UN UOMO IN DUE.

UN UOMO IN DUE.Al mio ritorno dall'America, dove ero stato molto tempo in cerca di fortuna, io fui sorpreso nel vedere la fortuna raggiunta dall'ex mio compagno di scuola Omega Totus-Omnis.Veramente io non fui troppo sorpreso della sua prosperità economica: da studente, Totus-Omnis commerciava già in dispense; in libri scolastici usati; ci vendeva le sue soluzioni di algebra. E nemmeno fui troppo sorpreso della sua carriera politica: effettivamente, se questa cara Italia manca di giacimenti di carbon fossile, possiede pur sempre foreste vergini di masse umane che si prestano in modo superbo allo sfruttamento.La mia sorpresa aveva un'altra origine: cioè come dalla fredda pietra del cervellodi Omnis potessero scaturire fiamme di parole ardenti. E quando i periodi dell'Omnis intonavano la fanfara rossa delle rivendicazioni proletarie, le foreste vergini applaudivano.Ma la vita è guerra, e Totus-Omnis combatte la sua guerra. Piuttosto era triste quelmingerequasi quotidiano inpatrios cineres!quel cinico stillicidio di veleno che Omnis spargeva su le memorie, le glorie, su i morti di questa cara povera patria! E le foreste vergini applaudivano sempre.*Approfittando della antica nostra relazione, domandai udienza all'Omnis per sollecitare una certa mia pratica. Nessuno più di lui, uomo di opposizione, avrebbe avuto autorità per difendere la mia causa.Mi accolse bene.Il suo studio era magnifico. Ma lui era ancora lui, come lo avevo conosciuto altra volta. Le cèllule di Totus-Omnis, in vent'anni di lontananza, si erano rinnovateriproducendo sempre Totus-Omnis. Màschera asimmetrica, pàllida del viso, occhi spenti, come una volta: in più una barbetta ancor nera, che il barbiere faceva simmetrica a punta di forbice. Forse più bello — o meno brutto — perchè meglio vestito e meglio nutrito. Ma la sua voce era uguale: nessuna vibrazione. E ancora io mi domandai: «da dove toglie costui la lirica rossa dei suoi discorsi?» Mi congratulai con lui dei suoiarticoli, dei suoi discorsi.— Si fa quello che si può — disse, e mi pregò di dargli del tu.— Io non ho avuto molta fortuna, caro Omnis — gli dissi: — e tu, nella posizione che occupi, mi puoi essere vàlido patrono. L'antica nostra amicizia mi dispensa dal parlarti di me: io sono un uomo onesto. E ammetterai anche tu, caro Omnis, che è bene introdurre individui onesti nelle amministrazioni; e ciò — bada — semplicemente perchè gli uomini onesti costituiscono il combustibile che dà il miglior rendimento.Mi lasciò parlare stàndosi immòbile con le palpebre socchiuse come costùmano i rèttili.Quando io finii di parlare, sollevò le palpebre, sprigionò luce da piccole pupille nere. Rispose: — Già!Si sarebbe occupato della mia pràtica; mi accompagnò fino alla porta; mi porse la mano. Quel contatto mi comunicò una impressione di freddo.«Ma dove trova costui le fiamme della sua lirica rossa?» tornai ancora a domandarmi.*Giù nell'àtrio, incontrai i rettilini: i figli dell'Omnis, di foggia esòtica, con la governante di tipo esòtico: parlàvano linguaggio esòtico.— I figli del signor Omnis? — domandai al portinaio. — Carini!Erano quattro rettilini nati dal rettile.Esòtico, freddo, greve tutto il grande palazzo.Soltanto, in fondo al peristilio, spiccava una costruzione a un sol piano, di stile fiorentino, con le persiane verdi. Davanti, sul piano di cemento, erano dispostivasi di ortensie dalle inflorescenze metalliche.Mi soffermai come attratto dalla stranezza di trovare quell'angolo grazioso ed armònico.— Affitta quell'appartamento? — domandai al portiere.— Ci abita un parente del signore.— Un parente del signore?— Eccolo là.— Chi?— Il parente del signore.Un uomo dal miserabile disordine avanzava fra le ordinate ortensie. Cappellaccio sugli occhi, barbaccia incolta.Passò davanti a noi senza guardare, nè salutare. Appena sul limitare della strada si fermò come a saggiare l'aria, il cielo, il tempo; e poi, benchè fosse una tepidissima giornata del maggio, senza vento, si tirò su il bàvero, come chi ha la sensazione incresciosa del freddo.Si avviò con passo lento.*Ho seguìto quell'uomo.«Non mi risulta — pensavo — che Omnis abbia parenti nè prossimo. Omnis non hapròximus suus!Io sono del suo paese, e nessuno dei suoi parenti assomiglia a costui.»Ho seguìto quell'uomo. Portava una greve marsina o pastrano, che un tempo forse era stato nero; ma ora aveva marezzature di verde sul nero. Sopra il bàvero cadevano cernecchi grigiastri, i quali, per la consuetudine lunga, avevano lasciata traccia di untume. Se la marsina era lunga, corti erano i calzoni, e lasciavano scoperte grosse scarpe, di quelle con gli elastici che oggi non usano più.Passava tra la folla come persona strana e infastidita: arrivò ai giardini pubblici, semi-deserti in quell'ora, si sedette su una banchina, vi cercò una posizione di riposo: depose il cappellaccio. Io vidi allora la sua faccia umana in pieno sole.Ebbi la sensazione di aver già veduto quell'uomo.E seduto che fu in quella solitudine e quasi beatitùdine, tolse di tasca una penna e un fàscio di fogli e cominciò a scrivere. Non si mosse più: fuor che, ogni tanto, con un gesto automàtico si grattava una gamba, quella che era accavalcata e sospesa, e da cui pendèvano i lacci di una mutanda sudicia.Quanto tempo passò?Certo era passato il mezzodì.Nei giardini c'era qualche bàlia coi bimbi, qualche uccelletto, qualche coppia lenta di amanti. Ma ora non c'era più nessuno nei giardini. Era passato mezzodì.Allora l'uomo si levò, si avviò.Un foglietto caduto presso la banchina, dove egli sedeva, fu da me raccolto; e vi lessi queste parole:Mortem cantando sùscipit; la morte trovò Francesco che cantava nel roseo tramonto di ottobre, ed una campanella gemeva l'Avemaria, e l'allòdola cantava, ed i boschi cantàvano, cantavano i rivi. Ite charissimi fratres, Paupertatis equites, bini et bini, per diversas partes orbis annuntiantes hominibus pacem.Riposi il foglietto con cura: e se prima potevo avere un dubbio, quel foglietto me lo dissipò.Avevo riconosciuto l'uomo. Dieci anni fa, prima che io partissi per l'America: eravamo stati insieme nella redazione dello stesso giornale; poi lui era passato nella redazione di un altro giornale, poi in una casa editrice, poi non so: egli era uno di quegli indisciplinati a cui il destino diede questa legge di vita: «Va e cammina! Tu non troverai mai un ramo dove posare, mai una gronda a cui appendere il nido. Va e cammina!» Ma a più crudele legge colui soggiaceva: egli era di quegli uomini destinati a morire due volte, perchè, dieci anni addietro, aveva goduto una certa glòria letterària e poetica: poi i poeti morti si erano accumulati su lui: altri poeti giovani erano nati e cantavano, per morire come lui.Lui era morto oramai.*Tuttavia lo raggiunsi ancora in una osteria.Solitario, in fondo a una tavola, aveva mangiato con ingordìgia, aveva bevuto con soddisfazione: ed ora con la fàccia immota verso il soffitto, traeva fumo da una pipetta.Io mi gli accostai inavvertito e, dolcemente, gli dissi: — Caro (ma non posso scriverne il nome), tu hai perduto questo foglietto.Diè un balzo e le linee del suo volto si scomposero tutte.— Ma lei chi è?Dissi il mio nome. — Non ti ricordi?Chiamò a raccolta tutte le rughe della fronte: ricordò, si ricordò di me, ma non apparve felice di riconoscermi.Gli parlai del suo passato di poeta. Ma questo ricordo lo ottenebrò.— Sì,poeta fui, — esclamò, — e cantai cose idiote.E, o aveva bevuto, o era vergognosodi quella pàgina poètica che io gli avevo restituita, inveì ferocemente contro tutti i poeti.Io gli diedi ragione: i poeti, o mèttono troppo zùcchero o mèttono troppo sale: àlterano sempre la realtà delle vivande.— Ah, manco male che mi dài ragione!Solamente di Dante non disse male.Rilevai la curiosa eccezione.— Naturale! — disse —. Dante fu poeta per isbàglio. Egli era nato per essere grande imperatore degli uòmini.— Ecco, vedi — dissi io — una di quelle frasi che rivèlano in te l'uomo di genio. Cosa importa se il mondo non lo sa? Tu rimani lo stesso uomo di genio.Si contorse infastidito. — Io me ne infischio! — Riattaccò ancora col dir male di tutti i poeti. S'infervorò, e io ordinai una bottiglia di barolo.Stette a lungo contemplando lo scintillio fremente del vino dai riflessi di rubino; poi con compiacimento più da filosofo che da beone, gli zampillò questa frase:Il divino licore dell'uva. — Sai chi dice così?— Non lo so — risposi.— Leonardo.— Il divino Leonardo?— Precisamente.Sorbiva con lentezza il barolo.E allora io dissi:— Il quale divino Leonardo da Vinci fu, del resto, al servizio di un'autèntica figuraporcaquale era Ludovico il Moro.— Precisamente — accennò appena, bevendo. — Del resto — aggiunse lentamente — il divino Leonardo dichiarò che serviva chi lo pagava meglio.— Come tu — dissi io continuando su lo stesso tono soave di voce — sei ora al servizio di quell'altra figuraporcache è Totus-Omnis.Al delinearsi di queste mie parole, egli diè un balzo come lo avessi toccato con una macchina elettrica: stralunò gli occhi pietosamente.Balbettò: — Che roba è questa? Cosa vuoi tu da me? Che tradimento è questo? Che mestiere fai tu?Lo calmai ancora dolcemente: — Io non faccio la spia, caro amico, io non esèrcito il tradimento; fra le altre cose io ho abbandonato la politica: io sono press'a poco come te; io consìdero comete il mondo da olìmpiche serenità come una sèrie di enormi sciarade. La tua, vedi?, è una sciarada interessante, ma per la cui soluzione è inùtile che tu dica sì o no. Capirai, caro amico, che io conosco l'Omnis da ragazzo, e le imagini smaglianti dei suoi articoli, dei suoi discorsi non possono essere sue. Non sono tue? Non importa. Saranno di un altro.Protestò in difesa di Omnis qualefigura porca. — Nel mondo — disse egli assiomaticamente — non vi sono che due strade: o comandare o ubbidire. Omnis è di quelli che sanno comandare. Omnis non ha imagini; ma ha la conoscenza dell'oggi. Il vero dell'oggi è così, e basta. Egli è un disciplinatore. Indisciplinati, ribelli non dèvono più esistere. Noi, io, tu, altri ronziamo ancora su le fole, fantastichiamo ancora laCivitas Dei, a base di carità, di sacrificio, di amore, di eroismi, di riposo, o in Dio, o nella coscienza, ecc., ecc. Fantasie! La critica ha ucciso per sempre tutte queste cose. Lui invece ha la visione netta, realistica.— Queste cose — dissi — non m'interessano. Mi interessa un'altra cosa: gliarticoli, i discorsi su queste idee, glieli fai tu all'Omnis?— Gli faccio un po' ditoiletteverbale.Sorrisi.Sorrise anche lui. Capì: — Già, è ridicolo — disse —: io che vesto così — e si guardò con ischerno gli abiti in disòrdine — io faccio il sarto, il parrucchiere, il manicure all'Omnis.— Ma gli presti le idee!— E dài! Da farne delle idee! Basta una idea. Guai se Omnis avesse due idee! Ed io sono entrato compiutamente nell'idea di Omnis!— Cioè?— Cioè una concezione eminentemente precisa della società. Gli eroi, i santi, i poeti vollero eliminare l'egoismo, l'invidia, le cupidigie, le superbie, le lussurie — dacci il nome che vuoi, chiamali i sette peccati —; ma così facendo, accumulavano enormi materiali di rifiuto, per cui la macchina sociale si inceppa. L'Omnis, invece, è un grande meccànico: fa entrare il materiale di rifiuto in circolazione; fa conto come le grandi fogne, le cui masse fecali divèntano poi acque potabili. Puoi tu abolire i sette peccati? No.E allora accetti la concezione meccanica di Omnis, cioè la società concepita come un enorme macchinario, messo in movimento dall'umanità lurida che vi circola dentro.— E un'idea geniale — dissi io. — Però non è dell'Omnis. È tua.— È di tutti e due. Vedi, il maggior ostacolo alla concezione politica di Omnis è l'uomo geniale. Esso è come un sasso, un èmbolo introdotto nel macchinario.— Sopprimerlo allora — dissi io.— Finchè si può! — rispose lui.— E se non si può? — domandai io.— Mètterlo nell'alternativa o di isolarsi completamente — costituendo un manicòmio per gli uomini geniali — oppure costringerlo a diventare tècnico del macchinario, o trombetta meccanica. È un'idea geniale dell'Omnis.— O è tua?— Di tutti e due: siamo due uomini di genio in collaborazione.Tacemmo un po'. Poi, dolcemente sempre, gli chiesi:— E quelmingere in patrios cineres, quell'oltràggio contro i poveri morti di questa patria?— Fa parte del sistema — rispose. — I morti non esistono, e perciò si utilizzano. Servono nella guerra contro i vivi.— Non è nobile.— Anzi è cosa vile. Ma io faccio appuntol'uomo vile. La prima impressione non è stata gradevole; ma, sai? È come quando si va a fare il bagno nel mare. Ripugna a buttarsi nell'acqua, ma dopo ci si trova bene. L'Omnis poi è nato così: animale acquatico, a sangue freddo: le cose aristocratiche, come il lusso del sacrificio, irritano la sua pelle, e allorasecerne. Tu dici cheminge!Grazioso! Ma non è esattissimo: è una secrezione naturale. Ma, compagno caro, — parliamoci schietti — io per tanti anni, quando avevo energie fisiche e fede, ho gridato dai tetti: «Chi vuole comperare un uomo aristocratico, quasi appartenente allaCivitas Deidi sant'Agostino?» Nessuno della società borghese mi ha voluto. Morivo di fame.Allora mi sono venduto al serpente — se lo vuoi chiamare così —, il quale poi non è così brutto come si crede. Mi alloggia, mi paga, e mi làscia alle mie fantasticherie, perchè l'arte che finge unavita fuori della vita, vale più del barolo, più di una pipa di tabacco, più di una gamba di donna coperta di seta, più del macchinario di Omnis. Vedi, io adesso sto componendo un poema su la vita di san Francesco, come avrai forse capito dal foglietto che mi è caduto.Milano, 1905.

Al mio ritorno dall'America, dove ero stato molto tempo in cerca di fortuna, io fui sorpreso nel vedere la fortuna raggiunta dall'ex mio compagno di scuola Omega Totus-Omnis.

Veramente io non fui troppo sorpreso della sua prosperità economica: da studente, Totus-Omnis commerciava già in dispense; in libri scolastici usati; ci vendeva le sue soluzioni di algebra. E nemmeno fui troppo sorpreso della sua carriera politica: effettivamente, se questa cara Italia manca di giacimenti di carbon fossile, possiede pur sempre foreste vergini di masse umane che si prestano in modo superbo allo sfruttamento.

La mia sorpresa aveva un'altra origine: cioè come dalla fredda pietra del cervellodi Omnis potessero scaturire fiamme di parole ardenti. E quando i periodi dell'Omnis intonavano la fanfara rossa delle rivendicazioni proletarie, le foreste vergini applaudivano.

Ma la vita è guerra, e Totus-Omnis combatte la sua guerra. Piuttosto era triste quelmingerequasi quotidiano inpatrios cineres!quel cinico stillicidio di veleno che Omnis spargeva su le memorie, le glorie, su i morti di questa cara povera patria! E le foreste vergini applaudivano sempre.

*

Approfittando della antica nostra relazione, domandai udienza all'Omnis per sollecitare una certa mia pratica. Nessuno più di lui, uomo di opposizione, avrebbe avuto autorità per difendere la mia causa.

Mi accolse bene.

Il suo studio era magnifico. Ma lui era ancora lui, come lo avevo conosciuto altra volta. Le cèllule di Totus-Omnis, in vent'anni di lontananza, si erano rinnovateriproducendo sempre Totus-Omnis. Màschera asimmetrica, pàllida del viso, occhi spenti, come una volta: in più una barbetta ancor nera, che il barbiere faceva simmetrica a punta di forbice. Forse più bello — o meno brutto — perchè meglio vestito e meglio nutrito. Ma la sua voce era uguale: nessuna vibrazione. E ancora io mi domandai: «da dove toglie costui la lirica rossa dei suoi discorsi?» Mi congratulai con lui dei suoiarticoli, dei suoi discorsi.

— Si fa quello che si può — disse, e mi pregò di dargli del tu.

— Io non ho avuto molta fortuna, caro Omnis — gli dissi: — e tu, nella posizione che occupi, mi puoi essere vàlido patrono. L'antica nostra amicizia mi dispensa dal parlarti di me: io sono un uomo onesto. E ammetterai anche tu, caro Omnis, che è bene introdurre individui onesti nelle amministrazioni; e ciò — bada — semplicemente perchè gli uomini onesti costituiscono il combustibile che dà il miglior rendimento.

Mi lasciò parlare stàndosi immòbile con le palpebre socchiuse come costùmano i rèttili.

Quando io finii di parlare, sollevò le palpebre, sprigionò luce da piccole pupille nere. Rispose: — Già!

Si sarebbe occupato della mia pràtica; mi accompagnò fino alla porta; mi porse la mano. Quel contatto mi comunicò una impressione di freddo.

«Ma dove trova costui le fiamme della sua lirica rossa?» tornai ancora a domandarmi.

*

Giù nell'àtrio, incontrai i rettilini: i figli dell'Omnis, di foggia esòtica, con la governante di tipo esòtico: parlàvano linguaggio esòtico.

— I figli del signor Omnis? — domandai al portinaio. — Carini!

Erano quattro rettilini nati dal rettile.

Esòtico, freddo, greve tutto il grande palazzo.

Soltanto, in fondo al peristilio, spiccava una costruzione a un sol piano, di stile fiorentino, con le persiane verdi. Davanti, sul piano di cemento, erano dispostivasi di ortensie dalle inflorescenze metalliche.

Mi soffermai come attratto dalla stranezza di trovare quell'angolo grazioso ed armònico.

— Affitta quell'appartamento? — domandai al portiere.

— Ci abita un parente del signore.

— Un parente del signore?

— Eccolo là.

— Chi?

— Il parente del signore.

Un uomo dal miserabile disordine avanzava fra le ordinate ortensie. Cappellaccio sugli occhi, barbaccia incolta.

Passò davanti a noi senza guardare, nè salutare. Appena sul limitare della strada si fermò come a saggiare l'aria, il cielo, il tempo; e poi, benchè fosse una tepidissima giornata del maggio, senza vento, si tirò su il bàvero, come chi ha la sensazione incresciosa del freddo.

Si avviò con passo lento.

*

Ho seguìto quell'uomo.

«Non mi risulta — pensavo — che Omnis abbia parenti nè prossimo. Omnis non hapròximus suus!Io sono del suo paese, e nessuno dei suoi parenti assomiglia a costui.»

Ho seguìto quell'uomo. Portava una greve marsina o pastrano, che un tempo forse era stato nero; ma ora aveva marezzature di verde sul nero. Sopra il bàvero cadevano cernecchi grigiastri, i quali, per la consuetudine lunga, avevano lasciata traccia di untume. Se la marsina era lunga, corti erano i calzoni, e lasciavano scoperte grosse scarpe, di quelle con gli elastici che oggi non usano più.

Passava tra la folla come persona strana e infastidita: arrivò ai giardini pubblici, semi-deserti in quell'ora, si sedette su una banchina, vi cercò una posizione di riposo: depose il cappellaccio. Io vidi allora la sua faccia umana in pieno sole.

Ebbi la sensazione di aver già veduto quell'uomo.

E seduto che fu in quella solitudine e quasi beatitùdine, tolse di tasca una penna e un fàscio di fogli e cominciò a scrivere. Non si mosse più: fuor che, ogni tanto, con un gesto automàtico si grattava una gamba, quella che era accavalcata e sospesa, e da cui pendèvano i lacci di una mutanda sudicia.

Quanto tempo passò?

Certo era passato il mezzodì.

Nei giardini c'era qualche bàlia coi bimbi, qualche uccelletto, qualche coppia lenta di amanti. Ma ora non c'era più nessuno nei giardini. Era passato mezzodì.

Allora l'uomo si levò, si avviò.

Un foglietto caduto presso la banchina, dove egli sedeva, fu da me raccolto; e vi lessi queste parole:Mortem cantando sùscipit; la morte trovò Francesco che cantava nel roseo tramonto di ottobre, ed una campanella gemeva l'Avemaria, e l'allòdola cantava, ed i boschi cantàvano, cantavano i rivi. Ite charissimi fratres, Paupertatis equites, bini et bini, per diversas partes orbis annuntiantes hominibus pacem.

Riposi il foglietto con cura: e se prima potevo avere un dubbio, quel foglietto me lo dissipò.

Avevo riconosciuto l'uomo. Dieci anni fa, prima che io partissi per l'America: eravamo stati insieme nella redazione dello stesso giornale; poi lui era passato nella redazione di un altro giornale, poi in una casa editrice, poi non so: egli era uno di quegli indisciplinati a cui il destino diede questa legge di vita: «Va e cammina! Tu non troverai mai un ramo dove posare, mai una gronda a cui appendere il nido. Va e cammina!» Ma a più crudele legge colui soggiaceva: egli era di quegli uomini destinati a morire due volte, perchè, dieci anni addietro, aveva goduto una certa glòria letterària e poetica: poi i poeti morti si erano accumulati su lui: altri poeti giovani erano nati e cantavano, per morire come lui.

Lui era morto oramai.

*

Tuttavia lo raggiunsi ancora in una osteria.

Solitario, in fondo a una tavola, aveva mangiato con ingordìgia, aveva bevuto con soddisfazione: ed ora con la fàccia immota verso il soffitto, traeva fumo da una pipetta.

Io mi gli accostai inavvertito e, dolcemente, gli dissi: — Caro (ma non posso scriverne il nome), tu hai perduto questo foglietto.

Diè un balzo e le linee del suo volto si scomposero tutte.

— Ma lei chi è?

Dissi il mio nome. — Non ti ricordi?

Chiamò a raccolta tutte le rughe della fronte: ricordò, si ricordò di me, ma non apparve felice di riconoscermi.

Gli parlai del suo passato di poeta. Ma questo ricordo lo ottenebrò.

— Sì,poeta fui, — esclamò, — e cantai cose idiote.

E, o aveva bevuto, o era vergognosodi quella pàgina poètica che io gli avevo restituita, inveì ferocemente contro tutti i poeti.

Io gli diedi ragione: i poeti, o mèttono troppo zùcchero o mèttono troppo sale: àlterano sempre la realtà delle vivande.

— Ah, manco male che mi dài ragione!

Solamente di Dante non disse male.

Rilevai la curiosa eccezione.

— Naturale! — disse —. Dante fu poeta per isbàglio. Egli era nato per essere grande imperatore degli uòmini.

— Ecco, vedi — dissi io — una di quelle frasi che rivèlano in te l'uomo di genio. Cosa importa se il mondo non lo sa? Tu rimani lo stesso uomo di genio.

Si contorse infastidito. — Io me ne infischio! — Riattaccò ancora col dir male di tutti i poeti. S'infervorò, e io ordinai una bottiglia di barolo.

Stette a lungo contemplando lo scintillio fremente del vino dai riflessi di rubino; poi con compiacimento più da filosofo che da beone, gli zampillò questa frase:Il divino licore dell'uva. — Sai chi dice così?

— Non lo so — risposi.

— Leonardo.

— Il divino Leonardo?

— Precisamente.

Sorbiva con lentezza il barolo.

E allora io dissi:

— Il quale divino Leonardo da Vinci fu, del resto, al servizio di un'autèntica figuraporcaquale era Ludovico il Moro.

— Precisamente — accennò appena, bevendo. — Del resto — aggiunse lentamente — il divino Leonardo dichiarò che serviva chi lo pagava meglio.

— Come tu — dissi io continuando su lo stesso tono soave di voce — sei ora al servizio di quell'altra figuraporcache è Totus-Omnis.

Al delinearsi di queste mie parole, egli diè un balzo come lo avessi toccato con una macchina elettrica: stralunò gli occhi pietosamente.

Balbettò: — Che roba è questa? Cosa vuoi tu da me? Che tradimento è questo? Che mestiere fai tu?

Lo calmai ancora dolcemente: — Io non faccio la spia, caro amico, io non esèrcito il tradimento; fra le altre cose io ho abbandonato la politica: io sono press'a poco come te; io consìdero comete il mondo da olìmpiche serenità come una sèrie di enormi sciarade. La tua, vedi?, è una sciarada interessante, ma per la cui soluzione è inùtile che tu dica sì o no. Capirai, caro amico, che io conosco l'Omnis da ragazzo, e le imagini smaglianti dei suoi articoli, dei suoi discorsi non possono essere sue. Non sono tue? Non importa. Saranno di un altro.

Protestò in difesa di Omnis qualefigura porca. — Nel mondo — disse egli assiomaticamente — non vi sono che due strade: o comandare o ubbidire. Omnis è di quelli che sanno comandare. Omnis non ha imagini; ma ha la conoscenza dell'oggi. Il vero dell'oggi è così, e basta. Egli è un disciplinatore. Indisciplinati, ribelli non dèvono più esistere. Noi, io, tu, altri ronziamo ancora su le fole, fantastichiamo ancora laCivitas Dei, a base di carità, di sacrificio, di amore, di eroismi, di riposo, o in Dio, o nella coscienza, ecc., ecc. Fantasie! La critica ha ucciso per sempre tutte queste cose. Lui invece ha la visione netta, realistica.

— Queste cose — dissi — non m'interessano. Mi interessa un'altra cosa: gliarticoli, i discorsi su queste idee, glieli fai tu all'Omnis?

— Gli faccio un po' ditoiletteverbale.

Sorrisi.

Sorrise anche lui. Capì: — Già, è ridicolo — disse —: io che vesto così — e si guardò con ischerno gli abiti in disòrdine — io faccio il sarto, il parrucchiere, il manicure all'Omnis.

— Ma gli presti le idee!

— E dài! Da farne delle idee! Basta una idea. Guai se Omnis avesse due idee! Ed io sono entrato compiutamente nell'idea di Omnis!

— Cioè?

— Cioè una concezione eminentemente precisa della società. Gli eroi, i santi, i poeti vollero eliminare l'egoismo, l'invidia, le cupidigie, le superbie, le lussurie — dacci il nome che vuoi, chiamali i sette peccati —; ma così facendo, accumulavano enormi materiali di rifiuto, per cui la macchina sociale si inceppa. L'Omnis, invece, è un grande meccànico: fa entrare il materiale di rifiuto in circolazione; fa conto come le grandi fogne, le cui masse fecali divèntano poi acque potabili. Puoi tu abolire i sette peccati? No.E allora accetti la concezione meccanica di Omnis, cioè la società concepita come un enorme macchinario, messo in movimento dall'umanità lurida che vi circola dentro.

— E un'idea geniale — dissi io. — Però non è dell'Omnis. È tua.

— È di tutti e due. Vedi, il maggior ostacolo alla concezione politica di Omnis è l'uomo geniale. Esso è come un sasso, un èmbolo introdotto nel macchinario.

— Sopprimerlo allora — dissi io.

— Finchè si può! — rispose lui.

— E se non si può? — domandai io.

— Mètterlo nell'alternativa o di isolarsi completamente — costituendo un manicòmio per gli uomini geniali — oppure costringerlo a diventare tècnico del macchinario, o trombetta meccanica. È un'idea geniale dell'Omnis.

— O è tua?

— Di tutti e due: siamo due uomini di genio in collaborazione.

Tacemmo un po'. Poi, dolcemente sempre, gli chiesi:

— E quelmingere in patrios cineres, quell'oltràggio contro i poveri morti di questa patria?

— Fa parte del sistema — rispose. — I morti non esistono, e perciò si utilizzano. Servono nella guerra contro i vivi.

— Non è nobile.

— Anzi è cosa vile. Ma io faccio appuntol'uomo vile. La prima impressione non è stata gradevole; ma, sai? È come quando si va a fare il bagno nel mare. Ripugna a buttarsi nell'acqua, ma dopo ci si trova bene. L'Omnis poi è nato così: animale acquatico, a sangue freddo: le cose aristocratiche, come il lusso del sacrificio, irritano la sua pelle, e allorasecerne. Tu dici cheminge!Grazioso! Ma non è esattissimo: è una secrezione naturale. Ma, compagno caro, — parliamoci schietti — io per tanti anni, quando avevo energie fisiche e fede, ho gridato dai tetti: «Chi vuole comperare un uomo aristocratico, quasi appartenente allaCivitas Deidi sant'Agostino?» Nessuno della società borghese mi ha voluto. Morivo di fame.

Allora mi sono venduto al serpente — se lo vuoi chiamare così —, il quale poi non è così brutto come si crede. Mi alloggia, mi paga, e mi làscia alle mie fantasticherie, perchè l'arte che finge unavita fuori della vita, vale più del barolo, più di una pipa di tabacco, più di una gamba di donna coperta di seta, più del macchinario di Omnis. Vedi, io adesso sto componendo un poema su la vita di san Francesco, come avrai forse capito dal foglietto che mi è caduto.

Milano, 1905.


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