XIII.

Le assiduità di Ermanno Raeli presso la signorina di Charmory avevano finito per essere state notate, e nel mondo in cui vivevano si cominciava già a parlare del loro matrimonio. La sempre rimandata partenza della famiglia d'Archenval ne pareva una conferma; l'arrivo del duca Gastone di Précourt fu considerato come il segno sicuro d'una realizzazione imminente.

Lo schianto d'un fulmine non avrebbe potuto atterrire Massimiliana di Charmory più della notizia data un giorno dal visconte, che il duca suo suocero stava per arrivare a Palermo… L'uomo che era l'origine della sua atroce sciagura osava dunque ricomparirle dinnanzi—e quale suggestione perversa gli faceva scegliere quel momento in cui ella nutriva almeno l'illusione d'un ritorno alla vita? Ella avrebbe dunque dovuto trovarsi ogni giorno, ogni ora a contatto con lui?.. Intanto che il partito di fuggire precipitosamente da quella casa, da quella città, le si affacciava allo spirito, il visconte aveva soggiunto che l'alloggio del duca era già fissato allaTrinacria.

Nessuna intenzione ostile a Massimiliana guidava il gentiluomo libertino a raggiungere, per la prima volta dopo l'attentato, la sua famiglia. Il suo desiderio brutale si era spento non sì tosto appagato; per gli uomini di quella natura, la passione non va oltre la sensazione, e l'orrore espressogli dalla fanciulla l'aveva dissuaso dal ritentare la prova, non già perchè quell'orrore lo ferisse, ma perchè gli scemava la previsione del piacere. Gli rincresceva pertanto che quell'incidentelo avesse tenuto al bando della sua famiglia, dove la sua presenza sarebbe stata necessaria per invigilare sul visconte, che cominciava a fare un po' troppo a fidanza con la sua borsa. Nei continui imbarazzi di cui il giuoco sfrenato era causa a d'Archenval, questi aveva ricorso al suocero, che si era sempre affrettato a rispondere alla aspettazione di lui, come fosse passata fra loro una intelligenza e quel denaro pagasse il silenzio del naturale tutore di Massimiliana… Tali compromessi taciti sono molto più frequenti che non pare e solo la malignità sospettosa dei più vede un mercato formalmente contratto, là dove nessuna dubbia parola è stata scambiata da una parte e dall'altra. Il visconte domandava degli aiuti al duca per l'unica ragione delle ingenti spese a cui la malattia della moglie lo obbligava; il duca si affrettava a rispondere a quelle richieste da padre affettuoso, zelante della salute della figliuola… Era però arrivato un momento in cui il duca aveva cominciato a trovare che la malattia della viscontessa gli costava un po' troppo e che non sarebbe stato male di controllare un poco le note dei medici, dei farmacisti e degli albergatori. Palermo intanto, gli dicevano i suoi amici, era quell'anno il convegno d'una numerosa e scelta colonia; e dopo tutto sarebbe stato interessante fare una corsa in quell'isola che, secondo la geografia particolare alle persone della sua società, si considera come fuori d'Europa. Aveva però avuto il buon senso di seguire i suoi amici allaTrinacria, e con la figliuola e la signorina di Charmory si era incontrato, la prima volta, in pubblico, come con delle semplici conoscenze.

Dal momento che aveva appreso l'arrivo di lui a Palermo, Massimiliana era vissuta in un così grande terrore, che ogni altro sentimento ne era rimasto eclissato. Se egli fosse venuto ad abitare sotto lo stesso tetto, ella non avrebbe aspettato; sarebbe fuggita, scomparsa, non importa come… Intanto, l'attesa dell'inevitabile momento in cui si sarebbero ritrovati in presenza, le era causa d'un'ansia mortale, come non aveva creduto possibile di provarne una simile dopo tutto quello che aveva sofferto. E, ad un tratto, ella si accorgeva che quell'ansia era nulla, era quasi la tranquillità, dinnanzi al pensiero subitamente affacciatosele, che anche Ermanno avrebbe incontrato quell'uomo… Che cosa era finalmente il prossimo incontro per lei? Una prova di più, che non doveva esserle risparmiata, che era meglio, sotto un certo aspetto, affrettare. Nella sua cinica ferocia, l'uomo credeva probabilmente che ella avesse finito per consolarsi—e non aveva ella indovinato, poichè, facendosele incontro nel giardino dellePalme, egli le sorrideva disinvoltamente, trovava, che il soggiorno di Sicilia le aveva conferito e formulava voti per la sua prosperità?.. Appena arrivato, infatti, la voce circolante intorno ai due giovani era venuta all'orecchio del duca, e se egli aveva fin a quel momento nutrito degli scrupoli, questi erano subito spariti dinnanzi alla prova della consolazione che Massimiliana aveva trovata. Si era anzi fatto beffe di sè, per l'esagerazione d'un rimorso che la sua esperienza avrebbe dovuto dimostrargli infondato, e facilmente superate, con l'abituale sua disinvoltura, la difficoltà di un primo incontro, aveva del tutto dimenticata la giovane per le belle signore di cui la colonia straniera era provvista a dovizia.

Incapace di dir nulla dinnanzi all'incredibile impudenza dell'uomo, col sangue gelato nelle vene come alla vista di un rettile, Massimiliana aveva sentito ridestarsi tutto l'orrore dei lontani giorni, complicato dallo strazio della situazione presente. Il domani d'una grande sciagura, quando la coscienza comincia a destarsi tra le ultime nebbie di una sonnolenza pesante, e la memoria suggerisce ad un tratto la crudele certezza, si prova un'angoscia forse più grande di quella determinatasi nel primo momento. Una simile impressione di risveglio aveva determinata in Massimiliana la presenza del duca. Malgrado i contrasti provati, le lotte sostenute, era come se ella fosse rimasta lungamente immersa in un sonno, nel sonno profondo dell'illusione voluta, da cui la voce di quell'uomo la strappava ora violentemente. Come nutrire più nessuna lusinga, come e che cosa aspettare, se con la sua stessa presenza quell'uomo le ricordava la propria vergogna, e il dovere che aveva fin troppo trascurato di compiere?.. Ed egli aveva osato sorriderle, ed un sorriso di più sarcastica compiacenza, di compiacenza più iniqua avrebbe rivolto ad Ermanno, e le loro mani si sarebbero strette… A questo pensiero fitto, cocente, Massimiliana credeva d'impazzare. La sua complicità del silenzio le appariva più grande, imperdonabile; la confessione fatta alla contessa un calcolo ipocrito, poichè era sicura che non aveva avuto effetto; e la sua tortura si acuiva talmente, che ella affrettava coi voti il momento della soluzione, per tremenda che potesse essere…

Un calcolo, da canto suo, la contessa Rosalia aveva finito anche lei per credere la confessione dell'amica. Fino a quando i rapporti dei due giovani non si erano mutati, ella non aveva fatta un'accusa a Massimiliana di nascondere ancora il suo secreto ad Ermanno, aveva creduto che la confessione sarebbe bastata a dissipare ogni speranza di felicità; e la compassione per il dolore che li aspettava era riuscita a soffocare la voce della gelosia. Ma dinnanzi al prolungarsi di quella situazione, al crescere di quella intimità, alla intelligenza che indovinava esser corsa tra loro, al propagarsi della voce che li diceva promessi malgrado l'arrivo del duca, la sua pietà, la sua discretezza, i suoi riguardi, tutti i suoi buoni sentimenti le erano parsi delle debolezze e delle ingenuità. Con una grande amarezza ella sentiva di essere stata molto sciocca nel prendere sul serio la disperazione di Massimiliana, quasi tutta la condotta di lei non dimostrasse l'intenzione di raggirare Ermanno, la fiducia che l'accecamento dell'amore lo avrebbe fatto passar sopra ad ogni ostacolo!.. E questa fiducia che cosa aveva insomma d'infondato? Ella arrivava a coinvolgere nella sua disistima anche l'uomo che aveva amato—che amava ancora, senza speranza, ma tanto da perdere per lui la nozione del giusto!.. Come si era esagerata l'importanza di quell'ostacolo! Sarebbe egli forse stato il primo a passarvi sopra? Era verosimile ch'egli non si fosse accorto delle anormalità di quella famiglia? Ma chi le diceva che egli non sapesse tutto, che non si fosse già accomodato di quella condizione di cose? E il ricordo di romanzi, di commedie, in cui un lieto fine corona i dolorosi contrasti, avvalorava la sua persuasione… Allora, a che cosa sarebbe valso l'andare a mettere sotto gli occhi di lui la lettera di Massimiliana, come talvolta aveva la tentazione di fare? E la sua serenità di un tempo si perdeva in una irritazione crescente, in una contrarietà insofferente, dimostrata ad ogni momento e che il tono inalterabilmente scherzoso del marito finiva per esasperare… Più che mai sicuro che quellamontaturadi sua moglie sarebbe stata senza effetto, Giulio di Verdara si divertiva talvolta a punzecchiarla garbatamente, come una specie di punizione pel principio di colpa da lei commessa in idea. Ella aveva finito per domandarsi se Giulio sapeva quel che le passava per l'anima; e negli urti a cui era esposta, aveva a momenti la tentazione di sfidarlo, di provocarlo, come una rappresaglia, come un mezzo di uscire da quella situazione, che si affrettava intanto alla catastrofe…

La presenza in Palermo del duca Gastone di Précourt e dei suoi amici, se aveva gettato in quello stato la signorina di Charmory e la contessa, se aveva ridestato le apprensioni della signora d'Archenval, aveva messo una animazione nella colonia degli stranieri. Unicamente occupato del mondo femminile, il duca aveva trovato nelle signore un valido appoggio per i suoi disegni di svaghi, e come il carnevale s'inoltrava, e gli stranieri dellePalmee dellaTrinacriaerano stati oggetto di molte cortesie da parte dell'ospitalissima società palermitana, egli aveva messo innanzi l'idea di una festa da offrire ai loro ospiti, a mezza quaresima. L'idea era stata subito accolta, e i preparativi erano incominciati allePalme, dove i locali si adattavano meglio.

Ermanno Raeli, che aveva incontrato una o due volte il duca e si era interessato a lui come a tutto ciò che aveva qualche rapporto con Massimiliana, aspettava l'avvenimento con ansietà irrequieta. La malattia della viscontessa, ragione o pretesto, aveva fatto che la signorina di Charmory rifiutasse tutti gli inviti che le erano stati rivolti; adesso che l'iniziativa era presa dal duca e che la festa aveva luogo nello stesso albergo, non avrebbe certamente mancato di assistervi. Ed Ermanno si vedeva già al suo fianco, stringerle un braccio alla vita, tenerla per mano, confondere il suo respiro con quello di lei… L'imaginaria rappresentazione era così evidente che, solo, nel suo studio, egli si alzava di scatto, tentando di divertire l'attenzione da quella turbatrice visione… Fuori, era già la primavera che si annunciava, nel primo tenero verde delle robinie, nelle emanazioni dellezágarenuziali, nei tepori del sole di marzo, nella maggior durata delle giornate troppo piene di luce, da abbacinare alla lunga. Erano delle ubbriacature d'aria, delle ipnotizzazioni d'azzurro, delle saturazioni di sottili profumi che si prendevano in quella felice Palermo, porta dell'Oriente, lembo d'Arabia trasportato, quasi per una fantastica operazione daMille ed una notte, in riva al lago del Mediterraneo. Un languor nuovo, uno snervamento molle che faceva intensamente assaporare la voluttà del riposo, guadagnavano Ermanno, lo mantenevano in una specie di dormiveglia durante il quale, abolito il pensiero, solo delle imagini gli passavano e ripassavano dinnanzi, svegliando in lui sopìte sensazioni di avidi dissetamenti, di abbandoni profondi… Una sorda irritazione nasceva in lui per quelle suggestioni incoscienti, con un bisogno di castigarle che finiva per esasperarle. E l'impeto di sdegno che lo aveva vinto quando la Figura adorata era stata attaccata da quella abominazione, cedeva adesso ad impeti di desiderio, a una tentazione di indissolubili strette, che si mutava ancora in terrore all'idea di passare soltanto un braccio intorno alla vita di Massimiliana durante la prossima festa…

Sul punto di vedersi abbandonata dalle proprie forze, Massimiliana non aveva neppur tentato di evitare quell'avvenimento di cui sentiva le minaccie. Una oppressione la vinceva in mezzo a quel risveglio primaverile, a quel rifiorire di tutta la natura: l'oppressione morale alla certezza che la sua fatalità si sarebbe abbattuta su di lei prima dell'appassir di quel verde; il turbamento fisico, prodotto dal dardeggiare d'un sole infuocato sopra quella natura quasi tropicale. E dovunque ella si rivolgeva, il trionfo del fior d'arancio: nell'aria tutta compenetrata del soavissimo profumo, nei giardini il cui verde era tempestato come di candide costellazioni, nei quadri dei coloristi dilettanti, nei mazzi cheeglimandava alla viscontessa. «Kennst Du das Land?..» l'appassionata canzone di Mignon le tornava alla memoria; ed in quella Terra appunto il suo destino aveva dovuto sospingerla; e da quelle prode fiorite sorgeva come una voce che le ricordava la sua sfiorita esistenza; e il simbolico candor di quei fiori le dava più dolorosa la coscienza della sua macchia indelebile…

La festa dell'Hôtel des Palmesera riuscita splendidamente. La migliore società di Palermo aveva tenuto ad accettare la simpatica dimostrazione della colonia straniera, e le sale magnifiche dell'albergo, la serra, il giardino, adattati con gusto sapiente alla circostanza, erano popolati da una calca elegante e felice… In un abito ditullebianco laminato d'argento, che avvolgeva il suo corpo come una tenue carezza; i biondi capelli vagamente raccolti sul capo e ornati di un ramoscello di mughetti meno pallidi del suo viso, la signorina di Charmory si sarebbe detta un'apparizione in mezzo alle figure vivaci dalle quali era circondata. Aveva un'aria disfatta, gli occhi accerchiati da un lividore e luccicanti, così che da più di una parte le avevano chiesto se si sentisse male. Aveva dovuto assicurare il contrario, subendo le attenzioni incresciose degli indifferenti; ed era rimasta grata in cuor suo a Rosalia di Verdara, che l'aveva salutata soltanto, passando nella stanza di toletta per accomodare la sua acconciatura. Dal salotto in cui la viscontessa d'Archenval, seduta, riceveva gl'inchini degli invitati, Massimiliana girava intorno gli sguardi, in cerca di qualcuno; e ad un tratto, inchiodatili ardentemente in un punto, le sue mani avevano preso a torcere convulsamente il suo fazzoletto di pizzo. Era Ermanno Raeli che, entrando, si era incontrato col duca e si era fermato un poco a parlare con lui… Gastone di Précourt, più giovane che mai nell'accorta toletta, troneggiava in quell'ambiente suo proprio, con un'aria di soddisfazione felice diffusa nella fisonomia. Parlando con Ermanno, facendo allusione a certi scandali della società palermitana che egli aveva subito appresi e che il giovane non conosceva, egli stringeva la mano ai passanti, accennava col capo ai lontani, s'interrompeva per inchinarsi profondamente al passaggio delle signore. A misura che quel colloquio si prolungava, come i gesti dell'uomo si facevano più espressivi, come i suoi lineamenti si atteggiavano al riso, la fissità degli sguardi di Massimiliana cresceva. Ah, quel riso schernitore e malvagio!.. Un fascino fatto di raccapriccio la inchiodava lì, dinnanzi a colui che osava stringere la mano di Ermanno. Era come se un serpe si fosse avviticchiato al braccio del giovane, e dal ribrezzo non prorompeva in un grido violento: «Schiacciatelo!.. Schiacciatelo!..» Ondate di gelo le passavano pel corpo, un gruppo le si stringeva al cuore come quello che le sue mani nervose stringevano nel fazzoletto, fino a lacerarlo… L'orchestra aveva dato ad un tratto il segnale della danza, ed Ermanno le era venuto incontro. Per un contrasto abituale nel suo spirito complicato e tormentato, la folla allegra, lo scintillio delle luci, gli acuti profumi che si svolgevano da quell'assembramento di gente elegante, la conversazione spregiudicatamente leggiera del duca, lo avevano attristato. Lo spettacolo dell'altrui felicità gli rendeva più sensibile la propria inquietudine; a quell'ora più che mai egli dubitava di sè stesso; delle strane idee di fuga, di rinunzia lo occupavano mentre egli si avanzava incontro a Massimiliana, e fu macchinalmente, con la quasi certezza d'un rifiuto, che egli le chiese di accordargli una danza. Tenendo ancora nelle mani il fazzoletto lacerato, la signorina di Charmory si alzò subitamente, come di scatto. «Non voglio che parliate a quell'uomo!..» disse ad Ermanno, con voce breve, mentre egli, sfiorandola appena col braccio passatole intorno alla vita, si slanciava con lei fra le coppie. Per grande che fosse l'incapacità di Ermanno a cogliere il senso delle cose, le parole di Massimiliana erano troppo strane perchè egli non le notasse. «Il duca?..» aveva mormorato quasi a domandarle che cosa avesse voluto dire; ma non aveva insistito al silenzio di lei, nella specie di ebbrezza che il contatto di quel corpo gli procurava, che aveva dissipato la sua tristezza e che centuplicava la letizia di sentirle esprimere una volontà—un comando… Le acute sensazioni che lo invadevano, il leggiero affanno del ballo gli soffocavano in gola le parole; solo il suo corpo si stringeva insensibilmente di più al corpo di Massimiliana…

Cogli sguardi chini, col corpo irrigidito sotto quella stretta, col respiro affrettato, Massimiliana si sentiva sul punto di stramazzare. Si era repentinamente decisa ad accettare l'invito di Ermanno per parlargli, per dirgli subito di evitare quell'uomo, per dirgli tutto; ma aveva troppo presunto, affidandosi in braccio a lui, stringendosi materialmente alla persona cui si sentiva stretta con tutte le forze dell'anima. Ogni cosa le girava ora d'intorno, come presa dalla vertigine che era in lei, il terreno le mancava sotto i piedi al ritmo cullante di quella mazurka di Chopin… e con accento di supplica, mentre il viso di Ermanno quasi la sfiorava, ella mormorò: «Basta!.. basta!..»

Egli si era subito arrestato, offrendole il braccio nel vacillamento che l'altra non riusciva ancora a vincere, e guidandola fuori della sala la cui atmosfera era divenuta asfissiante. «Grazie!…» mormorava, con voce profonda; «ogni suo desiderio è legge per me…» E senza dire più nulla, senza domandarle la ragione di quella proibizione nella gioia trionfale di sentirsela accanto, l'aveva guidata verso la serra. Il luogo era deserto, una luce discreta vi si diffondeva dalle oblunghe lampade giapponesi, i rumori della festa arrivavano attutiti dalla distanza, e la meravigliosa vegetazione tropicale, i fogliami larghi e carnosi, gli avviticchiamenti quasi convulsi dei rami, l'acutezza penetrante degli esotici profumi, l'umido tepore dell'aria deliziosamente snervante, avevano finito di opprimerli entrambi… «Si ricorda?..» mormorò Ermanno ad un tratto, con una voce bassissima stringendo un poco il braccio della sua compagna. Si era arrestato, contemplando il meraviglioso profilo di lei, le labbra leggermente dischiuse, gli sguardi smarriti, l'eburneo pallor delle guancie. «Si ricorda, Massimiliana…. quel che io le dissi qui?..» e le aveva presa una mano, stringendolesi di più. La signorina di Charmory aveva fatto per trarsi indietro, guardando attorno come in cerca d'aiuto; egli l'aveva trattenuta con una muta preghiera. L'allegra festa rumoreggiava lontano, dalla serra esalava una larga respirazione, un alito infinitamente dolce, come una persuasione d'amore… «Massimiliana… io l'amo…» sussurrò Ermanno, con la ragione perduta nella lenta invasione di un desiderio folle di carezze e di baci, «Massimiliana… mi consenta di ripeterlo… è una soavità unica al mondo…» Impallidendo ancora di più, ella si era riversata indietro, afferrandosi alla spalliera di un sedile, cogli occhi chiusi, e il suo corpo si era tutto profilato in quella posa, dalla fronte purissima, dalla guancia morbidamente soave, dal collo marmoreo, al seno palpitante, alla vita inarcata, al mistero di linee perdute, evanescenti… Ermanno aveva visto come una nebbia ondeggiargli dinnanzi. Passato, con un gesto lento ma sicuro, il braccio attorno alla vita di lei; presale, con l'altra mano, una mano, egli l'attirò a sè. Ella tentava inutilmente di sciogliersi da quella stretta sempre più fitta, di gettare indietro il capo per sottrarsi alla carezza del suo alito ardente… «Massimiliana!..» supplicava ancora egli, ma la parola si perdeva in un suono inarticolato, in una specie di sordo bramito… «No… non come…» gemè ella, in una repentina rivolta di tutto il suo essere, risentendosi in preda alla forza del maschio, e appena le labbra di Ermanno ricercarono avidamente le sue, si era accasciata sul sedile, priva di sensi.

Incapace di dire una sola parola, Ermanno aveva portata una mano ai capelli, come se volesse strapparli. Rapidamente, la reazione era sopravvenuta, con l'orrore dell'atto commesso. Egli contemplava livide e smorte quelle labbra cui aveva osato un momento innanzi appressare le proprie, disfatta in un supremo abbandono quella figura adorata, spenti quegli sguardi luminosi; ed era l'opera sua sacrilega che egli contemplava. Restava inchiodato lì, dalla vergogna, dal rimorso, non potendo risolversi a toccare più con un solo dito quelle forme che aveva strette in un impeto di brama cieca, in un ritorno dell'antico istinto, lungamente mortificato e represso. La cognizione del tempo si era perduta in lui, quand'egli intese un passo avvicinarsi: era la signora di Verdara che si avanzava verso di Massimiliana…

Nel rimescolio delle danze, la contessa Rosalia aveva seguito fissamente la giovane coppia; e, ad un tratto, era stato come se la festa si fosse mutata per lei in qualche funebre rito. Tutte le sue persuasioni cadevano dinnanzi alla radiante figura di Ermanno a fianco di Massimiliana; non restava luogo che per l'esplosione del suo mal frenato rancore. La materiale rappresentazione della loro unione colmava la misura, faceva traboccare il fiele di cui si era abbeverata. Ora, senza riguardo, l'indegnità di quei due le si faceva manifesta: che grossolano inganno era stato il suo di credere alla loro nobiltà!.. Essi erano degni l'una dell'altro, erano veramente fatti per intendersi e per convenirsi, come dicevano intorno a lei gli spettatori curiosi… Egli con le sue pose di tristezza, l'altra con la vergogna di cui era coperta, erano lì, animati ed allegri, a ballare, a sorridere!.. La vista della loro felicità le riusciva insopportabile, la offendeva in tutto ciò che la donna aveva di più caro. Si sentiva trascurata, vilipesa, avvilita. Avrebbe voluto una folla dintorno, avrebbe voluto che una sua parola fosse avidamente contesa, che per un suo sorriso degli uomini si fossero battuti, affinchèqualcunoavesse imparato a conoscerne il prezzo…. Invece la sua stessa tristezza la isolava. Lei, la regina delle feste per la grazia, pel brio, per l'eleganza, si sentiva spodestata da Massimiliana, che raccoglieva gli unanimi suffragi della società. Una quistione di amor proprio ferito è in fondo a tutte le rivalità femminili, e la contessa avrebbe forse trovata una consolazione se la sua sontuosa toletta dalla gonna dicordonnérosa pallido con trine spumose disposte sul davanti, e dal manto di velluto verde cupo circondato di rose; se lo splendore dei suoi smeraldi e dei brillanti che fermavano unaaigretterosa e verde disposta sul capo, non fossero stati offuscati dal modesto abito bianco e dai mughetti della signorina di Charmory. Turbata e quasi piangente, ella si era ridotta nella serra deserta e avvolta in una semioscurità propizia alla sua tristezza. E lì, con la bocca stretta, con le mani nervosamente contratte, ella aveva assistito, spettatrice non vista, alla rapida scena che si era risolta nella sincope di Massimiliana e che, dopo un momento di esitazione, aveva sollecitato il suo intervento. «Dell'acqua…. presto, qualche cosa….» aveva detto, tentando d'aprire la veste della fanciulla, ed Ermanno era corso ad intingere il suo fazzoletto nella vasca che la contessa gli additava, senza domandarsi in qual modo ella fosse sopravvenuta tanto a proposito.

Recando la pezzuola inzuppata, egli era passato dietro al sedile per sollevare la giovanetta, che all'impressione di freddo sulla fronte aveva tratto un profondo respiro, scuotendosi, «No… non come l'altro…» mormorava, respingendo la contessa che la teneva stretta fra le braccia. «Son io, Maxette!.. son io…» e con un segno della mano, ella ingiungeva ad Ermanno di tenersi discosto. Dischiusi gli occhi, Massimiliana guardò un poco la donna; poi si sollevò, in un rapido ritorno della memoria, spingendo lo sguardo dinnanzi a sè. E come si vide sola con l'amica, afferrossi a lei, convulsamente. «Aiuto… soccorso…» supplicava, fremendo; «è troppo… è la morte…»—«Maxette!.. Maxette!..» ripeteva la contessa, subitamente comprendendo, impotente a sedarla, atterrita al vedere Ermanno avvicinarsi… «Diteglielo voi, di fuggirmi… voi che vedeste le mie lacrime… che sapete tutta la mia vergogna… Ah, Dio Signore… mio Dio Signore!..» La contessa tentava invano di farla tacere, di chiuderle la bocca in un abbraccio, vedendo già lo sguardo di Ermanno smarrirsi; ma l'altra continuava, tra le soffocazioni: «Bisogna dir tutto… Voi non sapete..! Vedere quell'uomo, l'uomo che ebbe questo miserabile corpo… parlare con lui, stringergli la mano!. Ed egli mi confidava l'anima… ed io tacevo!..» Girando la testa, in cerca d'aria, aveva allora visto Ermanno impetrato lì accanto; ed era sorta in piedi, come uno spettro, con una mano alla gola quasi per lacerarla, mettendo un strido che la contessa aveva soffocato.

Era ricaduta, esanime, con la bocca dischiusa. Come della gente si affacciava dall'altra estremità della serra, la contessa ingiunse brevemente ad Ermanno: «Vada via… per carità; si allontani… mandi qualcuno…»

Egli andava, vacillante, guardando dinnanzi a sè, con uno sguardo cieco, vitreo, stendendo una mano come per afferrarsi a un sostegno. «Qualcuno, una donna, laggiù… nella serra…» disse al secretario dell'albergo, che domandava allarmato, che cosa fosse avvenuto e non otteneva risposta…

Il duca Gastone di Précourt si avanzava, tenendo a braccio una dama elegantissima, che frenava a stento degli scoppii di risa dietro il ventaglio, mentre il suo cavaliere le mormorava qualche cosa all'orecchio. Ermanno aveva indietreggiato, come per dar loro passaggio; ma lentamente, senza arrestarsi, fino in fondo, fino a dar della testa sul muro.

Quando Massimiliana di Charmory riacquistò nuovamente i sensi, si trovò nella sua camera, adagiata sopra il suo letto con a fianco la contessa che spiava inquieta il suo ritorno alla coscienza. Ella aveva il vago ricordo di esser stata trascinata, inerte, con la testa fatta come di piombo; e lo stesso peso ora le gravava sulla fronte, malgrado la sua acconciatura fosse stata disfatta e una pezzuola imbevuta d'acqua ghiaccia vi venisse adattata continuamente. «Maxette… come stai?…» chiedeva sommesso la signora di Verdara, ed ella rispondeva appena con un moto degli occhi. Nella camera, solo la donna di servizio aiutava l'amica in quelle cure; la scena era avvenuta così rapidamente e tanto lontano dal centro della festa, che nessuno, neppure la viscontessa appartata in un salottino con qualche altra signora sofferente, se n'era accorto. «Desideri qualche cosa?… Vuoi che chiami tua zia?…» Ritrovando le sue forze a quella minaccia: «No… no!…» rispose Massimiliana, sollevatasi un poco sul letto; «ecco, è passato…» E, abbracciando l'amica: «Grazie… grazie!… Vorrei soltanto, come un favore, restare un poco sola…» La contessa insisteva per tornare più tardi; ma l'altra ripeteva: «Grazie, non occorre… È finito; ora sto bene…» E sorrise.

Ella sospingeva cogli occhi l'amica che si allontanava, dopo aver detto qualche parola alla cameriera; e come vide l'uscio richiudersi sulle due donne e come il rumore dei loro passi si spense, nascose la faccia tra le mani con un grido rauco di terrore e di raccapriccio. Era finito! Tutto era finito! Una parola era bastata perchè la malia fosse rotta! Egli era lì, aveva tutto udito, era rimasto come fulminato!.. Ella si sentiva come precipitare da un'altezza incommensurata, con la testa in giù, senza speranza d'arresto. La parola che avrebbe dovuto dire fin dal primo momento, il sinistro secreto della sua vita, la sua eterna condanna era pronunziata… Quale oscura, implacabile fatalità!.. «Perchè?… perchè?…» mormorava ella, soffocando il suono della sua voce contro i guanciali, torcendosi le mani, e i conati di ribellione si ammortivano sotto il peso enorme di quella fatalità. Implacabile!… Eterna!… «Perchè?… perchè?…» e non v'era risposta all'angosciosa domanda, o ve n'era una sola: perchè gli uomini erano delle belve insaziate, perchè la vita era una cosa malvagia. Fuggirla: questo ella avrebbe dovuto, e la propria debolezza, la propria viltà non l'avevano consentito. Aveva durato in quell'orribile vita, fra quegli agi che quell'uomo aveva finito per pagare, comprando così il silenzio dell'altro che avrebbe dovuto farle da padre! Tutto era turpitudine intorno a lei; tutto era falso in lei, come quelle falsificazioni della casa che erano gli alberghi nei quali aveva dimora. Fra quelle miserie aveva durato, aspettando—che cosa? che il peso di quel destino ricadesse ancora su di un altro, che un poco di quel fango schizzasse addosso ad un altro, che il sentimento della sua sciagura s'inacerbisse e si complicasse d'un rimorso. Parlare prima, dir tutto subito e poi andarsene, ascriversi tra le suore di carità: era quello che avrebbe dovuto fare e che non aveva fatto per ridursi a quel supplizio. «Perchè?.. perchè?..» Perchè lo amava! perchè lo aveva amato fin dal primo giorno, con forza sempre cresciuta! «Io l'amo!.. io l'amo!..» gridava, nascondendosi ancora la faccia contro l'origliere; ed era la morte dell'ultima illusione, la coscienza della fine, che le dava quelle vertigini… Com'era lontano quel giorno!.. appena pochi mesi, nel tempo; ma che cammino aveva ella fatto!.. Accasciata su quel letto di dolore, intanto che, come una raffinata ironia arrivavano fino a lei i suoni giocondi del ballo, ella ricostruiva tutta la storia di quella lotta, dimenticava un poco in quella evocazione il cordoglio presente, cercava di giustificarsi innanzi a sè stessa. Si era ella tradita una sola volta, quando aveva sentita la sua passione crescere ed ingigantirsi? Ella non poteva amare, ella era al bando del consorzio umano, e tutto il suo studio era stato di stornare da sè l'attenzione degli uomini, l'attenzione dilui… Un giorno era venuto, giorno di gioia paurosa e d'angoscia ineffabile, in cui ella si era accorta di essere amata—e come intensamente e delicatamente!.. Ella lo aveva ben compreso; aveva letto come in un libro nella sua anima nobile e grande; aveva previsto, prima ancora che egli le avesse detto una sola parola, in qual modo l'avrebbe amata!… Ella era ben certa di dir tutto, un giorno, quando ne avrebbe avuta la forza; di dire l'oltraggio subito, e non finalmente una colpa commessa… Sì, un istante ella era arrivata a dimenticare la sua macchia; era questa la sua colpa, e come orribile e pronto giungeva il gastigo! Ah, quell'uomo a fianco dilui!… la sua mano in quella di Ermanno… un viscido serpe… «Strappatelo!… schiacciatelo!»

Macchinalmente, ella alzava un braccio, accennando, e ad un tratto l'uscio si schiudeva, e la viscontessa, pallida, ansimante, le si faceva vicina… «Come stai?… Non mi hanno detto nulla… Maxette!» Subitamente alzatasi, cominciando a disfare la sua toletta: «Non è niente, un capogiro…» rispondeva Massimiliana. «Ma perchè non mi hai fatta chiamare?.. vuoi che venga un dottore?..» insisteva l'altra, prendendole una mano. In quel momento, l'ammalata non era più lei, era la giovanetta: ella lo comprendeva al tremore della persona, allo splendore degli sguardi; ma l'altra replicava: «No, grazie… il riposo finirà di guarirmi…» e ritirava la sua mano!.. Non la voleva con sè! Non voleva dirle la causa del suo male che ella aveva presentita nelle mezza parole con cui la contessa l'aveva fatta accorrere! Respingeva il suo aiuto, ancora, sempre!.. E la povera donna si allontanava, piegando la testa; sull'uscio, arrestavasi un poco, come volendo tornare; ma lasciava la camera, disperando.

«Va!… va!…» diceva mentalmente Massimiliana seguendola con lo sguardo. La presenza di un essere umano le era insoffribile. Che cosa poteva per lei quella moribonda?… La cameriera che aveva aiutata la contessa, tornava a chiedere notizie da parte della Verdara; ella la rimandava via con uno «Sto bene… sto meglio…» Si era passato un abito di casa, abbandonandosi sopra una seggiola, insofferente dell'immobilità del letto. E mentre il suono d'un vivace ballabile veniva dal salone, intese una carrozza allontanarsi. Repentinamente, il sordo pensiero a cui tutti gli altri si erano fino a quel momento sovrapposti, prese forma precisa. Ermanno!.. Dov'era egli?.. Che cosa accadeva in lui?… Una rovina più spaventevole di quella che lei stessa mirava! Ella si era illusa, volontariamente, deliberatamente; ella sapeva che quella felicità presto o tardi sarebbe fuggita per sempre. Ma lui che non sospettava di nulla, lui che l'aveva creduta pura ed immacolata, unicamente degna dell'amor suo, di quell'amore timido, discreto, rispettoso, supplichevole… ah! di quell'adorazione infinita?…

S'era alzata, smaniando; era andata ad appoggiare la fronte ai vetri della finestra, guardando nel buio. Vi era dunque qualche cosa di più terribile del dolore, l'idea del dolore di cui si è causa?.. E il bisogno di rivederlo sorgeva adesso in lei, imperiosamente. Ella si diceva di non poterlo lasciare in quel modo, sotto l'impressione della brutale rivelazione: era necessario completarla, giustificarsi… No, non giustificarsi; ma parlargli, dirgli tutte le circostanze dell'orrore, non lasciarlo così… Percorreva ora la sua camera, da un capo all'altro; il rumore dei suoi passi si attutiva sul grosso tappeto. Di tratto in tratto ella si arrestava, mettendo innanzi le mani, come per respingere qualcuno. Imaginava di trovarsi sola con lui, lo vedeva stringersela fra le braccia, avvicinarle le labbra alla bocca, sentiva il fuoco del suo bacio… «No!.. non come l'altro!..» Ebbene, perchè?.. Perchè lo avrebbe ella respinto? Ne aveva il diritto? Ella avrebbe quasi voluto ch'egli la prendesse; sarebbe morta poi… Oh, era il delirio, era la pazzia!..

Il movimento delle carrozze cominciava ora dinnanzi all'albergo, la festa volgeva alla fine, e dei rumori cominciavano a venir dalla via; degli usci che si schiudevano, un canto di carrettiere, quell'araba melopea malinconica che la faceva quasi piangere… «Che notte!… che notte!…» La sua veste bianca era ancora buttata sul divano, il ramoscello di mughetti sfrondato per terra. Ella contemplava tutto con occhio arido e freddo… Era necessario rivederlo: questo pensiero le martellava nella testa, non la lasciava più, le dava la forza di reggersi… Non sperava nulla, non aspettava nulla, non sapeva che cosa sarebbe avvenuto di lei, di lui, ma una spiegazione era indispensabile: non poteva lasciare così!.. L'uomo che l'amava, lei!.. che le aveva detto di vivere della sua vita!… E un brivido la percorse da capo a piedi, mentre i capelli le si drizzavano sulla fronte: «Morto!… per me!…»

Dalla finestra rimasta aperta, la prima luce dell'alba cominciava a penetrare nella camera, una luce fredda e triste; i rumori per la via si facevano più frequenti. Massimiliana restò un momento a guardarvi, poi andò a schiudere il suo grande baule, ne cavò il mantello e tolse latoquedi pelliccia dalla scatola di cartone. I suoi movimenti erano secchi, automatici. Aveva presa la sua risoluzione: bisognava cercar subito di Ermanno. Non sapeva dove si sarebbe diretta; doveva trovarlo. Se avesse conosciuto il suo indirizzo sarebbe andata direttamente a casa di lui. Non le importava quel che avrebbe potuto pensare: l'interessante era di vederlo, subito… Adattossi latoquesenza guardarsi allo specchio, si avvolse nel suo mantello… In quel momento l'uscio a fianco si aperse e la viscontessa, con indosso un accappatoio bianco, bianca ella stessa come una morta, si avanzò verso di Massimiliana. «Tu esci… a quest'ora?…» Anch'ella non aveva chiuso occhio, in quella notte d'angoscia, porgendo ascolto ad ogni rumore che venisse dalla stanza vicina, con la febbre della paura. «Lasciami!… lasciami andare!…» diceva Massimiliana; e la debole donna l'aveva circondata con le sue povere braccia, cercando di trattenerla. «Maxette… in nome di Dio!… Non voglio che tu esca…»—«Lasciami andare! non aver paura…»—«No!… verrò io stessa, piuttosto… aspettami; il tempo di vestirmi…» ma le forze l'abbandonavano sempre più, la sua respirazione si faceva affannosa. «Va a letto… non aver paura!…» ripeteva Massimiliana, allacciandosi il suo mantello con le mani tremanti; «ho bisogno d'aria… il tempo di respirare l'aria fresca del mattino…»—«Maxette!… Maxette!…» insisteva la viscontessa, afferrandosi a lei, passandole una mano scottante sulla fronte agghiacciata. «Maxette… non andare!… non morire!…» Allora ella proruppe, svincolandosi: «Ma è lui che muore!… lui che sa tutto… la mia vergogna… e la vostra!…»

La viscontessa era caduta sul divano, con la testa sul petto, ansimante. «Perdono!…. Perdono!… hai ragione… è colpa anche mia… è stato mio padre… oh!…» Come un singhiozzo le aveva lacerata la gola, Massimiliana era caduta quasi in ginocchio dinnanzi a lei, brancicandola: «Sei tu che devi perdonarmi…. Povera donna! non ti accusare… Che colpa è la tua?.. Sono stata troppo vivace; perdonami…» Allora la viscontessa aveva rotto in pianto. Era un nodo che aveva nel petto, da anni: vederla soffrire in silenzio, senza poter far nulla… e mai un lamento… mai un rimprovero… come una martire… «Oh, Maxette!… povera, povera!…»—«Basta!.. tranquillati!..» interrompeva Massimiliana; «buon Dio, basta!.. Vedi: anch'io sono tranquilla… Ma lasciami andare… è giorno chiaro, c'è già il sole… Senti, bisogna ragionare… Andrò dalla contessa, le domanderò per favore di chiamarlo presso di lei; è necessario ch'io lo riveda, non fosse che per un minuto…»—«Lasciami venire con te…»—«È una pazzia… Se hai la febbre!… E poi, perchè?… Non farò nulla senza la contessa… No, no!… è già tardi…» E svincolatasi dalla nuova stretta, era uscita, rapidamente.

Pei corridoi dell'albergo, nelle scale, nessun segno di vita. Nel salone da ballo, le candele consunte, il suolo sparso di carte dorate, di banderuole, di tutti i minuti residui delcotillon. Massimiliana rabbrividì, passandovi dinnanzi dagli usci spalancati. Sul vestibolo, ella andò incontro al portiere che passeggiava di su e di giù, con le mani in tasca e la pipa in bocca. «Dove potrei trovare una carrozza?» Il vecchio aveva smesso di fumare, guardandola stupito. «In piazza del Teatro Massimo… Se vuole che vada io…»—«No, grazie…»

Ella traversò il Maria-Square, dirigendosi alla via Cavour. La sua risoluzione era presa: andare dalla contessa, invocare l'assistenza di lei: era stata a parte di tutto; lei sola poteva soccorrerla. Errò un poco per le strade ancora deserte senza incontrare una carrozza; trovatala, dette al cocchiere l'indirizzo della villa Verdara. Col moto, con l'aria fredda del mattino, l'incubo si dissipava; ella considerava con un poco più di fermezza la situazione; ma la necessità di rivedere Ermanno le pareva sempre più imperiosa. Giunta alla villa, vide il cancello spalancato, le finestre aperte, come se anche lì non si fosse dormito. «La contessa?…» chiese alla cameriera che venne ad aprirle. «È uscita, per venire da lei, sarà un quarto d'ora…» Ella restava ancora sulla soglia dell'uscio, interdetta da quel contrattempo quando sopravvenne Giulio di Verdara, col cappello in mano, in atto di uscire. «Lei?..» Egli le strinse la mano, con un'espressione di affettuoso interessamento. «Come sta?… Ho saputo che iersera non s'è sentita bene… Rosalia era giusto venuta da lei per sentire sue notizie…» Allora, ringraziatolo, rifiutando l'offerta ch'egli le aveva fatta di accompagnarla, era risalita in carrozza, dando ordine al cocchiere di portarla all'Hôtel des Palmes…

Una notte egualmente insonne ed angosciosa era stata anche quella passata dalla contessa di Verdara. Soccorsa Massimiliana, ella era discesa a cercare di Ermanno, con l'idea dello strazio a cui doveva essere in preda. Non l'aveva trovato, e la sua preoccupazione era cresciuta. Aveva allora pregato suo marito di far venire la carrozza, non fidandosi più di assistere a quella lugubre festa. Durante il tragitto dall'albergo a casa, facendosi forza, sentendosi salire al viso le fiamme del rimorso all'idea di parlare di Ermanno con l'uomo che un momento aveva pensato di offendere, gli aveva detto ogni cosa: quello che era successo fra i due giovani, l'aiuto che bisognava dar loro perchè potessero superare la terribile crise… «Sì, hai ragione…» aveva risposto Giulio di Verdara, non più in vena di tormentarla un poco, come una volta; comprendendo che ella era ormai fuori di causa e che il dramma correva in quel momento rapidamente alla fine. «Sì, hai ragione…» ripeteva, guardandola soltanto un poco, come ella gli rappresentava l'ambascia in cui Ermanno doveva esser caduto; e nel cuore della notte, egli era riuscito, cercando inutilmente del giovane all'Hôtel des Palmese a casa sua.

Dinnanzi allo sguardo di Giulio, a quel solo segno con cui egli le diceva di averle letto nel cuore, dinnanzi alla grandezza d'animo di quell'uomo che era corso in cerca dell'amico, la contessa Rosalia era stata sul punto di trattenerlo, di gettarglisi ai piedi, di confessarsi a lui e di chiedergli perdono; solo i tristi presentimenti che occupavano il suo spirito l'avevano arrestata, dimostrandole che in quel momento urgeva pensare agli altri.

Appena giorno, raccomandato a Giulio di andare nuovamente in cerca di Ermanno, ella si era messa in carrozza, facendosi portare all'albergo. Nulla, a quell'ora, le parlava più per lei: una pietà prepotente solo la vinceva per Ermanno, per Massimiliana, per tutti coloro che espiavano una colpa non propria. Era tutta un'esperienza che ella aveva fatta, ad insaputa di ognuno: gl'impeti della passione, i morsi della gelosia, i rimorsi dell'errore, le amarezze del disinganno, sentimenti buoni e malvagi, tenerezze e rancori: ella aveva tutto provato senza che nessuno ne avesse avuto un sospetto. Usciva dalla prova con una grande tristezza, ma guarita interamente. Per l'efficacia del contrasto, apprezzava ora come non aveva mai fatto, tutto il valore della sua tranquillità di spirito, del suo equilibrio interiore, della salute morale. Sarebbe ella stata a tempo di ridarla a quegli altri?…

La sua carrozza s'era arrestata dinanzi all'albergo; il portiere, avvicinandosi allo sportello, col berretto in mano, le rispondeva che la signorina di Charmory era uscita un poco prima. Allora, le sue paure erano cresciute. Dove poteva essere andata? che cosa pensava di fare?… Se una risoluzione funesta?… Scesa rapidamente dal legno, era salita dalla viscontessa: l'aveva trovata nella stanza di Massimiliana, raggomitolata sopra una poltrona, tremante di freddo. «È venuta da lei…» le diceva la moribonda, «per l'amor di Dio, corra a trovarla, a salvarla…»

Più turbata di prima, la contessa era ridiscesa, e nel vestibolo aveva scorta la signorina di Charmory. «Maxette!…» Massimiliana l'aveva presa per una mano, interrogandola, prima che con la parola, con lo sguardo: «Che cosa succede?…»—«Nulla… volevo vederti…» E l'ansia di ciascuna raddoppiandosi dinnanzi a quella dell'altra, il loro pensiero si era incontrato nell'unico oggetto che l'occupava: Ermanno… «Bisogna che mi conduciate da lui!…» chiese risolutamente la fanciulla. «Maxette mia… è impossibile…»—«È necessario. Se non volete accompagnarmi, andrò sola…» E fece per allontanarsi. Allora la contessa la trattenne: «Aspetta… vieni con me…»

Ella dette al cocchiere l'indirizzo di Ermanno. Poichè suo marito doveva essere a quell'ora presso l'amico, ella lo avrebbe fatto chiamare. La carrozza correva rapidamente, intanto che le due donne si tenevano per mano, in silenzio. Allo svoltare da piazza dei Marmi nel corso Alberto Amedeo, la contessa mise il capo allo sportello: un assembramento sbarrava la via. Ad un tratto, Massimiliana sentì tremare la mano che teneva nella sua, vide la contessa ricacciarsi indietro. «Che è?…» E come anch'ella sporse il capo, vincendo la resistenza dell'amica, gettò un grido lacerante.

Il portone era socchiuso, due guardie vi stazionavano dinnanzi, trattenendo la folla. La carrozza s'era arrestata di botto, e Giulio di Verdara aveva aperto lo sportello, dando il passo alla signorina di Charmory. La folla si ritraeva, silenziosa. Rosalia, afferrata una mano del marito, la strinse con una domanda negli occhi. «Respira ancora,» disse questi, ricambiando la sua stretta; «vieni ad aiutarmi…»

Ermanno Raeli, pallido ma sereno in viso, stava disteso sul suo letto, nell'abito nero della sera innanzi. Una coperta era stata tirata fino a mezzo il petto per nascondere le chiazze di sangue, lasciando fuori il braccio destro. Massimiliana di Charmory, sulla soglia della camera, era caduta riversa, senza un grido, senza una parola, nelle braccia della contessa di Verdara e di suo marito.

Autunno del 1887

LIBRERIA EDITRICE GALLIDIC. CHIESA e F. GUINDANI

Galleria Vittorio Emanuele, 17 e 80.

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Un bel volume in-16 di circa 100 pagine L. 3,50.

Occorre tutto un dolore di artista moderno, tutto un coraggio, tutto un ideale altissimo del vero e un sentimento vero dell'arte per scrivere un libro comeFumo e Cenere.

L'intimo pensiero nostro, quel gran punto d'interrogazione umano pel quale si smaniano, si querelano, e si smarriscono tanti uomini di scienza, obbligati come sono ad indagarlo dalla esterna conformazione dell'uomo; quell'angolo di fango che tutti più o meno possediamo, che l'intelligente non svela per vergogna, che il volgare non sa di possedere, che il furbo tiene con se per interesse, è completamente messo a nudo inFumo e Cenere. Pel Valcarenghi non hanno leggi le ipocrisie umane, non l'ha la menzogna—smaschera tutti, lui! L'Autore diLe confessioni di Andrea, romanzo che due anni fa scosse e la critica letteraria e la critica scientifica, non si compiace del nudo se non quando questo nudo è la coscienza umana. Ed è così che il suo nuovo lavoro, assurgendo a opera d'arte sinceramente morale e civile otterrà quel successo che già ottennero i suoi precedenti lavori.

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Lire 4.

Nessuno potrebbe mai immaginare, leggendo gli scritti firmati col sonoro ed energico pseudonimo di Bruno Sperani, che egli nasconda un ingegno ed un nome femminile.

Nulla in questi libri di ciò che caratterizza un'opera muliebre; predominio della fantasia, modo di giudicare le cose, gli affetti, le azioni, con sentimentalismi esagerati, morbidezza o nervosità eccessiva di stile e di lingua: nulla. Invece, una larghezza d'idee rara a trovarsi, non solo in una scrittrice, ma anche in uno scrittore, una grande serenità ed una invidiabile superiorità di giudizi, una forza, ed una potenza tutta virile nell'analisi accurata dei singoli caratteri ed una logica stringente, che incalza e risolve gli avvenimenti.

Nel tempo stesso che non troviamo mai descrizioni sfacciate e nauseanti, pure nulla è taciuto, nessuna ipocrisia falsa e sciocca attenua e diminuisce la evidenza e la realtà della vita in questi lavori.

Secondo me, ecco i pregi principali, incontrastabili della valente scrittrice, che le derivano oltre che dell'ingegno, dalla tempra del carattere.

Numeri e Sogni, è l'ultimo dei romanzi di Bruno Sperani: sono più di 600 pagine che si leggono da capo a fondo con attenzione, con serietà, senza furia, non come di solito vengono letti i romanzi per seguirne l'intreccio e conoscerne la catastrofe.

Qui non vi è una catastrofe alcuna: il romanzo si svolge e termina logicamente, semplicemente, senza unaficelleo un mezzuccio.

Ora questa fine così elevata, così nobile, così consolante e, a parer mio, così vera, per una mente superiore, dopo le tremende battaglie dello spirito e del cuore, mi pare indovinatissima, e che corrisponda in tutto al sentimento scientifico moderno.

Io credo assolutamente di non errare dicendo, cheNumeri e Sogni, è uno dei romanzi più fortemente pensati che siano stati scritti in questi ultimi anni.

(DalFanfulla della Domenica).

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Lire 2.

…..opera d'arte ell'è certamente. L'acuto ingegno di Neera non ebbe mai forse, prima di questo racconto, vibrazioni d'affetto così felici, tenerezze muliebri così indovinate, quadretti casalinghi di maggior attrattive. Se il giovane Orlandi rimane in seconda linea del quadro fra le nebbie indeterminate del fondo, gli altri personaggi vivono quasi tutti di una vita reale, e spiccano distinti o per la paziente opera miniatrice dello scrittore, o per qualche suo tocco breve ed incisivo che imprime subito il movimento alle figure. La casa dell'esattore dove una parte del romanzo si svolge, di quel terribile signor Caccia che fa tremar moglie e figliuoli col solo aggrottare delle sopraciglia, è descritta nella successione degli anni con magistrale franchezza e con artistica precisione, e noi penetriamo di stanza in stanza sicuri di non sbagliare come fosse una casa che conosciamo e frequentiamo da un pezzo.

Nell'ultimo romanzo della valorosa scrittrice lombarda la vena dell'affetto sovrabbonda, la passione prorompe, la lotta dei sentimenti è vivacissima: ma i freni dell'arte trattengono il soverchiare dell'impeto, e tutto cammina tranquillamente come limpida acqua di fiume. Se talora parrà di scorgere un po' di sconnessione nell'andatura del racconto dite pure che all'autrice tremava per commozione la mano. Evocatrice di fantasmi effimeri, ella è colta per la prima alla pania del proprio inganno e alle torture ineffabili di Teresa ella deve aver pianto di certo: perchè nella ragazza infelice è raffigurata e scolpita tanta parte degli ignorati dolori umani.

(E. Checchi, nelFanfulla della Domenicadel 22 agosto 1886).


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