The Project Gutenberg eBook ofErmanno Raeli

The Project Gutenberg eBook ofErmanno RaeliThis ebook is for the use of anyone anywhere in the United States and most other parts of the world at no cost and with almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included with this ebook or online atwww.gutenberg.org. If you are not located in the United States, you will have to check the laws of the country where you are located before using this eBook.Title: Ermanno RaeliAuthor: Federico De RobertoRelease date: May 26, 2008 [eBook #25614]Most recently updated: January 3, 2021Language: ItalianCredits: Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli and the Online Distributed Proofreading Team at https://www.pgdp.net (This file was produced from images generously made available by Biblioteca Nazionale Braidense - Milano)*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK ERMANNO RAELI ***

This ebook is for the use of anyone anywhere in the United States and most other parts of the world at no cost and with almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included with this ebook or online atwww.gutenberg.org. If you are not located in the United States, you will have to check the laws of the country where you are located before using this eBook.

Title: Ermanno RaeliAuthor: Federico De RobertoRelease date: May 26, 2008 [eBook #25614]Most recently updated: January 3, 2021Language: ItalianCredits: Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli and the Online Distributed Proofreading Team at https://www.pgdp.net (This file was produced from images generously made available by Biblioteca Nazionale Braidense - Milano)

Title: Ermanno Raeli

Author: Federico De Roberto

Author: Federico De Roberto

Release date: May 26, 2008 [eBook #25614]Most recently updated: January 3, 2021

Language: Italian

Credits: Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli and the Online Distributed Proofreading Team at https://www.pgdp.net (This file was produced from images generously made available by Biblioteca Nazionale Braidense - Milano)

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Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli and the

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LIBRERIA EDITRICE GALLIDICHIESA & GUINDANI

LIPSIA e VIENNA, F. A. Brockhaus—BERLINO, A. Asher e C.PARIGI, Veuve Boyveau—NAPOLI, Ernesto Anfossi

1889

LA SORTE, Catania, Giannotta, 1887 L. 3 —DOCUMENTI UMANI, Milano, Treves, 1889 » 3,50

Tutti i diritti riservati.

La discussione, quella sera, come tutte le volte che nessun profano veniva a turbare il libero corso delle nostre grandiose fantasmagorie, aveva finito per aggirarsi intorno al problema del destino, alla misteriosa potenza che regola le azioni umane e che, attirandoci con magnifiche lusinghe, ci precipita nella più profonda ed incurabile miseria. Tutti convenivano nel considerare la felicità come una chimera; però, mentre qualcuno sosteneva che il dolore è condizione fatale dell'esistenza; che, qualunque cosa gli uomini facciano, esso si trova alla fine di tutto, qualche altro affermava che se noi non siamo sodisfatti è quasi sempre perchè cerchiamo la nostra sodisfazione dove non possiamo trovarla.

Allora, il ricordo di una tragica storia fu evocato in sostegno di quest'ultima tesi, secondo la quale la felicità sarebbe impossibile relativamente, per effetto d'un errore d'indirizzo, e non in un senso disperatamente assoluto.

Ma, poichè l'errore è universale ed eterno; poichè, ammessa l'esistenza della felicità, tutti la proseguono per vie che se ne discostano, non potrebbe darsi che le due tesi apparentemente distinte si fondessero in una, e che fosse un assai magro conforto quello derivante dalla fede in qualche cosa che nessuno consegue?…

Ermanno Raeli era rimasto orfano a ventun anno. Figlio di un siciliano e d'una tedesca, i tratti caratteristici delle due razze si mostravano curiosamente commisti nella sua persona e nella sua personalità. I suoi grandi occhi azzurri, d'una purissima trasparenza cristallina, facevano uno strano contrasto coi capelli di un nero intenso, profondo, notturno, di un nero come difficilmente si vede l'uguale; sulla carnagione pallida del suo viso fiorivano le labbra un po' grosse, sporgenti, vivide, delle vere labbra di arabo; alla fisonomia espressiva, dai mobili lineamenti, su cui si leggeva nettamente il pensiero, si opponeva una voce fredda, rara, povera d'intonazioni; e con una statura piuttosto piccola e forte, il suo incesso era lento, incerto, quasi vagante. Tutt'insieme, senza che egli potesse chiamarsi bello nel senso volgare della parola, spirava una grande simpatia ed un grande interesse; vederlo una volta bastava per non dimenticarlo più.

Ma la persona morale pagava caramente i vantaggi che l'individuo fisico doveva alla curiosa mescolanza delle due razze. Per quanto diversi, i due tipi avevano pur dovuto fondersi e riplasmarsi in un unico stampo; i due temperamenti persistevano intatti e divisi nella nuova coscienza, esponendola a un dissidio continuo e irrimediabile. Egli aveva come un doppioio, sentiva in due modi diversi, vagheggiava due opposti ideali, e al momento dell'azione non riusciva a decidersi. Si potrebbero riferire molti sintomi di tale complicazione psichica; basterà qualcuno per tutti. Bambino, egli aveva appreso dalla viva voce del padre e della madre l'italiano e il tedesco; più tardi, ne aveva fatto uno studio regolare, riuscendo a conoscerli entrambi; ma non era intanto padrone nè dell'uno nè dell'altro. Nella sua conversazione non c'erano di quelle frasi, di quelle espressioni, di quei modi di dire che sono come la notazione permanente delle idee e dei sentimenti di tutto un popolo. Pochissime volte accadeva di sentirgli citar dei proverbii; intendo i proverbii che corrono sulle bocche dei popolani e dei contadini, in cui si riassume la filosofia d'una razza, non quelli ogni giorno ripetuti nei discorsi convenzionali ed incolori delle classi più colte. Di qui, una difficoltà di rendere con evidenza molte impressioni, di definire precisamente molte idee, e sopratutto una mancanza di carattere, disignificazionenel suo dire. Da un'altra parte, la mezza padronanza che egli aveva delle due lingue, lo metteva spesso in un grave imbarazzo; le due espressioni diverse, i due diversi giri di frase gli si presentavano contemporaneamente, in modo che spesso il suo italiano aveva un sapore tutto tedesco e il suo tedesco un'andatura assolutamente italiana. Questo faceva sorridere la gente; egli ne soffriva. In mezzo a un discorso, gli accadeva talvolta di arrestarsi, interdetto; cercando, esaurendosi in tentativi infruttuosi per esprimere chiaramente, non solo agli altri, ma anche a sè stesso ciò che egli pensava in un modo vago, indeterminato, si potrebbe dire algebrico. E a quel modo che, spesso, in una circostanza sollecitante all'azione, egli non sapeva risolversi per un partito, spesso ancora, dovendo tradurre il proprio pensiero, non riusciva a concretarlo in una formola esatta. Ma, se le alternative a cui era esposto dalla duplicità della sua natura riuscivano a ritardare i suoi atti mantenendolo in una specie dilibertà d'indifferenza: allorquando l'equilibrio si rompeva egli portava nella risoluzione una foga che era come la rivincita della volontà lungamente compressa; talchè la contradizione non era soltanto in lui nella qualità delle tendenze, tra l'idealismo sognatore e il misticismo fantastico che gli venivano dalla madre e il senso del reale, la vivace energia dell'indole paterna, ma anche nella dinamica morale, tra l'atonia e i parossismi di cui subiva l'avvicendarsi.

Queste sterilizzanti contradizioni iniziali furono ben tosto esasperate dalla sua educazione intellettuale. Amato in un modo esclusivo dai suoi, e specialmente dalla madre, che aveva come la divinazione della sua irrequieta debolezza, non fu neppure discussa l'idea di metterlo in collegio, e i riguardi dovuti alla sua salute, malferma e cagionevole fino alla adolescenza, contribuirono ad accrescere e forse ad esagerare la naturale indulgenza dei genitori. Poi sopravvenne la malattia della signora Raeli, lunga, penosa, per la quale tutta la famiglia dovè peregrinare in cerca di cieli miti e di acque salutari, che non giovarono a nulla; poi i lunghi giorni passati nello stupore e nel cordoglio, con l'imagine della morta vagante per la casa silenziosa; poi ancora il colpo di fulmine che portò via il padre; talchè, nell'età in cui egli entrava, solo, nella vita, Ermanno Raeli aveva appena una superficiale ed imparaticcia cultura. Ma a quelle stesse circostanze che avevano impedito alla sua mente di agguerrirsi alla disciplina di studii seri, egli doveva una grande esperienza sentimentale. A ciascun lutto che gli aveva allagata l'anima di nerezza, egli s'era ripiegato su sè stesso, aveva misurata la vanità degli affidamenti umani, apprezzata tutta la dolorosa precarietà dell'esistenza ed angosciosamente domandata una soluzione all'enimma della Vita. Così, quando s'accorse della propria ignoranza e si diede febbrilmente a ripararvi, intraprese ogni genere di studii, ma abbracciò di preferenza quelli dai quali si riprometteva una risposta ai quesiti che gli stavano a cuore.

Nella biblioteca che egli veniva formando, le opere filosofiche tennero ben presto il primo posto. Per sua stessa confessione, nessun romanzo gli aveva destato tanto interesse, nessun libro era stato da lui letto con tanta ansiosa avidità, come l'Etica, laFenomenologia dello spirito, laCritica della ragione pura, ilMondo come rappresentazione e come volontào laFilosofia dell'Incosciente. Al pari del Taine, egli avrebbe potuto dire: «Ho letto Hegel, tutti i giorni, durante un anno intero, in provincia; è probabile che non riceverò mai più delle impressioni eguali a quelle che egli mi ha procurate.»

Era stata un'esaltazione senza misura; egli aveva dimenticato il mondo circostante e sè stesso, per immedesimarsi, per confondersi nello spirito dei suoi autori, affascinato dalla grandiosità degli orizzonti che essi gli avevano schiusi. A quella luce di spirito, egli si vide rivelato ai proprii occhi; le tendenze alla contemplazione, all'astrazione, che gli venivano dall'indole materna, presero uno straordinario sviluppo, e la sua vocazione parve fermamente stabilita: egli avrebbe dedicate tutte le forze del suo ingegno allo studio della natura umana e dei fini dell'universo. Una grande disillusione lo aspettava…

Il pensiero è come quei farmaci potenti, modificatori salutari ma terribili veleni ad un tempo, che solo una lenta e graduale assuefazione è capace di rendere tollerabili. Se l'erpetico che si sottopone alla cura arsenicale assorbisse per la prima volta la dose a cui arriva in capo a qualche mese di progressivo accrescimento, gli effetti più disastrosi sarebbero a temersi. Qualche cosa di simile avvenne in Ermanno Raeli, a quell'improvvisa iniziazione filosofica. I metodi scolastici, contro i quali si rivolgono critiche frequenti ed acerbe, hanno questo di buono, che preparano e disciplinano. Un'accorta ginnastica intellettuale permette di arrivare, senza sensibile sforzo, alle concezioni più ardue; i principii imbevuti, si può dire, col latte non si abiurano mai completamente e permettono di superare la crise di scetticismo che presto o tardi scoppia nelle giovani coscienze. In Ermanno, la mancanza d'un'adeguata e razionale preparazione; l'aver cominciato a studiar tardi, da solo e tutto in una volta, con l'aggravante di una naturale tendenza ad esaurire ogni ordine di idee, a spingere fino agli ultimi limiti l'analisi, produssero una vera ubbriacatura, uno stordimento morboso, ed una conseguente incapacità ad arrestarsi ad una conclusione concreta… L'opera degli umili maestri non è così appariscente come quella degli oracoli dello spirito, il cui verbo essi spiegano e commentano; ma è forse più utile; poichè, in mezzo al laberinto dei sistemi contradittorii essi offrono una guida ed un appoggio. Imbevuto tutt'ad un tratto di questi sistemi; ammettendo, a volta a volta, la legittimità di ciascuno; confuso ed impotente però dinanzi al dissidio scoppiante fra l'uno e l'altro, Ermanno, che aveva cominciato con l'ansietà, finì con la saturazione e con il disgusto. Egli aveva avuta l'ambizione di trovare una personale soluzione al problema dell'esistenza; ma, a misura che approfondiva le proprie indagini, a misura che accumulava i materiali coi quali costruire, egli si accorgeva della loro irriducibile eterogeneità. Dapertutto vedeva contrasti ed antinomie; a ben guardarci, non si scopriva forse che tutto aveva un lato di vero, ma che tutto aveva ancora un lato di falso? A che cosa credere allora?… A tutto ed a niente… In questa conclusione d'un pirronismo progredito e sapiente, pessimistica malgrado l'apparente facilità di contentatura che essa suppone, egli si era finalmente ridotto. L'incapacità di rispondere ai problemi che egli s'era proposto: ecco l'unica risposta che era riuscito a trovare…

Fu verso quel tempo che io lo conobbi. Scrivevo allora, qualche volta, in una rassegna letteraria messa su da giovani con grandi speranze e poi miseramente scomparsa. Un giorno mi capitò fra mano un saggio, senza nome di autore, intitolatoFilosofia del subbiettivo. Lo sfogliai, non lo nascondo, con un sentimento ostile; ma dovetti tosto ricredermi. Le idee non erano molto connesse, la forma riusciva penosa a furia di tormentature e di contorsioni, la lingua era zeppa di neologismi e di frasi tolte di peso dal tedesco; ma dietro tutto ciò si sentiva il pensiero e l'erudizione. In breve, l'idea dell'autore era questa: l'unico campo del nostro studio, l'unico oggetto che noi abbiamo a nostra portata, siamo noi stessi; il mondo non è che un miraggio della nostra coscienza: non corriamo dunque dietro all'illusione, afferriamoci alla realtà, penetriamo nei recessi più intimi dell'ioe seguiamovi l'elaborazione di tutti i concetti a cui, prestando dapprima una autonomia puramente formale, crediamo più tardi come a realità esteriori e indipendenti.

Scrissi un articolo su quel saggio, non discutendo le idee dell'autore, ma riesponendole in poche parole e dimostrando tutta la simpatia che quello spirito così serio m'aveva destata. Qualche giorno dopo, ricevetti la visita di Ermanno Raeli. Me ne ricordo come se fosse ieri. Mi trovavo all'ufficio della rassegna, in un chiaro pomeriggio di settembre, e quando Ermanno comparve sull'uscio dove si proiettava la luce irrompente dall'aperta finestra, non vidi che i suoi occhi, quegli occhi intensamente turchini, un vero spiraglio di cielo purissimo. Egli veniva a ringraziarmi dell'attenzione accordata al suo opuscolo e della simpatia colla quale avevo penetrato i suoi intendimenti, mentre sarebbe stato molto più facile—soggiunse—e molto più tentatore il combatterli.

Un'istintiva affinità, uno di quegl'impulsi di cui non riesciamo a darci ragione, ma a cui non possiamo sottrarci, mi portava verso di lui. Gli ripetei quanto pensavo del suo lavoro, e a poco a poco la conversazione si annodò. La sua voce era un po' monotona, l'accento quasi cupo, ma in fondo a quell'apparente freddezza s'indovinava una grande sincerità, una confidenza assoluta. Uscimmo insieme e non ricordo più quali vie tenemmo. La folla era scomparsa ai nostri occhi, ingolfati come eravamo in piena metafisica, lontani da ogni realtà che non fosse ideale, felici di comprenderci interamente ed ansiosi di leggere sempre più addentro in noi stessi.

Come il sole declinava, ci trovammo al Giardino Inglese, a quell'ora quasi deserto. Sedemmo sopra un banco assaporando la dolcezza del riposo, dell'ombra, del silenzio, in quel luogo… Poi si riprese a discorrere, ma a salti, con delle pause in cui ciascuno seguiva per suo conto un filo di idee svolgentesi da una parola buttata lì, spesso a caso. Gli parlai di letteratura e gli chiesi se non avesse nulla composto. Mi risposo di no. Non stimava degna d'aspirazione che la poesia, «la grande arte,» ma lo spirito di critica gli dimostrava ch'essa era morta, o per lo meno spostata; gl'impediva di tentare di conseguirla. Ciò nondimeno, ammirava i poeti francesi contemporanei, nei quali trovava una squisita finitezza di forma e un'assoluta modernità di contenuto. Preferiva a tutti il Baudelaire, del quale sapeva a memoria moltissimi componimenti, e con voce leggermente tremante e curiosamente cadenzata, recitò leArmonie della Sera:

Voici venir les temps où vibrant sur sa tigeChaque fleur s'évapore ainsi qu'un encensoir…

Quel richiamo alla primavera mentre la brezza vespertina faceva rabbrividire il fogliame dei platani che incominciava ad incresparsi d'oro, quella precoce tristezza d'accento in un giovane che s'affacciava appena alla vita, formavano dei contrasti così intimi e dolorosi che io sentii, mio malgrado, stringermi il cuore. «Ci rivedremo?» gli chiesi, quando fummo per separarci. «Al mio ritorno,» rispose; «parto domani per Napoli.»

Qualche tempo dopo egli mi confessò che quella partenza era stata un pretesto per evitarmi. L'impressione lasciatagli da quella comunione spirituale era stata così forte, il piacere risentito così raro e delicato, che egli aveva avuto paura di sciuparne il ricordo nella indifferenza o nell'impaccio di un nuovo incontro. Se per un raffinato istinto di civetteria egli avesse voluto rafforzare la seduzione esercitata sul mio spirito, nessun artifizio gli sarebbe meglio riuscito. Pensai a lui, continuamente; ricordando certi segni caratteristici, ero sicuro di essermi imbattuto in un tipo eccezionale, la cui eccezionalità consisteva nello incontro molto raro di certe tendenze isolatamente frequenti—per ciò stesso interessante a studiare. Fu quindi con raddoppiata simpatia che io lo rividi e che potei controllare l'esattezza delle mie induzioni. A poco a poco, riuscii a conquistare la sua intimità, a leggere in quell'anima ed a comprendere il suo modo d'essere e di sentire.

Ciò che egli aveva detto, sulle intenzioni poetiche di cui si sentiva pieno e sulla inattitudine all'esecuzione, aveva particolarmente attirata la mia attenzione; quando lo ebbi conosciuto, potei studiare a fondo quel caso curioso d'impotenza artistica. La visione era in lui di una potenza straordinaria, l'emozione che ne risentiva finiva per essere puerile a furia d'intensità; soltanto, quando tentava di rivestir d'una forma il suo concetto, egli sentiva talmente l'inevitabile disproporzione, da provarne una vera vergogna. Tutti gli artisti, i più forti, i più felici, conoscono questo pentimento di sfiducia dinanzi all'inconseguibile perfezione dell'ideale presente alla fantasia; avrebbe quindi potuto darsi che lo scontento di Ermanno dipendesse da una eccessiva scrupolosità di coscienza. Ma per grande che fosse la mia disposizione ad incoraggiarlo, fui costretto a riconoscere ch'egli aveva ragione di dubitare di sè.

Ricordo uno dei suoi poemetti più accarezzati:Le Tenebre. Esso era d'un'ispirazione molto fuor del comune. Al cadere d'un giorno, l'orizzonte appariva tutto sanguinoso, come se il sole fosse per morire svenato. Il mare era una pozza grumosa ed una pioggia di stille rossiccie fendeva il cielo silenziosamente. Poi la notte cadeva sulla faccia dell'abisso: una notte cieca, così profonda che l'orrore si impadroniva degli uomini e li cacciava, a turbe, sulle alture, dove aspettavano il primo raggio del nuovo giorno. Ma il tempo prefisso passava, e, in alto, in basso, da per tutto la spaventevole oscurità continuava a regnare. Gli uomini tentavano di vincerla, intorno alle loro dimore, con tutti i loro poveri mezzi; ma, questi non avevano più efficacia, le fiamme non irraggiavano più, erano delle macchie rossastre sul nero universale. Allora, quella disperata umanità formicolante nella notte senza fine, si rivelava quella che era originalmente: un branco animalesco cui l'istinto solo era norma; tutte le ipocrisie, tutte le menzogne cadevano; gli esseri si combattevano, si dilaniavano, si uccidevano: per ogni dove la forza bruta, la fame sorda, la rapina selvaggia…. E come, dopo un tempo immemorabile, un primo fioco barlume spuntava all'Oriente, tutti quegli esseri si buttavano a faccia a terra, e con le cresciute unghie si mettevano a scavare disperatamente, per nascondersi, per fuggire l'orribile luce… Questa visione apocalittica che dava i brividi a Ermanno, diventava, nelle sue terzine italiane, troppo scialba, troppo fredda, troppo paziente. Più egli vi lavorava, più il fantasma gli sfuggiva. Così, un altro componimento, molto più breve,La scatola di Norimberga, gli era stato suggerito dalla vista delle campagne etnee durante un'eruzione. Era un fanciullo che, cavando dalla sua scatola degli alberelli, delle casuccie verdi, delle siepi di cartone, una montagna di sughero, componeva un paesaggio accidentato, con dei piani, delle valli, dei paesetti. Poi, quando quella sua graziosissima natura era composta, vi nascondeva, qua e là, delle bricciche di pane, e la popolava di formiche che salivano e scendevano faticosamente in traccia del raro alimento. Poi, accendeva uno zolfanello e appiccava il fuoco a un lembo della carta; e il fuoco serpeggiava incenerendo gli alberi, investendo le case, mettendo lo scompiglio nel popolo dello formiche come impazzate. Poi finalmente dava un calcio al tavolo su cui il suo giuoco era disposto e mandava tutto per aria. Vi erano delle reminiscenze heiniane, un tentativo di umorismo in questi versi tedeschi; essi irritavano l'autore per la loro povertà. Egli avrebbe voluto fare dei capolavori; ma se anche ne avesse fatti, li avrebbe dichiarati delle miserie.

Dietro un olivo Venere la biondaSul berillo del ciel languida splende,Piove dall'alto una pace profonda,Il carbonar la sua catasta incende.

Piove dall'alto una pace profonda,Un vel trapunto sul cielo si stende;Della cicala tra l'oscura frondaSolo il verso monotono s'intende.

Tra un nugolo di polvere la greggiaSi riduce all'ovile, i mandrianiScagliano sassi a un branco che indietreggia;

Scodinzolando vigilano i caniE nel clamore dei belati echeggiaCome un accento di lamenti umani.

Qualche volta, come in questaSera, egli raggiungeva una certa efficacia di forma; ma era un disgusto che lo prendeva per il meschino risultato di tanta energia, di tanta commozione interiore…

Heine, gioconda larva innanzi a un teschio ròso,Leopardi, eco triste, gemito lungo e stanco,Baudelaire, erta sfinge con le catene al fianco,Shelley, lampeggiamento sopra un mar tempestoso;

Quando, oppressa dal peso di mille ambascie, langueL'anima e vi domanda un istante di pace,È la vostra parola come morsa tenaceChe soffoca, che stringe fino al gocciar del sangue.

Quando mille punture sottili, dispietate,Fan l'anima bersaglio, invece d'un usbergoSon lancie i vostri detti, che dinanzi, da tergo,Si conficcano ovunque, fitte ed avvelenate.

Quando l'esulcerata anima vi domandaUna stilla soltanto d'un balsamo leniente,Son le vostre parole pioggia d'olio bollenteChe stride, ed esacerba la piaga miseranda.

Sa tutto questo l'animo. Anch'esso il naufragatoEsperta ha l'amarezza delle azzurre distese,Pure alla colma mano reca le labbra accese.Così bevo io l'onda del canto disperato.

I soggetti dei versi di Ermanno Raeli, raccolti sotto il titolo generale diFlemme e Fiamme, erano molti e svariati; ma, cosa naturalmente notevole in un giovane, la passione ne era esclusa. E malgrado la nostra cresciuta amicizia, egli non mi aveva fatta nessuna confessione sentimentale. Questo avrebbe potuto spiegarsi col fatto che, nella sua vita ancor breve e semplicemente trascorsa, egli non aveva provato nulla che valesse la pena di essermi confessato—ma Ermanno evitava manifestamente ogni discorso che avesse rapporto a quel tema dell'amore anche in un modo generale ed astratto. Io rispettavo la sua riserva, ma non sapevo rendermene ragione. Quando, sulle prime, non ancora fatto accorto della sua ripugnanza, sceglievo quell'argomento, egli lasciava cadere la conversazione, divagava, mi sfuggiva; però, dietro quell'apparente indifferenza, io credevo sentire ch'egli avesse qualche cosa da dire. Che cosa?… Cercai per molto tempo, inutilmente, di appurarlo. In nessuna occasione riuscii; nè nella discussione delle opere dell'arte, che sono così sovente l'apoteosi dell'amore; nè negli incontri, in società, delle persone i cui romanzi erano sulle bocche di tutti. Compresi più tardi che una invincibile ritrosia, e come un vero ed istintivo pudore impediva ad Ermanno perfino di parlare delle cose del sesso. Tutta la sua vita era improntata d'un carattere di austerità: non sorpresi mai sulla sua bocca una parola cruda, non vidi mai nella sua libreria un libro frivolo; non lo trovai mai a teatro, al melodramma o alla commedia, dove la rappresentazione del sentimento è così immediata da acquistare tutta l'illusione della realtà.

Da che altro rifuggiva egli per indole se non dalla Realtà?…

Io ebbi la chiave dell'enimma e gli ultimi veli che mi nascondevano l'anima di Ermanno si sollevarono a poco a poco, quando il mio giovane amico, sul finire dell'inverno del 188* intraprese un lungo viaggio attraverso l'Europa. Padrone assoluto di sè, bramoso di veder nuovi paesi e nuove genti, egli si era lungamente negato il conseguimento del suo desiderio, ponendovi come patto l'acquisto di una soda cultura. Spesso, dopo lunghe giornate di indefesso lavoro nel suo piccolo studio dalle pareti nascoste dietro gli scaffali, al grande tavolo su cui stavano accatastati, a portata di mano, ogni sorta di dizionarii, egli usciva in fretta e correva al porto, lasciando rinfrescar la sua fronte infiammata dalla cogitazione, bevendo a larghe boccate i balsamici effluvii del mare. Là, oltre quella distesa monotona, erano i paesi vagheggiati, le grandi capitali della civiltà, i centri donde parte e dove affluisce il pensiero dei popoli. Nessuno al mondo avrebbe potuto impedirgli di salire a bordo del primo vapore in partenza e di compiere la sua aspirazione; ma egli giudicava che non era ancor tempo; e tanto indugiò, e mise tanta coscienza nell'arricchire la mente di cognizioni prima di girare pel mondo, che l'ansia dei primi anni sbollì e le impressioni ripercosse in quel cervello troppo affaticato non ebbero nulla dell'aspettata vivacità. Il suo viaggio fu una serie di disillusioni; gli stilò dinanzi una processione di belle vedute: piazze, corsi, monumenti, giardini, che egli guardava come dietro a un vetro di cosmorama; le imagini si sovrapposero alle imagini, si confusero, finirono per stancarlo. Egli dovette mescolarsi alla folla che aborriva; la sua personalità si smarrì, si annullò quasi nella varia vastità degli ambienti, e il viaggiatore disingannato finì per rimpiangere le ore di silenziosa meditazione della sua vita di Palermo.

Da questo stato d'indifferenza un po' stanca egli uscì una volta, a San Remo, dinanzi al sepolcro della madre; ma, compiuto quel pietoso pellegrinaggio, egli proseguì la sua via, senza desiderii, vagabondando, arrestandosi una settimana in un luogo ignorato, torcendo cammino secondo la disposizione dello spirito, la fisonomia dei luoghi o il colore del cielo. Verso i primi d'aprile era a Parigi. M'avvertì del suo arrivo mandandomi un giornale; poi nulla più, per quindici giorni. La prima lettera che ricevetti era datata in questo modo:Dalla Tebaide, 16 aprile…. «Che cosa supponi tu,» mi scriveva, «che io sia venuto a fare qui? Passo il mio tempo nei Musei, più spesso nelle Biblioteche. Sono stato dai principali librai ed ho la stanza ingombra di novità. Ieri fui al Collegio di Francia, al corso del Renan. Già lo avevo visto, ti ricordi, al tempo del Congresso degli Scienziati; egli non è apprezzabilmente mutato. Lo sentissi! Un buon piccolo parroco di villaggio che espone la dottrina ai villici; nessuna oratoria maestà, un'ariabonhomme, delle comuni e spesso familiari espressioni. Una inglese, grassa, bionda, cogli occhiali, certo unaauthoress, si guardava intorno, scandalizzata, malgrado la sua nordica flemma. Ma che disinvoltura! Sempre la stessa aria di un giocoliere che trasformi una palla in un fazzoletto, il fazzoletto in un soldo, il soldo in una chiave e che all'ultimo faccia tutto sparire. Leggi questo piccolo periodo colto a volo; si tratta della data delLevitico. «Ah! je fais bien mes compliments à ceux qui sont sûrs de ces choses-là! Le mieux est de rien affirmer, ou bien de changer d'avis de temps en temps. Comme ça, on a des chances d'avoir été ou moins une fois dans le vrai!…» Non è tutto l'uomo in questo giudizio?…»

Da quel tempo le lettere seguirono alle lettere, tutte datate ad un modo:Dalla Tebaide!… Dalla Tebaide! Ma lì, malgrado la sua indifferenza, egli aveva pur dovuto esser fatto segno di tentazioni d'ogni sorta! Come sarebbe uscito dalla lotta?… Inaspettatamente, la domanda che io mi rivolgevo ebbe una risposta. «Iersera,» diceva Ermanno in una sua lunga lettera, «il vago spirito di tentazione che qui serpeggia per ogni parte, ha preso una forma. La lotta non è stata lunga, nè la vittoria contrastata. Io ho evitata la Bestia; conosco quello che essa può darmi…» E da quel momento, ora a mezze frasi e ad allusioni, ora in lunghi passaggi di autobiografia, egli mi venne rivelando il secreto fino a quel momento così bene nascosto. «Hai tu notato,» mi scriveva, «la cura da me posta nell'evitare ogni occasione di rivelarti la mia concezione dell'amore? Egli è che le circostanze in cui io la costrussi non sono molto allegre. Da tutto il fondo del mio essere sale un tale disgusto al ricordarle, ed un ribrezzo così freddo mi passa per il corpo, che tu avresti rinunciato a sodisfare la tua curiosità per risparmiarmi una tanto penosa sensazione. Ma un giorno o l'altro non ti debbo io una confessione completa?

«…Dopo tutto, io ho forse torto di pensare che il mio caso sia estremamente raro e meritevole di storia. Io avrò conosciuto pochi uomini, ma una naturale attitudine all'osservare, a notare i minuti fatti, i fuggevoli segni, gl'indizii incerti a cui ordinariamente non si guarda su, ha slargato il campo della mia esperienza. M'inganno dunque se io dico che la gran parte di noi ha subita la mortale profanazione dei sogni più intimamente accarezzati? Sai tu dirmi in quali condizioni di raccapriciante cinismo ci è rivelato il mistero nascosto in fondo a quello che si è convenuto di chiamare l'amore?…»

«…Qui, ichroniqueurs, a proposito dell'ultimo romanzo di Zola, rimettono sul tappeto il vecchio tema del naturalismo. Alcuni gridano allo scandalo, hanno l'aria di chiedere al procuratore della Repubblica di sequestrare il volume e di processare l'autore. Io vorrei soltanto sapere se tutta questa gente è sincera; che cosa va a fare quando, dopo aver fulminato in nome della morale offesa, depone la penna ed esce sulboulevard?… Io non difendo il naturalismo; non mi occupo di sapere se dei limiti, e quali, debbano imporsi all'artistica rappresentazione del vero. Non mi preme tanto del fatto letterario, se non come segno dello stato psicologico di cui è una produzione. E quale è questo stato? Una violenta, e quando ancora si voglia brutale reazione contro le convenzionali menzogne, le raffinate ipocrisie di cui ogni giorno siamo testimoni. Coi piedi striscianti nel fango, con lo sguardo nell'infinito dei cieli, l'uomo s'aggira dentro una primordiale contradizione, e per una fatale vicenda, il magnificamento del basso provoca il magnificamento dell'alto, e viceversa. Gli esaltati, ebri, sognanti romantici hanno per mezzo secolo celebrata l'apoteosi dell'anima umana, gonfii di sublimi speranze, di indefinite aspettazioni. Essi hanno costrutto un ideale tipo di uomini nobili, magnanimi, eroici; hanno vista la vita dal lato più seducente. Ma la medaglia ha il suo rovescio, e troppo a lungo fu ripetuta la parte dell'angelo per non accorgersi che le ali erano di cera dorata. Più d'un Icaro, affidatosi ad esse per spiccare i suoi voli, sentì che si struggevano al sole e precipitò miseramente. Ancora contasi dalla caduta, non vuoi tu che rovesciassero la loro collera sugli autori dell'inganno e, perchè altri non ne fosse più vittima, che gridassero loro: Bugiardi?… Eccoli chinarsi nel fango, raccattare tutte le miserie, sfoggiare tutti i cenci, denudare tutte le piaghe, e con una brutalità di accento per entro alla quale echeggia una profonda amarezza, esclamare: «Questo è il Nume, adorate!…»

«Ciascuno di noi presume di conoscere sè stesso; ma non sorgono talvolta, dall'inesplorato fondo dell'io, delle tendenze, degl'impeti, dei desiderii, delle imagini, delle idee che ci stupiscono per la loro eterogeneità, come se non potessero appartenere alla coscienza che noi siamo avvezzi a scrutare? Tu mi dirai che io piglio le mosse un po' da lontano per dirti che questo pomeriggio sono stato di una tristezza nera, soffocante, e che avrei voluto essere molte migliaia di miglia lontano da qui. La ragione? Nessuna, o molte. Non avevo detto una parola da parecchi giorni; io parlo un rotto francese e non amo di stringere nuove e temporanee conoscenze. L'atmosfera era dolce, il cielo radioso, il bosco straordinariamente popolato da una folla elegante, gioconda. Avevo soltanto letto poco prima i giornali, e tutte le cronache narravano la semplice e tragica storia del suicidio d'un giovane, quasi un ragazzo, ripescato nella Senna ed esposto alla Morgue. L'imagine del morto, che io non avevo visto, mi perseguitava, e dinanzi alla clemenza del cielo, alla pienezza della vita, io pensavo ostinatamente al dramma scoppiato in quel cuore, alla lotta ignorata, all'oscura sconfitta sull'alto del ponte, in fondo all'onda travolgente….. Poi, quando quell'ossessione cessò, in mezzo all'ultima animazione della folla che si disponeva a lasciar la passeggiata, mi sentii come travolgere anch'io sotto un'ondata fredda ed opaca. In quel momento compresi che non mi sarebbe molto costato il fare come quel povero ragazzo.

«…Assolutamente, le mie lettere non sono punto gaie; ma egli è che questo viaggio è stato finora una completa disillusione. Io temo d'essere incapace a provare ancora un'emozione un po' viva. Per fortuna tu mi conosci e non crederai che io inclini verso quella cosa detestabile che qui chiamanopose. Se c'è niente che abbia virtù di farmi sorridere, questo è ilpathosromantico; e del resto, oggi, esso sarebbe anche un poco fuori di moda. Non è più il tempo in cui Alfredo de Musset, visitando un podere di Ulrico Guttinguer, esclamava, come segno d'una eccelsa ammirazione: «Ah! quel bon endroit pour se tuer!…» Oggi la vita, anche pei poeti, va presa in un altro senso; ed è forse appunto perchè io non ho uno scopo pratico e immediato da proseguire, un obbiettivo verso il quale concentrare tutte le mie attività, che sono in preda a questo malessere. Ma, senza posa e con l'accento della più grande sincerità, io vedo il mio avvenire infinitamente triste. Nella vita del pensiero, ho provate le prime vertigini della follia, in cospetto del nero senza fine del destino e della fondamentale impotenza umana; nella vita pratica nulla mi arresta, e la vita del sentimento mi è interdetta: troppo brutale, troppo violenta è stata la disillusione sofferta; troppo angosciosa è stata l'esperienza della vergogna, della nausea che precedono e seguono lo spasimo di un istante; troppo amaro mi è rimasto sulle labbra il sapore dei baci comprati, troppo spaventevole è stata la visione delle torture a cui sono condannate le tragiche vittime della nostra superba civiltà sociale, troppo acuto mi ha perseguitato il rimorso della contaminazione subita—e commessa—poichè la miseria è egualmente profonda da una parte e dall'altra nelle coppie accanite sopra i letti rischiosi…

«…Qui non si parla ora che del nuovo dramma di Alessandro Dumas. Io ti dirò una cosa che forse non crederai: non ho letta la suaDame aux Camélias. Dirò meglio: non l'ho finita di leggere. Questa cosa rimonta—vediamo—ad otto anni fa. Già la prima malinconia del volgersi indietro e di misurare il tempo trascorso scende più spesso sopra di noi… Io ero nel periodo lirico della vita: breve quanto tu vuoi, l'ho attraversato ancor io. Fu una delle poche volte che andai a teatro, una sera che si rappresentava laSignora dalle Camelie. Non ricordo più come si chiamassero gli attori; certo non dovevano avere una grande reputazione, perchè non li ho più intesi nominare; ma fosse il loro ingegno mal conosciuto, od una speciale sovraeccitazione, o non so che cosa altro, tutto il pubblico fu trascinato all'entusiasmo da una rappresentazione così appassionata, così umanamente vera, da dare l'illusione della vita. Io uscii dal teatro ebro, alla lettera. I personaggi mi stavano ancora dinanzi: io li vedevo, io li udivo; Margherita meglio di ogni altro, immortalmente adorabile. Io non pensavo all'attrice, non davo un corpo alla spirituale Figura; ma io l'amavo, intensamente,sentivodi non poter amar altro che lei… Il giorno dopo comprai il romanzo, e andai a cominciarne la lettura, subito, al Giardino Inglese, sotto l'ombra che tu conosci, nel silenzio. La mia mano tremava nel voltare le pagine; ed a misura che avanzavo, il mio cuore batteva più forte, e la Figura mi sorrideva, più adorabile; e come un timore di profanare il mio sentimento, di togliere alla Figura la sua divina idealità cominciò a nascere in me; e il terrore del poi, della vaga angoscia all'approssimarsi della fine, e dello sbalordimento dopo voltata l'ultima pagina, sorse e si fece così gigante, che io chiusi il libro a un tratto, andai a riporlo a casa, e non l'ho più riaperto. A Palermo, io l'ho quasi a portata di mano; nelle mie ricerche in libreria, gli occhi mi corrono sempre a quel volume; ma non vi ho letto nè vi leggerò più…

«…La tentazione mi circonda, mi assedia da ogni parte, sotto tutte le forme. Talvolta temo di non poter durare a resisterle. Penso alla voluttà del rilassamento dei miei nervi troppo tesi, della frescura di una mano passante sulla mia fronte, della morbidezza che le mie braccia stringerebbero… A che cosa mi avrà servito questa mia virtù? Ed è virtù quello che cento persone su cento, a occhi chiusi, deriderebbero? Perchè ostinarmi a non fare ciò che fanno tutti gli altri, semplicemente?…

«… Più mi guardo attorno, più mi rendo padrone del meccanismo sociale, e più il problema dell'amore m'appare complesso e formidabile. Non passa giorno che qui non scoppii, come un tumore, uno scandalo; che delle piaghe non si mettano a nudo, che delle vittime non siano immolate. Passa la folla, elegante, allegra, felice: e il dramma o la tragedia covano nel profondo dei cuori. Ah! il problema è grave, e tutto, nella vita, dipende dalla soluzione che gli si dà: la pace, l'onore, la salute del corpo e dello spirito… Il grande commediografo ha ben ragione di studiarne, nelle sue geniali creazioni, tutti gli aspetti, ed io non vedo perchè sorridere di un'arte che prosegua degli alti e nobili fini. Ma, disgraziatamente, le sue soluzioni, come le nostre, come quelle di tutti, non sono esenti da lamentabili effetti. Il danno è ovunque!… Quelli che più mi rattristano, sono gli adolescenti dalle gentili e quasi muliebri figure. Io non conosco nulla di più angoscioso del contrasto fra la purissima idealità a cui si dedicano tutte le forze dell'anima, e la vergogna in cui si precipita e il brago in cui si affonda. A che cosa valgono dunque i propositi più nobili, le aspirazioni più alte, gli slanci più generosi, se un fiato pestilenziale ammorberà l'anima e ne soffocherà il verginale profumo?… Quando io discendo ad esplorare questi dolorosi secreti, quando io rimescolo il fondo disgustoso del ricordo, quando lo spettro orribile della profanazione mi si presenta dinanzi come il giorno che mi afferrò con le sue viscide mani; allora s'agguerrisce il mio spirito ed oppone più salde barriere alle traditrici lusinghe. Io proseguo intanto fra le rinunzie il mio vago pellegrinaggio perchè, se un premio pur anche l'avvenire mi riserva, lavato, purificato, io possa riesserne degno…»

Fu il contrario che avvenne.

Ermanno Raeli aveva lasciato Parigi e si era recato in Germania. Gli premeva di vivere per qualche tempo in mezzo ad un popolo col quale si sentiva legato per origine e per educazione, di sentir parlare la lingua di sua madre, di attingere direttamente alle sorgenti di quella filosofia di cui il suo spirito si era nutrito. Aveva già compilato un programma di studii e di ricerche, si faceva anticipatamente una festa di innalzarsi alle più ardue cime della meditazione, di vivere ancora più esclusivamente nel mondo delle idee, quando questa realtà lo avvinse con le sue più salde catene.

Fu a Vienna, uno di quei giorni «che il fondo inesplorato della coscienza ribolle sordamente, e come la terra freme per tutti i germi che vi stanno sepolti e tendono all'aria ed alla luce, così un oscuro lavorìo di crescenza si compie nel nostro essere.» Al concerto di Strauss, mentre il suo cuore si gonfiava «di rancori, di rimpianti, di aspirazioni indefiniti al ritmo incalzante d'un walzer che pareva un inno di tripudio universale,» egli incontrò colei che chiamò col simbolico nome di Sfinge… Ahimè, quanto poco enimmatica era la creatura nella quale egli s'era imbattuto, e come bisognava essere inesperti della vita per trovare un sapor di mistero là dove non era che una troppo ovvia verità!..

I giovani avvezzi a pensare con la propria testa ed a foggiarsi delle idee sopra ogni cosa prima ancora di conoscere nulla, sanno quel particolar genere di smarrimento che si prova dinanzi ai fatti in aperto contrasto con le persuasioni stimate più salde. Uno smarrimento di questo genere, ma intenso fino all'angoscia, fu quello provato da Ermanno dinanzi a quella donna che prima gli sorrise.

Le sue scettiche disposizioni dell'animo erano effetto di teorie, di concetti nominali, piuttosto che dell'esperienza; egli credeva morto il suo cuore, quand'esso invece non aveva ancora palpitato. L'iniziamento alle relazioni dei sessi nelle condizioni di disgusto in cui era avvenuto, gli aveva procurato una grande sfiducia; ma era stato il bisogno di una mancata correzione sentimentale che glie ne aveva fatto esagerare le proporzioni. Il giorno che egli fu messo in presenza di una seduzione come quella della signora Woiwosky, il suo sconforto si disperse. Non che egli non avesse resistito; ma la sua resistenza era dipesa soltanto dalla propria naturale irresolutezza, dalla tendenza a troppo considerare, dal contrasto perenne tra il pensiero e l'azione.

Il primo, l'istintivo sentimento che la donna gl'incuteva era una specie di vaga paura: egli si sentiva dinanzi ad un essere diverso, sconosciuto e per ciò stesso formidabile. L'apprensione era così forte, che egli non osava fissarne l'oggetto; ma a questo contribuiva ancora il suo particolare bisogno di rifugio nella contemplazione ideale. Egli non guardava le donne accanto alle quali si trovava talvolta; ne riceveva un'impressione d'assieme che elaborava nel profondo della mente, spendendovi intorno tutte le ricchezze dell'imaginazione. L'impressione del reale era per lui un punto d'appoggio per dar la scalata ai fantastici mondi; quando ne ridiscendeva, si sentiva oppresso come fuori dell'atmosfera necessaria al mantenimento della vita. Tutte le donne erano per questo belle in qualche modo ai suoi occhi, poichè tutte gli davano la spinta ad una raffigurazione perfetta; tutte erano indegne perchè nessuna poteva rispondere completamente alla perfezione intravista. Quando incontrò la Woiwosky, si produsse il consueto fenomeno. Egli non osò guardarla, apprese del suo fascino appena quel tanto bastevole ad una idealizzazione suprema, si saturò di seduzionepensata; ma quando l'operazione inversa stava per prodursi, qualcosa di nuovo sopravvenne a produrre un risultato diverso.

Fra quei due, le parti si erano presto completamente invertite: la donna aveva anticipato il compimento dell'aspirazione che, timido, ombroso, indeciso, Ermanno non confessava nettamente neanche a sè stesso. Egli aveva come la sorda coscienza dei pericoli a cui andava incontro, della menomazione che avrebbe subita scendendo delle vette di quella sua solitudine. Ma la seduzione era irresistibile; il bisogno d'affetto, la sete dell'amore si erano in lui subitamente sviluppati e fatti impellenti; e ad un tratto egli si era abbandonato a quella dolcezza nuova, rifacendosi delle sue titubanze e delle sue esitazioni con quell'impeto che era da prevedersi.

Quando si ricordano i pensieri, i sentimenti, i concetti che si avevano un tempo e si paragonano ai nuovi che la diversa realtà conseguita suggerisce, par d'essere un tutt'altro individuo, tanto il passato è inconciliabile col presente. La rivoluzione operatasi nella sua esistenza aveva dato ad Ermanno Raeli questo sentimento, in fondo attristante, anche quando la mutazione avviene o si crede che avvenga in meglio. Dove egli aveva visto tutto nero, la luce più gioconda irraggiava; dove egli aveva di tutto disperato, la speranza, qualche cosa di più, la realità, gli sorrideva. Aveva creduto che i suoi giorni sarebbero scorsi fra gli studii più severi e difficili, e il mondo lo travolgeva nel turbine delle sue più potenti distrazioni. Aveva negato l'amore… e vi credeva? Oh, se credeva alle estasi divine del sentimento! Non viveva che di queste…

Il pericolo di simili reazioni interiori è che esse si compiono proporzionalmente all'azione iniziale, talchè ad un eccesso risponde un eccesso, senza che sia mai possibile una graduazione conveniente. Se Ermanno Raeli non fosse stato così profondamente scettico, non sarebbe divenuto così ciecamente fiducioso; se si fosse fatto un più equo giudizio delle cose e della vita, non avrebbe offerto il tesoro della sua verginità sentimentale alla prima donna incontrata per via.

La signora Woiwosky ne era degna? Ogni donna che accorda liberamente sè stessa all'amore d'un uomo è degna di quest'amore; la quistione che rimane aperta è di sapere che cosa l'uomo s'aspetta da lei. Non più giovanissima, vissuta in un ambiente dove i freni morali sono molto rallentati, avendo avuta per unica legge il suo proprio piacere, la signora Woiwosky non poteva dare ad Ermanno Raeli ciò che egli se ne riprometteva. Nel primo momento, come sempre, era stata la simpatia fisica che l'aveva vinta. Ordinariamente, la ignoranza del carattere reale della persona verso cui ci sentiamo spinti, è corretta dall'imaginazione che ce lo presenta quale lo desideriamo e che ci espone più tardi, dinanzi alla rivelazione di quello che è nel fatto, meglio a disinganni che a compiacenze. Per la signora Woiwosky, cotesto miraggio anticipato, che la realtà non avrebbe smentito, non era a temere—od a sperare;—e se ella fu meravigliata quando il carattere di Ermanno le si manifestò, la sua meraviglia fu del genere di quelle che si provano dinanzi alle cose strane e curiose. Quel giovane in cui ella aveva apprezzato il fascino personale, lo strano miscuglio di forza e di delicatezza, si trovava nello stesso tempo in anima delle più squisitamente sensibili. Era molto più che lei non domandasse!…

Preso dalle dolcezze della nuova vita, Ermanno aveva finito naturalmente per rimpiangere il tempo in cui non le aveva cercate; per ciò stesso, dinanzi alla felicità presente, egli non aveva l'agio di considerare come fosse venuta; tremava piuttosto che se ne andasse, e quasi le negava fede, tanto essa gli pareva grande, in questa condizione dell'animo, la facilità con cui la donna gli si era data non aveva il senso inquietante che avrebbe potuto avere per altri; diventava un titolo di più alla sua gratitudine. Tutto era per lui una ragione d'amarla, ed egli aveva delle incantevoli invenzioni di sentimento, una squisitezza di pensieri, una poesia d'espressione dinanzi alle quali l'altra, avvezza ad un mondo molto diverso, restava stupefatta, ma che sulle prime era disposta ad apprezzare in ragione stessa della loro rarità, benchè senza troppo capirle.

Da ambe le parti, l'equivoco fu delizioso; ma durò poco. Al completo abbandono dell'essere suo, Ermanno si veniva accorgendo che non era risposto con eguale effusione; che quella donna stretta al suo fianco era molto lontana da lui, più lontana che se migliaia di miglia li separassero… Come da un orlo indifeso, egli scorgeva un abisso spaventevole; ma la stessa enormità del pericolo gli procurava una specie di sicurezza. Sentiva che il disinganno gli sarebbe stato fatale, che aggiunto alle amarezze sofferte avrebbe avuto un'influenza decisiva su tutta la sua vita; e preso da una paura crescente dinanzi ai sintomi sempre più inquietanti che l'altra, già stanca di rappresentare una parte non sentita, non riesciva più a nascondere, cercava di persuadersi di aver visto male, di essersi ingannato, di diventar troppo esigente, di mancare d'esperienza… Se il fanciullo che chiude gli occhi dinanzi al pericolo crede di sottrarvisi, egli è che il pericolo in tanto esiste per lui in quanto ne ha la coscienza; con l'abolirne la percezione egli stima di averlo realmente abolito. Per le nature in cui l'imaginazione ha uno sviluppo esuberante, un simile fenomeno si riproduce frequentemente anche nell'età in cui la ragione potrebbe intervenire a far sentir la sua voce; ed Ermanno, che non poteva più illudersi, si sorprendeva talvolta a negar fede a ciò che avveniva.

Erano, sul principio, dei malintesi, futili in apparenza, a proposito di incidenti volgari: una parola interpretata in vario senso, un diverso modo di vedere, ma che intanto rivelavano la radicale impossibilità di una comprensione reciproca. Ciò nondimeno, Ermanno non poteva decidersi a rassegnarsi; e con l'inconfessato convincimento della inutilità dei suoi sforzi, cercava di leggere in fondo al cuore di quella Sfinge, nella lusinga di trovare qualche cosa a cui aggrapparsi. A misura che egli si faceva più insistente, la stanchezza della donna cresceva. Con una maggiore esperienza della vita, ella vedeva che era impossibile durarla, aspettava che egli stesso se ne sarebbe persuaso proponendole di separarsi con una buona stretta di mano, da persone di spirito. Dinanzi alla strana ostinazione di Ermanno, ella fu anche tentata di prendere l'iniziativa della separazione, dichiarandogli lealmente di voler riacquistare la propria libertà; un istintivo sentimento di rispetto per l'intuita superiorità di quell'anima la arrestò. Allora, i malintesi divennero più grandi, scoppiarono più frequenti, fin quando un giorno Ermanno Raeli vide compiersi una cosa abbominevole, che spense come un turbine l'ultima sua illusione. Quella donna che aveva appartenuto a lui, a cui egli aveva creduto come alla stessa Fede, si era data ad altri; semplicemente, freddamente, per capriccio, come gettava via dei guanti ancora freschi pei nuovi, ella lo aveva abbandonato per un altro… La súbita rivelazione di questa mostruosità diede una scossa terribile al suo spirito. Non crederla, era impossibile; ribellarvisi, era inutile: il fatto esisteva, brutale, violento. Tutte le dolcezze, tutte le promesse, quell'intima, quella lunga comunione: tutto era finito. Ogni legame era sciolto. Fra loro, dopo quello che erano stati l'uno per l'altro, nulla esisteva più di comune; essi erano ridiventati due estranei, come prima, più di prima… Un momento, egli fu tentato di andarsene da lei, di supplicarla, di scongiurarla, di riprenderla fra le sue braccia, di evocare gl'istanti volati, di rivelarle l'abisso che gli aveva scavato dinanzi, di fargliene misurare la profondità, di domandarle in ginocchio di stendergli una mano, di non farlo perdere, di non indurlo a negare, a bestemmiare la fede, l'amore… L'amore? E ad un tratto la mal repressa ribellione scoppiava dentro di lui. Era dunque quello l'amore? Quale disgusto!… In alto e in basso della scala sociale, brutalmente confessata o ipocritamente nascosta, venduta o concessa, non esisteva che la sodisfazione degl'istinti!… Egli non era stato amato, ma non aveva amato neppure. Riconosceva adesso la sua illusione, l'inganno in cui era caduto, il chimerico inseguimento di qualche cosa che era soltanto dentro di lui, nella sua imaginazione, e che mai, mai, avrebbe potuto afferrare…

Una crise violenta scoppiò nella sua coscienza. Come reazione voluta, accarezzata, con una sfrenata compiacenza, sostenuta dal fondo d'energia che era nella sua natura e che prendeva una rivincita, egli si buttò a capo fitto in una vita di pazzi piaceri e di amori malsani; trovò una specie di furibonda voluttà nel profanare, nel deridere, nel macchiare di fango i suoi assurdi ideali. Di quella crise fu per morire. Nondimeno, guarì; ma il suo sguardo serbò per sempre l'attonita immobilità di chi ha visto spalancargli la terra dinanzi; e una ruga precoce, indelebile traccia della tempesta, solcò la sua fronte.

Quando Ermanno Raeli tornò a Palermo, dopo parecchi anni di assenza, la sua vita riprese a scorrere sola, monotona, come una volta. Nessuno, o ben pochi, sospettavano ciò che era avvenuto nell'animo suo; a giudicarne dai suoi atti, nulla sembrava mutato in lui; la sua tristezza, il suo mutismo, la sua avversione pel mondo erano antichi. Agli occhi degli indifferenti, Ermanno non aveva nulla di particolarmente interessante: era un giovane dovizioso, di buona nascita, molto intelligente, ma incerto ancora della via da seguire, e forse per ciò stesso dall'aria un poco eccentrica.

Fra le rare persone la cui compagnia egli talvolta non disdegnava, il conte Giulio di Verdara occupava il primo posto. Era un carattere, nelle sue manifestazioni esteriori, perfettamente opposto a quello di lui; ma, sotto al sorriso canzonatore che gli errava sulle labbra, dietro le professioni di scetticismo egoistico, si nascondeva un gran fondo di bontà e di rettitudine. Avviatosi per la carriera diplomatica, l'aveva sul più bello lasciata, come se la riserva e la finzione imposte repugnassero a quello spirito franco malgrado l'apparente contradizione fra le teorie professate e la pratica. Datosi ad operazioni di grande commercio, egli sosteneva per esempio che l'onestà era unablague, che il primo istinto dell'uomo era quello della frode e della rapina; ciò non impediva intanto che egli fosse onesto fino allo scrupolo, e buono fino a danneggiare i proprii interessi quando v'era un interesse altrui da risparmiare.

Giulio di Verdara ed Ermanno Raeli, intendendosi nel fondo, soffrivano la loro diversità esteriore; ma i loro incontri, per la stessa natura delle loro tendenze, non erano frequenti. Il conte aveva preso moglie durante l'assenza di Ermanno; questi, nella sua avversione a conoscere nuova gente, aveva evitato una presentazione spesso proposta. Doveva però ben tosto avvenire una circostanza da metterlo nell'impossibilità di dare indietro.

Dalla sua peregrinazione per i musei di Europa, egli aveva portato un gusto per le cose dell'arte, e lasciata da un canto la filosofia, si era messo attorno ad uno studio sulla scuola siciliana di pittura, e specialmente sul Monrealese. La figura di questo artista forte, originale, precorritore del proprio tempo e di tanto superiore alla sua fama, lo aveva subitamente sedotto. Aveva fatto il giro dell'isola per vederne tutte le opere, ed a Palermo, quando lasciava il suo grazioso pianterreno del Corso Alberto Amedeo, passava le sue giornate fra la Biblioteca comunale e il Museo nazionale, attorno agli scritti su Pietro Novelli ed alle pitture di lui.

Un giorno che egli era appunto per recarsi al Museo, il conte di Verdara gli fece pervenire un biglietto nel leggere il quale Ermanno non potè frenare un movimento di contrarietà. «Mio caro,» scriveva il conte, col suo abituale tono disinvolto e scherzoso, «mi piove sul capo un'amica di mia moglie, alla quale bisogna fare gli onori della città. Io che mi ricordo quant'era seccante Cicerone a scuola, vorrei salvarle, mia moglie e l'amica, dai ciceroni di piazza. E quanto a me, la mia ignoranza è tale, che non so se il Monrealese è di Partinico. Poichè tu sai dunque i Filippini a memoria, sarai così amabile da trovarviti oggi all'una? Grazie e scusa.» Ad un invito motivato in quel modo, Ermanno non poteva sottrarsi, ma fu con un fastidio mal nascosto che egli s'incamminò. Però, quando fu giunto all'Olivella, appena entrato nel primo cortile, dimenticò completamente quel malumore e la sua causa. Al pensiero aborrente dall'attuale realtà, i ricordi e le evocazioni dei mondi sepolti sono un grato rifugio. Fra quelle antiche rovine Ermanno ritrovava, se non la gaiezza, almeno una compiacente serenità. Il Tritone del cinquecento, in groppa al delfino guizzante, distendeva in alto le braccia ad imboccare la involucrata buccina. Tutt'intorno: le iscrizioni greche, arabiche e medievali; le porte intagliate dell'antico ospedale, i sarcofaghi, le stele ed ogni sorta di marmi logori e scuri. In quel silenzio, in quella solitudine, quelle pietre mutilate si animavano agli occhi di Ermanno, ridicevano antiche storie di splendori e di miserie, attestavano con la loro sola presenza la fatale nullità delle umane vicende; però, la conferma che le cose esteriori danno ai nostri concetti più tristi non è per sè stessa una specie di strana ma profonda sodisfazione?.. L'attrattiva d'una grande poesia era per lui in quei ruderi da cui ordinariamente si rifugge attristati ed oppressi; le voci delle generazioni tramontate riecheggiavano ancora lì in mezzo, ed era come se le iscrizioni non fossero scolpite nella fredda pietra, ma sussurrate da qualche voce, dai morti dei vuoti sarcofaghi…

«Ti sei allontanato da quanto in vita era agli occhi tuoipiù caro; hai lasciato il mondo e non ritornerai.

«Finchè Iddio non ridesti le sue creature. Nessuno speravederti e pur tu stai vicino.

«Il tuo viso ogni dì si logora ed ogni notte: l'amor tuonon si svela e pur tu ami.

«Scenda sopra di te la pace di Dio, finchè sorga in Orienteil sole, finchè tremoli una vettina sugli alti rami dell'arak.»

Questi versetti d'un frammento d'iscrizione araba furono i primi che Ermanno Raeli spiegò quando, all'arrivo di Giulio di Verdara e delle signore, la comitiva cominciò il suo giro. La contessa Rosalia di Verdara poteva avere, a quel tempo, poco più di trent'anni. Alta, slanciata e flessuosa come un ramo di palma, bruna dalla carnagione leggermente dorata, dagli occhi vivi e profondi, ella riuniva la simpatia del più puro tipo siciliano all'eleganza e allo spirito di una parigina. Tutto in lei rivelava la gran signora di razza, l'agevole sicurezza di sè, la padronanza che esercitava dintorno, la distinzione del tratto, il modo di dire le cose più indifferenti. Appena suo marito ebbe pronunziato il nome di Ermanno, districato il braccio dal mantello che ricopriva l'abito di velluto egros grain mordoré, chinando amabilmente il capo su cui portava una capottina analoga, guernita di un grossocolibribianco, ella gli aveva stesa la mano: «Io già la conosco, di nome, come un buon amico di Giulio…» ed a sua volta lo aveva presentato alla sua giovane compagna: «La signorina Massimiliana di Charmory…» All'inchino di Ermanno questa aveva risposto con una breve mossa del capo; poi la visita era incominciata.

Intanto che si girava sotto i portici e che Giulio di Verdara scherzava sulle cose spiegate e sullo spiegatore, la contessa, leggermente intimidita dallo scuro ambiente, prestava alla sua nuova conoscenza un'attenzione tra curiosa ed inquieta; ma la signorina di Charmory pareva interessarsi soltanto a quel che vedeva. Era un tipo di bellezza perfettamente contrario. Con un personaggio egualmente slanciato, ma più piccolo, la signorina di Charmory aveva la carnagione bianca, i capelli d'un biondo cinereo e gli occhi ceruli d'una settentrionale. Sotto il suo costume ad ampie pieghe di vigogna azzurra con risvolte difailledella stessa tinta, il suo corpo s'indovinava appena; e solo la vita sottile e le braccia perfette si modellavano. Il guanto rovesciato al principio del pugno lasciava vedere la giuntura della mano, agile, nivea, solcata dagli esili filetti azzurri delle vene, e sotto l'ombra del cappellino rotondo a larghe falde con un'ala rossa, risaltavano i delicatissimi lineamenti, la levigatezza marmorea delle tempie, la magrezza sana delle guancie, la freschezza rosea delle labbra sbocciate sul pallore del viso, la grazia del mento che pareva fosse stato accarezzato dal pollice compiacente d'uno scultore. Ella aveva un modo di atteggiarsi, con le braccia pendenti non lungo i fianchi, ma un poco sul dinanzi del corpo, con le palme delle mani appena rivolte in fuori, che ricordava certe figure di Elette della scuola preraffaellesca. La espressione degli occhi larghi, nuotanti come in un fluido e quasi perduti dietro una visione errabonda, completava quel tipo di bellezza nordica, ma pertanto non fredda. Accanto alla contessa di Verdara essa acquistava risalto—e ne dava. Una era la grazia capricciosa, la simpatia vivace, la spigliata fantasia; l'altra era lo stesso candore, la stessa purezza fatta persona. Così com'erano, la loro gioventù, la loro freschezza, la loro eleganza formavano un contrasto deciso con la vecchiezza cadente dell'ambiente pel quale si aggiravano. Nulla era fatto per impressionare più di quelle figure di donne adorne di tutte le ricercatezze dell'ultima moda, fra gli scomposti avanzi di tempi remotissimi; l'efflusso odoroso che esse si lasciavano dietro, nell'atmosfera leggermente ammuffita del Museo; il suono argentino delle loro voci, nel silenzio dei corridoi; la vivacità dei loro movimenti, nella rigidezza cadaverica dei vecchiumi polverosi ed allineati… Ermanno comprendeva quelle due figure nella sua attenzione per gli oggetti circostanti, come se il Museo si fosse, da un giorno all'altro, arricchito di due nuovi oggetti; notava il contrasto, ma con lo stesso disinteresse personale, col quale giudicava le differenze passanti fra due quadri di scuola diversa… Egli continuava a guidarle e a dare le sue spiegazioni, malgrado gli epigrammi del conte, che facendo spesso sorridere la comitiva, contribuivano a sciogliere l'inevitabile freddezza di un primo incontro. A misura che la visita proseguiva, la curiosità con cui la contessa guardava intorno fra quelle tristi rovine si faceva sempre più allarmata; ma la signorina di Charmory pareva dimostrare un più grande interesse, rivelando nei suoi giudizii e nelle sue stesse domande una intelligenza dell'arte e della storia. «E i quadri del Monrealese?..» aveva chiesto, con la sua voce d'un'armonia sommessa, quasi lontana, quando, esaurito il giro delle gallerie e delle stanze del primo piano si stava per passare al piano superiore. «Vi saremo a momenti,» rispose Ermanno, con una visibile compiacenza per quell'interesse dimostrato verso il suo artista favorito; e intanto che la contessa si attardava un poco dinanzi al trittico del Van Eyck, il capolavoro del Museo nazionale, egli rappresentava alla signorina di Charmory le qualità che distinguono la pittura di Pietro Novelli. «Una freschezza di tavolozza, uno scrupolo di verità spinto talvolta a qualche eccesso, una preferenza per le proporzioni grandiose, un'intensità d'espressione nella figura umana: questi mi sembrano i suoi caratteri più salienti…» La signorina di Charmory lo aveva ascoltato senza guardarlo, chinando di tratto in tratto il capo. «Non lo chiamano il Raffaello di Sicilia?» chiese, quando Ermanno ebbe finito. «A torto, quanto allo stile; a ragione, quanto al valore…» E dinanzi al ritratto dell'artista—una figura scarna, dagli occhi espressivi, dalla piccola barba a punta spiccante sul bianco d'un grande collare alla spagnuola—egli s'era fermato un poco. «È stato l'ultimo dei grandi pittori siciliani; Antonello da Messina fu il primo. La storia della nostra pittura si riassume in questi due nomi. Di Antonello il Monrealese non ha però la fama. Gli nocque forse l'esser vissuto sempre nella sua isola, il non aver potuto allargare il campo dei proprii studii. Ed è morto giovane ancora, pure in questo simile a Raffaello…» Ermanno parlava pianamente, fissando il ritratto con una specie d'involontaria emozione. Con la forza della simpatia che egli metteva in tutte le cose, era in certo modo come se egli rivivesse la vita dell'antico artista, come se egli soffrisse un poco delle sofferenze che supponeva provate da lui; e, in fondo, quel destino abortito, quell'ingegno potenzialmente forte ma non espresso del tutto malgrado l'assiduo proseguimento di uno scopo preciso, non offriva dei punti di contatto col suo? Era dunque un interesse quasi personale che egli metteva nel parlare di lui, nel rimpiangerne la sorte; però, pentito di essersi lasciato trascinare, tacque ad un tratto. Dopo un istante di silenzio e quasi seguendo il filo di quel pensiero, la signorina di Charmory disse:

«Muor giovane colui che al cielo è caro…»

Ermanno fissò un momento lo sguardo su di lei. La citazione di quel verso in bocca ad una fanciulla, d'una straniera, non era certo una cosa molto comune; meno comune era l'aria di serietà triste con la quale ella era entrata nel suo modo di vedere… «Amici miei,» esclamò ad un tratto la contessa di Verdara, «voi siete funebri! Il signor Raeli ha trovato una collaboratrice in Maxette!… Per me, dichiaro umilmente che cotesto Monrealese ha un'aria molto antipatica!»—«Ammesso che sia lui!» disse Giulio di Verdara; «il Van Eyck non è poi certo che sia del Van Eyck!»—«Non si attribuisce al Mabuse?» chiese la signorina di Charmory evitando lo sguardo di Ermanno, cui la domanda pareva nondimeno diretta. «Se non è del Cornelissen…» rispose quest'ultimo. «O fatemi il piacere!..» esclamò allora la contessa, stringendosi un poco nelle spalle, con un moto graziosissimo. «E quell'attacca-panni, di che secolo è?..» disse a sua volta il conte, con una grande impassibilità, fermandosi dinanzi al gabinetto della Direzione e mostrando l'oggetto in quistione.

La visita al Museo finiva così, tra la finta serietà di Giulio, i sorrisi della moglie e il crescente turbamento di Ermanno. Dinanzi al portone, dove la suavictoriastazionava, la signora di Verdara rinnovava ad Ermanno i ringraziamenti per l'amabilità che egli aveva avuta. «Si ricordi,» soggiunse con intenzione, «che io sono in casa tutti i mercoledì… Ma già, lei è tanto severo con noi povere donne!.. Che cosa le abbiamo fatto?.. Ad ogni modo, se i quadri la interessano, le mie buone amiche sostengono che io mi dipingo! E grazie, ancora…» Ermanno, un poco confuso da quelle parole, dal tono leggermente sarcastico col quale erano state pronunziate, le porse la mano per aiutarla a salire in carrozza; e, come fu la volta della signorina di Charmory, questa s'inchinò un poco dinanzi a lui, ma senza accettare l'appoggio ch'egli le offriva. Il legno era già scomparso in fondo alla via Bara, che Ermanno, fermo sul marciapiedi, lo cercava ancora cogli occhi.


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