SILVIO PELLICOQuando si ricominciò in Italia a parlare di Silvio Pellico, a proposito del centenario della sua nascita che la città di Saluzzo si apparecchiava a celebrare degnamente, quanta parte di lui era ancora ben viva nella coscienza civile e nella cultura letteraria del popolo italiano? Sono scabrose le indagini e mal sicuri i calcoli su questa materia, tanto soggetta al giuoco ingannevole delle apparenze! V'hanno autori dei quali si continua a parlare e a scrivere con frequenza mentre si potrebbe scommettere che i loro volumi non escono più che assai di rado, se pure escono, dagli scaffali delle biblioteche: d'altriautori invece si tace quasi affatto, mentre i loro libri, continuano ad avere lettori numerosi per ogni dove; e potrebbero assomigliarsi ad acque scorrenti per una pianura in silenzio.Quando nel 1827, o in quel torno, si divulgò la voce per tutta Italia che il povero Pellico aveva dovuto soccombere agli affanni e ai disagi del carcere austriaco, un poeta pietosamente cantò:Pace, o morente! Agl'italiLa tua memoria è pianto.Caggia quel dì dai secoli,Quel dì che Italia al santoCenere teco non plori,Nè la memoria onoriDi chi per lei morì.Com'era falsa allora la nuova della morte, vero invece e universalmente sentito dovette essere l'accento di quella apostrofe vaticinante la gloria futura del poeta saluzzese, che adesso suonerebbe alquanto stonata e iperbolica.Quanti cambiamenti, d'allora in poi,nelle opinioni e nel gusto del pubblico italiano! Ma non credo che s'abbia esempio, rimanendo nei limiti del secolo XIX, di una fortuna letteraria più rapidamente declinata di quella di Silvio Pellico. Perchè? Non solamente il fatto si spiega, ma parmi ancora che molte ragioni congeneri si uniscano a prova a renderlo abbastanza chiaro.I.Anzi tutto l'opera letteraria di Silvio Pellico non solo non rispose alle speranze, ma riuscì di gran lunga minore di esse.L'Italia aveva ragione d'aspettarsi moltissimo da chi, non uscito ancora dalla prima giovinezza, aveva già composto laFrancesca, l'Eufemio, laLaodomia. Quest'ultima, come è noto, venne soppressa dall'autore malgrado le lodi del Foscolo; ma le lodi vengono da tale giudice che spunta naturale il rammarico per quella soppressione, espunta insieme il dubbio che Silvio Pellico, mandandola ad effetto, non abbia commesso un grave torto verso l'opera propria. Chi sa! Allora la sua mente era tutta volta all'ideale romantico che sorgeva e accennava a trionfare in Italia; e forse gli piacque di offrire alla nuova scuola la ecatombe di questa tragedia di classico argomento, al quale è probabile che gli amici non avessero fatto troppo buon viso. Chiunque bazzichi nel mondo letterario sa quanto peso abbia per ogni chiesuola, massime se giovane e fervente, la scelta dei soggetti. Meglio per loro, a occhi chiusi, meglio cento volte laFrancesca! E il sacrifizio della grecaLaodomiafu consumato. Pel Foscolo intanto, che subito alle prime scene dice di aver pianto di commozione, essa dimostrava nel Pellico «un'anima alta, un cuore ardente, un'immaginazione abbondante ed un ingegno insomma che fa sperare moltissimo, appunto perchè sbaglia per troppo ingegno e per arditaimprudenza». E soggiunge nella lettera: «Ti dirò che tu ti mostri poeta anche a chi non vedesse fuor che soli certi bei versi di questa tragedia».Ma qualunque fosse il valore oggettivo di questo giudizio dell'autore dell'Aiace, certo è che la figura di Silvio Pellico in quel primo periodo della sua vita letteraria si presenta piena di fulgidissime promesse. Tutti lo riconoscono e lo sentono predestinato a cose veramente grandi; e grande e libero è l'orizzonte che si schiude dinanzi a lui.Un bisogno vago, inquieto e potente di novità intellettuali e letterarie cominciava a fermentare anche in Italia; e Milano era, anche in questo, a capo d'Italia. La Stendhal scriveva allora, con una delle sue solite iperboli da innamorato, che spesso dentro a palchetto del teatro della Scala si riuniva più forza di pensiero e movimento d'idee che in una grande capitale d'Europa.Casa Porro era il centro della cultura milanese; e qui Silvio Pellico conversavacon madama di Stäel, con l'Hobhouse, con uno degli Schlegel, dissertando, infiammandosi per le idee nuove. Giorgio Byron lo accarezzava e gli voltava in inglese laFrancesca da Rimini. — Poi viene l'impresa delConciliatore; e Pellico, malgrado la giovinezza e l'animo remissivo e modesto, vi campeggia dentro e quasi vi comanda d'autorità. Lo stesso Lodovico di Breme l'«inspirato» di quel cenacolo, è pieno di rispetto per il giovine saluzzese; e Borsieri, Camillo Ugoni, Giovanni Berchet, Giovita Scalvini, Giuseppe Pecchio, perfino il Romagnosi, perfino Alessandro Manzoni paiono delle figure secondarie vicino a lui....Una lettera del Maroncelli annunziante il prossimo ingresso di Silvio nella Carboneria e intercettata dall'Austria, ruppe a un tratto e tragicamente questo bellissimo periodo di preparazione e di promesse. Silvio Pellico si vide piombato in uno di quei lunghi e duri cimenti dove le anime umanesono messe a prova difficilissima e decisiva.È inutile sottilizzare; la prova fu più forte dell'animo. Il triste fatto bisogna accettarlo e riconoscerlo: ma quale esso fu, includendovi tutti i suoi coefficienti, senza restrizioni sofistiche, senza spiegazioni arbitrarie. Alcuni, per esempio, hanno voluto di questo relativo smarrimento o infiacchimento dello spirito di Silvio Pellico dare colpa alla sua pietà religiosa, come se non bastasse l'esempio del Manzoni a provare quanto vi sia di avventato in questo giudizio. No, la causa fu generica insieme e complessa. I Piombi di Venezia e le casematte dello Spielberg non furono che il teatro doloroso in cui tutto un fascio di energie morali e fisiche s'andò logorando e disfacendo. La natura umana ha questo veramente di nobile e di resistente, che, in qualunque più misera condizione cada, essa può sempre mettere in salvo la propria dignità morale presidiata dalla rettitudinedegli intendimenti. E il povero Silvio n'è una prova e noi in quella sua paziente mansuetudine siamo obbligati a vedere un carattere di grandezza, che sta da sè, che non abbisogna di altri aiuti, che non teme di nessun altro confronto, che infine trova in sè stessa un compenso e quasi un guadagno di fronte a tutte le altre sue grandissime perdite. Ma dopo che questo abbiamo ben volentieri riconosciuto, rimane anche da riconoscere un fatto evidente; e questo è che la personalità letteraria del Pellico restò colpita nel momento felice della propria formazione; e tanto mortalmente rimase colpita che riuscirono poi vani tutti gli sforzi per farla riavere.Silvio non è più!.... Con questo grido finisce la lirica per la creduta morte da me citata più sopra; e diceva, in un senso, il triste vero. Quel Silvio, che la gioventù lombarda e romagnola avevano salutato come il giovine principe di una letteratura nuova; l'Euforione fortunato che, un momento, parve destinatoa rappresentare nelle lettere italiche le armonie dell'antica e della moderna bellezza, ecco che, appena tocco il suolo, veniva rapito dalle inimiche potenze e andava a spegnersi in un tetro emisfero di sconforto di fiacchezza e di umile abbandono.Ma chi voglia, andando un pò terra terra, studiare le vere cause del fatto credo che molto debba soffermarsi a considerare la educazione letteraria di Silvio Pellico, la quale fu incoerente, debole, incompiuta. Qui forse è il punto vitale della dimostrazione. Terenzio Mamiani scrivendo di Alessandro Manzoni dopo la sua morte, disse già che il vero stato civile della sua lingua e del suo stile italiano bisognava andare a cercarlo, piuttosto che alle anagrafi di Firenze, a quelle di Parigi. Vero anche questo; ma io, guardando agli effetti che ne seguirono, non mi sento il coraggio di sentenziare che quello fu proprio un male o solamente un male. Certo è che il Manzoni, andato giovinettoa Parigi, si trovò subito in compagnia di uomini d'alto ingegno e di un gusto nelle lettere più castigato e severo che i tempi non comportassero. Con la guida specialmente del Fauriel, egli bevve alle fonti più pure della prosa e della lirica francese e neolatina; poi aggiunse di proprio uno studio così serio e così perseverante della italianità che nello scrittore le ragioni dello stile nazionale rimasero sostanzialmente incolumi, mentre il suo contatto coi più grandi modelli della letteratura francese non era senza grandi vantaggi. I puristi strepitarono allora e non tacciono anche adesso; ma io seguito a credere che al Manzoni, e per conseguenza a tutta la letteratura italiana, quel contatto e quella fusione furono assai più di giovamento che di danno.Il buon Pellico invece, stabilitosi anch'egli giovanissimo a Marsiglia, nella città mercantile, in un ambiente di mediocrità, si volse tutto alla letteraturafrancese, deliberato a farne la professione della sua vita; e per sua maggior disgrazia trovò i maestri e i modelli in quella compassata e gonfia e vuota poesia del primo Impero, che meritò i severi giudizi di Sainte-Beuve.Troppo francese adunque, e francese della peggior fatta, fu la educazione letteraria di Silvio. Arrivò è vero il carme foscolianoI Sepolcria scuoterlo, a infiammarlo, a dargli una specie di febbre nostalgica della letteratura della sua patria, alla quale ritornò quindi con tutte le forze dell'animo; ma una evoluzione letteraria, e di tanto peso, non era facile a compiere, come, ahimè, una evoluzione politica! A Milano Silvio Pellico insegnò francese e giova credere che studiasse l'italiano. Ma gli uomini e i fatti lo traevano come in un vortice; e non credo che egli trovasse mai il tempo tranquillo che gli abbisognava per compiere il «salutare lavacro» e uscirne veramente «rinnovellato». In sostanza, agitandosi conardor giovanile tra il Monti e il Foscolo, tra classici e romantici, tra letteratura e politica, egli scavizzolò alla meglio una forma letteraria che non era più francese ma che certo non poteva dirsi vigorosamente italiana; e spinto dalla necessità di fare, mise fuori i suoi primi componimenti, tra i quali laFrancesca, che «non ebbe dai giornali milanesi fuorchè vituperii». Per fortuna il pubblico non badò che alla geniale e giovanile anima di poeta che traboccava da ogni scena e quasi da ogni verso della nova tragedia d'amore, rendendo scusabili e amabili persino i difetti suoi.II.SullaFrancesca da Riminifermiamoci un poco perchè rappresenta il momento aureo della vita del poeta. Gli applausi, le lagrime e la grandissima fortuna teatrale non hanno impedito l'ufficio della critica su questa tragedia fin dall'origine; e credo anzi cheabbiano piuttosto contribuito a renderla severa. Esaminato il canto dantesco, Francesco De Sanctis conclude: «Quando io penso a Silvio Pellico, non so persuadermi come tante sfumature, tante finezze e delicatezze di sentimenti gli siano potute sfuggire, e come gli sia uscita dalla penna una Francesca tutta di un pezzo e di una fattura così grossolana».Questa sentenza del De Sanctis viene dopo una investigazione del tipo di Francesca come si formò e visse nella visione ideale di Dante; e nella terribilità di quell'immediato confronto troppo si spiega la severità del giudizio. Già all'audace giovane saluzzese aveva ammonito il Foscolo: — Lascia stare i morti di Dante; farebbero paura ai vivi! — Ma messo in disparte Dante, dal quale in sostanza nulla di essenziale prese il Pellico, tranne la reminiscenza del «libro galeotto» goffamente spostandola e più goffamente ancora intercalando, fra i suoi, due versidel canto V, contentiamoci di considerare laFrancescanella linea storica del nostro teatro tragico. Qui si comprenderanno anche i pregi del lavoro e si avrà la spiegazione della costante fortuna che ebbe e che non gli è ancora del tutto cessata dinanzi al pubblico.Chi legge, non più l'Alfieri, ma le tragedie degli imitatori che in quel tempo pullulavano e hanno seguitato pur troppo fino al nostro tempo, vede che dalla serrata rapidità dell'azione e dalla energica interezza dei tipi siamo passati ad una specie d'immobilità declamatoria e ad una secchezza addirittura extraumana. In quelle condensazioni, tutte meccaniche ed esteriori, ogni spirito di vita è sempre più eliminato dal dramma. Oramai si è ridotti ad aspettare quasi tutto l'effetto da certebattutesentenziose dei personaggi, facendo assegnamento sulla corrispondente mimica degli attori. Intorno all'Ajaceche il Foscolo stava componendo, Camillo Ugoni scriveva allo Scalvini: «Nonmi ricordo delle parlate lunghe e importanti, se non che sono eminentemente belle, ma i brevi tratti sublimi mi stanno in mente:Un araldo: Ajace re de' Salamini.Agamenone: Attenda.Che grande zittìo nel teatro allora! Che brivido farà nascere questo «attenda» pronunciato da un attore che conosce la dignità e la maestà della scena! Che torrente di fuoco e di bile magnanima e di forsennatezza guerriera sarà per quell'Aiace! «Scalvini mio, io vorrei dirlo questoattenda!...» Più sotto la lettera prosegue: «E quel saluto così omericamente maestoso in bocca di Teucro e diretto all'Atride,T'onori Giove, o re dei forti!Dimmi, quel saluto non ti alza egli quattro palmi da terra?» Bellissima cosa senza dubbio; ma lasciando anche da parte Sofocle e Shakespeare, è certo che nemmeno i tragici francesi del buonsecolo erano arrivati mai a elevare di tanto i discorsi sull'azione e il valore astratto delle sentenze sull'atteggiamento vivo e personale dei caratteri.Ora qui sta il nuovo e il buono dellaFrancescadi Pellico. Chi non lo vede? Il tipo della protagonista discende d'un tratto immenso dalla luminosa altezza poetica in cui Dante ce l'aveva mostrata; l'azione tragica è meschinella, l'andamento scenico è impacciato e tautologico, lo stile invero è scialbo, i versi hanno spesso appena appena quel tanto che basta perchè non si debbano dire dei versi zoppi... Eppure noi sentiamo in questa tragedia un'aura insolita di vita, che ci attrae e ci appaga. Nel suo breve ambito sentiamo la pietà e il terrore di un dramma vero; sentiamo umanamente veri i personaggi e passanti per quella varietà direi quasi accidentale di motivi psicologici, che ci fa fede della naturalezza e della sincerità delle loro passioni; e per questo li amiamo e ci appassioniamo di loro.Lanciotto (novità arditissima a quel tempo) non è il solito tiranno alfieriano o alla francese, che accampa la sua indomita ferocia e vi si drappeggia dentro come antitesi d'obbligo con l'amore e col dolore degli altri personaggi. Bellissimo carattere questo di Lanciotto e generato vivo vivo da una facoltà veramente personale del poeta. Fin dalla sua prima scena con Guido, sentiamo, che egli darà forse un fiero colpo alla tragedia dell'amore, mettendo in una penosa controversia i moti della nostra pietà; ma egli trionfa sulle morbide suggestioni del nostro egoismo di spettatori parziali; e si finisce con ammettere volentieri che egli trionfi.. . . . . . . . . . O Guido!Quando canute avrò le chiome anch'io,E vivrò nel passato e freddamenteGuarderò i vizi e le virtù mie antiche,Anche allor rimembrando un'adorataSposa che mi tradìa, tutta l'anticaDisperata ira sentirò nel petto,Ed imprecando fuggirò col guardoVerso il sepolcro......Linguaggio vero questo e cavato dalle viscere dell'anima. Dite lo stesso delle due scene tra' fratelli, specie quella proprio stupenda dell'atto quarto.Lanciotto.Di'; se tua sposaFosse?...Paolo.Francesca? Ah, d'un rival pur l'ombraNon soffrirei!Lanciotto.Se un tuo fratello amarlaOsasse?Paolo.Più non mi saria fratello.Guai a colui che osasse amarla! Il giuro,Guai a colui! Lo sbranerei col mioPugnal, chiunque il traditor si fosse.Lanciotto.Me pure assal questo desio feroce,E trattengo la man che al brando corre;Credilo, a stento la trattengo!...Lo stesso dicasi della scena fra Paolo e Francesca nel terzo atto, a cui nuoce qua e là la frase enfatica e il verso deficiente; ma dove scorre una correntecalda di vera passione amorosa a una scioltezza e un abbandono, che i tragici contemporanei del Pellico (il Niccolini compreso) non osarono forse mai.Chi volesse persuadersi meglio della verità di questo elemento schietto e giovanile che il Pellico portava nella tragedia italiana, potrebbe opportunamente confrontare la suaFrancescacon quella di Edoardo Fabbri cesenate, che pure ebbe molti e non immeritati lodatori. Forte ingegno e bel carattere il Fabbri, tutto nutrito del più puro midollo alfieriano, che lo sostenne tanto nelle lettere che nella degnissima vita tutta infiammata d'ardori patriotici! Compose dodici tragedie, tra le quali unaFrancesca da Rimini, che certamente ha pregi non comuni e la vince su quella del saluzzese, oltre che per la italianità dello stile, per ciò che oggi si chiamerebbe la ricerca dell'ambiente storico. Nella prima scena Francescaveglia sola di notte e ascolta il mare che mugge in gran tempesta:. . . . . . . . . . . . O Santo,O Forte, o Sempiterno! Deh, perdonaAi naviganti e al pellegrin smarrito....Dal mar, dal ciel, dal tuo sdegno percosso.Che vale il picciol uom? Di già le stelleTramontano fra' nembi e pur non vienePietoso il sonno!.... Malatesta è sordoA rimorsi, a procelle,... io veglio e peno!....Dunque han pace i tiranni, e l'innocenzaOgnor geme?Quando sopraggiunge la cognata Ricciarda e gli annunzia che Paolo, creduto morto, è tornato e l'ha visto, Francesca grida:. . . . . . . . . . . . . Fugga,Si salvi, se talor dorme il tiranno,Tirannìa va d'intorno e non chiude occhio.Ma in sostanza, questotirannoo questatiranniapesano su tutta la tragedia come una cappa di piombo. Dei momenti, a giudicarla dai discorsi, Francesca piuttosto che una moglie che si tormentaper un affetto colpevole, fa pensare a una principessa romagnola del Dugento, che trami contro il marito e apparecchi un colpo di Stato; in molti punti il dramma amoroso minaccia di convertirsi in una congiura politica, sempre contro il tiranno. Costui poi non è solamente un mostro di crudeltà, ma se ne vanta e c'insiste sopra come per tema che il pubblico non lo sappia abbastanza. Onde accade che non solamente ogni spirito di pietosa poesia dantesca viene escluso dalla tragedia del Fabbri, ma anche ogni senso di umana simpatia ne è quasi eliminato. I personaggi, uomini e donne, parlano in un medesimo stile sincopato e sentenzioso, che ferma e spezza e dissolve l'emozione del lettore. Ed è peccato veramente, perchè in quei rari punti ove il Fabbri alquanto s'abbandona, si capisce subito che la vena dei sensi altamente umani non era scarsa in lui. Alla troppo famosa apostrofe all'Italia, che il Pellico pone in bocca a Paolo, parmiche si contrappongano efficacemente questi versi messi in bocca dal Fabbri a Paolo stesso:Patria per me? qual nome! all'infeliceCui vien rapita ogni cosa diletta,All'infelice cui la speme anch'essaFallì per sempre, è ricordanza amaraDi patria ragionar. Sta nella patriaOgni ben degli umani! Io non ho al mondoChe i mali miei!...Ebbe anche il Fabbri la buona idea di convertire in scena finale della tragedia la lettura degli amori di Ginevra e di Lancillotto, durante la quale Giovanni li sorprende e li trafigge; ma l'azione ha da prima tanto divagato per avvolgimenti poco omogenei, che l'idea del «fato amoroso» la quale avrebbe dovuto intensamente dominare tutta la tragedia, è presso che smarrita nell'animo degli spettatori; onde avviene che quella scena finale vien fuori come un accidente sinistro in cui i due amanti sono all'improviso colti e ammazzatidal tiranno e nulla più. Fatto luttuoso, insomma, che chiude comunque la tragedia; ma non catastrofe vera.III.E torniamo a Silvio Pellico. Quale meraviglia se, sopraggiunto il carcere e col carcere le mortali malattie e i mortali abbattimenti e, di conserva, la dissuetudine e l'impossibilità degli ordinati studi e l'ozio forzato e gli stessi faticosi esercizi mnemonici e l'isolamento e la mancanza di consigli e di critiche nel grande e vitale ambiente della pubblicità, quale meraviglia, dico, se nello spirito del prigioniero quel suo nutrimento letterario, già per se scarso, presto venne meno e lo lasciò quasi vuoto ed esausto? Nel rileggere in questi giorni le molte liriche religiose e leCantiche, che il Pellico compose durante e dopo la sua prigionia, mi si è venuta formando in mente l'idea di una speciale malattia psichica, ch'io chiamereianemia letteraria. Non è che il poeta sia morto in lui; vive anzi in una specie di anelito incessante, in uno sforzo fervoroso che gli si leva dal fondo dell'anima, e col quale egli vorrebbe toccare un alto segno. Ma egli s'agita un poco e ricasca spossato. Non di rado l'inizio d'un componimento o, come direbbero i musici, lospuntoè felice e si vede che il tema si era presentato, alla prima, dinanzi alla fantasia del poeta con linee vaghe e nuove, con colori freschi e attraenti. Non è bello l'esordio della canticaTancreda?E voi pur mie native itale balzeSiate albergo ai prodi. A quelle anticheLance il mio sguardo affiso, onde severoDi questa sala addobbo han le pareti,E in ciascuna vegg'io di queste lanceLa storia di un eroe. Tu generosaFanciulla del Chiusone abbi il mio canto.Del torrente Chiusone io visitaiLa sacra valle, e visitai quel locoOve le gorgoglianti acque comprimeDi qua e di là deserto, orrido monte;E orrido più a sinistra e di pendentiAlto rupi tutto irto, il Mal-Andaggio;E salii quelle rupi, ed ombreggiataDi scarsi annosi pini una fontanaMi dissetò...Non è pieno di gentili promesse il principio della lirica in morte della Teresa Gonfalonieri?No, pia, no, gentilePer me non sei morta!...E molti altri esempi potrei citare: ma appena l'artista ha fatto pochi passi, subito lo invade una estenuazione e una insufficienza di forze che lo costringe a vacillare e piegare sotto il peso. Sono locuzioni intralciate, trapassi faticosi, innesti sgraziatissimi di modi volgarmente prosaici accompagnati ad altri tutti affettazione rettorica. È uno stento, un languore che fa pena. L'onda lirica si rompe e svapora in quei tentennamenti dello stilista inesperto ed esaurito. I più nobili entusiasmi spiritualinon serbano nemmeno la sincerità dell'accento e paiono esaltamenti a freddo; la stessa pietà religiosa inciampa e smania nelle minuzie di un bigottismo da femminuccie. Il poeta stesso se ne avvede, se ne addolora e ne chiede ragione a Dio con un'apostrofe abbastanza felice:Perchè mi hai dato questa inneffabileSete di canto?Perchè poni tu in me questi palpitiRicchi d'amor?Egli, soggiunge, non ha «l'energico inno del possente Manzoni» egli non può che versare gemiti e lagrime ai piedi del trono divino. Iddio gli risponde nel dialogo, confortandolo: — Ispirai l'alto carme d'Isaia; ma anche la rozza parola di Amos può consolare gli uomini e chiamarli a verità. — Ma mentre ci aspettiamo dunque gli accenti rudi, schietti, efficaci di questo profeta popolare,ecco che vien giù una sbroscia di strofe come queste:— Da più secoli squarciano ItaliaParti luttanti: (?)Fa ch'io rotto impostori e magnanimiScerna fra lor.— Del Vangel l'amantissimo spirtoLuce sia a tua ragione, a tuoi canti:Spirar dei l'amor patrio de' Santi,Ch'è bontà, sacrificio ed onor...Così miseramente terminò il poeta che aveva esordito salutato dall'ammirazione di Giorgio Byron e dalle speranze di tutta Italia.Però la critica è obbligata a fermarsi dinanzi a un fatto che contiene una forte obiezione. Silvio Pellico, mentre appunto volgeva, anzi mentre si compiva il periodo di quel suo dissolvimento letterario, scrivevaLe mie prigioni, un libro che non solo è il suo capolavoro, ma che, a ragione, si considera come un modello di narrazione sobria, equilibrata, potente di poesia e di verità.Pietro Giordani, che non aveva alcuna ragione d'amare in Pellico nè le idee nè la letteratura e che molte ragioni invece aveva di non amarlo, non seppe trattenere la propria ammirazione per questo libro, confessandosi «spaventato» dinanzi alla sua efficacissima semplicità. Anche adesso che i fatti narrati sono tanto lontani e che la pietà è naturalmente illanguidita e che la suggestione politica non entra più, segreta consigliera, a piegare l'animo in favore del libro, il libro resiste agli assalti del tempo, alle mutate ragioni delle idee e del gusto, alla stessa voglia preconcetta che uno potrebbe benissimo avere di trovarlo minore della fama e della fortuna. Si prende in mano il volumetto, si procede d'uno in altro capitolo, tante volte letti, e a breve andare la prima ammirazione vi ripiglia, vi domina, vi soggioga. Si rivedono i luoghi, le persone, gli episodi del lungo dramma doloroso, ripensato con tanta mansuetudine e raccontato con tantanaturalezza; s'arriva all'ultima pagina, si ripone il piccolo libro, ma si è convinti che verrà un giorno in cui bisognerà riprenderlo e rileggerlo... Il libro dellePrigioniavrà insomma dei difetti letterari, ne ha anzi senza dubbio, ma non certo di quelli pei quali un tempo Ruggero Bonghi lamentò e cercò di spiegare la scarsa corrispondenza che esiste fra la curiosità del pubblico e i libri scritti nella nostra lingua. E questo certamente non è piccolo pregio.È il miracolo non infrequente della letteratura auto-biografica. Silvio Pellico, nel periodo del suo scadimento letterario, ebbe ancora la forza di osservarsi e di raccontare: l'osservazione fu nitida, la narrazione fu sempre, non so se storicamente ma certo artisticamente, sincera; e il bellissimo libro venne fuori. Fu come un drappo prezioso e pietoso che il liberato dallo Spielberg gettava sopra la sua morta giovinezza d'uomo e di poeta.L'anemia letteraria poteva continuareil suo corso. Oramai lo stesso Pellico ne era convinto. Si sentiva infiacchito, sfinito; e anche di questo si rimetteva con umiltà cristiana al buon Dio, che dona e che toglie.Quanta ressa di consigli, di eccitamenti, di rimproveri, talvolta anche acerbissimi, non fu fatta per vent'anni intorno al povero Pellico perchè ripigliasse la penna e non deludesse più a lungo il pubblico italiano di grandi aspettazioni che avevano tutte le apparenze per dirsi non solo legittime ma ben anche imperative! Talvolta egli, tanto per dimostrare la sua buona volontà, si rimetteva a qualche lavoro di lena e ritentava la tragedia, la cantica, il romanzo; ma io tengo per fermo che non gli avrebbero sorriso, come un beneficio postumo, le postume pubblicazioni dellaCiviltà Cattolicae di altri.La verità sul proprio fato di poeta egli l'aveva ben chiara nell'animo, il buon Silvio; e l'aveva molto onestamente scritta a Federico Confalonierinel Maggio del 1838. «Tu ed altri buoni mi consigliereste a scrivere..... Ottima è la vostra cara intenzione; e seguirei il consiglio se potessi. Mi manca la salute, mi manca quel pungolo d'ambizione e di speranza che sprona; mi manca la fiducia delle mie forze, le quali davvero conosco deboli: sono un uomo che ho poco fiato, un uomo che vive poco distante dalla tomba e sorride alle voci che gli dicono: sorgi!... Sì, amico e fratello mio, sorgerò, ma non più sulla terra. Qui la mia parte è oramai finita; e se ora ve ne ha una, ell'è di patire e amare in silenzio. Del resto è assai verosimile, che se invece di pochissimi volumi da me scritti, ne avessi dato ancora parecchi al pubblico, l'effetto sarebbe stato minore....»Bisogna chinarsi con riverente pietà dinanzi a questa confessione.
Quando si ricominciò in Italia a parlare di Silvio Pellico, a proposito del centenario della sua nascita che la città di Saluzzo si apparecchiava a celebrare degnamente, quanta parte di lui era ancora ben viva nella coscienza civile e nella cultura letteraria del popolo italiano? Sono scabrose le indagini e mal sicuri i calcoli su questa materia, tanto soggetta al giuoco ingannevole delle apparenze! V'hanno autori dei quali si continua a parlare e a scrivere con frequenza mentre si potrebbe scommettere che i loro volumi non escono più che assai di rado, se pure escono, dagli scaffali delle biblioteche: d'altriautori invece si tace quasi affatto, mentre i loro libri, continuano ad avere lettori numerosi per ogni dove; e potrebbero assomigliarsi ad acque scorrenti per una pianura in silenzio.
Quando nel 1827, o in quel torno, si divulgò la voce per tutta Italia che il povero Pellico aveva dovuto soccombere agli affanni e ai disagi del carcere austriaco, un poeta pietosamente cantò:
Pace, o morente! Agl'italiLa tua memoria è pianto.Caggia quel dì dai secoli,Quel dì che Italia al santoCenere teco non plori,Nè la memoria onoriDi chi per lei morì.
Pace, o morente! Agl'itali
La tua memoria è pianto.
Caggia quel dì dai secoli,
Quel dì che Italia al santo
Cenere teco non plori,
Nè la memoria onori
Di chi per lei morì.
Com'era falsa allora la nuova della morte, vero invece e universalmente sentito dovette essere l'accento di quella apostrofe vaticinante la gloria futura del poeta saluzzese, che adesso suonerebbe alquanto stonata e iperbolica.
Quanti cambiamenti, d'allora in poi,nelle opinioni e nel gusto del pubblico italiano! Ma non credo che s'abbia esempio, rimanendo nei limiti del secolo XIX, di una fortuna letteraria più rapidamente declinata di quella di Silvio Pellico. Perchè? Non solamente il fatto si spiega, ma parmi ancora che molte ragioni congeneri si uniscano a prova a renderlo abbastanza chiaro.
Anzi tutto l'opera letteraria di Silvio Pellico non solo non rispose alle speranze, ma riuscì di gran lunga minore di esse.
L'Italia aveva ragione d'aspettarsi moltissimo da chi, non uscito ancora dalla prima giovinezza, aveva già composto laFrancesca, l'Eufemio, laLaodomia. Quest'ultima, come è noto, venne soppressa dall'autore malgrado le lodi del Foscolo; ma le lodi vengono da tale giudice che spunta naturale il rammarico per quella soppressione, espunta insieme il dubbio che Silvio Pellico, mandandola ad effetto, non abbia commesso un grave torto verso l'opera propria. Chi sa! Allora la sua mente era tutta volta all'ideale romantico che sorgeva e accennava a trionfare in Italia; e forse gli piacque di offrire alla nuova scuola la ecatombe di questa tragedia di classico argomento, al quale è probabile che gli amici non avessero fatto troppo buon viso. Chiunque bazzichi nel mondo letterario sa quanto peso abbia per ogni chiesuola, massime se giovane e fervente, la scelta dei soggetti. Meglio per loro, a occhi chiusi, meglio cento volte laFrancesca! E il sacrifizio della grecaLaodomiafu consumato. Pel Foscolo intanto, che subito alle prime scene dice di aver pianto di commozione, essa dimostrava nel Pellico «un'anima alta, un cuore ardente, un'immaginazione abbondante ed un ingegno insomma che fa sperare moltissimo, appunto perchè sbaglia per troppo ingegno e per arditaimprudenza». E soggiunge nella lettera: «Ti dirò che tu ti mostri poeta anche a chi non vedesse fuor che soli certi bei versi di questa tragedia».
Ma qualunque fosse il valore oggettivo di questo giudizio dell'autore dell'Aiace, certo è che la figura di Silvio Pellico in quel primo periodo della sua vita letteraria si presenta piena di fulgidissime promesse. Tutti lo riconoscono e lo sentono predestinato a cose veramente grandi; e grande e libero è l'orizzonte che si schiude dinanzi a lui.
Un bisogno vago, inquieto e potente di novità intellettuali e letterarie cominciava a fermentare anche in Italia; e Milano era, anche in questo, a capo d'Italia. La Stendhal scriveva allora, con una delle sue solite iperboli da innamorato, che spesso dentro a palchetto del teatro della Scala si riuniva più forza di pensiero e movimento d'idee che in una grande capitale d'Europa.
Casa Porro era il centro della cultura milanese; e qui Silvio Pellico conversavacon madama di Stäel, con l'Hobhouse, con uno degli Schlegel, dissertando, infiammandosi per le idee nuove. Giorgio Byron lo accarezzava e gli voltava in inglese laFrancesca da Rimini. — Poi viene l'impresa delConciliatore; e Pellico, malgrado la giovinezza e l'animo remissivo e modesto, vi campeggia dentro e quasi vi comanda d'autorità. Lo stesso Lodovico di Breme l'«inspirato» di quel cenacolo, è pieno di rispetto per il giovine saluzzese; e Borsieri, Camillo Ugoni, Giovanni Berchet, Giovita Scalvini, Giuseppe Pecchio, perfino il Romagnosi, perfino Alessandro Manzoni paiono delle figure secondarie vicino a lui....
Una lettera del Maroncelli annunziante il prossimo ingresso di Silvio nella Carboneria e intercettata dall'Austria, ruppe a un tratto e tragicamente questo bellissimo periodo di preparazione e di promesse. Silvio Pellico si vide piombato in uno di quei lunghi e duri cimenti dove le anime umanesono messe a prova difficilissima e decisiva.
È inutile sottilizzare; la prova fu più forte dell'animo. Il triste fatto bisogna accettarlo e riconoscerlo: ma quale esso fu, includendovi tutti i suoi coefficienti, senza restrizioni sofistiche, senza spiegazioni arbitrarie. Alcuni, per esempio, hanno voluto di questo relativo smarrimento o infiacchimento dello spirito di Silvio Pellico dare colpa alla sua pietà religiosa, come se non bastasse l'esempio del Manzoni a provare quanto vi sia di avventato in questo giudizio. No, la causa fu generica insieme e complessa. I Piombi di Venezia e le casematte dello Spielberg non furono che il teatro doloroso in cui tutto un fascio di energie morali e fisiche s'andò logorando e disfacendo. La natura umana ha questo veramente di nobile e di resistente, che, in qualunque più misera condizione cada, essa può sempre mettere in salvo la propria dignità morale presidiata dalla rettitudinedegli intendimenti. E il povero Silvio n'è una prova e noi in quella sua paziente mansuetudine siamo obbligati a vedere un carattere di grandezza, che sta da sè, che non abbisogna di altri aiuti, che non teme di nessun altro confronto, che infine trova in sè stessa un compenso e quasi un guadagno di fronte a tutte le altre sue grandissime perdite. Ma dopo che questo abbiamo ben volentieri riconosciuto, rimane anche da riconoscere un fatto evidente; e questo è che la personalità letteraria del Pellico restò colpita nel momento felice della propria formazione; e tanto mortalmente rimase colpita che riuscirono poi vani tutti gli sforzi per farla riavere.
Silvio non è più!.... Con questo grido finisce la lirica per la creduta morte da me citata più sopra; e diceva, in un senso, il triste vero. Quel Silvio, che la gioventù lombarda e romagnola avevano salutato come il giovine principe di una letteratura nuova; l'Euforione fortunato che, un momento, parve destinatoa rappresentare nelle lettere italiche le armonie dell'antica e della moderna bellezza, ecco che, appena tocco il suolo, veniva rapito dalle inimiche potenze e andava a spegnersi in un tetro emisfero di sconforto di fiacchezza e di umile abbandono.
Ma chi voglia, andando un pò terra terra, studiare le vere cause del fatto credo che molto debba soffermarsi a considerare la educazione letteraria di Silvio Pellico, la quale fu incoerente, debole, incompiuta. Qui forse è il punto vitale della dimostrazione. Terenzio Mamiani scrivendo di Alessandro Manzoni dopo la sua morte, disse già che il vero stato civile della sua lingua e del suo stile italiano bisognava andare a cercarlo, piuttosto che alle anagrafi di Firenze, a quelle di Parigi. Vero anche questo; ma io, guardando agli effetti che ne seguirono, non mi sento il coraggio di sentenziare che quello fu proprio un male o solamente un male. Certo è che il Manzoni, andato giovinettoa Parigi, si trovò subito in compagnia di uomini d'alto ingegno e di un gusto nelle lettere più castigato e severo che i tempi non comportassero. Con la guida specialmente del Fauriel, egli bevve alle fonti più pure della prosa e della lirica francese e neolatina; poi aggiunse di proprio uno studio così serio e così perseverante della italianità che nello scrittore le ragioni dello stile nazionale rimasero sostanzialmente incolumi, mentre il suo contatto coi più grandi modelli della letteratura francese non era senza grandi vantaggi. I puristi strepitarono allora e non tacciono anche adesso; ma io seguito a credere che al Manzoni, e per conseguenza a tutta la letteratura italiana, quel contatto e quella fusione furono assai più di giovamento che di danno.
Il buon Pellico invece, stabilitosi anch'egli giovanissimo a Marsiglia, nella città mercantile, in un ambiente di mediocrità, si volse tutto alla letteraturafrancese, deliberato a farne la professione della sua vita; e per sua maggior disgrazia trovò i maestri e i modelli in quella compassata e gonfia e vuota poesia del primo Impero, che meritò i severi giudizi di Sainte-Beuve.
Troppo francese adunque, e francese della peggior fatta, fu la educazione letteraria di Silvio. Arrivò è vero il carme foscolianoI Sepolcria scuoterlo, a infiammarlo, a dargli una specie di febbre nostalgica della letteratura della sua patria, alla quale ritornò quindi con tutte le forze dell'animo; ma una evoluzione letteraria, e di tanto peso, non era facile a compiere, come, ahimè, una evoluzione politica! A Milano Silvio Pellico insegnò francese e giova credere che studiasse l'italiano. Ma gli uomini e i fatti lo traevano come in un vortice; e non credo che egli trovasse mai il tempo tranquillo che gli abbisognava per compiere il «salutare lavacro» e uscirne veramente «rinnovellato». In sostanza, agitandosi conardor giovanile tra il Monti e il Foscolo, tra classici e romantici, tra letteratura e politica, egli scavizzolò alla meglio una forma letteraria che non era più francese ma che certo non poteva dirsi vigorosamente italiana; e spinto dalla necessità di fare, mise fuori i suoi primi componimenti, tra i quali laFrancesca, che «non ebbe dai giornali milanesi fuorchè vituperii». Per fortuna il pubblico non badò che alla geniale e giovanile anima di poeta che traboccava da ogni scena e quasi da ogni verso della nova tragedia d'amore, rendendo scusabili e amabili persino i difetti suoi.
SullaFrancesca da Riminifermiamoci un poco perchè rappresenta il momento aureo della vita del poeta. Gli applausi, le lagrime e la grandissima fortuna teatrale non hanno impedito l'ufficio della critica su questa tragedia fin dall'origine; e credo anzi cheabbiano piuttosto contribuito a renderla severa. Esaminato il canto dantesco, Francesco De Sanctis conclude: «Quando io penso a Silvio Pellico, non so persuadermi come tante sfumature, tante finezze e delicatezze di sentimenti gli siano potute sfuggire, e come gli sia uscita dalla penna una Francesca tutta di un pezzo e di una fattura così grossolana».
Questa sentenza del De Sanctis viene dopo una investigazione del tipo di Francesca come si formò e visse nella visione ideale di Dante; e nella terribilità di quell'immediato confronto troppo si spiega la severità del giudizio. Già all'audace giovane saluzzese aveva ammonito il Foscolo: — Lascia stare i morti di Dante; farebbero paura ai vivi! — Ma messo in disparte Dante, dal quale in sostanza nulla di essenziale prese il Pellico, tranne la reminiscenza del «libro galeotto» goffamente spostandola e più goffamente ancora intercalando, fra i suoi, due versidel canto V, contentiamoci di considerare laFrancescanella linea storica del nostro teatro tragico. Qui si comprenderanno anche i pregi del lavoro e si avrà la spiegazione della costante fortuna che ebbe e che non gli è ancora del tutto cessata dinanzi al pubblico.
Chi legge, non più l'Alfieri, ma le tragedie degli imitatori che in quel tempo pullulavano e hanno seguitato pur troppo fino al nostro tempo, vede che dalla serrata rapidità dell'azione e dalla energica interezza dei tipi siamo passati ad una specie d'immobilità declamatoria e ad una secchezza addirittura extraumana. In quelle condensazioni, tutte meccaniche ed esteriori, ogni spirito di vita è sempre più eliminato dal dramma. Oramai si è ridotti ad aspettare quasi tutto l'effetto da certebattutesentenziose dei personaggi, facendo assegnamento sulla corrispondente mimica degli attori. Intorno all'Ajaceche il Foscolo stava componendo, Camillo Ugoni scriveva allo Scalvini: «Nonmi ricordo delle parlate lunghe e importanti, se non che sono eminentemente belle, ma i brevi tratti sublimi mi stanno in mente:
Un araldo: Ajace re de' Salamini.Agamenone: Attenda.
Un araldo: Ajace re de' Salamini.
Agamenone: Attenda.
Che grande zittìo nel teatro allora! Che brivido farà nascere questo «attenda» pronunciato da un attore che conosce la dignità e la maestà della scena! Che torrente di fuoco e di bile magnanima e di forsennatezza guerriera sarà per quell'Aiace! «Scalvini mio, io vorrei dirlo questoattenda!...» Più sotto la lettera prosegue: «E quel saluto così omericamente maestoso in bocca di Teucro e diretto all'Atride,
T'onori Giove, o re dei forti!
T'onori Giove, o re dei forti!
Dimmi, quel saluto non ti alza egli quattro palmi da terra?» Bellissima cosa senza dubbio; ma lasciando anche da parte Sofocle e Shakespeare, è certo che nemmeno i tragici francesi del buonsecolo erano arrivati mai a elevare di tanto i discorsi sull'azione e il valore astratto delle sentenze sull'atteggiamento vivo e personale dei caratteri.
Ora qui sta il nuovo e il buono dellaFrancescadi Pellico. Chi non lo vede? Il tipo della protagonista discende d'un tratto immenso dalla luminosa altezza poetica in cui Dante ce l'aveva mostrata; l'azione tragica è meschinella, l'andamento scenico è impacciato e tautologico, lo stile invero è scialbo, i versi hanno spesso appena appena quel tanto che basta perchè non si debbano dire dei versi zoppi... Eppure noi sentiamo in questa tragedia un'aura insolita di vita, che ci attrae e ci appaga. Nel suo breve ambito sentiamo la pietà e il terrore di un dramma vero; sentiamo umanamente veri i personaggi e passanti per quella varietà direi quasi accidentale di motivi psicologici, che ci fa fede della naturalezza e della sincerità delle loro passioni; e per questo li amiamo e ci appassioniamo di loro.Lanciotto (novità arditissima a quel tempo) non è il solito tiranno alfieriano o alla francese, che accampa la sua indomita ferocia e vi si drappeggia dentro come antitesi d'obbligo con l'amore e col dolore degli altri personaggi. Bellissimo carattere questo di Lanciotto e generato vivo vivo da una facoltà veramente personale del poeta. Fin dalla sua prima scena con Guido, sentiamo, che egli darà forse un fiero colpo alla tragedia dell'amore, mettendo in una penosa controversia i moti della nostra pietà; ma egli trionfa sulle morbide suggestioni del nostro egoismo di spettatori parziali; e si finisce con ammettere volentieri che egli trionfi.
. . . . . . . . . . O Guido!Quando canute avrò le chiome anch'io,E vivrò nel passato e freddamenteGuarderò i vizi e le virtù mie antiche,Anche allor rimembrando un'adorataSposa che mi tradìa, tutta l'anticaDisperata ira sentirò nel petto,Ed imprecando fuggirò col guardoVerso il sepolcro......
. . . . . . . . . . O Guido!
Quando canute avrò le chiome anch'io,
E vivrò nel passato e freddamente
Guarderò i vizi e le virtù mie antiche,
Anche allor rimembrando un'adorata
Sposa che mi tradìa, tutta l'antica
Disperata ira sentirò nel petto,
Ed imprecando fuggirò col guardo
Verso il sepolcro......
Linguaggio vero questo e cavato dalle viscere dell'anima. Dite lo stesso delle due scene tra' fratelli, specie quella proprio stupenda dell'atto quarto.
Lanciotto.Di'; se tua sposaFosse?...Paolo.Francesca? Ah, d'un rival pur l'ombraNon soffrirei!Lanciotto.Se un tuo fratello amarlaOsasse?Paolo.Più non mi saria fratello.Guai a colui che osasse amarla! Il giuro,Guai a colui! Lo sbranerei col mioPugnal, chiunque il traditor si fosse.Lanciotto.Me pure assal questo desio feroce,E trattengo la man che al brando corre;Credilo, a stento la trattengo!...
Lanciotto.Di'; se tua sposaFosse?...
Lanciotto.Di'; se tua sposa
Fosse?...
Paolo.Francesca? Ah, d'un rival pur l'ombraNon soffrirei!
Paolo.Francesca? Ah, d'un rival pur l'ombra
Non soffrirei!
Lanciotto.Se un tuo fratello amarlaOsasse?
Lanciotto.Se un tuo fratello amarla
Osasse?
Paolo.Più non mi saria fratello.Guai a colui che osasse amarla! Il giuro,Guai a colui! Lo sbranerei col mioPugnal, chiunque il traditor si fosse.
Paolo.Più non mi saria fratello.
Guai a colui che osasse amarla! Il giuro,
Guai a colui! Lo sbranerei col mio
Pugnal, chiunque il traditor si fosse.
Lanciotto.Me pure assal questo desio feroce,E trattengo la man che al brando corre;Credilo, a stento la trattengo!...
Lanciotto.
Me pure assal questo desio feroce,
E trattengo la man che al brando corre;
Credilo, a stento la trattengo!...
Lo stesso dicasi della scena fra Paolo e Francesca nel terzo atto, a cui nuoce qua e là la frase enfatica e il verso deficiente; ma dove scorre una correntecalda di vera passione amorosa a una scioltezza e un abbandono, che i tragici contemporanei del Pellico (il Niccolini compreso) non osarono forse mai.
Chi volesse persuadersi meglio della verità di questo elemento schietto e giovanile che il Pellico portava nella tragedia italiana, potrebbe opportunamente confrontare la suaFrancescacon quella di Edoardo Fabbri cesenate, che pure ebbe molti e non immeritati lodatori. Forte ingegno e bel carattere il Fabbri, tutto nutrito del più puro midollo alfieriano, che lo sostenne tanto nelle lettere che nella degnissima vita tutta infiammata d'ardori patriotici! Compose dodici tragedie, tra le quali unaFrancesca da Rimini, che certamente ha pregi non comuni e la vince su quella del saluzzese, oltre che per la italianità dello stile, per ciò che oggi si chiamerebbe la ricerca dell'ambiente storico. Nella prima scena Francescaveglia sola di notte e ascolta il mare che mugge in gran tempesta:
. . . . . . . . . . . . O Santo,O Forte, o Sempiterno! Deh, perdonaAi naviganti e al pellegrin smarrito....Dal mar, dal ciel, dal tuo sdegno percosso.Che vale il picciol uom? Di già le stelleTramontano fra' nembi e pur non vienePietoso il sonno!.... Malatesta è sordoA rimorsi, a procelle,... io veglio e peno!....Dunque han pace i tiranni, e l'innocenzaOgnor geme?
. . . . . . . . . . . . O Santo,
O Forte, o Sempiterno! Deh, perdona
Ai naviganti e al pellegrin smarrito....
Dal mar, dal ciel, dal tuo sdegno percosso.
Che vale il picciol uom? Di già le stelle
Tramontano fra' nembi e pur non viene
Pietoso il sonno!.... Malatesta è sordo
A rimorsi, a procelle,... io veglio e peno!....
Dunque han pace i tiranni, e l'innocenza
Ognor geme?
Quando sopraggiunge la cognata Ricciarda e gli annunzia che Paolo, creduto morto, è tornato e l'ha visto, Francesca grida:
. . . . . . . . . . . . . Fugga,Si salvi, se talor dorme il tiranno,Tirannìa va d'intorno e non chiude occhio.
. . . . . . . . . . . . . Fugga,
Si salvi, se talor dorme il tiranno,
Tirannìa va d'intorno e non chiude occhio.
Ma in sostanza, questotirannoo questatiranniapesano su tutta la tragedia come una cappa di piombo. Dei momenti, a giudicarla dai discorsi, Francesca piuttosto che una moglie che si tormentaper un affetto colpevole, fa pensare a una principessa romagnola del Dugento, che trami contro il marito e apparecchi un colpo di Stato; in molti punti il dramma amoroso minaccia di convertirsi in una congiura politica, sempre contro il tiranno. Costui poi non è solamente un mostro di crudeltà, ma se ne vanta e c'insiste sopra come per tema che il pubblico non lo sappia abbastanza. Onde accade che non solamente ogni spirito di pietosa poesia dantesca viene escluso dalla tragedia del Fabbri, ma anche ogni senso di umana simpatia ne è quasi eliminato. I personaggi, uomini e donne, parlano in un medesimo stile sincopato e sentenzioso, che ferma e spezza e dissolve l'emozione del lettore. Ed è peccato veramente, perchè in quei rari punti ove il Fabbri alquanto s'abbandona, si capisce subito che la vena dei sensi altamente umani non era scarsa in lui. Alla troppo famosa apostrofe all'Italia, che il Pellico pone in bocca a Paolo, parmiche si contrappongano efficacemente questi versi messi in bocca dal Fabbri a Paolo stesso:
Patria per me? qual nome! all'infeliceCui vien rapita ogni cosa diletta,All'infelice cui la speme anch'essaFallì per sempre, è ricordanza amaraDi patria ragionar. Sta nella patriaOgni ben degli umani! Io non ho al mondoChe i mali miei!...
Patria per me? qual nome! all'infelice
Cui vien rapita ogni cosa diletta,
All'infelice cui la speme anch'essa
Fallì per sempre, è ricordanza amara
Di patria ragionar. Sta nella patria
Ogni ben degli umani! Io non ho al mondo
Che i mali miei!...
Ebbe anche il Fabbri la buona idea di convertire in scena finale della tragedia la lettura degli amori di Ginevra e di Lancillotto, durante la quale Giovanni li sorprende e li trafigge; ma l'azione ha da prima tanto divagato per avvolgimenti poco omogenei, che l'idea del «fato amoroso» la quale avrebbe dovuto intensamente dominare tutta la tragedia, è presso che smarrita nell'animo degli spettatori; onde avviene che quella scena finale vien fuori come un accidente sinistro in cui i due amanti sono all'improviso colti e ammazzatidal tiranno e nulla più. Fatto luttuoso, insomma, che chiude comunque la tragedia; ma non catastrofe vera.
E torniamo a Silvio Pellico. Quale meraviglia se, sopraggiunto il carcere e col carcere le mortali malattie e i mortali abbattimenti e, di conserva, la dissuetudine e l'impossibilità degli ordinati studi e l'ozio forzato e gli stessi faticosi esercizi mnemonici e l'isolamento e la mancanza di consigli e di critiche nel grande e vitale ambiente della pubblicità, quale meraviglia, dico, se nello spirito del prigioniero quel suo nutrimento letterario, già per se scarso, presto venne meno e lo lasciò quasi vuoto ed esausto? Nel rileggere in questi giorni le molte liriche religiose e leCantiche, che il Pellico compose durante e dopo la sua prigionia, mi si è venuta formando in mente l'idea di una speciale malattia psichica, ch'io chiamereianemia letteraria. Non è che il poeta sia morto in lui; vive anzi in una specie di anelito incessante, in uno sforzo fervoroso che gli si leva dal fondo dell'anima, e col quale egli vorrebbe toccare un alto segno. Ma egli s'agita un poco e ricasca spossato. Non di rado l'inizio d'un componimento o, come direbbero i musici, lospuntoè felice e si vede che il tema si era presentato, alla prima, dinanzi alla fantasia del poeta con linee vaghe e nuove, con colori freschi e attraenti. Non è bello l'esordio della canticaTancreda?
E voi pur mie native itale balzeSiate albergo ai prodi. A quelle anticheLance il mio sguardo affiso, onde severoDi questa sala addobbo han le pareti,E in ciascuna vegg'io di queste lanceLa storia di un eroe. Tu generosaFanciulla del Chiusone abbi il mio canto.Del torrente Chiusone io visitaiLa sacra valle, e visitai quel locoOve le gorgoglianti acque comprimeDi qua e di là deserto, orrido monte;E orrido più a sinistra e di pendentiAlto rupi tutto irto, il Mal-Andaggio;E salii quelle rupi, ed ombreggiataDi scarsi annosi pini una fontanaMi dissetò...
E voi pur mie native itale balze
Siate albergo ai prodi. A quelle antiche
Lance il mio sguardo affiso, onde severo
Di questa sala addobbo han le pareti,
E in ciascuna vegg'io di queste lance
La storia di un eroe. Tu generosa
Fanciulla del Chiusone abbi il mio canto.
Del torrente Chiusone io visitai
La sacra valle, e visitai quel loco
Ove le gorgoglianti acque comprime
Di qua e di là deserto, orrido monte;
E orrido più a sinistra e di pendenti
Alto rupi tutto irto, il Mal-Andaggio;
E salii quelle rupi, ed ombreggiata
Di scarsi annosi pini una fontana
Mi dissetò...
Non è pieno di gentili promesse il principio della lirica in morte della Teresa Gonfalonieri?
No, pia, no, gentilePer me non sei morta!...
No, pia, no, gentile
Per me non sei morta!...
E molti altri esempi potrei citare: ma appena l'artista ha fatto pochi passi, subito lo invade una estenuazione e una insufficienza di forze che lo costringe a vacillare e piegare sotto il peso. Sono locuzioni intralciate, trapassi faticosi, innesti sgraziatissimi di modi volgarmente prosaici accompagnati ad altri tutti affettazione rettorica. È uno stento, un languore che fa pena. L'onda lirica si rompe e svapora in quei tentennamenti dello stilista inesperto ed esaurito. I più nobili entusiasmi spiritualinon serbano nemmeno la sincerità dell'accento e paiono esaltamenti a freddo; la stessa pietà religiosa inciampa e smania nelle minuzie di un bigottismo da femminuccie. Il poeta stesso se ne avvede, se ne addolora e ne chiede ragione a Dio con un'apostrofe abbastanza felice:
Perchè mi hai dato questa inneffabileSete di canto?Perchè poni tu in me questi palpitiRicchi d'amor?
Perchè mi hai dato questa inneffabile
Sete di canto?
Perchè poni tu in me questi palpiti
Ricchi d'amor?
Egli, soggiunge, non ha «l'energico inno del possente Manzoni» egli non può che versare gemiti e lagrime ai piedi del trono divino. Iddio gli risponde nel dialogo, confortandolo: — Ispirai l'alto carme d'Isaia; ma anche la rozza parola di Amos può consolare gli uomini e chiamarli a verità. — Ma mentre ci aspettiamo dunque gli accenti rudi, schietti, efficaci di questo profeta popolare,ecco che vien giù una sbroscia di strofe come queste:
— Da più secoli squarciano ItaliaParti luttanti: (?)Fa ch'io rotto impostori e magnanimiScerna fra lor.— Del Vangel l'amantissimo spirtoLuce sia a tua ragione, a tuoi canti:Spirar dei l'amor patrio de' Santi,Ch'è bontà, sacrificio ed onor...
— Da più secoli squarciano Italia
Parti luttanti: (?)
Fa ch'io rotto impostori e magnanimi
Scerna fra lor.
— Del Vangel l'amantissimo spirto
Luce sia a tua ragione, a tuoi canti:
Spirar dei l'amor patrio de' Santi,
Ch'è bontà, sacrificio ed onor...
Così miseramente terminò il poeta che aveva esordito salutato dall'ammirazione di Giorgio Byron e dalle speranze di tutta Italia.
Però la critica è obbligata a fermarsi dinanzi a un fatto che contiene una forte obiezione. Silvio Pellico, mentre appunto volgeva, anzi mentre si compiva il periodo di quel suo dissolvimento letterario, scrivevaLe mie prigioni, un libro che non solo è il suo capolavoro, ma che, a ragione, si considera come un modello di narrazione sobria, equilibrata, potente di poesia e di verità.Pietro Giordani, che non aveva alcuna ragione d'amare in Pellico nè le idee nè la letteratura e che molte ragioni invece aveva di non amarlo, non seppe trattenere la propria ammirazione per questo libro, confessandosi «spaventato» dinanzi alla sua efficacissima semplicità. Anche adesso che i fatti narrati sono tanto lontani e che la pietà è naturalmente illanguidita e che la suggestione politica non entra più, segreta consigliera, a piegare l'animo in favore del libro, il libro resiste agli assalti del tempo, alle mutate ragioni delle idee e del gusto, alla stessa voglia preconcetta che uno potrebbe benissimo avere di trovarlo minore della fama e della fortuna. Si prende in mano il volumetto, si procede d'uno in altro capitolo, tante volte letti, e a breve andare la prima ammirazione vi ripiglia, vi domina, vi soggioga. Si rivedono i luoghi, le persone, gli episodi del lungo dramma doloroso, ripensato con tanta mansuetudine e raccontato con tantanaturalezza; s'arriva all'ultima pagina, si ripone il piccolo libro, ma si è convinti che verrà un giorno in cui bisognerà riprenderlo e rileggerlo... Il libro dellePrigioniavrà insomma dei difetti letterari, ne ha anzi senza dubbio, ma non certo di quelli pei quali un tempo Ruggero Bonghi lamentò e cercò di spiegare la scarsa corrispondenza che esiste fra la curiosità del pubblico e i libri scritti nella nostra lingua. E questo certamente non è piccolo pregio.
È il miracolo non infrequente della letteratura auto-biografica. Silvio Pellico, nel periodo del suo scadimento letterario, ebbe ancora la forza di osservarsi e di raccontare: l'osservazione fu nitida, la narrazione fu sempre, non so se storicamente ma certo artisticamente, sincera; e il bellissimo libro venne fuori. Fu come un drappo prezioso e pietoso che il liberato dallo Spielberg gettava sopra la sua morta giovinezza d'uomo e di poeta.
L'anemia letteraria poteva continuareil suo corso. Oramai lo stesso Pellico ne era convinto. Si sentiva infiacchito, sfinito; e anche di questo si rimetteva con umiltà cristiana al buon Dio, che dona e che toglie.
Quanta ressa di consigli, di eccitamenti, di rimproveri, talvolta anche acerbissimi, non fu fatta per vent'anni intorno al povero Pellico perchè ripigliasse la penna e non deludesse più a lungo il pubblico italiano di grandi aspettazioni che avevano tutte le apparenze per dirsi non solo legittime ma ben anche imperative! Talvolta egli, tanto per dimostrare la sua buona volontà, si rimetteva a qualche lavoro di lena e ritentava la tragedia, la cantica, il romanzo; ma io tengo per fermo che non gli avrebbero sorriso, come un beneficio postumo, le postume pubblicazioni dellaCiviltà Cattolicae di altri.
La verità sul proprio fato di poeta egli l'aveva ben chiara nell'animo, il buon Silvio; e l'aveva molto onestamente scritta a Federico Confalonierinel Maggio del 1838. «Tu ed altri buoni mi consigliereste a scrivere..... Ottima è la vostra cara intenzione; e seguirei il consiglio se potessi. Mi manca la salute, mi manca quel pungolo d'ambizione e di speranza che sprona; mi manca la fiducia delle mie forze, le quali davvero conosco deboli: sono un uomo che ho poco fiato, un uomo che vive poco distante dalla tomba e sorride alle voci che gli dicono: sorgi!... Sì, amico e fratello mio, sorgerò, ma non più sulla terra. Qui la mia parte è oramai finita; e se ora ve ne ha una, ell'è di patire e amare in silenzio. Del resto è assai verosimile, che se invece di pochissimi volumi da me scritti, ne avessi dato ancora parecchi al pubblico, l'effetto sarebbe stato minore....»
Bisogna chinarsi con riverente pietà dinanzi a questa confessione.
NOTE:1.Femminismo storico.Milano, Società Poligrafica.2.Paolo Prunas.La Critica, l'Arte e l'Idea sociale di Nicolò Tommaseo.Ed. Bernardo Seeber. Firenze.
1.Femminismo storico.Milano, Società Poligrafica.
2.Paolo Prunas.La Critica, l'Arte e l'Idea sociale di Nicolò Tommaseo.Ed. Bernardo Seeber. Firenze.