LVI.

"La lettera di Eugenio era piena di cortesie. Non mi rimproverava di averlo lasciato partire senza salutarlo--il suo animo generoso se n'era dunque dimenticato. Gran buona ventura la mia. Ma più avventurato di me lui che aveva trovato in queifreschibenedettissimi un affar d'oro.

Prima di finire col bacio dell'amicizia, buttato lì con noncuranza, v'era scritto un saluto per lei. Compitezza schietta davvero. Dissi a Clelia del saluto.

--Ha egli trovato che l'affare deifreschigli convenga?

--A meraviglia.

Non se ne parlò altro; e il volto di lei e il mio non dissero di più."

"Non so se altri possa comprendere qual fosse lo stato della mia anima in quel tempo; nè se gli uomini possano giudicare con giustizia della natura dei miei sentimenti; so bene che i facili motteggiatori ricercano avidamente il marito e lo espongono alle beffe degli sfaccendati, e dimenticano l'uomo che s'agita e soffre, non pensando che se quella gelosia è meschina e ridevole che nasce da orgoglio, la gelosia che piange l'amore è cosa santa. E poi che gli uomini non conoscono il virtuoso benefizio della compassione, o sdegnano porgere questa elemosina che si dà senza impoverire e si riceve senza vergogna, dovrebbero almeno rintuzzare il sogghigno che avvelena il loro labbro mordace.

In quel tempo ho provato tutte le miserie della gelosia; piccole lame che mi passavano il petto e giungevano al cuore.

Un giorno mi venne sott'occhio unalbodi ritratti che, siccome conteneva l'immagine dilui, io aveva puerilmente sottratto tempo prima, e collocato più tardi sopra uno scaffale in un angolo della camera. Era stato spesso a rivedere quell'albo, attratto non so se più da istinto di curiosità o di sospetto--nissuno l'aveva mai toccato, però conservava da qualche tempo la stessa posizione, e la polvere vi si era addensata a strati; in quel giorno l'albo era capovolto; i fermagli erano stati aperti, e non si aveva pensato a rinchiuderli; la polvere vi era meno densa e serbava tuttora le traccie della mano che l'aveva afferrato. Mi venne in mente Clelia, e ch'ella avesse voluto contemplare il ritratto di Eugenio. Quel giorno piansi come un fanciullo."

"Più volte, entrando all'improvviso nelle camere di lei, erami parso che mi nascondesse qualche oggetto. Un giorno non mi rimase più dubbio; l'imbarazzo pinto sul suo volto dava impronta di verità al mio sospetto. Io sapeva che ella non mi avrebbe nascosto alcuna cosa che non avesse potuto parlarmi dilui, del suo amore... "Forse il ritratto! E l'aveva forse tolto all'albo!"

Non ebbi concepito questo pensiero che corsi ad assicurarmene.

Incontrai la piccola Bianca intenta a sfogliazzare un libro, l'albo; volsi lo sguardo allo scaffale; una seggiola appoggiata al muro aveva servito a quella scalata innocente.

Il cuore mi batteva violento per emozione; e interrogai arrossendo la piccola Bianca; e seppi da essa come già altra volta avesse collo stesso mezzo tolto quell'albo e rimessolo per timore di rimprovero.

Mi guardava timidamente; quella creatura benedetta ignorava il bene che ella faceva al mio cuore.

Aprii l'albo, e ricercai il ritratto d'Eugenio. Era lì, nella sua piccola cornice.

Se la gioia avesse manifestazioni che non fossero puerili, io mi vi sarei abbandonato follemente. Ma pare che la virilità segni il confine della gioja, però che i soli fanciulli possono palesare apertamente il loro animo lieto. Il dolore solo è d'ogni tempo, e chi arrossisce delle lagrime e le chiama indizio di debolezza, non sa che sia il dolore, nè come egli faccia gigante e nobiliti tutto ciò che lo circonda, e il tetto sotto cui si posa, e il cuore che strazia, e le bestemmie che fa prorompere fra i singhiozzi.

Abbracciai la testolina ricciuta della piccola Bianca, e la colmai di carezze."

"Tant'è, non poteva dubitarne; Clelia mi nascondeva qualche cosa."

"Una mattina Clelia tardò a levarsi di letto oltre l'usato. Me le accostai e le chiesi se mai ella non si sentisse bene. Mi rispose non sentirsi altro che un po' di languore.

--Sarà appetito, aggiunse; da qualche tempo io sono diventata ghiotta. Mi leverò, e farò anticipare la colazione.

Si provò a rizzarsi sul letto; ma ricadde.

--Sono assai debole, assai debole... non posso.

--Manderò ad avvisare il medico.--

--Non farlo. I medici, i medici... costoro hanno l'anima fredda come cadaveri e pretendono dar la vita e la salute.

--Il nostro è un buon medico.

--Come tutti gli altri. E poi quale necessità di medico? non sono già malata io.

Non insistei per non affliggerla.

Tutto quel dì passeggiai agitato dinanzi al suo letto. Come fu la sera, mi accorsi che la sua fisonomia era alterata; toccai la sua fronte e la trovai ardente. Col cuore serrato dalla paura, e colla certezza che il suo stato era peggiorato le domandai se stesse meglio.

--Se tu mi sei vicino, rispose.

Mi posi al suo capezzale e vegliai finchè la stanchezza non mi fè chiudere gli occhi. Ridestandomi di soprassalto, incontrai alla sua mano fra i miei capelli; l'allontanai dolcemente per non svegliarla; ma ell'era desta e mi guardava con uno sguardo rapito alla benigna serenità di quella notte stellata.

Il giorno successivo feci avvertire il medico. Venne; si dolse di non essere stato chiamato il giorno prima.

--È dunque cosa grave? domandò Clelia inquieta.

Il medico parve imbarazzato.

--Vi hanno malattie, rispose, che senza minacciare un pericolo, devono tuttavia essere arrestate nei primi passi, altrimenti...

--Altrimenti?...

--Si fanno più ribelli.

Uscendo trassi in disparte il medico.

--Ascoltatemi, gli dissi; io sono forte, ho coraggio; ditemi francamente se Clelia vivrà.

--Lo spero.

--Non ne siete voi sicuro?

--La vita non è nelle mie mani.

--Qual genere di malattia è ella questa di Clelia?

--Una ricaduta della prima; io aveva guarito il corpo, non poteva giungere all'anima--tolsi l'effetto senza rimuovere la causa.

--Ed è?...

--Se voi l'ignorate, è un segreto; domandateglielo.

--Così farò, risposi lasciando cadere il capo sul petto.

--Siate forte--mi disse il medico ed uscì."

"Non era vero che io fossi forte; il pensiero che Clelia avrebbe potato mancarmi mi traeva fuor di me stesso. Rientrando, la incontrai seduta sul letto, cogli occhi fissi sulle lenzuola. Mi accostai tremante.

--Che hai?

--Ho tutto udito, mi rispose melanconicamente. Non negarlo; vi ho seguiti io stessa; ho voluto io stessa apprendere la mia sorte.

Quelle parole mi turbarono; che avrei io potuto dirle? le feci rimprovero d'essersi levata di letto e d'averci seguito malgrado la sua debolezza.

--Mi sono coperta d'uno scialle--e mi sono appoggiata ai mobili--e d'altra parte che potrei io perdere? non devo forse morire?

--Non dirlo, in nome di Dio. Il medico non ha detto ciò.

--L'ha pensato; e poi lo sento, mi rimane assai poco, assai poco.

Piangeva.

Io non ebbi forza di riconfortarla; la strinsi al cuore.

--Non lasciarmi, mi disse ella con esaltazione; non lasciarmi; tienimi stretta presso di te; quando sentirai che il mio cuore arresterà i suoi battiti, baciami in volto e mi rianimerai.

--Dio non può separarci, esclamai levando gli occhi al cielo.

--Dio lo vuole, disse ella tristamente.

Il suo stato andò peggiorando ogni giorno; e tuttavia io non rinunziai un istante alle mie speranze. Pregavo Iddio ogni sera; la sventura mi riavvicinava alla mia fede negletta. No, Dio non avrebbe dimenticato la sua creatura.

--Domani vo' levarmi, mi disse Clelia un giorno.

--Lo pensi, povero angiolo; tu sei così debole.

--Voglio levarmi, ripetè. Ho domandato al cielo questa grazia, il cielo è buono.

Venne il domani, ma Clelia non potè lasciare il letto.

--È doloroso, disse ella con mestizia; ci aveva contato; doveva essere un giorno lieto questo.

E volle che io facessi venire la nostra Bianca, e che mi sedessi ai piedi del suo letto.

--Tu non comprendi, mi disse scherzosa; pure questo è giorno di festa per noi.

Mi era passato di mente--era il quarto anniversario del nostro matrimonio. Triste anniversario! Mi comprese, e come a rispondere ai miei pensieri.

--Sta in noi che questo giorno sia festoso. Vedi io ti avevo preparato un regaluccio; ma non ho potuto finirlo di mia mano.

E così dicendo trasse di sotto al guanciale un ricamo in seta, colle nostre cifre intrecciate.

--Ed è questo che tu mi nascondevi? domandai commosso.

--Tu dunque mi spiavi? interruppe scherzando.

Ahi! quanto i miei sospetti erano stati ingiusti! e come avrei io pagato quell'anima buona dell'ingiuria che le avevo fatto?

S'ella aveva un segreto a nascondermi, non era certamente una colpa; se inganno v'era stato nei suoi modi, lo aveva suggerito la pietà.

I progetti di Clelia andarono falliti--quell'anniversario fu assai triste."

"Passarono alcuni mesi--passarono uniformi, desolati. La salute di Clelia non migliorò gran fatto; il medico era venuto assiduamente, ogni giorno, ma senza alimentare le mie povere speranze.

Clelia pareva rassegnata; non mi parlava di morire perchè ne avrei avuto pena; quando mi vedeva triste, mi diceva di sorridere. Mi assicurava che sarebbe guarita. Innocente inganno! Altre volte parlava del nostro avvenire seriamente,--si intratteneva in progetti ridenti. Allora sperava; si rinvigoriva delle sue illusioni, e mi diceva.

--È egli possibile che io muoja? Perchè dovremmo noi crederlo? Io sono qui, fra le tue braccia--sono giovine, e t'amo--e tu m'ami. La morte ha pietà di coloro che s'amano...

Verso la metà del mese d'ottobre, la malattia parve volgere alla guarigione.

--Vorrei veder la campagna, disse un giorno al medico. Deve essere bella, non è vero? Voi la vedete spesso la campagna. Come siete felice voi!

--Vi andrete, rispose il medico intenerito.

--Oggi stesso?

--Se lo volete.

Triste indizio la condiscendenza d'un medico. Ma nè Clelia vi aveva posto mente, beata del pensiero di poter uscire, nè io, parendomi proprio ch'ella stesse meglio.

Uscimmo in carrozza.

La giornata era serena; una brezza melanconica d'autunno incurvava i rami dei platani e gemeva fra le foglie degli ippocastani.

Bella giornata, ma mesta--ad ogni istante il soffio del vento distaccava dai rami d'una pianta ingiallita le foglie disseccate che scendevano lente sopra i viali, dove un altro soffio le spingeva ad inseguirsi l'una l'altra roteando.

Clelia guardava la natura con occhio smarrito.

--Come è bello, come è bello! andava ripetendo con ingenua meraviglia; mi par di rinascere, di venire per la prima volta nel mondo; certamente io non ho mai visto come li vedo ora questi incanti... E gli uomini si lamentano!...

Ammutolì un istante.

--Sono pazza, aggiunse poco dopo; mi pare che tutti coloro che passano debbano essere felici come io lo sono, lieti di questo cielo senza nubi, di questa campagna piena d'armonie--e che debbano leggermi sul volto che io fui malata, e rallegrarsene in cuore. E perchè no? Io non ho fatto alcun male agli uomini, vorrei dir loro che li amo--non vorrebbero essi amarmi se io li amo?

Passavamo rasentando un giovane tiglio che aveva attecchito male, e che i rigori autunnali avevano sfrondato precocemente.

--Così giovane! disse ella mestamente; e parve che un triste pensiero l'assalisse e che lottasse a liberarsene.

--Come è bella la vita! aggiunse poco dopo parlando a sè stessa.

Non osando trarla dalle sue fantasticherie, non osando quasi rispondere al mio stesso affanno per timore di palesarlo, io continuavo a tenere le mie mani nelle sue senza dir motto, e a contemplare melanconicamente le sembianze disfatte del suo volto."

"Ritornata a casa si sentì debole e si rimise a letto. Respirava affannosamente, e non poteva quasi parlare; e tuttavia mi disse che la passeggiata le aveva fatto bene, e che aveva caro di aver veduto ancora una volta il verde della campagna.

"Ancora una volta" pensai tristamente. Ma ella non aveva dato quel senso alle sue parole, e parevami invece si fosse rinvigorita nella speranza. Mi parlava dei suoi progetti per il prossimo inverno, si faceva promettere tante cose, e mi assicurava che saremmo stati felici. Io stesso mi abbandonavo a crederlo.

Benedetto il sorriso del dolore, benedette le povere lusinghe della sventura!

All'improvviso Clelia si sentì venir meno.

--Tu soffri? le domandai.

--T'inganni--mi rispose con un filo di voce--l'emozione, la stanchezza forse --io non sono molto forte--soggiunse sorridendo.

Una specie di rantolo soffocò un'altra volta la sua voce; gli occhi suoi mi guardarono implorando il mio ajuto; poi si chiusero lentamente.

Il grido della disperazione partì spento dal mio petto, come un baleno stanco traverso il fitto delle nuvole. Accostai il mio al suo pallido labbro--ella respirava ancora; le sollevai il capo, e lo appoggiai sui cuscini; poi cercai il suo cuore sotto le vesti discinte--batteva agitato.

Io era solo; volli chiamare e corsi per la camera istupidito. Passando innanzi ad uno specchio vidi la mia immagine e quella di Clelia--uno spettro che errava intorno ad un cadavere.

Il nero volto di Charruà comparve sull'uscio; nè io l'aveva chiamato. Mi guardò un'istante; io gli feci un gesto e volli parlare; l'ansia me ne tolse la forza.

Charruà mi comprese, e senza attendere più oltre s'allontanò.

Io mi gettai sul letto di Clelia cogli occhi fissi sul suo volto.

Mi pareva che la morte dovesse stendere ad ogni istante le sue scarne braccia per rapirmela--e che fosse lì, immobile, ai piedi del letto, a rimirare il mio affanno e la sua preda....

Un brivido mi corse per le vene e mi guardai all'intorno impaurito.

Charruà ritornò in compagnia del medico.

Io mi rivolsi a quell'uomo come ad un benefattore; gli additai Clelia, ed invocai d'uno sguardo supplichevole che la salvasse.

Il medico s'accostò al suo capezzale, la guardò attento senza tradire alcuna emozione, poi guardò me, vide la mia preghiera, e scosse il capo melanconicamente. "Coraggio" mi disse facendomisi dappresso.

E poichè io non rispondeva, egli mosse alcuni passi per uscire.

--In nome del cielo, ogni speranza adunque è perduta? domandai arrestandolo..

--Coraggio, ripetè con voce commossa.

"È finita" pensai, lasciando cadere le braccia lungo i fianchi.--Oggi? domandai coll'insistenza della disperazione.

--Forse.

Quest'ultima parola mi passò il petto come una lama di coltello."

"Passai tutto quel giorno accanto al suo letto, senza potermi acquetare al pensiero della sciagura che mi minacciava.

Avessi io potuto lottare corpo a corpo col destino, avrei vinto la sua inflessibilità.

Pensavo che sarebbe del mio avvenire, e come avrei potuto sopravvivere alla morte del mio cuore. Immaginavo, anticipandomene l'amarezza, le giornate tristi e le ore numerate nella solitudine; e come ogni oggetto m'avrebbe parlato di lei, e avrebbe risuscitato una memoria del passato, una memoria della mia felicità e del mio amore; Ahimè, il mio amore, il mio passato erano perduti inesorabilmente; la mia felicità era seppellita con Clelia.

Seppellita! terribile pensiero!.. Allora guardavo il volto scarno di Clelia, vedevo la povera vita di quel corpo adorato fuggire sotto i miei occhi--nè il mio amore possente aveva forza d'arrestarla un istante.

Alla notte venne la contessa B. Aveva mandato ogni giorno a chiedere novelle di Clelia, e come seppe del pericolo in cui versava, volle esserle vicino. --Quella buona signora mi trovò mutato.

--Mi strappa il cuore, le risposi, additandole Clelia; potesse almeno portarmi seco, potessi almeno morire!...

Anche la contessa mi ripetè quella triste parola: "coraggio."

--Coraggio! Sì, coraggio, per poter sopravvivere al mio angelo che muore; ch'io mi ricinga adunque di questa corazza per vederla mancare e non affliggermi della sua perdita, per poter gettare il mio pugno di terra sulla sua bara e udirne il rumore sordo senza rimanere impietrato accanto alla sua tomba.

--Zitto... interruppe la contessa ponendo l'indice sulle labbra; ella si muove... parla... avviciniamoci.

Un freddo sudore mi bagnò la fronte, e non ebbi forza di muovere un passo.

Clelia si era scossa, aveva levato lentamente un braccio di sotto le lenzuola, e riaprendo gli occhi li girava all'intorno.

Mi trascinai daccanto ad essa.

--Che hai? mi disse Clelia.--Voi qui! soggiunse con voce quasi spenta, vedendo la contessa--quale piacere!...

Poi tacque e non disse altro.

--Ella muore! esclamai.

Clelia riaprì gli occhi, e mi guardò serenamente senza parlare.

--Confortatevi, mi disse a bassa voce la contessa--forse ogni speranza non è perduta.

Tentennai il capo in aria di dubbio--ma in fondo al cuore speravo."

"Da quel punto Clelia parve rinvigorirsi; uscita dal letargo in cui era caduta, volle ch'io le sedessi accanto--La contessa dall'opposta parte del letto levava le mani al cielo, come a ringraziarlo.

La fiducia rinacque nel mio cuore.

--Che cosa avevi pocanzi? mi domandò Clelia.

--Dolevami che tu soffrissi, risposi titubante.

Fece atto di non dar fede alle mie parole, e tacque. Poco dopo guardò me e la contessa, e domandò se credevamo che ella dovesse morire.

Oramai io aveva ragioni per sperare che avrebbe vissuto, ma se anche non ne avessi avuto alcuna, io non avrei mai potuto avere la convinzione della sua morte. Mi sarebbe parso di arrendermi, di accettare il mio destino, di recidere io stesso l'ultimo filo che teneva in vita il mio amore; al contrario io voleva lottare fino alla fine, contendere fin l'ultimo alito di quel corpo adorato.

Non so più che rispondessi a Clelia; so che la contessa mi prevenne.

--Levatevi di capo queste melanconie, disse ella; voi siete giovane, bella, amata--voi dovete vivere, vivrete, sarete felice.

--Lo credete? riprese a dire Clelia--gli è bene perchè io sono giovane e amata che ho paura di morire.

E siccome io mi faceva triste in volto, soggiunse sorridendo:

--Ho speranza anch'io di vivere.

Una parte della notte passò quasi lieta. Clelia rianimata sempre più era diventata scherzosa, e s'abbandonava a fantasticherie pell'avvenire.

Quel sognare ad occhi aperti così proprio dell'infanzia non è forse altro che una malattia dello spirito. E gli infermi assomigliano in questo appunto ai fanciulli--essi hanno vissuto in certo modo lontani dal mondo, hanno sentito la vita fuggire dal corpo, e pare loro che il mondo li attenda a braccia aperte, e la vita non prometta che rose. Hanno dimenticato gli affanni che turbarono un tempo le loro notti, le lagrime versate, le amarezze d'ogni giorno, le perfidie, gli inganni, le mentite lusinghe--e sorridono al mondo ed alla vita. Benefica illusione, ma breve, come ogni bene che è frutto di dolore.

--Verrò alle vostre serate, disse Clelia alla contessa--L'inverno prossimo voi ne darete, non è vero?

--Senza dubbio, mia cara, rispose la contessa.

--E tu mi ci condurrai volentieri, aggiunse Clelia volgendosi a me--è là che ci siamo conosciuti, che abbiamo incominciato ad amarci. E dite dunque--e si volgeva ancora alla contessa--non mi avete parlato della moda.

--Il bollettino è alquanto capriccioso, v'ha una sola notizia positiva: abolito il nastro, le frangie in grande onore....

--È strano, interruppe Clelia perdendo d'un tratto la lieve tinta rosea che aveva avvivato le sue guancie.

--Infatti--rispondeva la contessa errando sul senso di quella espressione.

Ma io che non avevo abbandonato dell'occhio un solo istante la fisonomia di Clelia, conobbi che il suo respiro si faceva più debole. D'uno sguardo ne feci accorta la contessa; entrambi stemmo silenziosi e commossi ad osservare.

--Mi sento stanca; ho abusato delle mie forze, soggiunse Clelia--Vorrei dormire un poco.

S'addormentò in breve.

Consigliai la contessa a ritirarsi e prendere anch'essa un po' di riposo--s'ostinò un poco nel rifiuto, ma poi che il sonno di Clelia era tranquillo e il mio spirito più calmo, aderì, pregandomi la facessi chiamare alle due.

Suonava allora la mezzanotte.

Mi raccolsi dentro di me medesimo, e pensai.

Mi tornò in mente Eugenio, e sentii nel core come un pallidissimo riflesso della gelosia che egli aveva suscitato un tempo nel mio seno. Volli rivolgere ad altro il mio pensiero, ma, come fossi incatenato a quell'idea, me ne allontanavo un istante e le giravo all'intorno senza potermene liberare.

"Lo aveva Clelia dimenticato, o l'amava tuttavia in segreto?"

Dubbio che durava da gran tempo nel mio cuore--reso meno straziante in quell'ora dalla minaccia di un dolore più grande, ma tuttavia dubbio dolorosissimo.

Clelia ruppe d'un tratto la calma regolare del suo respiro; tutti i miei pensieri fuggirono come per incanto.

La poveretta si destò, mi vide al suo capezzale, cercò colla mano scarna la mia, e la strinse come a ringraziarmi delle mie cure.

--È tardi? domandò con voce fioca--Ho sempre dormito?

--Sempre. Come ti senti?

--Bene. Vorrei dormire ancora, ho le palpebre pesanti.

--E tu dormi.

--Non posso... ho un affanno...

--Un affanno!

Parve lottare un istante; poi con un debole sforzo si trasse più presso a me, e balbettò al mio orecchio: "mi perdoni?"

--Che cosa? domandai, ma il mio cuore l'aveva indovinato.

"E potevi tu comandare al tuo cuore, povero angiolo?" pensai dentro di me--"Ti amo!" le dissi forte.

--Mi perdoni? insistè.

--Ti perdono.

Le sue labbra gelide si posarono sopra la mia faccia, e la sua mano trovò ancora la mia; ricadde sul guanciale e chiuse gli occhi per dormire.

Da qualche tempo io lottava per non lasciarmi vincere dal sonno. E fui preso da quel vago sopore dello spirito che non è dormire, ma sognare.

Tristi sogni quelli delle veglie notturne al capezzale d'un caro infermo.

Un orologio battè le due ore.

Scossi bruscamente il capo per tenermi desto, mi venne in mente la contessa che m'avea pregato di farla avvisare a quell'ora, e pensai che non sarebbe stata carità il farlo.

Guardai il volto di Clelia. Era sereno. Appoggiai il capo al guanciale di lei.

Non so quanto tempo trascorresse di tal guisa; io mi era ridato un'altra volta a fantasticare. I miei pensieri erano meno tristi. Pensavo a Clelia, mi lusingavo che sarebbe guarita; mi proponevo di farla felice, di dimenticare e di farle dimenticare. In quel momento io era buono, avevo pietà dello strazio patito da Clelia, ed avrei voluto aggiungerlo al mio. Ne sarei forse morto, ma nelle sue braccia, felice di pagare a questo patto la felicità di lei.

All'improvviso sentii la mano di Clelia stringere più forte la mia.

"Ella si desta" pensai.

Mi rizzai, vidi il suo labbro muoversi mormorando qualche parola.

"Incontrerà il mio bacio" e la baciai sulla bocca. Quelle labbra erano fredde, un alito lieve lieve come quello d'un bambino sfiorò le mie guancie.

Attesi, invano. Pensai allora che sognasse, ritrassi il capo, per non svegliarla.

Un gemito, un orribile gemito, partì dal petto della meschina, il suo corpo si rizzò a mezzo sul letto e cadde rovesciato fra le mie braccia.

"Clelia! Clelia!"

Le sollevai la fronte, le toccai il seno e i polsi.

"Clelia! Clelia!" gridai un'altra volta disperato.

Non mi rispose, non mi avrebbe risposto più mai--era morta.

Caddi senza pensiero, senza vita, sul letto, col corpo di Clelia stretto fra le mie braccia.

Quando mi svincolai da quell'amplesso, l'alba penetrava attraverso i vetri...

Charruà bocconi per terra, la contessa immobile a piedi del letto,--piangevano entrambi.

Io guardava la luce del giorno che batteva sulla fronte della povera morta: ma i miei occhi non avevano lagrime."

"Poichè il mio cuore non si spezzò in quel giorno, io penso che il dolore sia impotente ad uccidere.

Vi fu un istante in cui mi parve che non avrei resistito a quell'urto, e me ne compiacqui; la morte non mi faceva paura, la invocavo come un benefizio, però che assai più duro strazio m'era il sopravvivere a lei. Egoismo mascherato di amore e di sacrifizio!

Dimenticavo la piccola Bianca che era ciò che mi rimaneva di quell'angiolo, e che io avrei lasciala orfana se fossi morto. Accettai la vita con amore; l'avrei spesa tutta ad apprendere alla mia figliuola a benedire la memoria di sua madre.

Sua madre! l'innocente la chiamò a nome tutto quel dì; e si fece vicino al corpo freddo di lei, e volle baciarla sul viso, e senza comprenderne la cagione pianse perchè ci vide piangere. Le dissero che la mamma dormiva, credette--più tardi la contessa la fece accompagnare alla sua abitazione, e volle che io la seguissi per sottrarmi ad una vista penosa. Io non seppi staccarmi da quel letto di morte--rimasi.

Vennero ad inchiodare la bara; la baciai per l'ultima volta e volli dirle "a rivederci," ma le lagrime fino a quel punto represse mi rigarono il volto e bagnarono le sue guancie cadaveriche, e senza volerlo mi venne detto "addio"--più triste, più affannosa parola, e più propria.

"Addio, benedetta creatura, addio." Il martello inesorabile batteva i suoi colpi monotoni, ma il braccio che lo reggeva era tremante, e gli occhi di quell'uomo inumiditi. Avrei abbracciato quell'uomo.

Rimasi solo daccanto a quella bara chiusa; più volte fui tentato di riaprirla colle mie mani per vederla ancora.

"Forse ella vive!" Terribile pensiero! audace e pazza speranza!

Il domani vennero per portarmela via; mi volli opporre. Un prete mi si fè vicino. Io non lo aveva fatto chiamare, lo avevano chiamato, era venuto.

"Credete che le vostre preci possano crescere le sue ali per farla salire lassù? gli domandai senza sarcasmo.

Quel prete aveva aspetto d'uomo sensibile; comprese quanto la mia fede fosse diversa dalla sua, e mi guardò sereno.

"Lassù, mi rispose con voce lentissima, lassù si conta ogni cosa--e le preghiere valgono meglio che le lagrime."

Egli diceva forse queste parole con convinzione; io non dissi altro. Ma quando vidi uscire il mesto corteo e salutai dell'estremo saluto quella bara, e volli unire anch'io le mie preci a quelle degli altri, i singhiozzi mi ruppero le parole. Oh! se Iddio vede nel cuore degli uomini, è impossibile che il mio dolore abbia pesato nella sua bilancia meno delle preci di quel prete."

"Andai in quello stesso giorno al cimitero, e domandai della sua fossa, e vidi le zolle mosse di recente, e una piccola croce di legno confitta per indizio, e sovr'essa quel nome adorato.

Baciai quella terra con religiosa pietà, e la bagnai delle mie ultime lagrime.

Il tramonto mi sorprese nella stessa attitudine; i miei occhi erano asciutti; le mie guancie arse, a parevami di sentire dentro di me il mio scheletro.

Lasciai quel luogo a passi lenti; e mi rivolsi più volte a contemplare quella piccola croce.

Ahi! il mio cuore era seppellito là sotto.

Per via incontrai una donna vestita a bruno. Camminava innanzi a me, nè io poteva vederne che le spalle.

Quella donna doveva essere mesta, dovea aver pianto al pari di me qualche cara perdita. E mi affrettai, e le venni a fianco, tratto da quella simpatia improvvisa e prepotente che è inspirata da uno stesso dolore.

Mi ero ingannato. Il volto di quella donna era florido, giocondo e bello; e pareva più bello sotto quel velo nero e in quell'abbigliamento; era un giglio sopra il manto di una bara.

Se ne avvedeva, se ne teneva.

E che mai, mio Dio, era ella andata a piangere in quel luogo?

La guardai negli occhi--non aveva pianto; e come vide che io l'osservava, affrettò il passo volgendosi con civetteria, come a dirmi: "seguitemi".

Triste cosa quella civetteria! Io avrei voluto dire a quella bella e vacua creatura, che la mia Clelia era stata più bella di lei, e ch'era morta."

Raimondo tacque, e lasciò cadere la testa fra le mani, come oppresso dalla folla di memorie che aveva risuscitato più vive col suo racconto.

Io lo aveva ascoltato con tristezza; aveva seguito avidamente il suo dire, ora amaro, ora dolcemente passionato; era penetrato in lui, avevo vissuto della sua vita e patito dei suoi dolori.

E m'ero fatto mesto anch'io; però non feci motto, e durai alcuni istanti in quel silenzio.

La luce incerta del primo mattino penetrava dai vani delle finestre socchiuse; il fuoco del caminetto, trascurato da qualche tempo, s'era spento; le fiammelle del candelabro brillavano pallidamente.

Poco stante Raimondo si rizzò in piedi, e passeggiò a gran passi per la camera; il suo viso conturbato tradiva l'affanno d'un pensiero importuno.

Allora solo mi sovvenne che io non sapeva ancora tutto, e che se mi aveva fatto chiamare con tanta premura, non poteva essere certamente per sola vaghezza di farmi la narrazione del suo passato.

--Egli viene; mi disse dopo breve tempo, accostandomisi.

--Chi?--ma la mia mente avea pensato: Eugenio!

--Eugenio--aggiunse Raimondo con voce cupa.

E passeggiò ancora agitato per la camera; poi sedendosi un'altra volta daccanto a me, proseguì con ironia:

--Il mio buon amico ha mandato a termine l'affare dei freschi; ha pensato che a Roma si sta meno bene che a Milano, e s'è ricordato del suo amico d'infanzia.

--Tutto ciò è naturale--gli dissi severo come a fargli rimprovero del suo sarcasmo.

Comprese, e tentennò il capo.

--Ma non vedi tu dunque, come il suo ritorno debba farmi male in questo momento? Eccolo qua, il Don Giovanni virtuoso; mi ha risparmiato il disonore allontanandosi, ed ora sa il pericolo cessato e ritorna.

--Tu sei ingiusto, ribattei; se pure Eugenio ebbe in mente, allontanandosi, di non turbare la tua pace, non fu altrimenti che un uomo virtuoso...

--Di' piuttosto un uomo orgoglioso. E sapeva egli se Clelia lo amasse, e ch'io fossi geloso di lui? Non vò dire che la sua partenza sia stata un'ingiuria; piuttosto, che il ritornare così presto dopo la morte di Lei sia un dirmi palesemente: "vedi, l'affare dei freschi fu un pretesto, ho voluto sagrificarmi per te, siimene grato." Ora, poi che egli ha voluto essere tanto generoso, avrebbe dovuto risparmiarmi questa vergognosa gratitudine.

--La gratitudine non è mai vergognosa, se il benefizio non è menzogna.

--E lo è; non solo, ma inganno. Qual benefizio ho io ricevuto da lui? Vicino, Clelia si sarebbe fatto forza, l'avrebbe forse dimenticato più presto; lontano, ciò divenne impossibile; egli s'ingrandì coll'apparenza d'un atto virtuoso agli occhi dì Lei; esercitò da lungi lo stesso fascino, ma più terribile, più fatale per il cuore di quella santa creatura. Vicino, egli non avrebbe avuto altro che un po' d'amore, combattuto, dissimulato, forse vinto in breve; lontano invece fu amato con abbandono, con pienezza; e se vi fu lotta, fu lotta debole, paurosa, perchè non avvalorata dal pericolo. Parlami pure della sua generosità e della mia ingratitudine. Ma se tu ti fossi trovato al capezzale di Clelia, e avessi letto nel suo ultimo pensiero, e indovinato nel suo ultimo sorriso l'idea e l'immagine di lui, e il suo nome associato teneramente al mio, oh! tu stesso mi diresti di non perdonare a colui che mi ha conteso l'esclusivo dominio di quel cuore adorato. Gratitudine! E via! per avere spezzato i miei affetti ed essersi posto fra me e il mio amore, per avermi rapito ciò che io aveva di più caro?--Oh! per Iddio, no; fin dove il suo alito giungeva, egli ha avvelenato la mia vita; fin dove giungevano le sue mani, egli ha lacerato e rubato. Se le sue braccia fossero state più lunghe, e il suo alito più potente... Si arrestò a mezzo.

Io non gli risposi. Vedevo l'esaltazione del suo spirito, e comprendevo che le mie parole non sarebbero state che un alimento alle sue ingiuste rampogne. Egli aveva pur dianzi dimostrato troppo chiaramente la stima in che teneva la virtuosa indole d'Eugenio, perchè io dovessi tormi sul serio la briga di contendergli uno sfogo di bile ingenerosa che sarebbe stato necessariamente seguito dal pentimento.

Il mio silenzio valse meglio che il rimprovero.

Non andò molto che Raimondo si rasserenò, e facendosi più d'appresso a me:

--Tu pure dunque lo difendi? mi disse con voce tranquilla--e vedendo che io non gli rispondeva, aggiunse melanconicamente: anche il mio cuore si ribella a me stesso e mi condanna, e difende lui che pure m'ha fatto tanto male.

Per qualche istante grave silenzio.

--A che ora arriva egli? domandai.

--Fra due ore.

--Tu lo vedrai dunque?

--Nol voglio. Io posso perdonargli, amarlo non mai; e mi pare che il vederlo mi toglierebbe anche la virtù del perdono.

--Egli non ti ha offeso.

--Qui, nel cuore... ribattè senza amarezza; il sasso che ci fa inciampare per via non è la causa della nostra caduta; è soltanto l'occasione cieca, inconscia, fatale. Tuttavia nissuno saprebbe amare quel sasso.

E proseguì dopo breve meditazione.

--Io posso essere ancora tranquillo se non felice; posso vivere della memoria di lei, illudere il mio povero cuore e fargli credere d'aver posseduto solo tutto il suo amore; posso dimenticare che un altro.... Vedendo lui, rivedrei il passato, che io vorrei pure obliare per foggiarmene uno a mio modo; subirei le torture di memorie strazianti. E non sarei più solo...

S'interruppe.

--Che intendi?

--Non sarei più solo a piangere sulla sua tomba, ad evocare in segreto il suo fantasma adorato. Egli mi contenderebbe l'unico bene che rimane agli sventurati, la vita del pensiero, la religione delle memorie--dimezzerebbe un'altra volta il mio amore, questa pallida larva d'amore che mi rimane dacchè ella è morta. Egli vorrebbe la sua parte di queste melanconiche gioje che mi inebbriano. È una triste cosa l'amore degli estinti, ma è tutto per me--e mi vorrebbe togliere anche questo.

--Credi tu dunque che Eugenio abbia amato Clelia?

--Lo temo.

--E se anche fosse, chi ti dice che egli vi pensi ancora?

--Il cuore, questo cuore lacerato che non m'inganna mai... "Il segreto dell'eternità dell'amore è la morte..." aggiunse come parlando a sè medesimo.

--Non in tutti i casi.

--Ma nel mio. Amar Clelia è morire d'amore.

--Tu dunque non vedrai Eugenio? domandai.

Fece atto di no.

--Lo vedrò io.

--Tu! diss'egli con slancio; volevo pregartene.

--Sono passati quindici anni; non lo riconoscerò.

--Vedilo; e m'indicò un albo di ritratti.

L'apersi, e lo sfogliai rapidamente; m'arrestai all'immagine d'un giovine.

--È lui! esclamai con convincimento interrogando a un tempo Raimondo collo sguardo.

--È lui, ripetè Raimondo guardando alla sfuggita.

--Ne so abbastanza, io vado.

E strinsi la mano a Raimondo come per lasciarlo. Mi rattenne indeciso.

--S'egli non l'avesse amata, s'egli almeno non l'amasse!

Quelle parole mi scesero al cuore come un gemito. Lo guardai in volto come a dirgli: "devo io ritornar solo?" Ma egli non mi comprese.

--Ritornerò io solo? dissi a bassa voce.

Parve lottare un poco dentro di sè; e non rispose. Lasciai la sua mano ed uscii...

--Ti aspetto, gridò egli seguendomi.

Mi rivolsi, il mio sguardo gli diceva la pietà.

Due ore dopo io rientrava nelle camere di Raimondo.

Lo incontrai abbandonato sopra un seggiolone a bracciuoli, cogli occhi fissi sul suolo, e colle braccia incrociate.

Al vedermi, si rizzò in piedi e mi venne incontro.

--Solo? domandò ansioso.

--Eugenio è arrivato, gli risposi.

Raimondo fu sorpreso della apparente freddezza delle mie parole--e passeggiò agitato per la camera arrestandosi tratto tratto a me dinanzi come volesse interrogarmi e l'animo non gli bastasse.

--Non ti ha detto nulla? domandò qualche istante dopo con titubanza.

--Molte cose.

--E ti ha parlato di me? non ha egli cercato di venire a trovarmi?

--Aveva sperato di vederti prima, gli risposi in tuono di rimprovero.

--Dunque?..

--Egli lo desidera...

--E dove è egli?...

--Poco lungi, e ti aspetta. Vieni...

Raimondo pareva arrendersi alle mie parole, ma un improvviso pensiero mutò l'animo suo.

--Non lo posso, non lo posso; esclamò levando le mani al cielo come a chiamarlo in testimonio del suo strazio.

--Addio dunque..., e feci atto d'allontanarmi.

--Addio, mi rispose con voce spenta.

M'arrestai sull'uscio, e mi volsi a contemplarlo--egli s'era gittato sopra un divano e soffocava i singhiozzi sopra i cuscini.

--Lo chiamai dolcemente: "Raimondo!"

Levò il capo, e non fè atto per nascondermi le sue lagrime.

--Tu dunque non mi abbandoni? balbettò.

--Io sarò sempre teco; ma lui...

--Eugenio...

--Sì, Eugenio.

--Ascolta, mi disse afferrandomi il braccio--io posso ancora accostarmi a lui... ma ch'io sappia s'egli non l'ha amata... Va...

E mi spingeva verso l'uscio, eccitandomi più che colle parole coll'eloquenza degli sguardi.

--È inutile--interruppi--Egli l'ha amata.

Raimondo chinò il capo abbattuto.

--E l'ama? insistè poco dopo guardandomi in viso paurosamente.

--L'ama.

Si lasciò cadere fra le mie braccia, ed appoggiò il capo sul mio omero.

--Andiamo--gli ripetei--sii generoso e forte; la tomba non ha gelosie; l'eternità non si misura, non si frantuma, non si impoverisce mai; ogni frammento è eterno come il lutto di cui è parte; amerete e sarete amati entrambi; le vostre memorie saranno di entrambi e di ciascuno; non divise o spezzate, ma concordi.

E spingendolo innanzi a me con dolce violenza lo trassi nella prossima camera.

Raimondo non aveva avuto tempo di riflettere, di conoscere l'inganno, che si trovava innanzi ad Eugenio.

Lo guardò un istante più commosso che meravigliato; e si gettò piangendo nelle sue braccia.


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