, ci vuol altro che la pappina — fece il medico. — Presto, presto! Oh, ma avete il certificato di povertà?

L'uomo era tutto un certificato di povertà. Però disse sbarrando gli occhi:

— Quale certificato di povertà, signor dottore?

— Come? non lo sapete? Senza certificato di povertà non si fanno iniezioni. Il regolamento parla chiaro.

— Ma io non sapevo....

— Le solite! Ma l'ignoranza della legge non è ammessa per legge: lo dovete sapere.

— Ma per carità! ma questo mio figlio muore!

Il piccolo dottore fece un gesto con cui si dichiarava molto dolente.

— No, non muore! — Disse poi: — Invece di far tante ciarle, fate presto, andate in Municipio. Dev'essere ancora aperto: fatevi rilasciare un certificato di povertà, e poi tornate.

L'uomo rimase come attonito. L'altro ripetè:

— Presto!

Allora colui ricoperse il suo involucro nello sciallo.

Quando si ha un grande dolore, l'uomo spesso diviene insensato e corre dietro agli ordini delle parole che gli sono dette. «Fermati! va! ferma! bevi! ammazza!» E l'uomo compie tutte queste cose, quasi automaticamente.

Colui corse, come pazzo, al Municipio.

Erano ormai le quattro. Le vie nell'ora del vespero si ripopolavano lietamente.

Giunse al Municipio. Gli uffici si chiudevano lentamente ed inesorabilmente.

Ad un impiegato, che scendeva le scale, domandò:

— Un certificato di povertà dove si fa? Da chi si va?

Tremava tutto. Scoprì il suo involucro e apparve la testa rantolante del bimbo:

— La difterite — disse rabbrividendo.

L'impiegato che aveva dei figli, forse, fu preso da terrore; e, senza rispondere, fuggì via. L'uomo lo riguardò fuggire e poi risalì le scale vuote e consunte: girò a caso pei corridoi degli uffici. Essi erano deserti: le porte, pesanti, erano chiuse.

Le tentò ad una ad una.

Un custode lo vide; e corse pesantemente da lui.

— Ohi, galantuomo, cosa fate qui? — gridò.

— Un certificato di povertà! Dove si fa?

— Ma a quest'ora? I certificati di povertà si rilasciano dalle dieci alle tre. Adesso sono le quattro. Tornate domattina.

— Ho bisogno per i fori! — E mostrò il suo piccino. — Senza certificato, il medico non fa i fori.

— Capisco! — disse il custode. — Ma adesso come si può fare? Se si trova anche l'impiegato, dove si trova il sindaco per la firma?

E lo spinse dolcemente fuori, giù per le scale, un poco per volta. Ed egli ubbidì alla mano che lo spingeva, perchè quando si è vinti da un grande dolore, si ubbidisce alla voce che ci comanda, alla mano che ci spinge.

Era l'ora dell'avemaria.

Allora l'uomo ritornò all'ospedale. Il corridoio era più lugubre di prima. La folla degli infermi era grande. Il miserabile fece per entrare da quella porta dove vigilava il custode contro la folla.

Gli gridò appena lo vide col suo alto fardello.

— Non si può: c'è il suo turno. Non ci sei stato prima?

— Voglio entrare.

— Ti dico che non si può, boia d'un contadino.

— Sono andato via per il certificato.

— Hai il certificato?

— È chiuso il Comune!

— E se è chiuso, che colpa ci ho io? Sono io il sindaco? Torna domattina.

— Ma se muore?

— Ma va là, che non muore! E se muore, non è la provvidenza?

L'uomo non rispose nulla, ma domandò alla folla con voce da fare rabbrividire:

— E non si vede che sono povero? Perchè ci vuole il certificato?

Disse uno dei miserabili della folla:

— Perchè la legge la fanno i signori. Loro sanno fare a scrivere!

— Ma se non c'era questa legge prima!

— L'ha messa il direttore nuovo per fare economia. Andate di là, che la vedrete l'economia! Tappeti per terra, i fili della luce, i fili per parlare, i mobili rossi, verdi, bianchi. Ma chi paga il lusso sapete chi è? Il sangue dei poveri.

L'uomo ascoltava quelle parole come se venissero da un altro mondo.

*

Il signor direttore delle Opere Pie, il commendatore X*** aveva quella notte, come il solito, giocato la sua regolare partita a «bestia» sul tavolo verde del casino dei nobili, cioè dei galantuomini, come si diceva colà.

Egli era una savia, garbata, assennata, distinta persona; nemica degli abusi, amica del regolamento; e, dopo cena, amica della partita a «bestia». Ma, anche nel giuoco, era uomo molto ordinato. Quando aveva perso un marengo, smetteva. Quella sera aveva vinto cinque marenghi e perciò era rimasto. Il caffettiere del Circolo aveva fatto venire una cassa di vera birra tedesca, birra scura e birra chiara. Il commendatore aveva bevuto molta birra chiara, assicurando che essa era precisa, identica a quella che si può bere a Milano, a Monaco, a Vienna. Egli era stato a Milano ed anche a Vienna; ed anzi in quella città aveva imparato l'ordine ed i regolamenti.

Uscendo — erano le due dopo mezzanotte — la luna disegnava con un zig-zag netto, la linea dei comignoli e dei tetti a mezzo della vecchia strada deserta.

— È freschetto! — disse il commendatore ed infilò il pastrano di mezza stagione. Coll'amico, che lo accompagnava, parlò di molte cose piacevoli, della birra che si beve a Milano ed a Vienna, degli «shops» di terra che il caffettiere doveva far venire insieme alla birra, «perchè è un fatto — commentava con la blanda sua voce — che se tu bevi del vino in una tazza da caffè, o del «vermutte» in un bicchiere di vino, ti pare, io non so che cosa sia, che abbia un altro sapore». Poi parlò della «bestia», che è un bellissimo giuoco, ma ci vuole prudenza e metodo; poi della luna che era bellissima anche lei.

L'amico si staccò dal commendatore. Costui percorse un vicoletto stretto, dove non batteva la luna, e levò il chiavino di casa.

Un'ombra gli si levò di contro.

— Che cosa volete voi? — domandò il commendatore arretrando.

L'ombra non rispose. Si abbassò. E nelpunto stesso con un impeto furibondo si lanciò con una lama, e la sprofondò nel ventre del benemerito signor direttore delle Opere Pie.

Allora l'assassino disse una parola sola:

— Ecco la legge!

Perchè quando l'uomo è vinto da un grande dolore, qualche volta arma la mano e colpisce.

Bellaria, 1912.


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