[1]Genesi, 13.
[2]Genesi, 20.
[4] PLUTARCO, inTheseo; PLINIO, XXXIII, 3.
[6] PLUTARCO, inThemistocle.
[9] LODOVICO BARTENELLE,Relazione, apud RAMUSIUM; IUL. CAESAR,Comm., III.
[10] PATIN,Introduction à l'étude des medailles, cap. 3.
[12] ODONE, lib. 1.
[13] LIONE AFRICANO, p. 7.
[14] FRANCESCO ALVISE DA CADAMOSTO, pp. 45, 52.
[16] BODINO,De republica, VI, 3; PLINIO, XXXIII, 9.
[17] BUDEO,De asse, libro V. VALERIO MASSIMO, libro IV.
[18] PLUTARCO, inCamillo.
[19] ARCHIMEDE,De insident. humid.
[20] PROCOPIO inHistoria anecdota.
[21]Genesi, XXV, 33.
[22] QUINTILIANO, libro IV.
[23] FRANCESCO BACONE,Impetus philosoph.
[24] MARIN GHETALDO,Archimedis propositiones, XVII.
[25] MARCO POLO, II, 39 e 40.
[26] RAMUSIO,Navigationes, I, 369.
[27]III Reg., X, 21-2.
[28] Il chiarissimo autore di quest'opera aveva lasciato il suo ms. vuoto affatto di questi calcoli per Genova e Milano. Per non lasciare però il leggitore senza la necessaria cognizione di materia tanto rilevante, abbiamo priegati ad empire queste lacune li signori Zanatta e Lunati, ragionieri generali della regia Camera della Lombardia austriaca, li quali, con la loro gentilezza e perizia, si presero questa pena di darci, secondo lo stato presente, tale notizia [Nota della prima edizione].
[29] BODINO,De republica, VI, 3.
[30] PLINIO,XXXIII, 9;Cornelio Celso, v, 17.
[31] PROCOPIO,Historia arcana, p. III [ediz. Lugduni Batavorum, 1623].
[32] 1 Libro 1, cap. 16, num. 12.
[33] Evidente lacuna nel testo [Ed.].
NOTA [del curatore]
Le monografie inserite in questo volume furono tutte comprese nella collezione Custodi, e riescono perciò non difficilmente accessibili agli studiosi. Le differenze fra l'edizione presente e quella del Custodi sono, per altro, dal punto di vista formale, molte e assai notevoli. Giacché il Custodi, pur tanto benemerito, non si contentò di riprodurre fedelmente i testi, ma, giusta il costume allora in voga, volle raffazzonarli, ora ammodernando o italianizzando espressioni antiquate o dialettali, ora rifacendo qualche periodo sgangherato, ora sopprimendo frasi, e qualche volta brani, che non potevano troppo andar d'accordo col linguaggio areligioso degli anni immediatamente prossimi alla Rivoluzione; cadendo talora (come suole avvenire a chiunque s'incammini per cosí pericolosa via) in veri e propri errori d'interpetrazioni, ossia venendo a tradire non solo la forma, ma anche il pensiero dei singoli autori. Documentare minutamente tutto ciò, sarebbe cosa troppo lunga e anche inopportuna, chi pensi che l'interesse degli scritti qui raccolti è scientifico piú che letterario, e che p. e. lo Scaruffi, nell'esporre i propri concetti, si valse dei consigli del giureconsulto Pier Giovanni Ancarani, senza i suggerimenti del quale avrebbe forse evitate talune prolissitá. Basterá quindi asserire che, mercé una diligente collazione, che ha voluto compiere per me l'amico Fausto Nicolini, il quale mi ha aiutato anche nella revisione delle bozze, i testi sono qui riprodotti nella loro veste genuina:—l'Alitinonfodi su la rara edizione di Reggio Emilia, 1582 (una delle piú belle edizioni cinquecentesche, stampata con gran lusso dal tipografo Ercolano Bartoli); ilTrattatodel Serra, di su la brutta e spropositata, ma rarissima ediz. pubblicata a Napoli, da Lazzaro Scorriggio, nel 1613; ilTrattatodel Montanari, giusta l'ediz.princeps, incominciata a pubblicare, oltre settant'anni dopo la morte dell'autore, assai bene da Filippo Argelati, e proseguita, come peggio non si sarebbe potuto, da Carlo Casanova, nel sesto volume delDe monetis Italiae(Mediolani, MDCCLIX);—correggendo, per i due ultimi, i continui e grossolani errori tipografici, e procurando di rendere di tutti tre, mercé un'accurata e razionale punteggiatura, piú agevole l'intelligenza.
Non adunque la loro raritá, si bene il bisogno di riprodurle in guisa da soddisfare alle odierne esigenze della critica, e, ancora piú, la loro importanza nella storia dell'economia mi ha determinato a scegliere le tre anzidette fra le numerose opere economiche italiane del Cinque e Seicento.
L'Alitinonfodi Gaspare Scaruffi contiene notizie ed osservazioni d'ordine tecnico, familiari all'autore, prima commerciante, poi assaggiatore ed appaltatore della zecca di Reggio; e queste nozioni tecniche egli sagacemente applica al chiarimento di questioni economiche, le quali esamina in taluni principali rispetti con ampia analisi. Propugna l'attuazione d'un sistema monetario sincero, sí che il peso ed il titolo della moneta perfettamente corrispondano al suo contenuto metallico, e primo o fra i primi richiede che sia indicato il titolo ed il peso della moneta sulla moneta stessa. In ogni pezzo si dovrebbero segnare tre numeri: il primo destinato a mostrare quante parti decimali dell'oncia contenga la moneta di metallo fino; il secondo il titolo, in conformitá all'uso valutato a ventiquattresimi per l'oro e dodicesimi per l'argento; il terzo inteso a dichiarare quanti di quei pezzi si taglino da una libbra. Il Ferrara avverte che, se nessuno prima dello Scaruffi aveva proposto che si indicasse anche il titolo, pure fra le monete del 1500 ve ne hanno alcune, nelle quali, oltre al nome, si legge assai chiaramente l'indicazione della lega. Lo Scaruffi ritiene che il bimetallismo a rapporto fisso, uguale in tutti i paesi, risponda meglio d'ogni altro sistema alle esigenze della circolazione, e questo rapporto fisso designa in 1 unitá di peso d'oro per 12 unitá di peso d'argento. Egli pensa che tale rapporto, giá «suggerito dal divino Platone», sempre prevalga di fatto, e dice che potrebbe conservarsi immutabile, ove non si commettessero adulterazioni o falsificazioni monetarie.
L'ultima proposizione rappresenta una aberrazione, non inconsueta però nel secolo XVI, in cui l'influenza delle adulterazioni monetarie era cosí evidente, che molti pensavano che ad essa esclusivamente potesse attribuirsi la variazione di valore del medio circolante. Le cause del rincarimento dei prodotti non furono tosto riconosciute dai contemporanei di quella grande rivoluzione monetaria; ed è noto che il sire di Malestroit scrisse una dissertazione per sostenere come apparente fosse l'aumento dei prezzi, in quanto la medesima quantitá di metallo si scambiava con la stessa quantitá di prodotti, e solo la moneta dello stesso nome conteneva una quantitá minore di metallo fino.
Anche il Bodin, che intese l'efficacia dell'incremento della quantitá della moneta, non rilevò le circostanze che inducevano un mutamento di valore normale dei prodotti. Ed è doveroso soggiungere che, se lo Scaruffi afferma piú volte l'immutabilitá assoluta di quel rapporto in assenza di alterazioni monetarie, implicitamente corregge la rigidezza della sua osservazione sofistica, rilevando come talune condizioni possano attenuare gli effetti delle mutazioni di valore relativo dei due metalli, e comprendendo che la costanza del rapporto di scambio fra l'oro e l'argento è la condizione essenziale di persistenza del bimetallismo.
Il bimetallismo a rapporto variabile è sostanzialmente monometallismo, perché tipo monetario unico è di fatto quel metallo che si ritiene non avere variato di valore. La misurazione delle variazioni di valore relativo suppone una unitá fissa; e, se, per esempio, il rapporto da 1 a 15,50 si dice che passa alla proporzione da 1 a 18, si è implicitamente ammesso che la cagione delle variazioni sia nell'argento, e che quell'obbligazione, la quale si estingueva nel periodo precedente con 1 kg. d'oro o con 15,50 kg. di argento, si estingua nel successivo con 1 kg. d'oro o con 18 kg. d'argento. Che se si fosse ritenuto che la variazione fosse dovuta a circostanze inerenti all'oro, si sarebbe detto che il rapporto passava da 1 a 15,50 all'altro da gr. 860 d'oro a 15,50 d'argento, e che quell'obbligazione, la quale si estingueva nel periodo precedente con 1 kg. d'oro o con 15,50 kg. d'argento, si estingue nel successivo con 860 gr. d'oro o con 15,50 kg. d'argento: nel primo caso, il tipo effettivo della circolazione sarebbe l'oro; nel secondo, l'argento. Quindi, a prescindere da tutte le difficoltá di una variazione legislativa o regolamentare, che seguisse le variazioni effettive di valore relativo dei metalli, sempre un metallo dovrebbe ritenersi come fisso: e se si sceglie l'oro, si ha un sistema monometallico aureo; se l'argento, un sistema monometallico argenteo; se a volta a volta si decide quale dei due ha presentato maggiore stabilitá, si incorre nell'inconveniente dell'alternanza della moneta non solo, ma del tipo stesso monetario. È vero che anche il bimetallismo a rapporto fisso si risolve in monometallismo alternante, perché, quando il rapporto di fatto devia dal rapporto legale, rimane a volta a volta in circolazione il metallo meno apprezzato; ma esso si manterrebbe, se vi fosse la coincidenza fra i due rapporti, e tanto minore è la sua imperfezione, quanto minori e meno frequenti sono tali deviazioni. E lo Scaruffi ha vòlto lo sguardo ad un bimetallismo internazionale con rapporto legale identico nei vari paesi, come il Cernuschi nel secolo XIX ha proposto «il 15-1/2 universale». Anche se tutti i paesi adottassero un sistema bimetallico a rapporto identico, rimarrebbe il metallo piú apprezzato prevalentemente assorbito quale materia per lavori industriali e di ornamento, e non si eviterebbero, quantunque tuttavia in grado attenuato, i danni del doppio tipo. Ma è notevole in uno scrittore del secolo XVI il concetto d'un accordo internazionale monetario, allo scopo di costituire una zecca unica. Né può dirsi, come afferma il Ferrara, che sia stato preceduto dal Bodin in quest'idea, giacché (esattamente osserva il Balletti) il Bodin proponeva un accordo di principi per escludere la moneta divisionaria, laddove lo Scaruffi lo desiderava per ottenere un sistema monetario comune, fondato sopra le stesse basi. Egli paragona il sistema monetario col sistema dei numeri, ed intravede ed in parte dimostra i benefici che si trarrebbero dall'unificazione degli ordinamenti singoli. Qualche particolare ed anche grave errore non diminuisce il merito dello Scaruffi nell'analisi delle condizioni cui il sistema monetario deve rispondere e nella designazione di una lega universale a scopo di unificazione del sistema monetario bimetallico.
Per quel che concerne lo studio d'argomenti minori, pure pregevoli sono parecchi riflessi dello Scaruffi, che vuole le spese di monetazione siano pagate a parte, e non «ricavate dal corpo della moneta». Il che se può sembrare indifferente oggidí, era utile allora ad impedire le esorbitanze della zecca e le confusioni fra l'errore o tolleranza di fabbricazione ed il costo della monetazione in senso stretto.
Certo raggiunse vette intellettuali piú alte di quelle, cui lo Scaruffi pervenne, il professore modenese Geminiano Montanari, matematico, astronomo ed economista, che non solo intorno ai problemi difficili generali e speciali della moneta scrisse con precisione ed esattezza singolari, ma pure rispetto alla piú astratta analisi del valore espose dottrine assai ragguardevoli. Particolarmente rilevò le variazioni quantitative della moneta, l'influenza che l'abbondanza o scarsezza d'essa esercita sopra il valore, ed alla ricerca della zecca, che costituisce di fatto una copiosa domanda di metallo, assegnò la sua giusta efficacia. È vero che la designazione legale della moneta non è elemento influente sul valore di essa, ma la domanda, che uno Stato faccia del metallo per fini di circolazione, ha indubbiamente un temporaneo effetto, e la variazione di valore poi tende a perdurare, se l'accresciuta domanda non può soddisfarsi a costi costanti. La teoria monetaria è nelle sue linee generali svolta egregiamente dal Montanari, di un secolo però posteriore allo Scaruffi. Riguardo al valore della moneta in relazione a quello dei prodotti, tuttavia non evita errori. Afferma che le merci prese insieme valgono quanto l'oro e l'argento. Ora, se anche intende riferirsi soltanto alla parte d'oro e d'argento circolante, e se pure voglia escludere implicitamente il medio circolante creditizio, il Montanari non tiene conto di un altro fattore essenziale: la rapiditá di circolazione, che, a paritá di condizioni, influisce sulla quantitá di moneta occorrente a sopperire ad una determinata entitá di scambi. Delle funzioni della moneta circolante però tratta con precisione. Ma ciò che costituisce per lui titolo principale di eminenza scientifica è l'indagine relativa all'utilitá in funzione della raritá. Egli dimostra come l'utilitá di un bene dipenda, fra l'altro, dalla quantitá disponibile, e come ciascuno determini il suo apprezzamento concreto, non in base all'importanza astratta della ricchezza per la soddisfazione dei bisogni, si bene in base all'effettivo apprezzamento dell'utilitá che si consegue dalla frazione ultima posseduta. Sopratutto quell'apparente dissidio fra valore d'uso e valore di scambio, che fu la pietra d'inciampo di scrittori anche classici, venne chiarito dal Montanari, che può dirsi, nel senso genuino, un precursore di Jevons, Walras e Menger. Non si serve di simboli matematici e nemmeno di esempi aritmetici, ma con spirito matematico illustra tali questioni, e nell'esame del valore subbiettivo e del valore corrente apporta contributi notevolissimi. Gia il Custodi avvertiva che i trattati del Montanari, anteriori a quelli stessi tanto applauditi di Giovanni Locke, li sorpassano di molto per vastitá di dottrina e per profonditá di ragionamento; e noi possiamo aggiungere che, come altri scrittori inglesi contemporanei e posteriori a lui furono antesignani dei grandi teorici del valore normale, egli col Galiani, che scrisse però quasi settant'anni dopo di lui (1751), fu antesignano dei teorici dell'utilitá finale in riguardo all'analisi del valore corrente ed allo studio generale dei fondamenti economici dello scambio.
Posizione intermedia per ragione di tempo fra lo Scaruffi ed il Montanari ha il cosentino Antonio Serra, che pubblicò nel 1613 la monografia ristampata in questo volume. Della quale l'oggetto è limpidamente indicato dal titolo:Cause che fanno abbondare li regni d'oro e d'argento, dove non sono miniere. È quindi un esame dei pagamenti internazionali, diretto a chiarire quando essi avvengano in moneta. Talune principali partite della bilancia commerciale internazionale sono designate dal Serra; e, mentre i contemporanei consideravano quasi esclusivamente le importazioni e le esportazioni, egli si sofferma sopra le industrie istituite ed esercitate all'estero da nazionali, e, se non adopera la frase a noi consueta di «esportazione invisibile», esprime il medesimo concetto, affermando che le merci cosí prodotte e vendute all'estero non si comprendono nell'esportazione dal paese dei produttori, ma sono causa di acquisto di danari, che vengono in possesso dei nazionali e che si ritraggono dalle industrie, le quali si possono fare nel paese d'altri. Inoltre rileva un altro elemento ragguardevolissimo, i guadagni del commercio di intermediazione: esempio tipico era allora costituito da Venezia pel traffico fra Oriente ed Occidente, come oggi dall'Inghilterra pel traffico di tanti paesi europei con le Indie e la Cina. È vero che il Serra riguarda queste partite di relazioni commerciali internazionali come mezzi di accreditamento e rispettivamente addebitamento di danaro; ma egli comprende che tutti gli scambi di prodotti e servigi fra i vari paesi, che sono in rapporto diretto od indiretto, si possono intrecciare fra loro ai fini del pagamento e si compensano, per guisa che l'abbondanza del metallo promana in un paese dall'eccesso degli accreditamenti sugli addebitamenti.
Per aumentare quindi la quantitá dei metalli preziosi in un paese bisogna agire sulle cause che producono accreditamento, e non direttamente sovr'essi, ché sarebbe inutile e dannoso. Anche i mercantilisti del tempo non propugnavano del resto proibizioni dell'esportazione della moneta in linea generale (ed il Serra stesso ammette in qualche caso il divieto dell'esportazione), ma tendevano a promuovere le esportazioni ed a restringere le importazioni, specie di quei paesi verso cui la bilancia commerciale inclinava, come dicevasi, ad essere meno favorevole. Il De Santis, contro cui polemizzava il Serra, era un mercantilista arretrato, ed in tutta la confutazione del concetto di lui, che affermava bastasse stabilire legalmente il rapporto di cambio fra l'oro e l'argento e fra monete d'un paese e quelle di un altro perché il mercato dovesse conformarvisi, il Serra è efficace e corretto; ma, se dá prova di vigoria d'argomentazione, non eccelle per la novitá della dottrina sostenuta, che omai anzi tendeva a divenire prevalente. Ma la sua potenza mentale superiore e la sua originalitá particolarmente si manifestano cosí nella dimostrazione diretta a provare che, solo incoraggiando lo spirito d'impresa e promovendo le industrie, si facilita l'eccesso di esportazioni, come nell'indagine teorica rivolta a scrutare le partite apparenti e non apparenti di scambi internazionali e le loro correlazioni. E, com'è noto, discorrendo dell'industria agricola, il Serra espone la legge dei compensi decrescenti e ne intravede l'importanza. Quanto al commercio internazionale, non ne ravvisa le ragioni essenziali, poiché solo lo attribuisce alle differenze naturali, che inducono una divisione del lavoro territoriale, e non pone mente alla divergenza di costo comparativo delle ricchezze scambiate nei vari paesi. Tuttavia deve soggiungersi che sino al Ricardo la dottrina del costo comparativo non fu applicata agli scambi internazionali: lo stesso Torrens si atteneva alle divergenze inerenti alla varietá di attitudini naturali e sociali, non arrivando al raffronto fra i costi relativi dei prodotti nei vari paesi. Degli effetti della sovrabbondanza di moneta non ha idea precisa il Serra, che non ne scorge le influenze sulla esportazione ed importazione dei prodotti, determinate dal loro rincarimento. Né ha occasione di trattare del problema fondamentale del corso dei cambi, poiché non svolge i rapporti fra i fenomeni commerciali ed il prezzo delle cambiali. Rettamente avverte che i pagamenti mediante titoli di credito suppongono un uso almeno parziale di moneta in linea definitiva. Perspicuamente dimostra che la moneta dev'essere una ricchezza, e prova il carattere naturale di talune delle leggi economiche che la reggono. Quali siano i mezzi per introdurre nel paese le industrie, non scrive, riserbandosi di esporli oralmente ai governanti; e si sa che i suoi consigli non furono ascoltati, anzi egli venne rimandato nelle carceri di Vicaria, nelle quali era detenuto sotto l'accusa di falsa moneta. Ma la mancanza di queste norme non vizia il suo trattato, che è pregevole quale saggio teorico, e non ha intenti pratici immediati; le scarse regole dell'arte, qua e lá enunciate, sono inferite dalle proposizioni dottrinali.
I tre scrittori meritano grande considerazione per vari rispetti: mentre lo Scaruffi espone l'ardita idea della zecca universale e sostiene il sistema bimetallico nelle condizioni in cui è meno imperfetto, il Montanari precorre nell'analisi dell'utilitá finale i piú recenti scrittori, e il Serra presenta una teoria dei pagamenti internazionali ed espone con esattezza la legge dei compensi decrescenti. Essi cosí rifulgono nell'esame di speciali argomenti, cui apportano il contributo di possente ragionamento e di profonditá di pensiero.
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DEDICA pag. 3
CAPITOLO I. Che in tutte le cose fa di bisogno che vi sia ordine e regola. » 7
» II. Che cosa sia oro ed argento puro » ivi
» III. Che cosa sia oro ed argento misto » 8
» IV. Qual si dee intendere oro ed argento puro » ivi
» V. La cagione perché si trova men oro che argento,e qual forma o proporzione si trova tra loro » 9
» VI. Ciò che s'intenda per peso e numero di oro edi argento. » 11
» VII. Il modo col quale si dee osservare la forma ed il numero nell'oro e nell'argento che si ridurranno in monete, accioché ogni persona abbia il suo » ivi
» VIII. Si mostra qual peso si dovrá usare in tutti iluoghi per l'oro e l'argento » 12
» IX. Come tutti gli ori giá coniati si possono ridurrea giusta proporzione nel far pagamenti » 15
» X. Che nel fare i contratti si potrá parlare a libre ed once di oro puro coniato ed a ducati o a scudi; e parimente si potrá dire a libre ed once d'argento di coppella coniato ed anco a lire, soldi e denari » 16
» XI. Come i prencipi potranno affittare le loro entrade a libre di oro puro e di argento di coppella coniati » 17
» XII. Parte del modo che si averá a tenere nel fare la zeca » 18
» XIII. Come venirá rimediato ai disordini che sogliono occorrere per causa delle monete cosí d'oro come d'argento » 19
» XIV. L'ordine che si dovrá tenere in correggere otassare le monete giá fatte » 20
» XV. Che si escluderanno molti errori che tuttodíseguono a danno di ciascuno » ivi
» XVI. Quattro eccessivi disordini, a' quali verráproveduto » 22
» XVII. Degli assaggiatori » 23
» XVIII. Regola per la quale si potrá conoscere quant'oro ed argento si piglia da chi riceve danari » 24
» XIX. Tariffe cinque, per le quali si dichiara il modo e la regola che tener si debbe nel far monete d'oro proporzionate in corrispondenza dell'argento » 27
» XX. Discorso sopra le dette tariffe, nel quale anco si mostra l'ordine che si dovrá tenere per fare i conti giusti delle monete d'oro giá fatte, che si troveranno essere piú leggiere o piú grevi di peso delle contenute in esse tariffe » 28
» XXI. Tariffe sette, per le quali si mostra l'ordine che tener si debbe nel far monete d'argento di sette finezze, senza rotti nelle leghe e nel conteggiarle » 29
» XXII. L'ordine delli caratteri o note da doversi imprimere sulle monete cosí d'oro come d'argento » 30
» XXIII. Discorso sopra alcuni particolari delle note » 35
» XXIV. Avvertimenti necessari sopra il fare le monete » 37
» XXV. Breve replicazione, con essempio, di quanto si è detto » 38
» XXVI. Che in qualunque cittadi e paesi si potrá conteggiare d'oro e d'argento coniato, secondo il loro parlare » 39
» XXVII. Tavola, nella quale si mostra la concordanza del parlare a ducati, scudi, lire, soldi o simili, col nominare l'oro e l'argento ad once o a libre, però coniati » 40
» XXVIII. L'ordine col quale si dovrá procedere tanto nello spendere quanto nel ricevere l'oro e l'argento coniato » 41
» XXIX. Che le mercanzie ed altre cose si modereranno nelli prezzi in dipendenza dei giusti valori dati all'oro ed all'argento in monete ridotti; e anco si mostra l'ordine che si dovrá tenere nel contrattare essi preciosi metalli non coniati con i coniati, e che molte dispute si leveranno via » 42
» XXX. Con breve replicazion si mostra esser cosa necessaria che vi sia un sol ordine nel far le monete » 52
» XXXI. Che per causa delle monete si sono alterati li prezzi di molte cose » 53
» XXXII. Tavola fatta in essempio, per far conoscere gli errori che si sono fatti per il tempo passato, e quelli che potrebbono nascere per l'avenire, nel far monete cosí d'oro come d'argento, se non si osserverá la regola dimostrata » 54
» XXXIII. Discorso sopra le dette prove, nel qualanco si mostra qual sia la vera proporzionetra i due preciosi metalli edil rame » 55
» XXXIV. Essempi per mostrare quanto si è dettosopra il fatto dell'argento giá coniato, eche cosa importa la concordanza tral'oro e l'argento » 66
» XXXV. Breve discorso sopra le monete, e che sipotrebbe anco tôrre l'argento non coniato » 70
» XXXVI. Che per l'alterazione delli prezzi dell'oro e dell'argento ne vengono rifatte le monete » ivi
» XXXVII. Sommario delli conti delle dette sei sorti di monete, date per essempio » 71
» XXXVIII.Breve discorso sopra il detto essempio » 72
» XXXIX. Tavola per la quale si conosce quantoargento fino e quanto rame separatientravano nelle dette sei sorti di monete » ivi
» XL. Che non si dispenserá piú alcuna quantitádi rame in far danari, anzi che si estraerádi quello ch'è in opera » 73
» XLI. Tassa delle suddette sei sorti di monete, inessempio del modo che si averebbe a tenerenel tassare tutte le altre giá fatte » 74
» XLII. Come dal cavare le fatture dal dosso delle monete ne sono nati gran disordini, e che ne occorreranno de' maggiori se non vi si provede » 82
» XLIII. Breve discorso sopra le zeche in universale » 91
» XLIV. Sette capi principali e fondamenti stabili, che riducono ilDiscorsoa perfezione » 92
» XLV. Avvertimenti a' prencipi dell'onore ed utile,che tanto a loro come ai loro popoli neseguirá, s'essequir faranno le presenti cose » 93
» XLVI. Conclusione delDiscorso, nella quale si mostral'ordine che in tutte le zeche tener sidovrebbe per coniare l'argento e l'oro » 97
» XLVII. Dodici utilitadi che ne seguiranno dall'osservazionedegli ordini che nelDiscorsosicontengono » 99
TAVOLA che mostra i prezzi degli argenti, secondo le leghe che vengono dimostrate per le toche sul paragone » 105
I.—Alli lettori lo stampatore » 111
II.—Breve instruzione sopra ilDiscorsofatto dal magnifico messer Gasparo Scaruffi per regolare le cose delli danari » 113
III.—Ai lettori il Prospero » 125
IV.—Digressione sopra il capitolo duodecimo dell'Alitinonfodi Gaspare Scaruffi » 127
All'illustrissimo ed eccellentissimo signor il signor don PietroFernandez De Castro » 143
CAPITOLO I. Delle cause per le quali li regni possano abbondare d'oro e argento » 153
» II. Delle cause accidentali e accidenti propri » 154
» III. Dell'accidenti communi » ivi
» IV. Dell'accidente commune della qualitá delle genti » 157
» V. Dell'accidente commune del trafico grande » 158
» VI. Dell'accidente commune della provisione di colui che governa » 160
» VII. Che non vi siano altre cause delle predette » 163
» VIII. Comparazione della cittá di Napoli con la cittá di Venezia e Genoa a rispetto delli predetti accidenti » ivi
» IX. Condizioni della cittá di Napoli e Venezia perl'effetto predetto » 164
» X. Come, non obstante le condizioni predette, Veneziaabbonda d'oro e argento, e perché » 166
» XI. Come, stante le condizioni di Napoli, sia quellapovera di oro e argento » 170
» XII. Comparazione di Napoli con l'altre cittá d'Italia » 176
CAPITOLO I. Se la bassezza o altezza del cambio della piazza di Napoli con l'altre piazze d'Italia sia o possa essere causa dell'abbondanza o penuria di moneta nel Regno » 178
» II. Se, essendo vera l'esperienza che dice, séquiti conclusione vera, che il cambio basso faccia abbondare e l'alto impoverire » 183
» III. Se è vera la esperienza detta di sopra » 185
» IV. Se è vera la ragione che il cambio alto dia guadagno a chi vuol portare denari in Regno per cambio e non in contanti, e per tal rispetto non vengano contanti » 189
» V. Delle prime ragioni e consequenze che deduce dalla altezza e bassezza del cambio, con le cause che non fanno essere denari in Regno » 192
» VI. Della provisione consultata farsi per l'abbondanzadi denari in Regno » 193
» VII. Se gli effetti, che dice dover produrre la provisionepredetta, siano veri » 194
» VIII. Del banno fatto dal signore conte d'Olivares soprail bassare del cambio » 196
» IX. Se la provisione o pragmatica predetta di bassareil cambio possea essere impedita da altri prencipid'Italia » ivi
» X. Se l'entrate che tengono forastieri in Regno conl'industrie e ritratto di mercanzie siano causadella penuria della moneta » 199
» XI. Se contradicea alla giustizia la detta pragmatica » 201
» XII. Degli altri effetti, che dice seguitare da detta pragmatica, se siano veri » 203
CAPITOLO I. Delli remedi fatti e proposti per fare abbondareil Regno di moneta » 209
» II. Del remedio della proibizione dell'estrazionedella moneta » ivi
» III. Del remedio di far correre la moneta forastierao crescere la valuta » 212
» IV. Delli espedienti proposti come crescere la monetapropria o bassarla di peso o di lega » 216
» V. Della proporzione giusta fra l'oro e l'argento,tanto d'antichi quanto di moderni » 223
» VI. Delli espedienti contra la penuria della monetain generale » 224
» VII. Della difficoltá o possibilitá delli espedientipredetti » 225
» VIII. Se, non ostante la difficoltá, si possa repararalla penuria e introdur l'abbondanza » 227
» ultimo.Come si possano facilitare gli espedienti predetti » 228
CAPITOLO I. Che cosa sia moneta, e delle materie con che si fabbrica, e di quanta importanza ne sia l'uso all'umana societá » 243
» II. Della proporzione della moneta alle cose vendibili, considerata universalmente » 255
» III. Dell'alterazione che ricevono i prezzi delle cose dall'abbondanza o raritá delle medesime, data la stessa quantitá di monete nel mondo » 264
» IV. Dell'oro ed argento, e delle antiche e moderneproporzioni di valuta fra loro » 268
» V. Del vero prezzo dell'oro e dell'argento, e comeognuno d'essi è prezzo dell'altro » 276
» VI. Varie cagioni che ponno alterare la proporzionedella valuta dell'oro a quella dell'argento » 282
» VII. Delle monete di rame e delle altre d'argentodi bassa lega, e loro proporzione con quelled'oro e d'argento » 285
» VIII. Del valore delle monete paragonate alle lire escudi di ciascun paese, che sono per lo piúimmaginarie » 295
» IX. Che, quando si dice crescer di valore le monete, perché si valutano piú lire o soldi immaginari, piú propriamente si deve intendere che le lire, soldi, scudi immaginari scemino di prezzo » 303
» X. Qual effetto produca la proporzione dell'oroall'argento, male osservata nella valutazionedelle monete » 307
» XI. Anche l'abuso di lasciar correr monete scarsedi peso per buone produce danno al principeed a' sudditi, facendo alzar di prezzo le buone » 315
» XII. Danni che dall'alzamento delle monete provengonoall'erario del principe ed alle borse de'privati » 319
» XIII. L'introduzione di monete d'oro e d'argento forestiere a maggior prezzo dell'intrinseca loro bontá produce alzamento di quelle del paese » 331
» XIV. L'introduzione di monete basse e forestiere a prezzo maggiore dell'intrinseca bontá cagiona danno ed alzamento alle monete » 339
» XV. Alcune ragioni che producono l'alzamento delle monete, e con esse i danni giá descritti » 344
» XVI. Che alcuni partitanti, nelle proposizioni che fanno a' principi di batter monete, cuoprono il loro interesse e fanno falsamente apparire che dalle loro proposizioni risulti utile non solo al principe, ma a' popoli ancora » 352
» XVII. Per qual cagione le monete in tutti gli Stati si vedono crescere e mai calare di valuta » 357
» XVIII. Regole universali per le zecche, e prima dell'osservar la proporzione piú comune tra l'oro e l'argento » 364
» XIX. Regola seconda. Batter metallo della maggior finezza possibile » 373