I GIACIGLI

I GIACIGLINon per dormire—poi che il sonno è toltoa quest'occhi che ardor di conoscenzaaperti tiene anche nell'ombra, senzariposo, accese lampade nel volto:non per dormir, ma per sapere, in ogniletto io volli accostar la belva umana:a lei dappresso ma da lei lontanacome il fantasma che compar nei sogni.E vidi, in lari che si chiaman sacri,la quiete non già, ma il dramma oscurodell'odio sibilar fra letto e muro,e pianger figli a quegli spasimi acri.Tra porta e porta ascoltai scoppi secchidi voce, come palle di pistoladritte al segno del cuore o della gola,o aguzze pietre a fionda contro specchi:parole unghiute, uguali a uncin che artiglia,singhiozzi, uguali a strider di catenescosse—e in vano implorai su quelle peneesasperate un pio chiuder di ciglia.*Ma, anche, io vidi il volto di chi dormedopo l'amplesso, cuore contro cuore.Stanco, livido, assente, nel floscioredelle labbra, allentate in smorfia informe.Spento il baglior dell'attimo che illudel'anima di sfuggire al suo sgomentod'esser sola, tornar, cieco, il tormentoio vidi, a gogna delle membra ignude.Ed era chiuso senza perdonanzal'un volto all'altro: e torbido, ed avverso:l'uomo non ha che sè nell'universo,sol per pietà gli mente la speranza.E chi conta nel sonno il suo danaro,e chi in sogno combatte un suo rimorso,e chi con suggellate iridi un corsosegue di fiume susurrante e chiaro:e l'amico e il nemico e il vile e il forteguardai nell'ora in cui l'orgoglio obliala maschera: e mal fu: per chi lo spiail sonno è più tremendo della morte.Rantoli e incùbi di morenti in filanegli ospedali; tenebre di celleove colui che non vedrà le stellepiù mai, memorie, vaneggiando, infila!...Spasimoso ansimar sulle cuccettedegli asili notturni, aliti densidi vino, naufragar di tutti i sensinel gorgo delle mescolanze infette!...Destituita dalla somiglianzacon Dio,—da sè diversa umana facciache della luce e del pensier la tracciasmarrisci,—e ti deturpi in oblianza!...Due creature io solo scôrsi, bellenel sonno: ah, così belle, che i giardinidel cielo, dai silenzïi turchini,sfogliavano su lor fiori di stelle.L'uno era un bimbo, in un candor soavedi trine, e lo cullava un pio cantare:l'altro era un marinaio in mezzo al mare,e lo cullava il ponte della nave.[pg!197]

I GIACIGLINon per dormire—poi che il sonno è toltoa quest'occhi che ardor di conoscenzaaperti tiene anche nell'ombra, senzariposo, accese lampade nel volto:non per dormir, ma per sapere, in ogniletto io volli accostar la belva umana:a lei dappresso ma da lei lontanacome il fantasma che compar nei sogni.E vidi, in lari che si chiaman sacri,la quiete non già, ma il dramma oscurodell'odio sibilar fra letto e muro,e pianger figli a quegli spasimi acri.Tra porta e porta ascoltai scoppi secchidi voce, come palle di pistoladritte al segno del cuore o della gola,o aguzze pietre a fionda contro specchi:parole unghiute, uguali a uncin che artiglia,singhiozzi, uguali a strider di catenescosse—e in vano implorai su quelle peneesasperate un pio chiuder di ciglia.*Ma, anche, io vidi il volto di chi dormedopo l'amplesso, cuore contro cuore.Stanco, livido, assente, nel floscioredelle labbra, allentate in smorfia informe.Spento il baglior dell'attimo che illudel'anima di sfuggire al suo sgomentod'esser sola, tornar, cieco, il tormentoio vidi, a gogna delle membra ignude.Ed era chiuso senza perdonanzal'un volto all'altro: e torbido, ed avverso:l'uomo non ha che sè nell'universo,sol per pietà gli mente la speranza.E chi conta nel sonno il suo danaro,e chi in sogno combatte un suo rimorso,e chi con suggellate iridi un corsosegue di fiume susurrante e chiaro:e l'amico e il nemico e il vile e il forteguardai nell'ora in cui l'orgoglio obliala maschera: e mal fu: per chi lo spiail sonno è più tremendo della morte.Rantoli e incùbi di morenti in filanegli ospedali; tenebre di celleove colui che non vedrà le stellepiù mai, memorie, vaneggiando, infila!...Spasimoso ansimar sulle cuccettedegli asili notturni, aliti densidi vino, naufragar di tutti i sensinel gorgo delle mescolanze infette!...Destituita dalla somiglianzacon Dio,—da sè diversa umana facciache della luce e del pensier la tracciasmarrisci,—e ti deturpi in oblianza!...Due creature io solo scôrsi, bellenel sonno: ah, così belle, che i giardinidel cielo, dai silenzïi turchini,sfogliavano su lor fiori di stelle.L'uno era un bimbo, in un candor soavedi trine, e lo cullava un pio cantare:l'altro era un marinaio in mezzo al mare,e lo cullava il ponte della nave.[pg!197]

I GIACIGLINon per dormire—poi che il sonno è toltoa quest'occhi che ardor di conoscenzaaperti tiene anche nell'ombra, senzariposo, accese lampade nel volto:non per dormir, ma per sapere, in ogniletto io volli accostar la belva umana:a lei dappresso ma da lei lontanacome il fantasma che compar nei sogni.E vidi, in lari che si chiaman sacri,la quiete non già, ma il dramma oscurodell'odio sibilar fra letto e muro,e pianger figli a quegli spasimi acri.Tra porta e porta ascoltai scoppi secchidi voce, come palle di pistoladritte al segno del cuore o della gola,o aguzze pietre a fionda contro specchi:parole unghiute, uguali a uncin che artiglia,singhiozzi, uguali a strider di catenescosse—e in vano implorai su quelle peneesasperate un pio chiuder di ciglia.*Ma, anche, io vidi il volto di chi dormedopo l'amplesso, cuore contro cuore.Stanco, livido, assente, nel floscioredelle labbra, allentate in smorfia informe.Spento il baglior dell'attimo che illudel'anima di sfuggire al suo sgomentod'esser sola, tornar, cieco, il tormentoio vidi, a gogna delle membra ignude.Ed era chiuso senza perdonanzal'un volto all'altro: e torbido, ed avverso:l'uomo non ha che sè nell'universo,sol per pietà gli mente la speranza.E chi conta nel sonno il suo danaro,e chi in sogno combatte un suo rimorso,e chi con suggellate iridi un corsosegue di fiume susurrante e chiaro:e l'amico e il nemico e il vile e il forteguardai nell'ora in cui l'orgoglio obliala maschera: e mal fu: per chi lo spiail sonno è più tremendo della morte.Rantoli e incùbi di morenti in filanegli ospedali; tenebre di celleove colui che non vedrà le stellepiù mai, memorie, vaneggiando, infila!...Spasimoso ansimar sulle cuccettedegli asili notturni, aliti densidi vino, naufragar di tutti i sensinel gorgo delle mescolanze infette!...Destituita dalla somiglianzacon Dio,—da sè diversa umana facciache della luce e del pensier la tracciasmarrisci,—e ti deturpi in oblianza!...Due creature io solo scôrsi, bellenel sonno: ah, così belle, che i giardinidel cielo, dai silenzïi turchini,sfogliavano su lor fiori di stelle.L'uno era un bimbo, in un candor soavedi trine, e lo cullava un pio cantare:l'altro era un marinaio in mezzo al mare,e lo cullava il ponte della nave.[pg!197]

Non per dormire—poi che il sonno è toltoa quest'occhi che ardor di conoscenzaaperti tiene anche nell'ombra, senzariposo, accese lampade nel volto:non per dormir, ma per sapere, in ogniletto io volli accostar la belva umana:a lei dappresso ma da lei lontanacome il fantasma che compar nei sogni.E vidi, in lari che si chiaman sacri,la quiete non già, ma il dramma oscurodell'odio sibilar fra letto e muro,e pianger figli a quegli spasimi acri.Tra porta e porta ascoltai scoppi secchidi voce, come palle di pistoladritte al segno del cuore o della gola,o aguzze pietre a fionda contro specchi:parole unghiute, uguali a uncin che artiglia,singhiozzi, uguali a strider di catenescosse—e in vano implorai su quelle peneesasperate un pio chiuder di ciglia.*Ma, anche, io vidi il volto di chi dormedopo l'amplesso, cuore contro cuore.Stanco, livido, assente, nel floscioredelle labbra, allentate in smorfia informe.Spento il baglior dell'attimo che illudel'anima di sfuggire al suo sgomentod'esser sola, tornar, cieco, il tormentoio vidi, a gogna delle membra ignude.Ed era chiuso senza perdonanzal'un volto all'altro: e torbido, ed avverso:l'uomo non ha che sè nell'universo,sol per pietà gli mente la speranza.E chi conta nel sonno il suo danaro,e chi in sogno combatte un suo rimorso,e chi con suggellate iridi un corsosegue di fiume susurrante e chiaro:e l'amico e il nemico e il vile e il forteguardai nell'ora in cui l'orgoglio obliala maschera: e mal fu: per chi lo spiail sonno è più tremendo della morte.Rantoli e incùbi di morenti in filanegli ospedali; tenebre di celleove colui che non vedrà le stellepiù mai, memorie, vaneggiando, infila!...Spasimoso ansimar sulle cuccettedegli asili notturni, aliti densidi vino, naufragar di tutti i sensinel gorgo delle mescolanze infette!...Destituita dalla somiglianzacon Dio,—da sè diversa umana facciache della luce e del pensier la tracciasmarrisci,—e ti deturpi in oblianza!...Due creature io solo scôrsi, bellenel sonno: ah, così belle, che i giardinidel cielo, dai silenzïi turchini,sfogliavano su lor fiori di stelle.L'uno era un bimbo, in un candor soavedi trine, e lo cullava un pio cantare:l'altro era un marinaio in mezzo al mare,e lo cullava il ponte della nave.

Non per dormire—poi che il sonno è toltoa quest'occhi che ardor di conoscenzaaperti tiene anche nell'ombra, senzariposo, accese lampade nel volto:non per dormir, ma per sapere, in ogniletto io volli accostar la belva umana:a lei dappresso ma da lei lontanacome il fantasma che compar nei sogni.E vidi, in lari che si chiaman sacri,la quiete non già, ma il dramma oscurodell'odio sibilar fra letto e muro,e pianger figli a quegli spasimi acri.Tra porta e porta ascoltai scoppi secchidi voce, come palle di pistoladritte al segno del cuore o della gola,o aguzze pietre a fionda contro specchi:parole unghiute, uguali a uncin che artiglia,singhiozzi, uguali a strider di catenescosse—e in vano implorai su quelle peneesasperate un pio chiuder di ciglia.

Non per dormire—poi che il sonno è tolto

a quest'occhi che ardor di conoscenza

aperti tiene anche nell'ombra, senza

riposo, accese lampade nel volto:

non per dormir, ma per sapere, in ogni

letto io volli accostar la belva umana:

a lei dappresso ma da lei lontana

come il fantasma che compar nei sogni.

E vidi, in lari che si chiaman sacri,

la quiete non già, ma il dramma oscuro

dell'odio sibilar fra letto e muro,

e pianger figli a quegli spasimi acri.

Tra porta e porta ascoltai scoppi secchi

di voce, come palle di pistola

dritte al segno del cuore o della gola,

o aguzze pietre a fionda contro specchi:

parole unghiute, uguali a uncin che artiglia,

singhiozzi, uguali a strider di catene

scosse—e in vano implorai su quelle pene

esasperate un pio chiuder di ciglia.

*

Ma, anche, io vidi il volto di chi dormedopo l'amplesso, cuore contro cuore.Stanco, livido, assente, nel floscioredelle labbra, allentate in smorfia informe.Spento il baglior dell'attimo che illudel'anima di sfuggire al suo sgomentod'esser sola, tornar, cieco, il tormentoio vidi, a gogna delle membra ignude.Ed era chiuso senza perdonanzal'un volto all'altro: e torbido, ed avverso:l'uomo non ha che sè nell'universo,sol per pietà gli mente la speranza.E chi conta nel sonno il suo danaro,e chi in sogno combatte un suo rimorso,e chi con suggellate iridi un corsosegue di fiume susurrante e chiaro:e l'amico e il nemico e il vile e il forteguardai nell'ora in cui l'orgoglio obliala maschera: e mal fu: per chi lo spiail sonno è più tremendo della morte.Rantoli e incùbi di morenti in filanegli ospedali; tenebre di celleove colui che non vedrà le stellepiù mai, memorie, vaneggiando, infila!...Spasimoso ansimar sulle cuccettedegli asili notturni, aliti densidi vino, naufragar di tutti i sensinel gorgo delle mescolanze infette!...Destituita dalla somiglianzacon Dio,—da sè diversa umana facciache della luce e del pensier la tracciasmarrisci,—e ti deturpi in oblianza!...Due creature io solo scôrsi, bellenel sonno: ah, così belle, che i giardinidel cielo, dai silenzïi turchini,sfogliavano su lor fiori di stelle.L'uno era un bimbo, in un candor soavedi trine, e lo cullava un pio cantare:l'altro era un marinaio in mezzo al mare,e lo cullava il ponte della nave.

Ma, anche, io vidi il volto di chi dorme

dopo l'amplesso, cuore contro cuore.

Stanco, livido, assente, nel flosciore

delle labbra, allentate in smorfia informe.

Spento il baglior dell'attimo che illude

l'anima di sfuggire al suo sgomento

d'esser sola, tornar, cieco, il tormento

io vidi, a gogna delle membra ignude.

Ed era chiuso senza perdonanza

l'un volto all'altro: e torbido, ed avverso:

l'uomo non ha che sè nell'universo,

sol per pietà gli mente la speranza.

E chi conta nel sonno il suo danaro,

e chi in sogno combatte un suo rimorso,

e chi con suggellate iridi un corso

segue di fiume susurrante e chiaro:

e l'amico e il nemico e il vile e il forte

guardai nell'ora in cui l'orgoglio oblia

la maschera: e mal fu: per chi lo spia

il sonno è più tremendo della morte.

Rantoli e incùbi di morenti in fila

negli ospedali; tenebre di celle

ove colui che non vedrà le stelle

più mai, memorie, vaneggiando, infila!...

Spasimoso ansimar sulle cuccette

degli asili notturni, aliti densi

di vino, naufragar di tutti i sensi

nel gorgo delle mescolanze infette!...

Destituita dalla somiglianza

con Dio,—da sè diversa umana faccia

che della luce e del pensier la traccia

smarrisci,—e ti deturpi in oblianza!...

Due creature io solo scôrsi, belle

nel sonno: ah, così belle, che i giardini

del cielo, dai silenzïi turchini,

sfogliavano su lor fiori di stelle.

L'uno era un bimbo, in un candor soave

di trine, e lo cullava un pio cantare:

l'altro era un marinaio in mezzo al mare,

e lo cullava il ponte della nave.

[pg!197]


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